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“Vergogna ed esclusione. L’Europa di fronte alla sfida dell’emigrazione”
Magistratura e società
“Vergogna ed esclusione. L’Europa di fronte alla sfida dell’emigrazione”
di Mariarosaria Guglielmi
Segretario nazionale di Magistratura democratica
Pubblichiamo l'intervento tenuto a Padova lo scorso 27 marzo, in occasione della presentazione del volume curato da Umberto Curi (Castelvecchi)
“Vergogna ed esclusione. L’Europa di fronte alla sfida dell’emigrazione”

Dobbiamo ringraziare gli autori di questo libro perché ci racconta la verità sull’emigrazione.

E, presentandola come una “sfida” per l’Europa, vuole cambiare e cambia la nostra “prospettiva” rispetto all’emigrazione: non un’anomalia o un evento eccezionale, ma un fenomeno che fa parte della nostra storia, della storia dei nostri popoli e della nostra civiltà.

Oggi e da tempo è vissuta come un’emergenza. In realtà, l’emigrazione è la nostra storia che continua, prosegue, segue il suo corso.

E parlare di “sfida” ci aiuta a cambiare anche la “percezione” di questo fenomeno: dalle sfide non dobbiamo difenderci ma dobbiamo affrontarle; ciò che ci sfida ci mette in discussione ma ci impone di fare passi in avanti; di fronte alle sfide occorre essere lungimiranti, avere capacità di analisi del presente e di visione per il futuro.

L’emigrazione è oggi anzitutto una sfida culturale. Per affrontarla servono conoscenza e consapevolezza: abbiamo bisogno di verità e di dati di realtà, da opporre alla negazione, alla mistificazione e alla rimozione.

L’emigrazione è diventata anche una grande sfida emotiva. E a molti interessa che il dibattito pubblico sia dominato da un approccio emotivo, causato da paura e diffidenza: dietro questi sentimenti sempre più diffusi spesso la politica – paralizzata dalla sindrome dell’assedio, incapace di dare risposte all’altezza dei cambiamenti e del nuovo assetto mondiale che il fenomeno delle migrazioni va delineando – nasconde le sue imperdonabili responsabilità.

D’altra parte, il “respiro corto” che hanno avuto finora la politica europea e quella nazionale rispetto alle strategie di lungo periodo e alla visione di un futuro nel quale l’integrazione non solo è possibile ma diventa garanzia e condizione di sopravvivenza per la nostra Europa, è ciò che oggi, nella nostra percezione, diventa senso di incertezza e di insicurezza.

E nelle narrazioni strumentali ed ingannevoli del dibattito politico e della comunicazione, che aggiungono paura a paura, legando sempre più l’immigrazione alla minaccia del terrorismo, il “respiro corto” della politica lascia spazio all’allarmismo, al rifiuto del “nemico”, di chi è percepito come altro da noi, e al rischio di pericolose derive verso razzismo e xenofobia.

Questo “sentire” si sta rivelando una straordinaria arma politica per nuovi populismi e per i neonazionalismi: chiamare alla resistenza contro l’invasione dei “nuovi barbari” serve ad un progetto politico eversivo, che vuole inoculare pericolosi e mortali veleni nell’anima e nel corpo delle nostre democrazie, fino a raggiungere il cuore di quel che resta del più ambizioso progetto di un’Europa dei diritti, unita dai valori di eguaglianza e di solidarietà.

Quel che è accaduto dall’altra parte dell’Oceano pochi mesi fa è un monito per noi e deve essere un monito per l’Europa: è diventato possibile, è accaduto quel che sembrava impossibile.

Un paese ingannato dal racconto improvvisato di un progetto di “cambiamento” e dalla promessa di “restituire il potere al popolo” e di fare di nuovo “grande” la nazione proteggendo i confini dall’invasione degli stranieri e dei “musulmani”, che ha creato in pochi giorni un nuovo clima da caccia alle streghe. Questo paese rischia oggi di “perdersi”, avviandosi in una direzione che rinnega la sua storia e la sua identità: una storia che prende le mosse dal desiderio dell’umanità di esplorare e dalla libertà di andare oltre i confini noti; un’identità nata sulle diversità, nel luogo dove donne e uomini “migranti” si sono incontrati.

Se oggi anche in Europa rischia di diventare sempre più forte il richiamo di tanti “pifferai magici” è perché dietro populismi e nazionalismi si intravede un progetto alternativo di società: all’idea di una democrazia fondata sulla pari dignità e sui diritti di tutti si contrappone un nuovo ordine, fondato sul superamento teorizzato, dichiarato, rivendicato del carattere universale dei diritti fondamentali e del principio di eguaglianza.

Un progetto che non solo trova il consenso di chi non crede in una società di “eguali” e non vuole una società di eguali, di chi appartiene al “mondo” che difende i suoi privilegi, ma può oggi far leva sulla tensione sociale che pervade fortemente il “mondo” dei nuovi perdenti e dei nuovi sconfitti creati dalle crescenti diseguaglianze delle nostre società. Nuovi perdenti che – nel progetto di questo nuovo ordine – rotto ogni patto di solidarietà, devono essere e devono sentirsi “nemici” di altri perdenti, soggetti deboli e senza diritti, come i migranti.

Un’Europa che accoglie, che riesce a progettare e realizzare il suo futuro su una politica dell’integrazione  e di inclusione, può salvarci da tutto questo: è un’Europa che può salvare la sua anima, la sua democrazia e i suoi valori fondanti; è un’Europa che salva se stessa da un progetto eversivo di disgregazione che si alimenta con le reazioni “identitarie”, riscopre e si appella all’inviolabilità dei confini e degli spazi nazionali, e in nome di questi riporta in vita spettri e demoni del passato e tutti i loro simboli: muri e fili spinati.

L’emigrazione come sfida culturale, sfida emotiva e sfida per la politica, europea e nazionale: tre versanti che si intrecciano.

E allora, per tornare al grande valore di questo libro e agli strumenti di analisi e di comprensione che ci offre, le necessarie premesse di scelte “non emotive”, all’altezza di questa complessa sfida per la democrazia, sono la conoscenza e la consapevolezza.

La conoscenza dei dati di realtà che descrivono il fenomeno migratorio, dei processi inarrestabili di cambiamento che si esprimono in questo fenomeno, della complessità delle sue cause, di ordine politico e sociale, demografico, economico e climatico.

Ma anche la consapevolezza delle nostre responsabilità per aver creato le premesse – e per non averle rimosse – di una storia di migrazioni, come è quella che stiamo vivendo: una storia di fuga dalle guerre e dalla fame, la storia di una grande tragedia umanitaria.

E la consapevolezza di quello che è in gioco: non solo tutto ciò che l’Europa rischia di perdere (la sua anima), ma anche le prospettive di sopravvivenza e di sviluppo che l’emigrazione apre per l’Europa e per il nostro paese.

Le riflessioni e le analisi degli autori ci aiutano a fare un passo in avanti verso ciò di cui oggi abbiamo bisogno: ritrovare la nostra memoria collettiva, ricostruire un nuovo senso comune sull’emigrazione, sentirci mobilitati per una battaglia a difesa del nostro progetto di un’Europa non solo terra di solidarietà, di accoglienza e di salvezza per chi fugge dalla guerra e dalla miseria, ma luogo di opportunità e di promessa di emancipazione per tutti.

La comprensione e la consapevolezza di quel che accade sono la premessa delle “scelte”: questo libro è un progetto culturale necessario e importante perché ci dice “da che parte stare”.

Il suo titolo, Vergogna ed esclusione, pone subito il lettore di fronte alla forza delle parole con le quali si raccontano le verità sull’emigrazione, sulle sue dinamiche evolutive e sulle sue implicazioni. È un titolo che vuole scuotere e scuote subito la coscienza di chi lo prende in mano, predisponendolo alla lettura con la consapevolezza che nessuno può sentirsi “inerme testimone” di quel che accade perché quel che oggi accade chiama in causa l’identità democratica della nostra Europa e i suoi valori.

È un libro che racconta, analizza, restituisce al fenomeno dell’emigrazione una sua dimensione realistica, e che attraverso la comprensione, la consapevolezza della realtà, del passato e del presente trasmette il senso delle scelte di valore che oggi e per il futuro dell’Europa dobbiamo compiere. 

Con parole forti e vere il Prof. Curi ci mette di fronte a quella che definisce la «miseria culturale» dell’Europa, l’incapacità delle sue istituzioni, e dei governi nazionali nel dare risposte all’altezza delle sfide che porta con sé il fenomeno dell’emigrazione: stiamo dimostrando tutta la nostra fragilità e inadeguatezza «dal punto di vista psicologico e intellettuale, prima ancora che sul piano politico e normativo» – scrive il Prof. Curi – nel reggere l’impatto del fenomeno migratorio.

Una fragilità e un’inadeguatezza che cogliamo nelle scelte della politica e nel suo linguaggio, nella sua illusoria pretesa di poter governare il fenomeno attraverso artifici normativi, utilizzando categorie convenzionali e arbitrarie.

Come quelle che attribuiscono identità distinte ai migranti: l’identità di chi possiamo accettare, coloro che consideriamo “assimilabili”; la non identità, o identità negativa, degli espulsi e degli irregolari, che dobbiamo rifiutare ed escludere.

Sono categorie che istituiscono normativamente un ordine di priorità fra le persone e i loro diritti fondamentali, e per ciò stesso ne negano l’essenza; servono a porre un limite al nostro dovere/obbligo di accoglienza, come se il bisogno che nasce dall’assenza delle condizioni minime di sopravvivenza o di esistenza libera e dignitosa dei cd. “migranti economici” sia o possa considerarsi meno forte della necessità di profughi che fuggono dalla guerra e dalle persecuzioni.

Miseria e povertà culturale che cogliamo nel “linguaggio”, anche questo potente strumento di governo politico delle paure collettive che si piega alle risposte emotive e alle reazioni identitarie al senso di insicurezza, le asseconda e le legittima.

Il linguaggio dei documenti ufficiali e del dibattito politico, scriveva qualche giorno fa Gianluca Di Feo, è il segno di un clima che anche nel nostro paese sta cambiando: non parliamo più solo di “migranti” pensando al nostro dovere di accoglienza ma, come in passato, e sempre più spesso parliamo di “irregolari” e di “clandestini”.

Anche l’annuncio della recente riforma per creare le condizioni per un più celere riconoscimento del diritto di asilo è stato accompagnato dalla rivendicazione della fermezza con la quale il governo intende rendere più efficiente il sistema di rimpatrio di coloro che non hanno diritto all’asilo, come “i migranti economici irregolari”. Una fermezza incoraggiata e sollecitata anche in questi giorni dall’Europa: tramite il Rappresentante speciale del Segretario generale per le migrazioni e i rifugiati, il Consiglio d’Europa ha sottolineato la necessità di migliorare la capacità di accoglienza del sistema di asilo e le politiche di integrazione e “messo in guardia” l’Italia «contro le debolezze del sistema di rimpatri volontari o espulsioni forzate, che rischiano di incoraggiare l’afflusso di un sempre maggior numero di migranti economici irregolari».

Le analisi sull’origine e sulle dinamiche degli attuali fenomeni migratori ci mostrano tutti i limiti, anche culturali, politici giuridici ed etici di una distinzione, quella fra “profughi” e “migranti economici” che, come scrive Giovanni Palombarini, sembra però definitivamente acquisita dai governi europei e da quello italiano, continua ad essere un punto chiave della politica sull’immigrazione, e torna nella proposta di ridefinire la strategia europea nei rapporti con i paesi terzi avanzata dall’Italia nel cd. migration compact. Differenziare lo status e i diritti fra coloro che sono considerati profughi e coloro che, viceversa, sono solo migranti economici, sull’assunto che i primi sono forzati, “spinti” e perciò “obbligati” a lasciare i loro paesi, gli altri volontari e perciò liberi di scegliere, significa riconoscere un fondamento giuridico a quelli che il Prof. Curi chiama «banali schemi classificatori»,  fondati su un binomio che nasce con finalità meramente descrittive (la distinzione fra migranti spinti pushed e quelli attratti pulled nella cosiddetta Push and Pull Theory di Egon Kunz) e arrivare all’ulteriore degenerazione di riconoscere e attribuire alle persone e al loro essere un diverso fondamento etico: meritevoli i primi di accoglienza, stigmatizzati e rifiutati i secondi.

Dimenticando che, come ha scritto in questi giorni Paolo Rumiz, si diventa e tutti possiamo diventare profughi in un attimo. Basta una guerra. Nell’audizione del 31 gennaio davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema di accoglienza,  il Presidente della Commissione nazionale per il diritto d’asilo del Ministero dell’Interno, il Prefetto Angelo Trovato, ha spiegato i motivi di preoccupazione per le richieste di protezione internazionale di migranti del Gambia a causa degli eventi che pochi giorni prima avevano cambiato il contesto interno del paese: da una situazione definita «assolutamente normale»[1], che consentiva di considerare “migranti economici” la maggior parte dei richiedenti, a una condizione in evoluzione e di grave rischio di conflitti armati interni, in seguito alla fuga del Presidente scappato in Guinea dopo aver svuotato le casse dello Stato, lasciando sul territorio gruppi di milizie mercenarie. Uno scenario nuovo, tale da trasformare le oltre 9.000 domande di migranti “economici” in domande di persone aventi diritto alla protezione internazionale.

“Profughi” si diventa in un attimo. Ma non per tutti: il Prefetto Trovato ha parlato della situazione di incertezza esistente rispetto all’Afghanistan, considerato paese “pacificato” da alcuni Stati, come la Gran Bretagna, che operano i rimpatri forzati, e zona di conflitti interni da Italia, Svizzera e Germania, che riconoscono la protezione internazionale.

Se in passato, come spiega Giovanni  Palombarini, la congiuntura favorevole e  le esigenze di manodopera hanno consentito di assorbire le correnti migratorie “economiche” e di aggirare i limiti di un sistema che si fonda sulla distinzione fra profughi e migranti economici (come è avvenuto in Italia con la politica delle sanatorie per la regolarizzazione dei migranti) e che si è mosso sotto la spinta della logica della permanente emergenza, umanitaria e securitaria, rinunciando ad un più ambizioso progetto di integrazione, oggi perseverare su questa linea significa tenere ferme le premesse per una gestione fallimentare dei flussi migratori.

Significa, ancora una volta, ignorare i dati di realtà e la “forza irresistibile” dei numeri che, come spiega il saggio di Emiliana Baldoni e Gianpiero Dalla Zuanna, descrivono la rivoluzione demografica in atto da tempo e dimostrano che nel «prossimo ventennio il mondo ricco non potrà fare a meno dei migranti».  

E della “forza irresistibile” dei numeri e dei dati parla il rapporto del Centro studi della Confindustria del giugno 2016, pubblicato con un eloquente titolo: Immigrati: da emergenza a opportunità. Il primo e principale beneficio dell’immigrazione, scrive il rapporto, è demografico e in Italia, come in altri paesi sviluppati, l’immigrazione è necessaria per attenuare gli squilibri derivanti dall’invecchiamento della popolazione, alimentare il progresso economico attraverso l’aumento della forza lavoro e garantire la sostenibilità del nostro sistema di welfare.

Sono dati che ci impongono di cambiare radicalmente le politiche migratorie, con l’obiettivo di rafforzare il legame fra immigrazione e lavoro, fra integrazione e diritto al lavoro per tutti (anche per chi non è “regolare”), e di incentivare meccanismi finalizzati a favorire l’ingresso per lavoro e per la ricerca del lavoro[2].

Perseverare in una politica di “contenimento” e di “riduzione” del danno, con un’ottica difensiva ed emergenziale, significa lasciare ferme le premesse per creare “illegalità”, per rendere migliaia di persone facile preda di sfruttamento nel circuito della criminalità, del lavoro nero e del caporalato.

Significa accrescere il rischio che coloro ai quali neghiamo un riconoscimento sociale perché “clandestini” siano spinti a cercare e a ritrovare una nuova forte “identità” nelle ideologie totalizzanti, come quella jihadista.

Significa vanificare il lavoro per l’integrazione e l’inserimento dei richiedenti asilo che – “diniegati” – cambiano il loro status e la loro identità: da profughi a irregolari, persone messe “fuori legge” e private di diritti non per quello che fanno ma perché diverso dal nostro è il paese dove sono nati e dal quale sono stati costretti a fuggire.

Noi abbiamo il dovere di riflettere sulle implicazioni di queste scelte e sulle implicazioni delle “non scelte” della nostra politica: considerare fuori dall’ordine legale persone migranti per ragioni di nascita e di provenienza, come continuare a rinviare una riforma sulla cittadinanza che risponde a criteri elementari di civiltà, significa compiere scelte di esclusione e di negazione di diritti, che rinnegano i valori fondamentali della nostra democrazia.

E abbiamo il dovere di riflettere sulle “scelte di esclusione” fatte dalla politica criminale: «Scelte di criminalizzazione della condizione umana», come scrive Luciano Manicardi, che hanno prodotto norme ideologiche, ad alta valenza simbolica, e creato uno statuto speciale per lo straniero.

La norma che meglio esprime questi aspetti (uso simbolico del diritto penale, costruzione di uno statuto speciale) è quella che punisce il “reato” di “immigrazione clandestina”.

Si è puniti per quello che si è e non per quello che si fa; la sanzione penale non colpisce le condotte ma il soggetto in quanto tale.

È grave che il sistema penale si pieghi alle logiche di emergenza. È ancora più grave che si pieghi a scelte ideologiche di criminalizzazione per esprimere il massimo disvalore rispetto a “condizioni soggettive”, come quella “amministrativa” legata all’ingresso o alla permanenza “illegale”. È questo l’unico scopo riconoscibile del reato di “clandestinità” e della scelta di introdurre una sanzione penale pecuniaria che non ha nessuna efficacia punitiva, e che non può avere nessuna efficacia dissuasiva per chi lascia il proprio paese spinto dalla fame e dalla guerra. È una norma ideologica e per questo, ma non solo per questo, dannosa: solo grazie all’interpretazione e all’applicazione che ne hanno fatto i magistrati requirenti e giudicanti nei procedimenti relativi ai reati di cui i migranti sono vittime, come la tratta e le torture che subiscono ad opera dei trafficanti, i profughi soccorsi in mare non debbono essere considerati necessariamente persone da sottoporre a un procedimento penale per il reato di ingresso clandestino e restano invece persone offese, non soggetti da “punire” ma vittime di reati da tutelare.

E, come dice Luciano Manicardi, poco importa che sia stata preannunciata la depenalizzazione del reato di clandestinità perché è stata preannunciata nel modo peggiore e perché non è stata ancora attuata: anziché affrettarci a rimuovere dal nostro ordinamento giuridico una disposizione che deliberatamente criminalizza i migranti e, scrive sempre Manicardi, li spinge a nascondersi e ad annientarsi come persone (clandestino è chi “si nasconde” e “deve nascondersi”), con disarmante franchezza invochiamo ragioni di “opportunità” («non è opportuno trasmettere all’opinione pubblica un messaggio negativo per la percezione di sicurezza») per sospendere e rinviare l’intervento abrogativo. Ideologica la scelta di introdurre la norma; ideologica e “di convenienza” la scelta – ancora più grave – di non eliminarla.

Il sistema della detenzione amministrativa è l’aspetto della normativa sullo straniero che meglio esprime la logica emergenziale e del diritto “speciale” per lo straniero: per restare all’immagine evocata dalle parole di Manicardi dei migranti come persone che “scompaiono”, i centri di detenzione sono “non luoghi”, luoghi dove le persone entrano e perdono la loro individualità, luoghi senza identità e senza tempo, spazi più che luoghi.

Il trattenimento in questi luoghi realizza una forma di limitazione della libertà personale, che ha posto e pone gravissimi problemi di rispetto dei diritti umani e di compatibilità con il nostro sistema di rigide e inderogabili garanzie previste per la legittima privazione della libertà personale. È poi un dato acquisito che – in relazione all’obiettivo del rimpatrio forzato – il trattenimento si è rivelato un sistema costoso e inefficace.

Preceduto dall’annuncio di un maggiore impulso alla politica di rimpatrio per gli stranieri in posizione irregolare e del programma di riapertura dei CIE, il recente decreto legge che interviene sui procedimenti in materia di protezione internazionale e per il “contrasto dell’immigrazione illegale” cambia il nome dei centri di detenzione da CIE in Centri di Permanenza per il Rimpatrio; prevede l’ampliamento della rete per realizzare strutture di più ridotte dimensioni; introduce formalmente una base normativa per i cd. hotspot, ma senza una disciplina specifica sulla natura e sul funzionamento di queste strutture dove si svolgono le operazioni per l’identificazione e i migranti ricevono le prime informazioni sulla procedura di protezione internazionale.

Restano nella sostanza l’approccio con un’ottica emergenziale del fenomeno, e le “incertezze” sul trattamento dei migranti nei “punti di crisi”. E poiché parliamo di libertà personale l’incertezza è inaccettabile: ce lo ha ricordato la Corte Europea dei diritti dell’uomo che ha condannato l’Italia per violazione della Convenzione Edu in relazione al trattenimento di cittadini tunisini nel Centro di Soccorso e Prima Accoglienza di Lampedusa, considerato una privazione di libertà personale priva di base legale nel diritto interno e senza controllo dell’autorità giudiziaria.

E resta uno statuto speciale per il cittadino straniero.

È un giudizio speciale quello introdotto dalla riforma: nel nostro sistema che garantisce tre gradi di giudizio per controversie civili di minima importanza, si sopprime l’appello per il richiedente asilo che vede rigettata la sua domanda dal giudice di I grado e resta un solo grado di giudizio di merito in una materia che riguarda la tutela di diritti fondamentali della persona; si cambiano le regole del processo: il giudice che deve pronunciarsi sul ricorso contro il diniego delle commissioni territoriali deve servirsi della videoregistrazione, in luogo dell’audizione personale del richiedente che è fondamentale perché il giudice possa formare il suo convincimento; tutta la procedura diventa cartolare e senza contraddittorio; anche la creazione di sezioni specializzate, che mira a favorire una maggiore e specifica professionalità dei magistrati che si occupano della materia dell’ immigrazione, accresce di fatto la distanza fra giudici e cittadini stranieri: la competenza limitata solo alle sedi dove verranno istituite le sezioni specializzate crea per i richiedenti asilo una maggiore difficoltà per l’accesso alla giurisdizione.

L’approccio emergenziale che ha prodotto il nostro diritto speciale e un regime per più aspetti “derogatorio” di governo del fenomeno migratorio è il limite che continua a caratterizzare la risposta della politica europea.

L’Europa riscopre l’importanza delle “frontiere”; arretra «fisicamente ed eticamente, sulla propria linea di confine» con la fine della “coraggiosa” operazione Mare Nostrum[3] ma “anticipa” a scopo preventivo il controllo dei suoi confini nei luoghi di transito o di provenienza dei migranti.

La nuova global strategy del Consiglio Europeo è centrata sul rafforzamento delle frontiere esterne e sul sostegno ai paesi terzi che garantiscono le riammissioni e il controllo dei confini, con l’obiettivo di ridurre nel breve periodo la pressione dei flussi migratori provenienti dai paesi di origine e di transito dei migranti; la politica degli aiuti è per questo orientata dalla posizione geografica dei paesi terzi e dalla loro capacità di bloccare i flussi in uscita e non dall’obiettivo primario della politica dell’Unione di cooperazione con i paesi terzi allo sviluppo e per l’aiuto umanitario, rappresentato dalla «riduzione e, a termine, eliminazione della povertà» (art. 208 TFUE).

Tutto il meccanismo di “esternalizzazione” delle frontiere, che affida ai paesi terzi la loro gestione e la responsabilità del controllo dei flussi, rischia di trasformare i fondi stanziati in potenti strumenti di ricatto, nega di fatto l’accesso all’asilo impedendo l’ingresso dei migranti nei paesi di “rifugio” e pone in questo modo le premesse per una violazione sistematica dei diritti fondamentali e delle Convenzioni internazionali.

Ho parlato dell’anima dell’Europa: l’anima che, ha scritto il Financial Times il 20 marzo 2016, l’Europa ha venduto con l’accordo dell’Unione con la Turchia. Le evidenti contraddizioni di questo accordo con la proclamazione dei diritti umani fondamentali sono state superate, scrive nel suo saggio Carlo De Chiara, con «l’ipocrisia». Fingendo cioè che alla Turchia si possa riconoscere lo status di «paese di primo asilo» e di «paese terzo sicuro». Ma la Turchia applica la convezione di Ginevra solo ai richiedenti asilo europei e non rispetta il divieto di refoulement.

L’Europa, osserva Gianpaolo Scarante, si è posta nelle mani del Presidente turco sul tema migratorio, di fatto gli ha delegato la gestione della “rotta balcanica” ed è costretta ad essere “troppo prudente” nella condanna dell’involuzione politica e civile in atto da tempo in quel paese.

Oggi l’Europa non può continuare a voltarsi dall’altra parte e chiudere gli occhi difronte a quel che sta succedendo: dopo gli eventi di luglio e in vista di quel che potrebbe accadere con il referendum, nessuno può più considerare la Turchia un paese democratico, un paese dove si rispettano i diritti.

La Turchia non rispetta i diritti e le libertà dei suoi cittadini.

Non può dare e non dà nessuna garanzia che siano rispettati i diritti dei migranti.

Ed elude le gravi problematiche legate al rispetto dei diritti fondamentali la politica del governo per il controllo delle frontiere attuata mediante i recenti accordi con i paesi terzi.

Il 2 febbraio 2017 il governo ha siglato un memorandum con la Libia; la vicenda del rimpatrio da Ventimiglia di 48 giovani profughi ha svelato l’esistenza di un accordo siglato il 3 agosto 2016 con il Sudan.

Sono paesi dove non è garantito il rispetto dei diritti umani e che non hanno ratificato le convenzioni in materia di diritto d’asilo. Il presidente del Sudan Al Bashir è stato condannato dalla Corte penale Internazionale che ha emesso nei suoi confronti un mandato di cattura per genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità.

In questi paesi si pratica sistematicamente la tortura sui profughi in fuga. È di pochi giorni fa la notizia del fermo di un trafficante sbarcato a Lampedusa, ritenuto responsabile di terribili sevizie e di altri gravi reati commessi in danno dei migranti prima della partenza dalla Libia.

Nell’interpretazione ed applicazione delle Corti Europee, come ci spiega Carlo De Chiara, i principi sanciti dalla Convenzione Europea dei diritti dell’uomo e dalla Carta di Nizza sul divieto di tortura, pene e trattamenti inumani o degradanti impongono un divieto assoluto di allontanamento di una persona verso un luogo in cui corre un serio rischio di essere sottoposta a tali trattamenti. E tali principi impongono un’applicazione conforme anche del sistema di Dublino dell’Unione Europea, che richiede allo Stato che esegue il trasferimento di una persona verso un altro Stato facente parte del sistema di assicurarsi che lo Stato ricevente sia in grado di applicare la politica di asilo, in modo tale da prevenire che la persona interessata sia rimandata al paese d’origine senza un esame adeguato dei rischi che potrebbe correre.

Il divieto di trattamenti inumani degradanti è principio fondamentale delle società democratiche che impone agli Stati un obbligo positivo di verificare che la persona allontanata non subisca simili trattamenti, o sia anche solo esposta al rischio concreto di subire gravi violazioni dei diritti umani.

Già nel 2012 la Corte di Strasburgo ha condannato l’Italia stabilendo che, con il respingimento verso Tripoli di 24 migranti operato dalle navi militari italiane, era stato violato il divieto delle espulsioni collettive e l’art. 3 della Convenzione, poiché la Libia non offriva nessuna garanzia di trattamento secondo gli standard internazionali dei richiedenti asilo.

È di pochi giorni fa la decisione della Corte di Strasburgo che ha condannato l’Ungheria per aver confinato per 23 giorni due profughi cittadini del Bangladesh in campi allestiti alla frontiera ed averli privati della libertà personale, attuando una detenzione illegale in assenza di una decisione formale motivata e senza possibilità di adeguato rimedio giudiziario. La Corte ha inoltre censurato il respingimento in Serbia, che ha esposto i richiedenti al rischio di subire trattamenti inumani e degradanti: l’espulsione è stata effettuata senza svolgere un’indagine individuale sulle richieste di asilo e considerando la Serbia paese “sicuro” in base ad un decreto governativo del luglio 2015, circostanza giudicata preoccupante alla luce delle riserve espresse dalla Commissione per i Rifugiati delle Nazioni Unite e da organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti dell’uomo.

E di fronte alla violazione dei diritti umani, dovunque e in qualunque modo sia attuata, anche nei parlamenti nazionali, come quello ungherese che ha deciso pochi giorni fa che tutti i richiedenti asilo, minori inclusi, saranno detenuti in containers allestiti lungo i confini e circondati da recinzioni di filo spinato, noi non possiamo chiudere gli occhi né voltarci dall’altra parte.

L’espulsione e il rifiuto trasmettono allo straniero quello che Manicardi chiama il senso del “non diritto all’esistenza”, e del carattere “vergognoso” della sua presenza.

Ma oggi – scrive Manicardi – siamo noi a doverci vergognare.

È un sentimento – quello della vergogna – che abbiamo il dovere di sentire e di vivere fino in fondo di fronte a quel che accade tutti i giorni nel nostro mare: vergogna per le nostre colpe collettive; per la nostra assuefazione alle notizie, alle immagini e ai numeri che descrivono questa tragedia; perché troppo poco ci fanno indignare i gesti, le parole e il linguaggio del rifiuto e dell’esclusione.

E noi oggi dobbiamo vivere fino in fondo tutti i sentimenti che porta con sé la storia di migrazioni di cui siamo testimoni.

I sentimenti di commozione per le stragi in mare e per la sofferenza dei popoli migranti.

Quelli di pietà e di compassione che hanno ispirato i gesti simbolici di chi non ha potuto accogliere i migranti da vivi e ha voluto dare “accoglienza” e una degna sepoltura, un nome e un’identità, ai migranti giunti morti sulle nostre spiagge.

I sentimenti di solidarietà, che ispirano il lavoro di chi accoglie tutti i giorni i profughi, di chi li soccorre in mare e li porta in salvo, e di chi è impegnato in tante realtà locali per una effettiva integrazione ed inclusione.

Il sentimento di orgoglio, come scrive Mirko Sossai richiamando le parole di Andrea Riccardi, per aver creato un esempio di buone pratiche come il programma dei corridoi umanitari[4]. Un esempio seguito di recente dalla Francia, con l’accordo siglato all’Eliseo fra lo Stato ed altre cinque promotori, fra cui la Comunità di Sant’Egidio, la Caritas Francia e la Conferenza Episcopale Francese, per accogliere 500 siriani e iracheni provenienti dai campi profughi in Libano.

Un orgoglio italiano che, come dice Andrea Riccardi, dovrebbe diventare orgoglio europeo.

E la speranza. Io penso che noi abbiamo anche il “dovere” della speranza.

E sentimenti di speranza ci trasmettono le belle parole di Emiliana Baldoni e Gianpiero Dalla Zuanna con le quali voglio concludere il mio intervento: «Le migrazioni sono una freccia nell’arco della specie umana, non sono una sciagura. E nello squilibrato mondo di oggi possono essere la soluzione piuttosto che il problema».

*In copertina un fotogramma di Fuocoammare di Gianfranco Rosi (2016), Fonte: 01 Distribution



[1] Il Gambia è uno degli ultimi paesi del mondo per gli indicatori di sviluppo umano delle Nazioni Unite; nel marzo del 2015 il Relatore speciale dell’ONU sulla tortura ha dichiarato che in Gambia la diffusione delle torture era prevalente ed abituale; dati allarmanti si desumono anche dal rapporto di Amnesty International su diritti umani del 2015/2016 (Rapporto sulla protezione internazionale in Italia 2016).

[2] Tra i luoghi comuni da sradicare – si legge nel saggio di Emiliana Baldoni e Gianpiero Dalla Zuanna – vi è quello in base al quale «gli stranieri rubano il lavoro agli italiani», «tenendo presente le specificità che caratterizzano il mercato del lavoro italiano, … è l’evidenza dei dati a mostrare il contrario, partendo dalla constatazione empirica che gran parte dei lavori richiesti è unskilled (ossia non richiedono elevate competenze) e di tipo manuale, e che gli stranieri sono disposti a svolgere compiti che difficilmente sono accettati dagli italiani». Analoghe considerazioni sono svolte nel citato rapporto della Confindustria: «Nel lavoro gli immigrati fanno poca concorrenza agli italiani» e in alcuni settori il loro apporto è fondamentale.

[3] La fine di Mare Nostrum: un arretramento politico ed etico inaccettabile per la coscienza democratica europea, ASGI, comunicato del 29.8.2014

20 aprile 2017
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Zuccaro e le Ong, quell’insostenibile deficit di cultura della comunicazione
di Donatella Stasio
La cronaca conferma che la Giustizia ha un problema di comunicazione, anche se soltanto il 13,8% dei magistrati ne ha consapevolezza. Csm e Scuola devono colmare questa lacuna culturale, che si ritorce contro la trasparenza e la credibilità dell’istituzione
3 maggio 2017
L’Anm della Cassazione sul D. l. n.13/2017, in materia di protezione internazionale  e di contrasto dell'immigrazione illegale
L’Anm della Cassazione sul D. l. n.13/2017, in materia di protezione internazionale e di contrasto dell'immigrazione illegale
di Antonello Cosentino
Pubblichiamo il testo di dichiarazioni rese in sede di audizione davanti le Commissioni Affari costituzionali e Giustizia del Senato il 7 marzo 2017
8 marzo 2017
Intermediazione e sfruttamento del lavoro: luci e ombre di una riforma necessaria. Come cambia la tutela penale dopo l’approvazione della legge n. 199/2016
Intermediazione e sfruttamento del lavoro: luci e ombre di una riforma necessaria. Come cambia la tutela penale dopo l’approvazione della legge n. 199/2016
di Francesco Gianfrotta
Emergenza criminale, il caporalato? Forse non lo è, considerando che si tratta di una questione di rilevanza penale di lunga data e presente anche nel Nord del Paese. Ma, come si vedrà, la riforma approvata dal Parlamento, pur contenendo importanti novità sul piano della repressione e della prevenzione del fenomeno, non è priva di lacune ed aspetti critici
1 marzo 2017
La riforma della protezione internazionale: una prima lettura
La riforma della protezione internazionale: una prima lettura
di Vittorio Gaeta
Tra gli obiettivi condivisibili del D. l. 13/2017 vi è la specializzazione del giudice. La videoregistrazione del colloquio sarà una delle principali novità. La previsione di un unico grado di merito caratterizzato da una cognizione di regola cartolare costituisce il maggiore vulnus ai principi del contraddittorio e della pubblicità del processo. L'eliminazione dell'appello sopprimerà per la sola materia della protezione internazionale un essenziale momento di uniformazione degli orientamenti giurisprudenziali
27 febbraio 2017
Migranti, Italia condannata dalla CEDU per trattenimenti illegittimi
Migranti, Italia condannata dalla CEDU per trattenimenti illegittimi
di Francesca Cancellaro
Commento a CEDU, Grande Camera, sent. 15 dicembre 2016, Khlaifia e altri c. Italia
11 gennaio 2017
Immigrazione: non servono riforme al buio
Immigrazione: non servono riforme al buio
di Simona De Napoli
Considerazioni sul progetto governativo di riforma processuale in materia di protezione internazionale ed immigrazione
21 luglio 2016
Le organizzazioni criminali e il traffico di migranti*
Protezione internazionale per omosessuali
Questione curda e protezione internazionale in una recente sentenza della Corte d'Appello di Bari
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Fascicolo 2/2017
Le nuove disuguaglianze
Beni comuni

Dedicato a Stefano Rodotà
Magistratura e società
Quando l’infanzia genera vittime e carnefici. Recensione a <i>Bambinate</i>, l’ultimo romanzo di Piergiorgio Paterlini (Einaudi, 2017)
Quando l’infanzia genera vittime e carnefici. Recensione a Bambinate, l’ultimo romanzo di Piergiorgio Paterlini (Einaudi, 2017)
di Fabio Gianfilippi
L’autore è da sempre attento alla ricchezza e alle fragilità della gioventù. Nel suo nuovo libro ci fa incontrare un gruppo di bambini, come tanti, senza edulcorarne però i tratti più feroci. Li ritroviamo poi adulti, ormai schermati dai propri ruoli sociali rassicuranti, ma non per questo meno crudelmente inconsapevoli
21 ottobre 2017
Loris Bertocco. Suicidio assistito o condanna a morire?
Ricostruire la giustizia penale nel dopoguerra. I nuovi valori costituzionali e l’indipendenza del giudice
Zavorre. Storia dell’Aktion T4: l’”eutanasia” nella Germania nazista 1939-1945
Zavorre. Storia dell’Aktion T4: l’”eutanasia” nella Germania nazista 1939-1945
di Paola Perrone
La recensione a Zavorre, il testo dello storico Götz Aly (Einaudi, 2017) che ricostruisce la terribile vicenda dello sterminio pianificato di circa 200.000 disabili tedeschi durante il nazismo: ma questo libro non è solo orrore, è soprattutto rispetto per le vittime, e culto della memoria come mezzo per fare i conti con la propria storia
30 settembre 2017
Il concorso per assistenti giudiziari: ultima chiamata per la sopravvivenza degli uffici giudiziari
Il concorso per assistenti giudiziari: ultima chiamata per la sopravvivenza degli uffici giudiziari
di Claudio Castelli
Per molti uffici l’immissione di nuovo personale all’esito di questo concorso, entro la fine dell’anno, è l’ultima chiamata per la sopravvivenza del servizio giustizia
27 settembre 2017
<i>La Corte</i>, un film di Christian Vincent