Rivista trimestrale
Fascicolo 4/2015
Obiettivo 3. Associazionismo giudiziario

La crisi dell’associazionismo giudiziario tra caduta degli ideali e riemergere delle carriere

di Giuseppe Cascini

Le ragioni della crisi attuale di Magistratura democratica, iscritte nella crisi dell’associazionismo giudiziario in generale, possono essere ricercate nella difficoltà di definire un modo “diverso” di gestire il potere, oggi affidato anche a suoi esponenti all’interno degli uffici giudiziari, ma anche in altre ragioni che riguardano la magistratura in generale: la declinazione dell’uguaglianza interna come disattenzione alla professionalità e all’efficienza del servizio reso ai cittadini; l’attacco violento della politica e il patto consociativo-corporativo di riflesso scattato all’interno della magistratura; l’aggravarsi quantitativo e qualitativo delle condizioni di lavoro e il fallimento dei tentativi di rispondere efficacemente all’attenzione sempre maggiore dell’opinione pubblica al problema dei tempi della giustizia; la riforma dell’ordinamento giudiziario del 2006, il cui risultato è stata l’accentuazione degli aspetti deteriori della magistratura italiana (carrierismo, gerarchia interna, conformismo, clientelismo).

Compito di Md e di Area, per superare la crisi, è elaborare un progetto per ricostruire un modello di magistratura democratico, partecipato, aperto, ma allo stesso tempo non corporativo e sensibile ai diritti degli utenti e alla qualità del servizio reso: un progetto che preveda, per cominciare, l’abolizione dei pareri dei capi degli uffici e dei giudizi sulle valutazioni di professionalità (inutili in sé e fonte indiretta di conformismo e infeudamento) e la realizzazione di una effettiva temporaneità negli incarichi direttivi.

Che l’associazionismo giudiziario soffra, non da oggi, di una profonda crisi di credibilità e di vocazioni credo sia un dato difficilmente confutabile.

Nell’opinione pubblica e nel dibattito pubblico sulla magistratura le “correnti” sono percepite come un “male assoluto”, sovente associate ad un male incurabile e devastante per l’organismo.

La gran parte dei nuovi magistrati (l’innalzamento dell’età di ingresso non sempre consente di definirli giovani), guarda con grande diffidenza al sistema delle correnti, in parte perché inevitabilmente influenzata da tale diffusa rappresentazione, ma in parte anche perché sovente ne registra concrete conferme in occasione del primo impatto con il nostro mondo.

Fatto sta che oggi la gran parte dei nuovi magistrati rifugge dalla iscrizione ad una corrente, e soprattutto alle correnti “di sinistra”.

Resiste, in parte, a tale crisi la sola Associazione nazionale magistrati, che conserva un’alta percentuale di nuove iscrizioni, dovuta probabilmente alla sua capacità di essere interlocutore credibile e accreditato nel dibattito pubblico sulla giustizia, anche se i più maligni attribuiscono un peso non indifferente alle ottime condizioni garantite agli iscritti per la assicurazione sanitaria e per quella sulla responsabilità civile.

Ma anche l’Anm è oggi attraversata al suo interno da un pericoloso vento di “antipolitica”, alimentato da uno (allo stato ancora) sparuto gruppo di magistrati che scimmiotta maldestramente il modello “antisistema” del movimento 5 stelle di Grillo e Casaleggio, ma anche colpevolmente sostenuto dalle scelte irresponsabili di una delle componenti storiche della Anm, che sembra essersi posta come obiettivo strategico quello della dissoluzione del patrimonio più prezioso ereditato dal ‘900 dall’associazionismo giudiziario italiano e rappresentato dalla unità di (quasi) tutti i magistrati italiani in una unica associazione.

L’ambizione di questo breve scritto è quella di provare a riflettere sulle cause di questa involuzione, di cercare di andare un po’ dentro a quello che è successo. Di capire più a fondo le ragioni della crisi e, soprattutto, le ragioni per le quali la crisi ha investito prevalentemente le correnti di sinistra e, più di tutte, proprio Magistratura democratica. Può essere, infatti, consolatorio e appagante attribuire le cause di questa crisi alla più generale crisi di valori e di ideali della società contemporanea, all’affermarsi di un  pensiero unico, alla mancanza di cultura politica e di sensibilità delle nuove generazioni. E non sarebbe nemmeno del tutto sbagliato. Ma se si ambisce realmente a cambiare le cose che non ci piacciono, se si vuole fare politica nel senso vero e alto del termine e non come mero esercizio declamatorio, è necessario guardare un po’ più a fondo alle cause di ciò che è accaduto e, soprattutto, alle nostre mancanze e ai nostri errori.

Credo non vi possa essere discussione sul fatto che l’associazionismo giudiziario, e in particolare Magistratura democratica, nella seconda metà del secolo scorso, hanno radicalmente cambiato la magistratura, contribuendo in maniera determinante a realizzare il modello costituzionale di una magistratura orizzontale, uguale, paritaria, inverando in concreto il principio dell’art. 107 della Costituzione secondo il quale i magistrati si distinguono solo per le funzioni svolte.

Così come è indiscutibile che grazie all’associazionismo giudiziario, ed in particolare alla forte spinta verso il cambiamento di Magistratura democratica, si è realizzato in Italia un modello di giudice, e di magistrato, che rappresenta ancora oggi un esempio per gli ordinamenti giuridici di tutto il mondo: un giudice che è interprete diretto dei principi e dei valori costituzionali, e che ad essi informa sempre la sua attività di interpretazione della legge, un giudice consapevole e geloso della sua autonomia nei confronti dei poteri esterni alla magistratura e dei poteri interni alla magistratura, capace di inverare il ruolo del potere giudiziario come “contropotere”, come strumento di controllo della legalità dell’esercizio degli altri poteri.

La grande vittoria, il grande merito di Magistratura democratica è stato far sì che questi valori, questi principi diventassero patrimonio comune dell’intera magistratura italiana o almeno della stragrande maggioranza dei magistrati italiani. Una cosa che a noi pare scontata, ed è bello che ci paia scontata, ma che non lo era affatto, se solo si pensa che appena cinquant’anni fa i giudici della cassazione si riunirono in un’associazione autonoma, l’Unione dei magistrati italiani, contro l’Associazione nazionale magistrati, e con l’obiettivo di affermare, proprio contro i principi di eguaglianza della magistratura, la superiorietà gerarchica della Corte di cassazione e il monopolio della interpretazione della legge da parte della Corte di cassazione e di sottrarre ai giudici di merito il rapporto diretto con i precetti contenuti nella Carta costituzionale, che la Corte di cassazione in quegli anni considerava poco più che un libro dei sogni, da non utilizzare nel procedimento di interpretazione e applicazione della legge.

 

La domanda da porsi oggi è: che cosa è successo? Meglio: che cosa ci è successo? Perché oggi non abbiamo più benzina per far correre questo motore, perché non vediamo più un futuro? Come è possibile che la realizzazione in concreto degli obiettivi politici e ideali di un gruppo finisca per coincidere, almeno temporalmente, con una sua crisi profonda e apparentemente irreversibile?

La risposta potrebbe essere semplice: hai conseguito lo scopo sociale e quindi a questo punto non hai più senso, non hai più nulla da raggiungere, ma secondo me la questione è più complessa ed è, come dire, il problema di tutti i gruppi, le associazioni, i partiti politici che hanno come progetto quello di un cambiamento radicale della realtà.

La fase di distruzione di una realtà che non va bene è una fase che funziona, il problema è che cosa fai una volta che hai vinto, come gestisci la vittoria, come gestisci il risultato.

Ancora di più: il problema è il rapporto con il potere. Perché la realizzazione dei principi dell’eguaglianza, della democrazia interna, dell’indipendenza interna hanno portato, in uno con l’accrescimento dei consensi e l’inevitabile invecchiamento dei militanti del gruppo, alla assunzione di responsabilità nel governo della magistratura, negli organismi di autogoverno e negli uffici.

E se era facile, negli anni settanta, sbeffeggiare le prolusioni dei procuratori generali alle inaugurazioni dell’anno giudiziario, come faceva, con una efficacia insuperabile, la rivista Quale Giustizia, è diventato più difficile per i vecchi contestatori di allora, nel frattempo divenuti a loro volta procuratori generali, essere il motore di un cambiamento, incarnare un progetto di rivoluzione dell’ordine costituito.

È poi accaduto a noi quello che è accaduto anche a tante formazioni politiche di sinistra quando sono entrate “nella stanza dei bottoni”. Abbiamo subito, io credo, entrando in contatto, e non più in contrapposizione, con i gruppi da sempre abituati a gestire il potere, una sorta di fascinazione del potere e delle regole non scritte del suo esercizio.

Questa contaminazione è stata per noi perniciosa, perché non siamo stati capaci di introdurre nell’esercizio del potere quelle aspirazioni alla trasparenza, alla democratizzazione, all’uguaglianza di cui eravamo, da oppositori, portatori. Mentre è quasi sempre prevalsa l’idea, frutto di una sorta di subalternità culturale nei confronti degli esperti volponi degli altri gruppi, che l’unico modo di gestire il potere sia quello che si è sempre praticato dalla notte dei tempi: l’accordo, l’intrigo, il complotto, la doppia verità. Come se non esistesse, o non fosse alla nostra portata, un modo trasparente, disinteressato, leale e corretto di gestione il potere. In una parola: un modo diverso di gestire il potere.

Ma ci sono anche altre ragioni storiche che riguardano la magistratura. L’altra faccia dell’eguaglianza della magistratura, dell’indipendenza interna, della piena realizzazione di uno statuto di autonomia del singolo magistrato è stata la caduta di attenzione sul tema della professionalità dei magistrati e la caduta di attenzione sul tema del servizio nei confronti dei cittadini. Perché rendere i magistrati tutti uguali, eliminare i controlli interni, eliminare la gerarchia, ci ha sì reso tutti più liberi, ma ha reso più liberi anche gli scansafatiche, i neghittosi, i pavidi e noi non abbiamo avuto la capacità di creare, rispetto a questo, seri meccanismi di controllo della professionalità.

Ci sono state anche forti e fondate ragioni esterne, perché questo processo è coinciso con l’inizio di una fase di scontro violento con la politica.

La effettiva attuazione del ruolo della magistratura come contropotere, come strumento di controllo delle illegalità, in un Paese che aveva(ha) un grosso problema di legalità nell’esercizio del potere, ha reso, infatti, possibili indagini nei confronti del potere e ha provocato quello che una pubblicistica interessata definisce lo «scontro fra magistratura e potere» e che, invece, altro non è che la reazione del potere di fronte al legittimo esercizio del potere di controllo della legalità da parte della magistratura.

E per questo noi abbiamo attraversato un lunghissimo periodo di attacco del potere politico nei confronti della magistratura.

La magistratura, posta sotto assedio da questo attacco, ha stipulato, lo dico, come spesso mi capita, con un’espressione brutale, un patto consociativo-corporativo al proprio interno per difendere l’assetto esistente, ritenendo, forse non del tutto a torto, che l’unico modo per difendere l’autonomia della magistratura sotto attacco, fosse quello di compattare la corporazione: difendiamo tutti, perché solo difendendo tutti riusciamo a difendere l’istituzione.

Questa scelta, forse obbligata e necessitata, non lo so, alla fine non ha retto.

La recente riforma sulla responsabilità civile è una legge sbagliata, pessima, pericolosa, me è figlia di questo ritardo da parte della magistratura, della sua incapacità di autoriformarsi, di controllare al proprio interno la qualità del servizio reso nei confronti dei cittadini, di sanzionare le cadute di professionalità, di criticare le prassi antigarantiste.

La magistratura non è stata capace di trovare al suo interno gli anticorpi necessari per contrastare quelle cadute deontologiche di cui parla Luigi Ferrajoli[1].

E anche all’interno di Magistratura democratica si è coltivato su questo tema per troppo tempo un equivoco.

Quel modello di magistrato bellicista a cui fa riferimento Luigi Ferrajoli, è stato da molti, al nostro interno, visto con simpatia, perché era comunque il magistrato che lottava contro il potere e questo, in qualche modo, evocava il ricordo di quella idea di gruppo di magistrati iconoclasti che avevano come vocazione la lotta contro il potere.

E vi è, infine, un altro aspetto determinante per la comprensione del processo di trasformazione della magistratura: un cambiamento radicale delle condizioni di lavoro dei magistrati, un aggravio enorme dei carichi di lavoro, una riduzione degli investimenti, una attenzione sempre più forte da parte dell’opinione pubblica e degli operatori al problema dei tempi della giustizia.

Da qui è nata la necessità di farsi carico del problema dell’organizzazione degli uffici. Alcuni di noi hanno iniziato a pensare che rendere giustizia, inverare i diritti passa necessariamente, anche, per un miglioramento dell’efficienza del servizio.

Ciò ha creato l’illusione, o la speranza, di poter contribuire al miglioramento dell’efficienza della giustizia gestendo il potere all’interno degli uffici giudiziari. Non è solo carrierismo o ambizione personale, c’è anche questo, c’è sempre stato e fa parte delle debolezze degli uomini, ma soprattutto c’è stata l’idea di dare un futuro al cambiamento successivo, quello di rendere la giustizia un sistema efficiente e funzionale. Purtroppo non ci siamo riusciti, dobbiamo dirlo con nettezza che su questo abbiamo fallito, abbiamo mancato un obiettivo.

In tutto questo si è innestata la riforma dell’ordinamento giudiziario del 2006.

 

A quasi dieci anni di distanza dobbiamo dirci con chiarezza che la riforma dell’ordinamento giudiziario del 2006 ha cambiato radicalmente in peggio la magistratura italiana, accentuandone gli aspetti deteriori: il carrierismo, la gerarchia interna, il conformismo, il clientelismo. E devono dirlo soprattutto quelli che, come me, avevano creduto nella bontà di alcune delle innovazioni introdotte, probabilmente sottovalutando l’impatto che l’impianto complessivo della legge e la sua ispirazione di fondo avrebbero avuto sulla magistratura.

Il tema fondamentale del dibattito oggi all’interno della magistratura è come si vogliono affrontare queste trasformazioni in atto, quale direzione si vuole dare al futuro della magistratura.

A me pare che, oggi, alla luce del nuovo ordinamento giudiziario, si confrontino, al nostro interno, tre modelli di magistratura.

C’è un modello burocratico, corporativo, piramidale, che è quello più in sintonia con lo spirito della legge.

Un modello che promette al magistrato protezione corporativa e clientelare, attenzione sindacale ai suoi interessi e una carriera tranquilla, e che presuppone un approccio burocratico alla funzione, conformismo interpretativo e rispetto delle gerarchie interne.

È questo un modello molto rassicurante, che piace a molti, anche perché incontra l’individualismo, l’assenza di passioni ideali, l’ambizione alla sintonia con il potere che purtroppo caratterizza la nostra epoca.

C’è poi un altro modello, quello che io definisco della mediocrazia.

È il modello dell’uguaglianza al ribasso, che non vuole controlli sulla professionalità, non vuole gerarchie interne, rivendica il ritorno all’anzianità senza demerito come criterio di selezione dei dirigenti (collocando molto in basso l’asticella del demerito), che offre protezione corporativa e clientelare a tutti i magistrati, e non solo ai propri aderenti, che promette a tutti soddisfazioni di carriera e difesa ad oltranza dei privilegi della corporazione.

Un modello molto insidioso, perché richiama alcune parole d’ordine delle battaglie democratiche e egualitarie dell’associazionismo, si batte contro le derive efficientiste e contro il carrierismo, e contro la gerarchia in difesa dell’autonomia interna dei magistrati.

E c’è, infine, un terzo modello, che rappresenta una diversa interpretazione della riforma dell’ordinamento giudiziario.

È quello del governo dei migliori, dei più bravi, di quelli che se comandano loro allora va bene anche la gerarchia, perché sono dirigenti democratici e illuminati. È un modo di essere diversamente corporativi e clientelari, in quanto la protezione e la promozione degli aderenti al proprio gruppo non si fonda esplicitamente su di un patto corporativo, ma sull’illusione di essere i più capaci a realizzare il buon funzionamento del sistema.

È questo un approccio molto problematico e pericoloso, da un lato perché tende evidentemente ad essere gradito solo a coloro che si riconoscono all’interno della cerchia dei migliori, escludendo tutti gli altri, dall’altro perché l’inevitabile disvelamento, alla prova dei fatti, della fallacia dell’assunto di partenza, rende ancora più odiosa l’ambizione individuale ammantata da brama di efficienza.

Queste tendenze corrispondono, più o meno, alle posizioni degli attuali gruppi associativi, ma esse sono presenti, in modo variegato e con accenti diversi, in tutte le componenti della magistratura associata.

Io credo che noi, oggi, abbiamo il dovere di rivedere criticamente il nostro modello di magistratura, abbiamo l’obbligo di fare un bagno d’umiltà e di offrire ai magistrati una alternativa diversa dal ripiegamento burocratico e dal carrierismo rampante.

E per questo, credo, dobbiamo rivedere anche alcune delle nostre convinzioni sulla riforma dell’ordinamento giudiziario del 2006.

 

Il sistema di valutazioni di professionalità ha clamorosamente fallito il suo scopo.

Il numero di magistrati valutati come non idonei si conta, oggi come prima della riforma, sulle dita di una mano. Ma in compenso abbiamo creato un mastodontico apparato, che nella assurda pretesa di pesare le qualità di ogni magistrato, crea in ognuno quelle speranze e quei timori, cito ancora Luigi Ferrajoli, che ne inficiano l’autonomia. La speranza di una promozione o di un incarico, da un lato, e la paura di un giudizio negativo dall’altro, spingono i magistrati verso il conformismo interpretativo, verso l’ossequio ai capi degli uffici, unici reali padroni del sistema di valutazioni di professionalià, e verso la sudditanza nei confronti del sistema delle correnti, l’unico in grado di garantire successi e di evitare guai.

Tutto ciò rende i magistrati meno liberi, senza reali vantaggi per il sistema nel suo complesso.

L’abolizione dell’anzianità per il conferimento degli incarichi direttivi, ha prodotto nella prima fase un significativo e salutare svecchiamento della dirigenza degli uffici, ma nel medio periodo ha finito per esasperare la corsa al carrierismo, la spasmodica ricerca di titoli e medaglie, e ancora il servilismo verso i capi e verso il sistema delle correnti, unici depositari del potere di designare i migliori.

Ancora, la riforma del sistema disciplinare, con la introduzione della tassatività degli illeciti, invece di garantire un maggiore controllo democratico sull’esercizio del potere di azione da parte dei titolari dell’azione disciplinare e di offrire maggiori garanzia agli incolpati, ha esasperato gli aspetti burocratici e formalistici del sistema disciplinare.

È un fatto che oggi la stragrande maggioranza dei giudizi disciplinari hanno ad oggetto ritardi nel deposito dei provvedimenti e finiscono per colpire i magistrati più volenterosi e generosi, quelli che non riescono a fronteggiare, ma si sforzano di farlo, la enorme mole di lavoro che oggi grava su alcuni uffici giudiziari, mentre le situazioni di opacità, se non addirittura di illegalità, che pure esistono al nostro interno emergono solo a seguito di inchieste giudiziarie, rendendo il nostro mondo simile al mondo della politica, che si accorge della corruzione al proprio interno solo quando arrivano i Carabinieri.

Tutto questo ha determinato un pericoloso ripiegamento burocratico dei magistrati, che finiscono per prestare maggiore attenzione ai possibili riflessi negativi sulla carriera delle proprie iniziative che all’esigenza di offrire una adeguata risposta in termini di giustizia.

 

Il compito di Md, e di Area, è allora oggi quello di elaborare un progetto politico e culturale di cambiamento della situazione attuale.

Io sono convinto, infatti, che la nostra crisi, oggi, dipenda principalmente dal fatto che noi non abbiamo un progetto credibile di cambiamento della magistratura, e senza un progetto di cambiamento è la nostra stessa ragione di esistere che viene meno, perchè nella conservazione dell’esistente e nella gestione del potere ci sono altri più bravi e più spregiudicati di noi.

Quello che io vorrei è che riuscissimo ad immaginare un progetto per ricostruire un modello di magistratura orizzontale ed egualitaria, con una forte autonomia sia esterna che interna, ma che sappia anche occuparsi della qualità e dell’efficacia del servizio reso, e che sappia allo stesso tempo esercitare la critica nei confronti delle cadute di professionalità, delle prassi antigarantiste, delle situazioni di opacità e di collusione. In una parola, e con uno slogan, un modello democratico, partecipato, aperto, ma allo stesso tempo non corporativo e sensibile ai diritti degli utenti e alla qualità del servizio reso.

Per far ciò sono necessari, a mio avviso, alcuni interventi normativi e/o in sede di autogoverno, che mirino a ridurre gli effetti più negativi della riforma del 2006.

Provo ad indicarne alcuni solo a titolo esemplificativo e come avvio di una riflessione:

a) Abolizione dei pareri dei capi degli uffici nelle procedure di valutazione.

La dirigenza della magistratura ha dimostrato nei fatti di non essere in grado di fornire un contributo apprezzabile al circuito di autogoverno nel percorso di crescita professionale dei magistrati. I pareri sono, oggi come ieri, un fiorire di inutili iperboli e superlativi, nei quali, contro ogni legge della matematica e della logica, tutti i magistrati lavorano “al di sopra della media”, mentre i giudizi non positivi si devono leggere in filigrana attraverso acrobazie linguistiche finalizzate prevalentemente a “dire e non dire”. Per converso, il ruolo centrale attribuito dal circuito di autogoverno ai pareri dei dirigenti nel procedimento di valutazione ha finito per attribuire un eccessivo potere ai dirigenti nei confronti dei magistrati dell’ufficio, tale da minarne l’autonomia interna.

Il ruolo dei dirigenti nella procedura di valutazione dovrebbe dunque essere limitato alla eventuale allegazione di fatti specifici meritevoli di segnalazione.

b) Abolizione dei giudizi in sede di valutazione di professionalità.

La montagna delle valutazioni di professionalità, lo si è detto sopra, ha partorito, nei fatti, un topolino, essendo numericamente insignificanti, e nella media della prassi precedente alla riforma, i casi di giudizio negativo. Mentre la corsa ad accapararsi titoli e benemerenze al fine di ottenere qualche aggettivo in più nel parere, da utilizzare in vista di una nomina per un incarico o per un ufficio direttivo, ha accentuato uno spirito competitivo non adeguato al ruolo istituzionale della magistratura. Meglio, allora, limitarsi ad un giudizio di idoneità/non idoneità, evitando inutili aggettivazioni. Al più si potrebbe aggiungere la segnalazione di alcune criticità che pur non comportando un giudizio di inidoneità possa servire da stimolo per una migliore crescita professionale del magistrato.

c) Realizzazione di una effettiva temporaneità negli incarichi direttivi.

Il modello realizzato dalla riforma del 2006, e oggi rafforzato dalle circolari del Csm, è, nei fatti, quello di una finta temporaneità, in quanto il dirigente è libero di passare da un incarico direttivo ad un altro e, anzi, il pregresso esercizio di funzioni direttive vale come titolo preferenziale nei concorsi successivi, con il risultato che chi inizia la “carriera” direttiva mai o quasi mai tornerà a fare il giudice. Ciò comporta una separatezza tra ruoli direttivi e ruoli non direttivi, che accentua la diseguaglianza interna, esaspera la spinta al carrierismo e, soprattutto, finisce per consegnarci dirigenti lontani dalla giurisdizione attiva e dai suoi problemi quotidiani.

Si dovrebbe, al contrario, prevedere una temporaneità effettiva, con il ritorno obbligato alle funzioni giudiziarie dopo l’esercizio di funzioni direttive. In questo modo si realizzerebbe un effettivo e stabile svecchiamento dei ruoli direttivi, si sdrammatizzerebbero le tensioni sulle nomine, si ridurrebbero le aspirazioni individuali, privilegiando le esigenze del servizio, e si creerebbero i presupposti per una gestione più partecipata e democratica degli uffici giudiziari.

A chi obietti che in questo modo si rinuncia alla costruzione di una professionalità  specifica dei dirigenti, disperdendo un patrimonio di conoscenze e di esperienze con conseguente danno per la qualità del servizio, è agevole rispondere con un invito a farsi un giro dei tribunali italiani e a guardare come sono organizzati per capire a cosa dovremmo effettivamente rinunciare.

Ma, al di là degli interventi normativi, è evidente che si tratta di un progetto da inverare principalmente sul piano della cultura e della deontologia dei magistrati, coltivando, nella prassi quotidiana del lavoro negli uffici e nei luoghi dell’autogoverno, l’etica della responsabilità professionale, il rifiuto delle ambizioni personali e delle carriere, la partecipazione democratica alla gestione degli uffici, il contrasto ad ogni forma di solidarietà corporativa e di gestione consociativa del potere.

Insomma, il nostro compito è quello di fare, ancora una volta, una rivoluzione culturale, una cosa nella quale un gruppo di magistrati democratici, eretici e iconoclasti, dovrebbe riuscire a ritrovare un senso di sé.

[1] Crf. L. Ferrajoli in questo numero Associazionismo dei magistrati e democratizzazione dell’ordine giudiziario.

Fascicolo 4/2015
Editoriale
di Renato Rodorf
Obiettivo 1
Il valore del dissenso
di Andrea Natale
di Roberto Zaccaria

In questo contributo, l’Autore enuclea una serie di sedi – istituzionali e sociali - nelle quali si pone il problema della tutela dell’opinione minoritaria, richiamando quale sia il fondamento costituzionale che impone la tutela del dissenso e quali siano i limiti costituzionalmente accettabili che possono essere posti al suo esercizio. Il contributo registra poi la tendenza a comprimere sempre più nei processi decisionali delle istituzioni lo spazio di espressione del dissenso (a vantaggio della governabilità); con il rischio però di rendere la democrazia sempre meno contendibile. Nel contributo si prende poi in esame (con preoccupata attenzione) quanto le recenti riforme (elettorale, costituzionale, del sistema di governance della Rai) rischino di marginalizzare sempre più chi è fuori dalle maggioranze consolidate.

di Massimo Villone

In questo contributo, l’Autore ragiona sulle recenti trasformazioni della vita parlamentare e di quella all’interno dei partiti; l’Autore rileva dunque – da una pluralità di elementi – che, anche nelle istituzioni rappresentative, abitate da parlamentari eletti senza vincolo di mandato, sempre più si tende a tacitare chi non aderisce “perfettamente” alla linea dettata dalle leadership parlamentari o di partito o chi – dai banchi dell’opposizione (o da quelli di una maggioranza “critica”) tenta di emendare disegni di riforma proposti dal Governo. E così il dissenso spesso viene soffocato con la sostituzione di membri di una commissione parlamentare, proliferare di questioni di fiducia (poste anche su temi che riguardano “le regole del gioco”), proposizione di maxi-emendamenti (sino al caso del «maxi-canguro») che hanno l’effetto di far decadere tutti gli altri (tra i quali, spesso, quelli “scomodi”).

di Umberto Romagnoli

Gli interessi del datore di lavoro e quelli del lavoratore non sempre coincidono e – nel rapporto di lavoro – esiste una parte forte e una categoria sottoprotetta. In questo contributo, l’Autore segue la traiettoria del diritto del lavoro, dalla legislazione corporativa alle speranze indotte dalla Carta costituzionale, sino alla constatazione del fatto che, oggi, tornano a prevalere le logiche economiche. E qui si innesta una riflessione sul senso profondo di una disciplina – quella del diritto del lavoro – che sempre più sembra faticare a trovare una propria missione. Per adempiere alla sua funzione di garanzia, il diritto del lavoro deve godere di consenso nella società, nelle istituzioni e nell’accademia. Ma una società sempre più stretta dalla crisi, un’accademia sempre meno incline a riconoscere la speciale autonomia del diritto del lavoro non sembrano in grado di garantire questa base di consenso. Per dirla con l’Autore, sembra che «il lavoro abbia potuto rompere un millenario silenzio a condizione di metabolizzare il divieto di non alzare troppo la voce».

di Marco Pelissero

In questo contributo, l’Autore mette in evidenza come – al di là delle declamazioni di principio – l’art. 21 Cost. e la tutela che esso offre alla libertà di espressione possa essere messo seriamente in discussione dallo strumento penale; l’Autore constata, anzitutto, come la categoria dei reati di opinione attinga a criteri valutativi pregiuridici, tanto nella definizione dei suoi confini, quanto nella sua pratica applicazione; l’Autore registra poi – come un dato di fatto – la sostanziale continuità riscontrabile tra l’assetto ereditato dal regime fascista e norme sul controllo penale del dissenso vigenti in epoca repubblicana. L’Autore passa poi in rassegna una serie di fattispecie che, tuttora, criminalizzano la manifestazione di pensieri “scomodi”, interrogandosi – per ciascuna – se esse si fondino su una necessità costituzionale di repressione penale o se, viceversa, si possa rinunziare in una democrazia matura - almeno per alcune incriminazioni - allo strumento penale.

di Elisabetta Grande

Il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero fa parte del DNA delle istituzioni statunitensi, ricevendo esplicita protezione sin dal 1791. Tuttavia – osserva l’Autrice in questo contributo – occorre considerare che, ove non ne venga garantita l’effettività, la proclamazione di un diritto può rivestire una funzione puramente retorica e, dunque, di dubbia concludenza. E, così, in questo contributo, si passano in rassegna tanto le decisioni della Corte Suprema che hanno effettivamente garantito un ampio spazio all’espressione del dissenso, quanto le decisioni che, con diversi strumenti interpretativi, hanno infine compresso la formazione ed espressione di opinioni minoritarie. E l’Autrice ci consegna questa riflessione attraverso una lettura degli orientamenti giurisprudenziali condotta in parallelo con gli eventi della storia.

di Silvia Niccolai

Dei pregi e dei difetti immediati che deriverebbero dall’introduzione nel nostro ordinamento della dissenting opinion si è già detto molto (soprattutto con riferimento alla giurisprudenza costituzionale). In questo contributo, l’Autrice – prendendo come un dato di fatto il mancato ricorso a tale strumento nelle nostre istituzioni – ragiona sulle ragioni culturali profonde di tale ritrosia. Ripercorrendo allora vari filoni di pensiero (storico-comparatistico e costituzionalistico), l’Autrice giunge ad ipotizzare che – dietro la scelta (o non scelta) di non introdurre nel nostro sistema la dissenting opinion – si celi una precisa visione dei rapporti tra legge e diritto (con il prevalere di una visione imperativistica e esclusivamente legalistica del diritto) e della stessa funzione del giudice (anche costituzionale): mero esecutore della legge o creatore (con il legislatore) del diritto; non senza notare, però, che il dissenso nella pratica giudiziaria sarebbe coerente con la nostra esperienza storica e potrebbe dare un importante contributo ad una istanza di garanzia coessenziale alla giustizia (l’arginare i possibili abusi degli organi di governo).

di Daniela Piana e Leonardo Morlino

In questo contributo, gli Autori inquadrano prima da un punto di vista teorico il valore del dissenso all’interno della teoria democratica; passano poi ad indagare quali siano gli effetti benefici del pluralismo e del conflitto inter-istituzionale e intra-istituzionale, soffermandosi poi ad indagare sulle dinamiche di conflitto che coinvolgono l’istituzione giudiziaria (rispetto ad altre istituzioni) e su quelle che si verificano all’interno di questa istituzione.

Il contributo si chiude rilevando un apparente paradosso: il dissenso – pur espletando un’importante funzione di autocorrezione e auto-mutamento all’interno del regime democratico – rischia, ove esasperati i momenti di conflittualità, di comportare dei costi sul piano della stessa legittimazione delle istituzioni (e sulla fiducia che, in esse, i cittadini ripongono, come forse avvenuto nel caso del calo di fiducia nella magistratura).

di Giovanni Palombarini e Gianfranco Viglietta

In questo contributo, gli Autori ripercorrono l’esperienza di Magistratura democratica e ricordano come – tra i suoi elementi fondativi – vi sia stata la scelta di campo in favore di un garantismo di impronta liberaldemocratica e una caparbia attenzione alla tutela della manifestazione del pensiero.

Da qui – in un affresco di quella difficile stagione – gli Autori muovono per ricordare le nette prese di posizione di Magistratura democratica contro alcune iniziative giudiziarie che comprimevano tale libertà, l’impegno di Magistratura democratica per l’abrogazione dei reati di opinione e il prezzo che i suoi aderenti dovettero pagare.

Gli Autori concludono il loro contributo registrando – come un dato di fatto – il diverso atteggiamento che Magistratura democratica ha recentemente assunto in relazione a procedimenti penali scaturiti a seguito della manifestazione di un pensiero.

Obiettivo 2
Il punto sul processo civile
di Luca Minniti
di Remo Caponi

L’Autore richiamati i tratti essenziali del processo ordinario di cognizione e puntualizzati gli elementi distintivi che differenziano i modelli di processo ordinario di cognizione adottati nei diversi Paesi, evidenzia che la tendenza prevalente a livello europeo promuove una disciplina elastica del processo a cognizione piena, che affida lo svolgimento alle determinazioni discrezionali del giudice nel caso concreto. In questa direzione l’Autore mette in rilievo il portato della recente introduzione dell’art. 183 bis cpc (convertibilità in sommario del rito ordinario) e saluta con favore l’annunciata modifica della fase introduttiva che a suo avviso marcia nella direzione della valorizzazione della udienza principale.

In conclusione l’Autore rappresenta problematicamente la discrasia tra obiettivi perseguiti dal disegno di legge delega del Governo e strumenti proposti.

di Elena Riva Crugnola

L’autore nella prima parte del suo intervento tratta le questioni concernenti il modello e la struttura del processo di cognizione ordinario e rileva che in ordine al processo di cognizione di primo grado il principio/criterio direttivo contenuto nella delega è generico e tale da non consentire alcuna ragionevole previsione circa il contenuto delle future norme delegate, ricavabile solo dalla lettura della relazione. Nel merito delle scelte operate dalla relazione (e non dal ddl) nega decisamente che ci si possa attendere alcuna “accelerazione evidente” dei tempi processuali in dipendenza delle modifiche proposte. Ed in ciò richiama l’esperienza, rimossa dal legislatore, del cd rito societario di cui al dlgs n. 5/2003. Secondo l’autore lo scambio di atti difensivi, anticipati rispetto alla comparizione dei difensori avanti al giudice è inefficiente costoso ed inutile. Ma segnala che tutta l’impostazione della Relazione al ddl dimostra la sua lontananza dalle aule giudiziarie di primo grado, appare volta a consolidare le prassi meno efficaci in termini di tempi complessivi di definizione, enfatizzando una trattazione scritta “anticipata” e “obbligata”, trascurando il pregio di una conduzione della trattazione orientata alla formazione progressiva della decisione, nel dialogo tra parti e giudice.

Nella seconda parte invece, ove la delega ha un contenuto effettivo, Riva Crugnola analizza nel dettaglio le proposte di modifica della disciplina del Tribunale delle imprese e alcune sue criticità in relazione alle quali formula puntuali osservazioni anche propositive.

di Annamaria Casadonte

Il disegno di legge di delega presentato dal Governo presentato l’11.3.2015 prevede l’istituzione presso i tribunali ordinari della sezione specializzata per la famiglia e la persona, cui vengono accorpate una serie di competenze già devolute al tribunale ordinario in materia di stato, capacità delle persone, separazione, divorzio, figli nati fuori dal matrimonio, procedimenti di competenza del giudice tutelare e quelli di cui all’art. 38 disp att cc non di competenza del tribunale per i minorenni, secondo la modifica restrittiva che viene pure prevista dalla delega.

La delega opta per il mantenimento delle competenze civili in capo al tribunale per i minorenni, con particolare riguardo alla materia del pregiudizio del minore (artt.330 e 333 cc, quest’ultimo al di fuori dei casi trattati avanti al tribunale ordinario).

La soluzione va a discapito del principio di concentrazione delle tutele e non appare idonea a realizzare la ratio di un processo comprensibile e spedito, che pure il legislatore delegante si prefigge.

di Domenico Dalfino

Nel corso degli ultimi decenni, a fronte della perdurante crisi della giustizia civile, definitivamente accantonate le tesi “iconoclastiche” favorevoli alla soppressione dell’appello, i dubbi degli interpreti si sono polarizzati sull’adesione al modello della revisio prioris instantiae o a quello del novum iudicium, sebbene il sistema vigente e il «diritto vivente» propendano evidentemente per il primo, mentre taluni recenti progetti di riforma puntano a trasformarlo in una sorta di azione di impugnativa. A ben vedere, se un secondo grado totalmente chiuso ai nova sembra inidoneo a perseguire la giustizia della decisione, non va neppure assolutizzata la questione dell’inquadramento nell’uno o nell’altro modello d’impugnazione, giacché l’efficienza del giudizio dipende principalmente dalla virtuosa organizzazione degli uffici e dall’adeguata allocazione delle risorse.

di Giulio Cataldi

L'Autore sottolinea da una parte come sarebbe stato necessario, prima di proporre una nuova modifica del giudizio di appello, verificare in concreto come la riforma del 2012 stia incidendo sul complessivo andamento dei giudizi in appello con attenzione alle differenti prassi adottate nelle Corti.

Dall'altra evidenzia la problematicità di una ulteriore chiusura di spazi di rivisitazione del materiale esaminato in primo grado e della soppressione dell’inammissibilità per improbabilità di accoglimento dell’appello.

di Piero Curzio

La crisi del giudizio di cassazione ha origine nell’eccessivo numero di ricorsi. Deve essere affrontata partendo da scelte che conducano la Corte ad essere solo giudice di legittimità, il cui compito è quell’unificazione dell’interpretazione senza la quale il principio di uguaglianza viene leso proprio nella sede più delicata costituita dall’applicazione giurisprudenziale delle norme. A tal fine è necessario che il ricorso per cassazione sia proponibile solo per violazione di legge, come sancito dalla Costituzione, senza ampliamenti, o, quanto meno, è necessario che il legislatore non contraddica con nuovi interventi estensivi le scelte in senso restrittivo fatte solo pochi anni fa. Ma è poi assolutamente indispensabile l’adozione di misure “non legislative”, strutturali ed organizzative, sostenute con investimenti seri in termini di risorse umane ed economiche.

di Giorgio Costantino

Si riferisce dello stato delle proposte di legge pendenti in Parlamento. Si dà conto della successione delle riforme del procedimento di legittimità. Si indicano le soluzioni accolte dalla Corte sulle più recenti riforme. Si auspica un improbabile intervento di razionalizzazione della disciplina processuale e si ricorda il potere di autoregolazione delle corti supreme. Si conclude segnalando i limiti e le conseguenze di una modifica della Costituzione in funzione di una restrizione dell’accesso alla Corte.

di Francesco Vigorito

Negli ultimi venti anni vi è stata ad una profonda trasformazione della disciplina dell’esecuzione forzata civile nel tentativo, che finora ha portato a risultati limitati, di portare il sistema italiano più vicino ai modelli esteri per tempi ed efficacia dei procedimenti. L’esigenza è nata dalla considerazione che il sistema del recupero dei crediti costituisce un parametro importante per l’intera economia del Paese; il ritardo in questo settore comporta, quindi, un grave danno in termini macroeconomici. Le molteplici riforme di questi anni hanno riguardato tutti i settori del processo esecutivo: basta scorrere il libro terzo del codice di procedura civile per rilevare che tutti gli istituti generali e la gran parte dei procedimenti esecutivi sono stati modificati. Non tutte le riforme sono state efficaci né tecnicamente impeccabili e, tuttavia, sarebbe opportuna una fase di applicazione pratica della nuova disciplina prima di pensare ad ulteriori interventi normativi. Resta, per un verso, l’esigenza di effettuare qualche intervento, anche urgente, su norme di dettaglio allo scopo di eliminare alcune contraddizioni esistenti nella normativa e di correggere disposizioni che comportano, tra l’altro, pesanti aggravi per la finanza pubblica e, per altro verso, di iniziare ad esplorare la possibilità di interventi di sistema che ridefiniscano l’ambito delle esecuzioni mobiliari e, per le esecuzioni immobiliari, prevedano, una volta accertato il disinteresse del mercato per l’immobile, modalità nuove di liquidazione dei beni.

di Bruno Capponi

Lo scritto esamina con sguardo d’insieme le riforme del processo esecutivo dalla metà degli anni ’80 ad oggi. Gli strumenti sono cambiati in corso d’opera: dalla legge ordinaria al decreto-legge sino alla legge di stabilità, con la conseguenza di aver consegnato nelle mani di pochi, fuori da qualsiasi controllo, la funzione di creazione di nuovo diritto. Il più grave e iterativo incidente di percorso è stato quello dell’espropriazione presso terzi, in cui sono stati importati istituti propri della cognizione (come il principio di non contestazione) che hanno, da un lato, reso impropriamente il terzo una parte dell’esecuzione e, dall’altro lato, costruito un modello all’esito del quale può risultare non identificato l’oggetto stesso del pignoramento. La rincorsa della competitività, della crescita economica, dell’efficienza nella realizzazione del credito ha fatto del giudice dell’esecuzione una sorta di indice istituzionale del Doing Business: col rischio che venga meno la sua posizione di terzietà, perché compito del giudice non è di sostenere la crescita economica del Paese ma far osservare in un processo di parti, qual è anche quello di esecuzione forzata, i principi di giustizia di derivazione costituzionale e anche comunitaria. Ulteriore rischio è quello del trasferimento fuori della giurisdizione di attività dell’esecuzione sempre più vaste: se la crescita economica dipende dalla tutela esecutiva del credito, presto verranno poste sul tappeto forme di autotutela che della massima efficienza – ma a detrimento delle garanzie del processo – faranno il loro segno distintivo.

di Angelo Danilo De Santis

L’applicazione pratica dell’insieme di regole costituenti l’apparato del processo civile telematico ha fatto emergere molte criticità, in parte preconizzate da quanti hanno assistito alla fase di gestazione del disomogeneo e complicato sistema della fonti. Nonostante le perplessità degli operatori del diritto e le resistenze a quello che non sempre viene percepito come un’occasione di miglioramento delle proprie condizioni di lavoro e di incremento di efficienza della giustizia, il Pct assurge a modello di riferimento anche per il processo amministrativo, tributario, contabile e, in parte, penale. L’ennesima riforma del processo civile, attualmente al vaglio delle commissioni parlamentari, reca con sé il germe di una rifondazione del sistema da compiersi nella consapevolezza che si tratta di un’occasione da non perdere.

di Pasquale Liccardo

L’individuazione delle possibili linee di sviluppo del processo telematico sia esso civile che penale, deve necessariamente muovere da una ricognizione della sua storia recente, dello stato attuale dei sistemi realizzati ed in corso di realizzazione, evidenziando l’intreccio realizzato tra norma, tecnologie ed istituzioni della giuridicità.

Le attività in corso sono state oggetto di analitica esposizione nelle sedi istituzionali Qui si cercherà uno sguardo di insieme.

La difficoltà registrata dalle istituzioni della giuridicità nel terzo millennio nella loro relazione con il concreto non è episodica ma riflette la condizione stessa della modernità declinante ormai incapace di manifestare nella legge la propria ragione ordinante e giustificatrice del mondo: si è interrotto il meccanismo di traduzione nella norma di concetti, di universi simbolici, di idee che hanno connotato per lungo tempo il processo di giuridificazione del concreto, sempre più lontano dalla norma statale per essere retto da regole prodotte dall’economia globalizzata, dal pragmatismo delle relazioni di forza, dallo specialismo delle tecniche contrattuali prive di ogni aspirazione valoriale: l’eccedenza del mondo dal diritto non può essere colmata dalle sole tecnologie ma semmai per il loro tramite letta.

Obiettivo 3
Associazionismo giudiziario
di Carlo De Chiara
di Luigi Ferrajoli

L’associazionismo giudiziario è stato un potente fattore di cambiamento e di democratizzazione della magistratura, secondo il disegno del Costituente: all’interno di essa, con il superamento della gerarchia e l’affermazione dell’eguaglianza di tutti i magistrati, distinti soltanto per le loro funzioni, e, all’esterno, con l’impegno civile dei magistrati per l’inveramento dei valori costituzionali, in cui si è specialmente distinta Magistratura democratica. La quale deve sapersi liberare con decisione della minaccia all’uguaglianza, e quindi all’indipendenza interna, costituita dalle varie forme di riemergente carrierismo, che non l’hanno risparmiata, e deve svolgere il suo ruolo storico di contrasto dei plurimi rischi di involuzione della magistratura: da quello burocratico, a quello “bellicista”, a quello neocorporativo.

di Giuseppe Cascini

Le ragioni della crisi attuale di Magistratura democratica, iscritte nella crisi dell’associazionismo giudiziario in generale, possono essere ricercate nella difficoltà di definire un modo “diverso” di gestire il potere, oggi affidato anche a suoi esponenti all’interno degli uffici giudiziari, ma anche in altre ragioni che riguardano la magistratura in generale: la declinazione dell’uguaglianza interna come disattenzione alla professionalità e all’efficienza del servizio reso ai cittadini; l’attacco violento della politica e il patto consociativo-corporativo di riflesso scattato all’interno della magistratura; l’aggravarsi quantitativo e qualitativo delle condizioni di lavoro e il fallimento dei tentativi di rispondere efficacemente all’attenzione sempre maggiore dell’opinione pubblica al problema dei tempi della giustizia; la riforma dell’ordinamento giudiziario del 2006, il cui risultato è stata l’accentuazione degli aspetti deteriori della magistratura italiana (carrierismo, gerarchia interna, conformismo, clientelismo).

Compito di Md e di Area, per superare la crisi, è elaborare un progetto per ricostruire un modello di magistratura democratico, partecipato, aperto, ma allo stesso tempo non corporativo e sensibile ai diritti degli utenti e alla qualità del servizio reso: un progetto che preveda, per cominciare, l’abolizione dei pareri dei capi degli uffici e dei giudizi sulle valutazioni di professionalità (inutili in sé e fonte indiretta di conformismo e infeudamento) e la realizzazione di una effettiva temporaneità negli incarichi direttivi.

di Lionello Mancini

Che le correnti della magistratura politicizzino la giurisdizione, torcendo le inchieste o i processi verso obiettivi di parte, è un falso diffuso ad arte dagli ambienti politici e dalla stampa soprattutto (ma non esclusivamente) di centrodestra.

Altri sono, invece, e più gravi, i guasti del “correntismo” della magistratura: le pure logiche di spartizione del potere, che affondano le radici nella fragilità culturale di tutti i gruppi, intralciano il percorso di miglioramento del servizio giustizia, e l’autoreferenzialità della “casta” alimenta la questione morale.

di Enrico Manzon

In vista delle elezioni per il Comitato direttico centrale dell’Anm del prossimo anno, ragionare sulle prospettive dell’associazionismo giudiziario e sul ruolo di Area all’interno di esso implica una precisa, attualizzata analisi dello “stato” della magistratura italiana. Che è cambiata nel profondo e non sempre in meglio. Non comprendere a fondo la “cifra” di questo mutamento e, allo stesso tempo, non fare una calibrata, costruttiva autocritica, può comportare seri problemi ed altrettanto gravi danni per un indirizzo di politica associativa coerente con i nostri principi ed i nostri valori, quali “ereditati” da Md e dal Movimento per la giustizia, ora transitati in Area. Molti magistrati, giovani e meno giovani, continuano a guardare con rispetto ed attenzione alla tradizione migliore dell’Anm, della quale quei principi e quei valori sono parte essenziale, ma chiedono alla nostra Associazione un “cambio di passo”. La tesi è dunque che Area abbia prospetticamente le maggiori e migliori chance per tenere insieme nell’azione associativa l’ interesse dei magistrati/della magistratura con le aspettative della collettività nazionale all’efficienza ed alla qualità del servizio giudiziario. Il corollario è che ciò sia doverosamente praticabile negli assetti associativi che verranno. La condizione predicata è che si mettano in campo idee nuove e che si facciamo scelte adeguate al tempo presente, ma soprattutto a quello futuro. Senza incertezze, con coraggio.

di Rocco Gustavo Maruotti

I magistrati più giovani, se avvertono normalmente il richiamo dell’Anm, vista come “casa comune” e autorevole riferimento identitario, altrettanto normalmente rifuggono, invece, dall’impegno nelle “correnti” che animano l’Associazione. Le ragioni spaziano dalla maggiore maturità delle nuove leve della magistratura (che, per le modalità del concorso, vi approdano in genere a un’età più avanzata rispetto al passato), che induce a scelte mediate e consapevoli, piuttosto che a giovanili entusiasmi; al coinvolgimento delle correnti nel conflitto con la politica, visto come un appannamento, comunque, della “sacralità” della funzione giudiziaria. Ma, soprattutto, ciò che allontana i magistrati più giovani dalle correnti è il malcostume cui esse si sono abbandonate nella gestione del potere di autogoverno, anzitutto nelle nomine a uffici direttivi o altrimenti prestigiosi.

di Tommaso Giovannetti

C’è una parola che descrive bene il rapporto tra il magistrato ordinario in tirocinio e tutto ciò che riguarda l’ordinamento giudiziario, il mondo dell’associazionismo ed il fenomeno delle correnti: distanza.

Distanza da alcuni poi coltivata come un bene da preservare; da altri vista come un vuoto da colmare; da altri ancora vissuta con sostanziale indifferenza. Generale è, comunque, nei nuovi magistrati il genuino desiderio di imparare e di formarsi professionalmente, sia pure con attenzione quasi esclusiva agli aspetti tecnico-giuridici della formazione e con assai scarso interesse per le implicazioni del quadro ordinamentale in cui il magistrato si colloca.

Per sollecitare il loro interesse su quest’ultimo versante, potrebbe essere preziosa la partecipazione ai momenti di discussione che si svolgono nell’ambito dei gruppi associativi, come l’autore ha avuto modo di sperimentare di persona avvicinandosi a uno di essi.

di Valerio Savio

L’enorme rilievo delle elezioni per il CdC – Sullo sfondo del dilemma culturale di sempre “magistrati o funzionari?”, l’Anm ad un bivio storico: sposare o rifiutare la deriva neocorporativa. Il rischio che le spinte neo-corporative si saldino con le aspettative di larga parte delle forze politiche ad un ridimensionamento del protagonismo politico-istituzionale della magistratura. L’idea di giurisdizione che dobbiamo combattere. Gli impraticabili “carichi esigibili”: incompatibili con l’idea stessa di giurisdizione quale potere costituzionale inerente la sovranità dello Stato, volano e simbolo della resa senza condizioni alla definitiva burocratizzazione della magistratura, leva su cui fondare la mutazione genetica della natura e della funzione dell’Anm. Per Area l’esigenza identitaria di non confondere la sua proposta con nulla che li richiami. Le linee di un programma che rifiutando il neocorporativismo e mantenendo il profilo “storico” dell’associazionismo nella difesa degli assetti costituzionali della giurisdizione accetti la sfida di una Anm impegnata con forza sulle condizioni di lavoro così come sulla questione morale e sull’autoriforma del governo autonomo. Per Area in Anm, tre linee guida: operare in primo luogo per restare al governo dell’Associazione cercando la più ampia convergenza possibile, mediare ma senza compromessi con il corporativismo, rivendicare il valore storico, per la giurisdizione, di ciò che si è fatto nell’alleanza con UpC. La composizione della lista. La natura e la gravosità dell’impegno del singolo in CdC ed in Gec.

di Antonella Meniconi

L’associazionismo giudiziario ha avuto, fin dal 1909, un ruolo importante nella storia della magistratura italiana con la fondazione dell’Agmi, ma non si è trattato, da subito, di un percorso facile. Nel 1925, con “l’autoscioglimento” dell’Associazione, i suoi dirigenti furono espulsi dal corpo giudiziario e solo al termine della guerra, nel 1945, si potette ricostituire l’Anm.

Pesavano, però, sul nuovo soggetto non solo l’eredità virtuosa della partecipazione di molti alla Resistenza, ma anche l’intrinseco rapporto che altri, in specie alti magistrati, avevano intrattenuto con il regime fascista.

La lenta attuazione della Costituzione, con l’istituzione solo nel 1958 del Csm, nascose, in realtà, anche nella magistratura, una lotta sorda tra “innovatori” e “conservatori”. Solo negli anni Sessanta, l’entrata in ruolo di una nuova generazione favorì anche l’inveramento dei valori costituzionali.

È precisamente in questa chiave che ancora oggi il ruolo del magistrato e il suo impegno nelle correnti giudiziarie può avere un ruolo “politico”, ovvero costituzionale.

Cronache americane
di Luigi Marini

Le complessità proprie del riconoscimento e della tutela dei diritti conoscono a livello sovrannazionale un moltiplicatore che risente anche delle differenze di luoghi e tempi che segnano i processi decisionali. Il rapporto fra Assemblea generale e organi ausiliari e i gradi di rilevanza autonoma di questi ultimi rispetto ai compiti di indirizzo e di consolidamento della prima costituiscono fattori importanti allorché si esaminano le Nazioni Unite quale entità che opera per la promozione dei diritti e della pace. Una prima lettura dei percorsi decisionali e della molteplicità degli attori istituzionali può aiutare a introdurre un tema meritevole di ulteriori analisi.

ARCHIVIO
Fascicolo 2/2018
L'ospite straniero.
La protezione internazionale
nel sistema multilivello di tutela
dei diritti fondamentali
Fascicolo 1/2018
Il pubblico ministero nella giurisdizione
La responsabilità civile fra il giudice e la legge
Fascicolo 4/2017
L’orgoglio dell’autogoverno
una sfida possibile per i 60 anni del Csm
Fascicolo 3/2017
A cosa serve la Corte di cassazione?
Le banche, poteri forti e diritti deboli
Fascicolo 2/2017
Le nuove disuguaglianze
Beni comuni

Dedicato a Stefano Rodotà
Fascicolo 1/2017
Il diritto di Crono
Il multiculturalismo e le Corti
Fascicolo 4/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Il giudice e la legge
Fascicolo 3/2016
La giustizia tributaria
La riforma della magistratura onoraria
Fascicolo 2/2016
VERSO IL REFERENDUM COSTITUZIONALE
Forme di governo,
modelli di democrazia
IL CORPO
Anatomia dei diritti
Fascicolo 1/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Formazione giudiziaria:
bilancio e prospettive
Fascicolo 4/2015
Il valore del dissenso
Il punto sul processo civile
Associazionismo giudiziario
Fascicolo 3/2015
Il diritto del lavoro alla prova del Jobs Act
Unitarietà della giurisdizione
Riforma della responsabilità civile
Fascicolo 2/2015
NUMERO MONOGRAFICO
Al centesimo catenaccio
40 anni di ordinamento penitenziario
Fascicolo 1/2015
Dialoghi sui diritti umani
I diritti fondamentali tra obblighi internazionali e Costituzione
La risoluzione amichevole dei conflitti
Schede di ordinamento giudiziario aggiornate al gennaio 2015
Il volume costituisce un'utile panoramica dei metodi di contrasto alla criminalità mafiosa e degli strumenti di prevenzione
Numero speciale di Questione Giustizia in formato digitale con atti, relazioni e dati sul sistema delle misure cautelari personali