Magistratura democratica
Perché non possiamo essere indifferenti

Vi è un evidente parallelismo simbolico tra la scritta “Juden hier” associata alla Stella di Davide comparsa a Mondovì sulla porta di casa di una ex deportata a Ravensbruck, e l’ormai famoso “interpello citofonico” sull’attività di spaccio che alcuni residenti imputano al minorenne di origine tunisina residente al quartiere Pilastro di Bologna.

Entrambi i gesti profanano volutamente il riparo offerto dalla casa di abitazione, il luogo per definizione delle radici familiari, della custodia della sfera dei propri interessi ed affetti, della tutela della propria dignità e riservatezza di persona: un riparo che non vale nemmeno di fronte ad accuse false o mai provate (il minorenne è incensurato, la deportata non era ebrea), che soprattutto nella loro essenza travolgono diritti universali che la nostra Costituzione tutela (banalmente, il divieto assoluto di discriminazione per origine etnica e convinzioni religiose, e il principio di presunzione di innocenza).

Entrambi – pur nelle rispettive differenze, l’uno coperto da un vigliacco anonimato, l’altro esibito ed esaltato dai social nel corso di una cruciale campagna elettorale – mostrano di puntare ad un ordine nuovo che saprà abbattere il tabù democratico e travolgere le barriere dello stucchevole formalismo garantista: senza riguardo per nessuno, tantomeno per la storia e la civiltà repubblicana nata dalla guerra e dalla vittoria sul fascismo.

Sarà il popolo – o meglio il suo feticcio interpretato dal “capo” – ad individuare i suoi colpevoli, attingendo a quelle categorie che per tradizione rappresentano il nemico, l’abusivo, l’oggetto di segregazione prima, di sterminio poi. Migranti ed ebrei, come scrive Ezio Mauro su Repubblica, come emblema che il neo – razzismo trasforma in bersaglio, in nome di un concetto di razza che pure scientificamente non ha significato, ma che sul piano identitario e culturale annebbia le coscienze sino a diventare la cifra di una politica che sembra non volersi occupare d’altro.

Alla vigilia del Giorno della Memoria, le parole del sermone del pastore Martin Niemoller (“prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento…”) tornano a ricordarci la comune responsabilità contro l’indifferenza e l’incapacità a reagire. Alla scelta compiuta tempo fa da ognuno di noi di essere “operatore di giustizia” non può venir meno il dovere strenuo di difesa dello Stato di diritto e delle garanzie che spettano ad ogni individuo, contro ogni discriminazione fondata su “il sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l’appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali” come recita l’art. 21 della Cedu.

Ad ogni “operatore di giustizia”, ancor più che alla generalità dei cittadini, spetta il dovere della denuncia di quanto sia inaccettabile tutto questo e dell’impegno incondizionato al contrasto di ogni deriva, anche quando sembra ormai assorbita e condivisa da una parte, grande o piccola, di quel “popolo” in nome del quale la giustizia è amministrata.

 

R.S.

25 gennaio 2020