Rivista trimestrale
Fascicolo 4/2015
Obiettivo 3. Associazionismo giudiziario

La prospettiva Anm. Area e le elezioni per il CdC, proposte per un programma. Non confondersi con il neo-corporativismo

di Valerio Savio

L’enorme rilievo delle elezioni per il CdC – Sullo sfondo del dilemma culturale di sempre “magistrati o funzionari?”, l’Anm ad un bivio storico: sposare o rifiutare la deriva neocorporativa. Il rischio che le spinte neo-corporative si saldino con le aspettative di larga parte delle forze politiche ad un ridimensionamento del protagonismo politico-istituzionale della magistratura. L’idea di giurisdizione che dobbiamo combattere. Gli impraticabili “carichi esigibili”: incompatibili con l’idea stessa di giurisdizione quale potere costituzionale inerente la sovranità dello Stato, volano e simbolo della resa senza condizioni alla definitiva burocratizzazione della magistratura, leva su cui fondare la mutazione genetica della natura e della funzione dell’Anm. Per Area l’esigenza identitaria di non confondere la sua proposta con nulla che li richiami. Le linee di un programma che rifiutando il neocorporativismo e mantenendo il profilo “storico” dell’associazionismo nella difesa degli assetti costituzionali della giurisdizione accetti la sfida di una Anm impegnata con forza sulle condizioni di lavoro così come sulla questione morale e sull’autoriforma del governo autonomo. Per Area in Anm, tre linee guida: operare in primo luogo per restare al governo dell’Associazione cercando la più ampia convergenza possibile, mediare ma senza compromessi con il corporativismo, rivendicare il valore storico, per la giurisdizione, di ciò che si è fatto nell’alleanza con UpC. La composizione della lista. La natura e la gravosità dell’impegno del singolo in CdC ed in Gec.

«Le elezioni per il CdC dell’Anm sono di strategico rilievo per l’associazionismo giudiziario e per l’intera Magistratura».

Lo si dice ogni volta , ed è vero ogni volta, da decenni .

Il prevalere in Anm di un indirizzo e di una cultura politico-associativa, o di un’altra, può spostare molto nel modo di essere e di porsi della magistratura, e può alla fine determinare molto in ordine agli assetti costituzionali ed ordinamentali della giurisdizione. Da come l’Anm prende posizione, da come comunica, da come si pone sullo scenario politico-istituzionale, può infatti dipendere molto di ciò che sulla giurisdizione, prima ancora che sulla magistratura, si va a dire, ad approvare o non approvare.

Se le ormai famigerate correnti sono perennemente sotto il fuoco della critica, interna ed esterna, e godono di cattiva stampa, citate quale crogiuolo e sentina di ogni male pressoché in ogni analisi sulla Giustizia (noi stessi sempre più pudicamente le chiamiamo “gruppi”),l’Anm, nonostante sia tuttora indiscutibilmente anche la loro casa comune, è infatti invece tuttora generalmente riconosciuta nel discorso pubblico come l’autorevole “voce” della magistratura tutta. L’Anm è invitata quale interlocutore rappresentativo dei magistrati unitariamente considerati in ogni contesto, che sia una Commissione parlamentare per l’audizione su di un disegno di legge, che sia un Congresso forense o in genere professionale, un convegno accademico su temi tecnici, una manifestazione di Libera o un talk show televisivo, o l’inaugurazione di un Centro per la difesa dei diritti al serpentone di Corviale all’estrema degradata periferia di Roma. Il presidente della Repubblica riceve l’Anm al Quirinale come una istituzione più che come un sindacato, e non manca da anni ai suoi Congressi. Il presidente ed il segretario Anm sono ormai da tempo, per le leggi che regolano i media, immancabili e necessari protagonisti del dibattito pubblico, ed hanno una esposizione mediatica elevatissima (e delicatissima da gestire). L’InterMagistrature, Comitato che raccoglie magistrati ordinari, amministrativi, contabili, militari, riconosce all’Anm una obiettiva leadership nell’interlocuzione sindacale e nella rappresentanza unitaria di tutte le magistrature. Addirittura, ad esito di un risalente entusiasta impegno dei suoi soci e delle sue Sezioni in iniziative di singoli Istituti, ora ai magistrati che si riconoscono in Anm viene riconosciuto – caso unico nel panorama internazionale – perfino un ruolo  nell’educazione alla legalità delle nuove generazioni, se è vero che l’Associazione firma a novembre 2015 con il M.I.U.R. e con l’Autorità  anticorruzione un pubblico protocollo per un organico intervento nella Scuola su Costituzione, legalità, educazione civica.

Una legittimazione sociale enorme (certo figlia in primo luogo della credibilità che la Magistratura nel suo complesso bene o male si è tuttora saputa mantenere), che consente di affermare come l’Anm sia tuttora il miglior strumento di cui dispone la magistratura: per difendere la giurisdizione dagli attacchi di chi non ama il suo moderno e democratico modello costituzionale, per difendere lo status professionale dei magistrati. per pubblicamente interloquire, secondo pratica che da sempre in buona misura disturba il manovratore di turno.

Una legittimazione da non disperdere, alla fine riducibile ad un modo di essere ormai a buon titolo definibile come storico dell’Associazione: l’aver saputo pubblicamente trattare le questioni e le tematiche della giurisdizione non a partire da ciò che è di esclusivo interesse dei magistrati, ma a partire dall’interesse della Comunità ad avere una giurisdizione intellettualmente libera, autonoma ed indipendente, all’altezza dei suoi compiti : tutelare e promuovere i diritti, effettuare il controllo di legalità di poteri pubblici e privati.

Siamo per fortuna tuttora in tanti ad avere ben chiaro tutto questo, al punto da poterla ritenere una banale inutile premessa. Sono purtroppo sempre di più quelli che non lo hanno chiaro come si dovrebbe.

Non lo hanno chiaro da diversi anni molti dei colleghi neo-assunti – non sempre definibili “giovani” – che in tanti, troppi, mostrano già dal tirocinio una preoccupante maggiore attenzione alle prerogative di status raggiunte (o non raggiunte) con il superamento di un difficile concorso vissuto come un punto di arrivo piuttosto che ai passi da compiere per costruire la professionalità necessaria ad un esercizio del ruolo istituzionalmente consapevole, che mostrano di concepire invece la professionalità come mero tecnicismo e che, magari anche per i residui di precedenti esperienze lavorative e sindacali, rifiutano ogni rappresentanza di correnti ed Anm o al massimo dichiarano da subito la loro preferenza per una Anm dai profili esclusivamente e puramente sindacali, per una Anm chiusa ad ogni altra vocazione.

Non lo hanno più chiaro, se mai lo hanno avuto chiaro, i tanti, diffusi nei diversi segmenti associativi in misura diversa, che giudicano maturi i tempi per trasformare l’Associazione in tal senso, per abbandonare temi e valori tradizionali dell’associazionismo, per cambiare il modo stesso in cui la magistratura deve pensarsi , non più Istituzione dello Stato—Comunità in fisiologica dialettica con gli altri poteri costituzionali ma pacificata parte integrante dello Stato-Amministrazione, del “Palazzo”.

Ancora, non lo hanno ben chiaro quanti in questi ultimi anni hanno iniziato a pensare, ed alcuni a lavorare, alla rottura dell’unità associativa.

 

 

Siamo al punto che rende anche questa volta vera l’asserzione che si tratta di elezioni di rilievo strategico.

Tali sensibilità culturali e professionali degli ultimi anni, prima ancora che le dinamiche associative , ci dicono che l’Anm è davvero dinanzi ad un bivio: virare decisamente verso il chiuso neo-corporativismo che viene sempre più diffusamente proposto da parte di chi , impalcandosi ad unico legittimato interprete di una mitica e mitizzata base «sideralmente lontana dagli attuali vertici dell’Associazione» e ritenuta ormai maggioranza per quanto silenziosa, vuole trasformare la natura stessa dell’Anm e della rappresentanza di cui è espressione, mutandola in sindacato puro di categoria, ovvero mantenere all’associazionismo giudiziario, certo aggiornandolo, rivisitandolo, riempiendolo di nuovi contenuti, quel profilo che bene possiamo chiamare “storico”, quel profilo istituzionale che ha saputo inscrivere ogni battaglia politica, ordinamentale o anche di natura sindacale nella prospettiva costituzionale di una giurisdizione al servizio non dei magistrati ma dei cittadini, della tutela dei diritti e della legalità.

È vero, non è un bivio inedito. Siamo a ben guardare sempre alla vecchia e cara domanda “magistrati o funzionari?”, che dagli anni Sessanta attraversa la nostra cultura professionale.

Ma un novum c’è. Perché mai come da decenni il neocorporativismo è stato forte come ora. Perché mai come da decenni vi sono rischi di rottura dell’unità associativa. Perché mai come da decenni la concezione esclusivamente sindacalista dell’associazionismo ha permeato settori della magistratura sinora ad essa del tutto refrattari. Perché mai come ora si erano viste singole correnti rinunciare a fornire il loro contributo in materia sindacale all’Anm per aprire , per ragioni di bottega elettorale, propri “Uffici sindacali” in dichiarata quotidiana espressa concorrenza con il ruolo rappresentativo unitario, in materia, dell’Associazione. Perché mai come ora è stato forte il rischio che le spinte neo-corporative si saldino con le aspettative, spesso dichiarate, di larga parte delle forze politiche ad un ridimensionamento del protagonismo politico-istituzionale della magistratura. Perché mai, come negli ultimi tempi, è avvenuto che uno schieramento politico ampio come tutto l’arco parlamentare si dedicasse efficacemente a rafforzare le spinte corporative al nostro interno con interventi diretti e a gamba tesa – magari con decreto legge, in rottura di un pluridecennale galateo istituzionale - sullo stato di servizio dei magistrati quali quelli su stipendi, età pensionabile, ferie, responsabilità civile. 

Per Area, come arrivare a questo appuntamento? Con quali idee programmatiche, con quali prospettive di alleanze, con quali candidati, dando per scontato che Area avversi tuttora il neo-corporativismo, e sia ferma nel chiamarlo col suo nome?

Serve una Proposta chiara, perché abbiamo da affrontare una Proposta chiarissima, lineare, netta. Che parla non solo alla pancia – sarebbe riduttivo dirlo – ma anche alla testa dei magistrati.

L’idea di fondo che ci troviamo ad avversare è quella che vuole una magistratura burocratizzata, corpo di professionisti tanto tecnicamente  preparato quanto saldamente inscritto nel resto dell’amministrazione e che si sente parte della stessa, una magistratura culturalmente “chiusa” all’esterno, autoreferenziale, attenta solo ai propri interessi “di categoria” svincolati da quelli della giurisdizione e quindi indifferente alla complessiva resa del servizio giustizia, gerarchicamente sottordinata almeno culturalmente alla Corte di cassazione e ad una giurisprudenza di legittimità da rendere più cogente, rimpicciolita e priva di visibile soggettività politico-istituzionale perchè finalmente e per scelta assente dal pubblico dibattito sulla giustizia, sui diritti e sugli assetti ordinamentali, “pacificata” e “bonificata” da ogni spinta culturale che la veda parte della promozione e dell’evoluzione del diritto, nella convinzione che non si debba disturbare “la politica” per non essere disturbati nel proprio ambito. Un corpo professionale, in cui la selezione iniziale garantisca omogeneità culturale e di ceto sociale di provenienza, in cui la formazione permanente sia incentrata sul puro tecnicismo, in cui si faccia carriera in senso proprio con meccanismi cooptativi o comunque controllati dall’alto. Un corpo di tecnici «leone sotto il trono», dal mondo politico ringraziato per il suo low profile politico istituzionale da uno status economico e di servizio blindato e sensibilmente migliore di quello attuale, di cui possa ben essere parte integrante la possibilità di svolgere attività extragiudiziarie, arbitrati, collaudi, incarichi ad alta remunerazione presso Enti pubblici per nomina discrezionale e politica, a meglio rendere avvinghiati Esecutivo e Giudiziario, e a scatenare il carrierismo dei singoli. Un corpo di magistrati-funzionari non chiamato ad alcun autogoverno, non chiamato ad organizzare in forma individuale o collettiva il proprio lavoro, chiamato solo al raggiungimento di un dato predeterminato standard di produttività qualificato come soglia di esigibilità della prestazione lavorativa stipendiata, magari volontariamente superabile con retribuzione ulteriore separata, magari a cottimo. Un complessivo modello che più che agli anni Cinquanta guarda – persino con qualche ingiustizia per l’incisivo ruolo che spesso i Tar riescono a svolgere - al profilo della attuale magistratura amministrativa, un modello la cui progressiva costruzione richiede sin da ora una Anm/sindacato corporativo, integralmente ed esclusivamente assorbito dalla contrattazione separata su stato di servizio, retribuzione, pensioni, condizioni di lavoro ed in quest’ottica persino pronto a mettere a rischio ed in discussione meccanismi retributivi che pure ci hanno tutelato e per oltre trent’anni quali quelli della legge del 1981 sull’adeguamento triennale. Una sorta di «sindacato autonomo della magistratura», che per il momento si schieri con forza sul  fronte della enucleazione in sede di autogoverno dei “carichi esigibili” funzione per funzione, su base nazionale, vale a dire sul fronte della predeterminazione di un numero di procedimenti definiti/provvedimenti emessi che segni la soglia di possibile esigibilità della prestazione lavorativa del singolo magistrato, raggiunta la quale pereat mundus ed ogni mancata definizione, ogni ritardo, ogni pendenza, ogni denegata giustizia sia imputabile (e denunciabile alla pubblica opinione come imputabile) alla politica inadempiente nel fornire alla giustizia risorse umane e materiali, al contenzioso impazzito per la legislazione caotica, ai 230 mila avvocati e magari anche al destino cinico e baro, ma non alla magistratura, a quel punto con la coscienza comunque a posto per aver adempiuto alla sua obbligazione di mezzi.

Sull’assunto, e nella convinzione, che si tratti di una posizione su cui è pronta a schierarsi la base, la gran parte della magistratura profonda, in particolare quella che non si sente più (o non si è mai sentita ) rappresentata da correnti ed Anm, su tale fronte dei “carichi esigibili” negli ultimi anni si sono così via via schierati singoli masanielli ed arruffapopolo da mailing list, la gran parte di Magistratura indipendente e poi di Autonomia ed indipendenza, per ultima quella parte dell’area rappresentata da Unità per la costituzione che poco si è riconosciuta e si è sentita rappresentata dall’attuale Giunta (della tematica dei “carichi esigibili“ potendo poi dirsi vi sia stata e vi sia una declinazione più becera – attenta solo ed unicamente alla fissazione del punto in cui ai magistrati può e deve legittimamente cadere la penna – ed un declinazione più colta, più sottile, più attenta a prevenire obiezioni culturali, che è quella che mostra di volere la fissazione dei limiti di esigibilità del lavoro in funzione del mantenimento della qualità del lavoro giurisdizionale. Essendo certo che si è riusciti a porre il tema, per ultimo con la richiesta di un referendum consultivo ex art. 55 Statuto Anm, al centro del dibattito associativo, e a farlo diventare la leva su cui sostenere la necessità di una mutazione genetica della natura e della funzione dell’Anm, la necessità che prevalga un altro modo di fare e pensare il sindacato dei magistrati. Essendo certo che su questo fronte non si notano grandi differenze di approccio, per restare alle forze rappresentate in Cdc, tra Proposta B, Mi, Ai: quest’ultima meritoriamente capace nell’ultimo anno di mettere in campo nuovi attivismi, singole iniziative, nuova partecipazione di molti e di mettere per un attimo in ombra il fatto di essere nata essenzialmente su uno scontro interno a Mi sul potere di operare le nominations al Csm e di recente mestamente e rapidamente approdata al più vieto neocorporativismo in dichiarata quotidiana esibita concorrenza con la lasciata Casa madre, essendo arrivata per ultimo a sostenere  che il ricorrere ai Tar contro la restituzione di quanto indebitamente erogato nelle buste paga per gli effetti della legge 27/1981 – battaglia di assoluta retroguardia, e dagli enormi oggettivi rischi politici proprio per le sorti delle retribuzioni – sarebbe esempio e atto fondativo di un “nuovo modo di fare sindacato” oltre che terreno addirittura, come si è inopinatamente espresso un suo autorevole esponente, su cui contare i magistrati coraggiosi e quelli non coraggiosi, imbelli di fronte alle ritenute soperchierie del Governo cattivo).

Area, se ci tiene a difendere la Magistratura costituzionale, ha il dovere di opporsi a questa deriva innanzitutto culturale, e di mettere in campo poche ma chiare idee. Per raccogliere intorno a sé e soprattutto schierare culturalmente quanti – per fortuna presenti un po’ ovunque nell’associazionismo - rifiutano questo approccio, quest’idea di sindacato, prefigurazione e funzione di questa nuova (invero decrepita) idea di magistratura.

Su questo dobbiamo essere netti. Non dobbiamo confonderci. I colleghi non ci devono poter confondere con altri, pena il disastro politico.

La situazione è già difficile in generale.

Anm e correnti vivono nel microcosmo della magistratura gli stessi problemi di crisi di rappresentanza che tutti i “corpi intermedi” vivono nella più ampia società politica. È finita l’epoca in cui il 95% dei magistrati si sentiva comunque rappresentato dai gruppi e dall’Associazione, si sentiva ad essi fisiologicamente adesivo, si schierava quale parte di un tutto legittimato comunque alla comune rappresentanza esterna. E il quotidiano dell’autogoverno, ce lo ripetiamo anche tra noi a giorni alterni senza poi però trarne le doverose conseguenze, da tempo non ci consente di chiamarci fuori da quanto non funziona in Consiglio (poco comprensibili e a volte inaccettabili decisioni su nomine e posti ambiti in primo luogo), da tempo non ci consente di dire senza arrossire (o senza far ridere) che l’aderente ad Area, quando decide qualcosa, o quando aspira a qualcosa, è innanzitutto sempre e comunque un rigoroso e senza macchia esecutore delle nostre splendide Carte dei valori.

Già siamo, ci piaccia o no, in una situazione in cui nel panorama associativo si parla di “grillini” e di forze “antisistema”, in cui parlare di sistema appare proprio ed aderente alla situazione anche tra di noi e non solo nei servizi tv a tesi precostituita alla Gabanelli, in una situazione in cui pacificamente noi di tale sistema siamo percepiti parte essenziale perché siamo parte essenziale, perché siamo dentro .

Soprattutto: già abbiamo troppi aderenti, e troppi dirigenti, che nel quotidiano della vita degli uffici, nel quotidiano del lavoro giurisdizionale non segnano alcuna specificità di cultura professionale che li faccia in qualche modo distinguere dalle pratiche che andiamo avversando, perché noi ci si possa permettere di confonderci anche in Anm con chi propugna e pratica un modello di magistratura e di sindacato contrario a quello costituzionale.

Dovremmo, dobbiamo saperci distinguere anche in Csm e nell’autogoverno in generale, non possiamo mancare di farlo in Anm, dove il confronto politico-culturale è depurato dalla gestione diretta dell’autogoverno, e dove distinguersi a dirla cinicamente ha anche meno “costi”.

E dobbiamo farlo con mentalità non settaria, non manichea, avendo chiaro che anche nei gruppi che negli ultimi tempi si sono schierati su posizioni neocorporative la situazione non è monolitica, ricordandoci che la storia dell’associazionismo giudiziario è storia di pluralismo, di contaminazioni culturali, di capacità di sintesi, è storia che ha visto valori che erano di minoranze diventare patrimonio condiviso. Avendo chiaro che dobbiamo saper raccogliere intorno a noi, e recuperare, o guadagnare ex novo alla pratica associativa, i neo-assunti, i non (o mai) schierati, i tanti ( troppi) disillusi.

 

 

Dobbiamo essere netti.

Se è vero che dobbiamo occuparci in Anm primariamente delle condizioni di lavoro dei magistrati, se è vero che i magistrati – non tutti – sono chiamati a lavorare spesso con carichi obiettivamente insostenibili, la prima cosa che dobbiamo dire con forza, in modo chiaro, senza confonderci con i mantra del momento, è che i “carichi esigibili” così come al di là dei distinguo vengono proposti, quale misura-limite dell’impegno richiedibile al singolo e quindi alla magistratura nel suo complesso in presenza di n forze date (salvo poi teorizzare il diritto a lavorare in Commissioni tributarie o in genere in incarichi extragiudiziari), quale fulcro su cui incentrare ogni possibile problematica gestionale, organizzativa, ordinamentale, professionale, sulla giustizia e su cui incentrare ogni interlocuzione con la politica, sono, oltre che una indefinita e indefinibile chimera, la resa senza condizioni della magistratura quale potere costituzionale, il volano della sua definitiva burocratizzazione. Un delitto verso il servizio giustizia. Per la magistratura, peggio di un delitto, un errore strategico, un colossale errore storico, un suicidio politico.

Dobbiamo dire forte e chiaro che “i carichi esigibili” sono una indefinibile chimera perché attesa la configurazione dell’attività giurisdizionale quale attività intellettuale, e la sua varietà, una sua delimitazione in termini quantitativi (oltretutto da operarsi su base nazionale, a prescindere dalle specificità dei singoli uffici) è impresa astratta ed arbitraria. Che la produttività di un professionista intellettuale non si può misurare a numeri. E che sono quindi innanzitutto una presa in giro, in primis dei magistrati, se non altro perché costituiscono proposta che non si confronta mai con un ineludibile problema: che fare dei procedimenti oltre i “carichi esigibili”?

Dobbiamo dire forte e chiaro che è incompatibile con il concetto stesso di Stato sovrano secondo la cultura giuridica moderna l’idea che si possano mettere dei limiti quantitativi all’esercizio di una funzione e di un potere costituzionale (si è forse mai visto o pensato di mettere dei limiti quantitativi all’Esecutivo ed al Legislativo per i provvedimenti adottabili?). E che quindi proporre di fare una simile operazione significa proporre la degradazione della giurisdizione ad attività amministrativa e l’abdicazione della magistratura quale ordine autonomo ed indipendente che gestisce un potere costituzionale per ridurla a corpo burocratico che gestisce un servizio amministrativo tra tanti: secondo profilo di astrattezza e di impraticabilità in concreto della proposta , poiché la giurisdizione – per fortuna? – è attività intrinsecamente inerente alla sovranità dello Stato e come tale oggettivamente non riducibile  ad attività amministrativa.

Dobbiamo dire forte e chiaro che tanto la proposta è oggettivamente impraticabile quanto sarebbe invece pienamente efficace ed idonea a rappresentare alla pubblica opinione gli appartenenti all’ordine giudiziario non quali magistrati che si studiano di gestire al meglio nell’interesse dei cittadini il potere costituzionale loro affidato ma quale corpo di funzionari e di piccoli burocrati che si studiano nel loro proprio interesse di autolimitare il proprio lavoro, di organizzare il servizio a partire dall’unico punto fermo dato dal limite insuperabile predeterminato al loro impegno. Dobbiamo dire che sarebbe proposta idonea a recidere i fili di fiducia e credibilità che ancora ci legano a  settori della società civile e della pubblica opinione, ad isolarci ulteriormente, a farci davvero nuovamente percepire quale Casta interessata solo alla propria condizione.

Ancora, dobbiamo dire forte e chiaro che impostare l’attività associativa e sindacale sui “carichi esigibili” così come sui “riposi compensativi” da lavoro festivo o notturno, o sul sabato non lavorativo, innesta un processo e una china che non può che portare all’orario di lavoro e alla perdita di una delle grandi ricchezze di questa professione: la possibilità di autorganizzazione della prestazione lavorativa, per il singolo, come per il governo autonomo.

Dobbiamo dire forte e chiaro che la delimitazione della prestazione a determinati “carichi esigibili” potrebbe portare a reclutamenti straordinari di magistrati, alla dequalificazione di una magistratura a quel punto fatta di 20-30.000 mal pagati funzionari.

Dobbiamo dire forte e chiaro, provocatoriamente, che per tutte tali ragioni siamo al limite più corporativi noi a rifiutarli che loro a proporli, i “carichi esigibili” e dintorni: perché alla fine della fiera una magistratura burocratizzata ed impiegatizia, magari pletorica, di impiegati con il compito di una prestazione lavorativa delimitata e predeterminata, avrà anche lo stato giuridico, e lo stipendio, da impiegati, che si merita.

Area deve certo – come di recente ha nuovamente fatto - ragionare di carichi di lavoro e di organizzazione, di priorità nello smaltimento dell’arretrato, di come enucleare ufficio per ufficio, su base annua o più ampia, in base alle forze disponibili, in modo partecipato, secondo lo schema dell’art. 37 della legge 111 del 2011, i carichi in concreto sostenibili non dal singolo ma dall’ufficio in base alla migliore organizzazione possibile a forze date, e di come renderli pubblici con un periodico bilancio sociale che renda chiaro cosa è esigibile da un dato ufficio e che abbia anche la funzione di mettere in mora chi non provvede a dotare la magistratura delle risorse che servono. Può anche chiamare ed etichettare tutto questo come prassi dei “livelli di servizio”. Sostenibili dal singolo ufficio giudiziario. L’importante è che non lo faccia per cercare alle orecchie dei colleghi una assonanza con i “carichi esigibili”, per confondersi con la logica che dobbiamo sconfiggere e dalla quale dobbiamo invece con chiarezza distinguerci, pena la nostra scomparsa (dal momento che tra un originale ed una pallida imitazione in politica vince sempre l’originale). L’importante è che abbiamo il coraggio di rivendicare che dobbiamo solo continuare a fare quello che da sempre è uno dei compiti dei magistrati e del governo autonomo: cercare di organizzare al meglio, per quanto in nostro potere, il non limitabile potere costituzionale di cui siamo titolari. Che questo fronte di impegno non è nuovo, ma è uno dei fronti di sempre, certo da riempire, se ne siamo capaci, con l’apporto di tutti, di contenuti nuovi .

Poi certo Area in Anm dovrà continuare  a occuparsi delle condizioni di lavoro dei magistrati, e farlo sempre di più, e sempre meglio.

Perché è vero che le condizioni di lavoro vanno peggiorando, che i carichi sono spesso insostenibili per il singolo (dobbiamo avere anche la capacità di dire: non sempre, non ovunque), e che questa situazione, vera, è la prima spiegazione dell’insorgere di un nuovo neocorporativismo. Perché è vero che vi sono tanti temi che hanno a che fare con il servizio ma che sono al contempo temi direttamente o indirettamente sindacali da affrontare con sempre maggiore specifica dedizione.

 

 

Rifiutati i “carichi esigibili” nelle loro diverse declinazioni, sarà così sacrosanto cercare le più ampie convergenze possibili su una Anm che rinnovi e rinforzi la rivendicazione:

-della necessità del superamento delle attuali scoperture di organico: tornando ai due concorsi in magistratura l’anno, e ad un concorso cui si possa accedere anche solo con la laurea in giurisprudenza, per tornare ad avere uditori anche ventenni ed anche provenienti da ogni ceto sociale; studiando una ragionata riduzione dei posti fuori ruolo, da limitare a quelli che davvero giustifichino la presenza di un magistrato e possano arrecare alla giurisdizione un arricchimento “di ritorno”);

- della necessità di investimenti sulla giustizia, in risorse umane (riqualificazione del personale; assunzione di personale amministrativo qualificato, giovane e motivato, con nuove figure quali l’”operatore informatico” destinato alla quotidiana assistenza, nell’ufficio del processo, ai problemi di software, di gestione dei dati, di gestione del processo telematico anche in udienza: per riportare gli organici dalle attuali 36.000 almeno alle 52.000 unità di quando nel 1995 si sono banditi gli ultimi concorsi; per riportare i magistrati a svolgere solo i ruoli che loro spettano, e a non doversi caricare dei nuovi compiti oggi legati al Pct e tra poco al processo telematico anche in penale);

- della necessità, proprio in relazione ai “carichi di lavoro”, se non di una ulteriore revisione delle circoscrizioni almeno di una intelligente rivisitazione degli organici sia del personale che dei magistrati, che superi le enormi irrazionalità che vi sono oggi a discapito degli uffici più “lavorati” e a favore delle nicchie di sine cura che pure vi sono (riforma – tra noi non indolore - che riguardi gli uffici di primo grado e non solo, si pensi agli organici inadeguati delle Corti di appello ed alla sperequazione che vi è, tenuto conto dei diversi notori carichi di lavoro, tra procure e procure generali presso le Corti di appello);

-della necessità di investimenti sulla giustizia in risorse materiali che possono migliorare le condizioni in senso lato “ambientali” di lavoro, in termini di salute e di sicurezza (vi sono Palazzi di giustizia malsani e sinanco inagibili in cui non si dovrebbe lavorare ed invece si lavora; ve ne sono di fatiscenti e/o senza manutenzione ordinaria; in generale, la quasi totalità degli uffici giudiziari non ha la funzionalità né il decoro che si trova in una qualunque Prefettura, in una qualunque Questura, in un qualunque ufficio della Banca d’Italia o dei Carabinieri);

- della necessità di investimenti sulla giustizia in risorse materiali che possano migliorare le condizioni professionali di lavoro dal punto di vista qualitativo (garantendo ad ogni magistrato senza eccezioni strumenti informatici periodicamente sempre aggiornati per hardware e software; se non mettendo a disposizione un importo annuo per il singolo magistrato per l’acquisto di libri giuridici o di servizi on line necessari per l’aggiornamento e la quotidiana ricerca di materiali utili al lavoro, almeno istituendo la possibilità di scaricare fiscalmente tali spese sino ad un dato importo);

- della necessità di investimenti sulla giustizia in risorse materiali che possano incentivare la mobilità dei magistrati in favore degli Uffici che hanno i carichi di lavoro più insostenibili (ad es. ulteriormente incentivando le applicazioni extradistrettuali o in sedi disagiate ,  o la maggiore permanenza in una di tali sedi);

- della necessità di investimenti sulla giustizia in risorse materiali che consentano la messa a disposizione della singola unità giurisdizionale collegiale o monocratica di una qualificata organizzazione operativa (attraverso l’”ufficio del processo”, o “del giudice” ) che possa consentire al magistrato di delegare ad un “assistente”, ad un magistrato onorario, ad un tirocinante attività di ricerca, di studio dei casi, di predisposizione di parti di provvedimento, di attività seriali che possano sgravarlo di molte attuali incombenze, aumentandone la “produttività” complessiva sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo;

- della necessità in generale di investimenti sull’innovazione, nell’organizzazione, nei rapporti tra organizzazione e utenti;

- della necessità che per tutti tali investimenti si trovi il modo di attingere al Fondo unico per la giustizia ;

- della necessità di un rapido superamento delle attuali enormi difficoltà di gestione del Processo civile telematico, passaggio che non è uno scandalo possa avere connotati di gradualità, attesa la natura epocale della riforma (garantendo il personale che serva a non scaricare sul magistrato compiti del cancelliere, in udienza e fuori; rendendo operativa una rete di assistenza efficiente e che possa essere tempestiva, in udienza e fuori; garantendo al magistrato la possibilità di consultare in cartaceo gli atti che abbia chiesto alla cancelleria, e non “per cortesia” all’avvocato, di stampare; garantendo al magistrato il doppio video, sì da consentirgli di scrivere e consultare il fascicolo contemporaneamente senza necessità di stampare; garantendo al magistrato postazioni di lavoro ergonomiche che attenuino i rischi per la salute per le eccessive ore al computer); 

- della necessità di dare nuovo rilievo alla specializzazione, ormai sempre più richiesta in tutti gli ambiti della giurisdizione (con una ormai matura rivisitazione della “decennalità”, vale a dire del divieto di permanenza in una singola posizione professionale oltre un dato termine, la specializzazione essendo ormai sempre più la chiave per bene sostenere nel quotidiano anche grandi carichi di lavoro mantenendo qualità al lavoro giurisdizionale, e potendosi valutare di investire in modo più incisivo direttivi e semidirettivi della rigorosa vigilanza di quelle situazioni – invece per fortuna non quotidiane - che l’istituto vuole prevenire; con la previsione di trasferimenti verticali che alla specializzazione diano maggior rilievo; con la pubblicazione separata dei posti di Cassazione in civile/penale/lavoro);

- della necessità che la Scuola superiore della magistratura pur non abbandonando per il solo tecnicismo la formazione di una cultura professionale a tutto tondo dia maggior rilievo, valorizzando la esperienza degli Osservatori, allo scambio di quelle prassi virtuose che tanto possono migliorare le condizioni di lavoro e la resa degli uffici anche di fronte a grandi carichi;

- della necessità di una riforma del cpc tarata sulla novità del Pct, che configuri la redazione degli atti di parte e dei provvedimenti a partire dalla configurazione del processo telematico;

- della necessità, in civile, di una riforma della motivazione che renda possibile motivare sinteticamente per richiamo a “punti” degli atti di parte (a quel punto obbligatoriamente redatti secondo dati schemi) e/o con richiamo a precedenti giurisdizionali (come si era previsto nel non convertito, sul punto, decreto “salva Italia” del Governo Monti).

Una serie di rivendicazioni che hanno a che fare con la qualità del  servizio giustizia in un Paese moderno dell’Ue, in quanto tali non corporative, e che al contempo pure ignorando gli impresentabili “carichi esigibili” possono però migliorare e di molto se accolte le condizioni materiali di lavoro dei magistrati (essendovi poi naturalmente i temi sindacali “puri”, legati alla malattia, all’indennità giudiziaria ed al suo posto nella struttura della retribuzione, alle pensioni di chi è entrato in ruolo dopo il 1995, alla riforma della mutualità dell’Istituto Acampora, all’età pensionabile).

Una serie di rivendicazioni razionali, comprensibili alla pubblica opinione, da fare oggetto , oltre che della proposta in sede istituzionale, della grande comunicazione politica dell’Anm, accanto , naturalmente , ai due grandi capitoli immancabili in ogni programma di una associazione che come l’Anm, da Statuto, deve «propugnare l’attuazione di un ordinamento giudiziario che realizzi l’organizzazione autonoma della magistratura in conformità delle esigenze dello Stato di diritto in un regime democratico»: le riforme processuali idonee a ridare efficienza alla giustizia, l’intransigente difesa degli assetti costituzionali della giurisdizione, vero valore identitario dell’Associazione, la difesa della sua autonomia ed indipendenza.

Peraltro, se dovremo ribadire che l’autonomia e l’indipendenza restano per noi garantite dall’attuale ruolo, dalle attuali funzioni e dall’attuale composizione del Csm, dalla soggezione dei magistrati soltanto alla legge, dall’obbligatorietà dell’azione penale, dall’unità delle carriere, dall’indipendenza del Pm dall’Esecutivo, è indiscutibile che nei prossimi tempi sarà richiesta all’Anm , perché sia credibile, una declinazione della difesa di tali assetti che passi anche da un lato per una seria e propositiva attenzione alla “questione morale” ed alle tematiche professionali ed ordinamentali da essa implicate e dall’altro per una rinnovata analisi delle prassi del governo autonomo. Troppo frequenti e troppo gravi negli ultimi anni i casi di cadute deontologiche e di veri e propri illeciti anche penali perché l’Anm possa non occuparsene di fronte alla pubblica opinione, troppo grave e troppo diffuso il distacco che si è venuto a creare tra tanti magistrati ed il Consiglio superiore – da molti ormai sentito non come “casa comune” ma come “controparte datoriale” quando non come vero e proprio ostacolo alla corretta gestione della magistratura – perché l’Anm possa non occuparsene di fronte alla Comunità dei colleghi (è una riflessione già avviata dal CdC e dalla Gec uscente, non sempre tradottasi in Consiglio in condotte coerenti ed in Anm in critica di singole decisioni: si veda ad es. la delibera Gec del 29.11.2012, al culmine delle polemiche sulle correnti, poi ratificata dal CdC, in cui, ribadendosi la necessità di una autoriforma e l’impegno al riguardo dell’Associazione, si è affermato tra l’altro che «…Csm, Consigli giudiziari, dirigenti, devono svolgere il rispettivo ruolo istituzionale, anzitutto in materia di nomine di direttivi e semidirettivi e di valutazioni di professionalità, nella più rigorosa applicazione dei parametri di legge, senza cedere a ragioni che non siano quelle della valutazione oggettiva dei titoli e delle qualità possedute, respingendo ogni ingerenza da qualsiasi parte essa provenga, rifiutando di dare spazio a logiche territoriali o di appartenenza, strettamente attenendosi a un esercizio corretto, trasparente e coerente della discrezionalità, che sappia ingenerare fiducia e che veda i componenti consiliari operare nel segno di un autogoverno indipendente, senza vincolo di mandato, nel solo interesse di una giurisdizione autonoma ed efficiente. Ciascun magistrato deve partecipare alla vita degli uffici ed al sistema di autogoverno con senso di responsabilità e nel rispetto dei principi deontologici del Codice etico. In particolare, chi aspira al conferimento di incarichi di qualsiasi natura deve astenersi da ogni indebita pressione o influenza volta a condizionare le decisioni che lo riguardano né deve consentire che altri lo faccia in suo favore, nella consapevolezza che l’assunzione e l’esercizio di qualsiasi incarico devono rispondere unicamente a esigenze di servizio e non a pretese di carriera, di una carriera intesa come progressione onorifica verticale, in contrasto con quanto affermato dall’art. 107 comma 3 della Costituzione. Ai fini della concreta realizzazione di un autogoverno responsabile, si rende necessaria l’adozione di criteri stringenti che, anche attraverso l’adozione di parametri sempre più oggettivi, definiti e verificabili e di rapporti informativi e strumenti di conoscenza trasparenti, precisi e documentati, realizzi nel concreto le esigenze di correttezza delle scelte operate. Ogni singolo magistrato ed ogni realtà dell’associazionismo giudiziario sono chiamati a fornire il proprio contributo di idee, onde migliorare e rendere effettive le regole già esistenti e introdurne di nuove, nel rifiuto, peraltro, del ritorno a logiche burocratiche e a soluzioni anacronistiche, incompatibili con le esigenze di una moderna giurisdizione europea, come quella di nomine dei dirigenti operate in base alla mera “anzianità senza demerito”»).

 

 

Come arrivare alle elezioni. Le alleanze.

Si va ripetendo da più parti in Area che nel prossimo CdC si deve cercare di arrivare a Giunta unitaria Area-UpC-Mi-Ai o quanto meno a Giunta in cui accanto ad Area e UpC vi sia almeno la neonata Autonomia & indipendenza: per parare i rischi di rottura dell’unità associativa, per porre fine alla rendita di posizione di cui Mi e poi Mi e Ai hanno goduto negli ultimi otto anni di Giunte di maggioranza UpC-Area e per la quale hanno potuto atteggiarsi a mani libere a unici paladini delle ragioni corporative dei magistrati senza dover pagare alcun dazio alla mediazione politico-istituzionale, come deve fare chi “governa” l’associazione.

Si tratta di affermazioni, e di motivazioni, condivisibili. Elettori naturalmente permettendo (non è ancora chiaro se si presenterà una lista che ereditando le posizioni già di Proposta B si ponga come formazione “antisistema” nel senso di “anti-correnti” nel loro complesso; e si dovrà evidentemente vedere il risultato dei vari gruppi, e le tendenze). Bisognerà provarci.

Su questa via, tre però le linee guida di fondo da seguire:

1) come da risalente canone politico di Md e poi di Area si deve operare in primo luogo per non perdere il governo dell’Associazione, e quindi per entrare in Giunta, anche rinunciando – nel confronto – a qualcosa del proprio programma e delle proprie posizioni: è la logica che presiede allo spirito unitario, è il prezzo che non si può non pagare all’altare di una Giunta unitaria e pluralista che però sappia rinnovare la difesa delle cose di fondo in cui crediamo, ed infine abbiamo tuttora la presunzione di pensare che rinunciare a partecipare alla determinazione della linea dell’Anm sia politicamente rischiosissimo, non per noi, ma per l’Anm;

2) in quest’ottica e con questo approccio, bene si potrà accettare di far parte di una Giunta che, pur lavorando per mantenere all’Anm il profilo di autorevole e non corporativo protagonista del confronto politico-istituzionale, voglia in questo momento storico, e con i visti rischi per l’unità associativa, dare prioritaria rilevanza, nella sua azione, a temi ed obiettivi anche squisitamente sindacali: siamo i primi ad avere chiaro che per svolgere un ruolo forte ed autorevole nello scenario politico si deve essere rappresentativi come sindacato (così come siamo convinti che non si possa essere sindacato forte ed ascoltato senza saper essere autorevole soggetto del dibattito politico-culturale). E teniamo troppo all’unità sindacale dei magistrati. Ciò che non si potrà accettare è di far parte di una Giunta che mettendo al centro della sua impostazione e del suo programma e di ogni sua rivendicazione i “carichi esigibili” e dintorni, e la loro “cultura”, chieda ad Area di partecipare al processo di burocratizzazione impiegatizia della magistratura, alla sua distruzione quale soggetto politico-istituzionale, al mutamento genetico dell’Associazione in Sindacato corporativo di categoria, all’archiviazione di una pluridecennale cultura associativa nonchè (quel che sarebbe il meno) al precoce soffocamento in culla della costruenda “identità” di Area: a quel punto, sarà meglio per una volta rimanerne fuori;

3) pronti e convinti ad alleanze più ampie, si deve rivendicare il valore strategico, negli ultimi quindici anni, dell’alleanza in Associazione con Unità per la Costituzione, dall’attuale Giunta a quella Palamara-Cascini risalendo alla Giunta Gennaro-Nello Rossi sino a quelle presiedute da Bruti Liberati. E ciò non tanto e non solo perché arrivando alle elezioni da una posizione “di governo” sia politicamente consigliabile difendere ciò che si è fatto (a meno di ritenere che si siano compiuti gravi errori, cosa che non vedo sostenere da alcuno) quanto perché siamo in condizione di rivendicare il valore di ciò che si è fatto in concreto: dall’era affluente del berlusconismo a quella del governo istituzionale Monti, a quella delle attuali maggioranze composite della presente legislatura, in stagioni politiche diversissime (ma poco, a ben guardare, per il volume ed il grado degli attacchi alla giurisdizione), l’Anm con a guida UpC e le forze poi confluite in Area ha saputo essere forza portante e spesso di leadership della “resistenza costituzionale”, opponendosi alle leggi ad personam, avversando radicalmente anche con due scioperi la riforma Castelli dell’ordinamento giudiziario, appoggiando – pur consapevole delle sue criticità – la legge Mastella che ne cancellava gli aspetti più eversivi e deteriori, continuando negli anni a tenere le fila di quanto la cultura giuridica dentro e fuori la Magistratura ha saputo esprimere a difesa del modello costituzionale della giurisdizione. L’alleanza con UpC in Anm ha permesso anche negli ultimi otto anni di difendere tale modello dai continui e ricorrenti attacchi, ha permesso di mantenere all’Associazione il suo tradizionale profilo istituzionale di sindacato rappresentativo di magistrati non burocrati ma consapevoli di essere titolari di un potere costituzionale diffuso, senza trascurare la loro tutela anche sindacale: si sono fatti e vinti ricorsi giurisdizionali sui tagli stipendiali quando era possibile e doveroso farli, non li si sono fatti di recente quando si è ritenuto giuridicamente infondato e politicamente perdente presentarli; si sono più volte difese le retribuzioni anche con l’interlocuzione istituzionale, l’ultima volta nell’aprile 2014 quando erano pronti tagli lineari dell’8%, retribuzioni che a tutto il 2015 mantengono la loro struttura storica fatta di progressioni di carriera, scatti biennali, adeguamenti triennali; si sono creati servizi che non c’erano (quale quello “l’esperto risponde” con lo studio dell’avv. Rossi); con un duro triennale contrasto in tutte le sedi, si è avversata con successo (potremmo dire: con azione di riduzione del danno) una riforma della responsabilità civile devastante ed incostituzionale, portando il Governo Renzi – in un Parlamento integralmente a noi avverso, in cui l’estrema sinistra ha votato contro la legge perché troppo “blanda” con i magistrati – a varare infine una legge tanto brutta quanto mera riscrittura, tecnicamente deteriore, della legge del 1988, tanto destinata a rivoluzionare la giurisdizione da essere valutata degna, dalle Compagnie assicuratrici, di poche decine di euro annuali di aumento di polizza. Ancora, l’alleanza Area-UpC ha saputo mantenere all’Anm capacità di elaborazione culturale e di apertura alla società civile, se è vero che stipula convenzioni con il MIUR per portare come Anm la legalità nelle Scuole, se è vero che negli ultimi anni e sotto la GeC uscente ha dialogato con la società civile tenendo convegni sul carcere come  sulla condizione dei migranti e due Congressi di grande apertura all’esterno, se è vero che ha difeso con forza le ragioni del diritto al lavoro ed alla salute verso quelle dell’impresa (v. ILVA), se è vero che ha rifiutato di invadere i campi propri della politica per meglio difendere quelli della giurisdizione (v. ad es. le posizioni tenute sulla vicenda del pm palermitano candidatosi a premier). L’alleanza Area-UpC consegna a chi verrà una Anm che all’ultimo Congresso, il giorno dopo che i giornali avevano sottolineato attacchi dell’Associazione all’Esecutivo, è stata dal ministro Orlando definita «interlocutore autorevole ed essenziale». E tutto si può fare meglio, ed è presto per più analitici bilanci della Gec uscente: ma rivendicare ciò che si è fatto, se non lo si è apertamente criticato ma lo si è per anni appoggiato di CdC in CdC, è il primo passo per essere credibili. E per avere anche un poco di rispetto per sé stesse.

 

 

La lista. Last but not least, la composizione della lista.

Se è banale osservare che per essere “forte” la lista di Area debba essere rappresentativa delle diverse sensibilità politiche presenti nella nostra variegata compagine, delle diverse realtà territoriali e professionali, e debba vedere uomini e donne pari rappresentati, appare fondamentale e politicamente significativo che, a fronte della storica sovrarappresentazione in Anm di penalisti ed in particolare di pubblici ministeri, vi sia in CdC come in Gec un congruo numero di civilisti, e ciò sia per la migliore funzionalità degli organi associativi, sia perché si vota in epoca in cui è centrale l’attuazione del Pct ed in cui appunto al centro del dibattito vi sono i “carichi esigibili”, tematica nata al civile ed al civile più sentita.

È bene che chi si candida si voglia poi impegnare a lavorare, in Giunta come fuori della Giunta, per dare nuova centralità al CdC e spessore all’azione dell’associazione.

Si deve avere chiaro da parte di chi si candida che il lavoro in Giunta è un lavoro oggi molto più impegnativo che in passato.

Si deve avere chiaro, da parte di chi si candida, che il lavoro in CcC (a non volersi limitare alle periodiche sedute), e anche in Gec, al di fuori delle cariche apicali (che a fronte di impegni massacranti ne hanno almeno un ritorno di oggettiva visibilità) è lavoro tanto duro quanto spesso oscuro e “da mediani”, per la molteplicità degli impegni che si devono andare a coprire, in contemporanea con quelli di ufficio, senza sostanziali esoneri dal lavoro ordinario.

Si deve avere chiaro che è attività che si può fare solo con passione, perché parte del “lavoro sociale” che si può fare in magistratura. Che è attività che deve essere fatta sapendo portare il peso della responsabilità di rappresentare i magistrati e del rischio di fare errori che ricadono sulla giurisdizione. Si deve avere chiaro che per questa responsabilità bisogna sapersi capaci di mediare con le proprie convinzioni. Che da dirigente Anm bisogna oggi essere capaci di incassare critiche anche virulente ed ingiuste e disinformate e persino sanguinosi insulti, di rimandare o di rinunciare ad una replica pubblica, di accettare di non vedersi riconosciuto un merito.

Si deve sapere che non è posto da incendiari, ma da pompieri. Che si esce da una Gec un poco dorotei, contenti di essere stati capaci di diventarlo. Onorati però di essere stati dirigenti della nostra rispettata ed amata Associazione.

Fascicolo 4/2015
Editoriale
di Renato Rodorf
Obiettivo 1
Il valore del dissenso
di Andrea Natale
di Roberto Zaccaria

In questo contributo, l’Autore enuclea una serie di sedi – istituzionali e sociali - nelle quali si pone il problema della tutela dell’opinione minoritaria, richiamando quale sia il fondamento costituzionale che impone la tutela del dissenso e quali siano i limiti costituzionalmente accettabili che possono essere posti al suo esercizio. Il contributo registra poi la tendenza a comprimere sempre più nei processi decisionali delle istituzioni lo spazio di espressione del dissenso (a vantaggio della governabilità); con il rischio però di rendere la democrazia sempre meno contendibile. Nel contributo si prende poi in esame (con preoccupata attenzione) quanto le recenti riforme (elettorale, costituzionale, del sistema di governance della Rai) rischino di marginalizzare sempre più chi è fuori dalle maggioranze consolidate.

di Massimo Villone

In questo contributo, l’Autore ragiona sulle recenti trasformazioni della vita parlamentare e di quella all’interno dei partiti; l’Autore rileva dunque – da una pluralità di elementi – che, anche nelle istituzioni rappresentative, abitate da parlamentari eletti senza vincolo di mandato, sempre più si tende a tacitare chi non aderisce “perfettamente” alla linea dettata dalle leadership parlamentari o di partito o chi – dai banchi dell’opposizione (o da quelli di una maggioranza “critica”) tenta di emendare disegni di riforma proposti dal Governo. E così il dissenso spesso viene soffocato con la sostituzione di membri di una commissione parlamentare, proliferare di questioni di fiducia (poste anche su temi che riguardano “le regole del gioco”), proposizione di maxi-emendamenti (sino al caso del «maxi-canguro») che hanno l’effetto di far decadere tutti gli altri (tra i quali, spesso, quelli “scomodi”).

di Umberto Romagnoli

Gli interessi del datore di lavoro e quelli del lavoratore non sempre coincidono e – nel rapporto di lavoro – esiste una parte forte e una categoria sottoprotetta. In questo contributo, l’Autore segue la traiettoria del diritto del lavoro, dalla legislazione corporativa alle speranze indotte dalla Carta costituzionale, sino alla constatazione del fatto che, oggi, tornano a prevalere le logiche economiche. E qui si innesta una riflessione sul senso profondo di una disciplina – quella del diritto del lavoro – che sempre più sembra faticare a trovare una propria missione. Per adempiere alla sua funzione di garanzia, il diritto del lavoro deve godere di consenso nella società, nelle istituzioni e nell’accademia. Ma una società sempre più stretta dalla crisi, un’accademia sempre meno incline a riconoscere la speciale autonomia del diritto del lavoro non sembrano in grado di garantire questa base di consenso. Per dirla con l’Autore, sembra che «il lavoro abbia potuto rompere un millenario silenzio a condizione di metabolizzare il divieto di non alzare troppo la voce».

di Marco Pelissero

In questo contributo, l’Autore mette in evidenza come – al di là delle declamazioni di principio – l’art. 21 Cost. e la tutela che esso offre alla libertà di espressione possa essere messo seriamente in discussione dallo strumento penale; l’Autore constata, anzitutto, come la categoria dei reati di opinione attinga a criteri valutativi pregiuridici, tanto nella definizione dei suoi confini, quanto nella sua pratica applicazione; l’Autore registra poi – come un dato di fatto – la sostanziale continuità riscontrabile tra l’assetto ereditato dal regime fascista e norme sul controllo penale del dissenso vigenti in epoca repubblicana. L’Autore passa poi in rassegna una serie di fattispecie che, tuttora, criminalizzano la manifestazione di pensieri “scomodi”, interrogandosi – per ciascuna – se esse si fondino su una necessità costituzionale di repressione penale o se, viceversa, si possa rinunziare in una democrazia matura - almeno per alcune incriminazioni - allo strumento penale.

di Elisabetta Grande

Il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero fa parte del DNA delle istituzioni statunitensi, ricevendo esplicita protezione sin dal 1791. Tuttavia – osserva l’Autrice in questo contributo – occorre considerare che, ove non ne venga garantita l’effettività, la proclamazione di un diritto può rivestire una funzione puramente retorica e, dunque, di dubbia concludenza. E, così, in questo contributo, si passano in rassegna tanto le decisioni della Corte Suprema che hanno effettivamente garantito un ampio spazio all’espressione del dissenso, quanto le decisioni che, con diversi strumenti interpretativi, hanno infine compresso la formazione ed espressione di opinioni minoritarie. E l’Autrice ci consegna questa riflessione attraverso una lettura degli orientamenti giurisprudenziali condotta in parallelo con gli eventi della storia.

di Silvia Niccolai

Dei pregi e dei difetti immediati che deriverebbero dall’introduzione nel nostro ordinamento della dissenting opinion si è già detto molto (soprattutto con riferimento alla giurisprudenza costituzionale). In questo contributo, l’Autrice – prendendo come un dato di fatto il mancato ricorso a tale strumento nelle nostre istituzioni – ragiona sulle ragioni culturali profonde di tale ritrosia. Ripercorrendo allora vari filoni di pensiero (storico-comparatistico e costituzionalistico), l’Autrice giunge ad ipotizzare che – dietro la scelta (o non scelta) di non introdurre nel nostro sistema la dissenting opinion – si celi una precisa visione dei rapporti tra legge e diritto (con il prevalere di una visione imperativistica e esclusivamente legalistica del diritto) e della stessa funzione del giudice (anche costituzionale): mero esecutore della legge o creatore (con il legislatore) del diritto; non senza notare, però, che il dissenso nella pratica giudiziaria sarebbe coerente con la nostra esperienza storica e potrebbe dare un importante contributo ad una istanza di garanzia coessenziale alla giustizia (l’arginare i possibili abusi degli organi di governo).

di Daniela Piana e Leonardo Morlino

In questo contributo, gli Autori inquadrano prima da un punto di vista teorico il valore del dissenso all’interno della teoria democratica; passano poi ad indagare quali siano gli effetti benefici del pluralismo e del conflitto inter-istituzionale e intra-istituzionale, soffermandosi poi ad indagare sulle dinamiche di conflitto che coinvolgono l’istituzione giudiziaria (rispetto ad altre istituzioni) e su quelle che si verificano all’interno di questa istituzione.

Il contributo si chiude rilevando un apparente paradosso: il dissenso – pur espletando un’importante funzione di autocorrezione e auto-mutamento all’interno del regime democratico – rischia, ove esasperati i momenti di conflittualità, di comportare dei costi sul piano della stessa legittimazione delle istituzioni (e sulla fiducia che, in esse, i cittadini ripongono, come forse avvenuto nel caso del calo di fiducia nella magistratura).

di Giovanni Palombarini e Gianfranco Viglietta

In questo contributo, gli Autori ripercorrono l’esperienza di Magistratura democratica e ricordano come – tra i suoi elementi fondativi – vi sia stata la scelta di campo in favore di un garantismo di impronta liberaldemocratica e una caparbia attenzione alla tutela della manifestazione del pensiero.

Da qui – in un affresco di quella difficile stagione – gli Autori muovono per ricordare le nette prese di posizione di Magistratura democratica contro alcune iniziative giudiziarie che comprimevano tale libertà, l’impegno di Magistratura democratica per l’abrogazione dei reati di opinione e il prezzo che i suoi aderenti dovettero pagare.

Gli Autori concludono il loro contributo registrando – come un dato di fatto – il diverso atteggiamento che Magistratura democratica ha recentemente assunto in relazione a procedimenti penali scaturiti a seguito della manifestazione di un pensiero.

Obiettivo 2
Il punto sul processo civile
di Luca Minniti
di Remo Caponi

L’Autore richiamati i tratti essenziali del processo ordinario di cognizione e puntualizzati gli elementi distintivi che differenziano i modelli di processo ordinario di cognizione adottati nei diversi Paesi, evidenzia che la tendenza prevalente a livello europeo promuove una disciplina elastica del processo a cognizione piena, che affida lo svolgimento alle determinazioni discrezionali del giudice nel caso concreto. In questa direzione l’Autore mette in rilievo il portato della recente introduzione dell’art. 183 bis cpc (convertibilità in sommario del rito ordinario) e saluta con favore l’annunciata modifica della fase introduttiva che a suo avviso marcia nella direzione della valorizzazione della udienza principale.

In conclusione l’Autore rappresenta problematicamente la discrasia tra obiettivi perseguiti dal disegno di legge delega del Governo e strumenti proposti.

di Elena Riva Crugnola

L’autore nella prima parte del suo intervento tratta le questioni concernenti il modello e la struttura del processo di cognizione ordinario e rileva che in ordine al processo di cognizione di primo grado il principio/criterio direttivo contenuto nella delega è generico e tale da non consentire alcuna ragionevole previsione circa il contenuto delle future norme delegate, ricavabile solo dalla lettura della relazione. Nel merito delle scelte operate dalla relazione (e non dal ddl) nega decisamente che ci si possa attendere alcuna “accelerazione evidente” dei tempi processuali in dipendenza delle modifiche proposte. Ed in ciò richiama l’esperienza, rimossa dal legislatore, del cd rito societario di cui al dlgs n. 5/2003. Secondo l’autore lo scambio di atti difensivi, anticipati rispetto alla comparizione dei difensori avanti al giudice è inefficiente costoso ed inutile. Ma segnala che tutta l’impostazione della Relazione al ddl dimostra la sua lontananza dalle aule giudiziarie di primo grado, appare volta a consolidare le prassi meno efficaci in termini di tempi complessivi di definizione, enfatizzando una trattazione scritta “anticipata” e “obbligata”, trascurando il pregio di una conduzione della trattazione orientata alla formazione progressiva della decisione, nel dialogo tra parti e giudice.

Nella seconda parte invece, ove la delega ha un contenuto effettivo, Riva Crugnola analizza nel dettaglio le proposte di modifica della disciplina del Tribunale delle imprese e alcune sue criticità in relazione alle quali formula puntuali osservazioni anche propositive.

di Annamaria Casadonte

Il disegno di legge di delega presentato dal Governo presentato l’11.3.2015 prevede l’istituzione presso i tribunali ordinari della sezione specializzata per la famiglia e la persona, cui vengono accorpate una serie di competenze già devolute al tribunale ordinario in materia di stato, capacità delle persone, separazione, divorzio, figli nati fuori dal matrimonio, procedimenti di competenza del giudice tutelare e quelli di cui all’art. 38 disp att cc non di competenza del tribunale per i minorenni, secondo la modifica restrittiva che viene pure prevista dalla delega.

La delega opta per il mantenimento delle competenze civili in capo al tribunale per i minorenni, con particolare riguardo alla materia del pregiudizio del minore (artt.330 e 333 cc, quest’ultimo al di fuori dei casi trattati avanti al tribunale ordinario).

La soluzione va a discapito del principio di concentrazione delle tutele e non appare idonea a realizzare la ratio di un processo comprensibile e spedito, che pure il legislatore delegante si prefigge.

di Domenico Dalfino

Nel corso degli ultimi decenni, a fronte della perdurante crisi della giustizia civile, definitivamente accantonate le tesi “iconoclastiche” favorevoli alla soppressione dell’appello, i dubbi degli interpreti si sono polarizzati sull’adesione al modello della revisio prioris instantiae o a quello del novum iudicium, sebbene il sistema vigente e il «diritto vivente» propendano evidentemente per il primo, mentre taluni recenti progetti di riforma puntano a trasformarlo in una sorta di azione di impugnativa. A ben vedere, se un secondo grado totalmente chiuso ai nova sembra inidoneo a perseguire la giustizia della decisione, non va neppure assolutizzata la questione dell’inquadramento nell’uno o nell’altro modello d’impugnazione, giacché l’efficienza del giudizio dipende principalmente dalla virtuosa organizzazione degli uffici e dall’adeguata allocazione delle risorse.

di Giulio Cataldi

L'Autore sottolinea da una parte come sarebbe stato necessario, prima di proporre una nuova modifica del giudizio di appello, verificare in concreto come la riforma del 2012 stia incidendo sul complessivo andamento dei giudizi in appello con attenzione alle differenti prassi adottate nelle Corti.

Dall'altra evidenzia la problematicità di una ulteriore chiusura di spazi di rivisitazione del materiale esaminato in primo grado e della soppressione dell’inammissibilità per improbabilità di accoglimento dell’appello.

di Piero Curzio

La crisi del giudizio di cassazione ha origine nell’eccessivo numero di ricorsi. Deve essere affrontata partendo da scelte che conducano la Corte ad essere solo giudice di legittimità, il cui compito è quell’unificazione dell’interpretazione senza la quale il principio di uguaglianza viene leso proprio nella sede più delicata costituita dall’applicazione giurisprudenziale delle norme. A tal fine è necessario che il ricorso per cassazione sia proponibile solo per violazione di legge, come sancito dalla Costituzione, senza ampliamenti, o, quanto meno, è necessario che il legislatore non contraddica con nuovi interventi estensivi le scelte in senso restrittivo fatte solo pochi anni fa. Ma è poi assolutamente indispensabile l’adozione di misure “non legislative”, strutturali ed organizzative, sostenute con investimenti seri in termini di risorse umane ed economiche.

di Giorgio Costantino

Si riferisce dello stato delle proposte di legge pendenti in Parlamento. Si dà conto della successione delle riforme del procedimento di legittimità. Si indicano le soluzioni accolte dalla Corte sulle più recenti riforme. Si auspica un improbabile intervento di razionalizzazione della disciplina processuale e si ricorda il potere di autoregolazione delle corti supreme. Si conclude segnalando i limiti e le conseguenze di una modifica della Costituzione in funzione di una restrizione dell’accesso alla Corte.

di Francesco Vigorito

Negli ultimi venti anni vi è stata ad una profonda trasformazione della disciplina dell’esecuzione forzata civile nel tentativo, che finora ha portato a risultati limitati, di portare il sistema italiano più vicino ai modelli esteri per tempi ed efficacia dei procedimenti. L’esigenza è nata dalla considerazione che il sistema del recupero dei crediti costituisce un parametro importante per l’intera economia del Paese; il ritardo in questo settore comporta, quindi, un grave danno in termini macroeconomici. Le molteplici riforme di questi anni hanno riguardato tutti i settori del processo esecutivo: basta scorrere il libro terzo del codice di procedura civile per rilevare che tutti gli istituti generali e la gran parte dei procedimenti esecutivi sono stati modificati. Non tutte le riforme sono state efficaci né tecnicamente impeccabili e, tuttavia, sarebbe opportuna una fase di applicazione pratica della nuova disciplina prima di pensare ad ulteriori interventi normativi. Resta, per un verso, l’esigenza di effettuare qualche intervento, anche urgente, su norme di dettaglio allo scopo di eliminare alcune contraddizioni esistenti nella normativa e di correggere disposizioni che comportano, tra l’altro, pesanti aggravi per la finanza pubblica e, per altro verso, di iniziare ad esplorare la possibilità di interventi di sistema che ridefiniscano l’ambito delle esecuzioni mobiliari e, per le esecuzioni immobiliari, prevedano, una volta accertato il disinteresse del mercato per l’immobile, modalità nuove di liquidazione dei beni.

di Bruno Capponi

Lo scritto esamina con sguardo d’insieme le riforme del processo esecutivo dalla metà degli anni ’80 ad oggi. Gli strumenti sono cambiati in corso d’opera: dalla legge ordinaria al decreto-legge sino alla legge di stabilità, con la conseguenza di aver consegnato nelle mani di pochi, fuori da qualsiasi controllo, la funzione di creazione di nuovo diritto. Il più grave e iterativo incidente di percorso è stato quello dell’espropriazione presso terzi, in cui sono stati importati istituti propri della cognizione (come il principio di non contestazione) che hanno, da un lato, reso impropriamente il terzo una parte dell’esecuzione e, dall’altro lato, costruito un modello all’esito del quale può risultare non identificato l’oggetto stesso del pignoramento. La rincorsa della competitività, della crescita economica, dell’efficienza nella realizzazione del credito ha fatto del giudice dell’esecuzione una sorta di indice istituzionale del Doing Business: col rischio che venga meno la sua posizione di terzietà, perché compito del giudice non è di sostenere la crescita economica del Paese ma far osservare in un processo di parti, qual è anche quello di esecuzione forzata, i principi di giustizia di derivazione costituzionale e anche comunitaria. Ulteriore rischio è quello del trasferimento fuori della giurisdizione di attività dell’esecuzione sempre più vaste: se la crescita economica dipende dalla tutela esecutiva del credito, presto verranno poste sul tappeto forme di autotutela che della massima efficienza – ma a detrimento delle garanzie del processo – faranno il loro segno distintivo.

di Angelo Danilo De Santis

L’applicazione pratica dell’insieme di regole costituenti l’apparato del processo civile telematico ha fatto emergere molte criticità, in parte preconizzate da quanti hanno assistito alla fase di gestazione del disomogeneo e complicato sistema della fonti. Nonostante le perplessità degli operatori del diritto e le resistenze a quello che non sempre viene percepito come un’occasione di miglioramento delle proprie condizioni di lavoro e di incremento di efficienza della giustizia, il Pct assurge a modello di riferimento anche per il processo amministrativo, tributario, contabile e, in parte, penale. L’ennesima riforma del processo civile, attualmente al vaglio delle commissioni parlamentari, reca con sé il germe di una rifondazione del sistema da compiersi nella consapevolezza che si tratta di un’occasione da non perdere.

di Pasquale Liccardo

L’individuazione delle possibili linee di sviluppo del processo telematico sia esso civile che penale, deve necessariamente muovere da una ricognizione della sua storia recente, dello stato attuale dei sistemi realizzati ed in corso di realizzazione, evidenziando l’intreccio realizzato tra norma, tecnologie ed istituzioni della giuridicità.

Le attività in corso sono state oggetto di analitica esposizione nelle sedi istituzionali Qui si cercherà uno sguardo di insieme.

La difficoltà registrata dalle istituzioni della giuridicità nel terzo millennio nella loro relazione con il concreto non è episodica ma riflette la condizione stessa della modernità declinante ormai incapace di manifestare nella legge la propria ragione ordinante e giustificatrice del mondo: si è interrotto il meccanismo di traduzione nella norma di concetti, di universi simbolici, di idee che hanno connotato per lungo tempo il processo di giuridificazione del concreto, sempre più lontano dalla norma statale per essere retto da regole prodotte dall’economia globalizzata, dal pragmatismo delle relazioni di forza, dallo specialismo delle tecniche contrattuali prive di ogni aspirazione valoriale: l’eccedenza del mondo dal diritto non può essere colmata dalle sole tecnologie ma semmai per il loro tramite letta.

Obiettivo 3
Associazionismo giudiziario
di Carlo De Chiara
di Luigi Ferrajoli

L’associazionismo giudiziario è stato un potente fattore di cambiamento e di democratizzazione della magistratura, secondo il disegno del Costituente: all’interno di essa, con il superamento della gerarchia e l’affermazione dell’eguaglianza di tutti i magistrati, distinti soltanto per le loro funzioni, e, all’esterno, con l’impegno civile dei magistrati per l’inveramento dei valori costituzionali, in cui si è specialmente distinta Magistratura democratica. La quale deve sapersi liberare con decisione della minaccia all’uguaglianza, e quindi all’indipendenza interna, costituita dalle varie forme di riemergente carrierismo, che non l’hanno risparmiata, e deve svolgere il suo ruolo storico di contrasto dei plurimi rischi di involuzione della magistratura: da quello burocratico, a quello “bellicista”, a quello neocorporativo.

di Giuseppe Cascini

Le ragioni della crisi attuale di Magistratura democratica, iscritte nella crisi dell’associazionismo giudiziario in generale, possono essere ricercate nella difficoltà di definire un modo “diverso” di gestire il potere, oggi affidato anche a suoi esponenti all’interno degli uffici giudiziari, ma anche in altre ragioni che riguardano la magistratura in generale: la declinazione dell’uguaglianza interna come disattenzione alla professionalità e all’efficienza del servizio reso ai cittadini; l’attacco violento della politica e il patto consociativo-corporativo di riflesso scattato all’interno della magistratura; l’aggravarsi quantitativo e qualitativo delle condizioni di lavoro e il fallimento dei tentativi di rispondere efficacemente all’attenzione sempre maggiore dell’opinione pubblica al problema dei tempi della giustizia; la riforma dell’ordinamento giudiziario del 2006, il cui risultato è stata l’accentuazione degli aspetti deteriori della magistratura italiana (carrierismo, gerarchia interna, conformismo, clientelismo).

Compito di Md e di Area, per superare la crisi, è elaborare un progetto per ricostruire un modello di magistratura democratico, partecipato, aperto, ma allo stesso tempo non corporativo e sensibile ai diritti degli utenti e alla qualità del servizio reso: un progetto che preveda, per cominciare, l’abolizione dei pareri dei capi degli uffici e dei giudizi sulle valutazioni di professionalità (inutili in sé e fonte indiretta di conformismo e infeudamento) e la realizzazione di una effettiva temporaneità negli incarichi direttivi.

di Lionello Mancini

Che le correnti della magistratura politicizzino la giurisdizione, torcendo le inchieste o i processi verso obiettivi di parte, è un falso diffuso ad arte dagli ambienti politici e dalla stampa soprattutto (ma non esclusivamente) di centrodestra.

Altri sono, invece, e più gravi, i guasti del “correntismo” della magistratura: le pure logiche di spartizione del potere, che affondano le radici nella fragilità culturale di tutti i gruppi, intralciano il percorso di miglioramento del servizio giustizia, e l’autoreferenzialità della “casta” alimenta la questione morale.

di Enrico Manzon

In vista delle elezioni per il Comitato direttico centrale dell’Anm del prossimo anno, ragionare sulle prospettive dell’associazionismo giudiziario e sul ruolo di Area all’interno di esso implica una precisa, attualizzata analisi dello “stato” della magistratura italiana. Che è cambiata nel profondo e non sempre in meglio. Non comprendere a fondo la “cifra” di questo mutamento e, allo stesso tempo, non fare una calibrata, costruttiva autocritica, può comportare seri problemi ed altrettanto gravi danni per un indirizzo di politica associativa coerente con i nostri principi ed i nostri valori, quali “ereditati” da Md e dal Movimento per la giustizia, ora transitati in Area. Molti magistrati, giovani e meno giovani, continuano a guardare con rispetto ed attenzione alla tradizione migliore dell’Anm, della quale quei principi e quei valori sono parte essenziale, ma chiedono alla nostra Associazione un “cambio di passo”. La tesi è dunque che Area abbia prospetticamente le maggiori e migliori chance per tenere insieme nell’azione associativa l’ interesse dei magistrati/della magistratura con le aspettative della collettività nazionale all’efficienza ed alla qualità del servizio giudiziario. Il corollario è che ciò sia doverosamente praticabile negli assetti associativi che verranno. La condizione predicata è che si mettano in campo idee nuove e che si facciamo scelte adeguate al tempo presente, ma soprattutto a quello futuro. Senza incertezze, con coraggio.

di Rocco Gustavo Maruotti

I magistrati più giovani, se avvertono normalmente il richiamo dell’Anm, vista come “casa comune” e autorevole riferimento identitario, altrettanto normalmente rifuggono, invece, dall’impegno nelle “correnti” che animano l’Associazione. Le ragioni spaziano dalla maggiore maturità delle nuove leve della magistratura (che, per le modalità del concorso, vi approdano in genere a un’età più avanzata rispetto al passato), che induce a scelte mediate e consapevoli, piuttosto che a giovanili entusiasmi; al coinvolgimento delle correnti nel conflitto con la politica, visto come un appannamento, comunque, della “sacralità” della funzione giudiziaria. Ma, soprattutto, ciò che allontana i magistrati più giovani dalle correnti è il malcostume cui esse si sono abbandonate nella gestione del potere di autogoverno, anzitutto nelle nomine a uffici direttivi o altrimenti prestigiosi.

di Tommaso Giovannetti

C’è una parola che descrive bene il rapporto tra il magistrato ordinario in tirocinio e tutto ciò che riguarda l’ordinamento giudiziario, il mondo dell’associazionismo ed il fenomeno delle correnti: distanza.

Distanza da alcuni poi coltivata come un bene da preservare; da altri vista come un vuoto da colmare; da altri ancora vissuta con sostanziale indifferenza. Generale è, comunque, nei nuovi magistrati il genuino desiderio di imparare e di formarsi professionalmente, sia pure con attenzione quasi esclusiva agli aspetti tecnico-giuridici della formazione e con assai scarso interesse per le implicazioni del quadro ordinamentale in cui il magistrato si colloca.

Per sollecitare il loro interesse su quest’ultimo versante, potrebbe essere preziosa la partecipazione ai momenti di discussione che si svolgono nell’ambito dei gruppi associativi, come l’autore ha avuto modo di sperimentare di persona avvicinandosi a uno di essi.

di Valerio Savio

L’enorme rilievo delle elezioni per il CdC – Sullo sfondo del dilemma culturale di sempre “magistrati o funzionari?”, l’Anm ad un bivio storico: sposare o rifiutare la deriva neocorporativa. Il rischio che le spinte neo-corporative si saldino con le aspettative di larga parte delle forze politiche ad un ridimensionamento del protagonismo politico-istituzionale della magistratura. L’idea di giurisdizione che dobbiamo combattere. Gli impraticabili “carichi esigibili”: incompatibili con l’idea stessa di giurisdizione quale potere costituzionale inerente la sovranità dello Stato, volano e simbolo della resa senza condizioni alla definitiva burocratizzazione della magistratura, leva su cui fondare la mutazione genetica della natura e della funzione dell’Anm. Per Area l’esigenza identitaria di non confondere la sua proposta con nulla che li richiami. Le linee di un programma che rifiutando il neocorporativismo e mantenendo il profilo “storico” dell’associazionismo nella difesa degli assetti costituzionali della giurisdizione accetti la sfida di una Anm impegnata con forza sulle condizioni di lavoro così come sulla questione morale e sull’autoriforma del governo autonomo. Per Area in Anm, tre linee guida: operare in primo luogo per restare al governo dell’Associazione cercando la più ampia convergenza possibile, mediare ma senza compromessi con il corporativismo, rivendicare il valore storico, per la giurisdizione, di ciò che si è fatto nell’alleanza con UpC. La composizione della lista. La natura e la gravosità dell’impegno del singolo in CdC ed in Gec.

di Antonella Meniconi

L’associazionismo giudiziario ha avuto, fin dal 1909, un ruolo importante nella storia della magistratura italiana con la fondazione dell’Agmi, ma non si è trattato, da subito, di un percorso facile. Nel 1925, con “l’autoscioglimento” dell’Associazione, i suoi dirigenti furono espulsi dal corpo giudiziario e solo al termine della guerra, nel 1945, si potette ricostituire l’Anm.

Pesavano, però, sul nuovo soggetto non solo l’eredità virtuosa della partecipazione di molti alla Resistenza, ma anche l’intrinseco rapporto che altri, in specie alti magistrati, avevano intrattenuto con il regime fascista.

La lenta attuazione della Costituzione, con l’istituzione solo nel 1958 del Csm, nascose, in realtà, anche nella magistratura, una lotta sorda tra “innovatori” e “conservatori”. Solo negli anni Sessanta, l’entrata in ruolo di una nuova generazione favorì anche l’inveramento dei valori costituzionali.

È precisamente in questa chiave che ancora oggi il ruolo del magistrato e il suo impegno nelle correnti giudiziarie può avere un ruolo “politico”, ovvero costituzionale.

Cronache americane
di Luigi Marini

Le complessità proprie del riconoscimento e della tutela dei diritti conoscono a livello sovrannazionale un moltiplicatore che risente anche delle differenze di luoghi e tempi che segnano i processi decisionali. Il rapporto fra Assemblea generale e organi ausiliari e i gradi di rilevanza autonoma di questi ultimi rispetto ai compiti di indirizzo e di consolidamento della prima costituiscono fattori importanti allorché si esaminano le Nazioni Unite quale entità che opera per la promozione dei diritti e della pace. Una prima lettura dei percorsi decisionali e della molteplicità degli attori istituzionali può aiutare a introdurre un tema meritevole di ulteriori analisi.

ARCHIVIO
Fascicolo 2/2018
L'ospite straniero.
La protezione internazionale
nel sistema multilivello di tutela
dei diritti fondamentali
Fascicolo 1/2018
Il pubblico ministero nella giurisdizione
La responsabilità civile fra il giudice e la legge
Fascicolo 4/2017
L’orgoglio dell’autogoverno
una sfida possibile per i 60 anni del Csm
Fascicolo 3/2017
A cosa serve la Corte di cassazione?
Le banche, poteri forti e diritti deboli
Fascicolo 2/2017
Le nuove disuguaglianze
Beni comuni

Dedicato a Stefano Rodotà
Fascicolo 1/2017
Il diritto di Crono
Il multiculturalismo e le Corti
Fascicolo 4/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Il giudice e la legge
Fascicolo 3/2016
La giustizia tributaria
La riforma della magistratura onoraria
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Forme di governo,
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IL CORPO
Anatomia dei diritti
Fascicolo 1/2016
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Formazione giudiziaria:
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Il valore del dissenso
Il punto sul processo civile
Associazionismo giudiziario
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Il diritto del lavoro alla prova del Jobs Act
Unitarietà della giurisdizione
Riforma della responsabilità civile
Fascicolo 2/2015
NUMERO MONOGRAFICO
Al centesimo catenaccio
40 anni di ordinamento penitenziario
Fascicolo 1/2015
Dialoghi sui diritti umani
I diritti fondamentali tra obblighi internazionali e Costituzione
La risoluzione amichevole dei conflitti
Schede di ordinamento giudiziario aggiornate al gennaio 2015
Il volume costituisce un'utile panoramica dei metodi di contrasto alla criminalità mafiosa e degli strumenti di prevenzione
Numero speciale di Questione Giustizia in formato digitale con atti, relazioni e dati sul sistema delle misure cautelari personali