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Lo stato di emergenza in Turchia: sospensione dello Stato di diritto
Osservatorio internazionale
Lo stato di emergenza in Turchia: sospensione dello Stato di diritto
di Gualtiero Michelini
Presidente MEDEL – Magistrats Européens pour la Démocratie et les Libertés
Lo sforzo di mobilitazione deve continuare, per un'azione di ritorno dei principi democratici nel Paese e per una effettiva assistenza legale degli arrestati, verificata da osservatori internazionali

L'incredibile repressione seguita in Turchia al tentativo di colpo di Stato nella notte tra il 15 e il 16 luglio scorsi sta drammaticamente portando ad un punto di non ritorno le relazioni tra il mondo giudiziario e forense turco e quello degli altri paesi europei. Relazioni costruite su decenni di collaborazione, contatti, scambi, negoziati, basate su una comune cultura giuridica, sulla prossimità storica e geografica, sulla comune appartenenza al Consiglio d’Europa e sul negoziato per l'adesione all'Unione europea, sono ora completamente bloccate dall'arresto di giudici, pubblici ministeri, avvocati, giornalisti, appartenenti alle forze di polizia, professori universitari, docenti di scuole di ogni ordine e grado, funzionari pubblici.

Con l'effetto paradossale (e tragico) che i giudici e pubblici ministeri che verificano la legittimità degli arresti possono venire a loro volta arrestati, che gli avvocati che difendono gli arrestati vengono a loro volta arrestati, che i giornalisti che informano su tale situazione sono anch'essi arrestati.

Proviamo ad andare con ordine.

La Turchia è membro del Consiglio d'Europa del 1949, ed i negoziati per l’adesione all'Unione europea sono iniziati nel 2005. In questi fori di cooperazione giuridica e giudiziaria si sono realizzati moltissimi programmi e progetti di scambio e di valutazione, che hanno coinvolto anche molti magistrati e giuristi italiani. La giurisprudenza della Corte europea dei Diritti Umani ha svolto la sua funzione giurisdizionale con pienezza in Turchia come negli altri 46 paesi membri del Consiglio d’Europa.

Le missioni di peer evaluation di esperti in Turchia evidenziavano negli anni passati, con riguardo al sistema giudiziario, come in tutti i casi del genere, luci ed ombre.

Luci rappresentate da un sistema di reclutamento dei magistrati basato sul concorso pubblico, da un sistema di formazione iniziale e continua assai approfondito, da un sistema informatico di case management a livello di eccellenza.

Ombre rappresentate da un codice penale molto autoritario, in particolare per i reati di opinione, da limiti di carcerazione preventiva sino a 10 anni in assenza di sezioni assimilabili ai tribunali della libertà e di grado di appello, da una nozione di inamovibilità dei magistrati limitata alla life tenure (divieto di destituzione se non per età o per motivi disciplinari) ma non comprendente il concetto di irremovability (divieto di trasferimento se non su domanda o per motivi disciplinari), da una forte gerarchizzazione, da un accentuato squilibrio di genere.

In sintesi: eccessiva ingerenza del potere esecutivo nel potere giudiziario; costante ed elevatissimo numero di giornalisti (e non solo) arrestati per reati di opinione, numero del tutto  sproporzionato ed incompatibile con il principio della libertà di stampa.

In questo contesto importanti fattori di democratizzazione del sistema giudiziario si erano registrati nel progetto di istituzione delle Corti d'appello (rimasto sulla carta) e nell'istituzione del Consiglio superiore della magistratura (HSYK), composto per metà da magistrati eletti dai loro colleghi (in luogo del precedente organismo di autogoverno costituito dai soli vertici delle Corti supreme), purtroppo con il vizio di fondo (in riferimento al principio di separazione dei poteri) costituito dal fatto di essere presieduto dal Ministro della giustizia.

Altro fondamentale fattore di democratizzazione era stata la nascita dell'associazionismo giudiziario. YARSAV (Unione dei giudici e pubblici ministeri turchi), fondata nel 2006, aderiva poco dopo a MEDEL ed all'Associazione internazionale dei giudici (IAJ), partecipando regolarmente alle attività associative, intrattenendo proficui rapporti internazionali, lanciando l'allarme sui segnali di netta involuzione dei rapporti e del bilanciamento tra potere esecutivo e potere giudiziario avvenuta negli ultimi anni.

Erano stati segnalati, ad esempio, trasferimenti di massa e mancate assunzioni di vincitori di concorso, per motivi politici o etnici. Soprattutto, nel 2015, 2 giudici e 4 pubblici ministeri erano stati arrestati per il contenuto nel merito delle loro decisioni (rispettivamente di non convalida arresto, con contestuale ordine di liberazione poi non eseguito, e di sequestro di armi).

Su questa situazione di grave crisi della democrazia e del principio di indipendenza del giudiziario caposaldo dello Stato di diritto erano stati sensibilizzate dall'associazionismo giudiziario le istituzioni europee ed internazionali e gli organismi consultivi dei giudici e pubblici ministeri europei del Consiglio d'Europa, grazie ai colleghi turchi che partecipavano alle riunioni di MEDEL e della IAJ.

Perfino il progress report 2015 sullo stato dei negoziati per l'adesione della Turchia all'UE, documento molto calibrato e diplomatico, sottolineava la necessità di “creare un contesto politico e legale che permetta al giudiziario di svolgere le proprie funzioni in modo indipendente ed imparziale, con esecutivo e legislativo che rispettino la separazione dei poteri", limitare il ruolo e l'influenza dell'esecutivo all'interno del Consiglio superiore, evitare l'interferenza del Consiglio superiore nei procedimenti giudiziari.

La situazione è precipitata nelle ore immediatamente successive al tentativo di colpo di Stato. Già il mattino successivo iniziavano gli arresti di giudici e pubblici ministeri con l'accusa di partecipazione ad organizzazione terroristica; veniva dichiarato lo stato di emergenza; iniziavano gli arresti in massa, oltre che di magistrati, di avvocati, giornalisti, intellettuali, ed in genere oppositori o ritenuti tali del governo, secondo l'equazione oppositori = gulenisti = partecipanti al tentativo di colpo di Stato = terroristi.

Chi è iscritto alle mailing-list di MEDEL ha letto sgomento i messaggi dei colleghi che stavano per essere arrestati, dei loro familiari che chiedevano aiuto dopo l’arresto, che, se scarcerati, sono stati destituiti ed hanno visto le loro proprietà sequestrate. Di alcuni di loro non ci sono notizie. YARSAV è stata sciolta d’autorità.

Ferma qualsiasi investigazione sul tentativo di colpo di Stato, che ha causato decine di morti, non è stato spiegato come ed in che misura magistrati che svolgevano le loro funzioni siano stati coinvolti in tale azione militare.

Sono stati bloccati o limitati al massimo grado i contatti con legali e familiari. Gli stessi avvocati, se non arrestati a loro volta, vedono il diritto di difesa limitato dallo stato di emergenza (in via di essere prorogato) anche nell'accesso ai tribunali, ai fascicoli, ai colloqui con i loro clienti.

Secondo le ultime informazioni, 3456 giudici e pubblici ministeri (circa un terzo della magistratura turca) sono stati destituiti da luglio, e di essi circa 2900 sono detenuti.

Attualmente il numero dei funzionari pubblici destituiti sarebbe di circa 100.000, e gli arresti collegati al tentativo di colpo di Stato oltre 40.000 (tanto che sarebbero stati liberati anticipatamente altrettanti detenuti comuni per far spazio nelle carceri). Ci sono accuse di tortura e si sono registrati suicidi di arrestati.

La lista dei giudici e dei pubblici ministeri arrestati sarebbe stata preparata anticipatamente dal Consiglio superiore, e ricomprenderebbe i magistrati iscritti ad associazioni diverse da quella fondata nel 2015 con finanziamenti governativi.

La preesistenza della lista sarebbe confermata dal fatto che in essa ci sono nomi di magistrati deceduti o indicati come in servizio presso la sede precedente a quella al momento dell’arresto.

Le informazioni filtrano in modo difficoltoso, per la perversa spirale di arresti di magistrati, avvocati, giornalisti. Le lettere che MEDEL riceve sono anonime oppure di parenti di arrestati prostrati dalla brutalità della repressione e dall'assenza di informazioni sui loro cari.

I magistrati arrestati si sarebbero visti motivare il loro arresto per la loro presenza sulla lista inviata da Ankara, e sarebbero stati interrogati su quali scuole di preparazione al concorso avessero frequentato (in quanto l'organizzazione gulenista sarebbe particolarmente inserita nel sistema universitario e post-universitario), e su se e per quali candidati alle ultime elezioni del Consiglio superiore avessero fatto propaganda. Sono stati arrestati anche componenti della Corte costituzionale, della Corte di cassazione e dello stesso Consiglio superiore. Alcuni magistrati avrebbero chiesto asilo politico in paesi europei.

MEDEL e l'associazionismo giudiziario europeo si sono mobilitati, anche con iniziative congiunte, per la sensibilizzazione delle istituzioni europee.

L’intensità dei rapporti professionali, la prossimità culturale, l'esperienza di visite (professionali e non) in Turchia rendono ancora più dolorosa la mancanza di notizie certe e l’impossibilità di contatti.

Istituzioni come la Scuola superiore della magistratura italiana, che ha escluso iniziative in partnership con l'omologa istituzione turca per mancanza di rispetto del principio di indipendenza del potere giudiziario dopo il tentativo di colpo di Stato, e la Rete dei consigli di giustizia europei (ENCJ), che ha sospeso lo status di osservatore del Consiglio superiore turco, dopo avere inutilmente richiesto informazioni sulle procedure di destituzione di massa di migliaia di giudici e pubblici ministeri e richiesto il rispetto degli standard internazionali in materia di procedimenti disciplinari, concludendo che il Consiglio superiore turco non può essere considerato un organismo indipendente dal potere esecutivo o in grado di proteggere l'indipendenza del potere giudiziario, hanno fornito una chiara reazione alla sospensione dello Sato di diritto in Turchia.

Non si registra, invece, allo stato una posizione netta del Consiglio d'Europa, mentre la posizione dell'Unione europea rimane esclusivamente collegata a sanzionare la deriva antidemocratica in funzione di rinvio del processo di adesione, un obiettivo forse non più di interesse per la Turchia stessa nell'attuale scenario geopolitico, rimanendo vigente l’inquietante accordo per il rimpatrio dei richiedenti asilo.

Nonostante un'Unione Europea in crisi esistenziale (copyright Juncker), lo sforzo di mobilitazione deve continuare, per un'azione di ritorno dei principi democratici e dello Stato di diritto in Turchia, e per una effettiva assistenza legale degli arrestati, verificata da osservatori internazionali

I cittadini europei non possono permettersi che l'indipendenza del giudiziario, il diritto di difesa, la libertà di stampa siano d'un tratto cancellati alle porte di casa: significa cancellarli in casa propria. 

13 ottobre 2016
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