home search menu
Tanti auguri alla Repubblica
Leggi e istituzioni
Tanti auguri alla Repubblica
di Renato Rordorf
direttore di Questione Giustizia
La festa della Repubblica coincide quest’anno con la grave crisi istituzionale provocata dalla mancata formazione del Governo auspicato dalle due forze politiche che hanno maggiormente beneficiato dell’esito della recente consultazione elettorale. Il rifiuto da parte del Capo dello Stato di avallare la nomina di uno dei ministri indicati da dette forze politiche ha innescato una polemica violentissima e persino la prospettata messa in stato d’accusa del presidente della Repubblica. La gravità della crisi non dipende dalla difficoltà di formare un Governo in grado di ottenere la fiducia del Parlamento, quanto piuttosto nella messa in discussione delle prerogative e dei poteri del Capo dello Stato, le cui decisioni possono essere criticate ma che non dovrebbe essere delegittimato in nome di una pretesa supremazia della volontà popolare impersonata dai partiti vittoriosi nelle elezioni. È in gioco la tenuta dell’assetto costituzionale. Occorre perciò davvero fare fervidi auguri il 2 giugno alla Repubblica, nel giorno del suo compleanno

Due giugno, festa della Repubblica. La si è spesso celebrata un po’ stancamente: discorsi d’occasione, sfilate, stendardi e bande militari, il rischio della retorica sempre in agguato. Quest’anno la situazione però appare ben diversa. La ricorrenza cade in un momento di crisi istituzionale che davvero non si può sottovalutare perché rischia di divenire crisi della Repubblica, quale la Costituzione la ha disegnata e quale, sia pure con alti e bassi, la abbiamo conosciuta in oltre un settantennio.
La vicenda che ha generato la crisi è fin troppo nota, e nei giorni scorsi tutti i mezzi di comunicazione ne hanno amplissimamente riferito. È dunque appena il caso di ricordare che, dopo lunghe e laboriosissime trattative, nel corso delle quali sono state di volta in volta ipotizzate formule di Governo diverse, due delle forze politiche che hanno ottenuto significativi consensi nella recente competizione elettorale e che sommando i propri eletti potrebbero garantire una maggioranza parlamentare si sono accordate, oltre che su un cosiddetto “contratto di Governo”, anche sul nome di un futuro presidente del Consiglio e poi su quelli dei ministri che avrebbero dovuto formare il Governo. Il presidente della Repubblica, tuttavia, pur avendo accettato di conferire l’incarico di presidente del Consiglio alla persona indicatagli, si è rifiutato di nominare uno dei ministri suggeriti dalle anzidette due forze politiche. Per parte sua il presidente del Consiglio designato non ha ritenuto di proporre un nome diverso, avendo le forze politiche di riferimento espressamente e pubblicamente escluso una simile eventualità, ed ha rinunciato all’incarico conferitogli. Sicché il presidente della Repubblica ha dovuto affidare ad altri il compito di formare il Governo, sia pure con scarse probabilità che questo possa ottenere la fiducia del Parlamento e quindi nella ormai inevitabile prospettiva di nuove elezioni politiche a breve scadenza.
Questa successione di eventi, che segnala l’indubbia difficoltà di risolvere la crisi politica generata dall’esito elettorale, avrebbe potuto di per sé non avere tuttavia nulla di veramente drammatico, perché quel che è avvenuto risponde a precise previsioni della nostra Costituzione, la quale assegna ruoli differenti ai diversi protagonisti della vita istituzionale proprio per bilanciarne i poteri, inducendoli a ricercare punti di accordo ed, ove ciò infine si riveli impossibile, prevedendo il rimedio del ricorso al corpo elettorale.
Viceversa la vicenda ha assunto sin dall’inizio, e soprattutto nella sua fase finale, toni ed accenti così accesi da trasformarla in una contrapposizione frontale tra le forze politiche che aspiravano a formare il Governo ed il Capo dello Stato, al quale sono state indirizzate parole pesanti e di cui è stata persino pubblicamente ipotizzata la messa in stato d’accusa dinanzi al Parlamento, a norma dell’art. 90 della Costituzione. Ciò ha fatto esplodere una già latente, ed assai preoccupante, crisi istituzionale.
Non si tratta qui, evidentemente, di giudicare se il presidente della Repubblica abbia fatto bene o male a rifiutarsi di nominare il ministro propostogli. Di tale decisione è stata data una pubblica ed esauriente motivazione, che si può condividere o meno ma che inequivocabilmente conferma come il medesimo presidente della Repubblica abbia inteso operare nei confini del potere di nomina dei ministri espressamente a lui conferito dall’art. 92 della Costituzione. Quei confini non sono stati specificati con precisione dai Costituenti e quindi, come accade anche per altre disposizioni della nostra Carta, possono darsi al riguardo interpretazioni diverse sulle quali è di certo legittimo discutere. Ma è innegabile che anche la prassi costituzionale porta ad escludere che il Capo dello Stato sia chiamato in simili casi a svolgere una funzione meramente notarile e debba sempre accettare le proposte di nomina formulate dal presidente del Consiglio. Si capisce, poi, che il modo in cui viene di volta in volta interpretato il delicato ruolo di garanzia spettante al presidente della Repubblica dipende anche dalle circostanze e dalla personalità individuale di chi quel ruolo è chiamato a rivestire.
Ipotizzare dunque che, nella descritta vicenda, il presidente della Repubblica si sia reso responsabile di nulla di meno che di alto tradimento o di attentato alla Costituzione appare un’evidente esagerazione, un alzare la voce per suscitare umori ostili al Capo dello Stato, contro il quale non si è esitato a mobilitare la piazza, col rischio di incrinarne l’immagine e l’autorevolezza morale ed istituzionale.
Questa forte drammatizzazione è d’altronde l’esito di una serie di comportamenti che hanno caratterizzato sin dall’inizio la descritta vicenda e che hanno reso estremamente arduo per il Capo dello Stato lo svolgimento delle sue prerogative e di quel compito di “magistratura d’influenza” che la Costituzione gli assegna. Compito ben scolpito dalle parole con cui la Corte costituzionale (sentenza 15 gennaio 2013, n. 1) ha ricordato come al presidente della Repubblica competa, accanto ai poteri formali che la Carta gli attribuisce espressamente, un “potere di persuasione” nei confronti degli altri organi dello Stato anche al fine di saggiare in via preventiva l’opportunità istituzionale dei loro atti. Sennonché l’importanza e la delicatezza di questa funzione non sembra esser stata compresa, né comunque rispettata, dagli altri protagonisti della vicenda, i cui comportamenti – dalla pubblica e preventiva indicazione di quale sarebbe stato il nome del futuro presidente del Consiglio e dei principali ministri, sino alla redazione di un programma di Governo (il già citato “contratto”) prima ancora che fosse individuato il presidente del Consiglio cui, a termini di Costituzione, ne spetterebbe la responsabilità – hanno palesemente avuto l’effetto di condizionare l’esercizio da parte del Capo dello Stato sia del potere di scelta autonoma della persona cui affidare la formazione del Governo sia, più in generale, di quel “potere di persuasione” cui sopra s’è fatto cenno.
Non è difficile scorgere in tutto ciò la tendenza a spostare radicalmente il delicato equilibrio dei poteri istituzionali in favore dell’assoluta prevalenza di una “volontà popolare” che si sarebbe espressa nel voto e che, appunto per questo, non potrebbe né dovrebbe essere in alcun modo condizionata da altri poteri. Di questa tendenza si fanno espressamente portatrici le forze politiche che si ritengono a ciò legittimate dal risultato delle elezioni. Proprio qui si coglie il vero nodo della crisi istituzionale che si va determinando: nella pretesa di modificare, se non sul piano formale almeno su quello materiale, gli assetti costituzionali sui quali si fonda la nostra democrazia. Una democrazia che è certo parlamentare, e non presidenziale, ma nella quale della sovranità popolare non possono farsi esclusive portatrici le forze politiche di volta in volta premiate dal voto, giacché essa si esprime anche attraverso la mediazione delle istituzioni a cominciare dalla presidenza della Repubblica. Ed al presidente della Repubblica la Costituzione affida un ruolo di equilibrio e di garanzia facendone, appunto per questo, il rappresentante non di una parte bensì dell’intera unità nazionale.
Non si tratta, allora, di sacralizzare la figura del Capo dello Stato, il cui comportamento ovviamente può sempre essere criticato, ma, se ne vuole preservare la funzione, è indispensabile non trascinarlo in una pretesa contrapposizione tra “poteri istituzionali” e “volontà popolare”, del tutto improponibile e tuttavia capace di delegittimarne la figura. Un conto è discutere le decisioni dell’arbitro, altro conto è sostenere che egli è in realtà un avversario ed è meglio perciò cercare di escluderlo dal gioco.
Ciò che è in palio in questa storia non è dunque solo la sorte di un Governo e di una legislatura, ma l’assetto dei poteri costituzionali della nostra Repubblica. Forse con scarsa consapevolezza si è cominciato a parlare della nascita in Italia di una “terza Repubblica”. È un’espressione giornalistica che mi sembra alquanto impropria (come del resto probabilmente lo era anche quella, ormai invalsa, di “seconda Repubblica”, all’indomani dei rivolgimenti politici intervenuti al principio degli anni novanta del secolo scorso), ma è significativa di quella spinta a modificare in modo radicale l’equilibrio dei poteri costituzionali di cui si diceva. Una spinta che innegabilmente è capace di far presa sui molti scontenti dell’attuale situazione politico-economica del Paese e sugli amanti della novità, ma che a me pare assai preoccupante per la sua carica oggettivamente eversiva e per i connotati al tempo stesso demagogici e nazionalistici che la caratterizzano. Non è molto che abbiamo accesamente discusso di proposte di modifica (formale) della Costituzione, ed è prevalsa la scelta di non apportarle, nella convinzione che la Costituzione sarà pure qua e là invecchiata ma rappresenta ancora un eccellente strumento di garanzia della vita democratica. Sarebbe ben più pericoloso volerne ora modificare di fatto gli assetti sull’onda di polemiche urlate in televisione e di iniziative di piazza.
Perciò quest’anno occorre proprio fare alla nostra Repubblica tanti, tanti auguri.

30 maggio 2018
Se ti piace questo articolo e trovi interessante la nostra rivista, iscriviti alla newsletter per ricevere gli aggiornamenti sulle nuove pubblicazioni.
Con la Costituzione nel cuore
Con la Costituzione nel cuore
di Paola Perrone
Non una biografia ma la ricostruzione di una vita fuori dalla norma, vissuta in nome dell'antifascimo, della Resistenza e della Costituzione. La recensione al libro-intervista di Carlo Smuraglia con Francesco Campobello (Edizioni Gruppo Abele, 2018)
1 dicembre 2018
La modifica della disciplina sul rientro in ruolo dei componenti 
togati del Csm: una riforma poco trasparente
La modifica della disciplina sul rientro in ruolo dei componenti togati del Csm: una riforma poco trasparente
di Marco Dall'Olio
L'abrogazione dell'art. 30, comma 2, del dPR 26 settembre 1958 n. 916 − avvenuta a fine anno 2017 mediante inserimento di un comma all'interno della legge di bilancio dello scorso anno − ha privato i magistrati del necessario dibattito preventivo sull'argomento
12 novembre 2018
Luci ed ombre di una riforma a metà: i decreti legislativi 123 e 124 del 2 ottobre 2018
Luci ed ombre di una riforma a metà: i decreti legislativi 123 e 124 del 2 ottobre 2018
di Marcello Bortolato
Il 10 novembre 2018, entra in vigore la riforma dell’Ordinamento penitenziario. Anticipiamo dal numero 3/2018 di Questione Giustizia Rivista trimestrale questo analitico commento dei decreti legislativi che hanno coagulato il vasto programma di riforma avviato dall’esperienza degli Stati generali dell’esecuzione penale. Punti di forza (pochi) e punti di debolezza (tanti) di un testo legislativo con cui gli interpreti (magistrati, avvocati, operatori del penitenziario) dovranno confrontarsi
9 novembre 2018
Costituzione e “trattamenti” penitenziari differenziati *
di Davide Galliani
Una riflessione originale e radicale sul 41-bis, sui trattamenti differenziati, sui loro presupposti e sui “decisori” effettivi, con la Costituzione antropocentrica a fare da bussola
7 novembre 2018
La vendita dei beni confiscati? In questo modo, no grazie
La vendita dei beni confiscati? In questo modo, no grazie
di Francesco Gianfrotta
Per risolvere il problema dei beni confiscati che non trovano un fruttuoso utilizzo, il dl sicurezza punta alla vendita: con rischi gravi che i mafiosi tornino in possesso di quanto loro sottratto, usando prestanomi. Cautele ridicole e inviti all’ottimismo: queste le nuove frontiere della lotta alle mafie e alle più gravi forme di illegalità che ci riserva il Governo in carica
29 ottobre 2018
Il sorteggio dei candidati Csm, una riforma incostituzionale, irrazionale, dannosa
Il sorteggio dei candidati Csm, una riforma incostituzionale, irrazionale, dannosa
di Valerio Savio
Una proposta in grado di distruggere il ruolo rappresentativo ed istituzionale del Csm. Una pubblica umiliazione/delegittimazione per la magistratura e i singoli magistrati. Una riforma cui l’Anm deve opporsi con forza, unitariamente
24 ottobre 2018
Quando il giudice deve “fare da sé” *
di Marco Ruotolo
Dove si colloca il confine tra interpretazione conforme alla Costituzione e disapplicazione della disposizione del testo normativo? Fino a che punto deve giungere lo sforzo interpretativo adeguatore del giudice remittente? Il saggio offre risposte a queste domande, unisce riflessioni teoriche e incursioni giurisprudenziali, attraversa il punto di vista della Corte costituzionale e quello dei giudici ordinari e, non da ultimo, mette in guardia da atteggiamenti supini e deresponsabilizzanti: interpretare, nel segno della Costituzione, non è, infatti, compito esclusivo della Corte costituzionale. In coda al brano, uno strumento prezioso: un breve manuale pratico per il giudice remittente
22 ottobre 2018
L’etica costituzionale come antidoto al conflitto tra legge e giustizia e alla disgregazione sociale
L’etica costituzionale come antidoto al conflitto tra legge e giustizia e alla disgregazione sociale
di Donatella Stasio
Piero Calamandrei spiegava che nei “grandi trapassi storici” il dissidio tra legge e giustizia si scarica sulla seconda e sulla motivazione dei suoi provvedimenti, con effetti negativi sulla fiducia dei cittadini. Anche oggi si profila un’analoga “crisi della giustizia” ma, come osserva Elvio Fassone, è l’etica costituzionale, ed il suo riconoscimento, che consente di ricomporre legge e giustizia
9 ottobre 2018
Un Viaggio avventuroso!
Un Viaggio avventuroso!
di Marco Patarnello
La decisione della Corte costituzionale di collocare nelle carceri il suo secondo fronte del viaggio nel Paese reale è un fatto senza precedenti. Un incontro ai massimi livelli (la più alta magistratura ed uno dei carceri più popolosi e delicati d’Italia) fra due realtà prive di contatti. Eppur funziona. Fra applausi scroscianti e qualche silenzio tattico, due mondi lontani, per tre ore, hanno comunicato guardandosi in viso, ricordando che il diritto alla dignità, come il valore della Carta costituzionale, non si arresta sulla soglia di un carcere
8 ottobre 2018
Il giudice dei diritti
Il giudice dei diritti
di Marco Del Gaudio
La legittimazione autonoma della giurisdizione è un dato necessario che deriva dal suo ruolo di controllo sull’esercizio illegale del potere, a prescindere dalla “quantità di volontà popolare” che ha contribuito a legittimare quel potere di Governo. Nessun consenso rende lecito un atto di Governo contrario alle regole, ed è essenziale che la violazione sia accertata, riconosciuta e stigmatizzata in sede giurisdizionale. A maggior ragione nessun consenso, per quanto maggioritario o pressoché unanime, potrebbe rendere lecito un comportamento previsto dalla legge come reato
14 settembre 2018
Newsletter


Fascicolo 2/2018
Giustizia e disabilità

La riforma spezzata.
Come cambia
l’ordinamento penitenziario
Leggi e istituzioni
Sulla violazione del limite costituzionale della ragionevolezza nella disciplina delle incompatibilità di sede dei magistrati onorari
Sulla violazione del limite costituzionale della ragionevolezza nella disciplina delle incompatibilità di sede dei magistrati onorari
di Paola Bellone
Un esame della disciplina sulle incompatibilità di sede introdotte dal d.lgs 116/2017 per i giudici onorari di pace e i vice procuratori onorari, con particolare attenzione alle disposizioni che sollevano dubbi di legittimità costituzionale
5 dicembre 2018
La magistratura al tempo delle leggi razziali *
di Piergiorgio Morosini
In un ritorno ciclico, sempre possibile, dello scarto tra giustizia e neutralità, l’ombra lunga delle leggi antiebraiche impone una rinnovata attenzione per l’assetto e i valori costituzionali. Poteri esercitati “per decreto”, remissività istituzionale, dichiarazioni di (non) appartenenza razziale sono sintomi di un’eclissi della coscienza − civile e collettiva − che porta alla persecuzione delle vite. Una lezione per il magistrato contemporaneo
28 novembre 2018
Questione penale e politiche penitenziarie, i documenti dell’Associazione italiana dei professori di diritto penale
La legalità del male*
di Pasquale Serrao d’Aquino
Monito aperto al futuro e carico di implicazioni attuali, la memoria dei Giusti ha un suo capitolo illustre nella vita di quei magistrati che, mentre la dittatura fascista traeva linfa dalla declinazione giuridica e culturale della razza, sottrassero la portata dei diritti umani alla superficie ermeneutica e al silenzio, in difesa della democrazia
22 novembre 2018
Quale futuro per il garantismo? Riflessioni su processo penale e prescrizione
Quale futuro per il garantismo? Riflessioni su processo penale e prescrizione
di Mariarosaria Guglielmi* e Riccardo De Vito**
Ad oggi il dibattito politico ha lasciato sul campo la prospettiva di una riforma certa della prescrizione in cambio di una riforma incerta che dovrebbe garantire il processo “breve”. Se non incanalata in un contesto normativo unico, dove agli interventi sulla causa di estinzione del reato si possano contemporaneamente saldare quelli sulla prescrizione delle singoli fasi processuali, l’intervento appare lesivo dei diritti dell’imputato ad un equo processo e dei principi costituzionali in materia di presunzione di non colpevolezza e finalismo rieducativo della pena. Magistratura, avvocatura ed accademia dovrebbero aprire un confronto su un nuovo processo penale, che permetta di dibattere anche sulle soluzioni proposte di recente dalla magistratura associata (estensione dell’art. 190-bis cpp e abolizione del divieto di reformatio in peius). Il contesto politico induce a scelte di diritto penale espressivo-simbolico e a torsioni regressive. Non è il momento di compromessi
20 novembre 2018
Il caso Cappato alla Corte costituzionale: un’ordinanza ad incostituzionalità differita
Il caso Cappato alla Corte costituzionale: un’ordinanza ad incostituzionalità differita
di Marco Bignami
È illegittimo punire chi agevola il suicidio del malato che, in piena libertà e consapevolezza, decide di rifiutare terapie mediche che gli infliggono sofferenze fisiche o morali, e che reputa contrarie al suo senso di dignità. Tuttavia, urge un intervento del legislatore per definire modi e condizioni di esercizio del diritto a ricevere un trattamento di fine vita. Con l’ordinanza che si commenta, la Corte costituzionale riconosce l’illegittimità dell’art. 580 cod. pen., ma differisce a data futura la relativa declaratoria, assegnando termine al legislatore per emendare il vizio. Nasce così una nuova tecnica decisoria, di cui sono esaminati i tratti essenziali
19 novembre 2018