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Sandro Margara, il carcere speciale e l'ergastolo*
Magistratura e società
Sandro Margara, il carcere speciale e l'ergastolo*
di Beniamino Deidda
già Procuratore generale della Repubblica di Firenze e componente del comitato scientifico di Questione Giustizia
Più passa il tempo che ci separa dalla scomparsa di Sandro Margara (un anno, ormai), più diventa urgente la necessità di testimoniare la sua idea della giustizia e del lavoro di magistrato, la sua immaginazione, il suo coraggio. Per Qg non c’è modo migliore di ricordarlo che lasciare la parola a un compagno e amico storico di Sandro, di Magistratura democratica, di questa Rivista: Beniamino Deidda. Le poche righe introduttive che state leggendo, questa volta, non anticipano nulla del brano. Ogni lettore potrà trovarvi quel che più lo interessa o lo appassiona: un pezzo della storia di Magistratura democratica, l’invenzione del “magistrato di sorveglianza”, la passione per la Costituzione e per gli uomini, la capacità di abbassare lo sguardo sui più disgraziati. Buona lettura

Mi è stato proposto di parlare delle tante cose che Sandro Margara andava elaborando sul carcere speciale e sull'ergastolo, ma voglio dire subito che a questi temi accennerò solo come pretesto per parlare di Sandro. Da quando ci ha lasciati, il 29 luglio dello scorso anno, non ho avuto ancora modo di ricordarlo pubblicamente. E invece desidero farlo, perché credo di essere uno dei pochi amici di Sandro che, durante i 50 anni di confidenza con lui, non è mai stato nel “giro” della sorveglianza, dell'esecuzione delle pene e del carcere. Ho provato ad entrare in questo giro, per l'insistenza di Sandro che voleva ch'io facessi domanda per la presidenza della sorveglianza fiorentina quando fu trasferito al Dap, ma mi fu preferito un bravissimo collega civilista senza troppa dimestichezza con l'esecuzione delle pene.

La mia amicizia con Sandro è cominciata quando i magistrati di sorveglianza non esistevano. Infatti Sandro per qualche lustro si è occupato di altro ed è una parte importante della sua vita che di solito non viene ricordata, anche perché i testimoni di quegli anni sono ogni giorno di meno. Proverò perciò a dire qualcosa di quel periodo. Lo conobbi nel 1966, io stavo in Pretura a Firenze e Sandro era arrivato in Tribunale come giudice dopo una permanenza di qualche anno al Tribunale di Ravenna. Fu messo a fare il giudice istruttore, la funzione che aveva svolto anche a Ravenna, e si vide subito che era completamente padrone del mestiere. In quegli anni il mondo della giustizia era in ebollizione e Sandro non intendeva certo stare fermo. Voglio ricordare che allora applicavamo i codici fascisti del 1930, ai quali la Corte costituzionale non aveva ancora inferto i tanti colpi che avremmo visto nei lustri successivi; ma intanto era nata Magistratura democratica, la corrente di sinistra dell'Associazione nazionale magistrati, i cui aderenti non sollevavano l'entusiasmo dei capi degli uffici e dei colleghi più attaccati alle tradizioni. Sandro non partecipò da subito alle colorite riunioni di Md. Preferiva starsene tutto il giorno nel Tribunale di piazza San Firenze dove la sua simpatia umana gli rendeva facili i rapporti con i colleghi e il personale. Già allora Sandro era in possesso di un'ironia finissima e inoffensiva, capace di cogliere il ridicolo di cose e persone senza urtarne la suscettibilità, fatta di una bonomia affettuosa e contagiosa. Amava la compagnia e la buona tavola, sempre pronto allo scherzo e perfino al gioco. Conservo ancora alcune foto dove Sandro compare in maglietta e calzoncini da calciatore per una partita contro gli avvocati fiorentini: non avrebbe mai rinunziato a divertirsi con gli amici più stretti anche in modo scanzonato.

Intanto si dedicava al suo lavoro con un taglio che già in quegli anni veniva definito garantista.

Dentro un codice fascista che di garanzie ne prevedeva poche, Sandro si ricavava uno spazio tutto sostenuto dalle aperture della Costituzione. Questo in quegli anni non gli garantiva molte simpatie, ma era in sintonia con quello che andava elaborando Md, che pure Sandro non frequentava ancora. Credo che da questa frequentazione lo trattenesse una certa fama di estremismo che, a torto o a ragione, Md si portava dietro, specie in Toscana. Una convinzione non del tutto gratuita, dal momento che nelle riunioni della sezione toscana ci trovavamo con personaggi come Marco Ramat, Salvatore Senese, Luigi Ferraioli, Vincenzo Accattatis, Pino Borrè che talvolta da La Spezia veniva fino a Pisa, Pierluigi Onorato, Gianfranco Viglietta, Silvio Bozzi e altri che hanno fatto la storia della giurisdizione progressista e costituzionalmente avanzata di questo Paese. Tuttavia, pur stando fuori da Md, Sandro si era rapidamente conquistato un'autorevolezza che gli veniva da una pratica giudiziaria aperta, attenta alle novità normative, rigorosamente segnata dai principi costituzionali.

Verso la fine degli anni '60, non ancora quarantenne, Sandro era ritenuto uno dei giudici più bravi ed influenti del tribunale fiorentino, tanto che venne massicciamente votato per il Consiglio giudiziario della Toscana, unico magistrato di sinistra, per così dire, in un Consiglio giudiziario nel quale figuravano tanti colleghi della corrente conservatrice di Mi e, tra i membri di diritto, Mario Calamari già allora campione della parte più tradizionalista della magistratura. Ricordo quel Consiglio giudiziario perché Sandro fu protagonista di un episodio per il quale gli devo molto, anche se il mio debito verso Sandro è molto più grande ed importante.

Mi scuso se riporto una vicenda che mi riguardava, ma mi pare utile per capire la personalità di Sandro. Era il 1968 e io ero in attesa della valutazione del Consiglio giudiziario, a quei tempi decisiva per il passaggio al grado di giudice di Tribunale. Il Consiglio non era ben disposto nei miei confronti perché poche settimane prima avevo espresso la mia solidarietà a Don Mazzi e ad altre persone della Comunità dell'Isolotto, messi sotto processo da Piero Vigna per turbamento di funzione religiosa. Il Consiglio giudiziario fu severissimo: il Pg Calamari si disse dell'opinione che non potesse più far parte dell'ordine giudiziario un magistrato che pubblicamente aveva espresso solidarietà agli imputati dell'Isolotto giudicando sbagliata la loro incriminazione. Tutti i consiglieri furono d'accordo, salvo Margara; il quale senza replicare nel merito chiese, con l'abituale mitezza, che fosse inserita nel verbale la motivazione addotta dal Calamari per negare la mia promozione a giudice di Tribunale.

L'intuizione di Sandro fu decisiva, perché il Csm deliberò che quella motivazione era in netto contrasto con il diritto costituzionale di manifestare liberamente le proprie opinioni. Ho voluto citare questo lontanissimo episodio perché c'è già tutto Margara: la fermezza nella difesa dei diritti fondamentali, il rifiuto dello scontro ideologico fine a sé stesso, l'acume nel cogliere il punto debole nelle posizioni altrui, il coraggio nel contrastare le posizioni della totalità dei componenti del Consiglio giudiziario e la fedeltà al dettato della Costituzione.

Qualche tempo dopo finalmente Sandro cominciò a partecipare alle nostre riunioni di Md e nessuno di noi se ne meravigliò: tutti lo ritenevamo già a pieno titolo uno di noi. Ma la sua partecipazione alla vita della corrente fu atipica: fedeltà alle ragioni di fondo di Md, una militanza attiva e impegnata, ma nessuna carica o impegno esterno per la corrente. Non aveva tempo e quello che aveva era speso, da un lato, nelle tante e impegnative istruttorie formali dei processi che gli venivano assegnati e, dall'altro lato, in un'altra funzione che timidamente in quegli anni si andava affiancando a quella tipica del “giudice istruttore”: vigeva infatti la prassi che un giudice istruttore del Tribunale si occupasse dell'esecuzione delle pene e del carcere. Sandro si rese conto subito che quel terreno era poco arato e soprattutto avvertì l'importanza che rivestiva in uno stato di diritto il tema della pena e della sua esecuzione. Mentre nessun magistrato in Italia, per quel che si sapeva, si occupava di questi temi, Sandro cominciò a lavorarci silenziosamente, passando da una iniziativa all'altra. Furono anni di presenza attiva nel carcere e di attente elaborazioni sul tema della pena. In sostanza Sandro si stava inventando un mestiere del tutto nuovo, quello del magistrato di sorveglianza.

Quando finalmente la legge di riforma penitenziaria istituì la sorveglianza, Sandro Margara era già molti passi più avanti. Comincia con l'istituzione dei tribunali di sorveglianza un periodo di straordinaria evoluzione dei temi attinenti al carcere e dintorni che vede Sandro in prima linea, prima a Bologna e poi a Firenze, dove sarà presidente del tribunale di sorveglianza, e infine a Roma dove gli verrà affidato il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Al suo ritorno a Firenze, da semplice giudice, avrà ancora modo di far sentire la sua voce, divenuta autorevole come poche.

Ho promesso che lascerò agli altri la trattazione vera e propria dei temi relativi all'esecuzione delle pene. Ora vorrei solo mostrare come vi sia stata una straordinaria continuità di posizioni tra il Margara giudice istruttore e il Margara della sorveglianza e perfino il Margara a capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. La ragione di questa continuità sta in una visione matura e straordinariamente lucida del rapporto tra leggi e Costituzione e del rapporto tra la legge e le persone, a cui le norme devono essere applicate. È in questa complessa rete di rapporti che per Margara trovano la loro esatta collocazione gli uomini, specie quelli più disgraziati e meno eguali, i detenuti, il carcere e le istituzioni della giustizia.

In questa cornice la prima intuizione di Sandro fu che occorreva affermare con decisione che i magistrati di sorveglianza non erano magistrati di serie B. E fino ad allora c'erano stati molti buoni motivi per crederlo. I magistrati erano tenuti sull'uscio dalla direzione del carcere, possibilmente con i piedi fuori, e non si accettava che mettessero il naso nella conduzione del carcere. Si accettava il controllo giurisdizionale previsto per legge, inteso nel senso più formale possibile, ma che fosse chiaro che l'amministrazione del carcere aveva mano libera, anche quando dalle sue decisioni poteva derivare una lesione dei diritti dei detenuti. Sandro cominciò invece da subito a metter bocca, aiutato dalla straordinaria conoscenza delle norme dell'ordinamento penitenziario e dei meccanismi del carcere e bisogna riconoscere che l'opposizione dell'amministrazione carceraria fu sempre complessivamente ragionevole. La sua popolarità tra i detenuti, già enorme in quegli anni lontani, faceva il resto, convincendo i vari direttori del carcere che non sarebbe stato saggio uno scontro frontale con un giudice di quel calibro.

La seconda intuizione di Sandro ha segnato tutta la sua carriera di magistrato e si può riassumere in una proposizione semplice a dirsi: applicare la Costituzione nel carcere, da dove fino agli anni '70 era stata costantemente tenuta fuori. Se si leggono le ordinanze di Sandro, tanti tasselli preziosi di un lento lavoro di lunga lena, in ciascuna si troverà un fondamentale riferimento alla stella polare della Costituzione. Si può dire, credo, che ciò che ha dato immensa forza alle posizioni di Sandro è stata non tanto e non solo la sua visione del carcere, certamente avanzata, ma la sua ostinata battaglia per la legalità costituzionale dentro il carcere. A questa battaglia Sandro non ha mai rinunziato neppure quando si è trattato di estenderla al carcere speciale o ai condannati all'ergastolo, due categorie per le quali entra in gioco nell'opinione pubblica (ma anche tra gli addetti ai lavori) il ricatto emotivo che viene dalla pericolosità di chi delinque o dall'efferatezza dei delitti commessi.

Ricordo l'ordinanza con cui Sandro sollevava l'eccezione di incostituzionalità dopo l'annullamento da parte della Corte di cassazione di alcune sue decisioni nelle quali si riteneva illegittimo un decreto del ministro della Giustizia applicativo dell'art 41 bis. A Sandro pareva inammissibile che il Tribunale di Sorveglianza non potesse sindacare le restrizioni imposte dal ministero ai detenuti del 41 bis, quando esse toccavano (sono parole di Sandro) le «situazioni soggettive attive e quella parte di personalità umana che la pena non intacca».

Le situazioni soggettive a cui faceva riferimento non erano astrazioni, ma molto concretamente, secondo il suo elenco: «L'igiene e le esigenze di salute; il vitto, il vestiario e il corredo, il possesso l'acquisto e la ricezione dei generi ed oggetti permessi dal regolamento interno; la lettura dei libri e periodici, le pratiche di culto, l'uso di apparecchi radio del tipo consentito, la permanenza all'aperto per almeno due ore al giorno; i colloqui con i difensori e quelli con il coniuge, il convivente, i figli, i genitori, i fratelli». Nelle ordinanze di Sandro non c'è il rischio di perdersi dietro sofismi fumosi; c'è invece quella prepotente concretezza con la quale Sandro sapeva cogliere i reali bisogni dei carcerati, considerati come persone che non possono essere distrutte dalla disumanità della pena, qualunque fosse il delitto commesso.

La terza fondamentale intuizione di Sandro suona così: la rieducazione prevista dall'articolo 27 della Costituzione è il cuore della pena, essa vale per tutti i condannati, per gli ergastolani come per quelli assoggettati al 41 bis. Per ribadire questo principio Sandro ha scritto ordinanze e articoli memorabili per la passione e per la chiarezza, tanto che di lui spesso si è detto che è stato fondamentalmente il “giudice della rieducazione”. Certamente lo è stato, ma la terza intuizione è stata in qualche modo subordinata alla seconda: prima di tutto Sandro Margara è stato il giudice dei diritti inviolabili dei carcerati. Se si potesse fare una graduatoria (che a Sandro certamente non sarebbe piaciuta), si potrebbe dire che per lui l'articolo 2 della Costituzione veniva prima dell'articolo 27.

Ma certo sulla finalità rieducativa di qualsiasi pena Sandro non aveva tentennamenti, nemmeno di fronte alla pena dell'ergastolo. E ricavava implacabilmente dalla Costituzione il diritto di ogni condannato, anche dell'ergastolano, a pretendere di vedere riesaminato un punto ineludibile: se la pena fino ad allora espiata avesse già conseguito il suo effetto rieducativo. Basti vedere, in occasione della sentenza che aveva ribadito la legittimità costituzionale dell'ergastolo, la lucidità ironica con cui Sandro ribatte all'affermazione della Corte costituzionale secondo la quale quella rieducativa è solo una delle finalità della pena, che ne ha molte altre: quella intimidatoria, quella retributiva, eccetera. È vero, risponde Sandro, ma le finalità assegnate alla pena dalla Costituzione vanno attuate tutte e tutte insieme, senza trascurarne nessuna. E che senso ha la rieducazione del condannato se si mantiene la perpetuità della pena? A che fine rieducare un soggetto se non sarà mai più reinserito nella società?

Da queste tre intuizioni Sandro faceva discendere corollari importantissimi: la legalità, come garanzia dei diritti della persona, doveva essere affiancata dalla flessibilità dell'intervento giudiziario nell'esecuzione della pena, come strumento essenziale per stimolare la rieducazione dei condannati, per restituire loro dignità e non togliere la speranza del reinserimento. Di qui il netto rifiuto degli automatismi nell'esecuzione delle pene. Su questo punto Sandro ebbe opposizioni e perfino scontri aspri con alcuni colleghi che pure stimava. Quelli che più gli pesarono avvennero dentro Md, che per lui è stata sempre l'orizzonte nel quale potevano essere messe in fila le progressive tappe di un carcere più umano. Anche dentro Md colleghi valentissimi furono conquistati dai miti illusori di talune interpretazioni della certezza della pena, dalle logiche dell'emergenza, dalle leggi speciali e dalle sirene securitarie. Sandro se ne dispiacque, ma non arretrò di un centimetro dalle sue posizioni.

Nel concludere, non posso evitare di fare un brevissimo cenno ad altre battaglie che Sandro ha condotto per molti anni: quella contro la deriva securitaria che si è tradotta in leggi da lui considerate via via sempre più illiberali e quella contro la legislazione sulla tossicodipendenza. Se la prendeva con il credo imperante a destra e sinistra: «La sicurezza è un diritto, l'insicurezza è un'ingiustizia sociale» e osservava che le politiche securitarie colpiscono invariabilmente proprio le fasce più deboli della popolazione e che il diritto alla sicurezza «viene soddisfatto dall'arresto di più persone e dal placare, più che la paura, il cattivo umore della gente».

Infine, lo indignava il carcere per i drogati. «Con la costruzione di un delitto – diceva – per i consumatori di stupefacenti, ciò che viene punito non è l'aggressione ad uno specifico bene di interesse generale... ma uno stile di vita». Ma, ancora una volta, Sandro non si limitava a criticare duramente le cattive scelte della politica. Anzi, invariabilmente pensava a costruire: «Rifiutare il proibizionismo penale non significa non fare nulla per rispondere al problema sociale della droga… Se c'è una scelta di vita infelice, la proibizione e la punizione non servono a nulla, serve invece aiutare ad una scelta di vita diversa, impegnandosi su vari fronti e a vari livelli».

Sandro non s'illudeva sui possibili rimedi e soprattutto non si faceva illusioni sulle scelte di quella che chiamava la “cattiva politica”. Ma, per parte sua, non ha risparmiato i suggerimenti e non ha mai smesso di indicare, talvolta anche con durezza, la giusta direzione. «Tanto per chiarire i concetti – scriveva nel 2010 – c'è una via che è quella del lavarsi le mani del destino delle persone, di liberarsi dal pensare a loro, di relegarli nel luogo della separazione e della dimenticanza. L'altra via, quella bollata come permissiva, è al contrario quella che assume la responsabilità delle criticità delle persone e cerca di aiutarne il superamento».

Per tutti noi è una grande lezione, quasi un testamento.

*Intervento tenuto presso il Centro sociale evangelico di Firenze (8 aprile 2017)

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