Rivista trimestrale
Fascicolo 4/2015
Obiettivo 3. Associazionismo giudiziario

La storia dell’associazionismo giudiziario: alcune notazioni

di Antonella Meniconi

L’associazionismo giudiziario ha avuto, fin dal 1909, un ruolo importante nella storia della magistratura italiana con la fondazione dell’Agmi, ma non si è trattato, da subito, di un percorso facile. Nel 1925, con “l’autoscioglimento” dell’Associazione, i suoi dirigenti furono espulsi dal corpo giudiziario e solo al termine della guerra, nel 1945, si potette ricostituire l’Anm.

Pesavano, però, sul nuovo soggetto non solo l’eredità virtuosa della partecipazione di molti alla Resistenza, ma anche l’intrinseco rapporto che altri, in specie alti magistrati, avevano intrattenuto con il regime fascista.

La lenta attuazione della Costituzione, con l’istituzione solo nel 1958 del Csm, nascose, in realtà, anche nella magistratura, una lotta sorda tra “innovatori” e “conservatori”. Solo negli anni Sessanta, l’entrata in ruolo di una nuova generazione favorì anche l’inveramento dei valori costituzionali.

È precisamente in questa chiave che ancora oggi il ruolo del magistrato e il suo impegno nelle correnti giudiziarie può avere un ruolo “politico”, ovvero costituzionale.

1. Una (brevissima) premessa

La storia dell’associazionismo giudiziario italiano si divide in un prima e in un dopo.

Quel prima e quel dopo si riferiscono al fascismo, dal quale l’Associazione generale fra i magistrati d’Italia (Agmi) fu costretta allo scioglimento. La storia dimostra – se vi fossero dubbi – che l’associazionismo giudiziario e i valori di autonomia che esso incarna non sono compatibili con un regime autoritario[1].

2. La nascita e la crescita dell’associazionismo

All’inizio del secolo XX la realtà sociale era in tumultuoso movimento. Anche i magistrati premevano sul Governo per ottenere maggiori garanzie, visto che non ne avevano quasi nessuna (a parte l’inamovibilità, spesso peraltro, nei fatti, aggirata) e per ottenere, come ottennero dal ministro Vittorio Emanuele Orlando, l’istituzione del Consiglio superiore della magistratura (espressione però solo degli alti gradi) e della Suprema corte disciplinare (Scd), con alcune regole certe in materia disciplinare. Si trattava però sempre di organi consultivi del guardasigilli, anche se nella prassi le rispettive decisioni in materia di promozioni e disciplina non sarebbero state quasi mai disattese.

Nel 1909 una parte considerevole (non la totalità) della magistratura scelse di associarsi[2]. L’Agmi venne fondata a Milano il 13 giugno 1909 da parte di 44 magistrati, divenuti 1.700 già nel settembre 1911, con la saldatura con i colleghi romani, avvenuta nel primo congresso nazionale tenuto nello stesso anno a Roma, e 2.067 nel 1914 su un corpo giudiziario oscillante tra i 4.000 e 5.000. Diverse furono le rivendicazioni, non solo di carattere economico, ma anche riguardanti una maggiore autonomia nei confronti del potere politico. Peraltro, in questa prima fase, almeno fino alla prima guerra mondiale, è possibile rintracciare nei magistrati associati due principali tendenze: un’apertura alle idee socialiste e “umanitarie”, oppure, forse in maniera prevalente, un’istanza di conservazione, derivante dal timore delle spinte sociali proprie dell’età giolittiana, viste «come una delegittimazione delle tradizionali forme di trasmissione dell’ordine legale»[3].

Nei congressi del 1911 e del 1913 le parole d’ordine dell’Associazione si consolidarono intorno a cinque punti: per la semplificazione della carriera e i ruoli aperti, la revisione delle circoscrizioni giudiziarie, l’eleggibilità del Consiglio superiore della magistratura da parte di tutti i gradi della magistratura, l’estensione delle guarentigie della magistratura giudicante anche al pubblico ministero[4].

All’epoca la cesura tra alta e bassa magistratura si presentava come un fattore determinante: rilevante dunque che alla nuova Associazione prendessero parte anche esponenti dei gradi più elevati. Ciò avvenne nonostante la contrarietà del guardasigilli Vittorio Emanuele Orlando, che espresse forti riserve sul concreto funzionamento di un’associazione così concepita in rapporto sia al principio dell’indipendenza dei giudici, sia a quello di gerarchia, costituente, a suo parere, l’essenza stessa dell’ordine giudiziario. Si davano infatti – secondo le parole di Orlando in una famosa intervista al Corriere d’Italia del 23 agosto 1909 – due possibilità, altrettanto “perniciose”: o l’Associazione non avrebbe riprodotto al suo interno tutti i gradi, e quindi non sarebbe risultata di fatto rappresentativa, oppure ciò sarebbe avvenuto ma a discapito dell’autorevolezza degli alti gradi, posti nel sodalizio sullo stesso livello di quelli inferiori: dato il «temperamento latino» dei giudici italiani si potevano prevedere sicuramente accesissime discussioni, ad esempio, tra un uditore e un presidente di Cassazione. Che ne sarebbe stato allora – si chiedeva retoricamente Orlando – del prestigio e dell’autorevolezza dei superiori?[5].

Del resto, l’agitazione della bassa magistratura allarmò non poco anche le gerarchie giudiziarie, che tentarono in qualche modo di indirizzare l’azione rivendicativa dell’Associazione in un quadro, però, di rapporti instabili. Molti alti magistrati ebbero, infatti, un ruolo nell’associazionismo: come dimostra il caso della stessa  fondazione dell’Agmi a Milano, avvenuta certamente con l’approvazione di Mariano D’Amelio, primo presidente della Corte d’appello e capo di gabinetto del ministro Orlando, e del presidente del Tribunale Antonio Raimondi. Ancora, tra il 1914 e il 1917 fu eletto presidente dell’Agmi quel Giovanni Appiani, allora consigliere di Cassazione a Firenze, poi “fascista convinto” e futuro procuratore generale della Corte di cassazione unificata nel 1923[6]. Tra i sostenitori dell’Agmi non si può poi sottacere il ruolo determinante che ebbe Lodovico Mortara, primo presidente della Cassazione romana, che volle ospitare la stessa sede dell’Associazione all’interno del Palazzo di giustizia a Roma[7].

Ancora, alle soglie del fascismo, nel 1919 l’azione rivendicatrice dell’Agmi diventò più accesa e in contrasto con le stesse proposte dell’allora guardasigilli Mortara, fautore di un modello di giudice “non burocratico” del tutto diverso dalla figura dominante del tempo. In precedenza, con modalità incisive di lotta, erano stati creati dei Comitati d’azione in alcune città per propagandare un’idea di riforma giudiziaria molto differente da quella propugnata dal Governo. Si chiedeva l’abolizione delle giurisdizioni speciali, una maggiore selettività nella scelta dei magistrati, la semplificazione della carriera, il riordinamento delle circoscrizioni, l’estensione delle garanzie di inamovibilità al pubblico ministero e la costituzione di un Csm che governasse la carriera dei giudici e fosse eletto da tutti i magistrati, con voto obbligatorio e limitato, per dare rappresentanza alle minoranze ed espressione di tutti i gradi. Si creò così una base ideale propria della magistratura associata, che si liberava dall’idea di potersi affidare a una riforma approvata dall’alto, ma anche dalle rivendicazioni puramente economiche[8]

All’avvento del fascismo l’Agmi giunse quindi nel pieno delle proprie forze, sebbene in fiero contrasto con le autorità politiche, accusate di ingerirsi nell’amministrazione della giustizia e di ostacolare “giornalmente” con la loro azione l’attività giurisdizionale dei magistrati. Al punto che – secondo le parole pronunciate da Piero Calamandrei nel novembre 1921 al Congresso di Firenze – la crisi della giustizia sarebbe, in realtà, dipesa dalla svalutazione morale della magistratura operata per cinquant’anni dalle forze politiche. L’elaborazione dell’Associazione si era nel frattempo raffinata e dettagliata. Proposte come l’autogoverno, l’estensione al Pm della inamovibilità, la ricostituzione dell’unità della giurisdizione e l’incompatibilità tra l’ufficio di deputato e l’esercizio professionale dell’avvocatura, costituivano ormai punti saldi del programma dell’Agmi[9].

Nel 1921 vi fu il “canto del cigno” del sistema liberale nei confronti della magistratura[10], con l’approvazione di modifiche, in senso democratico, dell’ordinamento giudiziario. Due mutamenti, in particolare, vanno segnalati: l’estensione dell’inamovibilità ai pretori e, appunto, la previsione dell’elettività, sia pure di secondo grado, da parte di tutto il corpo giudiziario del Consiglio superiore (del quale erano chiamati ora a far parte anche quattro professori della Facoltà di giurisprudenza di Roma). Il decreto Rodinò (dal nome del ministro che lo preparò) avrebbe rappresentato, peraltro per poco tempo, il punto più avanzato a cui il riformismo del dopoguerra poteva spingersi[11].

Alle prime elezioni (sebbene di II grado) del Csm riformato l’Associazione conquistò 20 seggi su 33.

3. Il fascismo e l’Agmi

Ma una crisi più profonda avrebbe di lì a poco investito il Paese e la stessa magistratura. Con la presa del potere di Mussolini, nel 1922, non fu più tollerabile la stessa esistenza di un’Associazione di magistrati che propugnasse l’autonomia e l’indipendenza della categoria. Nel 1923, con la riforma di Aldo Oviglio, nuovo guardasigilli, il Csm fu reso ancora una volta di nomina governativa, la carriera fu nuovamente irrigidita secondo schemi quasi militari, al pari del resto del pubblico impiego, cui la magistratura fu assimilata, perdendo le specificità che l’Agmi avrebbe voluto invece incrementare. In occasione dell’unificazione delle Cassazioni, quella di Roma fu decapitata con il collocamento a riposo di due magistrati di sicura fede democratica come Lodovico Mortara e Raffaele De Notaristefani[12].

E quando, nel 1925, la trasformazione del regime in chiave autoritaria divenne effettiva, la repressione si esercitò anche sull’Associazione, costretta in un primo momento a trasferire la propria sede dagli uffici del Palazzo di giustizia. Poi l’Agmi si autosciolse, prima di essere soppressa in base alla nuova legge del 1926, che vietava agli impiegati pubblici l’adesione a qualunque sindacato e imponeva di devolvere la propria Cassa a un qualche sindacato fascista creato ad hoc[13]. I fondi furono invece, grazie all’atto volontario di scioglimento, devoluti alla Cassa pensioni dei magistrati. I dirigenti furono trasferiti prima in sedi disagiate (Roberto Cirillo, Vincenzo Chieppa, Saverio Brigante, Giovanni Macaluso e Filippo Alfredo Occhiuto) e poi “epurati” nel 1926[14], con l’accusa di aver assunto «un indirizzo antistatale, sovvertitore della disciplina e della dignità dell’Ordine giudiziario»[15]. Tra di loro, va ricordata (almeno) la vicenda del giudice istruttore di Roma Occhiuto, dispensato dal servizio per essersi occupato con troppa «solerzia» dei processi per gli attentati ad Amendola e ad altri (Nitti e Mazzolani) e per questo denunciato dai suoi superiori (il procuratore del re del Tribunale e quello generale della Corte d’appello, Giuseppe Facchinetti). Lo stesso giudice si era occupato dell’istruttoria del delitto Matteotti, di cui era stato privato per l’avocazione da parte della sezione di accusa della Corte d’appello[16].

L’ultimo numero de La Magistratura del 15 gennaio 1926 (prima di interrompere le pubblicazioni) si aprì con un gesto di sfida al regime. Con un editoriale non firmato (ma presumibilmente opera del segretario generale Vincenzo Chieppa) dal titolo L’idea che non muore, si spiegavano così le ragioni dell’autoscioglimento: «la mezzafede non è il nostro forte: la ‘vita a comodo’ è troppo semplice per spiriti semplici come i nostri. Ecco perché abbiamo preferito morire»[17].

3. La nascita dell’Anm

Ufficialmente il 21 ottobre 1945 nacque l’Associazione nazionale magistrati (Anm) – presieduta da Emanuele Piga[18] – e riprese le pubblicazioni La Magistratura, sotto la direzione di Ernesto Battaglini, futuro membro della Corte costituzionale, e con il fondamentale apporto di Vincenzo Chieppa (riammesso in magistratura e vicepresidente dal 1949 al 1952)[19].

Del resto, molti magistrati, sia singolarmente, sia in forma associata, avevano partecipato alla Resistenza, in special modo al Nord, sotto la guida di Domenico Riccardo Peretti Griva, con il gruppo piemontese (guidato da Giorgio Agosti, Alessandro e Carlo Galante Garrone), e quello veneto (sotto l’esempio di Giovanni Colli)[20]. Anche a Roma, subito dopo l’armistizio, si organizzò un Cln all’interno della magistratura, in base alle rappresentanze dei partiti. Il Comitato nazionale magistrati e quello romano in cui lo stesso Piga ebbe un ruolo) parteciparono attivamente, inoltre, alle manifestazioni organizzate dal Comitato forense di agitazione del 5 e 6 aprile 1944, organizzate nel Palazzo di giustizia a Piazza Cavour dopo la strage delle Fosse ardeatine (avvenuta il 24 marzo), che bloccarono le udienze in quelle giornate[21]. I comitati si impegnarono anche a scoraggiare l’adesione dei giudici al giuramento e alla Rsi, e sostennero materialmente e moralmente i magistrati destituiti[22]. Un antefatto virtuoso che avrebbe pesato nel dopoguerra.

Nel 1945, forse inevitabilmente, l’Anm si dichiarò fin da subito ispirata a criteri di “apoliticità” e “asindacalità”[23], confermati a grandissima maggioranza degli iscritti in un referendum promosso alla fine del 1946[24]. Non mancarono, certo, i richiami all’interesse generale e “politico” cui avrebbe dovuto conformarsi l’azione della stessa Associazione, che, del resto, partecipò con un proprio documento al dibattito sull’autonomia della magistratura, valore che rivendicò come quelli da garantire nell’ambito dei nuovi principi costituzionali. Nel testo, e poi nella mozione approvata al Congresso del 3 novembre del 1946, si faceva espresso riferimento anche all’autonomia “integrale” da garantirsi all’ordine giudiziario, realizzabile unicamente se il nuovo Csm fosse stato composto solo da magistrati[25].

In quei primi anni – è stato notato – l’azione dell’Anm (soprattutto del suo Comitato direttivo centrale) sarebbe stata segnata da una «visione tradizionale della magistratura, poco interessata alle dinamiche culturali dei magistrati nel loro complesso», con una scarsa consapevolezza delle loro esigenze[26]. Il gruppo dirigente dell’Anm avrebbe dovuto ben presto, però, misurarsi con i cambiamenti nell’usuale habitus dei magistrati, anche dovuti alla difficile crisi economica del dopoguerra e a un ricambio generazionale non in sintonia con la struttura tradizionale dell’ordine giudiziario. Ne costituì forse un’ulteriore riprova la sostanziale estraneità (se non contrarietà) dei vertici dell’Anm rispetto al primo sciopero dei magistrati, avvenuto nel marzo del 1947, soprattutto sotto la spinta delle rivendicazioni economiche (ma anche con l’obiettivo di una maggiore autonomia del potere giudiziario)[27]. L’agitazione durò circa un mese (fino ad aprile), diversamente attuata nei singoli distretti (in alcuni lo sciopero fu “nominale”, nel senso che si tenevano le udienze e gli affari urgenti), ma con partecipazione abbastanza nutrita, nonostante le promesse (e le minacce) del Ministero della giustizia e dei capi della magistratura. La protesta sarebbe stata poi revocata, avendo preso atto i magistrati degli impegni del Governo, peraltro poi non pienamente mantenuti.

Eppure, al di là di quello che fu l’esito, si trattò di un segnale importante (per quanto limitato e cauto nelle forme in cui si espresse). Il sintomo, forse, di una nuova mentalità che si affacciava nel mondo giudiziario[28].

4. Le nuove correnti dell’Anm e i mutamenti degli anni ‘60 e ‘70

Già negli anni appena successivi al 1948 si profilò nei fatti una lotta sorda tra “conservatori” e “innovatori” (i primi saldamente arroccati in una Cassazione per ragioni anagrafiche occupata dalla magistratura formatasi durante il regime e in molte delle Corti d’appello), lotta i cui esiti, almeno sino all’ultima parte degli anni Cinquanta, furono piuttosto favorevoli all’alta magistratura tradizionalista. In quel decennio si assistette, infatti, al dominio del ruolo della Corte suprema: monopolio negli organi di rappresentanza, linee di indirizzo della giurisprudenza, interpretazione restrittiva dei nuovi principi costituzionali.

L’attuazione della previsione costituzionale (con l’istituzione della Corte costituzionale e con la nascita del Csm secondo l’articolo 104, sia pure tardivi nel 1956 e nel 1958) segnò però un discrimine che avrebbe davvero rappresentato una cesura storica.

Al di là dei fatti specifici[29], è indubbio che dalla fine degli anni Cinquanta agli anni Sessanta anche sul fronte della magistratura si manifestarono rilevanti novità. Innanzitutto, l’accantonamento della tradizionale asindacalità dell’Anm con un maggior peso delle rivendicazioni economiche nei confronti del Governo (le proteste del 1956 contro lo svuotamento della Legge Piccioni). In secondo luogo, la richiesta approvata dal congresso del 1957 di abolire la “carriera” e il tema sempre più cruciale dell’indipendenza “interna” della magistratura. In terzo luogo, e in conseguenza dei primi due mutamenti,  la rottura dell’unione associativa, con l’uscita dall’Anm degli alti gradi, rappresentati ora, per lo più, dall’Unione magistrati italiani (1961); mentre prima vi era stata la nascita di Terzo potere, espressione soprattutto della bassa magistratura (1957); più tardi si sarebbe costituita Magistratura indipendente, la corrente più moderata (1962), e poi, ancora, Magistratura democratica, portatrice di idee più progressiste (1964).

Dal punto di vista normativo le nuove regole sull’avanzamento in carriera approvate tra il 1966 e il 1973 (le cd Leggi Breganze e Breganzone), abolendo la progressione di carriera per concorso, stabilendo quella per anzianità (sia pure con una valutazione del Csm) prima per i magistrati di appello e poi anche per quelli di Cassazione, davano una risposta concreta alle esigenze avanzate dai magistrati. Si trattava di un mutamento quasi “epocale”, in quanto il potere sugli avanzamenti di carriera era stato da sempre una prerogativa gelosamente conservata e puntigliosamente esercitata dall’alta magistratura, e si era tradotta in un potere enorme di condizionamento sulla stessa attività giurisdizionale, in quanto il concorso per titoli si basava propriamente sulla valutazione successiva dei provvedimenti giudiziari. Il potere di conformazione della gerarchia aveva così a lungo avuto la meglio sugli indirizzi giurisprudenziali più innovativi (per esempio nel campo del diritto del lavoro o dell’ambiente) o semplicemente sulle indagini scomode nei confronti degli esponenti del potere economico e politico. Scindendosi ora gli avanzamenti economici dalle funzioni effettivamente svolte, si compiva un passo importante nella direzione dell’indipendenza interna del corpo giudiziario. Così anche la tradizionale separazione tra alta e bassa magistratura entrava definitivamente in crisi. Si apriva adesso una stagione profondamente diversa, segnata dal progetto del giudice interprete e custode dei valori costituzionali.

Peraltro, la questione era più ampia: atteneva al ruolo del corpo giudiziario nella società, alla scelta tra «Magistrati o funzionari?», come aveva recitato, nel 1961, il titolo del celebre convegno organizzato a Firenze da Giuseppe Maranini, all’indomani della deludente costituzione del nuovo Csm, quasi del tutto monopolio delle alte gerarchie[30]. Ma si trattava, in realtà, di una domanda retorica che aveva già ricevuto una risposta nei fatti.

Avanzava, in quegli anni, e giungeva finalmente a far parte di molti tribunali se non ancora a guidarli, una generazione nuova, che nel fascismo aveva tutt’al più vissuto la prima infanzia e l’adolescenza, entrata in magistratura nei concorsi banditi sotto la Repubblica democratica. Si profilava una vera e profonda rivoluzione culturale, della quale immediatamente risentiva lo stesso associazionismo dei giudici, con il conflitto tra organizzazioni di diversa ispirazione e l’ascesa dell’ala più democratica, incline a rivendicare i valori costituzionali. Cambiava anche, e in profondo, la composizione sociale della magistratura, in ragione di dinamiche più profonde tipiche di quella fase storica. Si interrompeva il nesso – sino ad allora solido e apparentemente irrevocabile – tra magistratura ed estrazione di classe alto-borghese (per lo meno negli alti gradi), o comunque borghese, mentre una generazione di nuovi giudici proveniva adesso dalle classi medie rivitalizzate dal miracolo economico in atto. Profonde trasformazioni sociali, cui corrispondeva anche il mutare rapidissimo del Paese, e la rivendicazione impellente di nuovi diritti e una domanda di giustizia assolutamente inedita, che investì vecchia e nuova magistratura ricevendone risposte contrastanti e spesso reciprocamente conflittuali. Messa all’angolo anche dal protagonismo della Corte costituzionale, la Cassazione frattanto arretrava, rifugiandosi, sinché le fu possibile (e non sarebbe accaduto per molto), nella autodifesa della negazione dei nuovi diritti[31].

È interessante notare – lo fece nel 1997 Guido Neppi Modona– come nel 1968 tutti i magistrati di cassazione (e il settanta per cento di quelli d’appello) risultassero in servizio da prima del 1944, mentre ben il novantanove per cento dei componenti dei tribunali erano entrati dopo quello spartiacque. A dieci anni dalla istituzione del Csm l’alta magistratura, da cui erano tratti i capi degli uffici giudiziari, proveniva per tre quarti dagli anni del fascismo, mentre i gradi “inferiori” erano stati reclutati pressoché interamente dopo la caduta della dittatura[32].

Il clima cambiò molto come effetto anche dalla nascita di Md. Certo è che da allora il confronto-scontro tra le correnti dell’Anm si ispirò a livelli ideali prima sconosciuti. Le correnti diventarono il terreno fertile per l’elaborazione culturale di nuovi modelli di magistratura e di giurisdizione. L’orizzonte ideale entro il quale si muoveva Md delle origini era, infatti, il tema della giurisdizione. Non si trattava (e non si tratta) di un tema neutro: le scelte dell’indirizzo da dare alla giurisprudenza sono tutte dentro la riflessione su quale sia il modello di giudice nella società di oggi.

Allora, l’obiettivo che si ponevano quei giovani magistrati era chiaro: quello di “inverare” la Costituzione e di abbattere la vecchia mentalità della magistratura conservatrice ereditata dal fascismo.

Si trattava di giovani entrati in magistratura dopo l’esperienza autoritaria, ma anche di giuristi, professori, avvocati. Una enorme ricchezza di idee animava quel dibattito. Solo per citare alcuni esempi: gli studi sulle origini storiche della “giustizia di classe”, il numero del Il Ponte del 1968 dedicato alla magistratura, le nuove riviste, tra le quali spiccava Qualegiustizia, la rivista fondata nel 1970 a Bologna da un gruppo di magistrati di Md[33]. Questi i propositi che la rivista si dava:

«la rivista nasce eretica […] per dovere morale e sociale. Non crediamo al neutralismo del diritto; crediamo invece che la giustizia debba o possa contribuire ad attuare le promesse di eguaglianza, non solo formali, imposte dalla Costituzione»[34].

D’altro canto, le classi dirigenti reagirono ai mutamenti nella magistratura in diversi modi. Uno, il più inclusivo, fu quello che a metà degli anni ‘70 portò all’elezione con il sistema proporzionale dei componenti togati del Csm sulla base di liste concorrenti, con una circoscrizione elettorale unica e l’elevazione del numero degli eligendi da quattordici e venti. In questo modo si accentuò in misura notevole il carattere rappresentativo dell’organo, secondo quanto sollecitato anche in occasione del dibattito parlamentare sulla riforma (si disse esplicitamente «per combattere le chiusure corporative»). Nell’occasione, il sottosegretario alla Giustizia, Renato Dell’Andro, magistrato vicinissimo alle posizioni di Aldo Moro (all’epoca presidente del Consiglio) sottolineò l’intento della legge, che risiedeva nella volontà del Governo di superare i contrasti nel dialogo, nella “«dialettica di idee e di valori», nell’inclusione delle ali estreme (discorso, questo, tipicamente moroteo) piuttosto che nell’imposizione[35].

Purtroppo questa risposta inclusiva del mondo politico si sarebbe rivelata nel tempo una risposta perdente, nel senso che sarebbe poi subentrata una logica di scontro, totalmente diversa dalla scelta degli anni ‘70.

Il ruolo del magistrato comunque fu profondamente influenzato da questa apertura alla società. Negli anni cruciali della svolta il giudice si trasformò da mero interprete a soggetto attivo del nuovo diritto grazie alla Costituzione e al controllo di costituzionalità diffuso affidato a ogni singolo giudice.

5. Un nuovo modello di giudice

Questo nuovo modello di giudice, più calato nella realtà sociale e politica, è stato poi quello che ha fronteggiato le tre grandi emergenze degli anni ‘80 e ‘90 (il terrorismo, le mafie e la corruzione), svolgendo un ruolo decisivo, ma anche esercitando talvolta una (obbligata) supplenza rispetto ad altre istituzioni. Ed è precisamente da questo nuovo contesto (e da quel nuovo protagonismo) che sarebbe nato il conflitto con la politica, dato caratteristico, quest’ultimo, di una contrastata stagione ancora oggi non risolta.

Ha ancora un senso un impegno “politico” generale, in senso nobile del magistrato?

Se sì, forse lo ha solo in termini di elaborazione di nuove idee e risposte alla crisi della giustizia alla luce dei valori di attuazione della Costituzione. Non un ritorno puro e semplice agli anni ‘60 e ‘70 dunque (che sarebbe impossibile), ma un partire nuovamente da quelle motivazioni ideali e dall’apertura alla società mostrata da quei giovani magistrati.

Come ha sostenuto Paolo Borgna, la valenza politica nell’attività dei magistrati sta nella «quotidiana necessità di scegliere fra diverse interpretazioni giuridiche, tutte formalmente legittime», ma da valutare in base alla scala dei propri valori, orientati secondo i principi della Costituzione, e nella consapevolezza della complessità degli interessi e dei valori in gioco[36].

[1] Mi permetto di rinviare in generale ad A. Meniconi, Storia della magistratura italiana, Bologna, Il Mulino, 2013, in cui alcuni di questi temi sono sviluppati in maniera più approfondita.

[2] Già nel 1904 da 116 magistrati del distretto della Corte d’appello era stata richiesta la riforma dell’ordinamento giudiziario con il cd “Proclama di Trani”, pubblicizzato con grande risalto nel Corriere giudiziario di Roma; l’organo di stampa dell’Agmi, La Magistratura, iniziò le pubblicazioni nel settembre 1909.

[3] Si veda F. Venturini, La magistratura nel primo dopoguerra: alla ricerca del “modello italiano”, in http://www.movimentoperlagiustizia.it/argomenti/le-opinioni/514-le-opininioni-la-magistratura-nel-prmio-dopoguerra.html

[4] Il testo più completo in argomento è F. Venturini, Un «sindacato» di giudici da Giolitti a Mussolini. L’Associazione generale fra i magistrati italiani 1909-1926, Bologna, Il Mulino, 1987.

[5] E.R. Papa, Magistratura e politica. Origini dell’associazionismo democratico nella magistratura italiana (1861-1913), Venezia, Marsilio, 1973, 363; si veda inoltre Cfr. E. Bruti Liberati, La magistratura dall’attuazione della Costituzione agli anni Novanta, in Storia dell’Italia repubblicana, a cura di F. Barbagallo, vol. III, 2, Torino, Einaudi, 1997, 141-237, 150 ss.

[6] Su Giovanni Appiani cfr. A. Meniconi, Storia della magistratura italiana, cit., 196 ss.

[7] F. Venturini, La magistratura nel primo dopoguerra, cit.

[8] Ibidem.

[9] Ibidem.

[10] L’espressione è di G. Silvestri, La giustizia in Italia tra passato e presente, in Il giusto processo, n. 4, 2002, 27-53.

[11] R.d. n. 1978 del 14 dicembre 1921, in attuazione della l. n. n. 1080 del 13 agosto 1921 sulla riforma dell’amministrazione dello Stato.

[12] A. Meniconi, Storia della magistratura italiana, cit., 145 ss.

[13] L. n. 563 del 3 aprile 1926.

[14] Cfr. F. Venturini, Un «sindacato» di giudici da Giolitti a Mussolini, cit., 269 ss.

[15] R.d. del 16 dicembre 1926.

[16] M. Pivetti, Magistrati, questori, prefetti e ministro durante il fascismo (Storia sconosciuta di Mario Dalla Mura, magistrato indipendente), in Questione giustizia, n. 5, 2001, 957-969, 964; M. Canali, Il delitto Matteotti, Bologna, Il Mulino, 2004, 113.

[17] Il testo è abbastanza noto: http://www.associazionemagistrati.it/storia.

[18] R. Quattrociocchi, Emanuele Piga: biografia di un magistrato, in Le Carte e la Storia, n. 1, 2009, 153-166.

[19] Battaglini, che sarebbe diventato presidente dal 1948 al 1952, fu nominato avvocato generale della Cassazione nel 1948, nel 1955 fu eletto dalla componente della magistratura nella Corte costituzionale (Ministero della giustizia, fasc. 81341). Per le cariche dell’Anm, Cento anni di Associazione magistrati, cit., a cura di E. Bruti Liberati, L. Palamara, Milanofiori, Assago, IPSOA, 2009, 303, in particolare G. Mammone, 1945-1969. Magistrati, Associazione e correnti nelle pagine de La Magistratura, ivi, 27-53, 28.

[20] Rievocò l’esperienza della Resistenza D.R. Peretti Griva, Esperienze di un magistrato, Torino, Einaudi, 1956, 29 ss.

[21] A. Meniconi, La «maschia avvocatura». Istituzioni e professione forense in epoca fascista 1922-1943, Bologna, Il Mulino, 2006, 318 ss.

[22] I componenti del Cln della magistratura furono: Michele Fragali (futuro giudice costituzionale dal 1960 al 1969), Paolo Silvio Migliori, Nicola Picella (di lì a poco segretario della Presidenza della Repubblica), Salvatore Zingale, Romolo Gabrieli (poi sostituto procuratore addetto all’Alto commissariato aggiunto per la punizione dei delitti fascisti nel primo dopoguerra), Italo D’Abbiero e Andrea Lugo (nel 1947 consigliere di Stato. (D.R. Peretti Griva, Esperienze di un magistrato, cit., 34). Si veda anche G. Fiorucci, Cronache della magistratura italiana. Dall’ordinamento giudiziario del 1941 alla istituzione del Consiglio superiore della magistratura, in Studi parlamentari, politici e costituzionali, n. 15, 1972, 67-87, 71.

[23] E. Bruti Liberati, L’Associazione dei magistrati italiani, in Cento anni di Associazione magistrati, cit., pp. 3-26, 6.

[24] V. Zagrebelsky, La magistratura ordinaria dalla Costituzione ad oggi, in Storia d’Italia. Annali 14. Legge, diritto, giustizia, a cura di L. Violante, Torino, Einaudi, 1998, 713-790, 719; E. Moriondo, L’ideologia della magistratura italiana, Bari, Laterza, 1967, 114-115. Sottolinea l’inevitabilità di questa scelta in quel momento, ma anche i suoi limiti, S. Senese, La magistratura e l’unità nazionale, in Un’altra Italia in un un’altra Europa. Mercato e interesse nazionale, a cura di L. Paggi, Roma, Carocci, 2011, 251-264, 257.

[25] A. Meniconi, Storia della magistratura italiana, cit., 278.

[26] G. Mammone, 1945-1969. Magistrati, Associazione e correnti nelle pagine de La Magistratura, cit., 31.

[27] F. Scalambrino, Lo sciopero dei magistrati del 1947, in Questione Giustizia, n. 1, 1984, 219 ss.

[28] In maniera più ampia cfr. A. Meniconi,  Storia della magistratura italiana, cit., 263 ss.

[29] Ivi, 294 ss.

[30] Magistrati o funzionari? Atti del Symposium Ordinamento giudiziario e indipendenza della magistratura, a cura di G. Maranini, Milano, Edizioni di Comunità, 1962.

[31] A. Meniconi,  Storia della magistratura italiana, cit., 16 ss.

[32] G. Neppi Modona, La Magistratura dalla Liberazione agli anni Cinquanta. Il difficile cammino verso l’indipendenza, in Storia dell’Italia repubblicana, a cura di F. Barbagallo, vol. III, 2, Torino, Einaudi, 1997, 83-137, 122.

[33] Più estesamente cfr. A. Meniconi, Storia della magistratura italiana cit., 313 ss.

[34] Qualegiustizia, n. 1, 1970.

[35] L’intervento di Dell’Andro avvenne nella Commissione giustizia del Senato l’8 aprile 1975, cit. da E. Bruti Liberati, Note sulla composizione e sul sistema elettorale del Consiglio superiore della magistratura, in Questione giustizia, n. 4, 1984, 1-40, 31.

[36] P. Borgna, Il giudice ancora «bocca della legge»?, in P. Borgna e M. Cassano, Il giudice e il principe. Magistratura e potere politico in Italia e in Europa, Roma, Donzelli, 1997, 57.

Fascicolo 4/2015
Editoriale
di Renato Rodorf
Obiettivo 1
Il valore del dissenso
di Andrea Natale
di Roberto Zaccaria

In questo contributo, l’Autore enuclea una serie di sedi – istituzionali e sociali - nelle quali si pone il problema della tutela dell’opinione minoritaria, richiamando quale sia il fondamento costituzionale che impone la tutela del dissenso e quali siano i limiti costituzionalmente accettabili che possono essere posti al suo esercizio. Il contributo registra poi la tendenza a comprimere sempre più nei processi decisionali delle istituzioni lo spazio di espressione del dissenso (a vantaggio della governabilità); con il rischio però di rendere la democrazia sempre meno contendibile. Nel contributo si prende poi in esame (con preoccupata attenzione) quanto le recenti riforme (elettorale, costituzionale, del sistema di governance della Rai) rischino di marginalizzare sempre più chi è fuori dalle maggioranze consolidate.

di Massimo Villone

In questo contributo, l’Autore ragiona sulle recenti trasformazioni della vita parlamentare e di quella all’interno dei partiti; l’Autore rileva dunque – da una pluralità di elementi – che, anche nelle istituzioni rappresentative, abitate da parlamentari eletti senza vincolo di mandato, sempre più si tende a tacitare chi non aderisce “perfettamente” alla linea dettata dalle leadership parlamentari o di partito o chi – dai banchi dell’opposizione (o da quelli di una maggioranza “critica”) tenta di emendare disegni di riforma proposti dal Governo. E così il dissenso spesso viene soffocato con la sostituzione di membri di una commissione parlamentare, proliferare di questioni di fiducia (poste anche su temi che riguardano “le regole del gioco”), proposizione di maxi-emendamenti (sino al caso del «maxi-canguro») che hanno l’effetto di far decadere tutti gli altri (tra i quali, spesso, quelli “scomodi”).

di Umberto Romagnoli

Gli interessi del datore di lavoro e quelli del lavoratore non sempre coincidono e – nel rapporto di lavoro – esiste una parte forte e una categoria sottoprotetta. In questo contributo, l’Autore segue la traiettoria del diritto del lavoro, dalla legislazione corporativa alle speranze indotte dalla Carta costituzionale, sino alla constatazione del fatto che, oggi, tornano a prevalere le logiche economiche. E qui si innesta una riflessione sul senso profondo di una disciplina – quella del diritto del lavoro – che sempre più sembra faticare a trovare una propria missione. Per adempiere alla sua funzione di garanzia, il diritto del lavoro deve godere di consenso nella società, nelle istituzioni e nell’accademia. Ma una società sempre più stretta dalla crisi, un’accademia sempre meno incline a riconoscere la speciale autonomia del diritto del lavoro non sembrano in grado di garantire questa base di consenso. Per dirla con l’Autore, sembra che «il lavoro abbia potuto rompere un millenario silenzio a condizione di metabolizzare il divieto di non alzare troppo la voce».

di Marco Pelissero

In questo contributo, l’Autore mette in evidenza come – al di là delle declamazioni di principio – l’art. 21 Cost. e la tutela che esso offre alla libertà di espressione possa essere messo seriamente in discussione dallo strumento penale; l’Autore constata, anzitutto, come la categoria dei reati di opinione attinga a criteri valutativi pregiuridici, tanto nella definizione dei suoi confini, quanto nella sua pratica applicazione; l’Autore registra poi – come un dato di fatto – la sostanziale continuità riscontrabile tra l’assetto ereditato dal regime fascista e norme sul controllo penale del dissenso vigenti in epoca repubblicana. L’Autore passa poi in rassegna una serie di fattispecie che, tuttora, criminalizzano la manifestazione di pensieri “scomodi”, interrogandosi – per ciascuna – se esse si fondino su una necessità costituzionale di repressione penale o se, viceversa, si possa rinunziare in una democrazia matura - almeno per alcune incriminazioni - allo strumento penale.

di Elisabetta Grande

Il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero fa parte del DNA delle istituzioni statunitensi, ricevendo esplicita protezione sin dal 1791. Tuttavia – osserva l’Autrice in questo contributo – occorre considerare che, ove non ne venga garantita l’effettività, la proclamazione di un diritto può rivestire una funzione puramente retorica e, dunque, di dubbia concludenza. E, così, in questo contributo, si passano in rassegna tanto le decisioni della Corte Suprema che hanno effettivamente garantito un ampio spazio all’espressione del dissenso, quanto le decisioni che, con diversi strumenti interpretativi, hanno infine compresso la formazione ed espressione di opinioni minoritarie. E l’Autrice ci consegna questa riflessione attraverso una lettura degli orientamenti giurisprudenziali condotta in parallelo con gli eventi della storia.

di Silvia Niccolai

Dei pregi e dei difetti immediati che deriverebbero dall’introduzione nel nostro ordinamento della dissenting opinion si è già detto molto (soprattutto con riferimento alla giurisprudenza costituzionale). In questo contributo, l’Autrice – prendendo come un dato di fatto il mancato ricorso a tale strumento nelle nostre istituzioni – ragiona sulle ragioni culturali profonde di tale ritrosia. Ripercorrendo allora vari filoni di pensiero (storico-comparatistico e costituzionalistico), l’Autrice giunge ad ipotizzare che – dietro la scelta (o non scelta) di non introdurre nel nostro sistema la dissenting opinion – si celi una precisa visione dei rapporti tra legge e diritto (con il prevalere di una visione imperativistica e esclusivamente legalistica del diritto) e della stessa funzione del giudice (anche costituzionale): mero esecutore della legge o creatore (con il legislatore) del diritto; non senza notare, però, che il dissenso nella pratica giudiziaria sarebbe coerente con la nostra esperienza storica e potrebbe dare un importante contributo ad una istanza di garanzia coessenziale alla giustizia (l’arginare i possibili abusi degli organi di governo).

di Daniela Piana e Leonardo Morlino

In questo contributo, gli Autori inquadrano prima da un punto di vista teorico il valore del dissenso all’interno della teoria democratica; passano poi ad indagare quali siano gli effetti benefici del pluralismo e del conflitto inter-istituzionale e intra-istituzionale, soffermandosi poi ad indagare sulle dinamiche di conflitto che coinvolgono l’istituzione giudiziaria (rispetto ad altre istituzioni) e su quelle che si verificano all’interno di questa istituzione.

Il contributo si chiude rilevando un apparente paradosso: il dissenso – pur espletando un’importante funzione di autocorrezione e auto-mutamento all’interno del regime democratico – rischia, ove esasperati i momenti di conflittualità, di comportare dei costi sul piano della stessa legittimazione delle istituzioni (e sulla fiducia che, in esse, i cittadini ripongono, come forse avvenuto nel caso del calo di fiducia nella magistratura).

di Giovanni Palombarini e Gianfranco Viglietta

In questo contributo, gli Autori ripercorrono l’esperienza di Magistratura democratica e ricordano come – tra i suoi elementi fondativi – vi sia stata la scelta di campo in favore di un garantismo di impronta liberaldemocratica e una caparbia attenzione alla tutela della manifestazione del pensiero.

Da qui – in un affresco di quella difficile stagione – gli Autori muovono per ricordare le nette prese di posizione di Magistratura democratica contro alcune iniziative giudiziarie che comprimevano tale libertà, l’impegno di Magistratura democratica per l’abrogazione dei reati di opinione e il prezzo che i suoi aderenti dovettero pagare.

Gli Autori concludono il loro contributo registrando – come un dato di fatto – il diverso atteggiamento che Magistratura democratica ha recentemente assunto in relazione a procedimenti penali scaturiti a seguito della manifestazione di un pensiero.

Obiettivo 2
Il punto sul processo civile
di Luca Minniti
di Remo Caponi

L’Autore richiamati i tratti essenziali del processo ordinario di cognizione e puntualizzati gli elementi distintivi che differenziano i modelli di processo ordinario di cognizione adottati nei diversi Paesi, evidenzia che la tendenza prevalente a livello europeo promuove una disciplina elastica del processo a cognizione piena, che affida lo svolgimento alle determinazioni discrezionali del giudice nel caso concreto. In questa direzione l’Autore mette in rilievo il portato della recente introduzione dell’art. 183 bis cpc (convertibilità in sommario del rito ordinario) e saluta con favore l’annunciata modifica della fase introduttiva che a suo avviso marcia nella direzione della valorizzazione della udienza principale.

In conclusione l’Autore rappresenta problematicamente la discrasia tra obiettivi perseguiti dal disegno di legge delega del Governo e strumenti proposti.

di Elena Riva Crugnola

L’autore nella prima parte del suo intervento tratta le questioni concernenti il modello e la struttura del processo di cognizione ordinario e rileva che in ordine al processo di cognizione di primo grado il principio/criterio direttivo contenuto nella delega è generico e tale da non consentire alcuna ragionevole previsione circa il contenuto delle future norme delegate, ricavabile solo dalla lettura della relazione. Nel merito delle scelte operate dalla relazione (e non dal ddl) nega decisamente che ci si possa attendere alcuna “accelerazione evidente” dei tempi processuali in dipendenza delle modifiche proposte. Ed in ciò richiama l’esperienza, rimossa dal legislatore, del cd rito societario di cui al dlgs n. 5/2003. Secondo l’autore lo scambio di atti difensivi, anticipati rispetto alla comparizione dei difensori avanti al giudice è inefficiente costoso ed inutile. Ma segnala che tutta l’impostazione della Relazione al ddl dimostra la sua lontananza dalle aule giudiziarie di primo grado, appare volta a consolidare le prassi meno efficaci in termini di tempi complessivi di definizione, enfatizzando una trattazione scritta “anticipata” e “obbligata”, trascurando il pregio di una conduzione della trattazione orientata alla formazione progressiva della decisione, nel dialogo tra parti e giudice.

Nella seconda parte invece, ove la delega ha un contenuto effettivo, Riva Crugnola analizza nel dettaglio le proposte di modifica della disciplina del Tribunale delle imprese e alcune sue criticità in relazione alle quali formula puntuali osservazioni anche propositive.

di Annamaria Casadonte

Il disegno di legge di delega presentato dal Governo presentato l’11.3.2015 prevede l’istituzione presso i tribunali ordinari della sezione specializzata per la famiglia e la persona, cui vengono accorpate una serie di competenze già devolute al tribunale ordinario in materia di stato, capacità delle persone, separazione, divorzio, figli nati fuori dal matrimonio, procedimenti di competenza del giudice tutelare e quelli di cui all’art. 38 disp att cc non di competenza del tribunale per i minorenni, secondo la modifica restrittiva che viene pure prevista dalla delega.

La delega opta per il mantenimento delle competenze civili in capo al tribunale per i minorenni, con particolare riguardo alla materia del pregiudizio del minore (artt.330 e 333 cc, quest’ultimo al di fuori dei casi trattati avanti al tribunale ordinario).

La soluzione va a discapito del principio di concentrazione delle tutele e non appare idonea a realizzare la ratio di un processo comprensibile e spedito, che pure il legislatore delegante si prefigge.

di Domenico Dalfino

Nel corso degli ultimi decenni, a fronte della perdurante crisi della giustizia civile, definitivamente accantonate le tesi “iconoclastiche” favorevoli alla soppressione dell’appello, i dubbi degli interpreti si sono polarizzati sull’adesione al modello della revisio prioris instantiae o a quello del novum iudicium, sebbene il sistema vigente e il «diritto vivente» propendano evidentemente per il primo, mentre taluni recenti progetti di riforma puntano a trasformarlo in una sorta di azione di impugnativa. A ben vedere, se un secondo grado totalmente chiuso ai nova sembra inidoneo a perseguire la giustizia della decisione, non va neppure assolutizzata la questione dell’inquadramento nell’uno o nell’altro modello d’impugnazione, giacché l’efficienza del giudizio dipende principalmente dalla virtuosa organizzazione degli uffici e dall’adeguata allocazione delle risorse.

di Giulio Cataldi

L'Autore sottolinea da una parte come sarebbe stato necessario, prima di proporre una nuova modifica del giudizio di appello, verificare in concreto come la riforma del 2012 stia incidendo sul complessivo andamento dei giudizi in appello con attenzione alle differenti prassi adottate nelle Corti.

Dall'altra evidenzia la problematicità di una ulteriore chiusura di spazi di rivisitazione del materiale esaminato in primo grado e della soppressione dell’inammissibilità per improbabilità di accoglimento dell’appello.

di Piero Curzio

La crisi del giudizio di cassazione ha origine nell’eccessivo numero di ricorsi. Deve essere affrontata partendo da scelte che conducano la Corte ad essere solo giudice di legittimità, il cui compito è quell’unificazione dell’interpretazione senza la quale il principio di uguaglianza viene leso proprio nella sede più delicata costituita dall’applicazione giurisprudenziale delle norme. A tal fine è necessario che il ricorso per cassazione sia proponibile solo per violazione di legge, come sancito dalla Costituzione, senza ampliamenti, o, quanto meno, è necessario che il legislatore non contraddica con nuovi interventi estensivi le scelte in senso restrittivo fatte solo pochi anni fa. Ma è poi assolutamente indispensabile l’adozione di misure “non legislative”, strutturali ed organizzative, sostenute con investimenti seri in termini di risorse umane ed economiche.

di Giorgio Costantino

Si riferisce dello stato delle proposte di legge pendenti in Parlamento. Si dà conto della successione delle riforme del procedimento di legittimità. Si indicano le soluzioni accolte dalla Corte sulle più recenti riforme. Si auspica un improbabile intervento di razionalizzazione della disciplina processuale e si ricorda il potere di autoregolazione delle corti supreme. Si conclude segnalando i limiti e le conseguenze di una modifica della Costituzione in funzione di una restrizione dell’accesso alla Corte.

di Francesco Vigorito

Negli ultimi venti anni vi è stata ad una profonda trasformazione della disciplina dell’esecuzione forzata civile nel tentativo, che finora ha portato a risultati limitati, di portare il sistema italiano più vicino ai modelli esteri per tempi ed efficacia dei procedimenti. L’esigenza è nata dalla considerazione che il sistema del recupero dei crediti costituisce un parametro importante per l’intera economia del Paese; il ritardo in questo settore comporta, quindi, un grave danno in termini macroeconomici. Le molteplici riforme di questi anni hanno riguardato tutti i settori del processo esecutivo: basta scorrere il libro terzo del codice di procedura civile per rilevare che tutti gli istituti generali e la gran parte dei procedimenti esecutivi sono stati modificati. Non tutte le riforme sono state efficaci né tecnicamente impeccabili e, tuttavia, sarebbe opportuna una fase di applicazione pratica della nuova disciplina prima di pensare ad ulteriori interventi normativi. Resta, per un verso, l’esigenza di effettuare qualche intervento, anche urgente, su norme di dettaglio allo scopo di eliminare alcune contraddizioni esistenti nella normativa e di correggere disposizioni che comportano, tra l’altro, pesanti aggravi per la finanza pubblica e, per altro verso, di iniziare ad esplorare la possibilità di interventi di sistema che ridefiniscano l’ambito delle esecuzioni mobiliari e, per le esecuzioni immobiliari, prevedano, una volta accertato il disinteresse del mercato per l’immobile, modalità nuove di liquidazione dei beni.

di Bruno Capponi

Lo scritto esamina con sguardo d’insieme le riforme del processo esecutivo dalla metà degli anni ’80 ad oggi. Gli strumenti sono cambiati in corso d’opera: dalla legge ordinaria al decreto-legge sino alla legge di stabilità, con la conseguenza di aver consegnato nelle mani di pochi, fuori da qualsiasi controllo, la funzione di creazione di nuovo diritto. Il più grave e iterativo incidente di percorso è stato quello dell’espropriazione presso terzi, in cui sono stati importati istituti propri della cognizione (come il principio di non contestazione) che hanno, da un lato, reso impropriamente il terzo una parte dell’esecuzione e, dall’altro lato, costruito un modello all’esito del quale può risultare non identificato l’oggetto stesso del pignoramento. La rincorsa della competitività, della crescita economica, dell’efficienza nella realizzazione del credito ha fatto del giudice dell’esecuzione una sorta di indice istituzionale del Doing Business: col rischio che venga meno la sua posizione di terzietà, perché compito del giudice non è di sostenere la crescita economica del Paese ma far osservare in un processo di parti, qual è anche quello di esecuzione forzata, i principi di giustizia di derivazione costituzionale e anche comunitaria. Ulteriore rischio è quello del trasferimento fuori della giurisdizione di attività dell’esecuzione sempre più vaste: se la crescita economica dipende dalla tutela esecutiva del credito, presto verranno poste sul tappeto forme di autotutela che della massima efficienza – ma a detrimento delle garanzie del processo – faranno il loro segno distintivo.

di Angelo Danilo De Santis

L’applicazione pratica dell’insieme di regole costituenti l’apparato del processo civile telematico ha fatto emergere molte criticità, in parte preconizzate da quanti hanno assistito alla fase di gestazione del disomogeneo e complicato sistema della fonti. Nonostante le perplessità degli operatori del diritto e le resistenze a quello che non sempre viene percepito come un’occasione di miglioramento delle proprie condizioni di lavoro e di incremento di efficienza della giustizia, il Pct assurge a modello di riferimento anche per il processo amministrativo, tributario, contabile e, in parte, penale. L’ennesima riforma del processo civile, attualmente al vaglio delle commissioni parlamentari, reca con sé il germe di una rifondazione del sistema da compiersi nella consapevolezza che si tratta di un’occasione da non perdere.

di Pasquale Liccardo

L’individuazione delle possibili linee di sviluppo del processo telematico sia esso civile che penale, deve necessariamente muovere da una ricognizione della sua storia recente, dello stato attuale dei sistemi realizzati ed in corso di realizzazione, evidenziando l’intreccio realizzato tra norma, tecnologie ed istituzioni della giuridicità.

Le attività in corso sono state oggetto di analitica esposizione nelle sedi istituzionali Qui si cercherà uno sguardo di insieme.

La difficoltà registrata dalle istituzioni della giuridicità nel terzo millennio nella loro relazione con il concreto non è episodica ma riflette la condizione stessa della modernità declinante ormai incapace di manifestare nella legge la propria ragione ordinante e giustificatrice del mondo: si è interrotto il meccanismo di traduzione nella norma di concetti, di universi simbolici, di idee che hanno connotato per lungo tempo il processo di giuridificazione del concreto, sempre più lontano dalla norma statale per essere retto da regole prodotte dall’economia globalizzata, dal pragmatismo delle relazioni di forza, dallo specialismo delle tecniche contrattuali prive di ogni aspirazione valoriale: l’eccedenza del mondo dal diritto non può essere colmata dalle sole tecnologie ma semmai per il loro tramite letta.

Obiettivo 3
Associazionismo giudiziario
di Carlo De Chiara
di Luigi Ferrajoli

L’associazionismo giudiziario è stato un potente fattore di cambiamento e di democratizzazione della magistratura, secondo il disegno del Costituente: all’interno di essa, con il superamento della gerarchia e l’affermazione dell’eguaglianza di tutti i magistrati, distinti soltanto per le loro funzioni, e, all’esterno, con l’impegno civile dei magistrati per l’inveramento dei valori costituzionali, in cui si è specialmente distinta Magistratura democratica. La quale deve sapersi liberare con decisione della minaccia all’uguaglianza, e quindi all’indipendenza interna, costituita dalle varie forme di riemergente carrierismo, che non l’hanno risparmiata, e deve svolgere il suo ruolo storico di contrasto dei plurimi rischi di involuzione della magistratura: da quello burocratico, a quello “bellicista”, a quello neocorporativo.

di Giuseppe Cascini

Le ragioni della crisi attuale di Magistratura democratica, iscritte nella crisi dell’associazionismo giudiziario in generale, possono essere ricercate nella difficoltà di definire un modo “diverso” di gestire il potere, oggi affidato anche a suoi esponenti all’interno degli uffici giudiziari, ma anche in altre ragioni che riguardano la magistratura in generale: la declinazione dell’uguaglianza interna come disattenzione alla professionalità e all’efficienza del servizio reso ai cittadini; l’attacco violento della politica e il patto consociativo-corporativo di riflesso scattato all’interno della magistratura; l’aggravarsi quantitativo e qualitativo delle condizioni di lavoro e il fallimento dei tentativi di rispondere efficacemente all’attenzione sempre maggiore dell’opinione pubblica al problema dei tempi della giustizia; la riforma dell’ordinamento giudiziario del 2006, il cui risultato è stata l’accentuazione degli aspetti deteriori della magistratura italiana (carrierismo, gerarchia interna, conformismo, clientelismo).

Compito di Md e di Area, per superare la crisi, è elaborare un progetto per ricostruire un modello di magistratura democratico, partecipato, aperto, ma allo stesso tempo non corporativo e sensibile ai diritti degli utenti e alla qualità del servizio reso: un progetto che preveda, per cominciare, l’abolizione dei pareri dei capi degli uffici e dei giudizi sulle valutazioni di professionalità (inutili in sé e fonte indiretta di conformismo e infeudamento) e la realizzazione di una effettiva temporaneità negli incarichi direttivi.

di Lionello Mancini

Che le correnti della magistratura politicizzino la giurisdizione, torcendo le inchieste o i processi verso obiettivi di parte, è un falso diffuso ad arte dagli ambienti politici e dalla stampa soprattutto (ma non esclusivamente) di centrodestra.

Altri sono, invece, e più gravi, i guasti del “correntismo” della magistratura: le pure logiche di spartizione del potere, che affondano le radici nella fragilità culturale di tutti i gruppi, intralciano il percorso di miglioramento del servizio giustizia, e l’autoreferenzialità della “casta” alimenta la questione morale.

di Enrico Manzon

In vista delle elezioni per il Comitato direttico centrale dell’Anm del prossimo anno, ragionare sulle prospettive dell’associazionismo giudiziario e sul ruolo di Area all’interno di esso implica una precisa, attualizzata analisi dello “stato” della magistratura italiana. Che è cambiata nel profondo e non sempre in meglio. Non comprendere a fondo la “cifra” di questo mutamento e, allo stesso tempo, non fare una calibrata, costruttiva autocritica, può comportare seri problemi ed altrettanto gravi danni per un indirizzo di politica associativa coerente con i nostri principi ed i nostri valori, quali “ereditati” da Md e dal Movimento per la giustizia, ora transitati in Area. Molti magistrati, giovani e meno giovani, continuano a guardare con rispetto ed attenzione alla tradizione migliore dell’Anm, della quale quei principi e quei valori sono parte essenziale, ma chiedono alla nostra Associazione un “cambio di passo”. La tesi è dunque che Area abbia prospetticamente le maggiori e migliori chance per tenere insieme nell’azione associativa l’ interesse dei magistrati/della magistratura con le aspettative della collettività nazionale all’efficienza ed alla qualità del servizio giudiziario. Il corollario è che ciò sia doverosamente praticabile negli assetti associativi che verranno. La condizione predicata è che si mettano in campo idee nuove e che si facciamo scelte adeguate al tempo presente, ma soprattutto a quello futuro. Senza incertezze, con coraggio.

di Rocco Gustavo Maruotti

I magistrati più giovani, se avvertono normalmente il richiamo dell’Anm, vista come “casa comune” e autorevole riferimento identitario, altrettanto normalmente rifuggono, invece, dall’impegno nelle “correnti” che animano l’Associazione. Le ragioni spaziano dalla maggiore maturità delle nuove leve della magistratura (che, per le modalità del concorso, vi approdano in genere a un’età più avanzata rispetto al passato), che induce a scelte mediate e consapevoli, piuttosto che a giovanili entusiasmi; al coinvolgimento delle correnti nel conflitto con la politica, visto come un appannamento, comunque, della “sacralità” della funzione giudiziaria. Ma, soprattutto, ciò che allontana i magistrati più giovani dalle correnti è il malcostume cui esse si sono abbandonate nella gestione del potere di autogoverno, anzitutto nelle nomine a uffici direttivi o altrimenti prestigiosi.

di Tommaso Giovannetti

C’è una parola che descrive bene il rapporto tra il magistrato ordinario in tirocinio e tutto ciò che riguarda l’ordinamento giudiziario, il mondo dell’associazionismo ed il fenomeno delle correnti: distanza.

Distanza da alcuni poi coltivata come un bene da preservare; da altri vista come un vuoto da colmare; da altri ancora vissuta con sostanziale indifferenza. Generale è, comunque, nei nuovi magistrati il genuino desiderio di imparare e di formarsi professionalmente, sia pure con attenzione quasi esclusiva agli aspetti tecnico-giuridici della formazione e con assai scarso interesse per le implicazioni del quadro ordinamentale in cui il magistrato si colloca.

Per sollecitare il loro interesse su quest’ultimo versante, potrebbe essere preziosa la partecipazione ai momenti di discussione che si svolgono nell’ambito dei gruppi associativi, come l’autore ha avuto modo di sperimentare di persona avvicinandosi a uno di essi.

di Valerio Savio

L’enorme rilievo delle elezioni per il CdC – Sullo sfondo del dilemma culturale di sempre “magistrati o funzionari?”, l’Anm ad un bivio storico: sposare o rifiutare la deriva neocorporativa. Il rischio che le spinte neo-corporative si saldino con le aspettative di larga parte delle forze politiche ad un ridimensionamento del protagonismo politico-istituzionale della magistratura. L’idea di giurisdizione che dobbiamo combattere. Gli impraticabili “carichi esigibili”: incompatibili con l’idea stessa di giurisdizione quale potere costituzionale inerente la sovranità dello Stato, volano e simbolo della resa senza condizioni alla definitiva burocratizzazione della magistratura, leva su cui fondare la mutazione genetica della natura e della funzione dell’Anm. Per Area l’esigenza identitaria di non confondere la sua proposta con nulla che li richiami. Le linee di un programma che rifiutando il neocorporativismo e mantenendo il profilo “storico” dell’associazionismo nella difesa degli assetti costituzionali della giurisdizione accetti la sfida di una Anm impegnata con forza sulle condizioni di lavoro così come sulla questione morale e sull’autoriforma del governo autonomo. Per Area in Anm, tre linee guida: operare in primo luogo per restare al governo dell’Associazione cercando la più ampia convergenza possibile, mediare ma senza compromessi con il corporativismo, rivendicare il valore storico, per la giurisdizione, di ciò che si è fatto nell’alleanza con UpC. La composizione della lista. La natura e la gravosità dell’impegno del singolo in CdC ed in Gec.

di Antonella Meniconi

L’associazionismo giudiziario ha avuto, fin dal 1909, un ruolo importante nella storia della magistratura italiana con la fondazione dell’Agmi, ma non si è trattato, da subito, di un percorso facile. Nel 1925, con “l’autoscioglimento” dell’Associazione, i suoi dirigenti furono espulsi dal corpo giudiziario e solo al termine della guerra, nel 1945, si potette ricostituire l’Anm.

Pesavano, però, sul nuovo soggetto non solo l’eredità virtuosa della partecipazione di molti alla Resistenza, ma anche l’intrinseco rapporto che altri, in specie alti magistrati, avevano intrattenuto con il regime fascista.

La lenta attuazione della Costituzione, con l’istituzione solo nel 1958 del Csm, nascose, in realtà, anche nella magistratura, una lotta sorda tra “innovatori” e “conservatori”. Solo negli anni Sessanta, l’entrata in ruolo di una nuova generazione favorì anche l’inveramento dei valori costituzionali.

È precisamente in questa chiave che ancora oggi il ruolo del magistrato e il suo impegno nelle correnti giudiziarie può avere un ruolo “politico”, ovvero costituzionale.

Cronache americane
di Luigi Marini

Le complessità proprie del riconoscimento e della tutela dei diritti conoscono a livello sovrannazionale un moltiplicatore che risente anche delle differenze di luoghi e tempi che segnano i processi decisionali. Il rapporto fra Assemblea generale e organi ausiliari e i gradi di rilevanza autonoma di questi ultimi rispetto ai compiti di indirizzo e di consolidamento della prima costituiscono fattori importanti allorché si esaminano le Nazioni Unite quale entità che opera per la promozione dei diritti e della pace. Una prima lettura dei percorsi decisionali e della molteplicità degli attori istituzionali può aiutare a introdurre un tema meritevole di ulteriori analisi.

ARCHIVIO
Fascicolo 2/2018
L'ospite straniero.
La protezione internazionale
nel sistema multilivello di tutela
dei diritti fondamentali
Fascicolo 1/2018
Il pubblico ministero nella giurisdizione
La responsabilità civile fra il giudice e la legge
Fascicolo 4/2017
L’orgoglio dell’autogoverno
una sfida possibile per i 60 anni del Csm
Fascicolo 3/2017
A cosa serve la Corte di cassazione?
Le banche, poteri forti e diritti deboli
Fascicolo 2/2017
Le nuove disuguaglianze
Beni comuni

Dedicato a Stefano Rodotà
Fascicolo 1/2017
Il diritto di Crono
Il multiculturalismo e le Corti
Fascicolo 4/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Il giudice e la legge
Fascicolo 3/2016
La giustizia tributaria
La riforma della magistratura onoraria
Fascicolo 2/2016
VERSO IL REFERENDUM COSTITUZIONALE
Forme di governo,
modelli di democrazia
IL CORPO
Anatomia dei diritti
Fascicolo 1/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Formazione giudiziaria:
bilancio e prospettive
Fascicolo 4/2015
Il valore del dissenso
Il punto sul processo civile
Associazionismo giudiziario
Fascicolo 3/2015
Il diritto del lavoro alla prova del Jobs Act
Unitarietà della giurisdizione
Riforma della responsabilità civile
Fascicolo 2/2015
NUMERO MONOGRAFICO
Al centesimo catenaccio
40 anni di ordinamento penitenziario
Fascicolo 1/2015
Dialoghi sui diritti umani
I diritti fondamentali tra obblighi internazionali e Costituzione
La risoluzione amichevole dei conflitti
Schede di ordinamento giudiziario aggiornate al gennaio 2015
Il volume costituisce un'utile panoramica dei metodi di contrasto alla criminalità mafiosa e degli strumenti di prevenzione
Numero speciale di Questione Giustizia in formato digitale con atti, relazioni e dati sul sistema delle misure cautelari personali