Rivista trimestrale
Fascicolo 4/2015
Obiettivo 3. Associazionismo giudiziario

Ordinamento, associazionismo, correnti: impressioni di un magistrato ordinario in tirocinio

di Tommaso Giovannetti

C’è una parola che descrive bene il rapporto tra il magistrato ordinario in tirocinio e tutto ciò che riguarda l’ordinamento giudiziario, il mondo dell’associazionismo ed il fenomeno delle correnti: distanza.

Distanza da alcuni poi coltivata come un bene da preservare; da altri vista come un vuoto da colmare; da altri ancora vissuta con sostanziale indifferenza. Generale è, comunque, nei nuovi magistrati il genuino desiderio di imparare e di formarsi professionalmente, sia pure con attenzione quasi esclusiva agli aspetti tecnico-giuridici della formazione e con assai scarso interesse per le implicazioni del quadro ordinamentale in cui il magistrato si colloca.

Per sollecitare il loro interesse su quest’ultimo versante, potrebbe essere preziosa la partecipazione ai momenti di discussione che si svolgono nell’ambito dei gruppi associativi, come l’autore ha avuto modo di sperimentare di persona avvicinandosi a uno di essi.

1. Nelle righe che seguono cercherò di offrire il punto di vista di un magistrato ordinario in tirocinio (per brevità, Mot) rispetto alle tematiche dell’ordinamento giudiziario, dell’associazionismo giudiziario e delle correnti. Si tratta, evidentemente, di considerazioni svolte a titolo del tutto personale, che non pretendono in alcun modo di rappresentare il pensiero generale dei miei colleghi. Tale premessa – per quanto ovvia – mi pare nondimeno doverosa, non solo perché il mondo dei Mot è caratterizzato da quella eterogeneità di sensibilità e di pensiero che deriva (ed è costituzionalmente garantita) dal sistema di selezione attraverso il concorso pubblico, ma anche perché la ormai quasi decennale vigenza di un sistema di accesso alla magistratura che prevede, quale condizione per la partecipazione al concorso, il possesso di requisiti ulteriori rispetto alla laurea in giurisprudenza ha presumibilmente contribuito ad arricchire e consolidare sensibilità e pensieri, appunto, diversi. In altre parole, il fatto che ciascuno dei nuovi magistrati abbia necessariamente vissuto, prima di entrare in magistratura, esperienze professionali variegate nell’ambito dell’avvocatura, della pubblica amministrazione, della formazione universitaria e post-universitaria amplifica, in qualche modo, quel tasso di eterogeneità che è naturalmente proprio della vasta popolazione concorsuale, rendendo impossibile – oltre che non corretto – pretendere di generalizzare impressioni e riflessioni che appartengono al singolo.

Le brevi considerazioni che, in modo più alluvionale che sistematico, cercherò di svolgere scontano quindi una “parzialità” che, nel mio caso, è alimentata dalle precedenti esperienze universitarie nel campo del diritto costituzionale, settore – come noto – particolarmente sensibile alle tematiche dell’ordinamento giudiziario. Allo stesso tempo tenterò – con gli inevitabili margini di errore che ogni forma di generalizzazione comporta – di descrivere quelle che a me sono parse essere le impressioni generali e le riflessioni diffuse tra i miei colleghi sui temi, appunto, dell’ordinamento, dell’associazionismo e delle correnti. Nel corso dei diciotto mesi di formazione appena conclusi non sono, in effetti, mancati momenti di confronto su queste tematiche, tanto nel corso del quotidiano svolgimento del tirocinio negli uffici giudiziari, quanto in occasione delle settimane di formazione presso la Scuola superiore di Scandicci.

 

 

2. C’è una parola che, a mio avviso, descrive sinteticamente e brutalmente il rapporto tra il magistrato ordinario in tirocinio e tutto ciò che riguarda l’ordinamento giudiziario, il mondo dell’associazionismo ed il fenomeno delle correnti nel momento in cui il Mot fa il suo ingresso in magistratura: distanza.

Il dato in sé, nella sua cruda oggettività, non dovrebbe stupire.

Il vincitore di concorso, smaltita l’euforia per il successo conseguito, entra in un mondo che gli è, di fatto, sostanzialmente ignoto.

In primo luogo, il Mot non si è mai, o quasi mai, confrontato direttamente con le questioni relative all’ordinamento giudiziario, nell’immaginario collettivo tendenzialmente (e nella migliore delle ipotesi) percepito solo come “una” delle diciassette materie da studiare per l’orale, e più frequentemente considerato come “la diciassettesima materia”, al pari dell’informatica giuridica. Percezione che – sia detto per inciso – appare invero confortata dall’atteggiamento dello stesso legislatore, che ha collocato gli “elementi di ordinamento giudiziario” nella penultima posizione dell’elenco delle materie oggetto dell’esame orale, al pari, appunto, degli elementi di informatica giuridica ed appena prima dell’ultima e – con approccio tipicamente italico – bistrattata lingua straniera. Per quanto non esplicitato, appare infatti evidente che il criterio ordinatorio seguito dall’art. 2 del dlgs 160 del 2006 risulta fondato su un’implicita valutazione dell’importanza relativa delle materie ivi indicate, e sembra quantomeno singolare che l’ordinamento giudiziario, anziché essere combinato, ratione materiae, con il diritto costituzionale, sia destinato ad affiancare, in base ad un irrintracciabile fil rouge, l’informatica giuridica. Se certo non si può pretendere da coloro che stanno per fare il loro ingresso nel mondo della magistratura una conoscenza puntuale delle norme ordinamentali che ne regolano il funzionamento, sarebbe forse opportuna una rivalutazione di una materia che contribuisce a disegnare i contorni della funzione che auspicabilmente si andrà a svolgere e che offre non secondari elementi di riflessione sul ruolo del magistrato e sulla posizione della magistratura all’interno dell’ordinamento statale.

Ad ogni modo, se la conoscenza che il Mot ha dell’ordinamento giudiziario è essenzialmente ridotta a quel poco che risulta da un sommario studio delle carte in vista dell’esame orale, credo possa dirsi che la percezione che i neo-magistrati hanno dell’associazionismo e, soprattutto, delle correnti sia ancor più frammentaria ed episodica.

Provo a spiegarmi meglio.

Che l’Anm esista è senz’altro noto ad ogni neo-magistrato: cosa davvero sia, come funzioni, quali compiti si prefigga e quali strumenti utilizzi per perseguire tali scopi credo sia ignoto alla larghissima maggioranza – per non dire la quasi totalità – dei magistrati in tirocinio. Dell’Anm si conosce, in linea di massima, quello che si legge sui giornali o che si ascolta nei telegiornali. Non credo di essere troppo lontano dal vero se dico che quasi nessun neo-magistrato ha mai avuto modo di leggere direttamente un comunicato della Giunta, un parere su riforme legislative approvate dal Parlamento, le osservazioni formulate dalle Commissioni di studio dell’Associazione nella fase della gestazione della legge o la trascrizione delle audizioni dei rappresentanti dell’Anm nelle commissioni parlamentari. Pochi, credo, sono i giovani neo-magistrati che conoscono il codice etico adottato dall’Associazione.

In una parola, la fonte di conoscenza primaria, e nella maggior parte dei casi esclusiva, dell’impegno dell’Associazione nazionale magistrati è quella giornalistica, la quale ultima – anche nei casi in cui l’attività di informazione sia svolta nel modo più serio e completo – certo non può bastare a dare una visione a tutto tondo della realtà e della complessità del fenomeno associativo.

Discorso sostanzialmente analogo credo possa farsi con riferimento alle correnti. In questo caso, anzi, esso potrebbe essere ancor più radicalizzato. In altre parole, mi pare di poter dire che la conoscenza che i neo-magistrati hanno del fenomeno delle correnti sia ancor più lacunosa di quella che essi hanno dell’attività dell’Anm. In generale, e salvo le eccezioni che certamente esistono, al momento dell’ingresso in magistratura solo approssimativamente si conoscono le singole correnti, la loro storia, le loro caratteristiche e financo le loro denominazioni. Si ha una percezione vaga dell’esistenza del fenomeno, mediata essenzialmente dalle non sempre edificanti rappresentazioni che di esso danno gli organi dell’informazione. È ovvio come rispetto a tali rappresentazioni il neo-magistrato non abbia a disposizione strumenti conoscitivi alternativi attraverso cui potersi costruire una visione (fosse anche solo parzialmente) diversa o concorrente, a meno che non abbia coltivato, per ragioni contingenti e personali, un interesse specifico in proposito.

 

 

3. La condizione di oggettiva distanza e tendenziale estraneità del Mot, prima di entrare in magistratura, rispetto alle tematiche dell’ordinamento, e più ancora del fenomeno associativo in generale e delle correnti in particolare mi pare, in sostanza, un dato oggettivo in principio ineliminabile ed in larga misura comprensibile. Si tratta, quindi, di capire che cosa avviene una volta superata la soglia del concorso.

È ovvio che ciascun neo-magistrato, affacciatosi nel suo nuovo mondo professionale, declina questo dato oggettivo in modo diverso. Da questo punto di vita, mi pare di poter dire che i modi di vivere l’evocata, iniziale distanza siano riconducibili a tre tipologie di approccio e di comportamento: a coloro che “coltivano” questa distanza come un bene si contrappongono coloro che detta distanza cercano di ridurre e di colmare, ed a queste due condizioni “estreme” si affianca quella di quanti sembrano mostrare una sostanziale indifferenza rispetto ad essa.

Non avendo a disposizione nessun dato statistico derivante da indagini sistematiche o a campione, mi pare di poter dire che l’atteggiamento più diffuso tra i miei colleghi sia, soprattutto con riferimento alle questioni ordinamentali e all’attività dell’Anm, quello di una generica indifferenza, alla quale non è del tutto estranea una venatura di sospetto e diffidenza quando il discorso lambisce il tema delle correnti.

Non è questa la sede, né pretendo di avere gli strumenti, conoscitivi e di esperienza concreta, per spiegare le origini di questa indifferenza/diffidenza, e tantomeno sono in grado di dire se si tratti di un dato tradizionalmente proprio dei neo-magistrati di ogni periodo storico o costituisca, viceversa, un elemento nuovo, o quantomeno più diffuso rispetto al passato, e caratteristico delle nuove generazioni di giudici. A titolo meramente ipotetico, si potrebbe pensare che i giovani che fanno oggi il loro ingresso nel mondo giudiziario si sono formati in un contesto ed in un momento storico – tra la seconda metà degli anni novanta ed il primo decennio del nuovo millennio – in cui si è sempre più apertamente manifestato nella società un distacco crescente nei confronti degli organi e degli istituti rappresentativi e una contestazione sempre più accentuata della politica e di tutto ciò che ad essa è più o meno confusamente riconducibile. In una situazione generale di questo tipo, la prevalente rappresentazione giornalistica che vede nelle correnti i “partiti dei magistrati”, dediti esclusivamente alla spartizione degli incarichi ed alla gestione delle posizioni di potere, e che raffigura l’Anm come il “sindacato dei giudici”, attestato su posizioni di difesa corporativa degli associati, contribuisce probabilmente a consolidare un certo disincanto e/o disinteresse nei confronti di una porzione del mondo (professionale) nel quale si è appena entrati.

Comunque lo si voglia connotare, questo atteggiamento di tendenziale indifferenza appare fortemente contrastante con il generale entusiasmo ed il sincero desiderio di imparare che sono propri della totalità dei neo-magistrati. Sembra, cioè, che tutte le energie dei Mot risultino convogliate lungo i binari dell’apprendimento del mestiere, inteso come acquisizione degli strumenti che consentano loro – assieme al patrimonio di conoscenze teoriche acquisito nel più o meno lungo periodo di studio e di preparazione al concorso – di affrontare nel miglior modo possibile le difficoltà del nuovo lavoro.

Che questa sia l’idea più diffusa tra i Mot mi pare ricavabile da un duplice dato.

Il primo riguarda la diffusa convinzione – diffusa quantomeno all’inizio del tirocinio, e forse parzialmente erosa dall’esperienza concreta delle settimane fiorentine – per cui l’attività più proficua e utile – ma potrei dire l’unica attività proficua ed utile – sia quella svolta negli uffici giudiziari a fianco dell’affidatario, mentre con un certo scetticismo e freddezza sono visti i periodi di formazione presso la Scuola superiore.

Il secondo concerne il modo con cui sono state percepite e affrontate proprio quelle sessioni di formazione dedicate a questioni apparentemente “generali” e “lontane” dall’esercizio quotidiano della giurisdizione come quelle che hanno avuto ad oggetto una riflessione sul ruolo del giudice e sulla posizione, sulle responsabilità e sulla funzione della magistratura nel quadro complessivo dell’ordinamento costituzionale.

La mia personale – e fallibile – percezione delle impressioni diffuse tra i miei colleghi mi conduce a ritenere che si sia trattato di incontri caratterizzati da una partecipazione molto meno attenta e attiva al dibattito rispetto a quanto avvenuto in occasione delle sessioni dedicate a temi di diritto processuale e sostanziale. In altre parole, la sensazione che mi è capitato di provare è che, in generale, la fortissima (e doverosa) cura degli aspetti tecnici della preparazione individuale non sia sempre accompagnata da un altrettanto vivo interesse nei confronti dei meccanismi e delle dinamiche del quadro ordinamentale in cui il magistrato si muove.

Devo precisare che questo non significa che nelle occasioni di formazione presso la Scuola superiore o in quelle di formazione decentrata – la mia esperienza diretta è quella della Corte di appello di Roma – non siano mancati i richiami al senso globale del mestiere di magistrato: spesso è, infatti, capitato che, con parole efficaci e dirette, siamo stati chiamati a riflettere sul significato del lavoro del giudice, sulla responsabilità che grava su ciascuno di noi nello svolgimento quotidiano delle nostre funzioni, sul peso che le nostre decisioni in diritto hanno sulla vita concreta delle persone.

Non dubito che i miei colleghi siano pienamente consapevoli di questo, e del fatto che il lavoro di magistrato debba essere concepito e vissuto come svolgimento di un servizio e non come esercizio di un potere[1]. Tuttavia, muovendo i primi passi dentro questo mestiere credo di aver iniziato a mettere a fuoco qualcosa che prima restava sullo sfondo, vale a dire la consapevolezza che per fare al meglio il proprio lavoro individuale non è sufficiente una solida preparazione tecnico-giuridica, né può bastare quella dedizione che il Csm ha declinato nei bei noti parametri dell’impegno, della laboriosità, della diligenza e dell’equilibrio, ma serve qualcosa di più: in una parola, è necessario che il sistema nel quale il singolo opera garantisca la possibilità di svolgere al meglio le proprie funzioni e la certezza che il frutto del suo lavoro non sia posto nel nulla.

Nel mio caso, alla maturazione di questa consapevolezza ha contribuito anche l’avvicinamento all’associazionismo giudiziario.

 

 

4. Sul punto, devo premettere che la mia esperienza personale è stata quella di un volontario avvicinamento a Magistratura democratica, determinato dal desiderio – e diciamo pure da una certa curiosità – di conoscere dall’interno un’esperienza culturale e giuridica con la quale ero venuto episodicamente a contatto nella mia precedente attività universitaria. Da questo punto di vista il mio caso risulta, forse, tutt’altro che emblematico. Ciò che è certo è che questo desiderio di capire cosa sia davvero una “corrente” – quantomeno la corrente di Md - è stato da me condiviso con non più di due colleghi di concorso appartenenti alla Corte di appello di Roma: non so dire quanti dei restanti ottanta colleghi Mot si siano avvicinati alle altre correnti.

Le mie prime partecipazioni alle riunioni hanno coinciso non solo con le ultime settimane di campagna elettorale in vista delle imminenti elezioni per il Csm, ma anche – e forse soprattutto – con le fasi immediatamente precedenti alla nascita “istituzionale” di Area. Senza entrare nel merito degli argomenti affrontati nelle singole riunioni, ciò che posso dire di aver tratto da esse è proprio la percezione diretta della complessità del mestiere di magistrato, del suo essere fatto di impegno individuale nel quotidiano esercizio della giurisdizione e di partecipazione (vorrei dire) “dal basso” al governo autonomo della magistratura. Detto altrimenti, assistere al dialogo e al confronto di idee tra i magistrati presenti alle riunioni di “corrente” o di “movimento”[2] mi ha dato la misura concreta della compenetrazione tra la dimensione individuale del lavoro e la dimensione collettiva dell’impegno condiviso nella garanzia (e nella costruzione) delle condizioni attraverso le quali rendere possibile un migliore esercizio della giurisdizione. Da queste riunioni sono, insomma, uscito con la convinzione che il magistrato che si dedichi in via esclusiva e totalizzante alla gestione del proprio ruolo fa soltanto una parte del suo lavoro, una parte – ovviamente – fondamentale e per certi versi primaria, ma non esaustiva della funzione che gli è attribuita.

La compenetrazione tra dimensione individuale e dimensione collettiva mi pare, d’altra parte, iscritta nelle stesse fondamenta dell’assetto costituzionale della magistratura ed in qualche modo imposta dal costituente ai componenti dell’ordinamento giudiziario, laddove si è voluto riservare ad un organo formato per 2/3 da togati il compito di regolare i molteplici aspetti della vita professionale del magistrato e l’onere di garantire l’indipendenza interna ed esterna del suo agire: se nessun dubbio può esserci sul fatto che il governo autonomo rappresenti forma e strumento di garanzia dell’indipendenza della magistratura dagli altri poteri dello Stato, mi pare che con tale condivisibile e lungimirante scelta il costituente abbia in qualche modo anche reclamato dal singolo magistrato un impegno in tal senso.

È stato, quindi, anche grazie alle riflessioni svolte nel corso di queste riunioni che mi è apparsa più chiara la necessità che il circuito complessivo dell’autogoverno sia in grado – ed abbia il coraggio – di stigmatizzare comportamenti di singoli che non rispondono alle esigenze di equilibrio, laboriosità e professionalità necessarie per lo svolgimento del servizio della giurisdizione; ed è stato nel corso di questi incontri che ho cominciato a percepire cosa significhi, e quanto serva, un ente rappresentativo della categoria che sia in grado di coniugare la funzione di tutela delle aspettative della magistratura con quella di laboratorio di proposte e di idee da presentare al circuito istituzionale nell’ottica del miglioramento delle condizioni della giurisdizione.

 

 

5. Le considerazioni sin qui abbozzate mi portano a svolgere una banale riflessione conclusiva: se il periodo di tirocinio è concepito come un lungo momento di formazione del neo-magistrato durante il quale questi deve – nei limiti del possibile – acquisire la capacità di usare gli strumenti del mestiere e capire quali difficoltà lo aspettano e quali mezzi ha a disposizione per affrontarle in concreto, lo spazio dato a quella dimensione complessa della professione di magistrato consistente nella sua partecipazione (verrebbe da dire “costituzionalmente imposta”) al governo autonomo è risultato del tutto marginale.

La mia esperienza personale è stata quella – invero assai fortunata – di trovare prima di tutto nei miei affidatari la disponibilità e la voglia di affrontare anche le questioni dell’ordinamento e dell’associazionismo, nonché di indicarmi la strada e le occasioni per approfondirli: ma si tratta, appunto, di un’esperienza del tutto personale, che se trova riscontro in quella di altri miei colleghi, certo non può dirsi generalizzata. Si tratterebbe, forse, allora, di prevedere più frequenti e dirette occasioni di confronto sulle tematiche dell’amministrazione della giurisdizione nelle quali coinvolgere in modo più strutturato i neo-magistrati.

Ad onor del vero, la Scuola superiore della magistratura ha effettuato qualche embrionale tentativo in tal senso, con gli esiti non del tutto confortanti cui ho fatto sinteticamente riferimento in precedenza.

L’Anm, dal canto suo, ha organizzato – quantomeno nella sezione romana – un incontro di presentazione dei suoi componenti e della sua attività, nonché una iniziativa di apertura dei tribunali agli studenti delle scuole medie superiori nelle quale ha coinvolto – direi con discreto successo – i magistrati ordinari in tirocinio. Queste giuste e apprezzate iniziative potrebbero essere accompagnate da ulteriori forme di coinvolgimento. Per fare soltanto un banalissimo esempio, “istituzionalizzare”, in qualche modo, l’iscrizione del magistrato in tirocinio nella mailing list dell’Associazione – fatto salvo, naturalmente, il diritto di non acconsentire all’inserimento del proprio indirizzo – potrebbe rappresentare un utile canale di diffusione tra i neo-magistrati del contenuto dell’attività dell’Anm e un modo per far conoscere ai nuovi giudici l’ampiezza – ed in certi casi la durezza – del dibattito che si sviluppa tra le varie anime della magistratura sui temi del governo autonomo e non solo.

Con riferimento alle correnti, a quanto mi consta i primi contatti tra queste – o quantomeno tra alcune di esse – ed i Mot sono consistiti nell’organizzazione di incontri specificamente dedicati alle tematiche presumibilmente di interesse dei neo-magistrati, dapprima nell’imminenza della scelta delle sedi e delle funzioni e, successivamente, in prossimità del conferimento di queste.

Si tratta certamente di iniziative condivisibili e apprezzate, ma forse, anche su questo fronte, si potrebbe osare qualcosa di più.

Per combattere quella sensazione di diffidenza di cui ho parlato e, insieme, evitare che il primo ed esclusivo contatto tra il neo-magistrato e le correnti si riduca ad un’attività di mero ausilio nel trovare soluzioni immediate ai problemi che il singolo di volta in volta si trova di fronte – nel caso dei Mot, appunto, la scelta della sede e la presa di funzioni –, si potrebbero immaginare e praticare forme di coinvolgimento aperto e trasparente dei nuovi magistrati su tutte le questioni che riguardano la magistratura, l’ordinamento e l’autogoverno.

In altre parole, per sgombrare il campo dal rischio (e dall’equivoco) che la corrente sia percepita dai nuovi magistrati solo come un soggetto cui rivolgersi nel momento del bisogno – a meno che, ovviamente, a questa logica non si intenda limitare il senso di essa – sarebbe probabilmente opportuno offrire a tutti i Mot, attraverso canali di comunicazione trasparenti e diretti, la possibilità e l’occasione di sperimentare in prima persona il funzionamento di ciascuna corrente, e il senso della sua attività.

Mi rendo conto che il crinale è scivoloso, e che rivolgere ai neo-magistrati un invito a partecipare ad una riunione di corrente o ad essere iscritto nella relativa mailing list possa prestare il fianco a critiche e sospetti di porre in essere tentativi di cooptazione o proselitismo. Ma la logica da seguire sarebbe tutt’altra, trattandosi piuttosto di creare occasioni per far maturare in coloro che si affacciano in una realtà sconosciuta la consapevolezza della complessità del sistema di cui si è parte e dare a tutti la sensazione (e la possibilità) di contribuire a migliorarlo. Ciascuno sceglierà la propria strada o non ne sceglierà nessuna, ma lo farà avendo avuto la possibilità concreta di farsi un’idea autonoma fondata su un’esperienza diretta.

 

 

6. Da ultimo, solo poche battute sulla Scuola superiore della magistratura. Ormai da qualche anno essa costituisce una parte quantitativamente importante del primo contatto del neo-magistrato con il mondo giudiziario. Una porzione non marginale – in termini prima di tutto temporali – della formazione iniziale si svolge nelle aule di Scandicci. Non credo di sbagliarmi se dico che essa è vista con scetticismo e diffidenza da una parte considerevole dei magistrati che lavorano negli uffici giudiziari presso i quali i Mot svolgono il tirocinio, scetticismo che talvolta diventa critica aperta e incondizionata ad un’istituzione che – si ritiene – allontana i giovani dall’attività quotidiana dell’ufficio per somministrare loro un inutile supplemento di nozioni, a chilometri di distanza dall’unico luogo in cui si impara il mestiere di magistrato, vale a dire il tribunale. Una parte considerevole dei miei colleghi ha iniziato l’esperienza del tirocinio con una convinzione – mi è parso – analoga.

La mia opinione è assai diversa, e credo che almeno alcuni dei miei colleghi inizialmente più scettici abbiano, col tempo, cambiato idea. Non è questa la sede, né è mio compito, scandagliare pregi e difetti della Scuola e dell’attività che essa cura. Né si può negare che tale attività sia tuttora suscettibile di miglioramenti. Ma nell’economia delle considerazioni che ho confusamente cercato di svolgere, un elemento mi preme evidenziare: l’esperienza delle settimane vissute alla Scuola, dalle sessioni di formazione in plenaria alle riunioni nei gruppi di lavoro più ristretti, passando attraverso le pause tra le une e le altre, hanno costituito non soltanto un’occasione unica di arricchimento e di apprendimento attraverso il confronto e la condivisione critica delle esperienze che ciascuno di noi ha progressivamente maturato negli uffici di provenienza, ma sono state anche un modo per sperimentare in concreto il valore insostituibile del dialogo diretto con i colleghi su tutte le questioni che riguardano il lavoro di magistrato. Una formazione iniziale che passi anche attraverso momenti di confronto a più voci, fuori dai confini del proprio ufficio giudiziario, mi pare una strada quanto mai opportuna, e giusta, per trasmettere ai giovani magistrati la misura della complessità del proprio mestiere e per farli crescere professionalmente nella consapevolezza che ciascuno può dare il proprio contributo al miglioramento del servizio che ogni magistrato è chiamato a svolgere.

[1] Che questo debba essere il senso più profondo del lavoro di magistrato mi pare sia efficacemente sintetizzato nelle parole che Guido Galli scrisse nel 1957 in una lettera indirizzata al padre: «Perché vedi, papà, io non ho mai pensato ai grandi clienti o alle belle sentenze o ai libri: io ho pensato, soprattutto, e ti prego di credere che dico la verità come forse non l’ho mai detta in vita mia, a un mestiere che potesse darmi la grande soddisfazione di fare qualcosa per gli altri».

[2] Se “Area” appartenga alla prima o alla seconda categoria non mi è ancora del tutto chiaro, ma forse è ancora troppo presto per dirlo (ammesso che ad una definizione sia necessario arrivare).

Fascicolo 4/2015
Editoriale
di Renato Rodorf
Obiettivo 1
Il valore del dissenso
di Andrea Natale
di Roberto Zaccaria

In questo contributo, l’Autore enuclea una serie di sedi – istituzionali e sociali - nelle quali si pone il problema della tutela dell’opinione minoritaria, richiamando quale sia il fondamento costituzionale che impone la tutela del dissenso e quali siano i limiti costituzionalmente accettabili che possono essere posti al suo esercizio. Il contributo registra poi la tendenza a comprimere sempre più nei processi decisionali delle istituzioni lo spazio di espressione del dissenso (a vantaggio della governabilità); con il rischio però di rendere la democrazia sempre meno contendibile. Nel contributo si prende poi in esame (con preoccupata attenzione) quanto le recenti riforme (elettorale, costituzionale, del sistema di governance della Rai) rischino di marginalizzare sempre più chi è fuori dalle maggioranze consolidate.

di Massimo Villone

In questo contributo, l’Autore ragiona sulle recenti trasformazioni della vita parlamentare e di quella all’interno dei partiti; l’Autore rileva dunque – da una pluralità di elementi – che, anche nelle istituzioni rappresentative, abitate da parlamentari eletti senza vincolo di mandato, sempre più si tende a tacitare chi non aderisce “perfettamente” alla linea dettata dalle leadership parlamentari o di partito o chi – dai banchi dell’opposizione (o da quelli di una maggioranza “critica”) tenta di emendare disegni di riforma proposti dal Governo. E così il dissenso spesso viene soffocato con la sostituzione di membri di una commissione parlamentare, proliferare di questioni di fiducia (poste anche su temi che riguardano “le regole del gioco”), proposizione di maxi-emendamenti (sino al caso del «maxi-canguro») che hanno l’effetto di far decadere tutti gli altri (tra i quali, spesso, quelli “scomodi”).

di Umberto Romagnoli

Gli interessi del datore di lavoro e quelli del lavoratore non sempre coincidono e – nel rapporto di lavoro – esiste una parte forte e una categoria sottoprotetta. In questo contributo, l’Autore segue la traiettoria del diritto del lavoro, dalla legislazione corporativa alle speranze indotte dalla Carta costituzionale, sino alla constatazione del fatto che, oggi, tornano a prevalere le logiche economiche. E qui si innesta una riflessione sul senso profondo di una disciplina – quella del diritto del lavoro – che sempre più sembra faticare a trovare una propria missione. Per adempiere alla sua funzione di garanzia, il diritto del lavoro deve godere di consenso nella società, nelle istituzioni e nell’accademia. Ma una società sempre più stretta dalla crisi, un’accademia sempre meno incline a riconoscere la speciale autonomia del diritto del lavoro non sembrano in grado di garantire questa base di consenso. Per dirla con l’Autore, sembra che «il lavoro abbia potuto rompere un millenario silenzio a condizione di metabolizzare il divieto di non alzare troppo la voce».

di Marco Pelissero

In questo contributo, l’Autore mette in evidenza come – al di là delle declamazioni di principio – l’art. 21 Cost. e la tutela che esso offre alla libertà di espressione possa essere messo seriamente in discussione dallo strumento penale; l’Autore constata, anzitutto, come la categoria dei reati di opinione attinga a criteri valutativi pregiuridici, tanto nella definizione dei suoi confini, quanto nella sua pratica applicazione; l’Autore registra poi – come un dato di fatto – la sostanziale continuità riscontrabile tra l’assetto ereditato dal regime fascista e norme sul controllo penale del dissenso vigenti in epoca repubblicana. L’Autore passa poi in rassegna una serie di fattispecie che, tuttora, criminalizzano la manifestazione di pensieri “scomodi”, interrogandosi – per ciascuna – se esse si fondino su una necessità costituzionale di repressione penale o se, viceversa, si possa rinunziare in una democrazia matura - almeno per alcune incriminazioni - allo strumento penale.

di Elisabetta Grande

Il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero fa parte del DNA delle istituzioni statunitensi, ricevendo esplicita protezione sin dal 1791. Tuttavia – osserva l’Autrice in questo contributo – occorre considerare che, ove non ne venga garantita l’effettività, la proclamazione di un diritto può rivestire una funzione puramente retorica e, dunque, di dubbia concludenza. E, così, in questo contributo, si passano in rassegna tanto le decisioni della Corte Suprema che hanno effettivamente garantito un ampio spazio all’espressione del dissenso, quanto le decisioni che, con diversi strumenti interpretativi, hanno infine compresso la formazione ed espressione di opinioni minoritarie. E l’Autrice ci consegna questa riflessione attraverso una lettura degli orientamenti giurisprudenziali condotta in parallelo con gli eventi della storia.

di Silvia Niccolai

Dei pregi e dei difetti immediati che deriverebbero dall’introduzione nel nostro ordinamento della dissenting opinion si è già detto molto (soprattutto con riferimento alla giurisprudenza costituzionale). In questo contributo, l’Autrice – prendendo come un dato di fatto il mancato ricorso a tale strumento nelle nostre istituzioni – ragiona sulle ragioni culturali profonde di tale ritrosia. Ripercorrendo allora vari filoni di pensiero (storico-comparatistico e costituzionalistico), l’Autrice giunge ad ipotizzare che – dietro la scelta (o non scelta) di non introdurre nel nostro sistema la dissenting opinion – si celi una precisa visione dei rapporti tra legge e diritto (con il prevalere di una visione imperativistica e esclusivamente legalistica del diritto) e della stessa funzione del giudice (anche costituzionale): mero esecutore della legge o creatore (con il legislatore) del diritto; non senza notare, però, che il dissenso nella pratica giudiziaria sarebbe coerente con la nostra esperienza storica e potrebbe dare un importante contributo ad una istanza di garanzia coessenziale alla giustizia (l’arginare i possibili abusi degli organi di governo).

di Daniela Piana e Leonardo Morlino

In questo contributo, gli Autori inquadrano prima da un punto di vista teorico il valore del dissenso all’interno della teoria democratica; passano poi ad indagare quali siano gli effetti benefici del pluralismo e del conflitto inter-istituzionale e intra-istituzionale, soffermandosi poi ad indagare sulle dinamiche di conflitto che coinvolgono l’istituzione giudiziaria (rispetto ad altre istituzioni) e su quelle che si verificano all’interno di questa istituzione.

Il contributo si chiude rilevando un apparente paradosso: il dissenso – pur espletando un’importante funzione di autocorrezione e auto-mutamento all’interno del regime democratico – rischia, ove esasperati i momenti di conflittualità, di comportare dei costi sul piano della stessa legittimazione delle istituzioni (e sulla fiducia che, in esse, i cittadini ripongono, come forse avvenuto nel caso del calo di fiducia nella magistratura).

di Giovanni Palombarini e Gianfranco Viglietta

In questo contributo, gli Autori ripercorrono l’esperienza di Magistratura democratica e ricordano come – tra i suoi elementi fondativi – vi sia stata la scelta di campo in favore di un garantismo di impronta liberaldemocratica e una caparbia attenzione alla tutela della manifestazione del pensiero.

Da qui – in un affresco di quella difficile stagione – gli Autori muovono per ricordare le nette prese di posizione di Magistratura democratica contro alcune iniziative giudiziarie che comprimevano tale libertà, l’impegno di Magistratura democratica per l’abrogazione dei reati di opinione e il prezzo che i suoi aderenti dovettero pagare.

Gli Autori concludono il loro contributo registrando – come un dato di fatto – il diverso atteggiamento che Magistratura democratica ha recentemente assunto in relazione a procedimenti penali scaturiti a seguito della manifestazione di un pensiero.

Obiettivo 2
Il punto sul processo civile
di Luca Minniti
di Remo Caponi

L’Autore richiamati i tratti essenziali del processo ordinario di cognizione e puntualizzati gli elementi distintivi che differenziano i modelli di processo ordinario di cognizione adottati nei diversi Paesi, evidenzia che la tendenza prevalente a livello europeo promuove una disciplina elastica del processo a cognizione piena, che affida lo svolgimento alle determinazioni discrezionali del giudice nel caso concreto. In questa direzione l’Autore mette in rilievo il portato della recente introduzione dell’art. 183 bis cpc (convertibilità in sommario del rito ordinario) e saluta con favore l’annunciata modifica della fase introduttiva che a suo avviso marcia nella direzione della valorizzazione della udienza principale.

In conclusione l’Autore rappresenta problematicamente la discrasia tra obiettivi perseguiti dal disegno di legge delega del Governo e strumenti proposti.

di Elena Riva Crugnola

L’autore nella prima parte del suo intervento tratta le questioni concernenti il modello e la struttura del processo di cognizione ordinario e rileva che in ordine al processo di cognizione di primo grado il principio/criterio direttivo contenuto nella delega è generico e tale da non consentire alcuna ragionevole previsione circa il contenuto delle future norme delegate, ricavabile solo dalla lettura della relazione. Nel merito delle scelte operate dalla relazione (e non dal ddl) nega decisamente che ci si possa attendere alcuna “accelerazione evidente” dei tempi processuali in dipendenza delle modifiche proposte. Ed in ciò richiama l’esperienza, rimossa dal legislatore, del cd rito societario di cui al dlgs n. 5/2003. Secondo l’autore lo scambio di atti difensivi, anticipati rispetto alla comparizione dei difensori avanti al giudice è inefficiente costoso ed inutile. Ma segnala che tutta l’impostazione della Relazione al ddl dimostra la sua lontananza dalle aule giudiziarie di primo grado, appare volta a consolidare le prassi meno efficaci in termini di tempi complessivi di definizione, enfatizzando una trattazione scritta “anticipata” e “obbligata”, trascurando il pregio di una conduzione della trattazione orientata alla formazione progressiva della decisione, nel dialogo tra parti e giudice.

Nella seconda parte invece, ove la delega ha un contenuto effettivo, Riva Crugnola analizza nel dettaglio le proposte di modifica della disciplina del Tribunale delle imprese e alcune sue criticità in relazione alle quali formula puntuali osservazioni anche propositive.

di Annamaria Casadonte

Il disegno di legge di delega presentato dal Governo presentato l’11.3.2015 prevede l’istituzione presso i tribunali ordinari della sezione specializzata per la famiglia e la persona, cui vengono accorpate una serie di competenze già devolute al tribunale ordinario in materia di stato, capacità delle persone, separazione, divorzio, figli nati fuori dal matrimonio, procedimenti di competenza del giudice tutelare e quelli di cui all’art. 38 disp att cc non di competenza del tribunale per i minorenni, secondo la modifica restrittiva che viene pure prevista dalla delega.

La delega opta per il mantenimento delle competenze civili in capo al tribunale per i minorenni, con particolare riguardo alla materia del pregiudizio del minore (artt.330 e 333 cc, quest’ultimo al di fuori dei casi trattati avanti al tribunale ordinario).

La soluzione va a discapito del principio di concentrazione delle tutele e non appare idonea a realizzare la ratio di un processo comprensibile e spedito, che pure il legislatore delegante si prefigge.

di Domenico Dalfino

Nel corso degli ultimi decenni, a fronte della perdurante crisi della giustizia civile, definitivamente accantonate le tesi “iconoclastiche” favorevoli alla soppressione dell’appello, i dubbi degli interpreti si sono polarizzati sull’adesione al modello della revisio prioris instantiae o a quello del novum iudicium, sebbene il sistema vigente e il «diritto vivente» propendano evidentemente per il primo, mentre taluni recenti progetti di riforma puntano a trasformarlo in una sorta di azione di impugnativa. A ben vedere, se un secondo grado totalmente chiuso ai nova sembra inidoneo a perseguire la giustizia della decisione, non va neppure assolutizzata la questione dell’inquadramento nell’uno o nell’altro modello d’impugnazione, giacché l’efficienza del giudizio dipende principalmente dalla virtuosa organizzazione degli uffici e dall’adeguata allocazione delle risorse.

di Giulio Cataldi

L'Autore sottolinea da una parte come sarebbe stato necessario, prima di proporre una nuova modifica del giudizio di appello, verificare in concreto come la riforma del 2012 stia incidendo sul complessivo andamento dei giudizi in appello con attenzione alle differenti prassi adottate nelle Corti.

Dall'altra evidenzia la problematicità di una ulteriore chiusura di spazi di rivisitazione del materiale esaminato in primo grado e della soppressione dell’inammissibilità per improbabilità di accoglimento dell’appello.

di Piero Curzio

La crisi del giudizio di cassazione ha origine nell’eccessivo numero di ricorsi. Deve essere affrontata partendo da scelte che conducano la Corte ad essere solo giudice di legittimità, il cui compito è quell’unificazione dell’interpretazione senza la quale il principio di uguaglianza viene leso proprio nella sede più delicata costituita dall’applicazione giurisprudenziale delle norme. A tal fine è necessario che il ricorso per cassazione sia proponibile solo per violazione di legge, come sancito dalla Costituzione, senza ampliamenti, o, quanto meno, è necessario che il legislatore non contraddica con nuovi interventi estensivi le scelte in senso restrittivo fatte solo pochi anni fa. Ma è poi assolutamente indispensabile l’adozione di misure “non legislative”, strutturali ed organizzative, sostenute con investimenti seri in termini di risorse umane ed economiche.

di Giorgio Costantino

Si riferisce dello stato delle proposte di legge pendenti in Parlamento. Si dà conto della successione delle riforme del procedimento di legittimità. Si indicano le soluzioni accolte dalla Corte sulle più recenti riforme. Si auspica un improbabile intervento di razionalizzazione della disciplina processuale e si ricorda il potere di autoregolazione delle corti supreme. Si conclude segnalando i limiti e le conseguenze di una modifica della Costituzione in funzione di una restrizione dell’accesso alla Corte.

di Francesco Vigorito

Negli ultimi venti anni vi è stata ad una profonda trasformazione della disciplina dell’esecuzione forzata civile nel tentativo, che finora ha portato a risultati limitati, di portare il sistema italiano più vicino ai modelli esteri per tempi ed efficacia dei procedimenti. L’esigenza è nata dalla considerazione che il sistema del recupero dei crediti costituisce un parametro importante per l’intera economia del Paese; il ritardo in questo settore comporta, quindi, un grave danno in termini macroeconomici. Le molteplici riforme di questi anni hanno riguardato tutti i settori del processo esecutivo: basta scorrere il libro terzo del codice di procedura civile per rilevare che tutti gli istituti generali e la gran parte dei procedimenti esecutivi sono stati modificati. Non tutte le riforme sono state efficaci né tecnicamente impeccabili e, tuttavia, sarebbe opportuna una fase di applicazione pratica della nuova disciplina prima di pensare ad ulteriori interventi normativi. Resta, per un verso, l’esigenza di effettuare qualche intervento, anche urgente, su norme di dettaglio allo scopo di eliminare alcune contraddizioni esistenti nella normativa e di correggere disposizioni che comportano, tra l’altro, pesanti aggravi per la finanza pubblica e, per altro verso, di iniziare ad esplorare la possibilità di interventi di sistema che ridefiniscano l’ambito delle esecuzioni mobiliari e, per le esecuzioni immobiliari, prevedano, una volta accertato il disinteresse del mercato per l’immobile, modalità nuove di liquidazione dei beni.

di Bruno Capponi

Lo scritto esamina con sguardo d’insieme le riforme del processo esecutivo dalla metà degli anni ’80 ad oggi. Gli strumenti sono cambiati in corso d’opera: dalla legge ordinaria al decreto-legge sino alla legge di stabilità, con la conseguenza di aver consegnato nelle mani di pochi, fuori da qualsiasi controllo, la funzione di creazione di nuovo diritto. Il più grave e iterativo incidente di percorso è stato quello dell’espropriazione presso terzi, in cui sono stati importati istituti propri della cognizione (come il principio di non contestazione) che hanno, da un lato, reso impropriamente il terzo una parte dell’esecuzione e, dall’altro lato, costruito un modello all’esito del quale può risultare non identificato l’oggetto stesso del pignoramento. La rincorsa della competitività, della crescita economica, dell’efficienza nella realizzazione del credito ha fatto del giudice dell’esecuzione una sorta di indice istituzionale del Doing Business: col rischio che venga meno la sua posizione di terzietà, perché compito del giudice non è di sostenere la crescita economica del Paese ma far osservare in un processo di parti, qual è anche quello di esecuzione forzata, i principi di giustizia di derivazione costituzionale e anche comunitaria. Ulteriore rischio è quello del trasferimento fuori della giurisdizione di attività dell’esecuzione sempre più vaste: se la crescita economica dipende dalla tutela esecutiva del credito, presto verranno poste sul tappeto forme di autotutela che della massima efficienza – ma a detrimento delle garanzie del processo – faranno il loro segno distintivo.

di Angelo Danilo De Santis

L’applicazione pratica dell’insieme di regole costituenti l’apparato del processo civile telematico ha fatto emergere molte criticità, in parte preconizzate da quanti hanno assistito alla fase di gestazione del disomogeneo e complicato sistema della fonti. Nonostante le perplessità degli operatori del diritto e le resistenze a quello che non sempre viene percepito come un’occasione di miglioramento delle proprie condizioni di lavoro e di incremento di efficienza della giustizia, il Pct assurge a modello di riferimento anche per il processo amministrativo, tributario, contabile e, in parte, penale. L’ennesima riforma del processo civile, attualmente al vaglio delle commissioni parlamentari, reca con sé il germe di una rifondazione del sistema da compiersi nella consapevolezza che si tratta di un’occasione da non perdere.

di Pasquale Liccardo

L’individuazione delle possibili linee di sviluppo del processo telematico sia esso civile che penale, deve necessariamente muovere da una ricognizione della sua storia recente, dello stato attuale dei sistemi realizzati ed in corso di realizzazione, evidenziando l’intreccio realizzato tra norma, tecnologie ed istituzioni della giuridicità.

Le attività in corso sono state oggetto di analitica esposizione nelle sedi istituzionali Qui si cercherà uno sguardo di insieme.

La difficoltà registrata dalle istituzioni della giuridicità nel terzo millennio nella loro relazione con il concreto non è episodica ma riflette la condizione stessa della modernità declinante ormai incapace di manifestare nella legge la propria ragione ordinante e giustificatrice del mondo: si è interrotto il meccanismo di traduzione nella norma di concetti, di universi simbolici, di idee che hanno connotato per lungo tempo il processo di giuridificazione del concreto, sempre più lontano dalla norma statale per essere retto da regole prodotte dall’economia globalizzata, dal pragmatismo delle relazioni di forza, dallo specialismo delle tecniche contrattuali prive di ogni aspirazione valoriale: l’eccedenza del mondo dal diritto non può essere colmata dalle sole tecnologie ma semmai per il loro tramite letta.

Obiettivo 3
Associazionismo giudiziario
di Carlo De Chiara
di Luigi Ferrajoli

L’associazionismo giudiziario è stato un potente fattore di cambiamento e di democratizzazione della magistratura, secondo il disegno del Costituente: all’interno di essa, con il superamento della gerarchia e l’affermazione dell’eguaglianza di tutti i magistrati, distinti soltanto per le loro funzioni, e, all’esterno, con l’impegno civile dei magistrati per l’inveramento dei valori costituzionali, in cui si è specialmente distinta Magistratura democratica. La quale deve sapersi liberare con decisione della minaccia all’uguaglianza, e quindi all’indipendenza interna, costituita dalle varie forme di riemergente carrierismo, che non l’hanno risparmiata, e deve svolgere il suo ruolo storico di contrasto dei plurimi rischi di involuzione della magistratura: da quello burocratico, a quello “bellicista”, a quello neocorporativo.

di Giuseppe Cascini

Le ragioni della crisi attuale di Magistratura democratica, iscritte nella crisi dell’associazionismo giudiziario in generale, possono essere ricercate nella difficoltà di definire un modo “diverso” di gestire il potere, oggi affidato anche a suoi esponenti all’interno degli uffici giudiziari, ma anche in altre ragioni che riguardano la magistratura in generale: la declinazione dell’uguaglianza interna come disattenzione alla professionalità e all’efficienza del servizio reso ai cittadini; l’attacco violento della politica e il patto consociativo-corporativo di riflesso scattato all’interno della magistratura; l’aggravarsi quantitativo e qualitativo delle condizioni di lavoro e il fallimento dei tentativi di rispondere efficacemente all’attenzione sempre maggiore dell’opinione pubblica al problema dei tempi della giustizia; la riforma dell’ordinamento giudiziario del 2006, il cui risultato è stata l’accentuazione degli aspetti deteriori della magistratura italiana (carrierismo, gerarchia interna, conformismo, clientelismo).

Compito di Md e di Area, per superare la crisi, è elaborare un progetto per ricostruire un modello di magistratura democratico, partecipato, aperto, ma allo stesso tempo non corporativo e sensibile ai diritti degli utenti e alla qualità del servizio reso: un progetto che preveda, per cominciare, l’abolizione dei pareri dei capi degli uffici e dei giudizi sulle valutazioni di professionalità (inutili in sé e fonte indiretta di conformismo e infeudamento) e la realizzazione di una effettiva temporaneità negli incarichi direttivi.

di Lionello Mancini

Che le correnti della magistratura politicizzino la giurisdizione, torcendo le inchieste o i processi verso obiettivi di parte, è un falso diffuso ad arte dagli ambienti politici e dalla stampa soprattutto (ma non esclusivamente) di centrodestra.

Altri sono, invece, e più gravi, i guasti del “correntismo” della magistratura: le pure logiche di spartizione del potere, che affondano le radici nella fragilità culturale di tutti i gruppi, intralciano il percorso di miglioramento del servizio giustizia, e l’autoreferenzialità della “casta” alimenta la questione morale.

di Enrico Manzon

In vista delle elezioni per il Comitato direttico centrale dell’Anm del prossimo anno, ragionare sulle prospettive dell’associazionismo giudiziario e sul ruolo di Area all’interno di esso implica una precisa, attualizzata analisi dello “stato” della magistratura italiana. Che è cambiata nel profondo e non sempre in meglio. Non comprendere a fondo la “cifra” di questo mutamento e, allo stesso tempo, non fare una calibrata, costruttiva autocritica, può comportare seri problemi ed altrettanto gravi danni per un indirizzo di politica associativa coerente con i nostri principi ed i nostri valori, quali “ereditati” da Md e dal Movimento per la giustizia, ora transitati in Area. Molti magistrati, giovani e meno giovani, continuano a guardare con rispetto ed attenzione alla tradizione migliore dell’Anm, della quale quei principi e quei valori sono parte essenziale, ma chiedono alla nostra Associazione un “cambio di passo”. La tesi è dunque che Area abbia prospetticamente le maggiori e migliori chance per tenere insieme nell’azione associativa l’ interesse dei magistrati/della magistratura con le aspettative della collettività nazionale all’efficienza ed alla qualità del servizio giudiziario. Il corollario è che ciò sia doverosamente praticabile negli assetti associativi che verranno. La condizione predicata è che si mettano in campo idee nuove e che si facciamo scelte adeguate al tempo presente, ma soprattutto a quello futuro. Senza incertezze, con coraggio.

di Rocco Gustavo Maruotti

I magistrati più giovani, se avvertono normalmente il richiamo dell’Anm, vista come “casa comune” e autorevole riferimento identitario, altrettanto normalmente rifuggono, invece, dall’impegno nelle “correnti” che animano l’Associazione. Le ragioni spaziano dalla maggiore maturità delle nuove leve della magistratura (che, per le modalità del concorso, vi approdano in genere a un’età più avanzata rispetto al passato), che induce a scelte mediate e consapevoli, piuttosto che a giovanili entusiasmi; al coinvolgimento delle correnti nel conflitto con la politica, visto come un appannamento, comunque, della “sacralità” della funzione giudiziaria. Ma, soprattutto, ciò che allontana i magistrati più giovani dalle correnti è il malcostume cui esse si sono abbandonate nella gestione del potere di autogoverno, anzitutto nelle nomine a uffici direttivi o altrimenti prestigiosi.

di Tommaso Giovannetti

C’è una parola che descrive bene il rapporto tra il magistrato ordinario in tirocinio e tutto ciò che riguarda l’ordinamento giudiziario, il mondo dell’associazionismo ed il fenomeno delle correnti: distanza.

Distanza da alcuni poi coltivata come un bene da preservare; da altri vista come un vuoto da colmare; da altri ancora vissuta con sostanziale indifferenza. Generale è, comunque, nei nuovi magistrati il genuino desiderio di imparare e di formarsi professionalmente, sia pure con attenzione quasi esclusiva agli aspetti tecnico-giuridici della formazione e con assai scarso interesse per le implicazioni del quadro ordinamentale in cui il magistrato si colloca.

Per sollecitare il loro interesse su quest’ultimo versante, potrebbe essere preziosa la partecipazione ai momenti di discussione che si svolgono nell’ambito dei gruppi associativi, come l’autore ha avuto modo di sperimentare di persona avvicinandosi a uno di essi.

di Valerio Savio

L’enorme rilievo delle elezioni per il CdC – Sullo sfondo del dilemma culturale di sempre “magistrati o funzionari?”, l’Anm ad un bivio storico: sposare o rifiutare la deriva neocorporativa. Il rischio che le spinte neo-corporative si saldino con le aspettative di larga parte delle forze politiche ad un ridimensionamento del protagonismo politico-istituzionale della magistratura. L’idea di giurisdizione che dobbiamo combattere. Gli impraticabili “carichi esigibili”: incompatibili con l’idea stessa di giurisdizione quale potere costituzionale inerente la sovranità dello Stato, volano e simbolo della resa senza condizioni alla definitiva burocratizzazione della magistratura, leva su cui fondare la mutazione genetica della natura e della funzione dell’Anm. Per Area l’esigenza identitaria di non confondere la sua proposta con nulla che li richiami. Le linee di un programma che rifiutando il neocorporativismo e mantenendo il profilo “storico” dell’associazionismo nella difesa degli assetti costituzionali della giurisdizione accetti la sfida di una Anm impegnata con forza sulle condizioni di lavoro così come sulla questione morale e sull’autoriforma del governo autonomo. Per Area in Anm, tre linee guida: operare in primo luogo per restare al governo dell’Associazione cercando la più ampia convergenza possibile, mediare ma senza compromessi con il corporativismo, rivendicare il valore storico, per la giurisdizione, di ciò che si è fatto nell’alleanza con UpC. La composizione della lista. La natura e la gravosità dell’impegno del singolo in CdC ed in Gec.

di Antonella Meniconi

L’associazionismo giudiziario ha avuto, fin dal 1909, un ruolo importante nella storia della magistratura italiana con la fondazione dell’Agmi, ma non si è trattato, da subito, di un percorso facile. Nel 1925, con “l’autoscioglimento” dell’Associazione, i suoi dirigenti furono espulsi dal corpo giudiziario e solo al termine della guerra, nel 1945, si potette ricostituire l’Anm.

Pesavano, però, sul nuovo soggetto non solo l’eredità virtuosa della partecipazione di molti alla Resistenza, ma anche l’intrinseco rapporto che altri, in specie alti magistrati, avevano intrattenuto con il regime fascista.

La lenta attuazione della Costituzione, con l’istituzione solo nel 1958 del Csm, nascose, in realtà, anche nella magistratura, una lotta sorda tra “innovatori” e “conservatori”. Solo negli anni Sessanta, l’entrata in ruolo di una nuova generazione favorì anche l’inveramento dei valori costituzionali.

È precisamente in questa chiave che ancora oggi il ruolo del magistrato e il suo impegno nelle correnti giudiziarie può avere un ruolo “politico”, ovvero costituzionale.

Cronache americane
di Luigi Marini

Le complessità proprie del riconoscimento e della tutela dei diritti conoscono a livello sovrannazionale un moltiplicatore che risente anche delle differenze di luoghi e tempi che segnano i processi decisionali. Il rapporto fra Assemblea generale e organi ausiliari e i gradi di rilevanza autonoma di questi ultimi rispetto ai compiti di indirizzo e di consolidamento della prima costituiscono fattori importanti allorché si esaminano le Nazioni Unite quale entità che opera per la promozione dei diritti e della pace. Una prima lettura dei percorsi decisionali e della molteplicità degli attori istituzionali può aiutare a introdurre un tema meritevole di ulteriori analisi.

ARCHIVIO
Fascicolo 2/2018
L'ospite straniero.
La protezione internazionale
nel sistema multilivello di tutela
dei diritti fondamentali
Fascicolo 1/2018
Il pubblico ministero nella giurisdizione
La responsabilità civile fra il giudice e la legge
Fascicolo 4/2017
L’orgoglio dell’autogoverno
una sfida possibile per i 60 anni del Csm
Fascicolo 3/2017
A cosa serve la Corte di cassazione?
Le banche, poteri forti e diritti deboli
Fascicolo 2/2017
Le nuove disuguaglianze
Beni comuni

Dedicato a Stefano Rodotà
Fascicolo 1/2017
Il diritto di Crono
Il multiculturalismo e le Corti
Fascicolo 4/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Il giudice e la legge
Fascicolo 3/2016
La giustizia tributaria
La riforma della magistratura onoraria
Fascicolo 2/2016
VERSO IL REFERENDUM COSTITUZIONALE
Forme di governo,
modelli di democrazia
IL CORPO
Anatomia dei diritti
Fascicolo 1/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Formazione giudiziaria:
bilancio e prospettive
Fascicolo 4/2015
Il valore del dissenso
Il punto sul processo civile
Associazionismo giudiziario
Fascicolo 3/2015
Il diritto del lavoro alla prova del Jobs Act
Unitarietà della giurisdizione
Riforma della responsabilità civile
Fascicolo 2/2015
NUMERO MONOGRAFICO
Al centesimo catenaccio
40 anni di ordinamento penitenziario
Fascicolo 1/2015
Dialoghi sui diritti umani
I diritti fondamentali tra obblighi internazionali e Costituzione
La risoluzione amichevole dei conflitti
Schede di ordinamento giudiziario aggiornate al gennaio 2015
Il volume costituisce un'utile panoramica dei metodi di contrasto alla criminalità mafiosa e degli strumenti di prevenzione
Numero speciale di Questione Giustizia in formato digitale con atti, relazioni e dati sul sistema delle misure cautelari personali