Rivista trimestrale
Fascicolo 4/2015
Obiettivo 2. Il punto sul processo civile

Introduzione: Il punto sul processo civile

di Luca Minniti

Questione Giustizia anche in questa occasione intende contribuire al confronto sempre aperto sulla giustizia civile, partecipando al dibattito sulle riforme processuali in corso d’opera a partire dalle convulse iniziative “competitive” per entrare nel merito del disegno di legge delega del Governo (Atto Camera 2953/XVII) attualmente all’esame della Commissione giustizia della Camera dei deputati.

Il non volersi sottrarre a questo impegno obbliga a non dimenticare che, per la massima parte, le soluzioni ai problemi attuali della giustizia civile esorbitano del tutto dall’ambito delle modifiche normative del rito e dei riti. A prescindere dalle valutazioni di merito che pure gli interventi che abbiamo raccolto nell’obiettivo contengono.

È significativo, in proposito, ricordare che il Gruppo di lavoro sulle riforme istituito il 30 marzo 2013 dal presidente della Repubblica[1] con riferimento alla giustizia civile ha proposto: a) l’instaurazione effettiva di sistemi alternativi (non giudiziari) di risoluzione delle controversie, specie di minore entità; b) il potenziamento delle strutture giudiziarie soprattutto per quanto attiene al personale amministrativo e paragiudiziario, sgravando i magistrati da compiti di giustizia “minore”; c) la istituzione del cd ufficio del processo; d) il potenziamento delle banche dati e della informatizzazione degli uffici; e) l’adozione in tutti gli uffici delle “buone pratiche” messe in atto da quelli più efficienti; f) la revisione in un quadro unitario dell’ordinamento, del reclutamento e della formazione dei giudici di pace e degli altri magistrati onorari, anche al fine di ampliarne le funzioni. 

Ambiti questi sui quali la Rivista è già intervenuta[2] o interverrà ancora nei prossimi numeri, ma sui quali il Governo, ad eccezione del campo dei sistemi di risoluzione non giudiziari delle liti, ha prodotto e soprattutto realizzato troppo poco, anche quando ha individuato la giusta direzione di intervento, come nel campo dell’ufficio per il processo ed in quello della riforma della magistratura onoraria.

Ma, tornando alle riforme processuali, non è un caso che la commissione dei saggi nulla proponeva in materia di riforme dei riti.

È noto infatti che non è il giudice che attende il maturare del singolo processo (di cui erroneamente nel ddl si ritiene necessario accelerare i tempi di progressione) ma è, invece, il processo che attende il giudice, oggi ingolfato non dalle modalità di trattazione (dei pochi ed ormai abbastanza flessibili segmenti) del singolo processo, ma dal complesso di attività decisorie interinali o finali, ma pur sempre ineliminabili che gravano sul giudicante.

Emblematici i commenti introduttivi proposti, nei rispettivi interventi sul giudizio di primo e di secondo grado, da Elena Riva Crugnola e da Giulio Cataldi critici dell’ottica scelta dal Governo nella propria relazione di presentazione del disegno di legge delega. Nella quale obiettivamente si percepisce la presa d’atto e quasi la resa al peggio dell’esistente, verso un modello ritenuto inidoneo ad introdurre strumenti di valorizzazione delle migliori pratiche.

La scelta di ritenere immodificabili le prassi peggiori non è la più realistica, come invece viene presentata dal Governo.

Non lo è perché per un verso nessun modello o assetto processuale è in grado di difendersi dalle distorsioni prodotte dalla trascuratezza del lavoro dei suoi protagonisti, dal degrado organizzativo degli uffici giudiziari, dal formalismo insensibile ai diritti in gioco.

Per altro verso la presa a riferimento, da parte del legislatore, delle situazioni deteriori e non dei suggerimenti provenienti dalle migliori prassi, lo schiera sul lato sbagliato della trincea, nell’accesa dialettica culturale tra processo dialogato con il giudice e processo trattato dalle parti in assenza del giudice.

Dunque se il processo è un momento essenziale della formazione del giudice e dell’avvocato di esso si deve valorizzare la dimensione comunicativa orale e dialogata .

Val la pena tornare a ricordare che i poteri direttivi del giudice senza il dialogo processuale diretto, vivo e serrato corrono il rischio di apparire ed esser strumenti autoritari idonei solo a produrre reazioni difensive ed impugnazioni .

Non è un fuor d’opera ricordarlo anche alla luce del precettivo impegno richiesto ai giudici dal Ministro con il progetto Strasburgo 2 per la definizione dell’arretrato.

Nasce dunque da una necessità pratica e non da riflessioni elitarie l’opportunità di ricordare che il case management deve marciare di pari passo con la formazione progressiva della decisione e che essa può maturare solo grazie alla paziente ed informata attività maieutica, perciò non solitaria, del giudice.

Negli interventi raccolti nell’obiettivo, come verificherà il lettore, l’analisi di fondo delle proposte di riforma operata dalla dottrina non è distante da quella dei giudici (con cui l’abbiamo messa a confronto): segno di una sempre maggiore convergenza della riflessione politica e culturale sul tema.

In questo obiettivo l’articolo di Remo Caponi torna a disegnare i tratti essenziali, i punti cardinali, dei modelli di processo di cognizione, anche con riferimento alle soluzioni adottate in altri Paesi: pensiamo che questo intervento sia molto utile per verificare, oggi e domani, nel corso dei lavori parlamentari la coerenza sistematica dell’intervento che si annuncia di voler attuare sul processo di cognizione di primo grado. In questo intervento Caponi evidenzia che la tendenza prevalente a livello europeo è quella che muove verso una disciplina elastica del processo a cognizione piena che affida lo svolgimento preferibile alle determinazioni discrezionali del giudice. In questa direzione l’Autore mette in rilievo il portato della recente introduzione dell’art. 183bis cpc (convertibilità in sommario del rito ordinario) e la centralità della prima udienza secondo il modello annunciato dal Governo.

Elena Riva Crugnola nella prima parte del suo intervento, muovendo dalla negativa esperienza dell’abrogato rito societario solleva argomentate critiche, non soltanto al disegno di legge delega che in materia di processo di cognizione in primo grado si presenta obiettivamente del tutto generico, ma alle argomentazioni ed alle soluzioni contenute nella relazione di accompagnamento dalla quale si ricava una percezione non veritiera delle prassi e delle difficoltà attuali della giustizia civile di cognizione, con l’appiattimento sul peggio dell’esistente. Mentre nella seconda parte dell’articolo l’autrice si sofferma invece sulle specifiche problematiche tecniche della delega, questa sì dettagliata, nella parte in cui ha ad oggetto l’integrazione della disciplina del tribunale delle imprese.

Annamaria Casadonte propone alcune riflessioni sulla portata innovativa che dovrebbe avere la legge delega in materia di famiglia e mette in luce che il ddl istituisce, presso i tribunali ordinari, la sezione specializzata per la famiglia e la persona, cui vengono accorpate una serie di competenze  già devolute al tribunale ordinario in materia di stato e capacità delle persone, ma opta per il mantenimento di alcune competenze civili  in capo al tribunale per i minorenni, a discapito del principio di concentrazione delle tutele che pure il legislatore delegante si prefigge.

Domenico Dalfino, ricostruito il dibattito sulla funzione del giudizio di appello nel nostro sistema, enunciati i profili di analisi economica che dovrebbero contribuire ad orientare razionalmente le scelte del legislatore, analizza gli strumenti proposti per perseguire l’obiettivo, enunciato nel disegno di legge, del potenziamento del carattere impugnatorio dell’appello, a suo avviso da rendere «a critica vincolata fondata sui seguenti motivi: a) violazione di una norma di diritto sostanziale o processuale; b) errore manifesto di valutazione dei fatti» attraverso le due strade indicate: «la codificazione degli orientamenti giurisprudenziali» e «la tipizzazione dei motivi di gravame». Perciò propone di optare per un modello di revisio selettiva, con apertura,però,ai nova giustificati dallo sviluppo del processo in primo grado.

Giulio Cataldi sottolinea come sarebbe stato necessario, prima di proporre una nuova modifica del giudizio di appello, verificare in concreto come la riforma del 2012 stia incidendo sul complessivo andamento dei giudizi in appello con attenzione alle differenti prassi adottate nelle Corti. E nel merito della proposta evidenzia come la ulteriore chiusura di ogni spazio di rivisitazione del materiale esaminato in primo grado possa determinare un eccessivo sacrificio delle aspirazioni di giustizia sostanziale che sottendono ad ogni processo civile. Infine riscontra una ulteriore discrasia tra legge delega e relazione laddove in entrambe si opta per la soppressione dell’inammissibilità fondata sulla mancanza di ragionevole probabilità dell’accoglimento dell’appello, ma nel ddl nulla si dice in tema di ampliamento della decisione con ordinanza.

Sulla medesima rima Piero Curzio mette in rilievo il notevole iato tra la relazione di accompagnamento e il contenuto della delega con particolare riferimento alla parte in cui si prospettano «interventi normativi per risolvere discrasie funzionali e strutturali». La sua analisi puntuale della delega segnala che le questioni poste non trovano riscontro nel testo del disegno di legge che omette di indicare principi e criteri direttivi per la loro soluzione. Nel merito delle uniche quattro proposte di delega, queste sì dettagliate, Piero Curzio si sofferma criticamente sulle modifiche demolitive del procedimento camerale per poi suggerire l’area e le linee di intervento sulle quali concentrare gli sforzi organizzativi e, soprattutto, quelli normativi funzionali ai primi.

Giorgio Costantino, criticata la frenesia legislativa anche con riferimento al giudizio di cassazione, auspica che la disciplina del procedimento innanzi alla Corte di cassazione diventi sempre più quello che la stessa Corte determina nell’ambito dei confini segnati dalle norme generali ed astratte. Suggerisce che un contributo potrebbe essere fornito dalla previsione di un provvedimento legislativo che, annualmente, recepisca (o rifiuti) le indicazioni della giurisprudenza della Corte nell’esercizio della sua funzione nomofilattica, al pari di quanto avviene con la legge europea, secondo il modello delle Rules of Civil Procedure nel processo federale americano. Torna anche nell’intervento di Giorgio Costantino il puntuale richiamo al fatto che una prospettiva seria e realistica non possa prescindere, dai profili organizzativi del lavoro della Corte e dalle delicate questioni relative alla tecnica di redazione dei provvedimenti.

L’obiettivo ospita poi due incisivi interventi sulle riforme che hanno scosso i processi esecutivi e sulle prospettive di intervento, o non intervento, future.

Francesco Vigorito nel suo intervento ricorda che l’Italia è da sempre negli ultimi posti in Europa per l’efficacia e la durata delle procedure esecutive ma che in questo settore il legislatore, pur commettendo alcuni errori ed omissioni, ha scelto di diffondere con legge le “buone prassi” nate in alcuni uffici a legislazione invariata. Ne è derivato un mutamento molto significativo della espropriazione immobiliare che ha raggiunto un modello processuale certamente attento alla efficacia delle procedure pur garantendo, comunque, al debitore gli strumenti per consentire un controllo sulla regolarità del processo. Nel suo intervento Vigorito individua ed analizza le criticità attuali della espropriazione immobiliare, con particolare riferimento alla vendita a prezzo ridotto ed all’assegnazione del bene al creditore. Ma conclude affermando che la possibilità di definire una espropriazione immobiliare che abbia tempi competitivi con gli altri Paesi è legata non ad ulteriori interventi sul procedimento ma alla possibilità di utilizzare in maniera intensiva gli strumenti telematici di acquisizione di atti e documenti, di pubblicità, di alienazione dei beni. Unitamente alla necessità del sistema di garantire un più diffuso accesso al credito. In ordine alla espropriazione presso terzi Vigorito individua ed analizza le questioni controverse, in punto di competenza per territorio, di riconoscimento tacito del credito, di accertamento dell’obbligo del terzo, di pignorabilità di stipendi e pensioni, di espropriazione per “microcrediti” (in relazione alla quale propone un intervento legislativo in un ambito molto significativo per le finanze pubbliche). Mentre in ordine alla espropriazione mobiliare Vigorito suggerisce che nella realtà contemporanea essa mantiene un senso solo per beni di significativo valore economico, mentre per gli altri beni espone il creditore a spese superiori al ricavato.

Anche Vigorito auspica infine una fase di «stasi dell’intervento legislativo che consenta di mettere alla prova e di sperimentare le misure adottate, permettendo agli operatori di testarne gli esiti ed agli interpreti di placare la “perenne” ricerca di nuove letture» pur individuando analiticamente le necessità di una migliore razionalizzazione di alcuni istituti.

Sulla stessa lunghezza d’onda Bruno Capponi ricorda come dal 2005 ad oggi il processo esecutivo sia entrato in una girandola di riforme che inducono gli interpreti a temere la veemenza del legislatore. E sottolinea che non è questione solo di metodo se il Governo scegliendo il decreto-legge o la relativa legge di conversione, o ancora la legge di stabilità, opta per provvedimenti che, per il loro serrato corso parlamentare, non consentono un esame approfondito dei contenuti. Nel merito l’articolo di Bruno Capponi da una parte si sofferma, definendoli una complicazione travestita da semplificazione, sui ripetuti interventi in materia di espropriazione presso terzi all’esito dei quali la parte che si intendeva favorire, il creditore procedente, assume una posizione processuale di gran lunga più gravosa d’un tempo. Dall’altra si preoccupa del fatto che l’esecuzione si presenta come un groviglio indistinguibile di cognizione ed esecuzione, dove sempre più il g.e. è chiamato a utilizzare, nella sua attività “esecutiva”, i dispositivi appresi nell’esercizio della giurisdizione dichiarativa. E avverte il rischio che il giudice dell’esecuzione si senta «agente dell’esecuzione soltanto preoccupato della tutela competitiva del credito» e non anche interprete, attento alle garanzie del processo.

Chiudono l’obiettivo di Questione Giustizia sulle riforme processuali civili due articoli sul Processo civile telematico.

Si tratta di una scelta che vuole raccordare la riflessione sul modello di processo, inteso come modello di trattazione e decisione della causa, a quella sul modello di gestione, attraverso strumenti informatici e telematici, dei flussi di dati tra i soggetti che operano nel processo. Un raccordo tra strumenti tecnologici (ed ancor prima tra strumenti di organizzazione del processo) e modello di processo del tutto mancato nella riflessione del legislatore del processo civile.

De Santis evidenzia in particolare le connessioni correnti tra le modalità di formazione degli atti di parte e dei provvedimenti, le forme di trasmissione e acquisizione della conoscenza legale di atti e provvedimenti e si sofferma sulla criticità che presenta il sistema delle fonti del PCT che nascono in particolare dal difficile connubio tra regola processuale e regola tecnica che ha prodotto talvolta interpretazioni tese ad affermare nuove e sconosciute forme di inammissibilità/nullità degli atti o del procedimento a fronte dell’inosservanza di regole contenute nelle specifiche tecniche. Con il rischio paradossale della creazione di un sistema «meno efficiente di quello basato sulla carta, perché soggetto ad incagliarsi nella risoluzione di questioni procedurali generate dal cd neo-formalismo processual-tecnologico». Cui si aggiunge il rischio di disomogeneo sviluppo del PCT, dimostrato anche dall’eterogeneità delle soluzioni fornite nella prassi. De Santis spiega anche come il modello del PCT sia individuato dal legislatore e dal Governo come paradigma dell’impulso alla innovazione tecnologica del processo penale, contabile ed amministrativo.

Infine merita particolare attenzione la riflessione di De Santis in relazione al disegno di legge delega per la parte concernente il PCT, in particolare in relazione alla semplificazione di atti e provvedimenti, non «come semplice riconsiderazione della lunghezza dell’atto». Così come la merita il monito finale ad adeguare gli strumenti di sostegno organizzativo (al giudice ed alle cancellerie) a tale faticoso ed ambizioso progetto di innovazione: importante, ma inadeguato all’obiettivo anche per De Santis, deve ritenersi l’apporto fornito attualmente dagli stages formativi.

È proprio la visione, ambiziosa e realistica insieme, di Pasquale Liccardo il modo migliore per concludere la riflessione dell’obiettivo .

Nel suo intervento il nesso tra innovazione tecnologica e processi reali che investono il diritto nel mondo contemporaneo è rappresentato chiaramente come biunivoco.

Per un verso, infatti Liccardo mette in luce come attraverso la sedimentazione tecnologica della nuova esperienza giurisprudenziale e più in generale giuridica, si può meglio perseguire il «ritorno del diritto al fatto»che nell’epoca dell’incertezza rischia di non venir più riconosciuto dalla disposizione normativa; questo è il ruolo «di veicolo cognitivo dinamico» che il processo civile telematico può assumere.

Per altro verso le tecnologie del processo telematico assumono una loro propria rilevanza per la capacità che dimostrano di stabilire una più forte interazione dei valori costituzionali in funzione dell’ampliamento dei confini della tutela dei diritti .

In questo percorso Liccardo rappresenta le differenti stagioni del processo telematico: la prima quella dell’”analogismo tecnologico”, meramente riproduttiva delle relazioni processuali definite dal codice e dalle regole d’organizzazione sottostanti. Di questa epoca, di cui il legislatore è stato protagonista e vittima Liccardo individua puntualmente i gravi limiti nel deperimento del valore sociale di attività essenziali della relazione processuale e organizzativa tra i protagonisti del sistema: oggi il fascicolo ma domani, aggiungiamo noi, l’udienza.

Una seconda fase in cui la potenza di calcolo è valorizzata in termini economici e quantitativi: i risparmi, i rendimenti e così via, in cui la ragione finale si disperde in una serie di obiettivi economici privi di senso unitario.

E poi una terza, quella di fronte a noi, in cui l’espansione della potenzialità cognitiva delle tecnologie, producendo la diffusione rapidissima delle conoscenze insieme ad una elevata tempestività di riflessione, anche organizzativa, di ciascuna struttura realizza una diversa qualità ed effettività del risultato del sistema. Attraverso modalità che consentirebbero la costante rappresentazione, anche all’esterno, degli orientamenti assunti dagli uffici giudiziari, la conoscenza e lo studio anche dei precedenti occulti, il superamento della superiorità tra sentenze motivate in diritto e sentenze motivate in fatto, lo studio multidisciplinare della litigiosità con strumenti di lettura ben più sofisticati di quelli attuali e così via .

Strumenti in grado di attrezzare nuovamente il dialogo processuale e l’udienza che di esso può tornare ad essere la sede principale

Strumenti in grado di rendere, nell’epoca dell’incertezza, i passi della giurisdizione più consapevolmente orientati, ma non meno liberi di cogliere il cambiamento promosso dalla nostra inesauribile Carta costituzionale.

L’intero obiettivo ci pare indicare la strada per integrare e correggere l’impostazione del Governo nel solco dei principi costituzionali che orientano la disciplina del processo ma, ancor prima, verso l’espansione  non la riduzione della tutela dei diritti.

Riqualificare la domanda e la risposta della giurisdizione civile è ancora possibile ed in parte già in atto.

Due binari di intervento sono ancora indietro: la riorganizzazione e le risorse necessarie ad essa in primo luogo, ma anche gli interventi di politica del diritto e le scelte di diritto sostanziale per eliminare lacune e ridondanze del sistema.

[1] Relazione finale del Gruppo di lavoro sulle riforme istituzionali, nominato il 30 marzo 2013 dal presidente della Repubblica, composto da Mario Mauro, Valerio Onida, Gaetano Quagliariello, Luciano Violante

[2] In questa Rivista n.1/2015, Obiettivo 3: La risoluzione amichevole dei conflitti, in http://www.questionegiustizia.it/rivista/2015-1.php.

Fascicolo 4/2015
Editoriale
di Renato Rodorf
Obiettivo 1
Il valore del dissenso
di Andrea Natale
di Roberto Zaccaria

In questo contributo, l’Autore enuclea una serie di sedi – istituzionali e sociali - nelle quali si pone il problema della tutela dell’opinione minoritaria, richiamando quale sia il fondamento costituzionale che impone la tutela del dissenso e quali siano i limiti costituzionalmente accettabili che possono essere posti al suo esercizio. Il contributo registra poi la tendenza a comprimere sempre più nei processi decisionali delle istituzioni lo spazio di espressione del dissenso (a vantaggio della governabilità); con il rischio però di rendere la democrazia sempre meno contendibile. Nel contributo si prende poi in esame (con preoccupata attenzione) quanto le recenti riforme (elettorale, costituzionale, del sistema di governance della Rai) rischino di marginalizzare sempre più chi è fuori dalle maggioranze consolidate.

di Massimo Villone

In questo contributo, l’Autore ragiona sulle recenti trasformazioni della vita parlamentare e di quella all’interno dei partiti; l’Autore rileva dunque – da una pluralità di elementi – che, anche nelle istituzioni rappresentative, abitate da parlamentari eletti senza vincolo di mandato, sempre più si tende a tacitare chi non aderisce “perfettamente” alla linea dettata dalle leadership parlamentari o di partito o chi – dai banchi dell’opposizione (o da quelli di una maggioranza “critica”) tenta di emendare disegni di riforma proposti dal Governo. E così il dissenso spesso viene soffocato con la sostituzione di membri di una commissione parlamentare, proliferare di questioni di fiducia (poste anche su temi che riguardano “le regole del gioco”), proposizione di maxi-emendamenti (sino al caso del «maxi-canguro») che hanno l’effetto di far decadere tutti gli altri (tra i quali, spesso, quelli “scomodi”).

di Umberto Romagnoli

Gli interessi del datore di lavoro e quelli del lavoratore non sempre coincidono e – nel rapporto di lavoro – esiste una parte forte e una categoria sottoprotetta. In questo contributo, l’Autore segue la traiettoria del diritto del lavoro, dalla legislazione corporativa alle speranze indotte dalla Carta costituzionale, sino alla constatazione del fatto che, oggi, tornano a prevalere le logiche economiche. E qui si innesta una riflessione sul senso profondo di una disciplina – quella del diritto del lavoro – che sempre più sembra faticare a trovare una propria missione. Per adempiere alla sua funzione di garanzia, il diritto del lavoro deve godere di consenso nella società, nelle istituzioni e nell’accademia. Ma una società sempre più stretta dalla crisi, un’accademia sempre meno incline a riconoscere la speciale autonomia del diritto del lavoro non sembrano in grado di garantire questa base di consenso. Per dirla con l’Autore, sembra che «il lavoro abbia potuto rompere un millenario silenzio a condizione di metabolizzare il divieto di non alzare troppo la voce».

di Marco Pelissero

In questo contributo, l’Autore mette in evidenza come – al di là delle declamazioni di principio – l’art. 21 Cost. e la tutela che esso offre alla libertà di espressione possa essere messo seriamente in discussione dallo strumento penale; l’Autore constata, anzitutto, come la categoria dei reati di opinione attinga a criteri valutativi pregiuridici, tanto nella definizione dei suoi confini, quanto nella sua pratica applicazione; l’Autore registra poi – come un dato di fatto – la sostanziale continuità riscontrabile tra l’assetto ereditato dal regime fascista e norme sul controllo penale del dissenso vigenti in epoca repubblicana. L’Autore passa poi in rassegna una serie di fattispecie che, tuttora, criminalizzano la manifestazione di pensieri “scomodi”, interrogandosi – per ciascuna – se esse si fondino su una necessità costituzionale di repressione penale o se, viceversa, si possa rinunziare in una democrazia matura - almeno per alcune incriminazioni - allo strumento penale.

di Elisabetta Grande

Il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero fa parte del DNA delle istituzioni statunitensi, ricevendo esplicita protezione sin dal 1791. Tuttavia – osserva l’Autrice in questo contributo – occorre considerare che, ove non ne venga garantita l’effettività, la proclamazione di un diritto può rivestire una funzione puramente retorica e, dunque, di dubbia concludenza. E, così, in questo contributo, si passano in rassegna tanto le decisioni della Corte Suprema che hanno effettivamente garantito un ampio spazio all’espressione del dissenso, quanto le decisioni che, con diversi strumenti interpretativi, hanno infine compresso la formazione ed espressione di opinioni minoritarie. E l’Autrice ci consegna questa riflessione attraverso una lettura degli orientamenti giurisprudenziali condotta in parallelo con gli eventi della storia.

di Silvia Niccolai

Dei pregi e dei difetti immediati che deriverebbero dall’introduzione nel nostro ordinamento della dissenting opinion si è già detto molto (soprattutto con riferimento alla giurisprudenza costituzionale). In questo contributo, l’Autrice – prendendo come un dato di fatto il mancato ricorso a tale strumento nelle nostre istituzioni – ragiona sulle ragioni culturali profonde di tale ritrosia. Ripercorrendo allora vari filoni di pensiero (storico-comparatistico e costituzionalistico), l’Autrice giunge ad ipotizzare che – dietro la scelta (o non scelta) di non introdurre nel nostro sistema la dissenting opinion – si celi una precisa visione dei rapporti tra legge e diritto (con il prevalere di una visione imperativistica e esclusivamente legalistica del diritto) e della stessa funzione del giudice (anche costituzionale): mero esecutore della legge o creatore (con il legislatore) del diritto; non senza notare, però, che il dissenso nella pratica giudiziaria sarebbe coerente con la nostra esperienza storica e potrebbe dare un importante contributo ad una istanza di garanzia coessenziale alla giustizia (l’arginare i possibili abusi degli organi di governo).

di Daniela Piana e Leonardo Morlino

In questo contributo, gli Autori inquadrano prima da un punto di vista teorico il valore del dissenso all’interno della teoria democratica; passano poi ad indagare quali siano gli effetti benefici del pluralismo e del conflitto inter-istituzionale e intra-istituzionale, soffermandosi poi ad indagare sulle dinamiche di conflitto che coinvolgono l’istituzione giudiziaria (rispetto ad altre istituzioni) e su quelle che si verificano all’interno di questa istituzione.

Il contributo si chiude rilevando un apparente paradosso: il dissenso – pur espletando un’importante funzione di autocorrezione e auto-mutamento all’interno del regime democratico – rischia, ove esasperati i momenti di conflittualità, di comportare dei costi sul piano della stessa legittimazione delle istituzioni (e sulla fiducia che, in esse, i cittadini ripongono, come forse avvenuto nel caso del calo di fiducia nella magistratura).

di Giovanni Palombarini e Gianfranco Viglietta

In questo contributo, gli Autori ripercorrono l’esperienza di Magistratura democratica e ricordano come – tra i suoi elementi fondativi – vi sia stata la scelta di campo in favore di un garantismo di impronta liberaldemocratica e una caparbia attenzione alla tutela della manifestazione del pensiero.

Da qui – in un affresco di quella difficile stagione – gli Autori muovono per ricordare le nette prese di posizione di Magistratura democratica contro alcune iniziative giudiziarie che comprimevano tale libertà, l’impegno di Magistratura democratica per l’abrogazione dei reati di opinione e il prezzo che i suoi aderenti dovettero pagare.

Gli Autori concludono il loro contributo registrando – come un dato di fatto – il diverso atteggiamento che Magistratura democratica ha recentemente assunto in relazione a procedimenti penali scaturiti a seguito della manifestazione di un pensiero.

Obiettivo 2
Il punto sul processo civile
di Luca Minniti
di Remo Caponi

L’Autore richiamati i tratti essenziali del processo ordinario di cognizione e puntualizzati gli elementi distintivi che differenziano i modelli di processo ordinario di cognizione adottati nei diversi Paesi, evidenzia che la tendenza prevalente a livello europeo promuove una disciplina elastica del processo a cognizione piena, che affida lo svolgimento alle determinazioni discrezionali del giudice nel caso concreto. In questa direzione l’Autore mette in rilievo il portato della recente introduzione dell’art. 183 bis cpc (convertibilità in sommario del rito ordinario) e saluta con favore l’annunciata modifica della fase introduttiva che a suo avviso marcia nella direzione della valorizzazione della udienza principale.

In conclusione l’Autore rappresenta problematicamente la discrasia tra obiettivi perseguiti dal disegno di legge delega del Governo e strumenti proposti.

di Elena Riva Crugnola

L’autore nella prima parte del suo intervento tratta le questioni concernenti il modello e la struttura del processo di cognizione ordinario e rileva che in ordine al processo di cognizione di primo grado il principio/criterio direttivo contenuto nella delega è generico e tale da non consentire alcuna ragionevole previsione circa il contenuto delle future norme delegate, ricavabile solo dalla lettura della relazione. Nel merito delle scelte operate dalla relazione (e non dal ddl) nega decisamente che ci si possa attendere alcuna “accelerazione evidente” dei tempi processuali in dipendenza delle modifiche proposte. Ed in ciò richiama l’esperienza, rimossa dal legislatore, del cd rito societario di cui al dlgs n. 5/2003. Secondo l’autore lo scambio di atti difensivi, anticipati rispetto alla comparizione dei difensori avanti al giudice è inefficiente costoso ed inutile. Ma segnala che tutta l’impostazione della Relazione al ddl dimostra la sua lontananza dalle aule giudiziarie di primo grado, appare volta a consolidare le prassi meno efficaci in termini di tempi complessivi di definizione, enfatizzando una trattazione scritta “anticipata” e “obbligata”, trascurando il pregio di una conduzione della trattazione orientata alla formazione progressiva della decisione, nel dialogo tra parti e giudice.

Nella seconda parte invece, ove la delega ha un contenuto effettivo, Riva Crugnola analizza nel dettaglio le proposte di modifica della disciplina del Tribunale delle imprese e alcune sue criticità in relazione alle quali formula puntuali osservazioni anche propositive.

di Annamaria Casadonte

Il disegno di legge di delega presentato dal Governo presentato l’11.3.2015 prevede l’istituzione presso i tribunali ordinari della sezione specializzata per la famiglia e la persona, cui vengono accorpate una serie di competenze già devolute al tribunale ordinario in materia di stato, capacità delle persone, separazione, divorzio, figli nati fuori dal matrimonio, procedimenti di competenza del giudice tutelare e quelli di cui all’art. 38 disp att cc non di competenza del tribunale per i minorenni, secondo la modifica restrittiva che viene pure prevista dalla delega.

La delega opta per il mantenimento delle competenze civili in capo al tribunale per i minorenni, con particolare riguardo alla materia del pregiudizio del minore (artt.330 e 333 cc, quest’ultimo al di fuori dei casi trattati avanti al tribunale ordinario).

La soluzione va a discapito del principio di concentrazione delle tutele e non appare idonea a realizzare la ratio di un processo comprensibile e spedito, che pure il legislatore delegante si prefigge.

di Domenico Dalfino

Nel corso degli ultimi decenni, a fronte della perdurante crisi della giustizia civile, definitivamente accantonate le tesi “iconoclastiche” favorevoli alla soppressione dell’appello, i dubbi degli interpreti si sono polarizzati sull’adesione al modello della revisio prioris instantiae o a quello del novum iudicium, sebbene il sistema vigente e il «diritto vivente» propendano evidentemente per il primo, mentre taluni recenti progetti di riforma puntano a trasformarlo in una sorta di azione di impugnativa. A ben vedere, se un secondo grado totalmente chiuso ai nova sembra inidoneo a perseguire la giustizia della decisione, non va neppure assolutizzata la questione dell’inquadramento nell’uno o nell’altro modello d’impugnazione, giacché l’efficienza del giudizio dipende principalmente dalla virtuosa organizzazione degli uffici e dall’adeguata allocazione delle risorse.

di Giulio Cataldi

L'Autore sottolinea da una parte come sarebbe stato necessario, prima di proporre una nuova modifica del giudizio di appello, verificare in concreto come la riforma del 2012 stia incidendo sul complessivo andamento dei giudizi in appello con attenzione alle differenti prassi adottate nelle Corti.

Dall'altra evidenzia la problematicità di una ulteriore chiusura di spazi di rivisitazione del materiale esaminato in primo grado e della soppressione dell’inammissibilità per improbabilità di accoglimento dell’appello.

di Piero Curzio

La crisi del giudizio di cassazione ha origine nell’eccessivo numero di ricorsi. Deve essere affrontata partendo da scelte che conducano la Corte ad essere solo giudice di legittimità, il cui compito è quell’unificazione dell’interpretazione senza la quale il principio di uguaglianza viene leso proprio nella sede più delicata costituita dall’applicazione giurisprudenziale delle norme. A tal fine è necessario che il ricorso per cassazione sia proponibile solo per violazione di legge, come sancito dalla Costituzione, senza ampliamenti, o, quanto meno, è necessario che il legislatore non contraddica con nuovi interventi estensivi le scelte in senso restrittivo fatte solo pochi anni fa. Ma è poi assolutamente indispensabile l’adozione di misure “non legislative”, strutturali ed organizzative, sostenute con investimenti seri in termini di risorse umane ed economiche.

di Giorgio Costantino

Si riferisce dello stato delle proposte di legge pendenti in Parlamento. Si dà conto della successione delle riforme del procedimento di legittimità. Si indicano le soluzioni accolte dalla Corte sulle più recenti riforme. Si auspica un improbabile intervento di razionalizzazione della disciplina processuale e si ricorda il potere di autoregolazione delle corti supreme. Si conclude segnalando i limiti e le conseguenze di una modifica della Costituzione in funzione di una restrizione dell’accesso alla Corte.

di Francesco Vigorito

Negli ultimi venti anni vi è stata ad una profonda trasformazione della disciplina dell’esecuzione forzata civile nel tentativo, che finora ha portato a risultati limitati, di portare il sistema italiano più vicino ai modelli esteri per tempi ed efficacia dei procedimenti. L’esigenza è nata dalla considerazione che il sistema del recupero dei crediti costituisce un parametro importante per l’intera economia del Paese; il ritardo in questo settore comporta, quindi, un grave danno in termini macroeconomici. Le molteplici riforme di questi anni hanno riguardato tutti i settori del processo esecutivo: basta scorrere il libro terzo del codice di procedura civile per rilevare che tutti gli istituti generali e la gran parte dei procedimenti esecutivi sono stati modificati. Non tutte le riforme sono state efficaci né tecnicamente impeccabili e, tuttavia, sarebbe opportuna una fase di applicazione pratica della nuova disciplina prima di pensare ad ulteriori interventi normativi. Resta, per un verso, l’esigenza di effettuare qualche intervento, anche urgente, su norme di dettaglio allo scopo di eliminare alcune contraddizioni esistenti nella normativa e di correggere disposizioni che comportano, tra l’altro, pesanti aggravi per la finanza pubblica e, per altro verso, di iniziare ad esplorare la possibilità di interventi di sistema che ridefiniscano l’ambito delle esecuzioni mobiliari e, per le esecuzioni immobiliari, prevedano, una volta accertato il disinteresse del mercato per l’immobile, modalità nuove di liquidazione dei beni.

di Bruno Capponi

Lo scritto esamina con sguardo d’insieme le riforme del processo esecutivo dalla metà degli anni ’80 ad oggi. Gli strumenti sono cambiati in corso d’opera: dalla legge ordinaria al decreto-legge sino alla legge di stabilità, con la conseguenza di aver consegnato nelle mani di pochi, fuori da qualsiasi controllo, la funzione di creazione di nuovo diritto. Il più grave e iterativo incidente di percorso è stato quello dell’espropriazione presso terzi, in cui sono stati importati istituti propri della cognizione (come il principio di non contestazione) che hanno, da un lato, reso impropriamente il terzo una parte dell’esecuzione e, dall’altro lato, costruito un modello all’esito del quale può risultare non identificato l’oggetto stesso del pignoramento. La rincorsa della competitività, della crescita economica, dell’efficienza nella realizzazione del credito ha fatto del giudice dell’esecuzione una sorta di indice istituzionale del Doing Business: col rischio che venga meno la sua posizione di terzietà, perché compito del giudice non è di sostenere la crescita economica del Paese ma far osservare in un processo di parti, qual è anche quello di esecuzione forzata, i principi di giustizia di derivazione costituzionale e anche comunitaria. Ulteriore rischio è quello del trasferimento fuori della giurisdizione di attività dell’esecuzione sempre più vaste: se la crescita economica dipende dalla tutela esecutiva del credito, presto verranno poste sul tappeto forme di autotutela che della massima efficienza – ma a detrimento delle garanzie del processo – faranno il loro segno distintivo.

di Angelo Danilo De Santis

L’applicazione pratica dell’insieme di regole costituenti l’apparato del processo civile telematico ha fatto emergere molte criticità, in parte preconizzate da quanti hanno assistito alla fase di gestazione del disomogeneo e complicato sistema della fonti. Nonostante le perplessità degli operatori del diritto e le resistenze a quello che non sempre viene percepito come un’occasione di miglioramento delle proprie condizioni di lavoro e di incremento di efficienza della giustizia, il Pct assurge a modello di riferimento anche per il processo amministrativo, tributario, contabile e, in parte, penale. L’ennesima riforma del processo civile, attualmente al vaglio delle commissioni parlamentari, reca con sé il germe di una rifondazione del sistema da compiersi nella consapevolezza che si tratta di un’occasione da non perdere.

di Pasquale Liccardo

L’individuazione delle possibili linee di sviluppo del processo telematico sia esso civile che penale, deve necessariamente muovere da una ricognizione della sua storia recente, dello stato attuale dei sistemi realizzati ed in corso di realizzazione, evidenziando l’intreccio realizzato tra norma, tecnologie ed istituzioni della giuridicità.

Le attività in corso sono state oggetto di analitica esposizione nelle sedi istituzionali Qui si cercherà uno sguardo di insieme.

La difficoltà registrata dalle istituzioni della giuridicità nel terzo millennio nella loro relazione con il concreto non è episodica ma riflette la condizione stessa della modernità declinante ormai incapace di manifestare nella legge la propria ragione ordinante e giustificatrice del mondo: si è interrotto il meccanismo di traduzione nella norma di concetti, di universi simbolici, di idee che hanno connotato per lungo tempo il processo di giuridificazione del concreto, sempre più lontano dalla norma statale per essere retto da regole prodotte dall’economia globalizzata, dal pragmatismo delle relazioni di forza, dallo specialismo delle tecniche contrattuali prive di ogni aspirazione valoriale: l’eccedenza del mondo dal diritto non può essere colmata dalle sole tecnologie ma semmai per il loro tramite letta.

Obiettivo 3
Associazionismo giudiziario
di Carlo De Chiara
di Luigi Ferrajoli

L’associazionismo giudiziario è stato un potente fattore di cambiamento e di democratizzazione della magistratura, secondo il disegno del Costituente: all’interno di essa, con il superamento della gerarchia e l’affermazione dell’eguaglianza di tutti i magistrati, distinti soltanto per le loro funzioni, e, all’esterno, con l’impegno civile dei magistrati per l’inveramento dei valori costituzionali, in cui si è specialmente distinta Magistratura democratica. La quale deve sapersi liberare con decisione della minaccia all’uguaglianza, e quindi all’indipendenza interna, costituita dalle varie forme di riemergente carrierismo, che non l’hanno risparmiata, e deve svolgere il suo ruolo storico di contrasto dei plurimi rischi di involuzione della magistratura: da quello burocratico, a quello “bellicista”, a quello neocorporativo.

di Giuseppe Cascini

Le ragioni della crisi attuale di Magistratura democratica, iscritte nella crisi dell’associazionismo giudiziario in generale, possono essere ricercate nella difficoltà di definire un modo “diverso” di gestire il potere, oggi affidato anche a suoi esponenti all’interno degli uffici giudiziari, ma anche in altre ragioni che riguardano la magistratura in generale: la declinazione dell’uguaglianza interna come disattenzione alla professionalità e all’efficienza del servizio reso ai cittadini; l’attacco violento della politica e il patto consociativo-corporativo di riflesso scattato all’interno della magistratura; l’aggravarsi quantitativo e qualitativo delle condizioni di lavoro e il fallimento dei tentativi di rispondere efficacemente all’attenzione sempre maggiore dell’opinione pubblica al problema dei tempi della giustizia; la riforma dell’ordinamento giudiziario del 2006, il cui risultato è stata l’accentuazione degli aspetti deteriori della magistratura italiana (carrierismo, gerarchia interna, conformismo, clientelismo).

Compito di Md e di Area, per superare la crisi, è elaborare un progetto per ricostruire un modello di magistratura democratico, partecipato, aperto, ma allo stesso tempo non corporativo e sensibile ai diritti degli utenti e alla qualità del servizio reso: un progetto che preveda, per cominciare, l’abolizione dei pareri dei capi degli uffici e dei giudizi sulle valutazioni di professionalità (inutili in sé e fonte indiretta di conformismo e infeudamento) e la realizzazione di una effettiva temporaneità negli incarichi direttivi.

di Lionello Mancini

Che le correnti della magistratura politicizzino la giurisdizione, torcendo le inchieste o i processi verso obiettivi di parte, è un falso diffuso ad arte dagli ambienti politici e dalla stampa soprattutto (ma non esclusivamente) di centrodestra.

Altri sono, invece, e più gravi, i guasti del “correntismo” della magistratura: le pure logiche di spartizione del potere, che affondano le radici nella fragilità culturale di tutti i gruppi, intralciano il percorso di miglioramento del servizio giustizia, e l’autoreferenzialità della “casta” alimenta la questione morale.

di Enrico Manzon

In vista delle elezioni per il Comitato direttico centrale dell’Anm del prossimo anno, ragionare sulle prospettive dell’associazionismo giudiziario e sul ruolo di Area all’interno di esso implica una precisa, attualizzata analisi dello “stato” della magistratura italiana. Che è cambiata nel profondo e non sempre in meglio. Non comprendere a fondo la “cifra” di questo mutamento e, allo stesso tempo, non fare una calibrata, costruttiva autocritica, può comportare seri problemi ed altrettanto gravi danni per un indirizzo di politica associativa coerente con i nostri principi ed i nostri valori, quali “ereditati” da Md e dal Movimento per la giustizia, ora transitati in Area. Molti magistrati, giovani e meno giovani, continuano a guardare con rispetto ed attenzione alla tradizione migliore dell’Anm, della quale quei principi e quei valori sono parte essenziale, ma chiedono alla nostra Associazione un “cambio di passo”. La tesi è dunque che Area abbia prospetticamente le maggiori e migliori chance per tenere insieme nell’azione associativa l’ interesse dei magistrati/della magistratura con le aspettative della collettività nazionale all’efficienza ed alla qualità del servizio giudiziario. Il corollario è che ciò sia doverosamente praticabile negli assetti associativi che verranno. La condizione predicata è che si mettano in campo idee nuove e che si facciamo scelte adeguate al tempo presente, ma soprattutto a quello futuro. Senza incertezze, con coraggio.

di Rocco Gustavo Maruotti

I magistrati più giovani, se avvertono normalmente il richiamo dell’Anm, vista come “casa comune” e autorevole riferimento identitario, altrettanto normalmente rifuggono, invece, dall’impegno nelle “correnti” che animano l’Associazione. Le ragioni spaziano dalla maggiore maturità delle nuove leve della magistratura (che, per le modalità del concorso, vi approdano in genere a un’età più avanzata rispetto al passato), che induce a scelte mediate e consapevoli, piuttosto che a giovanili entusiasmi; al coinvolgimento delle correnti nel conflitto con la politica, visto come un appannamento, comunque, della “sacralità” della funzione giudiziaria. Ma, soprattutto, ciò che allontana i magistrati più giovani dalle correnti è il malcostume cui esse si sono abbandonate nella gestione del potere di autogoverno, anzitutto nelle nomine a uffici direttivi o altrimenti prestigiosi.

di Tommaso Giovannetti

C’è una parola che descrive bene il rapporto tra il magistrato ordinario in tirocinio e tutto ciò che riguarda l’ordinamento giudiziario, il mondo dell’associazionismo ed il fenomeno delle correnti: distanza.

Distanza da alcuni poi coltivata come un bene da preservare; da altri vista come un vuoto da colmare; da altri ancora vissuta con sostanziale indifferenza. Generale è, comunque, nei nuovi magistrati il genuino desiderio di imparare e di formarsi professionalmente, sia pure con attenzione quasi esclusiva agli aspetti tecnico-giuridici della formazione e con assai scarso interesse per le implicazioni del quadro ordinamentale in cui il magistrato si colloca.

Per sollecitare il loro interesse su quest’ultimo versante, potrebbe essere preziosa la partecipazione ai momenti di discussione che si svolgono nell’ambito dei gruppi associativi, come l’autore ha avuto modo di sperimentare di persona avvicinandosi a uno di essi.

di Valerio Savio

L’enorme rilievo delle elezioni per il CdC – Sullo sfondo del dilemma culturale di sempre “magistrati o funzionari?”, l’Anm ad un bivio storico: sposare o rifiutare la deriva neocorporativa. Il rischio che le spinte neo-corporative si saldino con le aspettative di larga parte delle forze politiche ad un ridimensionamento del protagonismo politico-istituzionale della magistratura. L’idea di giurisdizione che dobbiamo combattere. Gli impraticabili “carichi esigibili”: incompatibili con l’idea stessa di giurisdizione quale potere costituzionale inerente la sovranità dello Stato, volano e simbolo della resa senza condizioni alla definitiva burocratizzazione della magistratura, leva su cui fondare la mutazione genetica della natura e della funzione dell’Anm. Per Area l’esigenza identitaria di non confondere la sua proposta con nulla che li richiami. Le linee di un programma che rifiutando il neocorporativismo e mantenendo il profilo “storico” dell’associazionismo nella difesa degli assetti costituzionali della giurisdizione accetti la sfida di una Anm impegnata con forza sulle condizioni di lavoro così come sulla questione morale e sull’autoriforma del governo autonomo. Per Area in Anm, tre linee guida: operare in primo luogo per restare al governo dell’Associazione cercando la più ampia convergenza possibile, mediare ma senza compromessi con il corporativismo, rivendicare il valore storico, per la giurisdizione, di ciò che si è fatto nell’alleanza con UpC. La composizione della lista. La natura e la gravosità dell’impegno del singolo in CdC ed in Gec.

di Antonella Meniconi

L’associazionismo giudiziario ha avuto, fin dal 1909, un ruolo importante nella storia della magistratura italiana con la fondazione dell’Agmi, ma non si è trattato, da subito, di un percorso facile. Nel 1925, con “l’autoscioglimento” dell’Associazione, i suoi dirigenti furono espulsi dal corpo giudiziario e solo al termine della guerra, nel 1945, si potette ricostituire l’Anm.

Pesavano, però, sul nuovo soggetto non solo l’eredità virtuosa della partecipazione di molti alla Resistenza, ma anche l’intrinseco rapporto che altri, in specie alti magistrati, avevano intrattenuto con il regime fascista.

La lenta attuazione della Costituzione, con l’istituzione solo nel 1958 del Csm, nascose, in realtà, anche nella magistratura, una lotta sorda tra “innovatori” e “conservatori”. Solo negli anni Sessanta, l’entrata in ruolo di una nuova generazione favorì anche l’inveramento dei valori costituzionali.

È precisamente in questa chiave che ancora oggi il ruolo del magistrato e il suo impegno nelle correnti giudiziarie può avere un ruolo “politico”, ovvero costituzionale.

Cronache americane
di Luigi Marini

Le complessità proprie del riconoscimento e della tutela dei diritti conoscono a livello sovrannazionale un moltiplicatore che risente anche delle differenze di luoghi e tempi che segnano i processi decisionali. Il rapporto fra Assemblea generale e organi ausiliari e i gradi di rilevanza autonoma di questi ultimi rispetto ai compiti di indirizzo e di consolidamento della prima costituiscono fattori importanti allorché si esaminano le Nazioni Unite quale entità che opera per la promozione dei diritti e della pace. Una prima lettura dei percorsi decisionali e della molteplicità degli attori istituzionali può aiutare a introdurre un tema meritevole di ulteriori analisi.

ARCHIVIO
Fascicolo 2/2018
L'ospite straniero.
La protezione internazionale
nel sistema multilivello di tutela
dei diritti fondamentali
Fascicolo 1/2018
Il pubblico ministero nella giurisdizione
La responsabilità civile fra il giudice e la legge
Fascicolo 4/2017
L’orgoglio dell’autogoverno
una sfida possibile per i 60 anni del Csm
Fascicolo 3/2017
A cosa serve la Corte di cassazione?
Le banche, poteri forti e diritti deboli
Fascicolo 2/2017
Le nuove disuguaglianze
Beni comuni

Dedicato a Stefano Rodotà
Fascicolo 1/2017
Il diritto di Crono
Il multiculturalismo e le Corti
Fascicolo 4/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Il giudice e la legge
Fascicolo 3/2016
La giustizia tributaria
La riforma della magistratura onoraria
Fascicolo 2/2016
VERSO IL REFERENDUM COSTITUZIONALE
Forme di governo,
modelli di democrazia
IL CORPO
Anatomia dei diritti
Fascicolo 1/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Formazione giudiziaria:
bilancio e prospettive
Fascicolo 4/2015
Il valore del dissenso
Il punto sul processo civile
Associazionismo giudiziario
Fascicolo 3/2015
Il diritto del lavoro alla prova del Jobs Act
Unitarietà della giurisdizione
Riforma della responsabilità civile
Fascicolo 2/2015
NUMERO MONOGRAFICO
Al centesimo catenaccio
40 anni di ordinamento penitenziario
Fascicolo 1/2015
Dialoghi sui diritti umani
I diritti fondamentali tra obblighi internazionali e Costituzione
La risoluzione amichevole dei conflitti
Schede di ordinamento giudiziario aggiornate al gennaio 2015
Il volume costituisce un'utile panoramica dei metodi di contrasto alla criminalità mafiosa e degli strumenti di prevenzione
Numero speciale di Questione Giustizia in formato digitale con atti, relazioni e dati sul sistema delle misure cautelari personali