Rivista trimestrale
Fascicolo 4/2015
Obiettivo 1. Il valore del dissenso

Un sogno proibito, ma legittimo

di Umberto Romagnoli

Gli interessi del datore di lavoro e quelli del lavoratore non sempre coincidono e – nel rapporto di lavoro – esiste una parte forte e una categoria sottoprotetta. In questo contributo, l’Autore segue la traiettoria del diritto del lavoro, dalla legislazione corporativa alle speranze indotte dalla Carta costituzionale, sino alla constatazione del fatto che, oggi, tornano a prevalere le logiche economiche. E qui si innesta una riflessione sul senso profondo di una disciplina – quella del diritto del lavoro – che sempre più sembra faticare a trovare una propria missione. Per adempiere alla sua funzione di garanzia, il diritto del lavoro deve godere di consenso nella società, nelle istituzioni e nell’accademia. Ma una società sempre più stretta dalla crisi, un’accademia sempre meno incline a riconoscere la speciale autonomia del diritto del lavoro non sembrano in grado di garantire questa base di consenso. Per dirla con l’Autore, sembra che «il lavoro abbia potuto rompere un millenario silenzio a condizione di metabolizzare il divieto di non alzare troppo la voce».

1. Riempiva di sé il mondo reale; ma, per millenni, la sua insignificanza culturale si sommava all’ininfluenza politica. Per questo, dal punto di vista giuridico, il lavoro non poteva che essere irrilevante. Diversamente, non si spiegherebbe perché la tradizione giuridica del lavoro impallidisca al confronto con quella della proprietà il cui antichissimo diritto ha costituito la spina dorsale delle grandi codificazioni dell’età moderna.

In effetti, la prima differisce dalla seconda per durata, ampiezza e profilo. Nella forma più familiare ai contemporanei, il lavoro dipendente incontra il diritto soltanto in seguito all’avvento dell’industrializzazione e il “suo” diritto, destinato a restare il più eurocentrico dei diritti nazionali, è venuto al mondo con la sola pretesa di aggiustarlo un po’. Niente di più, perché è un diritto a misura d’uomo. Ma questo è un minimalismo che, sonora come una frustata, la sua denominazione accademica dissimula. Facendo cadere l’accento su un vincolo di appartenenza indimostrato e indimostrabile, tende all’iperbole. Infatti, quello del lavoro è un diritto che dal lavoro ha preso convenzionalmente il nome, ma soltanto in parte anche le ragioni. Pertanto, si può seguitare a parlare di diritto del lavoro purché si sappia, e non si perda mai di vista, che bisognerebbe accompagnare la locuzione con un ammiccamento (il corsivo o le virgolette, se usata per iscritto o un colpetto di tosse o di gomito, se pronunciata) suscettibile di evocare una prospettiva di senso meno mistificante di quella che traspare. La verità è che questo diritto è del lavoro non più di quanto sia contemporaneamente del capitale. Però, poiché la bipolarità (o, se si preferisce, l’ambivalenza od anche l’ambiguità) è l’insopprimibile caratteristica strutturale del diritto del lavoro nella misura in cui ne fa uno strumento di emancipazione ed insieme di repressione, non possono non considerarsi modificabili i compromessi via via raggiunti. La contesa rimane costantemente aperta, probabilmente non si esaurirà mai e l’ultimo compromesso sarà rinegoziato. Ecco il punto-chiave: la reversibilità delle soluzioni adottate. Gérard Lyon-Caen diceva che il diritto del lavoro «c’est Pénélope devenue juriste». Per quanto impietosa, la rappresentazione è condivisibile, perché è la storia a dirci che il lavoro ha potuto rompere un millenario silenzio a condizione di metabolizzare il divieto di non alzare troppo la voce.

Il divieto ha lo scopo di proteggere l’aspettativa del datore di lavoro di poter contare su una manodopera non solo docile e ubbidiente, ma anche pronta a identificare il proprio interesse in quello dell’impresa.

È senz’altro vero che è un’aspettativa di derivazione proprietaria e dunque rispecchia l’etica degli affari delle origini. Malgrado il suo primitivismo, però, a nessuno verrebbe in mente di considerarla un inelegante anacronismo solamente perché si è smesso di chiamare “padrone” il soggetto che ne è titolare. Per certo, essa non ha perduto la centralità che una compatta elaborazione giurisprudenziale di lungo periodo le ha assegnato nell’impianto del diritto del lavoro. È noto infatti che la giurisprudenza corporativa diede il meglio di sé fertilizzando il terreno, arato peraltro dalla giurisprudenza probivirale, nel quale affondano le proprie radici alcuni concetti-base ad elevato rendimento emotivo dei quali si sarebbe appropriato il codice civile del ’42: il lavoratore ha l’obbligo di collaborare con l’imprenditore, di non tradirne la fiducia e di essergli fedele. Nondimeno, l’aspettativa tutelata dal corrispondente nucleo normativo non solo non si è affievolita; casomai, si è acuminata.

Pochi anni fa, l’ha manifestata senza falsi pudori l’amministratore delegato di una multinazionale in una lettera indirizzata agli occupati negli stabilimenti italiani. Nell’informarli che, a causa della spietatezza della concorrenza internazionale, il loro datore di lavoro è in guerra col resto del mondo, li esortava a considerarsi nel medesimo stato d’eccezione dei soldati in trincea e li avvertiva che, proprio per questo, non avrebbe potuto tollerarne atteggiamenti critici né a fortiori atti di indisciplina. D’altra parte, è un sintomo del medesimo clima la pervasiva ossessività con cui la più recente contrattazione collettiva ha reinventatola parola “esigibilità”, senza che né gli agenti contrattuali né i commentatori abbiano finora saputo chiarire con precisione cosa sia esigibile e nei confronti di chi. D’acchito, però, si direbbe che ha per oggetto la governance del dopo-contratto per renderla più arcigna – a cominciare dal controllo della conflittualità sindacale – e retro-agisce sui lavoratori più nella loro qualità di debitori di una prestazione contrattuale che in quella di titolari di diritti – la giustiziabilità dei quali, peraltro,è compromessa da un legislatore insofferente nei confronti del potere giurisdizionale. 

Accertato che l’aspettativa comune alla generalità degli imprenditori è senza tempo, sarebbe una deplorevole reticenza limitarsi ad osservare che è figlia di un sogno proibito nell’accezione praticata nel linguaggio corrente. In effetti, non si è in presenza dell’innocuo prodotto di una fantasia desiderante od anche farneticante. Tutt’al contrario, il sogno ha trovato un principio di materializzazione nel diritto vigente in epoca fascista sotto l’egida della Carta del lavoro pubblicata nel 1927 sulla Gazzetta Ufficiale, alla quale i giuristi di regime assegnavano il rango di una super-legge. È l’epoca nella quale, in cambio dell’inderogabilità se non in melius degli standard protettivi fissati da leggi e contratti collettivi provvisti di efficacia erga omnes, il legislatore garantiva l’insindacabilità del potere aziendale, anzitutto concedendo la licenza di licenziare.

Naturalmente, sarebbe altrettanto deplorevole tacere che nel 1945 spuntò l’alba che, come poetizza una canzone di successo, a molti sembrò capace di portarselo via con sé, il sogno.

Tuttavia, adesso che – con buona pace della Carta di Nizza e persino delle dichiarazioni dei diritti universali dell’uomo – la legislazione degli Stati membri dell’UE ha ri-mercificato il lavoro e ripristinato il potere di comando unilaterale in azienda sia facilitando i licenziamenti sia emarginando la tutela giudiziaria dei diritti, il sogno proibito se ne è giovato in termini di legittimità giuridica e, stavolta, senza che venissero contestualmente ingessati i sindacati e senza criminalizzare lo sciopero, bensì in un contesto rispettoso delle forme democratiche. Ciò non toglie che la gestione politica della crisi economica esplosa nella seconda metà della prima decade del terzo millennio l’ha trasformata in un episodio della lotta di classe che vede chi sta in alto dirigerla verso chi sta in basso:per ora vittoriosamente – perché gli argini di contenimento, eretti in passato dalla socialdemocrazia, sono crollati e gli spiriti animaleschi del capitalismo hanno straripato.

Come dire che, essendo facilmente documentabile che, non appena la situazione lo permetta, il legislatore è lesto a tradurre in modelli vincolanti di comportamento l’ideal-tipo del lavoratore dipendente, il sogno non è illegittimo, per proibito che possa essere.

 

 

2. Per questo, in occasione di un recente incontro con amici laboralistas latino-americani, mi è venuto spontaneo raccontare che, le ultime volte che mi ero recato nei loro Paesi, l’avere in tasca il biglietto del volo di ritorno non mi procurava più la sensazione di possedere una specie di garanzia che sarei tornato nell’angolo di mondo chiamato Europa, dove il diritto del lavoro è un elemento costitutivo dei sistemi giuridici ed è possibile continuare a credere nell’intangibilità dei valori propri cui si richiama la concezione del diritto del lavoro che ho insegnato per cinquant’anni ai miei studenti. Esattamente questo, invece, provavo e pensavo la prima volta che andai in America Latina, sul finire degli anni ’80. Non che fosse errata la persuasione di avere viaggiato più attraverso il tempo che nello spazio. Sbagliavo però a ritenere di avere compiuto un balzo all’indietro di svariati decenni. Il fatto è che un ingiustificato senso di superiorità al limite della supponenza mi impediva di capire di essere sbarcato nel futuro prossimo della stessa Europa. Oggi, devo non solo riconoscere che era un errore; devo altresì dichiarare di esserne stato prigioniero più a lungo del lecito. Infatti, nella relazione d’apertura della journée d’étude à la memoire de Gérard Lyon-Caen organizzata dall’associazione dei giuristi del lavoro francesi – eravamo nel maggio del 2005 – non mi trattenni dall’osservare come l’economia che, quasi pentendosi di aver provocato la nascita del diritto del lavoro, pretendeva di assumerne il pieno controllo dava «l’impressione di dover superare le medesime difficoltà di chi pretendesse di rimettere il dentifricio dentro il tubetto».Viceversa, già allora ciò che stava cambiando era l’idea di diritto del lavoro, proprio nei suoi territori d’elezione. Difatti, l’idea che ha finito per prevalere non è distante da quella che non è mai uscita dall’esperienza latino-americana e che m’illudevo non sarebbe mai entrata nell’esperienza europea, pur sapendo che nemmeno qui era stata cancellata, ma sopravviveva sottotraccia, nelle profondità di un ordinamento giuridico del lavoro mai completamente de-fascistizzato. Comunque, è innegabile che già allora lo stesso lavoro aveva perduto la cifra identitaria e l’unità spazio-temporale che aveva in precedenza: da maiuscolo e tendenzialmente omogeneo, come era stato, stava diventando sempre più minuscolo ed eterogeneo. Insomma, stava cambiando lo statuto epistemologico di un’intera disciplina giuridica e quindi nemmeno il suo futuro non avrebbe più potuto essere quello d’una volta.

 

 

3. Ormai, è un luogo comune che, dopo aver suscitato le più grandi speranze, il diritto del lavoro del ‘900 le ha soddisfatte solo parzialmente. Tuttavia, pur essendo turbati dalla rottura del suo paradigma, abbiamo l’obbligo (morale prima ancora che professionale) di elaborarne uno nuovo, recuperando ritardi e accantonando nostalgie.

Sono due i modi di comportarsi dinanzi allo sgretolarsi di granitiche certezze. Si può piangerci sopra; ma così si rimane fermi al punto in cui ci si trova. Oppure, si coglie il significato nascosto della parola che si usa di frequente per descrivere l’amarezza del momento. La parola è “disincanto”. Essa non esprime soltanto delusione. Nel dire che l’incanto non c’è più, al tempo stesso suggerisce che l’incanto, chissà, può tornare. Per questo, secondo Claudio Magris,designa «una forma agguerrita della speranza». Agguerrita, ma non necessariamente misericordiosa.

Per realizzarla, nel nostro caso, potremmo essere obbligati a rimettere in discussione, accanto alla funzione del diritto del lavoro, il ruolo del giurista che, stufo di montare la guardia ad un diritto che sta sparendo, sia intenzionato a rompere l’isolamento da autoreferenzialità nel quale è caduto. In proposito, però, è bene premettere che ciò non lo autorizza a mettersi a correre a perdifiato dietro ai fatti. Se lo facesse, assomiglierebbe al “pattinatore principiante” di Kafka «che, oltretutto, si esercita dove è proibito» o, peggio ancora, al personaggio di un celebre film di Quentin Tarantino che ai compari si presenta così: «sono il signor Wolf e risolvo problemi». In effetti, occorre un’inaudita arroganza per fingere di non sapere che i fatti da inseguire sono gli stessi che sono oggetto di una vergognosa manipolazione. Della quale, a tacer d’altro, costituisce un esemplare prodotto la furoreggiante teorizzazione di una ostilità (presuntivamente) genetica del diritto del lavoro nei confronti del diritto al lavoro enunciato dalla Costituzione. Ma è una sciocchezza. Non inferiore a quella che commetterebbe un maniaco della rottamazione che proponesse l’abolizione del semaforo perché gli incidenti stradali non calano quanto sarebbe auspicabile. Infatti, come l’abolizione dell’ordinario strumento regolativo del traffico aumenta la pericolosità del medesimo, così la demolizione del diritto del lavoro non fa diminuire la disoccupazione: piuttosto, aumenta la de-regolazione del poco lavoro che c’è.

Come dire che ripensare il diritto del lavoro è un atto dovuto, ma non equivale a considerare fatale l’adesione al pensiero dominante.

Tuttavia, il dissenso è un’erba che stenta a crescere in terreni inariditi da logiche emergenziali nemiche della democrazia. Ed è in questi paraggi che s’incontrano le maggiori difficoltà. In primo luogo, la difficoltà di raggiungere affidabili certezze in ordine alla sussistenza, ed all’ampiezza, di una effettiva condivisione dell’idea di diritto del lavoro trasmessa dalla legislazione vigente. Dopotutto, poco meno della metà degli elettori in quanto cittadini non va a votare; molto di più della metà dei cittadini in quanto lavoratori non può o non sa farsi ascoltare dai soggetti della contrattazione collettiva; moltitudini di giovani e di irregolari dell’economia sommersa non hanno mai potuto stabilire contatti con la legislazione che tutela le condizioni di lavoro. Nemmeno il monitoraggio delle manifestazioni del dissenso provenienti dagli strati della popolazione più direttamente colpiti dal peggioramento degli standard protettivi può fornire solidi elementi di giudizio. Infatti, la scarsità di mobilitazioni collettive non costituisce di per sé un indizio univoco: anziché accettazione convinta dell’esistente, può significare apatia, sfiducia, rassegnazione, conformismo, paura. Soprattutto, paura. Quella che si genera e si diffonde allorché si è esposti al ricatto occupazionale e anche un lavoro scandalosamente de-valorizzato sul piano del trattamento economico-normativo è preferibile allo scandalo del non-lavoro.

Stando così le cose, l’interrogativo più inquietante consiste nel sapere se tutto ciò (ed altro ancora, perché la lista delle disgrazie è lunga) abbia potuto succedere nell’ultimo quarto di secolo al di fuori di un macro-processo di mutazione antropologico-culturale.

Per scomodo che possa apparire, bisogna porselo, perché – come pensava anche Gino Giugni – «il diritto del lavoro evolve più attraverso giudizi che mediante leggi». Come dire che, in nessuna delle sue molte stagioni e in nessun Paese, il diritto del lavoro vivente ha potuto fare a meno di una base di consenso: non è per caso che si situa in cima alla speciale classifica dei diritti d’ispirazione nazional-popolare.

 

 

4. Immancabilmente e dappertutto, infatti, è determinante la pressione esercitata – sia sul legislatore che sugli addetti all’applicazione della normativa – dall’abito mentale non solo della gente che, avendone la possibilità, ha la volontà di scendere sulla strada e gremire le piazze, ma anche e soprattutto di maggioranze silenziose abituate a comprare le opinioni come il latte in base ad un elementare principio di buon senso: può darsi che l’alimento non sia genuino, ma  costa meno acquistarlo dal lattaio che tenere una mucca nel giardino.

Indipendentemente dall’idioma che parlano, gli esperti della materia possono infatti testimoniare che l’evoluzione delle regole del lavoro è sostenuta solo in parte dalla creatività legislativa e, se fossero in vena di raccontare senza infingimenti il mestiere che fanno, potrebbero tranquillamente ammettere che nessuno di loro crede nella possibilità di trasferire dal piano mistico-religioso a quello giuridico la leggenda creazionista ed è disposto a giurare che «come un dio creò l’universo, così il legislatore crea il diritto», quello del lavoro incluso. Perciò, anche il cambiamento degli scenari del diritto del lavoro nel secolo in cui siamo appena entrati è realistico farlo dipendere soprattutto dal molecolare e ininterrotto lavorio di un’infinità di persuasori più o meno occulti che, quando non sono assistiti dalla buona fede, all’hegeliana “fatica del concetto” preferiscono il piacere di mistificarlo. Alludo, come si può agevolmente intuire, ai centri più rinomati dell’autoregolazione sociale che, in materia di lavoro, è da sempre la fonte di produzione normativa più funzionante, segnatamente nel nostro Paese; alle autorità pubbliche cui spetta istituzionalmente il compito di garantire la corretta applicazione delle regole del lavoro – a cominciare dai giudici; all’industria dell’informazione – a cominciare dalla TV, che sforna programmi a misura dello spettatore-medio che gli autori dei palinsesti suppongono in possesso di un’età mentale da adolescente; all’industria dello spettacolo – a cominciare da quello cinematografico, dove un maestro come Ken Loach non ha numerosi allievi; ai responsabili della formazione scolastica, non solo universitaria – tra i quali, come è ovvio, primeggiano i professionisti dell’interpretazione giuridica, i cui discorsi possiedono una valenza prescrittiva malgrado l’intonazione apparentemente descrittiva.

Non ho certo l’intenzione di sopravvalutare il ruolo del ceto professionale indicato da ultimo. Tuttavia, in questa sede non posso non soffermarmi su di esso; e non solo perché questa è la sede adatta, ma anche perché so di cosa sto parlando.

Le ricerche storico-giuridiche che svolgo da una vita mi hanno consentito di scoprire perché l’esperienza giuridica reca raramente la traccia del prodursi, con l’immediatezza del caffè liofilizzato, di rotture epocali concentrate in un solo evento, come l’entrata in vigore di una Costituzione che polemizza apertamente col passato. Infatti, l’evoluzione del diritto vivente è saldamente presidiato da una cabina di regia affollata da interpreti che in altra occasione ho chiamato “tessitori”. Li ho chiamati così perché sono inclini a riannodare piuttosto che a tagliare i fili del discorso giuridico; il che ha finito per alimentare una vera e propria vocazione di ceto la cui condivisione – nonostante i gap generazionali e i differenti contesti di appartenenza – induce gli operatori giuridici ad azionare la spola in modo che il loro avvicendarsi al telaio non provochi brusche lacerazioni nella trama dell’ordito. Infatti, non è sufficiente affermare che il lavoro, una volta issato nelle zone alpine della carta costituzionale come è successo da noi in forma particolarmente intensa, ha visto il suo diritto diventare maggiorenne. Resta il fatto che gli è stata negatala chance di dimostrare cosa poteva dare da grande perché, subito dopo aver raggiunto l’età adulta, è stato scaraventato in una durissima fase recessiva. Come dire che, sebbene la nostra Costituzione abbia segnato più marcatamente di altre un nuovo inizio del diritto del lavoro, è un errore enfatizzare l’evento. La verità è che il nuovo inizio ha avuto una fine precoce. Infatti, il diritto del lavoro non ha cessato di soggiornare in territori assiduamente frequentati dalla mono-cultura della giusprivatistica, secondo la quale il lavoro avrebbe bussato alla porta della storia giuridica per farsi avvolgere nel cellophane delle categorie tecnico-concettuali del diritto dei contratti tra privati.

 

 

5. Per questo, i giuristi – mica tanti, peraltro – che nel dopoguerra si aspettavano un diritto del lavoro al passo con la Costituzione, e alla sua altezza, l’hanno condannato a consegnarsi alla storia come un diritto con un grande futuro alle spalle, pur essendo certi del contrario. Questa è una contraddizione di fondo ed è su di essa che bisogna interrogarsi per spiegare come mai seguitassero ad attribuirgli la dirompente potenzialità che non possedeva né poteva possedere in ragione della sua matrice compromissoria – oltretutto in una situazione di persistente (tranne brevi tratti) squilibrio dei rapporti di forza.

La contraddizione era dovuta ad una imperfezione ottica generata dalla loro formazione culturale e anzi dalla loro stessa biografia. Era infatti una specie di strabismo che li portava a guardare altrove, e pensare ad altro,soprattutto quando parlavano di diritto del lavoro. Come dire:l’oggetto stesso dei loro discorsi li incentivava a valorizzarne la connessione con l’azione, che essi giudicavano benefica, dei suoi artefici e garanti e – per effetto di un transfert, non solo né sempre subliminale – attribuivano al diritto del lavoro la valenza di segno positivo che, invece, a loro avviso era l’attributo dell’azione dei partiti di massa della sinistra e dei sindacati i quali, assicurando al lavoro la rappresentanza a struttura binaria idonea a metterlo nella condizione di competere col capitale, avevano sponsorizzato e avviato alla maturità il “suo” diritto. Un diritto la cui prossimità con l’ambiente esterno, nell’impossibilità di esercitare un’actio finium regundorum in grado di tracciare netti confini, se non sospinge l’interprete alla militanza, certamente gli impedisce di occultare la sua collocazione politica, sia essa di sinistra o di destra. Così, non è un dettaglio che a Gino Giugni, il quale diceva spesso di sé: «non saprò mai se sono un giurista prestato alla politica o un politico prestato al diritto», nel 2000 io abbia dedicato uno scritto col titolo Elogio del compagno professore. Né è secondario che, nel tentativo (peraltro, riuscitissimo) di tracciare l’orizzonte di senso di un’intera esperienza esistenziale, un intellettuale dell’area giuridica come Luigi Mariucci abbia rilasciato alla sua rivista una confessione d’inusuale franchezza: «per me, il diritto del lavoro ha costituito un succedaneo della mia inclinazione alla politica», anche se «ha funzionato come può funzionare il metadone per un tossico-dipendente».

Adesso, ad ogni modo, la sinistra politica ha fatto la fine del giovane arruolato allo scoppio della guerra, spedito al fronte e mai tornato a casa: c’è chi dice che sia morto e c’è chi dice che sia caduto ostaggio del nemico, ma è diffusa anche l’opinione che abbia disertato. Mentre dalla residua rappresentanza sociale giunge – non solo per limiti propri, ma (come in Italia) anche a causa della sua interna rissosità – un confuso vociare intraducibile in un’idea capace di illuminare il cammino della transizione che stanno compiendo il lavoro e il suo diritto.

 

 

6. Ecco, esposte in rapida sintesi, le ragioni che vietano di stupirsi se, nel mutato contesto politico-sindacale e culturale, anche nel mondo del lavoro il dissenso è non solo minoritario – come, del resto,tendenzialmente è sempre stato – ma anche balbettante.

Fascicolo 4/2015
Editoriale
di Renato Rodorf
Obiettivo 1
Il valore del dissenso
di Andrea Natale
di Roberto Zaccaria

In questo contributo, l’Autore enuclea una serie di sedi – istituzionali e sociali - nelle quali si pone il problema della tutela dell’opinione minoritaria, richiamando quale sia il fondamento costituzionale che impone la tutela del dissenso e quali siano i limiti costituzionalmente accettabili che possono essere posti al suo esercizio. Il contributo registra poi la tendenza a comprimere sempre più nei processi decisionali delle istituzioni lo spazio di espressione del dissenso (a vantaggio della governabilità); con il rischio però di rendere la democrazia sempre meno contendibile. Nel contributo si prende poi in esame (con preoccupata attenzione) quanto le recenti riforme (elettorale, costituzionale, del sistema di governance della Rai) rischino di marginalizzare sempre più chi è fuori dalle maggioranze consolidate.

di Massimo Villone

In questo contributo, l’Autore ragiona sulle recenti trasformazioni della vita parlamentare e di quella all’interno dei partiti; l’Autore rileva dunque – da una pluralità di elementi – che, anche nelle istituzioni rappresentative, abitate da parlamentari eletti senza vincolo di mandato, sempre più si tende a tacitare chi non aderisce “perfettamente” alla linea dettata dalle leadership parlamentari o di partito o chi – dai banchi dell’opposizione (o da quelli di una maggioranza “critica”) tenta di emendare disegni di riforma proposti dal Governo. E così il dissenso spesso viene soffocato con la sostituzione di membri di una commissione parlamentare, proliferare di questioni di fiducia (poste anche su temi che riguardano “le regole del gioco”), proposizione di maxi-emendamenti (sino al caso del «maxi-canguro») che hanno l’effetto di far decadere tutti gli altri (tra i quali, spesso, quelli “scomodi”).

di Umberto Romagnoli

Gli interessi del datore di lavoro e quelli del lavoratore non sempre coincidono e – nel rapporto di lavoro – esiste una parte forte e una categoria sottoprotetta. In questo contributo, l’Autore segue la traiettoria del diritto del lavoro, dalla legislazione corporativa alle speranze indotte dalla Carta costituzionale, sino alla constatazione del fatto che, oggi, tornano a prevalere le logiche economiche. E qui si innesta una riflessione sul senso profondo di una disciplina – quella del diritto del lavoro – che sempre più sembra faticare a trovare una propria missione. Per adempiere alla sua funzione di garanzia, il diritto del lavoro deve godere di consenso nella società, nelle istituzioni e nell’accademia. Ma una società sempre più stretta dalla crisi, un’accademia sempre meno incline a riconoscere la speciale autonomia del diritto del lavoro non sembrano in grado di garantire questa base di consenso. Per dirla con l’Autore, sembra che «il lavoro abbia potuto rompere un millenario silenzio a condizione di metabolizzare il divieto di non alzare troppo la voce».

di Marco Pelissero

In questo contributo, l’Autore mette in evidenza come – al di là delle declamazioni di principio – l’art. 21 Cost. e la tutela che esso offre alla libertà di espressione possa essere messo seriamente in discussione dallo strumento penale; l’Autore constata, anzitutto, come la categoria dei reati di opinione attinga a criteri valutativi pregiuridici, tanto nella definizione dei suoi confini, quanto nella sua pratica applicazione; l’Autore registra poi – come un dato di fatto – la sostanziale continuità riscontrabile tra l’assetto ereditato dal regime fascista e norme sul controllo penale del dissenso vigenti in epoca repubblicana. L’Autore passa poi in rassegna una serie di fattispecie che, tuttora, criminalizzano la manifestazione di pensieri “scomodi”, interrogandosi – per ciascuna – se esse si fondino su una necessità costituzionale di repressione penale o se, viceversa, si possa rinunziare in una democrazia matura - almeno per alcune incriminazioni - allo strumento penale.

di Elisabetta Grande

Il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero fa parte del DNA delle istituzioni statunitensi, ricevendo esplicita protezione sin dal 1791. Tuttavia – osserva l’Autrice in questo contributo – occorre considerare che, ove non ne venga garantita l’effettività, la proclamazione di un diritto può rivestire una funzione puramente retorica e, dunque, di dubbia concludenza. E, così, in questo contributo, si passano in rassegna tanto le decisioni della Corte Suprema che hanno effettivamente garantito un ampio spazio all’espressione del dissenso, quanto le decisioni che, con diversi strumenti interpretativi, hanno infine compresso la formazione ed espressione di opinioni minoritarie. E l’Autrice ci consegna questa riflessione attraverso una lettura degli orientamenti giurisprudenziali condotta in parallelo con gli eventi della storia.

di Silvia Niccolai

Dei pregi e dei difetti immediati che deriverebbero dall’introduzione nel nostro ordinamento della dissenting opinion si è già detto molto (soprattutto con riferimento alla giurisprudenza costituzionale). In questo contributo, l’Autrice – prendendo come un dato di fatto il mancato ricorso a tale strumento nelle nostre istituzioni – ragiona sulle ragioni culturali profonde di tale ritrosia. Ripercorrendo allora vari filoni di pensiero (storico-comparatistico e costituzionalistico), l’Autrice giunge ad ipotizzare che – dietro la scelta (o non scelta) di non introdurre nel nostro sistema la dissenting opinion – si celi una precisa visione dei rapporti tra legge e diritto (con il prevalere di una visione imperativistica e esclusivamente legalistica del diritto) e della stessa funzione del giudice (anche costituzionale): mero esecutore della legge o creatore (con il legislatore) del diritto; non senza notare, però, che il dissenso nella pratica giudiziaria sarebbe coerente con la nostra esperienza storica e potrebbe dare un importante contributo ad una istanza di garanzia coessenziale alla giustizia (l’arginare i possibili abusi degli organi di governo).

di Daniela Piana e Leonardo Morlino

In questo contributo, gli Autori inquadrano prima da un punto di vista teorico il valore del dissenso all’interno della teoria democratica; passano poi ad indagare quali siano gli effetti benefici del pluralismo e del conflitto inter-istituzionale e intra-istituzionale, soffermandosi poi ad indagare sulle dinamiche di conflitto che coinvolgono l’istituzione giudiziaria (rispetto ad altre istituzioni) e su quelle che si verificano all’interno di questa istituzione.

Il contributo si chiude rilevando un apparente paradosso: il dissenso – pur espletando un’importante funzione di autocorrezione e auto-mutamento all’interno del regime democratico – rischia, ove esasperati i momenti di conflittualità, di comportare dei costi sul piano della stessa legittimazione delle istituzioni (e sulla fiducia che, in esse, i cittadini ripongono, come forse avvenuto nel caso del calo di fiducia nella magistratura).

di Giovanni Palombarini e Gianfranco Viglietta

In questo contributo, gli Autori ripercorrono l’esperienza di Magistratura democratica e ricordano come – tra i suoi elementi fondativi – vi sia stata la scelta di campo in favore di un garantismo di impronta liberaldemocratica e una caparbia attenzione alla tutela della manifestazione del pensiero.

Da qui – in un affresco di quella difficile stagione – gli Autori muovono per ricordare le nette prese di posizione di Magistratura democratica contro alcune iniziative giudiziarie che comprimevano tale libertà, l’impegno di Magistratura democratica per l’abrogazione dei reati di opinione e il prezzo che i suoi aderenti dovettero pagare.

Gli Autori concludono il loro contributo registrando – come un dato di fatto – il diverso atteggiamento che Magistratura democratica ha recentemente assunto in relazione a procedimenti penali scaturiti a seguito della manifestazione di un pensiero.

Obiettivo 2
Il punto sul processo civile
di Luca Minniti
di Remo Caponi

L’Autore richiamati i tratti essenziali del processo ordinario di cognizione e puntualizzati gli elementi distintivi che differenziano i modelli di processo ordinario di cognizione adottati nei diversi Paesi, evidenzia che la tendenza prevalente a livello europeo promuove una disciplina elastica del processo a cognizione piena, che affida lo svolgimento alle determinazioni discrezionali del giudice nel caso concreto. In questa direzione l’Autore mette in rilievo il portato della recente introduzione dell’art. 183 bis cpc (convertibilità in sommario del rito ordinario) e saluta con favore l’annunciata modifica della fase introduttiva che a suo avviso marcia nella direzione della valorizzazione della udienza principale.

In conclusione l’Autore rappresenta problematicamente la discrasia tra obiettivi perseguiti dal disegno di legge delega del Governo e strumenti proposti.

di Elena Riva Crugnola

L’autore nella prima parte del suo intervento tratta le questioni concernenti il modello e la struttura del processo di cognizione ordinario e rileva che in ordine al processo di cognizione di primo grado il principio/criterio direttivo contenuto nella delega è generico e tale da non consentire alcuna ragionevole previsione circa il contenuto delle future norme delegate, ricavabile solo dalla lettura della relazione. Nel merito delle scelte operate dalla relazione (e non dal ddl) nega decisamente che ci si possa attendere alcuna “accelerazione evidente” dei tempi processuali in dipendenza delle modifiche proposte. Ed in ciò richiama l’esperienza, rimossa dal legislatore, del cd rito societario di cui al dlgs n. 5/2003. Secondo l’autore lo scambio di atti difensivi, anticipati rispetto alla comparizione dei difensori avanti al giudice è inefficiente costoso ed inutile. Ma segnala che tutta l’impostazione della Relazione al ddl dimostra la sua lontananza dalle aule giudiziarie di primo grado, appare volta a consolidare le prassi meno efficaci in termini di tempi complessivi di definizione, enfatizzando una trattazione scritta “anticipata” e “obbligata”, trascurando il pregio di una conduzione della trattazione orientata alla formazione progressiva della decisione, nel dialogo tra parti e giudice.

Nella seconda parte invece, ove la delega ha un contenuto effettivo, Riva Crugnola analizza nel dettaglio le proposte di modifica della disciplina del Tribunale delle imprese e alcune sue criticità in relazione alle quali formula puntuali osservazioni anche propositive.

di Annamaria Casadonte

Il disegno di legge di delega presentato dal Governo presentato l’11.3.2015 prevede l’istituzione presso i tribunali ordinari della sezione specializzata per la famiglia e la persona, cui vengono accorpate una serie di competenze già devolute al tribunale ordinario in materia di stato, capacità delle persone, separazione, divorzio, figli nati fuori dal matrimonio, procedimenti di competenza del giudice tutelare e quelli di cui all’art. 38 disp att cc non di competenza del tribunale per i minorenni, secondo la modifica restrittiva che viene pure prevista dalla delega.

La delega opta per il mantenimento delle competenze civili in capo al tribunale per i minorenni, con particolare riguardo alla materia del pregiudizio del minore (artt.330 e 333 cc, quest’ultimo al di fuori dei casi trattati avanti al tribunale ordinario).

La soluzione va a discapito del principio di concentrazione delle tutele e non appare idonea a realizzare la ratio di un processo comprensibile e spedito, che pure il legislatore delegante si prefigge.

di Domenico Dalfino

Nel corso degli ultimi decenni, a fronte della perdurante crisi della giustizia civile, definitivamente accantonate le tesi “iconoclastiche” favorevoli alla soppressione dell’appello, i dubbi degli interpreti si sono polarizzati sull’adesione al modello della revisio prioris instantiae o a quello del novum iudicium, sebbene il sistema vigente e il «diritto vivente» propendano evidentemente per il primo, mentre taluni recenti progetti di riforma puntano a trasformarlo in una sorta di azione di impugnativa. A ben vedere, se un secondo grado totalmente chiuso ai nova sembra inidoneo a perseguire la giustizia della decisione, non va neppure assolutizzata la questione dell’inquadramento nell’uno o nell’altro modello d’impugnazione, giacché l’efficienza del giudizio dipende principalmente dalla virtuosa organizzazione degli uffici e dall’adeguata allocazione delle risorse.

di Giulio Cataldi

L'Autore sottolinea da una parte come sarebbe stato necessario, prima di proporre una nuova modifica del giudizio di appello, verificare in concreto come la riforma del 2012 stia incidendo sul complessivo andamento dei giudizi in appello con attenzione alle differenti prassi adottate nelle Corti.

Dall'altra evidenzia la problematicità di una ulteriore chiusura di spazi di rivisitazione del materiale esaminato in primo grado e della soppressione dell’inammissibilità per improbabilità di accoglimento dell’appello.

di Piero Curzio

La crisi del giudizio di cassazione ha origine nell’eccessivo numero di ricorsi. Deve essere affrontata partendo da scelte che conducano la Corte ad essere solo giudice di legittimità, il cui compito è quell’unificazione dell’interpretazione senza la quale il principio di uguaglianza viene leso proprio nella sede più delicata costituita dall’applicazione giurisprudenziale delle norme. A tal fine è necessario che il ricorso per cassazione sia proponibile solo per violazione di legge, come sancito dalla Costituzione, senza ampliamenti, o, quanto meno, è necessario che il legislatore non contraddica con nuovi interventi estensivi le scelte in senso restrittivo fatte solo pochi anni fa. Ma è poi assolutamente indispensabile l’adozione di misure “non legislative”, strutturali ed organizzative, sostenute con investimenti seri in termini di risorse umane ed economiche.

di Giorgio Costantino

Si riferisce dello stato delle proposte di legge pendenti in Parlamento. Si dà conto della successione delle riforme del procedimento di legittimità. Si indicano le soluzioni accolte dalla Corte sulle più recenti riforme. Si auspica un improbabile intervento di razionalizzazione della disciplina processuale e si ricorda il potere di autoregolazione delle corti supreme. Si conclude segnalando i limiti e le conseguenze di una modifica della Costituzione in funzione di una restrizione dell’accesso alla Corte.

di Francesco Vigorito

Negli ultimi venti anni vi è stata ad una profonda trasformazione della disciplina dell’esecuzione forzata civile nel tentativo, che finora ha portato a risultati limitati, di portare il sistema italiano più vicino ai modelli esteri per tempi ed efficacia dei procedimenti. L’esigenza è nata dalla considerazione che il sistema del recupero dei crediti costituisce un parametro importante per l’intera economia del Paese; il ritardo in questo settore comporta, quindi, un grave danno in termini macroeconomici. Le molteplici riforme di questi anni hanno riguardato tutti i settori del processo esecutivo: basta scorrere il libro terzo del codice di procedura civile per rilevare che tutti gli istituti generali e la gran parte dei procedimenti esecutivi sono stati modificati. Non tutte le riforme sono state efficaci né tecnicamente impeccabili e, tuttavia, sarebbe opportuna una fase di applicazione pratica della nuova disciplina prima di pensare ad ulteriori interventi normativi. Resta, per un verso, l’esigenza di effettuare qualche intervento, anche urgente, su norme di dettaglio allo scopo di eliminare alcune contraddizioni esistenti nella normativa e di correggere disposizioni che comportano, tra l’altro, pesanti aggravi per la finanza pubblica e, per altro verso, di iniziare ad esplorare la possibilità di interventi di sistema che ridefiniscano l’ambito delle esecuzioni mobiliari e, per le esecuzioni immobiliari, prevedano, una volta accertato il disinteresse del mercato per l’immobile, modalità nuove di liquidazione dei beni.

di Bruno Capponi

Lo scritto esamina con sguardo d’insieme le riforme del processo esecutivo dalla metà degli anni ’80 ad oggi. Gli strumenti sono cambiati in corso d’opera: dalla legge ordinaria al decreto-legge sino alla legge di stabilità, con la conseguenza di aver consegnato nelle mani di pochi, fuori da qualsiasi controllo, la funzione di creazione di nuovo diritto. Il più grave e iterativo incidente di percorso è stato quello dell’espropriazione presso terzi, in cui sono stati importati istituti propri della cognizione (come il principio di non contestazione) che hanno, da un lato, reso impropriamente il terzo una parte dell’esecuzione e, dall’altro lato, costruito un modello all’esito del quale può risultare non identificato l’oggetto stesso del pignoramento. La rincorsa della competitività, della crescita economica, dell’efficienza nella realizzazione del credito ha fatto del giudice dell’esecuzione una sorta di indice istituzionale del Doing Business: col rischio che venga meno la sua posizione di terzietà, perché compito del giudice non è di sostenere la crescita economica del Paese ma far osservare in un processo di parti, qual è anche quello di esecuzione forzata, i principi di giustizia di derivazione costituzionale e anche comunitaria. Ulteriore rischio è quello del trasferimento fuori della giurisdizione di attività dell’esecuzione sempre più vaste: se la crescita economica dipende dalla tutela esecutiva del credito, presto verranno poste sul tappeto forme di autotutela che della massima efficienza – ma a detrimento delle garanzie del processo – faranno il loro segno distintivo.

di Angelo Danilo De Santis

L’applicazione pratica dell’insieme di regole costituenti l’apparato del processo civile telematico ha fatto emergere molte criticità, in parte preconizzate da quanti hanno assistito alla fase di gestazione del disomogeneo e complicato sistema della fonti. Nonostante le perplessità degli operatori del diritto e le resistenze a quello che non sempre viene percepito come un’occasione di miglioramento delle proprie condizioni di lavoro e di incremento di efficienza della giustizia, il Pct assurge a modello di riferimento anche per il processo amministrativo, tributario, contabile e, in parte, penale. L’ennesima riforma del processo civile, attualmente al vaglio delle commissioni parlamentari, reca con sé il germe di una rifondazione del sistema da compiersi nella consapevolezza che si tratta di un’occasione da non perdere.

di Pasquale Liccardo

L’individuazione delle possibili linee di sviluppo del processo telematico sia esso civile che penale, deve necessariamente muovere da una ricognizione della sua storia recente, dello stato attuale dei sistemi realizzati ed in corso di realizzazione, evidenziando l’intreccio realizzato tra norma, tecnologie ed istituzioni della giuridicità.

Le attività in corso sono state oggetto di analitica esposizione nelle sedi istituzionali Qui si cercherà uno sguardo di insieme.

La difficoltà registrata dalle istituzioni della giuridicità nel terzo millennio nella loro relazione con il concreto non è episodica ma riflette la condizione stessa della modernità declinante ormai incapace di manifestare nella legge la propria ragione ordinante e giustificatrice del mondo: si è interrotto il meccanismo di traduzione nella norma di concetti, di universi simbolici, di idee che hanno connotato per lungo tempo il processo di giuridificazione del concreto, sempre più lontano dalla norma statale per essere retto da regole prodotte dall’economia globalizzata, dal pragmatismo delle relazioni di forza, dallo specialismo delle tecniche contrattuali prive di ogni aspirazione valoriale: l’eccedenza del mondo dal diritto non può essere colmata dalle sole tecnologie ma semmai per il loro tramite letta.

Obiettivo 3
Associazionismo giudiziario
di Carlo De Chiara
di Luigi Ferrajoli

L’associazionismo giudiziario è stato un potente fattore di cambiamento e di democratizzazione della magistratura, secondo il disegno del Costituente: all’interno di essa, con il superamento della gerarchia e l’affermazione dell’eguaglianza di tutti i magistrati, distinti soltanto per le loro funzioni, e, all’esterno, con l’impegno civile dei magistrati per l’inveramento dei valori costituzionali, in cui si è specialmente distinta Magistratura democratica. La quale deve sapersi liberare con decisione della minaccia all’uguaglianza, e quindi all’indipendenza interna, costituita dalle varie forme di riemergente carrierismo, che non l’hanno risparmiata, e deve svolgere il suo ruolo storico di contrasto dei plurimi rischi di involuzione della magistratura: da quello burocratico, a quello “bellicista”, a quello neocorporativo.

di Giuseppe Cascini

Le ragioni della crisi attuale di Magistratura democratica, iscritte nella crisi dell’associazionismo giudiziario in generale, possono essere ricercate nella difficoltà di definire un modo “diverso” di gestire il potere, oggi affidato anche a suoi esponenti all’interno degli uffici giudiziari, ma anche in altre ragioni che riguardano la magistratura in generale: la declinazione dell’uguaglianza interna come disattenzione alla professionalità e all’efficienza del servizio reso ai cittadini; l’attacco violento della politica e il patto consociativo-corporativo di riflesso scattato all’interno della magistratura; l’aggravarsi quantitativo e qualitativo delle condizioni di lavoro e il fallimento dei tentativi di rispondere efficacemente all’attenzione sempre maggiore dell’opinione pubblica al problema dei tempi della giustizia; la riforma dell’ordinamento giudiziario del 2006, il cui risultato è stata l’accentuazione degli aspetti deteriori della magistratura italiana (carrierismo, gerarchia interna, conformismo, clientelismo).

Compito di Md e di Area, per superare la crisi, è elaborare un progetto per ricostruire un modello di magistratura democratico, partecipato, aperto, ma allo stesso tempo non corporativo e sensibile ai diritti degli utenti e alla qualità del servizio reso: un progetto che preveda, per cominciare, l’abolizione dei pareri dei capi degli uffici e dei giudizi sulle valutazioni di professionalità (inutili in sé e fonte indiretta di conformismo e infeudamento) e la realizzazione di una effettiva temporaneità negli incarichi direttivi.

di Lionello Mancini

Che le correnti della magistratura politicizzino la giurisdizione, torcendo le inchieste o i processi verso obiettivi di parte, è un falso diffuso ad arte dagli ambienti politici e dalla stampa soprattutto (ma non esclusivamente) di centrodestra.

Altri sono, invece, e più gravi, i guasti del “correntismo” della magistratura: le pure logiche di spartizione del potere, che affondano le radici nella fragilità culturale di tutti i gruppi, intralciano il percorso di miglioramento del servizio giustizia, e l’autoreferenzialità della “casta” alimenta la questione morale.

di Enrico Manzon

In vista delle elezioni per il Comitato direttico centrale dell’Anm del prossimo anno, ragionare sulle prospettive dell’associazionismo giudiziario e sul ruolo di Area all’interno di esso implica una precisa, attualizzata analisi dello “stato” della magistratura italiana. Che è cambiata nel profondo e non sempre in meglio. Non comprendere a fondo la “cifra” di questo mutamento e, allo stesso tempo, non fare una calibrata, costruttiva autocritica, può comportare seri problemi ed altrettanto gravi danni per un indirizzo di politica associativa coerente con i nostri principi ed i nostri valori, quali “ereditati” da Md e dal Movimento per la giustizia, ora transitati in Area. Molti magistrati, giovani e meno giovani, continuano a guardare con rispetto ed attenzione alla tradizione migliore dell’Anm, della quale quei principi e quei valori sono parte essenziale, ma chiedono alla nostra Associazione un “cambio di passo”. La tesi è dunque che Area abbia prospetticamente le maggiori e migliori chance per tenere insieme nell’azione associativa l’ interesse dei magistrati/della magistratura con le aspettative della collettività nazionale all’efficienza ed alla qualità del servizio giudiziario. Il corollario è che ciò sia doverosamente praticabile negli assetti associativi che verranno. La condizione predicata è che si mettano in campo idee nuove e che si facciamo scelte adeguate al tempo presente, ma soprattutto a quello futuro. Senza incertezze, con coraggio.

di Rocco Gustavo Maruotti

I magistrati più giovani, se avvertono normalmente il richiamo dell’Anm, vista come “casa comune” e autorevole riferimento identitario, altrettanto normalmente rifuggono, invece, dall’impegno nelle “correnti” che animano l’Associazione. Le ragioni spaziano dalla maggiore maturità delle nuove leve della magistratura (che, per le modalità del concorso, vi approdano in genere a un’età più avanzata rispetto al passato), che induce a scelte mediate e consapevoli, piuttosto che a giovanili entusiasmi; al coinvolgimento delle correnti nel conflitto con la politica, visto come un appannamento, comunque, della “sacralità” della funzione giudiziaria. Ma, soprattutto, ciò che allontana i magistrati più giovani dalle correnti è il malcostume cui esse si sono abbandonate nella gestione del potere di autogoverno, anzitutto nelle nomine a uffici direttivi o altrimenti prestigiosi.

di Tommaso Giovannetti

C’è una parola che descrive bene il rapporto tra il magistrato ordinario in tirocinio e tutto ciò che riguarda l’ordinamento giudiziario, il mondo dell’associazionismo ed il fenomeno delle correnti: distanza.

Distanza da alcuni poi coltivata come un bene da preservare; da altri vista come un vuoto da colmare; da altri ancora vissuta con sostanziale indifferenza. Generale è, comunque, nei nuovi magistrati il genuino desiderio di imparare e di formarsi professionalmente, sia pure con attenzione quasi esclusiva agli aspetti tecnico-giuridici della formazione e con assai scarso interesse per le implicazioni del quadro ordinamentale in cui il magistrato si colloca.

Per sollecitare il loro interesse su quest’ultimo versante, potrebbe essere preziosa la partecipazione ai momenti di discussione che si svolgono nell’ambito dei gruppi associativi, come l’autore ha avuto modo di sperimentare di persona avvicinandosi a uno di essi.

di Valerio Savio

L’enorme rilievo delle elezioni per il CdC – Sullo sfondo del dilemma culturale di sempre “magistrati o funzionari?”, l’Anm ad un bivio storico: sposare o rifiutare la deriva neocorporativa. Il rischio che le spinte neo-corporative si saldino con le aspettative di larga parte delle forze politiche ad un ridimensionamento del protagonismo politico-istituzionale della magistratura. L’idea di giurisdizione che dobbiamo combattere. Gli impraticabili “carichi esigibili”: incompatibili con l’idea stessa di giurisdizione quale potere costituzionale inerente la sovranità dello Stato, volano e simbolo della resa senza condizioni alla definitiva burocratizzazione della magistratura, leva su cui fondare la mutazione genetica della natura e della funzione dell’Anm. Per Area l’esigenza identitaria di non confondere la sua proposta con nulla che li richiami. Le linee di un programma che rifiutando il neocorporativismo e mantenendo il profilo “storico” dell’associazionismo nella difesa degli assetti costituzionali della giurisdizione accetti la sfida di una Anm impegnata con forza sulle condizioni di lavoro così come sulla questione morale e sull’autoriforma del governo autonomo. Per Area in Anm, tre linee guida: operare in primo luogo per restare al governo dell’Associazione cercando la più ampia convergenza possibile, mediare ma senza compromessi con il corporativismo, rivendicare il valore storico, per la giurisdizione, di ciò che si è fatto nell’alleanza con UpC. La composizione della lista. La natura e la gravosità dell’impegno del singolo in CdC ed in Gec.

di Antonella Meniconi

L’associazionismo giudiziario ha avuto, fin dal 1909, un ruolo importante nella storia della magistratura italiana con la fondazione dell’Agmi, ma non si è trattato, da subito, di un percorso facile. Nel 1925, con “l’autoscioglimento” dell’Associazione, i suoi dirigenti furono espulsi dal corpo giudiziario e solo al termine della guerra, nel 1945, si potette ricostituire l’Anm.

Pesavano, però, sul nuovo soggetto non solo l’eredità virtuosa della partecipazione di molti alla Resistenza, ma anche l’intrinseco rapporto che altri, in specie alti magistrati, avevano intrattenuto con il regime fascista.

La lenta attuazione della Costituzione, con l’istituzione solo nel 1958 del Csm, nascose, in realtà, anche nella magistratura, una lotta sorda tra “innovatori” e “conservatori”. Solo negli anni Sessanta, l’entrata in ruolo di una nuova generazione favorì anche l’inveramento dei valori costituzionali.

È precisamente in questa chiave che ancora oggi il ruolo del magistrato e il suo impegno nelle correnti giudiziarie può avere un ruolo “politico”, ovvero costituzionale.

Cronache americane
di Luigi Marini

Le complessità proprie del riconoscimento e della tutela dei diritti conoscono a livello sovrannazionale un moltiplicatore che risente anche delle differenze di luoghi e tempi che segnano i processi decisionali. Il rapporto fra Assemblea generale e organi ausiliari e i gradi di rilevanza autonoma di questi ultimi rispetto ai compiti di indirizzo e di consolidamento della prima costituiscono fattori importanti allorché si esaminano le Nazioni Unite quale entità che opera per la promozione dei diritti e della pace. Una prima lettura dei percorsi decisionali e della molteplicità degli attori istituzionali può aiutare a introdurre un tema meritevole di ulteriori analisi.

ARCHIVIO
Fascicolo 2/2018
L'ospite straniero.
La protezione internazionale
nel sistema multilivello di tutela
dei diritti fondamentali
Fascicolo 1/2018
Il pubblico ministero nella giurisdizione
La responsabilità civile fra il giudice e la legge
Fascicolo 4/2017
L’orgoglio dell’autogoverno
una sfida possibile per i 60 anni del Csm
Fascicolo 3/2017
A cosa serve la Corte di cassazione?
Le banche, poteri forti e diritti deboli
Fascicolo 2/2017
Le nuove disuguaglianze
Beni comuni

Dedicato a Stefano Rodotà
Fascicolo 1/2017
Il diritto di Crono
Il multiculturalismo e le Corti
Fascicolo 4/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Il giudice e la legge
Fascicolo 3/2016
La giustizia tributaria
La riforma della magistratura onoraria
Fascicolo 2/2016
VERSO IL REFERENDUM COSTITUZIONALE
Forme di governo,
modelli di democrazia
IL CORPO
Anatomia dei diritti
Fascicolo 1/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Formazione giudiziaria:
bilancio e prospettive
Fascicolo 4/2015
Il valore del dissenso
Il punto sul processo civile
Associazionismo giudiziario
Fascicolo 3/2015
Il diritto del lavoro alla prova del Jobs Act
Unitarietà della giurisdizione
Riforma della responsabilità civile
Fascicolo 2/2015
NUMERO MONOGRAFICO
Al centesimo catenaccio
40 anni di ordinamento penitenziario
Fascicolo 1/2015
Dialoghi sui diritti umani
I diritti fondamentali tra obblighi internazionali e Costituzione
La risoluzione amichevole dei conflitti
Schede di ordinamento giudiziario aggiornate al gennaio 2015
Il volume costituisce un'utile panoramica dei metodi di contrasto alla criminalità mafiosa e degli strumenti di prevenzione
Numero speciale di Questione Giustizia in formato digitale con atti, relazioni e dati sul sistema delle misure cautelari personali