Magistratura democratica
Magistratura e società
Magistratura giustizia società. Sul libro di Renato Rordorf
di Nello Rossi
direttore di Questione Giustizia
Un insieme di saggi, espressione di un pensiero coerente ed organico e frutto di una esperienza culturale e professionale straordinariamente ricca, disegna per il lettore un itinerario intellettuale attraverso aree cruciali dell’esperienza giuridica moderna

Innanzitutto una smentita

Il libro di Renato Rordorf – Magistratura Giustizia Società - pubblicato quest’anno per i tipi dell’editore Cacucci di Bari nella Collana Biblioteca di cultura giuridica diretta da Pietro Curzio, offre al lettore un itinerario intellettuale che attraversa aree cruciali dell’esperienza giuridica moderna.

I diritti fondamentali. Il ruolo dei giudici nella società. La complessa problematica giuridica dell’impresa, dell’economia e dei mercati. La funzione del giudice di legittimità.

Queste le quattro tappe del percorso seguito, a ciascuna delle quali è destinata una parte del volume.

Nell’introduzione l’autore dichiara che gli scritti raccolti nel libro non contengono “riflessioni svolte in modo sistematico, all’interno di un quadro di pensiero organico e con intenti propriamente speculativi” ma sono “assai più modestamente pensieri scaturiti dall’agire quotidiano nel mondo della giurisdizione”, frutto di spunti offerti dalle singole vicende di cui egli si è occupato nella sua attività di giudice e di studioso.

Può apparire singolare iniziare la recensione di un libro smentendo nettamente una affermazione “programmatica” dell’autore.

Eppure la smentita è necessaria, perché mano a mano che si procede nella lettura l’impressione che il lettore ricava è quella - esattamente opposta - di trovarsi di fronte ad un insieme di pensieri e di argomentazioni estremamente organico, perché ispirato e sorretto in ogni singolo passaggio da una visione coerente ed unitaria del diritto e della giustizia.

Certo la composizione del libro è stata per così dire “progressiva”. Ed è vero che esso reca ben visibile l’impronta dei molteplici ruoli professionali e culturali svolti dall’autore.

Ma il libro riceve unità e sistematicità dall’attitudine propria del giurista di valore, che sa cogliere anche nelle vicende più minute e particolari i tratti di più ampi fenomeni sociali ed economici ed è in grado di mobilitare tecnica specialistica e sensibilità sociale per fornire risposte specifiche e indicare soluzioni generali.

Il diritto – scrive Renato Rordorf nella sua introduzione – è una forma di organizzazione sociale “dotata di una sua specificità tecnica” ma nascente “ da un bisogno di giustizia profondamente radicato nella coscienza civile “.

Avvolta nella sobria veste di una “definizione” vi è qui la dichiarazione di principio e di intenti dell’autore. Ed insieme i chiari indizi delle componenti culturali ed umane che confluiscono nel libro: il potente specialismo del civilista, la permanente ricerca del giudice di soluzioni adeguate ai singoli problemi affrontati e la passione per la giustizia del magistrato-cittadino.

Una volta riaffermato il diritto del lettore - di qualsiasi lettore - di contraddire l’autore, non facendosi sviare dalla sua aristocratica modestia, siamo più liberi di seguirlo nel tragitto che ci propone.

I diritti fondamentali

Nella prima parte del volume, nel ragionare di diritti fondamentali Renato Rordorf adotta una duplice lente.

Da un lato la lente che consente di percepire il grado di effettività dei diritti e di mettere a fuoco la distanza – spesso un solco profondo - che intercorre tra le regole ed i principi e la realtà effettuale.

Dall’altro lato l’osservazione della law in action, scaturente dall’attività dei giudici nazionali e sovranazionali che dei diritti fondamentali sono chiamati sempre più spesso ad occuparsi.

E poiché l’effettività dei diritti si misura sugli “ultimi” nella scala sociale, sugli svantaggiati, sui deprivati, su quanti possono ricevere solo dal diritto una risposta ai loro bisogni vitali ed alle loro istanze di riconoscimento e di inclusione, il libro si anima di figure sociali concrete.

I disabili, i migranti richiedenti asilo e protezione internazionale, i detenuti, i portatori di culture diverse da quella maggioritaria e dominante entrano a comporre una galleria di diseguali nella quale il giurista e il giudice devono addentrarsi con la consapevolezza che il loro ruolo è tradurre le formulazioni di principio in beni della vita, in tutele incisive, in atti di rimozione delle discriminazioni e delle diseguaglianze, all’occorrenza nella messa in mora di altri poteri assenti od inerti.

Perché questo impegno di attuazione dei principi e di realizzazione di giustizia sia fruttuoso e non velleitario occorre però che la giurisdizione sia consapevole tanto delle sue potenzialità quanto dei suoi limiti ed in particolare del quadro – in larga misura sovranazionale - nel quale oggi si iscrive la sua azione.

Di qui lo sguardo rivolto alla law in action che si estrinseca nei singoli giudizi di merito che riconoscono e tutelano diritti ma si esprime anche nel dialogo tra le corti nazionali ed europee.

“ Il peso progressivamente sempre maggiore del diritto sovranazionale ed il carattere vieppiù giurisprudenziale che esso va assumendo dovrebbero spingere “ osserva Rordorf “ verso una forma di nomofilachia europea , senza la quale anche la tutela dei diritti fondamentali rischia di restare in qualche misura aleatoria”; e però, “essendo pura utopia immaginare oggi in Europa un sistema giurisdizionale unitario, che come tale faccia capo ad un’unica corte suprema continentale, la nomofilachia può realizzarsi solo attraverso un più stretto dialogo ed una leale e franca collaborazione tra le diverse corti nazionali ed europee” (p.25).

Nello stesso momento in cui coglie con lucidità alcuni tratti di miopia e di grettezza di quella che definisce l’Europa mercantile, il giurista sa che il suo compito non può limitarsi alla denuncia e perciò indica nel difficile e tormentato dialogo tra le corti la strada realisticamente percorribile perché l’Unione divenga più aperta all’effettiva tutela dei diritti e all’accoglimento di istanze di eguaglianza e di giustizia sociale.

I giudici

Nella seconda e nella quarta parte del libro ad occupare la scena sono, con il loro campo di pensieri e di problemi, gli attori del giudiziario ed in particolare i magistrati.

Gli agenti del diritto, icasticamente rappresentati come stretti tra due campi gravitazionali, al centro di due poli: il “labirinto” intellettuale di una sempre più complessa elaborazione giuridica e la “bilancia” della giustizia, che aspira a misurare ed equilibrare interessi, diritti e valori.

Vengono perciò progressivamente alla ribalta il pubblico ministero ed i giudici di merito ma anche i giudici tributari ed onorari e gli “arbitri” che concorrono a comporre la variegata galassia del sistema di giustizia.

Attori che sono continuamente chiamati a intervenire sui casi più nuovi e spinosi; che vengono sollecitati a confrontarsi con l’esigenza di prevedibilità dei loro orientamenti e nel contempo stimolati ad innovare per adeguare la giurisprudenza alle trasformazioni della società e dell’economia; che sono indotti dalle dinamiche proprie della società della comunicazione a muoversi sull’inedito terreno di una corretta informazione sulle loro decisioni.

A completare questo quadro stanno i temi classici dell’autonomia culturale e istituzionale dei giudici: la formazione dei magistrati e la funzione della Scuola superiore della magistratura; i compiti del Consiglio Superiore della Magistratura e del circuito di governo autonomo della magistratura; il significato ed il valore e le ombre dell’associazionismo dei magistrati.

Nella più gran parte degli scritti raccolti nel volume l’analisi nitida e lineare di assetti istituzionali e di questioni giuridiche specifiche si apre improvvisamente, e talora sorprendentemente per il lettore, a illuminanti squarci di riflessione teorica sulla natura e funzione del diritto, sulle peculiarità del ragionamento giuridico, sulle difficoltà del lavoro dei giudici e sulle caratteristiche del loro modo di pensare e decidere.

Il ragionamento decisorio, in particolare, sempre così misterioso per i non addetti ai lavori, è illustrato con cristallina chiarezza, nel suo andamento non meramente deduttivo ma circolare, che va “dalla ricostruzione del fatto e dalla comprensione delle esigenze di giustizia che da quel fatto emergono all’individuazione e interpretazione della norma che meglio soddisfi tali esigenze, per applicarla al fatto come in precedenza ricostruito” ( p. 105) .

Per altro verso, la discrezionalità interpretativa del giudice, costantemente al centro di discussioni e di contrasti, è nitidamente rappresentata come una conseguenza necessitata dei nuovi bisogni di tutela giuridica nascenti dalla rapida evoluzione del costume sociale e dal travolgente sviluppo delle tecnologie ai quali il legislatore non riesce a star dietro.

A fronte delle accelerazioni e della forza impetuosa della modernità, spiega l’autore, diviene inevitabile “non solo che l’interpretazione delle leggi vigenti tenda ad ampliarsi sino al limite di elasticità consentito dal significato delle parole adoperate dal legislatore, per adeguarne la portata alle nuove esigenze successivamente manifestatesi ma anche che in molte situazioni il giudice non trovi affatto nella legge scritta la risposta alla domanda di giustizia che gli viene rivolta e debba perciò ricercarla in principi generali” (p. 106).

Come è del tutto naturale, nella quarta parte del libro intitolata “Corte di cassazione e nomofilachia”, la riflessione dell’autore assume un carattere più spiccatamente teorico nell’esaminare le problematiche del giudizio di legittimità e della funzione della Corte di cassazione.

Ma anche quando si muove sul piano di una maggiore astrazione resa necessaria dall’oggetto di studio, il pensiero di Renato Rordorf non rinuncia alla chiarezza di chi scrive per farsi comprendere dal maggior numero di lettori, specialisti o meno che siano.

Come è attestato dal concretissimo interrogativo posto nello scritto che apre la quarta parte del libro “A cosa serve la Corte di cassazione” .

Domanda tutt’altro che peregrina se si ha presente che nel nostro ordinamento la Corte resta tuttora il “vertice ambiguo” di cui Michele Taruffo scriveva nel lontano 1991 , che riunisce in sé il duplice compito di verificare la corretta applicazione della legge sostanziale e processuale nei singoli casi sottoposti al suo esame e insieme di garantire l’uniforme interpretazione ed applicazione delle norme.

L’analisi approfondita e l’esplorazione sistematica di questa “ambiguità” occupano non solo lo scritto d’esordio ma anche quelli seguenti, muovendosi sullo stretto crinale che è costretto a seguire chi sa valutare e soppesare attentamente gli interessi ed i valori in gioco ed i pericoli connessi alle differenti scelte.

Da un lato stanno i rischi di “deriva autoritaria e verticistica” e di chiusura all’innovazione insiti nell’unilaterale esaltazione di un ruolo di rigida e cogente conformazione della giurisprudenza ad opera del giudice di legittimità.

Dall’altro lato vi è il bisogno di ricercare e individuare momenti di ordine, sia pure instabili e provvisori, nell’ambito di un sistema giuridico che rischia di divenire caotico sotto la pressione del divenire sociale e per effetto della proliferazione delle fonti normative nazionali e sovranazionali.

Bisognerebbe saper scegliere – suggerisce l’autore - tra le due opzioni in campo. Tra preminenza accordata alla tutela dello ius litigatoris o a quella dello ius constiutionis, “tra una Cassazione che eserciti una funzione più o meno equiparabile ad un terzo grado di giudizio …oppure che svolga (se non esclusivamente soprattutto) una funzione nomofilattica, come accade in tutti i Paesi comparabili al nostro “ (p. 330) .

Ma nel presente – ed è questa la risposta all’interrogativo sulla funzione attuale della Corte di cassazione – resta “indispensabile la presenza di un organo giurisdizionale di legittimità capace di operare una sintesi dei diversi possibili orientamenti giurisprudenziali e di fornire, almeno tendenzialmente, dei criteri ordinatori, benchè suscettibili di essere poi criticamente ridiscussi non appena emergano buone ragioni per farlo” (p.329).

E’ la descrizione di una nomofilachia persuasiva, la visione di una giurisprudenza di legittimità che assolve la sua funzione uniformatrice e conformatrice dell’interpretazione in via tendenziale e in forme flessibili. Affidandosi più alla capacità di orientamento e di indirizzo dei giudici di merito che non a meccanismi di “dovuta” obbedienza, peraltro eludibili da parte del giudice non convinto, che può sempre ricorrere agli strumenti della “distinzione” del caso esaminato dai precedenti e della rivendicazione di “novità” dei fatti oggetto di giudizio.

Diritto, economia, mercati

Nel cuore del volume - la sua terza Parte che contiene alcune delle riflessioni più originali e interessanti del libro - sono affrontati i temi del diritto delle imprese, dell’economia e dei mercati.  

Si tratta di una centralità che rispecchia fedelmente l’esperienza professionale di Renato Rordorf.

Egli è stato infatti giudice civile del Tribunale e della Corte d’appello di Milano prima di lavorare in Corte di Cassazione come Consigliere, Presidente della I Sezione civile della Corte e infine come Primo Presidente aggiunto della Corte stessa.

Nel suo lungo percorso professionale di giudice di merito nella sede di frontiera di Milano e di giudice di legittimità egli ha perciò esaminato e “deciso” molti dei casi più nuovi ed importanti emersi nell’area del diritto delle imprese, dell’economia e dei mercati ed ha “risposto” alla multiforme domanda di giustizia proveniente dal settore forse più dinamico ed in evoluzione del moderno diritto civile.  

Sul tronco di questa esperienza - ricchissima e per più aspetti ineguagliabile - si sono innescati i suoi apporti di studioso e di civil servant, nelle vesti di commissario della Consob, di componente della Commissione Draghi per la predisposizione del Testo Unico delle leggi sui mercati finanziari e da ultimo di Presidente della Commissione che ha elaborato gli schemi preparatori della riforma del diritto della crisi di impresa (sfociata nella legge . n. 155 del 2017) e dei relativi decreti delegati.  

La competenza e l’acume dello studioso del diritto dell’economia sono stati perciò ininterrottamente saggiati e messi alla prova severa dei conflitti giuridici portati nelle aule di giustizia, dell’attività di regolazione e di controllo di un settore cruciale del capitalismo finanziario, della progettazione di nuovi assetti e di nuovi equilibri da tradurre in norme.

Nulla di quello che l’autore scrive in quest’ambito è perciò vago, libresco, scolastico.

Al contrario tutti i singoli contributi raccolti nel volume recano l’impronta di una elaborazione estremamente originale che non si appaga mai di formulazioni generiche e che alterna precise proposte di soluzione con la nitida raffigurazione dei molti problemi ancora aperti e irrisolti del diritto dei fatti economici e con l’acuta percezione dei limiti – di volta in volta territoriali, strutturali o tecnico- giuridici – del diritto tradizionalmente egemone nel campo dei rapporti economici : il ius civile.

Sotto questo profilo merita di essere segnalato un passo del libro nel quale il realismo dell’osservatore e la sua onestà intellettuale si fondono nel dar vita ad un’analisi particolarmente significativa.    

Parliamo del passaggio nel quale l’autore, ragionando del nostro Paese, avverte come nel corso di questi anni sia stata “ la magistratura penale , prima e maggiormente di quella civile, a doversi confrontare con i profili tecnici più complessi e sofisticati dell’economia e della finanza (quali, ad esempio, quelli connessi alle manipolazione del mercato di borsa ed alla diffusone dei derivati finanziari nel settore della pubblica amministrazione)” (p. 176) .

Sarebbe forse auspicabile – prosegue Rordorf – “ che un miglior funzionamento della giustizia civile conducesse a ripristinare il rapporto di sussidiarietà che, almeno in astratto, dovrebbe esistere tra rimedi civilistici e sanzioni penali” ma resta comunque necessario che “ per garantire un soddisfacente tasso di legalità del mercato e del sistema economico nel suo insieme, le sanzioni siano tali da esercitare una reale funzione deterrente tanto più quando si voglia ridurre il peso di controlli preventivi , visti come un impaccio ed una causa di inefficienza per le imprese “ (ibidem).

Una osservazione, quest’ultima, che appare di estrema attualità nel momento in cui, per fronteggiare la crisi economica scaturente dall’epidemia di coronavirus, lo Stato nazionale e l’Unione europea stanno attuando una massiccia immissione di liquidità nel mondo delle imprese. Operazione che non può essere impacciata o rallentata da macchinose verifiche preventive ma deve essere posta al riparo da manovre truffaldine o da richieste di aiuto fondate su falsi presupposti proprio attraverso un uso ben calibrato della “deterrenza” propria della sanzione penale.

Come che sia il penalista non fa in tempo a compiacersi del contenuto di verità di queste affermazioni e del - sia pur problematico- riconoscimento ricevuto che la sapienza del civilista riprende il sopravvento e interviene a ricordargli che dei concetti e delle categorie del diritto civile (oltre che di quelle del diritto amministrativo) egli resta tributario se intende muoversi con qualche probabilità di successo nel campo del diritto dell’economia.

Su questa strada lo guida l’autore - compagno di strada discreto e intelligente – grazie ad una serie di saggi che mettono a fuoco profili generali e aspetti particolari del panorama del diritto dell’economia.

I contributi che compongono questa sezione del libro sono infatti dedicati tanto a problematiche di taglio generale - come la fisiologia e l’ideologia del mercato, la ricognizione delle istituzioni preposte alla tutela del risparmio, le caratteristiche del contenzioso in materia economica – quanto ad analisi più puntuali sul contenzioso tra le banche ed i loro clienti e sui doveri e le responsabilità degli organi societari.

Sino agli scritti che affrontano questioni legate all’immediato presente come quelli sulla riforma del diritto della crisi di impresa e sull’impatto dispiegato sul progetto riformatore dalla pandemia in corso.

Anche in questa parte del libro la materia, spesso ritenuta arida, dell’economia si ravviva nella dialettica con le ragioni del diritto, anche grazie allo stile vivace ed animato della scrittura.

Il senso della realtà, tenace e onnipresente, dello scrittore gli fa ribadire che il diritto non può ignorare la sostanza economica delle materie con cui si confronta e che “ la leva giuridica” non è in grado “ di sollevare il mondo dell’economia” ( p. 263).

Ma riconoscere che “la ragionevolezza economica è un dato del quale la regolazione giuridica non può non tener conto” (ibidem) non equivale affatto ad una ritirata , o peggio ad una resa, del diritto.

Il bisogno di equità che il diritto esprime, la sua capacità ordinatrice della magmatica materia dell’economia, la sua funzione di protezione delle “persone” restano necessari ed insostituibili perché “la violazione di un diritto , quale che ne sia l’oggetto, non è mai solo la lesione di un interesse materialistico” ( p.265) e la possibilità di una sua efficace tutela rappresenta la condizione indispensabile dello sviluppo economico e civile di qualsiasi società.

Nella visione di Renato Rordorf ragionevolezza economica e “lotta per il diritto” sono dunque destinate a intrecciarsi, a convivere in un rapporto di tensione dialettica, e all’occorrenza di conflitto, se non si vuole che la figura del cittadino sia ridotta e sminuita alla dimensione ed ai profili meramente economici del produttore, del consumatore, del venditore, del compratore.

Un’ultima notazione

Sebbene il libro, per scelta dell’autore, sia libero dal peso di un apparato di note, Renato Rordorf paga scrupolosamente nel testo i sui debiti intellettuali, con puntuali citazioni degli scritti – letterari non meno che giuridici - che gli hanno fornito spunti di riflessione o suggerito strade da percorrere.

Afferma poi nell’Introduzione che alcuni scritti , principalmente quelli contenuti nelle prime due parti del volume, traggono origine anche dall’esperienza umana ed intellettuale della direzione, nel quadriennio 2015-2018, della rivista Questione Giustizia e dal “frequente confronto con un comitato di redazione composto da magistrati impegnati in settori diversi della giurisdizione , ma tutti egualmente desiderosi di approfondire i risvolti sociali e culturali del loro lavoro nell’ambito di una comune linea di pensiero” (p.13).

E qui, inevitabilmente, il recensore deve diventare anche portavoce della comunità intellettuale evocata da Renato Rordorf e della quale egli è un componente fondamentale e insostituibile.

E’ una comunità che prosegue il suo lavoro avendo come esempio e permanente punto di riferimento il suo stile di direzione, fatto di mite autorevolezza e di una sapienza giuridica mai esibita ma sempre generosamente elargita nelle forme discrete e colloquiali del dubbio, del suggerimento, dello spunto prezioso e fecondo, della sintesi di sensibilità e di pensieri diversi.

Da Renato Rordorf la comunità che dà vita a Questione Giustizia ha imparato molto e soprattutto molto ha ancora da imparare.

Se da questo libro trarranno un guadagno intellettuale tutti coloro che lo leggeranno – siano essi giuristi di professione o lettori colti e curiosi – quanti conoscono Renato godranno, nel leggerlo, di un privilegio ulteriore ; gli sembrerà infatti di rinnovare, grazie alle pagine del libro, il piacere delle tante conversazioni sui fatti della vita e del diritto avute con lui e di avere l’opportunità di “prepararsi” a nuovi dialoghi, altrettanto stimolanti e vivaci, con un maestro di diritto e di saggezza che nell’eleganza intellettuale e nel personale understatement ha sempre avuto le sue caratteristiche umane più affascinanti.

23 maggio 2020
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