Rivista trimestrale
Fascicolo 4/2015
Obiettivo 3. Associazionismo giudiziario

Qualche breve considerazione sull’associazionismo dei magistrati e sulle sue prospettive

di Enrico Manzon

In vista delle elezioni per il Comitato direttico centrale dell’Anm del prossimo anno, ragionare sulle prospettive dell’associazionismo giudiziario e sul ruolo di Area all’interno di esso implica una precisa, attualizzata analisi dello “stato” della magistratura italiana. Che è cambiata nel profondo e non sempre in meglio. Non comprendere a fondo la “cifra” di questo mutamento e, allo stesso tempo, non fare una calibrata, costruttiva autocritica, può comportare seri problemi ed altrettanto gravi danni per un indirizzo di politica associativa coerente con i nostri principi ed i nostri valori, quali “ereditati” da Md e dal Movimento per la giustizia, ora transitati in Area. Molti magistrati, giovani e meno giovani, continuano a guardare con rispetto ed attenzione alla tradizione migliore dell’Anm, della quale quei principi e quei valori sono parte essenziale, ma chiedono alla nostra Associazione un “cambio di passo”. La tesi è dunque che Area abbia prospetticamente le maggiori e migliori chance per tenere insieme nell’azione associativa l’ interesse dei magistrati/della magistratura con le aspettative della collettività nazionale all’efficienza ed alla qualità del servizio giudiziario. Il corollario è che ciò sia doverosamente praticabile negli assetti associativi che verranno. La condizione predicata è che si mettano in campo idee nuove e che si facciamo scelte adeguate al tempo presente, ma soprattutto a quello futuro. Senza incertezze, con coraggio.

1. I termini della questione, in sintesi

Ma cos’è realmente la magistratura oggi ? Che categoria sociale sono i magistrati oggi ? qual è la loro “cifra culturale” ?

È persino banale pensare che sia necessario partire da queste domande per darsi delle risposte, ragionevolmente congrue, su cosa può e deve essere, domani, il nostro associazionismo. Se infatti non si analizza adeguatamente la “materia prima”, difficile pensare di riuscire a formulare idee fondate sul come amalgamarla. Il rischio di “maionese impazzita” diviene forte.

Ed allora partiamo da un dato, credo ormai chiaro a tutti coloro i quali hanno una vista appena normale, un dato credo dunque lapalissiano: i magistrati non sono più quelli di venti o più anni fa. Sono cambiati; sono diversi.

A parte gli “ultimi nati”, dai cinque anni di carriera in su tutti hanno vissuto, in un modo o nell’altro, direttamente o indirettamente il ventennio berlusconiano. Non è stato soltanto un lungo periodo di insulti e delegittimazione quotidiana; no davvero. È stato molto di più e, nella sostanza, di peggio.

Tuttavia l’Italia è il Paese delle grandi amnesie: carnefici che diventano vittime; politici che dopo varie nefandezze ritornano in auge e via dicendo. Il perdonismo permea il volksgeist italiano, ne è la vera essenza.

Quindi, ancorché con tempo e fatica, si può sensatamente prevedere che perderà via via efficacia l’opera di demolizione dell’ immagine dell’Istituzione giudiziaria, costantemente attiva negli ultimi 20/30 anni, risalendo all’ultimo Craxi, poi proseguita in termini scientifici da Berlusconi e dai suoi vari lacchè.

Certo ci vorrà del tempo e non sarà poco; certo la politica attuale, di destra e di sinistra, in questo campo per la prima volta forse solidali, sembra continuare in quest’opera anticostituzionale, sia pur con molta meno virulenza ed aggressività.

Tuttavia l’onda lunga della calunnia sistematica e del tambureggiamento mediatico sembra esaurirsi o quantomeno divenire una risacca quasi fisiologica, data la naturale “scomodità” dell’intervento giudiziale.

Ed in Italia questo prelude ad un'altra “grande amnesia”, stavolta positiva, ad un sostanziale ripristino di una più corretta dinamica dei rapporti tra Istituzioni e quindi ad una ripresa di positività del senso popolare verso chi fa questo lavoro appassionante, ma consunstanzialmente ingrato, di interpretazione ed applicazione della legge.

Il problema, più grave, è però un altro.

Non per incuria, ma per effetto di un disegno consapevole e chiaro, in parallelo al dileggio ed al disprezzo pubblicamente manifestati, purtroppo anche recentemente da chi rappresenta la sinistra al Governo, in questi ultimi 30/20 anni si è progressivamente smantellato il sistema di giustizia in Italia.

Un’azione di soffocamento progressivo, con una diminuzione costante delle risorse materiali/finanziarie e, soprattutto, umane, che hanno ridotto i nostri Uffici a plaghe variamente desolate, se non a vere e proprie sacche di resistenza. Certo, a macchia di leopardo, con isole di inopinata efficienza e con tante, troppe situazioni al limite della decenza.

Qui sta il vero problema, che è poi un problema doppio, una medaglia con due facce.

Per un verso infatti l’insoddisfazione dell’utenza, professionale e non, per il “prodotto giudiziario medio” è lievitata ed è non di rado ai limiti della sopportazione collettiva, quantomeno locale.

Per altro verso le condizioni di lavoro dei magistrati italiani sono enormemente peggiorate in questi decenni, provocando fenomeni di disaffezione e riflusso verso modelli professionali difensivi, di tipo burocratico.

Il magistrato italiano “medio”, oggi, si sente tra l’incudine ed il martello; sa di non poter dare tutto quello che i destinatari del suo servizio si aspettano – secondo i loro diritti, pubblici e privati – e ne teme le iniziative, così come quelle riflesse degli organi di controllo interno all’Istituzione cui appartiene.

È nella risposta a questo secondo corno del dilemma che sta la chiave di soluzione della questione di quale associazionismo della magistratura serve oggi.

Per chi è dentro l’evoluzione di Area, è altrettanto chiaro che questa risposta è indissolubilmente collegata a quella del primo corno del dilemma medesimo.

Simul stabunt, simul cadent.

2. I nostri ritardi

Credo che la verità inter nos vada detta tutta.

Per troppo tempo l’area democratica e progressista della magistratura è rimasta bloccata negli schemi del passato; non dico delle ideologie, ma degli schemi mentali sì.

Certamente la battaglia contro l’aggressione berlusconiana è stata durissima e non si può certo dimenticarne in fretta gli snodi più difficili. Altrettanto ovvio è che bisognava stare nella “trincea costituzionale”, spesso ritrovandosi con le spalle al muro (le varie leggi ad personam; tutti i gravi tentativi di lesione dei principi costituzionali fondamentali in materia di giurisdizione e dei suoi valori).

Queste battaglie hanno consumato quasi tutte le risorse morali, personali e politiche a disposizione ed hanno perciò chiuso molti altri, non meno rilevanti, spazi di riflessione e di intervento. Conseguentemente dalla nostra “parte della barricata”, a mio avviso non abbiamo prestato la necessaria attenzione né abbiamo opposto un contrasto adeguato alla seconda linea di attacco di chi con così tanta pervicacia ha avversato lo status della magistratura italiana, riducendolo di fatto, modificandolo al livello della “costituzione materiale” in misura rilevante.

In termini più precisi, affannati dal/nel contrasto alle aggressioni mediatiche e normative, mi sembra piuttosto evidente che non siamo stati abbastanza attenti al degrado concreto delle condizioni di lavoro della stragrande maggioranza dei magistrati italiani, nella convinzione, errata, che, forse com’era di più un tempo, bastasse la loro consapevolezza del ruolo ossia la loro spinta motivazionale, lo spirito di servizio, se non la loro abnegazione.

Poi è anche vero che le nuove generazioni di magistrati sono figlie del loro rispettivo tempo e i “tempi stratificati” delle generazioni sono profondamente diversi. Perché si va da chi ha attraversato i grandi rivolgimenti politici e sociali degli anni sessanta/settanta del ‘900 a chi in quegli anni non era nemmeno nato, con tutta la gamma esperienziale intermedia. La magistratura oggi è sicuramente un corpo diacronicamente assai eterogeneo e che perciò non da né può dare risposte omogenee, se non sui principi massimi cristallizzati nella Costituzione.

Forse nell’era repubblicana è sempre stato così, ma oggi lo è senz’altro di più.

Ed al giovane magistrato affogato nel contenzioso civile o penale della sede disagiata (quante lo sono!), privo di un dignitoso, minimamente sufficiente supporto di risorse umane e materiali, preoccupato dalle prime valutazioni di professionalità e dalla spada di Damocle dei ritardi, nessuno oggi può chiedere molto di più se non stare sulla difensiva.

Al netto del “fuoco sacro”, che magari non è nemmeno mai abbondato nella magistratura, nessuna sensata azione associativa può più dunque prescindere dalle condizioni oggettive del servizio ed anzi deve partire proprio da esse.

3. Cosa fare. Il metodo

Sappiamo bene che “rovesciare il cono” implica due strade: quella comunemente intesa come “corporativa/burocratica”, già monopolizzata da MI ed ora contesa da altri gruppi; quella nostra, di Md, del Movimento per la giustizia, ora in sintesi di Area.

Con la prima si parte dalle condizioni di lavoro (anche sotto il profilo del trattamento economico) e si finisce lì; l’azione associativa è di tipo sindacale in senso stretto ed è tutta costruita intorno alle esigenze del magistrato uti singuli, al più con qualche abbellimento esornativo di tipo costituzionale/istituzionale.

La seconda è, storicamente, un’altra cosa, ma vediamo di capirci bene cosa.

Cosa è stata, cosa è, cosa dovrà essere. Quindi analisi e soluzioni.

Cosa è stato lo sappiamo: molta ideologia, intendiamoci anche nel senso -che esiste- positivo del termine, ma insieme, come ho già scritto sopra, minore attenzione alla concretezza della vita professionale dei magistrati.

Oggi l’inversione di tendenza è netta, ma, a mio giudizio, ancora non basta.

Tutto sommato è ancora forte e diffusa la ritrosia ad occuparsi delle questioni pratiche dell’attività giudiziaria nei suoi riflessi individuali, professionali ed esistenziali, pubblici e privati.

Ma, a ben vedere, non esiste una reale possibilità di scissione tra questioni di sistema e questioni attinenti alla sfera degli individui che il sistema muovono. Esse infatti sono soltanto aspetti di un’unica, grande questione: la questione giudiziaria.

In altri, se si vuole più chiari termini, l’associazionismo “non corporativo”, il nostro associazionismo, deve ancora fare un salto di qualità, che presuppone un cambiamento di merito e di metodo. Che è appunto quello di non scindere né gerarchizzare mai più interessi individuali, categoriali, istituzionali, ma concepire il sistema di riferimento come un insieme di componenti fisse che meritano uguale attenzione e che quindi vanno armonizzate al fine di realizzare la migliore tutela giurisdizionale dei diritti possibile.

4. Cosa fare. Il merito

Sulla base di queste premesse passo quindi a qualche considerazione sulle prospettive dell’associazionismo dei magistrati.

Il termine sindacato deve tuttora considerarsi vietato, una sorta di taboo ?

Io penso di no. Infatti esso ha in sé un nota di nobiltà, trattandosi di una parola che rappresenta una delle assi portanti della storia del movimento operaio e più in generale democratico dei due secoli scorsi.

Il problema non è comunque di forma, ma di sostanza.

Fare sindacato, anche per i magistrati, è un diritto costituzionalmente garantito che si estrinseca nelle azioni opportune per la tutela dei diritti dei magistrati medesimi, quali professionisti che esplicano un’attività lavorativa per conto dello Stato.

Come ho provato a dire sopra, è necessario sdoganare definitivamente questa “idea-forza”, non avere più alcuna remora né alcuna “vergogna” nel pensare che uno degli scopi primari dell’Anm sia appunto quello di fare ciò che tutti i “sindacati” fanno; appunto tutelare gli interessi anche personali della categoria di riferimento.

Il punto è però che a partire dallo stesso status economico per poi continuare in quello normativo, la particolarità, assolutamente relativa (mi si perdoni l’ossimoro), di questa nostra categoria è che, per così dire, essa “incarna” un potere essenziale dello Stato o, se si preferisce, ne concretizza una funzione essenziale. “Individuale” e “istituzionale” sono perciò aspetti inscindibili per la magistratura italiana, viepiù se si tiene conto del suo statuto costituzionale, particolarmente rafforzato e specialmente connotato nello scenario dei Paesi di democrazia di tipo occidentale.

Tuttavia questo intreccio ontologico, lungi dall’essere inestricabile, è/deve essere la base di qualsiasi ragionamento sensato intorno al “sindacalismo dei magistrati”.

A ben vedere si tratta di un sistema di vasi comunicanti che, mantenuti in equilibrio tra di loro, determinano l’equilibrio complessivo della parte apicale, quella magistratuale appunto, dell’Istituzione giudiziaria.

In altri termini ed in concreto, la parte stipendiale pertiene all’indipendenza di fatto dei singoli magistrati così quanto le loro individuali condizioni di lavoro e questi sono aspetti che si relazionano alle norme – costituzionali, primarie e secondarie – che disciplinano l’indipendenza formale, interna ed esterna dei singoli magistrati stessi e quindi della magistratura nel suo complesso.

Se poi dobbiamo dare come storicamente acquisito il ruolo di fonte di diritto integrativa della giurisprudenza, se quindi esiste, come esiste, una cultura della giurisdizione che inevitabilmente vede e va oltre il prodotto giudiziale singolo, divenendo, oggettivamente, politica del diritto, allora abbiamo un quadro completo.

Ne risulta evidente che il “sindacalismo giudiziario” è un fenomeno davvero complesso, che presenta molti diversificati aspetti. Ma qui sta e deve stare la differenza tra il “sindacalismo corporativo” e, azzardo, il “sindacalismo istituzionale”.

Sappiamo bene cos’è il primo; in termini moderni ha la sua massima epifania nel “ferrismo”.I tratti essenziali sono quelli appunto noti, che è inutile ribadire in questo scritto. A voler solo dare una sintesi, per così dire, teoretica, questo tipo di associazionismo giudiziario mette al centro il singolo magistrato ed i suoi personali interessi, quindi la categoria ed i suoi particolari interessi.

Il servizio all’utenza è una variabile che dipende da questi interessi combinati con la scarsità delle risorse – umane, materiali, finanziarie – dedicate al servizio stesso.

Ne conseguono tutte le correlative, consolidate, posizioni associative: rivendicazioni stipendiali, carichi esigibili, sabati festivi, incarichi extragiudiziari liberi et coetera.

Per il secondo tipo “storico” di sindacalismo giudiziario invece il servizio all’utenza ossia, con lessico migliore ed a noi più familiare, la tutela dei diritti è una “variabile indipendente”, nel senso che il compito dei magistrati, come singoli professionisti e come categoria, è quello di erogare il miglior prodotto giudiziario possibile, per tempi, quantità e qualità, ancorché le condizioni date non lo consenta nel miglior modo possibile.

Pertanto le rivendicazioni sul trattamento economico, sulle guarentigie normative, sull’attribuzione delle risorse si finalizzano e si giustificano con questa particolare mission costituzionale del servizio.

Tuttavia modernamente, post ideologicamente, ciò non significa pensare che queste rivendicazioni non abbiano anche rilevanti riflessi sulle condizioni di lavoro concrete e sulla stessa vita personale dei magistrati uti singuli; che dunque esse non debbano essere assunte e declinate anche sotto questo profilo, trattandosi, lo ribadisco, soltanto delle due facce della stessa medaglia o, forse con miglior metafora, di un centauro, che per metà è cavallo e deve quindi soltanto che correre, ma che per metà è uomo ed ha diritto di vivere.

Il non dimenticare la natura umana del “centauro” è, a mio giudizio, il cuore strategico di un sindacalismo giudiziario “istituzionale” rinnovato.

5. Il nostro compito, domani

Voglio trarre delle conclusioni di queste mie brevi osservazioni e le focalizzo su due questioni: i giovani magistrati e “oltre Area” ossia sulle possibili politiche di aggregazione interna all’Anm, in vista delle ormai prossime elezioni per il Comitato direttivo centrale.

Quanto alla prima, soprattutto chi vive nelle istituzioni giudiziarie “di base” ossia negli uffici di primo grado e pertanto convive con il ricambio generazionale vede e sa bene quanto sia cambiata e stia cambiando la magistratura italiana.

Tra i vari aspetti di questo cambiamento, quello che in questa sede più ci deve interessare è la pesante disaffezione dei giovani verso l’Anm ed ancor più verso i gruppi associativi (le correnti dell’Anm stessa).

A parte infatti le aggregazioni che sono motivate esclusivamente dalla logica clientelare dello scambio, che ci sono state sempre e che ci saranno sempre, perché questo è nella natura umana, e nella silloge socratica anche i magistrati sono uomini, il resto è in trend negativo costante ed apparentemente inarrestabile.

Area è un tentativo forte di cambiare passo e di arrestare il declino della cifra culturale, politica nel senso alto del termine, della magistratura italiana. È uno sforzo in itinere che naturalmente chi legge questa Rivista si augura abbia il miglior successo possibile.

Ma proprio perché nella sua concezione e nella sua evoluzione, nella sua stessa semantica evocativa, Area vuole essere uno spazio libero e non un nuovo recinto, al contempo chi vi si ritrova dev’essere consapevole che anche nella sua massima espansione ciò comunque non basterebbe.

Per la semplice e dirimente ragione che Area ha anche delle caratterizzazioni precise (Carta dei valori) che sono inclusive in potenza, ma sicuramente non sono, non possono, né vogliono essere totalizzanti.

Del resto Area si muove a sua volta in uno spazio, fisico e morale, di persone e di idee, ben più ampio, che è appunto prima di tutto quello dell’Anm e che peraltro mira ad andare fuori del campo istituzionale giudiziario, verso le altre istituzioni e la società civile.

Quindi Area deve essere, anche, un tramite, una specie di torpedone sul quale far salire i magistrati giovani; quelli che entrano, quelli che sono appena entrati, quelli che entreranno. Deve riuscire, prima e più delle altre aggregazioni associative, a far loro comprendere il valore, intrinseco ed aggiunto, dell’esperienza associativa; deve riuscire a dimostrare che esserne parte non significa acquisire crediti da spendere durante la carriera, ma mantenere viva e vegeta una comunità professionale, che ha questa assoluta particolarità di essere allo stesso tempo, e prioritariamente, il motore principale di una funzione pubblica primaria.

Si tratta dunque di scaldare il cuore dei giovani colleghi, e già questa non è cosa facile, ma anche inscindibilmente di stimolarne l’ingegno e, not least, di sedarne le ansie. In sintesi, come slogan, si tratta di riaccreditare l’Anm come la casa comune dei magistrati italiani.

In questo momento storico, diversamente che nei decenni scorsi, tale non è il senso corrente nella magistratura, tantomeno della sua parte più giovane. Ma questa è la strada obbligata da riprendere, in tutti modi che la nostra intelligenza collettiva ci può suggerire.

E peraltro questa strada la dobbiamo fare con gli “altri”; gruppi più o meno storici, più o meno rilevanti, più o meno strutturati; con questi “altri” dovremo viaggiare.

Ecco su questo tòpos vado a concludere rapidamente le mie considerazioni.

Non ho vissuto direttamente gli eventi degli ultimi anni di politiche interne dell’Associazione e non ne sono certamente un esperto. Perciò rischierei di scrivere stupidaggini e questo lo voglio evitare. Dico soltanto, un po’ seguendo l’istinto e un po’ la logica, che se forse nel quadriennio che va a finire non si poteva fare molto altro a livello di vertice Anm, altrettanto ragionevole è pensare che nel quadriennio prossimo qualcosa di diverso si possa fare.

Intendo dire che si può provare a togliere al “ferrismo” ed ai nuovi “prodotti associativi” simili la rendita di posizione che hanno avuto in questi anni facendo la politica della “associazione nell’associazione” o peggio ancora del gioco di sponda con le istituzioni della politica governativa.

Credo pertanto che bisognerà fare qualche “patto chiaro” e perciò, senza rinunciare ad alcun principio, ché ontologicamente i principi non sono rinunciabili, bisognerà trovare quel compromesso di gestione dell’Anm che appunto la riporti al suo ruolo storico e naturale.

Quindi oltre i dati tuttora “bulgari” di rappresentanza formale, la riconduca ad essere una comunità di persone che, a partire dalla pienamente legittima tutela delle proprie necessità e prerogative, mira alla soddisfazione del primario interesse collettivo al buon funzionamento del servizio giudiziario; che si rinforza al proprio interno e torna ad essere un punto di riferimento nello scenario della vita pubblica italiana; insomma che, orgogliosa del proprio passato, sa muoversi con adeguatezza ed efficacia nel presente; che guarda senza infingimenti e con coraggio al proprio futuro.

Fascicolo 4/2015
Editoriale
di Renato Rodorf
Obiettivo 1
Il valore del dissenso
di Andrea Natale
di Roberto Zaccaria

In questo contributo, l’Autore enuclea una serie di sedi – istituzionali e sociali - nelle quali si pone il problema della tutela dell’opinione minoritaria, richiamando quale sia il fondamento costituzionale che impone la tutela del dissenso e quali siano i limiti costituzionalmente accettabili che possono essere posti al suo esercizio. Il contributo registra poi la tendenza a comprimere sempre più nei processi decisionali delle istituzioni lo spazio di espressione del dissenso (a vantaggio della governabilità); con il rischio però di rendere la democrazia sempre meno contendibile. Nel contributo si prende poi in esame (con preoccupata attenzione) quanto le recenti riforme (elettorale, costituzionale, del sistema di governance della Rai) rischino di marginalizzare sempre più chi è fuori dalle maggioranze consolidate.

di Massimo Villone

In questo contributo, l’Autore ragiona sulle recenti trasformazioni della vita parlamentare e di quella all’interno dei partiti; l’Autore rileva dunque – da una pluralità di elementi – che, anche nelle istituzioni rappresentative, abitate da parlamentari eletti senza vincolo di mandato, sempre più si tende a tacitare chi non aderisce “perfettamente” alla linea dettata dalle leadership parlamentari o di partito o chi – dai banchi dell’opposizione (o da quelli di una maggioranza “critica”) tenta di emendare disegni di riforma proposti dal Governo. E così il dissenso spesso viene soffocato con la sostituzione di membri di una commissione parlamentare, proliferare di questioni di fiducia (poste anche su temi che riguardano “le regole del gioco”), proposizione di maxi-emendamenti (sino al caso del «maxi-canguro») che hanno l’effetto di far decadere tutti gli altri (tra i quali, spesso, quelli “scomodi”).

di Umberto Romagnoli

Gli interessi del datore di lavoro e quelli del lavoratore non sempre coincidono e – nel rapporto di lavoro – esiste una parte forte e una categoria sottoprotetta. In questo contributo, l’Autore segue la traiettoria del diritto del lavoro, dalla legislazione corporativa alle speranze indotte dalla Carta costituzionale, sino alla constatazione del fatto che, oggi, tornano a prevalere le logiche economiche. E qui si innesta una riflessione sul senso profondo di una disciplina – quella del diritto del lavoro – che sempre più sembra faticare a trovare una propria missione. Per adempiere alla sua funzione di garanzia, il diritto del lavoro deve godere di consenso nella società, nelle istituzioni e nell’accademia. Ma una società sempre più stretta dalla crisi, un’accademia sempre meno incline a riconoscere la speciale autonomia del diritto del lavoro non sembrano in grado di garantire questa base di consenso. Per dirla con l’Autore, sembra che «il lavoro abbia potuto rompere un millenario silenzio a condizione di metabolizzare il divieto di non alzare troppo la voce».

di Marco Pelissero

In questo contributo, l’Autore mette in evidenza come – al di là delle declamazioni di principio – l’art. 21 Cost. e la tutela che esso offre alla libertà di espressione possa essere messo seriamente in discussione dallo strumento penale; l’Autore constata, anzitutto, come la categoria dei reati di opinione attinga a criteri valutativi pregiuridici, tanto nella definizione dei suoi confini, quanto nella sua pratica applicazione; l’Autore registra poi – come un dato di fatto – la sostanziale continuità riscontrabile tra l’assetto ereditato dal regime fascista e norme sul controllo penale del dissenso vigenti in epoca repubblicana. L’Autore passa poi in rassegna una serie di fattispecie che, tuttora, criminalizzano la manifestazione di pensieri “scomodi”, interrogandosi – per ciascuna – se esse si fondino su una necessità costituzionale di repressione penale o se, viceversa, si possa rinunziare in una democrazia matura - almeno per alcune incriminazioni - allo strumento penale.

di Elisabetta Grande

Il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero fa parte del DNA delle istituzioni statunitensi, ricevendo esplicita protezione sin dal 1791. Tuttavia – osserva l’Autrice in questo contributo – occorre considerare che, ove non ne venga garantita l’effettività, la proclamazione di un diritto può rivestire una funzione puramente retorica e, dunque, di dubbia concludenza. E, così, in questo contributo, si passano in rassegna tanto le decisioni della Corte Suprema che hanno effettivamente garantito un ampio spazio all’espressione del dissenso, quanto le decisioni che, con diversi strumenti interpretativi, hanno infine compresso la formazione ed espressione di opinioni minoritarie. E l’Autrice ci consegna questa riflessione attraverso una lettura degli orientamenti giurisprudenziali condotta in parallelo con gli eventi della storia.

di Silvia Niccolai

Dei pregi e dei difetti immediati che deriverebbero dall’introduzione nel nostro ordinamento della dissenting opinion si è già detto molto (soprattutto con riferimento alla giurisprudenza costituzionale). In questo contributo, l’Autrice – prendendo come un dato di fatto il mancato ricorso a tale strumento nelle nostre istituzioni – ragiona sulle ragioni culturali profonde di tale ritrosia. Ripercorrendo allora vari filoni di pensiero (storico-comparatistico e costituzionalistico), l’Autrice giunge ad ipotizzare che – dietro la scelta (o non scelta) di non introdurre nel nostro sistema la dissenting opinion – si celi una precisa visione dei rapporti tra legge e diritto (con il prevalere di una visione imperativistica e esclusivamente legalistica del diritto) e della stessa funzione del giudice (anche costituzionale): mero esecutore della legge o creatore (con il legislatore) del diritto; non senza notare, però, che il dissenso nella pratica giudiziaria sarebbe coerente con la nostra esperienza storica e potrebbe dare un importante contributo ad una istanza di garanzia coessenziale alla giustizia (l’arginare i possibili abusi degli organi di governo).

di Daniela Piana e Leonardo Morlino

In questo contributo, gli Autori inquadrano prima da un punto di vista teorico il valore del dissenso all’interno della teoria democratica; passano poi ad indagare quali siano gli effetti benefici del pluralismo e del conflitto inter-istituzionale e intra-istituzionale, soffermandosi poi ad indagare sulle dinamiche di conflitto che coinvolgono l’istituzione giudiziaria (rispetto ad altre istituzioni) e su quelle che si verificano all’interno di questa istituzione.

Il contributo si chiude rilevando un apparente paradosso: il dissenso – pur espletando un’importante funzione di autocorrezione e auto-mutamento all’interno del regime democratico – rischia, ove esasperati i momenti di conflittualità, di comportare dei costi sul piano della stessa legittimazione delle istituzioni (e sulla fiducia che, in esse, i cittadini ripongono, come forse avvenuto nel caso del calo di fiducia nella magistratura).

di Giovanni Palombarini e Gianfranco Viglietta

In questo contributo, gli Autori ripercorrono l’esperienza di Magistratura democratica e ricordano come – tra i suoi elementi fondativi – vi sia stata la scelta di campo in favore di un garantismo di impronta liberaldemocratica e una caparbia attenzione alla tutela della manifestazione del pensiero.

Da qui – in un affresco di quella difficile stagione – gli Autori muovono per ricordare le nette prese di posizione di Magistratura democratica contro alcune iniziative giudiziarie che comprimevano tale libertà, l’impegno di Magistratura democratica per l’abrogazione dei reati di opinione e il prezzo che i suoi aderenti dovettero pagare.

Gli Autori concludono il loro contributo registrando – come un dato di fatto – il diverso atteggiamento che Magistratura democratica ha recentemente assunto in relazione a procedimenti penali scaturiti a seguito della manifestazione di un pensiero.

Obiettivo 2
Il punto sul processo civile
di Luca Minniti
di Remo Caponi

L’Autore richiamati i tratti essenziali del processo ordinario di cognizione e puntualizzati gli elementi distintivi che differenziano i modelli di processo ordinario di cognizione adottati nei diversi Paesi, evidenzia che la tendenza prevalente a livello europeo promuove una disciplina elastica del processo a cognizione piena, che affida lo svolgimento alle determinazioni discrezionali del giudice nel caso concreto. In questa direzione l’Autore mette in rilievo il portato della recente introduzione dell’art. 183 bis cpc (convertibilità in sommario del rito ordinario) e saluta con favore l’annunciata modifica della fase introduttiva che a suo avviso marcia nella direzione della valorizzazione della udienza principale.

In conclusione l’Autore rappresenta problematicamente la discrasia tra obiettivi perseguiti dal disegno di legge delega del Governo e strumenti proposti.

di Elena Riva Crugnola

L’autore nella prima parte del suo intervento tratta le questioni concernenti il modello e la struttura del processo di cognizione ordinario e rileva che in ordine al processo di cognizione di primo grado il principio/criterio direttivo contenuto nella delega è generico e tale da non consentire alcuna ragionevole previsione circa il contenuto delle future norme delegate, ricavabile solo dalla lettura della relazione. Nel merito delle scelte operate dalla relazione (e non dal ddl) nega decisamente che ci si possa attendere alcuna “accelerazione evidente” dei tempi processuali in dipendenza delle modifiche proposte. Ed in ciò richiama l’esperienza, rimossa dal legislatore, del cd rito societario di cui al dlgs n. 5/2003. Secondo l’autore lo scambio di atti difensivi, anticipati rispetto alla comparizione dei difensori avanti al giudice è inefficiente costoso ed inutile. Ma segnala che tutta l’impostazione della Relazione al ddl dimostra la sua lontananza dalle aule giudiziarie di primo grado, appare volta a consolidare le prassi meno efficaci in termini di tempi complessivi di definizione, enfatizzando una trattazione scritta “anticipata” e “obbligata”, trascurando il pregio di una conduzione della trattazione orientata alla formazione progressiva della decisione, nel dialogo tra parti e giudice.

Nella seconda parte invece, ove la delega ha un contenuto effettivo, Riva Crugnola analizza nel dettaglio le proposte di modifica della disciplina del Tribunale delle imprese e alcune sue criticità in relazione alle quali formula puntuali osservazioni anche propositive.

di Annamaria Casadonte

Il disegno di legge di delega presentato dal Governo presentato l’11.3.2015 prevede l’istituzione presso i tribunali ordinari della sezione specializzata per la famiglia e la persona, cui vengono accorpate una serie di competenze già devolute al tribunale ordinario in materia di stato, capacità delle persone, separazione, divorzio, figli nati fuori dal matrimonio, procedimenti di competenza del giudice tutelare e quelli di cui all’art. 38 disp att cc non di competenza del tribunale per i minorenni, secondo la modifica restrittiva che viene pure prevista dalla delega.

La delega opta per il mantenimento delle competenze civili in capo al tribunale per i minorenni, con particolare riguardo alla materia del pregiudizio del minore (artt.330 e 333 cc, quest’ultimo al di fuori dei casi trattati avanti al tribunale ordinario).

La soluzione va a discapito del principio di concentrazione delle tutele e non appare idonea a realizzare la ratio di un processo comprensibile e spedito, che pure il legislatore delegante si prefigge.

di Domenico Dalfino

Nel corso degli ultimi decenni, a fronte della perdurante crisi della giustizia civile, definitivamente accantonate le tesi “iconoclastiche” favorevoli alla soppressione dell’appello, i dubbi degli interpreti si sono polarizzati sull’adesione al modello della revisio prioris instantiae o a quello del novum iudicium, sebbene il sistema vigente e il «diritto vivente» propendano evidentemente per il primo, mentre taluni recenti progetti di riforma puntano a trasformarlo in una sorta di azione di impugnativa. A ben vedere, se un secondo grado totalmente chiuso ai nova sembra inidoneo a perseguire la giustizia della decisione, non va neppure assolutizzata la questione dell’inquadramento nell’uno o nell’altro modello d’impugnazione, giacché l’efficienza del giudizio dipende principalmente dalla virtuosa organizzazione degli uffici e dall’adeguata allocazione delle risorse.

di Giulio Cataldi

L'Autore sottolinea da una parte come sarebbe stato necessario, prima di proporre una nuova modifica del giudizio di appello, verificare in concreto come la riforma del 2012 stia incidendo sul complessivo andamento dei giudizi in appello con attenzione alle differenti prassi adottate nelle Corti.

Dall'altra evidenzia la problematicità di una ulteriore chiusura di spazi di rivisitazione del materiale esaminato in primo grado e della soppressione dell’inammissibilità per improbabilità di accoglimento dell’appello.

di Piero Curzio

La crisi del giudizio di cassazione ha origine nell’eccessivo numero di ricorsi. Deve essere affrontata partendo da scelte che conducano la Corte ad essere solo giudice di legittimità, il cui compito è quell’unificazione dell’interpretazione senza la quale il principio di uguaglianza viene leso proprio nella sede più delicata costituita dall’applicazione giurisprudenziale delle norme. A tal fine è necessario che il ricorso per cassazione sia proponibile solo per violazione di legge, come sancito dalla Costituzione, senza ampliamenti, o, quanto meno, è necessario che il legislatore non contraddica con nuovi interventi estensivi le scelte in senso restrittivo fatte solo pochi anni fa. Ma è poi assolutamente indispensabile l’adozione di misure “non legislative”, strutturali ed organizzative, sostenute con investimenti seri in termini di risorse umane ed economiche.

di Giorgio Costantino

Si riferisce dello stato delle proposte di legge pendenti in Parlamento. Si dà conto della successione delle riforme del procedimento di legittimità. Si indicano le soluzioni accolte dalla Corte sulle più recenti riforme. Si auspica un improbabile intervento di razionalizzazione della disciplina processuale e si ricorda il potere di autoregolazione delle corti supreme. Si conclude segnalando i limiti e le conseguenze di una modifica della Costituzione in funzione di una restrizione dell’accesso alla Corte.

di Francesco Vigorito

Negli ultimi venti anni vi è stata ad una profonda trasformazione della disciplina dell’esecuzione forzata civile nel tentativo, che finora ha portato a risultati limitati, di portare il sistema italiano più vicino ai modelli esteri per tempi ed efficacia dei procedimenti. L’esigenza è nata dalla considerazione che il sistema del recupero dei crediti costituisce un parametro importante per l’intera economia del Paese; il ritardo in questo settore comporta, quindi, un grave danno in termini macroeconomici. Le molteplici riforme di questi anni hanno riguardato tutti i settori del processo esecutivo: basta scorrere il libro terzo del codice di procedura civile per rilevare che tutti gli istituti generali e la gran parte dei procedimenti esecutivi sono stati modificati. Non tutte le riforme sono state efficaci né tecnicamente impeccabili e, tuttavia, sarebbe opportuna una fase di applicazione pratica della nuova disciplina prima di pensare ad ulteriori interventi normativi. Resta, per un verso, l’esigenza di effettuare qualche intervento, anche urgente, su norme di dettaglio allo scopo di eliminare alcune contraddizioni esistenti nella normativa e di correggere disposizioni che comportano, tra l’altro, pesanti aggravi per la finanza pubblica e, per altro verso, di iniziare ad esplorare la possibilità di interventi di sistema che ridefiniscano l’ambito delle esecuzioni mobiliari e, per le esecuzioni immobiliari, prevedano, una volta accertato il disinteresse del mercato per l’immobile, modalità nuove di liquidazione dei beni.

di Bruno Capponi

Lo scritto esamina con sguardo d’insieme le riforme del processo esecutivo dalla metà degli anni ’80 ad oggi. Gli strumenti sono cambiati in corso d’opera: dalla legge ordinaria al decreto-legge sino alla legge di stabilità, con la conseguenza di aver consegnato nelle mani di pochi, fuori da qualsiasi controllo, la funzione di creazione di nuovo diritto. Il più grave e iterativo incidente di percorso è stato quello dell’espropriazione presso terzi, in cui sono stati importati istituti propri della cognizione (come il principio di non contestazione) che hanno, da un lato, reso impropriamente il terzo una parte dell’esecuzione e, dall’altro lato, costruito un modello all’esito del quale può risultare non identificato l’oggetto stesso del pignoramento. La rincorsa della competitività, della crescita economica, dell’efficienza nella realizzazione del credito ha fatto del giudice dell’esecuzione una sorta di indice istituzionale del Doing Business: col rischio che venga meno la sua posizione di terzietà, perché compito del giudice non è di sostenere la crescita economica del Paese ma far osservare in un processo di parti, qual è anche quello di esecuzione forzata, i principi di giustizia di derivazione costituzionale e anche comunitaria. Ulteriore rischio è quello del trasferimento fuori della giurisdizione di attività dell’esecuzione sempre più vaste: se la crescita economica dipende dalla tutela esecutiva del credito, presto verranno poste sul tappeto forme di autotutela che della massima efficienza – ma a detrimento delle garanzie del processo – faranno il loro segno distintivo.

di Angelo Danilo De Santis

L’applicazione pratica dell’insieme di regole costituenti l’apparato del processo civile telematico ha fatto emergere molte criticità, in parte preconizzate da quanti hanno assistito alla fase di gestazione del disomogeneo e complicato sistema della fonti. Nonostante le perplessità degli operatori del diritto e le resistenze a quello che non sempre viene percepito come un’occasione di miglioramento delle proprie condizioni di lavoro e di incremento di efficienza della giustizia, il Pct assurge a modello di riferimento anche per il processo amministrativo, tributario, contabile e, in parte, penale. L’ennesima riforma del processo civile, attualmente al vaglio delle commissioni parlamentari, reca con sé il germe di una rifondazione del sistema da compiersi nella consapevolezza che si tratta di un’occasione da non perdere.

di Pasquale Liccardo

L’individuazione delle possibili linee di sviluppo del processo telematico sia esso civile che penale, deve necessariamente muovere da una ricognizione della sua storia recente, dello stato attuale dei sistemi realizzati ed in corso di realizzazione, evidenziando l’intreccio realizzato tra norma, tecnologie ed istituzioni della giuridicità.

Le attività in corso sono state oggetto di analitica esposizione nelle sedi istituzionali Qui si cercherà uno sguardo di insieme.

La difficoltà registrata dalle istituzioni della giuridicità nel terzo millennio nella loro relazione con il concreto non è episodica ma riflette la condizione stessa della modernità declinante ormai incapace di manifestare nella legge la propria ragione ordinante e giustificatrice del mondo: si è interrotto il meccanismo di traduzione nella norma di concetti, di universi simbolici, di idee che hanno connotato per lungo tempo il processo di giuridificazione del concreto, sempre più lontano dalla norma statale per essere retto da regole prodotte dall’economia globalizzata, dal pragmatismo delle relazioni di forza, dallo specialismo delle tecniche contrattuali prive di ogni aspirazione valoriale: l’eccedenza del mondo dal diritto non può essere colmata dalle sole tecnologie ma semmai per il loro tramite letta.

Obiettivo 3
Associazionismo giudiziario
di Carlo De Chiara
di Luigi Ferrajoli

L’associazionismo giudiziario è stato un potente fattore di cambiamento e di democratizzazione della magistratura, secondo il disegno del Costituente: all’interno di essa, con il superamento della gerarchia e l’affermazione dell’eguaglianza di tutti i magistrati, distinti soltanto per le loro funzioni, e, all’esterno, con l’impegno civile dei magistrati per l’inveramento dei valori costituzionali, in cui si è specialmente distinta Magistratura democratica. La quale deve sapersi liberare con decisione della minaccia all’uguaglianza, e quindi all’indipendenza interna, costituita dalle varie forme di riemergente carrierismo, che non l’hanno risparmiata, e deve svolgere il suo ruolo storico di contrasto dei plurimi rischi di involuzione della magistratura: da quello burocratico, a quello “bellicista”, a quello neocorporativo.

di Giuseppe Cascini

Le ragioni della crisi attuale di Magistratura democratica, iscritte nella crisi dell’associazionismo giudiziario in generale, possono essere ricercate nella difficoltà di definire un modo “diverso” di gestire il potere, oggi affidato anche a suoi esponenti all’interno degli uffici giudiziari, ma anche in altre ragioni che riguardano la magistratura in generale: la declinazione dell’uguaglianza interna come disattenzione alla professionalità e all’efficienza del servizio reso ai cittadini; l’attacco violento della politica e il patto consociativo-corporativo di riflesso scattato all’interno della magistratura; l’aggravarsi quantitativo e qualitativo delle condizioni di lavoro e il fallimento dei tentativi di rispondere efficacemente all’attenzione sempre maggiore dell’opinione pubblica al problema dei tempi della giustizia; la riforma dell’ordinamento giudiziario del 2006, il cui risultato è stata l’accentuazione degli aspetti deteriori della magistratura italiana (carrierismo, gerarchia interna, conformismo, clientelismo).

Compito di Md e di Area, per superare la crisi, è elaborare un progetto per ricostruire un modello di magistratura democratico, partecipato, aperto, ma allo stesso tempo non corporativo e sensibile ai diritti degli utenti e alla qualità del servizio reso: un progetto che preveda, per cominciare, l’abolizione dei pareri dei capi degli uffici e dei giudizi sulle valutazioni di professionalità (inutili in sé e fonte indiretta di conformismo e infeudamento) e la realizzazione di una effettiva temporaneità negli incarichi direttivi.

di Lionello Mancini

Che le correnti della magistratura politicizzino la giurisdizione, torcendo le inchieste o i processi verso obiettivi di parte, è un falso diffuso ad arte dagli ambienti politici e dalla stampa soprattutto (ma non esclusivamente) di centrodestra.

Altri sono, invece, e più gravi, i guasti del “correntismo” della magistratura: le pure logiche di spartizione del potere, che affondano le radici nella fragilità culturale di tutti i gruppi, intralciano il percorso di miglioramento del servizio giustizia, e l’autoreferenzialità della “casta” alimenta la questione morale.

di Enrico Manzon

In vista delle elezioni per il Comitato direttico centrale dell’Anm del prossimo anno, ragionare sulle prospettive dell’associazionismo giudiziario e sul ruolo di Area all’interno di esso implica una precisa, attualizzata analisi dello “stato” della magistratura italiana. Che è cambiata nel profondo e non sempre in meglio. Non comprendere a fondo la “cifra” di questo mutamento e, allo stesso tempo, non fare una calibrata, costruttiva autocritica, può comportare seri problemi ed altrettanto gravi danni per un indirizzo di politica associativa coerente con i nostri principi ed i nostri valori, quali “ereditati” da Md e dal Movimento per la giustizia, ora transitati in Area. Molti magistrati, giovani e meno giovani, continuano a guardare con rispetto ed attenzione alla tradizione migliore dell’Anm, della quale quei principi e quei valori sono parte essenziale, ma chiedono alla nostra Associazione un “cambio di passo”. La tesi è dunque che Area abbia prospetticamente le maggiori e migliori chance per tenere insieme nell’azione associativa l’ interesse dei magistrati/della magistratura con le aspettative della collettività nazionale all’efficienza ed alla qualità del servizio giudiziario. Il corollario è che ciò sia doverosamente praticabile negli assetti associativi che verranno. La condizione predicata è che si mettano in campo idee nuove e che si facciamo scelte adeguate al tempo presente, ma soprattutto a quello futuro. Senza incertezze, con coraggio.

di Rocco Gustavo Maruotti

I magistrati più giovani, se avvertono normalmente il richiamo dell’Anm, vista come “casa comune” e autorevole riferimento identitario, altrettanto normalmente rifuggono, invece, dall’impegno nelle “correnti” che animano l’Associazione. Le ragioni spaziano dalla maggiore maturità delle nuove leve della magistratura (che, per le modalità del concorso, vi approdano in genere a un’età più avanzata rispetto al passato), che induce a scelte mediate e consapevoli, piuttosto che a giovanili entusiasmi; al coinvolgimento delle correnti nel conflitto con la politica, visto come un appannamento, comunque, della “sacralità” della funzione giudiziaria. Ma, soprattutto, ciò che allontana i magistrati più giovani dalle correnti è il malcostume cui esse si sono abbandonate nella gestione del potere di autogoverno, anzitutto nelle nomine a uffici direttivi o altrimenti prestigiosi.

di Tommaso Giovannetti

C’è una parola che descrive bene il rapporto tra il magistrato ordinario in tirocinio e tutto ciò che riguarda l’ordinamento giudiziario, il mondo dell’associazionismo ed il fenomeno delle correnti: distanza.

Distanza da alcuni poi coltivata come un bene da preservare; da altri vista come un vuoto da colmare; da altri ancora vissuta con sostanziale indifferenza. Generale è, comunque, nei nuovi magistrati il genuino desiderio di imparare e di formarsi professionalmente, sia pure con attenzione quasi esclusiva agli aspetti tecnico-giuridici della formazione e con assai scarso interesse per le implicazioni del quadro ordinamentale in cui il magistrato si colloca.

Per sollecitare il loro interesse su quest’ultimo versante, potrebbe essere preziosa la partecipazione ai momenti di discussione che si svolgono nell’ambito dei gruppi associativi, come l’autore ha avuto modo di sperimentare di persona avvicinandosi a uno di essi.

di Valerio Savio

L’enorme rilievo delle elezioni per il CdC – Sullo sfondo del dilemma culturale di sempre “magistrati o funzionari?”, l’Anm ad un bivio storico: sposare o rifiutare la deriva neocorporativa. Il rischio che le spinte neo-corporative si saldino con le aspettative di larga parte delle forze politiche ad un ridimensionamento del protagonismo politico-istituzionale della magistratura. L’idea di giurisdizione che dobbiamo combattere. Gli impraticabili “carichi esigibili”: incompatibili con l’idea stessa di giurisdizione quale potere costituzionale inerente la sovranità dello Stato, volano e simbolo della resa senza condizioni alla definitiva burocratizzazione della magistratura, leva su cui fondare la mutazione genetica della natura e della funzione dell’Anm. Per Area l’esigenza identitaria di non confondere la sua proposta con nulla che li richiami. Le linee di un programma che rifiutando il neocorporativismo e mantenendo il profilo “storico” dell’associazionismo nella difesa degli assetti costituzionali della giurisdizione accetti la sfida di una Anm impegnata con forza sulle condizioni di lavoro così come sulla questione morale e sull’autoriforma del governo autonomo. Per Area in Anm, tre linee guida: operare in primo luogo per restare al governo dell’Associazione cercando la più ampia convergenza possibile, mediare ma senza compromessi con il corporativismo, rivendicare il valore storico, per la giurisdizione, di ciò che si è fatto nell’alleanza con UpC. La composizione della lista. La natura e la gravosità dell’impegno del singolo in CdC ed in Gec.

di Antonella Meniconi

L’associazionismo giudiziario ha avuto, fin dal 1909, un ruolo importante nella storia della magistratura italiana con la fondazione dell’Agmi, ma non si è trattato, da subito, di un percorso facile. Nel 1925, con “l’autoscioglimento” dell’Associazione, i suoi dirigenti furono espulsi dal corpo giudiziario e solo al termine della guerra, nel 1945, si potette ricostituire l’Anm.

Pesavano, però, sul nuovo soggetto non solo l’eredità virtuosa della partecipazione di molti alla Resistenza, ma anche l’intrinseco rapporto che altri, in specie alti magistrati, avevano intrattenuto con il regime fascista.

La lenta attuazione della Costituzione, con l’istituzione solo nel 1958 del Csm, nascose, in realtà, anche nella magistratura, una lotta sorda tra “innovatori” e “conservatori”. Solo negli anni Sessanta, l’entrata in ruolo di una nuova generazione favorì anche l’inveramento dei valori costituzionali.

È precisamente in questa chiave che ancora oggi il ruolo del magistrato e il suo impegno nelle correnti giudiziarie può avere un ruolo “politico”, ovvero costituzionale.

Cronache americane
di Luigi Marini

Le complessità proprie del riconoscimento e della tutela dei diritti conoscono a livello sovrannazionale un moltiplicatore che risente anche delle differenze di luoghi e tempi che segnano i processi decisionali. Il rapporto fra Assemblea generale e organi ausiliari e i gradi di rilevanza autonoma di questi ultimi rispetto ai compiti di indirizzo e di consolidamento della prima costituiscono fattori importanti allorché si esaminano le Nazioni Unite quale entità che opera per la promozione dei diritti e della pace. Una prima lettura dei percorsi decisionali e della molteplicità degli attori istituzionali può aiutare a introdurre un tema meritevole di ulteriori analisi.

ARCHIVIO
Fascicolo 2/2018
L'ospite straniero.
La protezione internazionale
nel sistema multilivello di tutela
dei diritti fondamentali
Fascicolo 1/2018
Il pubblico ministero nella giurisdizione
La responsabilità civile fra il giudice e la legge
Fascicolo 4/2017
L’orgoglio dell’autogoverno
una sfida possibile per i 60 anni del Csm
Fascicolo 3/2017
A cosa serve la Corte di cassazione?
Le banche, poteri forti e diritti deboli
Fascicolo 2/2017
Le nuove disuguaglianze
Beni comuni

Dedicato a Stefano Rodotà
Fascicolo 1/2017
Il diritto di Crono
Il multiculturalismo e le Corti
Fascicolo 4/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Il giudice e la legge
Fascicolo 3/2016
La giustizia tributaria
La riforma della magistratura onoraria
Fascicolo 2/2016
VERSO IL REFERENDUM COSTITUZIONALE
Forme di governo,
modelli di democrazia
IL CORPO
Anatomia dei diritti
Fascicolo 1/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Formazione giudiziaria:
bilancio e prospettive
Fascicolo 4/2015
Il valore del dissenso
Il punto sul processo civile
Associazionismo giudiziario
Fascicolo 3/2015
Il diritto del lavoro alla prova del Jobs Act
Unitarietà della giurisdizione
Riforma della responsabilità civile
Fascicolo 2/2015
NUMERO MONOGRAFICO
Al centesimo catenaccio
40 anni di ordinamento penitenziario
Fascicolo 1/2015
Dialoghi sui diritti umani
I diritti fondamentali tra obblighi internazionali e Costituzione
La risoluzione amichevole dei conflitti
Schede di ordinamento giudiziario aggiornate al gennaio 2015
Il volume costituisce un'utile panoramica dei metodi di contrasto alla criminalità mafiosa e degli strumenti di prevenzione
Numero speciale di Questione Giustizia in formato digitale con atti, relazioni e dati sul sistema delle misure cautelari personali