home search menu
Giurisprudenza e documenti / giurisprudenza di merito
Orientamento sessuale
e status di rifugiato
di Dario Belluccio
avvocato
L'esistenza, nel paese di origine del richiedente, di una norma punitiva di relazioni omosessuali, costituisce motivo per l'accoglimento della richiesta dello status di rifugiato
Orientamento sessuale e status di rifugiato

L’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati Politici (UNHCR), nel 2012, ha proposto delle linee guida per l’interpretazione giuridica e le modalità di valutazione delle domande di riconoscimento dello status di rifugiato da parte di organi amministrativi e/o giurisdizionali, qualora tali istanze riguardino protezione a causa di orientamento sessuale.

Qui, tra l’altro, si legge: “A seconda della situazione nel paese d’origine, la presenza di leggi che sanzionano penalmente le relazioni tra persone dello stesso sesso è solitamente indice del fatto che non viene garantita protezione alle persone LGBTI. Laddove il paese d’origine mantenga leggi di questo tipo, è irragionevole aspettarsi che il richiedente cerchi la protezione statale contro ciò che, secondo quanto stabilisce la legge, rappresenta un reato. In queste situazioni, in assenza di prove che indichino il contrario, si dovrebbe ritenere che il paese in questione non possa o non voglia proteggere il richiedente”.

La Corte di Appello di Bari, nella pronuncia n. 299/13 che si allega (Pres. dott. V. Scalera, Rel. dott. V. Gaeta) ha fatto un uso corretto ed attento, non solo dei principi fondamentali che la legislazione comunitaria e nazionale disegna intorno alla credibilità dei richiedenti protezione internazionale, ma, anche, delle prassi che in materia dovrebbero accompagnare la attività di organi ed istituzioni pubbliche, dal momento dell’arrivo sino al successivo momento dell’integrazione dell’asilante, ivi comprese le fasi della sua personale audizione.

Conseguentemente ha riconosciuto lo status di rifugiato politico ad un cittadino del Gambia dichiaratosi omosessuale sulla base di una serie di circostanze presuntive della soggettiva credibilità dell’istante e di analisi di elementi oggettivi quali, innanzitutto, la legislazione penale del citato Paese (che, all’art. 144 del codice penale, considera “contro l’ordine della natura” le relazioni omosessuali, prevedendo una pena sino a 14 anni di reclusione per chi le pratica).

Non è questa la sede per affrontare le problematiche che circondano il richiedente protezione e relative alla mancanza di idonei servizi sociali di presa in carico di una persona comunque fragile; neanche è il caso, ora, di sottolineare i dispositivi di controllo e di potere che circondano il richiedente protezione e quanto questi influiscano sulla sua capacità di confrontare il proprio vissuto, intimo prima che doloroso, con soggetti (Questure, commissioni, traduttori, ma anche avvocati e giudici) che, per quanto preparati, sono e saranno quasi sempre degli estranei con i quali la tempistica voluta dalla legge non consente di instaurare un reale rapporto conoscitivo ed umano.

Dovrebbe essere evidente, tuttavia, che non è semplice trovare la strada per raccontarsi innanzi a tali dispositivi, per liberarsi da angosce spesso pluriennali, quando non da torture e sfruttamenti.

Anche per questo a livello normativo la cd. direttiva qualifiche approvata dall’UE nel 2004 e modificata nel 2011 (l’atto di refusione è la Direttiva 2011/95/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 13.12.2011, http://www.meltingpot.org/IMG/pdf/Direttiva_ue_95_2011_qualifiche.pdf), dispone che “qualora taluni aspetti delle dichiarazioni del richiedente non siano suffragati da prove documentali o di altro tipo, la loro conferma non è comunque necessaria” se il richiedente dimostri di avere compiuto “sinceri sforzi per circostanziare la domanda”, di avere forniti tutti gli elementi a sua disposizione per verificarne la credibilità, di avere rilasciato dichiarazioni “coerenti e plausibili” (cfr. art. 4, par. 5. Si veda, anche, art. 3, co. 4, D.Lgs 251/07 di recepimento).

Difatti, solo così si può bilanciare adeguatamente con la realtà il principio giuridico dell’onere della prova in capo a chi, normalmente, afferma l’esistenza di un diritto come il richiedente asilo.

Solo in tale modo si comprende che tale onere, concretamente, grava anche e forse innanzitutto sull'Autorità amministrativa, prima, e sull'Autorità giudiziaria, poi, organi che devono ricercare gli elementi di verosimiglianza delle dichiarazioni rese dai richiedenti protezione internazionale (cfr. Corte Cass., Sezioni Unite civili, sentenza n. 27310/08).

E’ ovvio, infatti, che chi fugge da una persecuzione o da un timore di danno grave non cerca, nella fuga, di precostituirsi prova del suo timore o della sua persecuzione, quanto, solitamente, di sopravvivere!

In questo sentire la lettura della Corte merita un plauso, in quanto si è concretamente calata nella difficoltà in cui si trova il richiedente asilo.

Si comprende, dunque, come mai la Corte si sia trovata a dovere ribaltare integralmente il giudizio tanto della Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Bari (competente in via amministrativa all’esame della domanda), quanto del Tribunale di Bari in composizione monocratica, poi.

Essi, difatti, avevano negato qualsivoglia protezione al richiedente, ordinandone il rientro in patria. A loro vedere il ricorrente sarebbe stato vittima di un conflitto interno alla propria famiglia di origine, un fatto squisitamente privato, non avendo subito concrete persecuzioni da parte di organi statuali e non risultando il reato effettivamente punito nella prassi gambiana.

Tanto hanno affermato nonostante il Gambia, come su ricordato, punisca penalmente un atto di libertà individuale, punisca chi agisce comportamenti ritenuti “contro natura”.

La vicenda costituisce, dunque, un interessante spunto di riflessioni in merito ad alcune dirimenti questioni che ci si trova ad affrontare studiando questa materia.

Questioni che, va detto, la Corte territoriale ha ben tenuto presente: la valutazione in ordine alla credibilità del richiedente protezione, desunta anche in base a riferimenti esterni alla fase processuale; la oggettività del pericolo di persecuzione cui lo stesso sarebbe andato incontro in caso di rientro nel proprio paese.

E’ evidente, poi, che, nel caso non vengano riconosciute come parte del tessuto sociale vivo di un Paese le principali pratiche di relazione tra individui, la credibilità della persona costituisce presupposto dell’accertamento dell’identità e della scelta sessuale, difficilmente potendo sussistere elementi probatori certi di una scelta individuale che non necessariamente si tende a manifestare in contesti ostili.

Quasi sempre la testimonianza del richiedente omosessuale costituisce l’unica fonte di prova certa e diretta dei fatti, non differentemente da quanto avviene per chi ha subito torture di tipo psicologico o fisiche non cicatrizzate.

D’altronde imporre (o anche solo suggerire) lo svolgimento di test medici di qualsivoglia natura al fine di accertare pratiche e/o comportamenti sessuali può senz’altro definirsi comportamento discriminatorio e contraria al rispetto dei diritti umani e della dignità individuale.

Quanto alla credibilità del richiedente, allora, il Collegio di merito sottolinea gli aspetti determinanti di un giudizio presuntivo al fine di poterla valutare serenamente.

Nel fare questo la Corte, espunge dalla propria analisi ogni riferimento a dati non immediatamente percepibili dalla vittima in quanto ricadenti nella sfera di volontà di terzi (persone e/o istituzioni che siano).

Circa la oggettività del pericolo la Corte sottolinea come la mera esistenza di una norma punitiva di pratiche omosessuali in quanto “innaturali”, anche indipendentemente dalla concreta persecuzione subita dal singolo, costituisce grave motivo di compromissione della libertà personale.

Peraltro, in un contesto omofobico come quello sviluppato dai discorsi del Presidente del Gambia, tale lesione può straripare immediatamente in grave pericolo individuale.

La particolarità della decisione che si allega è nell’avere correttamente individuato i termini del problema vissuto dalle persone LGBTI anche nel caso in cui esse siano perseguitate non direttamente da soggetti statuali, bensì da gruppi familiari e/o sociali in un certo contesto istituzionale.

Si afferma, in tali casi, che l’eventuale richiesta di protezione agli organi statali avrebbe potuto (anche solo in ipotesi) eliminare il pericolo.

Non farlo sarebbe, ancora, elemento dal quale evincere la strumentalità della richiesta si protezione internazionale.

Ma all’interno di un ambito sociale e culturale che perseguita, esclude, non da ingresso ad un individuo o un gruppo sociale a causa dell’orientamento sessuale (o, al limite, per altre ragioni), lo Stato e le sue istituzioni dovrebbero potere dare piena copertura alla libertà personale, incoraggiandola e, comunque, tutelandola.

Nel caso in cui, invece, in un determinato Paese una certa pratica e/o idea attinente la libertà personale ed un diritto fondamentale siano oggetto di penale e formale repressione, si attesta la impossibilità di un effettivo accesso alla giustizia e, per converso, si testimonia la contiguità dello Stato con una discriminazione per ragioni attinenti la sfera sessuale che, tanto più oggi, non può certo tollerarsi.

La sentenza barese è importante.

Parla del merito di una questione, delinea un metodo di analisi, tracima gli argini della specificità portata all’esame della giustizia e va portata ad esempio dell’attenzione che meritano le istanze di protezione internazionale allorquando al cittadino straniero “sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana”.

Perché, in tale caso, egli “ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica”.

 

30 maggio 2013
Se ti piace questo articolo e trovi interessante la nostra rivista, iscriviti alla newsletter per ricevere gli aggiornamenti sulle nuove pubblicazioni.
Protezione internazionale per omosessuali
Riconosciuto lo status di rifugiato per un omosessuale di etnia rohingya
Pillole di diritto dell'immigrazione
Due interessanti decisioni: con la prima si escludono le proroghe automatiche per i trattenimenti al CIE. Con la seconda si concede lo status di rifugiato ad un cittadino pakistano di religione sciita
17 gennaio 2015
Riconoscimento dello status di rifugiato a cittadino nigeriano per ragioni di orientamento sessuale
di Guido Savio
L'orientamento sessuale espone a rischio di discriminazione molte persone in diversi paesi del mondo. Con il provvedimento annotato, il Tribunale di Bari, riconosce lo status di rifugiato ad un cittadino nigeriano a causa della sua dichiarata omosessualità
10 novembre 2014
Ancora sullo status di rifugiato
in favore di omosessuali
Il tribunale di Napoli ha riconosciuto il diritto alla protezione di un cittadino proveniente da un paese dove l'omosessualità è sanzionata penalmente
20 dicembre 2013
Francia, mutilazioni genitali femminili e rilevanza per lo status di rifugiato
di Giacomo Roma
All'esame del Consiglio di Stato francese la questione della protezione delle donne a rischio mutilazioni genitali in applicazione delle norme sull'asilo
12 agosto 2013
Mutilazioni genitali femminili
rilevanti per status di rifugiato
di Barbara Cattelan
Due recenti pronunce riconoscono negli atti di mutilazione genitale femminile il presupposto per il riconoscimento dello status di rifugiato
28 maggio 2013
Newsletter


Fascicolo 2/2019
Famiglie e Individui. Il singolo nel nucleo

Il codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza: idee e istituti
Giurisprudenza e documenti
La trasparenza negata. Commento a Tar Lazio n. 5714/2019
La trasparenza negata. Commento a Tar Lazio n. 5714/2019
di Salvatore Messineo
Il potere di archiviazione pre-disciplinare del P.G. è libero da controlli e gli atti di archiviazione sono inconoscibili con lo strumento dell’accesso civico generalizzato
7 ottobre 2019
CTU, svolta in primo grado e vaglio di ammissibilità dell’appello ai sensi dell’art. 342 cpc nella più recente giurisprudenza della Cassazione
CTU, svolta in primo grado e vaglio di ammissibilità dell’appello ai sensi dell’art. 342 cpc nella più recente giurisprudenza della Cassazione
di Isabella Mariani
Prendendo spunto dalla recente ordinanza della Cassazione, sezione VI, n. 97/2019, l’autrice esamina la giurisprudenza di legittimità in ordine al rapporto tra la sentenza di primo grado che fa proprie le conclusioni nel merito della consulenza tecnica di ufficio e il contenuto dell’atto di appello che censura la decisione, alla stregua dei principi dettati dall’art. 342 cpc e interpretati dalla giurisprudenza della SC, in tema di ammissibilità dell’appello
23 settembre 2019
Ancora sull’esecuzione su beni di Stato estero
Ancora sull’esecuzione su beni di Stato estero
di Luca Baiada
Brevi note a Cassazione Civile, III Sezione, 25 giugno 2019, n. 21995
20 settembre 2019
Fecondazione post mortem: il figlio nato a seguito del ricorso a tecniche di pma dopo la morte del padre ha diritto al cognome paterno
Fecondazione post mortem: il figlio nato a seguito del ricorso a tecniche di pma dopo la morte del padre ha diritto al cognome paterno
di Federica Panno
Nota a Cassazione Civile, I Sezione, 15 marzo 2019 (dep. 15 maggio 2019), n. 13000, Pres. M. Acierno, Rel. E. Campese
13 settembre 2019
Le Sezioni unite sulla cannabis light. Una prima lettura
Le Sezioni unite sulla cannabis light. Una prima lettura
di Davide Barbagiovanni
La cannabis light tra legge, giudici, principio di offensività in astratto e in concreto e alcune occasioni mancate
24 luglio 2019
Licenziamenti disciplinari e contrattazione collettiva tra realtà e immaginazione
Licenziamenti disciplinari e contrattazione collettiva tra realtà e immaginazione
di Alberto Piccinini
Note critiche a proposito della sentenza Cass., Sezione Lavoro, n. 12365 del 9 maggio 2019
23 luglio 2019