Rivista trimestrale
Fascicolo 1/2016
Formazione ed Europa: esperienze a confronto

L’Ecole nationale de la magistrature, attraverso mezzo secolo di storia: risultati, sfide, prospettive *

di Simone Gaboriau **

Le righe che seguono sono il risultato di una riflessione fondata su una triplice esperienza: quella di 40 anni di magistratura in Francia in diverse funzioni e luoghi, quella di un costante impegno in seno all’Unione dei giudici ed a Medel e quella di missioni di audit in vari Paesi, tra cui la Serbia (per Medel) e, più di recente, la Tunisia, per le Istituzioni europee.

Esse sono state ispirate da numerose fonti normative, ovvero dai testi elaborati dal Syndicat de la magistrature o da Medel, o da molti altri ancora, tra cui l’intervento di Denis Salas al convegno organizzato a Belgrado nel mese di luglio 2014 dall’Associazione dei giudici serbi.

Introduzione

La giustizia gioca un ruolo chiave nello Stato di diritto. Il principio della preminenza del diritto e la promozione e la protezione dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali si possono concretizzare solo facendo affidamento su un potere giudiziario forte e indipendente. «In sostanza, la giustizia è una cultura»[1]. La trasmissione di questa cultura ha seguito, nel corso della storia, evoluzioni più o meno profonde nei diversi Paesi. La trasmissione di questa cultura non è altro che la formazione, che è strettamente legata alle modalità di reclutamento. La formazione di giudici è una necessità per un mestiere senza eguali. Questo mestiere è senza eguali perché si tratta di esercitare un “potere terzo”, per riprendere l’espressione di Denis Salas[2]. Tanto nei Paesi di common law quanto in quelli di civil law, la formazione ed il suo antecedente, il reclutamento, costituiscono, in ultima analisi, imperativi comuni, ad onta delle differenti modalità. La Francia ha optato per una Scuola specifica, che merita di essere presentata nel contesto, nondimeno, di una analisi critica. È necessario, inoltre, inserire questo approccio francese nell’ambito di una riflessione profonda, di portata più universale, sulla formazione dei magistrati.

1. La creazione di una Scuola in Francia: la storia di una profonda trasformazione

Siamo convinti, in Francia, che il nostro Paese è stato il primo a creare una Scuola di formazione per tutti i futuri giudici, che garantisce anche la formazione continua dei giudici in servizio, e siamo orgogliosi di poter dire che questo “modello” è prosperato in molti Paesi.

Fondata o no, questa soddisfazione riflette l’aspetto innovativo di tale creazione, che ha fatto seguito ad un lungo passato connotato dalla trasmissione per via familiare e sociale del “capitale culturale” delle funzioni dei magistrati.

1.1. La formazione dei magistrati: una preoccupazione risalente all’ancien régime, che si basava sulla riproduzione da parte degli “eredi”

Anche sotto l’ancien régime – rispetto al quale non ci poniamo in totale discontinuità - questo problema era diventato importante, come ben espresso nel 1716 dal Cancelliere di Aguesseau nelle sue «Instructions sur les études propres à former un magistrat»[3]: «L’essenziale è stilare, innanzitutto, un piano generale degli studi che si stanno per intraprendere; seguire questo piano con ordine e fedeltà, e soprattutto non spaventarsi della sua portata. Non si tratta del lavoro di un giorno e neanche di un anno; ma per quanto lungo esso possa essere, se si riesce ad eseguirne ogni giorno una parte, ci si troverà nella condizione di coloro che, nei lavori che mettono in cantiere, seguono sempre un buon piano senza avere necessità di cambiarlo». Ed uno degli obiettivi di questa formazione era quello di mettere il giudice «in condizione di separare, nel coacervo delle leggi, ciò che appartiene alla giustizia naturale ed immutabile da ciò che è il prodotto di una volontà positiva ed arbitraria[4]». Queste istruzioni erano dirette ai suoi figli, ai quali egli trasmetteva, in questo modo, una cultura familiare.

Certo, i magistrati dei parlamenti dell’ancien régime costituivano una casta familiare e sociale, ma tra di loro vi erano uomini illuminati, gli uomini delle Lumières, di cui Montesquieu, con la sua immensa opera filosofica, è il rappresentante più brillante e famoso; il Cancelliere d’Aguesseau, dal canto suo, ha consacrato il proprio impegno ad articoli di dottrina ed a requisitorie[5], con un esame approfondito della legge e dell’arte di giudicare.

1.2. Dopo il periodo rivoluzionario: una rottura meno apparente di quanto sembri; la persistenza di una formazione fondata sulla riproduzione sociale e familiare

Diffidando dei parlamenti che si erano dimostrati indipendenti nei confronti del potere reale e temendo di dovere nuovamente confrontarsi con una simile evenienza, i rivoluzionari francesi posero fine ai parlamenti. Inoltre, essi negarono qualsiasi legittimità democratica ai tribunali sognando, nel restituire il potere al popolo, di creare un diritto «semplice come la natura». È così che rifiutarono il concetto stesso di giurisprudenza: «Questa parola, giurisprudenza, deve essere cancellata dalla nostra lingua. In uno Stato che ha una Costituzione, una legislazione, la giurisprudenza dei tribunali non è altro che la legge», proclamò Robespierre.

Dopo il grande sconvolgimento della rivoluzione che, il 4 agosto 1789, aveva, tra l’altro, abolito i «privilegi», ivi compresa la «venalità delle cariche», la magistratura che si insediò fu l’erede morale di quella dell’ancien régime.

Portalis, uno dei padri del codice civile, egli stesso figlio di un giureconsulto dell’ancien régime, diceva: «siamo fermamente convinti che la casa paterna è, rispetto ad ogni altro luogo, più favorevole a studi seri, più consona a disporre ad abitudini di ordine e di regolarità il figlio di un magistrato o di un giureconsulto».

E il graduale ammorbidimento dei metodi di interpretazione del diritto da parte del giudice, al quale il codice civile del 1804[6] aveva proibito il diniego di giustizia anche in presenza «del silenzio, dell’oscurità o dell’insufficienza della legge», aprì la strada ad una certa indipendenza normativa del magistrato.

Tale indipendenza, tuttavia, si era inserita in un sistema di autoriproduzione del sistema giudiziario, con una trasmissione per lignaggio della cultura, mentre, per contro, i poteri esecutivi forti e autocratici che si succedettero[7] nel 19° secolo conservarono la supremazia sulla giustizia.

1.3. La questione della formazione dei magistrati, strettamente legata alla duratura attesa dell’indipendenza della giustizia

Bisogna dire che la cultura politica francese era (ed è) profondamente segnata dalla filosofia politica del periodo rivoluzionario, che non riconosceva alcun autonomo potere alla giustizia. Questa cancellazione della giustizia è una caratteristica della matrice democratica francese, perché il concetto di «pesi e contrappesi» non ha mai avuto successo in Francia.

E la proclamazione, nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 26 agosto 1789, all’articolo 16[8], della separazione dei poteri ha dovuto convivere con l’assillo, spinto sino all’ossessione, del «governo dei giudici».

«Certamente», ha scritto il professore Pierre Lecoq[9], «nel vortice costituzionale che la Francia ha conosciuto a partire dal 1789 e fino al 1875, alcune costituzioni hanno potuto far trionfare la ragione, l’equilibrio tra i poteri, il principio della partecipazione dei giudici all’esercizio della sovranità, ma esse hanno avuto solo momentanea applicazione, insufficiente per impiantare nelle nostre istituzioni il potere giudiziario».

E come ricorda ancora il professor Pierre Lecoq, nella prima metà del XX secolo, agli occhi di una parte, non marginale, della dottrina la stessa teoria della separazione dei poteri sembrò compromettere l’unità dello Stato e probabilmente a votarlo all’impotenza.

Il Decano Duguitè era arrivato a scrivere che si trattava di «una teoria artificiale creata per falsificare le fonti della vita sociale e politica, irrimediabilmente condannata». Maurice Haurioune escludeva chiaramente la funzione giudiziaria, nel suo compendio di diritto costituzionale del 1929: «È giunto il momento di dichiarare apertamente che il regime democratico esclude il potere di giudicare dall’elenco dei poteri pubblici impegnati nel gioco politico della separazioni dei poteri».

La persistenza storica di questo desiderio di predominio sulla giustizia si è necessariamente ripercossa sulle modalità di reclutamento e di formazione dei giudici.

Certo, nel 1906, è stato istituito con decreto un concorso di accesso alla magistratura, ma due anni più tardi, questa misura è stata modificata «da un altro decreto che sostituisce un esame professionale al concorso permettendo così che continuino, senza molti ostacoli, il gioco delle raccomandazioni ed il controllo del potere politico sull’accesso alla magistratura». «Inoltre l’elenco delle persone che possono essere direttamente nominate alle funzioni giurisdizionali è stato esteso[10]».

E, fatta salva qualche eccezione, ci si trovava in questa situazione nel 1945.

1.4. La creazione di una scuola della magistratura nel 1958

Nel 1958, all’avvento della Costituzione della Quinta Repubblica e sulla scia della creazione della Scuola nazionale di amministrazione (ENA), l’istituzione di un centro di formazione unico per i futuri magistrati si è imposto al fine di conciliare la domanda sociale di una magistratura più aperta e la volontà politica di forgiare un nuovo ed unico corpo giudiziario dello Stato (in precedenza esistevano tre corpi, quello dei magistrati delle giurisdizioni metropolitane, quello dei giudici di pace – la giustizia di pace è stata abolita nel quadro della riforma globale della giustizia, pure intervenuta nel 1958, per diventare giustizia d’instance – e quello d’oltremare).

La creazione di una Scuola, che nel 1970 è stata definitivamente chiamata Scuola nazionale della magistratura (ENM), si è basata anche sul riconoscimento della competenza speciale di questo corpo, che coinvolge il passaggio all’interno di una specifica scuola di formazione professionale. Abbiamo sperato, d’altronde, che ne derivasse una ventata di aria fresca per affrontare una crisi di reclutamento, che ha interessato principalmente i candidati di sesso maschile; in effetti, la professione ha cominciato a femminilizzarsi[11], ciò che non ha mancato di inquietare alcuni presidenti della commissione dell’esame professionale[12].

In definitiva, il dibattito sull’opportunità di trasformare radicalmente le modalità di reclutamento e di formazione dei magistrati è durato 13 anni, dal 1945 al 1958. Alla fine, ci sono volute le ordinanze del 1958, emesse nel quadro dei pieni poteri conferiti al generale De Gaulle, perché una tale trasformazione fosse decisa. È così che il Centro nazionale di studi giudiziari è stato istituito con ordinanza del 22 dicembre 1958 sotto l’impulso di Michel Debré, uno dei padri della Costituzione del 4 ottobre 1958[13]. Sebbene detta Costituzione abbia ridotto la magistratura al rango di «autorità giudiziaria», eliminando dunque la qualificazione di «potere», Michel Debré stesso ha rifiutato l’idea, avanzata da alcuni, della creazione di una «sezione magistratura» all’interno dell’ENA, ritenendo «inadatta la collocazione dei magistrati in senso alla ENA», perché, ha detto, occorre «dare alla formazione dei magistrati, alla formazione morale dei magistrati un significato che, senza essere completamente opposto a quello della formazione dei funzionari, è nondimeno molto speciale».

Enunciato nel programma del Consiglio nazionale della resistenza, il desiderio di promuovere «una élite, non di nascita, ma di merito, costantemente rinnovata dagli apporti popolari» ha interessato il campo giudiziario al pari della funzione pubblica,al tempo attraversata da un vasto movimento di rinnovamento. Competenza e reclutamento democratico dovevano essere i tratti distintivi della magistratura. Un tale obiettivo, che animava il potere politico, è stato fatto proprio anche dai magistrati, un tempo silenziosi, che sostenevano l’ideologia della resistenza, mentre, per contro, la gerarchia era più o meno in stato di shock, anche perché si discuteva assai vivacemente del ruolo della magistratura sotto l’occupazione.

Del resto, la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 26 agosto 1789 proclamava, all’articolo 6: «Tutti i cittadini, essendo uguali ai suoi (della legge) occhi, possono parimenti accedere a tutte le cariche, posti ed impieghi pubblici, secondo le proprie capacità, e senza distinzione diversa da quella delle loro virtù e dei loro talenti»! Era giunto il momento che questo articolo si applicasse alla magistratura.

L’idea di una Scuola per i magistrati incontrò, è evidente, molteplici opposizioni:

  • Una parte degli universitari temeva la creazione di una sorta di «mandarinato», evocandone «una troppo stretta solidarietà tra i magistrati, che avrebbero ricevuto una formazione identica, potenzialmente pericolosa per lo Stato[14]», o ancora vi vedeva una certa espropriazione della trasmissione del sapere giuridico.
  • Alcuni magistrati, minoritari, spesso appartenenti all’alta gerarchia, ritenevano ovvia la trasmissione empirica della conoscenza, «la scuola del palazzo».
  • Alcuni avvocati denunciavano lo «spirito omogeneo» che la scuola rischiava di dare ai futuri magistrati e la predominanza dello «spirito amministrativo», sperando che il magistrato «rimanga giudice diventando un alto funzionario[15]».

La scuola, nondimeno, fece il suo cammino. Essa venne, d’altro canto, sostenuta dalla maggioranza dei giudici che criticava l’esame professionale, considerato inadatto[16], e vedeva nell’avvento di una Scuola un principio di eccellenza con un incremento di prestigio. Essa curava, inoltre, l’apertura a discipline diverse dal diritto, partendo dall’idea secondo cui la competenza del magistrato non dovesse essere esclusivamente giuridica.

Dal momento di questa creazione, il reclutamento della maggior parte dei futuri magistrati per «concorso repubblicano» ha dato una base di forte indipendenza alla loro selezione ed il tema della formazione è diventato molto forte.

Voglio citare, in breve, la mia esperienza: senza una Scuola repubblicana, accessibile per concorso, non sarei diventata un magistrato; ho avuto il beneficio di una formazione iniziale all’ENM negli anni 1969, 1970 e 1971; è stato un risveglio, una base indispensabile per vivere liberamente e in modo indipendente la mia carriera al servizio della Giustizia e del Diritto. Come ha detto Denis Salas, ho sperimentato questa formazione iniziale come un «momento iniziatico».

Inoltre, ciò che mi ha nutrito lungo il corso di questa professione difficile ma esaltante è la formazione continua.

2. L’attuale progetto dell’ École nationale de la magistrature

L’attuale direttore dell’ENM, di solito, la presenta come una Scuola che addestra per «l’eccellenza», «stimolando la curiosità, promuovendo l’apertura di spirito ed evitando qualsiasi forma di prêt-à-penser».

La pedagogia rivendicata dall’ENM afferma la sua volontà di formare magistrati quali tecnici del diritto e, al contempo, uomini e donne, votati alla decisione, dalla profonde qualità umane.

2.1. Il reclutamento e la formazione iniziale
2.1.1 Studenti dai profili diversificati

La Scuola è responsabile dell’organizzazione del reclutamento degli allievi reclutati per concorso, ossia nella maggior parte dei casi.

a) il reclutamento fuori concorso

Il numero dei magistrati reclutati secondo i due tipi di modalità descritti di seguito è legalmente circoscritto rispetto alle assunzioni per concorso, che devono rimanere maggioritarie.

Il reclutamento di questi magistrati viene effettuato dopo l’ammissione a opera di una commissione composta in parte da magistrati eletti dai loro pari, la cui composizione meriterebbe, peraltro, di essere rivista al fine di ridurre il peso della gerarchia giudiziaria e di aprirla a personalità esterne.

Sono interessate da questo reclutamento:

  • da una parte, le persone aventi determinate qualificazioni ed esperienze, che possono essere nominate direttamente «uditori giudiziari» (cioè studenti della Scuola nazionale dei magistrati e futuri magistrati), che seguono esattamente il medesimo percorso di quelli ammessi per concorso. Questa assunzione è chiamata «per titoli»;
  • in secondo luogo, le persone,più esperte di quelle sopra citate, che possono essere direttamente integrate nella magistratura seguendo, generalmente,una formazione prima dell’assunzione delle funzioni giudiziarie che può, in linea di principio, essere modulata in base alle esigenze degli interessati.

b) il reclutamento per concorso

I concorsi di accesso all’ENM hanno per obiettivo proclamato di reclutare i candidati sulla base della eccellenza delle loro conoscenze giuridiche e delle competenze personali necessarie al magistrato di oggi: capacità di prendere decisioni pregne di buon senso, attitudine all’ascolto ed alla risoluzione dei conflitti.

Esistono tre diversi concorsi: 1° concorso: per gli studenti; 2° concorso: per i funzionari aventi un’anzianità minima; 3° concorso: per le persone aventi una determinata esperienza nel settore privato.

Il numero di posti disponibili in questi concorsi varia ogni anno a seconda sia delle vacanzechedella volontà del potere di riempirle.

c) la proporzione degli accessi alla scuola: l’esempio della classe del 2016

Il reclutamento del 2016, il più consistente nella storia dell’ENM, si compone di 366 uditori giudiziari, provenienti dai tre concorsi e dall’accesso per titoli.

La composizione della classe, oltre a 10 uditori che hanno differito la formazione, è la seguente:

  • 245 uditori giudiziari provengono dal primo concorso, per studenti; essi rappresentano il 66.94% del gruppo;
  • 27 candidati hanno superato il secondo concorso, riservato ai funzionari; essi rappresentano il 7,38% del totale;
  • 6 uditori giudiziari hanno superato il terzo concorso; essi rappresentano l’1,64% dell’intera classe (un candidato si è dimesso e un altro ha chiesto il rinvio della sua formazione);
  • 78 sono stati reclutati sulla base dei titoli e rappresentano il 21,31% del gruppo.

Questo variegato insieme di studenti si compone, in sostanza, di studenti di legge di alto livello, ed anche di persone selezionate in ragione della loro precedente esperienza di lavoro, giuridico o meno, provenienti dunque da orizzonti immediati diversi da quello accademico.

Il concorso è molto selettivo: l’11,67% dei candidati ha superato, nel 2014, il primo concorso.

Va notato che dal 2009, i candidati devono sottoporsi, oltre che alle diverse prove concorsuali[17], ad un test attitudinale e di personalità sotto forma di test psicotecnici, del tipo QCM (questionario a scelta multipla) e ad un’intervista – della durata di 20-30 minuti- con uno psicologo ed un magistrato. Sulla scorta degli esiti di queste tre prove, è emesso un parere finalizzato ad aiutare la commissione a valutare la personalità dei candidati.

2.1.2 Una formazione di 31 mesi consecutivi.

I 31 mesi di formazione all’ENM comprendono diverse fasi:

  • uno stage in uno studio legale (6 mesi),
  • un periodo di apprendimento (6 mesi) presso la scuola,
  • uno stage di circa un anno in tribunale,
  • alcuni stages esterni all’istituzione giudiziaria,
  • la preparazione alle funzioni specializzate, prima di assumere l’incarico (vedi sotto).

La formazione iniziale degli uditori giudiziari privilegia, secondo la presentazione fatta dall’ENM «in primo luogo i saperi comuni a tutte le funzioni»; «Questo approccio permette di imparare a essere magistrato prima ancora che ad essere magistrato minorile o sostituto procuratore.».

L’insegnamento si basa su tre format didattici: le lezioni magistrali (principalmente destinate agli insegnamenti di «apertura»), i gruppi di studio (lavoro in piccoli gruppi con dei magistrati professionali) ed i fascicoli (sorta di vademecum propri di ciascuna funzione giudiziaria).
Gli ultimi sei mesi di formazione sono, dunque, dedicati alla specializzazione in una singola funzione, quella che l’uditore giudiziario ha scelto per la sua destinazione alla fine della scuola (da un elenco di posizioni di «uscita», di numero almeno equivalente a quello degli uditori dichiarati idonei, che sono inseriti in una «graduatoria di uscita»).

Questo periodo di preparazione alle funzioni iniziali si svolge,innanzitutto, all’ENM, per la parte teorica. L’uditore approfondisce le tecniche professionali e l’area di competenza di questa funzione. Effettua, successivamente, nell’ufficio giudiziario un ultimo stage di preparazione alla presa di funzioni (stage di pre-assegnazione).

2.1.3 Valutazioni permanenti

Sia nel periodo di studio che durante gli stage, l’uditore giudiziario è sottoposto a valutazione.

Alla Scuola, la valutazione prende la forma di test, svolti alla fine del periodo di studio ed anche in esito alla stage in sede giudiziaria.

Durante lo stage in sede giudiziaria, la valutazione è affidata a magistrati distaccati presso la Scuola, i coordinatori regionali di formazione. Localizzati in dodici regioni giudiziarie, ciascuna delle quali riunisce diverse Corti di appello, questi magistrati organizzano gli stage degli uditori, li assistono e li valutano durante tutta la durata del loro tirocinio.

Dopo due anni, la commissione d’esame di attitudine e classificazione si pronunzia sulla capacità di ogni uditore di esercitare, all’uscita della Scuola, funzioni giudiziarie.
Il 3% dei 2778 uditori giudiziari formati a partire dal 2003 non è stato dichiarato idoneo dalla commissione.

L’uditore giudiziario dichiarato idoneo all’esercizio di funzioni giudiziarie intraprende, quindi, l’ultima tappa prima dell’inserimento nella giurisdizione (vedi sopra).

2.2. Punti forti e punti deboli del sistema francese

Nonostante alcuni momenti difficili, segnati dal tentativo del Governo di ristabilire la propria supremazia, l’ENM è all’origine, specie grazie all’esperienza del pensiero collettivo, di uno spostamento significativo verso una cultura professionale forte, arricchita dal suo pluralismo.

Nel corso della sua storia, lunga più di mezzo secolo, questa scuola ha, nel complesso, contribuito ad innalzare il livello di formazione dei magistrati ed a diversificarne il contenuto.

Tuttavia, la formazione dispensata non è del tutto all’altezza di una formazione ambiziosa dei magistrati e deve ancora evolvere.

2.2.1. L’ENM obiettivo principale dei detrattori della magistratura; riforme per contrastare le critiche

Numerose e spinose sono, in Francia, le questioni che attengono al reclutamento ed alla formazione dei magistrati; esse continuano ad agitare il dibattito pubblico in materia di giustizia. Il minimo «affaire» rianima periodicamente questo dibattito. Ciò ha portato sia a cambi di direzione autoritari in seno alla Scuola sia a riforme più o meno radicali, o ad entrambi i fenomeni.

Va detto che l’ENM ha dovuto affrontare critiche periodiche sotto ogni versante, venendo accusata, in particolare,di formare «giudici rossi», magistrati di inadeguata preparazione tecnica, ignoranti della realtà economica, e, in ogni caso, ad essa insensibili, privi di senso di umanità, arroganti e rivestiti di certezze – come è accaduto in occasione dell’«affaire» di Outreau.

È stato sulla scia di questo vero e proprio terremoto giudiziario e nel tumulto del suo sfruttamento politico e mediatico che, nel 2008, l’ultima riforma del reclutamento e della formazione è stata decisa dal potere del tempo, che l’ha presentata[18] come parte di un «approccio globale» di «modernizzazione della giustizia» e di «creazione di una vera e propria gestione delle risorse umane»; essa ha prodotto il sistema che è stato sopra descritto.

Questa riforma va, peraltro, iscritta in un quadro politico di ripetuti attacchi contro l’indipendenza della giustizia, associati a propositi dispregiativi nei confronti dei magistrati.

In un contesto più calmo, e con uno iato temporale ormai sufficiente, è possibile ora muovere verso una analisi illuminata.

2.2.2. L’accesso alla magistratura è sempre meno democratico: descrizione ed abbozzo di risposte

La funzione di oggettivazione del reclutamento mediante concorso è stata sopra rimarcata sebbene la questione della rappresentanza, in seno al corpo della magistratura, di tutti gli strati sociali resti un obiettivo irrealizzato. Per quanto, invero, la creazione della Scuola della magistratura repubblicana abbia indubbiamente portato ad una maggiore diversificazione sociale del reclutamento, la situazione è con il tempo regredita, anche se la diversificazione delle vie di accesso alla magistratura contribuisce, comunque, a questa relativa apertura.

Il messaggio che segue, indirizzato, l’8 febbraio 2013 dal Syndicat de la magistrature[19] al ministro della Giustizia, illustra questa preoccupante situazione: «un punto è chiaro: per integrare l’ENM al BAC + 4 o 5 (corso universitario), è in realtà preferibile vivere un anno o due a Parigi ed iscriversi ad un corso privato di preparazione. Per contrastare, per quanto possibile, questa crescente discriminazione per censo è essenziale rafforzare sostanzialmente gli strumenti pubblici di preparazione, che sono stati in gran parte abbandonati, coinvolgendo più fortemente le università. In particolare, una politica proattiva di valorizzazione ed armonizzazione degli “istituti di studi giudiziari” e lo sviluppo di classi preparatorie integrate nelle università, accessibili su criteri sociali, potrebbe essere utilmente condotta su tutto il territorio nazionale. È importante che i tribunali siano coinvolti in modo che i giudici che desiderano partecipare alle lezioni preparatorie siano orientati prioritariamente verso queste strutture. Più fondamentalmente, atteso che la selezione sociale opera lungo l’intero corso di studi, riteniamo che sia urgente che il vostro Governo si attivi per lottare efficacemente contro lo montante precarietà studentesca» .

Diversificare l’origine sociale degli uditori giudiziari è indicato quale uno degli obiettivi dell’ENM, attuato in particolare attraverso le tre classi preparatorie «pari opportunità», create negli ultimi anni a Bordeaux, Douai e Parigi per aiutare gli studenti provenienti da ambienti svantaggiati, selezionati per il loro merito, a preparare il concorso; esse, attualmente, interessano 54 studenti. In questo contesto, una borsa di studio viene assegnata agli studenti le cui risorse sono basse per consentire loro di concentrarsi sulla preparazione del concorso.

Il gruppo di uditori giudiziari del 2016 comprende 17 persone (15 dal primo concorso – valore medio rispetto a quanto avvenuto a far data dalla creazione di queste classi preparatorie - e 2 dal secondo) provenienti da classi preparatorie. Questi incoraggianti risultati confermano che lo sviluppo di classi preparatorie su tutto il territorio nazionale deve imporsi come priorità.

Inoltre, sembra che un leggero movimento stia emergendo verso un rilancio di vari Istituti di studi giuridici.

2.2.3. Un concorso di accesso all’ENM da riconsiderare

Dalla sua introduzione,il concorso di ammissione all’ENM ha subito diverse modifiche, l’ultima delle quali è il prodotto della riforma post Outreau sopra evocata.

I test psicologici, da essa introdotti, si sono connotati per totale mancanza di serietà, potenzialità di sviamento, inutilità e pericolosità, avendo la pratica dimostrato una certa tendenza ad uniformare le personalità, che si manifesta con domande molto invadenti sulla vita privata dei richiedenti e giudizi affrettati e stereotipati. Di certo, detti test non meritano di avere spazio nel sistema di reclutamento.

Sebbene, a quanto pare, la commissione non ne tenga conto, essi sono percepiti come disagi illegittimi imposti ai candidati già notevolmente stressati dalle difficoltà di un concorso iper selettivo. I guasti così prodotti, dunque,rimangono.

Questa inadeguatezza è ancor più evidente laddove si consideri che la prova orale, come attuata oggi, davanti a una giuria più aperta rispetto al passato (comprendente, in particolare, uno psicologo), si concentra principalmente sul percorso del candidato, le sue motivazioni, la sua personalità e le sue esperienze, ciò che appare ampiamente sufficiente ad individuare i candidati non idonei all’esercizio della professione di magistrato.

Nella lettera sopra citata il SM ha insistito sulla necessità della loro abolizione.

Ha poi aggiunto: «Sotto un altro profilo, il test di lingua obbligatorio non dovrebbe più essere confinato all’inglese ed il concorso potrebbe utilmente estendersi, almeno in via opzionale, a discipline non strettamente giuridiche più definite rispetto alla pseudo-scientifica “cultura generale”, quali la filosofia, la sociologia o la storia».

2.2.4. Il contenuto della formazione deve evolvere

Preliminarmente, va osservato che la direzione responsabile del reclutamento e della formazione iniziale ha appena cambiato reggente e che da tale cambio si attende un nuovo afflato.

Il SM ha dichiarato nella lettera già menzionata:«Seconda osservazione: l’ENM, a lungo elogiata per la sua apertura e la ricchezza dei suoi insegnamenti, ha bisogno di un nuovo slancio.

L’accento ricade soprattutto sull’acquisizione di attitudini tecniche e professionali preconfezionate, vere e proprie “ricette” scollegate dalla complessità del lavoro giudiziario e non idonee a rafforzare la riflessività e il pensiero critico che possono legittimamente attendersi da coloro che stanno per perseguire e giudicare - il che non significa, naturalmente, che ne siano sprovvisti ! – È quindi necessario concentrarsi maggiormente sulla riflessione individuale e collettiva, sull’analisi dettagliata di situazioni reali, sull’apertura a discipline e prospettive dalle quali discenda una autentica consapevolezza dei molteplici contesti e delle implicazioni del processo decisionale (corsi di scienze sociali, discussioni con le parti in causa, incontri con i vari attori del mondo economico e sociale - e non solo (o quasi) con i vertici delle imprese – dibattiti reali sull’attualità giuridica e giudiziaria ...) La formazione in piccoli gruppi dovrebbe essere preferita – è quella più apprezzata dagli uditori - e tendere a sviluppare una solida cultura dell’indipendenza nei futuri magistrati, insieme ad un approccio esigente della loro missione costituzionale, ed affidata dai trattati europei, di protezione delle libertà individuali».

Un punto chiave merita di essere sottolineato: il peso della valutazione, che è cresciuto incessantemente negli ultimi anni, ha portato ad una pressione infantilizzante giustamente e regolarmente denunciata dagli uditori giudiziari; se è perfettamente legittimo sostenerli nel loro apprendimento e verificare la loro capacità, è, tuttavia, dannoso tenerli costantemente sotto pressione, prolungando l’impegnativa logica competitiva del concorso, poco propizia all’indispensabile riflessione critica sul significato della loro futura professione.

2.2.5. Lasciare tempo agli uditori giudiziari per la loro formazione personale

Questa corsa alla valutazione è sintomatica della scarsa disponibilità di tempo[20]per gli uditori, durante la loro formazione iniziale all’ENM. Essi ritengono che la formazione iniziale sia incentrata sulla migliore preparazione massimale allo stage giudiziario e sull’acquisizione del massimo di conoscenze teoriche su tutte le funzioni. Essi rivendicano, legittimamente, la possibilità di godere di tempo per i propri interessi personali: «Una formazione di qualità non deve aver paura di lasciar fiorire la curiosità intellettuale e la libertà di pensiero. Ora, quando la curiosità è stimolata, bisogna anche darle il tempo di esprimersi, se non di saziarsi».

Quantunque la scuola si trovi, a Bordeaux, vicino al palazzo di giustizia che ospita la Corte d’appello, l’Alta corte (tribunal de grande instance), la Corte distrettuale (tribunal d’instance) e il tribunale del lavoro (conseil de prud’hommes),nessun legame è stato realmente intessuto. Gli uditori gradirebbero approfittare del tempo trascorso presso la Scuola per andare a vedere la pratica, in tutta la sua diversità, la «osservazione della pratica» apparendo loro come un interessante strumento per completare l’apprendimento ed il confronto all’interno della Scuola.

Avendo lavorato per 15 anni a Bordeaux, sia presso il tribunale che presso la corte, ed avendo cercato invano di creare questi collegamenti (salvo alcune esperienze embrionali), non posso che concordare con questa idea.

2.2.6. Un catalogo dal sapore manageriale da rivedere completamente

A partire dalla riforma del 2008, tanto il reclutamento che la formazione sono imperniati su un «catalogo di competenze di base[21]», presentato come completo. Ora, questa espressione, molto di moda, appartiene al vocabolario manageriale che ha invaso, negli ultimi anni. la sfera giudiziaria. Questa logica gestionale degrada l’attività giudiziaria al rango di una qualsiasi attività, così omettendo di considerare lo scopo fondamentale della giustizia, la garanzia dello Stato di diritto; essa, pertanto, non merita spazio in una Scuola di formazione di magistrati.

Ecco come le tredici competenze di base del magistrato[22] sono presentate sul sito web dell’ENM:

«La funzione di magistrato è una professione basata sulla decisione, che richiede sia la padronanza delle tecniche giuridiche che la basilare attitudine a cogliere i problemi umani. La pedagogia è ancorata ad una logica di acquisizione di competenze comuni a tutte le funzioni del magistrato, insieme all’apprendimento delle tecniche del mestiere (di giudice istruttore, minorile, di procuratore, ecc). Le tredici competenze di base del magistrato sono state così definite con riguardo alle diverse funzioni che egli può essere chiamato ad esercitare, nonché agli ambienti ai quali egli può essere esposto o ancora alle situazioni umane che egli deve affrontare. Dette competenze determinano un profilo che può avere come obiettivo il reclutamento dei futuri magistrati e di orientare la formazione iniziale e permanente per favorire il loro sviluppo».

Poco importa che in questa sorta di “decalogo accresciuto” certe qualità possano essere fondate ed altre siano, invece, discutibili, giacché resta il fatto che esso racchiude il magistrato in un profilo invariabile, cui egli dovrebbe costantemente attenersi.

Riteniamo che questo percorso possa condurre a fare a meno del reclutamento di personalità ricche ma poco conformiste del cui apporto, nondimeno, la magistratura non può che arricchirsi.

Uno dei riferimenti più discutibili è quello alla necessità di “adattarsi”, “qualità” più che ambigua riguardo al requisito di indipendenza. Le carenze di questo “decalogo” sbalordiscono: oltre all’indipendenza, manca l’imparzialità, altra virtù del magistrato; molte altre lacune potrebbero essere citate, quali il rispetto della dignità umana, la capacità di fronteggiare, in questo senso, la vulnerabilità, l’insicurezza, la sofferenza umana. Queste omissioni sono indicative della inadeguatezza di questa lista, che non è nemmeno accompagnata dalle spiegazioni dei motivi delle scelte.

Il proprium dell’attività del magistrato è la tutela dei diritti e si deve deplorare, in special modo, l’assenza di un tale riferimento.

Ancora, ci si deve chiedere quale possa essere lo statuto di questo “decalogo”, che non appare né un semplice strumento educativo né la presentazione di un percorso didattico, ma si presenta come la definizione delle competenze tipiche del magistrato senza essere stato discusso ampiamente, in particolare, all’interno dell’istituzione giudiziaria o fatto oggetto di deliberazione da parte di un’autorità indipendente.

2.2.7. Le carenze statutarie dell’ENM

Come si vedrà in seguito, il Consiglio d’Europa sottolinea la necessità di un’autorità indipendente per vigilare sui programmi, in piena conformità con l’autonomia didattica dell’istituto di formazione. Ciò non è rispettato in Francia.

In generale, dobbiamo deplorare l’assenza di autonomia statutaria della Scuola, specifica incoerenza con il principio di indipendenza della magistratura, della quale forma le donne e gli uomini che stanno per operare al servizio della giustizia.

Le nomine del direttore e dei suoi sostituti, così come l’insieme della gestione e gli insegnanti, sono sottratte al Consiglio superiore della magistratura. A questo proposito, va detto che abbiamo assistito alla discriminazione nei confronti di magistrati appartenenti al SM, esclusi dalle funzioni di formatore mentre, per contro, magistrati conformisti sono stati “paracadutati”.

L’importanza della personalità del direttore merita di essere sottolineata. Da quanto sin qui esposto si evince come le scelte della direzione abbiano potuto prendere una piega politica. Il suo ruolo è quello di attuare la missione educativa della Scuola. Egli è assistito da due vicedirettori, responsabili, l’uno, della formazione iniziale e, l’altro, di quella continua. Egli presiede il consiglio didattico, mentre il consiglio d’amministrazione è presieduto dal primo presidente della Corte di cassazione. Anche se il Consiglio ha voce in capitolo, é essenzialmente sul direttore che si fonda la scelta degli orientamenti della scuola.

2.3. La formazione continua: una formazione obbligatoria e un momento di respiro

Nel corso della loro carriera, i giudici francesi sono tenuti a dedicare almeno cinque giorni all’anno alla formazione. La formazione continua contribuisce alloro sviluppo personale, al rafforzamento delle loro competenze giuridiche e giudiziarie ed all’approfondimento delle conoscenze del contesto socio-economico sul quale la giustizia incide.

Essa li accompagna soprattutto quando vengono assegnati a funzioni che non hanno mai esercitato prima; questa formazione per “cambio di funzioni” deve avvenire entro due mesi dall’assunzione della nuova destinazione.

Anche se la gamma dei temi tratti merita di essere ancora ampliata, la formazione continua è senza dubbio un punto forte dell’ENM.

Momento di respiro in una quotidianità sovraccaricata di lavoro e segnata dall’impronta dell’urgenza, apertura ad altre discipline ed al confronto con loro, strumento di sviluppo della facoltà di pensiero, la formazione continua contribuisce a forgiare la necessaria indipendenza intellettuale dei magistrati.

Si tratta, adesso, di mettere in prospettiva il sistema francese.

3. Cosa vuol dire “formazione dei magistrati”?

3.1. La formazione dei magistrati, una formazione per un mestiere senza eguali
3.1.1. Gli imperativi europei

Come evidenziato nella Carta europea sullo statuto dei giudici, «lo statuto dei magistrati deve garantire la competenza, l’indipendenza e l’imparzialità che chiunque ragionevolmente si attende dai tribunali e da ciascuna e ciascuno dei giudici i quali è affidata la tutela dei suoi diritti».

Il requisito di competenza, uno dei fondamenti della legittimità dei giudici, ha per corollario la necessità di formazione. Ed è proprio quello che, più avanti, afferma la Carta «Il carattere specifico delle funzioni di giudice, dove si tratta di intervenire su situazioni complesse e spesso sensibili per la dignità delle persone, significa che non ci si accontenta della verifica, in qualche modo, astratta dell’idoneità ad essere un giudice. La preparazione, attraverso questa formazione, a rendere una giustizia indipendente ed imparziale rinvia alla necessità di determinate precauzioni, per far sì che la competenza, l’imparzialità e l’indispensabile trasparenza siano garantite tanto nei contenuti dei programmi di formazione quanto nel funzionamento delle strutture che assicurano l’attuazione di tali programmi».

La Carta afferma, inoltre, l’importanza dell’indipendenza dell’organo che assicura la formazione, ed affida ai Consigli di giustizia (ovvero a qualsiasi altro organismo, indipendente dal potere esecutivo e legislativo, in grado di svolgere questo ruolo) il compito di “assicurare l’adeguatezza dei programmi di formazione e delle strutture preposte alla loro attuazione ai requisiti di trasparenza, competenza e imparzialità connessi all’esercizio delle funzioni giudiziarie».

Troviamo le stesse considerazioni nei seguenti passaggi della Raccomandazione (2010) 12 del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa:

«44. Le decisioni riguardanti la selezione e la carriera dei giudici devono essere basate su criteri oggettivi prestabiliti dalla legge o dalle autorità competenti. Queste decisioni dovrebbero essere basate sul merito, avuto riguardo alle qualifiche, alle competenze ed alla capacità di decidere i casi applicando la legge nel rispetto della dignità umana.

46. L’autorità competente in materia di selezione e di carriera dei giudici dovrebbe essere indipendente dal potere esecutivo e legislativo. (...)

56. I giudici dovrebbero ricevere una formazione iniziale e permanente teorica e pratica, interamente fornita dallo Stato. Essa dovrebbe includere le competenze economiche, sociali e culturali necessarie per l’esercizio delle funzioni giudiziarie. L’intensità e la durata di questa formazione dovrebbero essere determinate sulla base della pregressa esperienza lavorativa.

57. Un’autorità indipendente dovrebbe garantire, nel pieno rispetto per l’autonomia didattica, che i programmi di formazione iniziale e continua soddisfino i requisiti della trasparenza, competenza e imparzialità connaturali alle funzioni giudiziarie».

Medel ha adottato nel luglio 2014 una dichiarazione che dovrebbe trovare largo ascolto e costituire un punto di riferimento. Si farà riferimento al testo di questa dichiarazione[23].

3.1.2. L’impatto delle modalità di reclutamento sulla formazione

Tradizionalmente si mettono in contrapposizione i Paesi di diritto continentale con quelli di common law. Tuttavia, poco a poco, le differenze si sono smussate ed alcune convergenze sono emerse[24].

3.1.2 a) I due sistemi:>

I sistemi di common law sono caratterizzati dalla mancanza di esame di accesso alla magistratura: la nomina dei magistrati è soprattutto il risultato di un percorso sociale, di un apprendistato e di un cursus honorum in seno ai tribunali. Il corpo, la cui età media è più alta rispetto all’altro modello, è, nel complesso, costituito da individui riluttanti all’azione ed alla riflessione collettive. L’etica, il ruolo del giudice, restano questioni individuali.

Nel “modello” continentale europeo, la socializzazione e l’identità professionale sono forgiate all’interno della magistratura, dopo un reclutamento mediante un esame basato su criteri di merito e di competenza, senza preventiva valorizzazione di una precedente esperienza professionale. All’interno dell’istituzione formativa che segue tale preselezione, un potente spirito di corpo si cristallizza e cementa la magistratura. Nel formare giovani magistrati, il sistema raccoglie l’energia e la creatività della gioventù. L’impegno associativo e sindacale sono nati in seno a questo modello. E dobbiamo sottolineare come questi movimenti possono svolgere un ruolo importante nel progresso della democrazia, come portatori di indipendenza, di libertà di parola e di valori fondamentali.

3.1.2 b) la tendenza verso alcune convergenze

Nei sistemi di common law, il ruolo della pratica giudiziaria rimane determinante, ma sempre più spesso, il compito di presiedere al reclutamento dei magistrati in base a criteri di merito e competenza è stato affidato a commissioni indipendenti. Questi criteri giocano un ruolo importante nella scelta dei candidati, a prescindere dalle loro esperienze pregresse. Inoltre, compaiono organismi di formazione: non è sufficiente essere un eccellente avvocato per essere un giudice stimabile, si devono anche frequentare corsi di formazione. Per consolidare la legittimità del giudice, il riconoscimento sociale non è sufficiente, bisogna aggiungere la competenza e la formazione, la selezione per merito.

Nel sistema continentale, come si è visto sopra a proposito del sistema francese, il processo di reclutamento si apre sempre di più a persone che vantano precedenti esperienze.

D’altro canto, le scuole di formazione godono di una più o meno forte autonomia e i consigli di giustizia esercitano un controllo più o meno importante (o inesistente, come in Francia) sulle istituzioni di formazione. A questo riguardo, il sistema continentale presenta ancora molte lacune.

3.2. La formazione dei magistrati contribuisce a consolidarne la legittimità: imparare ad essere “terzo”

In realtà, per impadronirsi di questa professione, è necessario imparare a essere “terzi” tra i cittadini, ovvero ad assumere, a prescindere dalla competenza ed esperienza precedenti, la distanza professionale necessaria per giudicare o perseguire. Il ruolo della formazione è specificamente questa “trasformazione identitaria”, che mette in moto il processo di acquisizione della giusta distanza.

3.2.1. Formare non significa “formattare”

«Le api raccolgono i fiori qua e là, ma poi fanno il miele, che è interamente loro», scriveva Montaigne[25], anche lui magistrato al Parlamento di Bordeaux. Ecco una definizione che può essere perfettamente adattata alla formazione dei magistrati.

La formazione del futuro magistrato si propone di accompagnare un adulto, spesso un giovane adulto – verso la piena autonomia intellettuale e professionale.

Daniel Ludet[26], già direttore dell’ENM, evoca così questo concetto:

«In un quadro predefinito in modo certo, lo studente è il protagonista della sua formazione. Il più delle volte si deve transitare, nell’arco di trentuno mesi, dallo statuto di giovane studente a quello di professionista in grado di gestire la complessità delle funzioni giudiziarie. Il successo della sua formazione implica dunque, oltre alla acquisizione di conoscenze tecniche, la progressiva conquista della sua autonomia professionale, della sua responsabilità, si sarebbe tentati di dire ancora. La sua scolarità lo chiama a questa conquista, ma è lui che è chiamato a conseguirla».

Questa conquista irrinunciabile dell’autonomia professionale contamina tutti i sistemi di formazione dei magistrati.

3.2.2. Quali sono gli obiettivi di tale formazione?

Formare dei giudici non è una formazione qualunque; alcune tracce possono essere delineate con cautela e senza pretesa di completezza per precisare alcune prospettive al di là, o meglio, in applicazione della direzione indicata dal Consiglio d’Europa: soddisfare le esigenze di trasparenza, competenza e imparzialità, applicare la legge nel rispetto della dignità umana, essere all’altezza del compito di tutelare i diritti delle persone.

In quest’ottica, è essenziale promuovere l’emersione di prese di coscienza che non sono a priori scontate per chi non ha mai esercitato questa attività:

  • Promuovere l’acquisizione della consapevolezza delle implicazioni ambientali dell’atto di giudicare; in effetti, la volontà di strumentalizzazione della giustizia da parte del potere politico o di altri poteri (quello economico, per esempio) ovvero ancora da parte di altri gruppi di pressione, palesi o occulti, è costante. È questa consapevolezza che può favorire l’emergere della cultura professionale dell’indipendenza.
  • Promuovere l’acquisizione di sensibilità all’umanesimo giudiziario, che è al cuore dell’atto di giudicare; in effetti, anche se il giudizio presuppone ragionamento ed attività intellettuale, resta il fatto che vengono in rilievo profili di vita umana, che occorre ascoltare, alla quali occorre parlare e che occorre, in ultimo, giudicare. Non si tratta di scollegare l’atto di giudicare dalla legge, ma piuttosto di collegarlo con i principi generali portatori di valori umani che, in particolare, sono proclamati dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
  • Stimolare la riflessione etica e diffondere i parametri di riferimento deontologici essenziali per l’esercizio della funzione giurisdizionale. La sensibilizzazione alla deontologia ed alla riflessione etica dovrebbe consentire al futuro magistrato di individuare le situazioni di rischio e di suscitare reazioni e comportamenti adatti. Attraverso questi obiettivi, si mira ad educare i magistrati futuri e quelli in servizio alla “responsabilità azione”, concetto che può così essere tradotto: una volontà di agire affinché il servizio reso alle parti in causa progredisca, una adeguata considerazione delle conseguenze del funzionamento del servizio in cui sta esercitando le sue funzioni.
  • Promuovere l’attenzione all’effettiva parità delle parti. Il giudice è, infatti, garante della parità di accesso al diritto. Antoine Garapon, in una conferenza sulla giustizia civile[27], ha sottolineato che spetta al giudice di «interessarsi alla concretezza della condizione delle parti e di controllare chi abbia accesso alla giustizia».
3.2.3. Professionalità

Anche se il futuro magistrato ha esperienza professionale nella sfera del mondo giudiziario, la pedagogia di una istituzione formativa deve essere orientata verso l’apprendimento della particolarità del processo decisionale di un giudice, in cui il principio del contraddittorio è centrale.

Ciò avviene in questo modo:

• 1 Apprendere a maneggiare lo strumento giuridico in funzione dell’approccio giudiziario

La tecnica giuridica ha il suo posto nel processo di acquisizione di un metodo che consenta ai futuri magistrati di affrontare la comprensione di un qualsiasi testo. Durante la sua carriera, infatti, il magistrato dovrà confrontarsi con una varietà di testi, a loro volta soggetti ad evoluzione, con una difficoltà di interpretazione aggravata dalla complessità del mondo attuale e, va sottolineato, dalla frequente imperfezione della legge (situazione dalla quale nessun Paese è immune). Senza contare, per certi paesi, le ispirazioni straniere che conducono a testi senza ancoraggio con la cultura giuridica di quel Paese e quindi dalla delicata assimilazione.

• 2. Metodologia della decisione

L’atto di giudicare è tutt’altro che semplice e meccanica operazione giuridica; si situa in un contesto fattuale e, ad un certo punto, è molto spesso il risultato di tentativi ed errori, di successive esitazioni prima che la risposta emerga.

La motivazione delle decisioni è un passo essenziale per consolidarne il fondamento in fatto ed in diritto e per farne comprendere il significato alle parti, ed anche al pubblico (la “corte universale”), ai cittadini.

Inoltre, essendo lo studio di un fascicolo molto spesso irto di difficoltà, è altresì opportuno armare il futuro giudice in modo tale che, acquisita familiarità con la complessità delle realtà che egli incontrerà, egli vi possa far fronte. Il confronto con il caso è un elemento nodale della prassi giudiziaria.

• 3. Garantire la coerenza della giurisprudenza

Questa legittima preoccupazione si basa sulla necessità per le parti in causa di avere una prognosi sul risultato di un processo che le impegna o che esse subiscono. Ma questo non è un modo per impedire a qualsiasi contendente di tentare la fortuna, giacché la giurisprudenza non è fissa ed immutabile.

In Francia, esiste un meccanismo in caso di cassazione di una decisione e di rinvio dell’affare ad una corte d’appello per un nuovo processo, che consente a questa corte di non seguire la posizione della Corte di cassazione. Questa opzione (che si chiama la “ribellione” di una corte), viene utilizzata relativamente spesso, di solito in casi che coinvolgono questioni di principio. E non è raro che la Corte suprema segua la posizione della corte “ribelle”, e molti importanti precedenti sono stati forgiati in questo modo.

Allo stesso modo, succede, che corti o tribunali di primo grado “resistano” ad una giurisprudenza della Corte di cassazione; a volte, quella si evolverà oppure una corte europea (Cedu o Cgue) le darà torto.

Si è vista, attraverso questi esempi, l’importanza per la creazione del diritto di uno spazio di contraddizione tra le giurisdizioni. Il sistema francese è qui presentato a titolo esemplificativo e non certo di modello.

La questione di coerenza, legata al principio della certezza del diritto proclamato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, è delicata perché si scontra con il principio di indipendenza dei giudici.

La Corte europea dei diritti dell’uomo non ha conferito a questo principio connotato di assolutezza[28].

Se è giustificato porre questo problema nel processo di formazione, è importante che il suo esame si basi su una riflessione d’insieme che si iscriva in una prospettiva di dialogo tra i magistrati che iniziare sin dalla formazione iniziale.

• 4. Come garantire la gestione dell’ufficio?

Quale giudice non si è mai trovato, durante la sua carriera,sovraccaricato di fascicoli, in ritardo nella trattazione dei procedimenti, isolato nel far fronte a questa situazione, senza sapere come risolverla e come reagire? In generale, la situazione di congestione di un ufficio è il risultato di varie cause non imputabili a colpa del magistrato che, nondimeno, se ne sente responsabile. E l’arma disciplinare viene spesso messa in campo senza ricercare le cause di una simile situazione. Non esistono rimedi miracolosi ma quantomeno bisognerebbe evocare, nella formazione, la questione della gestione dell’ufficio senza sprofondare, naturalmente, nella logica puramente manageriale che fa prevalere la “definizione” dei fascicoli sulla qualità della risposta fornita. Si tratta di un problema delicato che è meglio affrontare preventivamente con assoluta semplicità ed in un’ottica non colpevolizzante. Per quanto a mia conoscenza, poche o nessuna istituzione di formazione affronta in questo modo il problema.

In conclusione: la necessaria collocazione delle Associazioni professionali di magistrati

Attraverso il loro coinvolgimento nei programmi di formazione delle Scuole o attraverso autonome iniziative, le organizzazioni di magistrati rafforzano il carattere pluralistico della formazione, che permette la rappresentazione di opinioni diverse: si tratta di l’opportunità per i magistrati di acquisire coscienza della pluralità delle possibili soluzioni, del margine di libertà nel processo decisionale, della necessità di spiegare e giustificare la loro interpretazione della legge. Così si sviluppa un percorso che favorisce i riflessi di una sana critica del diritto e della sua applicazione. (Estratto dalla dichiarazione di Medel)

[1] Renaud Colson, La fonction de juger, premessa di Guy Canivet, Étude historique et positive.

[2] Giudice e saggista francese, docente ai master nelle Università di Parigi I e Parigi II, già insegnante all’Enm, segretario generale dell’Associazione francese per la storia della giustizia. Le Tiers Pouvoir, Vers une autre justice, Parigi, 7 marzo 2000, Hachette collection Pluriel.

[3] H.F. d’Aguesseau, Instructions sur les études propres à former un magistrat, in Oeuvres de M. le chancelier d’Aguesseau, Parigi, 1759, p. 258 e ss.

[4] Ibidem, p. 273

[5] Prima di essere cancelliere di Francia, egli fu procuratore generale presso il Parlamento di Parigi. Il Parlamento ha sempre avuto sede, sin dalla fine del XIII secolo, nei locali del Palazzo dell’île de la Cité a Parigi dove si trova ancora il palazzo di giustizia che ospita Corte di cassazione, Corte di appello e Tribunale di grande istanza di Parigi.

[6] All’art. 4.

[7] Con la significativa eccezione della Seconda Repubblica del 1848 e dell’avvento della Terza nel 1970, malgrado, per quest’ultima, il suo avvio assai autoritario.

[8] «Ogni società nella quale la garanzia dei diritti non è assicurata, né la separazione dei poteri è determinata, non ha Costituzione».

[9] Potere e autorità giudiziarie nelle costituzioni francesi, in Essere giudice domani, testi raccolti da Jean-Pierre Royer, Presse universitarie de Lille, 1983. Questo libro raccoglie i lavori di un simposio europeo organizzato a Lille nel 1983 dal Sindacato della magistratura, riunendo per la prima volta magistrati, accademici e personalità provenienti da diversi paesi d’Europa dai sistemi giuridici comparabili. Fu questa una delle premesse per la creazione di Medel.

[10] Anne Boigeol, «La formazione dei magistrati (Sul tirocinio on the job alla scuola professionale)», in Atti della ricerca in scienze sociali, Vol. 76-77, marzo 1989. Droit et expertise pp. 49-64 www.persee.fr/doc/arss_0335-5322_1989_num_76_1_2879.

Questo intrigante articolo ha fortemente ispirato il presente testo per ciò che concerne il racconto della creazione dell’ENM.

[11] Le donne, che avevano appena ottenuto il diritto di voto, furono autorizzate a presentarsi all’esame professionale in magistratura a partire dalla seconda sessione del 1946.

[12] Costoro sottolineavano «la mancanza di attitudine delle donna all’esercizio delle funzioni di magistrato»; si preoccupavano della «introduzione nelle decisioni dei tribunali di un elemento affettivo sino ad allora ignorato» della «frequente assenza nelle candidate della qualità di autorità, di ragionamento, di presenza di spirito e di autocontrollo indispensabili per l’esercizio delle funzioni giudiziarie».

[13] Nonché futuro primo ministro del presidente De Gaulle, all’interno del cui Governo egli era, al tempo, ministro della Giustizia.

[14] Il decano Hamel, professore di diritto commerciale e direttore della funzione pubblica.

[15] Il presidente dell’ordine degli avvocati Thorp.

[16] Citiamo Marc Ancel, presidente della commissione dal 1954 al 1957, il quale denunciò «la finzione di un esame detto professionale che dovrebbe in teoria controllare le attitudini dei candidati all’esercizio effettivo di alcune funzioni e che, per forza di cose, riesce a controllare solo le loro conoscenze giuridiche, la loro cultura generale (la prova di cultura generale era stata aggiunta nel 1941) ed il loro grado medio o apparente di intelligenza e capacità di ragionamento». Marc Ancel è uno dei principali esponenti della «nuova difesa sociale», scuola di pensiero che mirava, con l’aiuto delle scienze umane, «ad orientare la politica criminale verso la prevenzione della criminalità ed il recupero dei delinquenti».

[17]Le prove di ammissibilità (selezione preliminare) del primo concorso di accesso sono: 1/ conoscenza e comprensione del mondo contemporaneo «cultura generale»; 2/ diritto civile o procedura civile; 3/ diritto penale (generale o speciale) o procedura penale; 4/ organizzazione dello Stato, organizzazione della giustizia, libertà pubbliche e diritto pubblico.

Le prove di ammissione del primo concorso di accesso sono: 1/ nota di sintesi; 2/ lingua contemporanea obbligatoria; 3/ lingua contemporanea facoltativa (tedesco, spagnolo, italiano, arabo letterario); 4/ diritto europeo e diritto internazionale privato; 5/ diritto sociale e diritto commerciale; 6/ prova di messa in pratica e colloquio con la commissione «grandoral».

[18] Fonte: conferenza stampa del 22 febbraio 2008 del ministro della giustizia, Rachida. Dati, di presentazione della riforma dell’ENM.

[19] Può essere reperita sul sito del SM la piattaforma del sindacato per le elezioni del 2012, Per una rivoluzione giudiziaria, che evoca, tra le altre, la questione del reclutamento e della formazione, www.syndicat-magistrature.org/Elections-2012-le-projet-du.html.

[20] Questo passaggio è stato ispirato da una analisi intitolata Sguardo sindacale sulla formazione iniziale all’ENM, effettuata nel settembre 2012 dalla sezione del SM degli uditori giudiziari.

Essa traduce una realtà che, per quanto abbia potuto evolvere, resta una costante della “scolarità” all’ENM di questi ultimi anni.

Questo documento ha ispirato, del pari, altri passaggi di questa analisi critica del funzionamento attuale dell’ENM.

[21]Termini impiegati dal direttore dell’ENM nominato dal ministro Rachida dati per preparare ed attuare questa riforma nell’intervista dal titolo “formeremo molti più magistrati negli anni a venire”, resa a LeMonde.fr il 12 settembre 2011.

[22]Identificare le regole deontologiche, appropriarsene ed attuarle; analizzare e sintetizzare un caso o un fascicolo; identificare un quadro processuale, rispettarlo e garantirlo; adattarsi; adottare, secondo le circostanze, un atteggiamento di autorità o umiltà; saper gestire la relazione, l’ascolto e lo scambio; preparare e condurre una udienza o un incontro giudiziario nel rispetto del contraddittorio; promuove un accordo e conciliare; prendere una decisione, fondata in fatto e diritto, inserita nel suo contesto, ispirata a buon senso ed eseguibile; motivare, formalizzare e spiegare una decisione; considerare l’ambiente istituzionale nazionale ed internazionale; lavorare in gruppo; gestire ed innovare.

[23] Cfr. in questo numero l’allegato Risoluzione di Medel sulla formazione dei magistrati.

[24] Questo paragrafo è stato, nel suo insieme, largamente ispirato dall’intervento di Denis Salas a Belgrado nel luglio 2014.

[25] Montaigne, I saggi, Libro I, cap, 26, Sull’educazione dei bambini, 1595.

[26] Consigliere della Corte di cassazione, direttore dell’ENM dal 1992 al 1996, membro del Csm dal 2011 al 2015, in Pouvoirs n° 74 – I giudici – settembre 1995 – p.123-142, Quale responsabilità per i magistrat.

[27] Nel convegno di Medel del 29 e 30 gennaio 1999. Per una nuova giustizia civile. La crisi di efficacia della giustizia in Europa. Medel, Magistrati europei per la democrazia e le libertà, è una associazione di magistrati europei creata nel giugno 1985 da un gruppo di associazioni e di sindacati di magistrati europei e in particolare dal Syndicat de la Magistrature.

[28] Cedu, 2° Sezione, 27 maggio 2010, Ne jdet Şahin et Perih an Şahin c. Turchia, n. 13279/05.

* Traduzione dal francese a cura di Daniele Cappuccio.
Versione originale: www.questionegiustizia.it/rivista/2016/1/gaboriau.pdf.

** Simone Gaboriau, francese, è magistrato dal 1968, è stata la prima donna a divenire giudice istruttore a Bordeaux nel 1973 e a presiedere l’Unione dei magistrati nel 1982-1986; ha contribuito alla creazione di Medel (Magistrati europei per la democrazia e le libertà) nel giugno 1985. Mentre era presidente del Tribunale di Limoges, ha creato gli Incontri di Aguesseau, simposi multidisciplinari che vogliono porre le basi di una profonda riflessione sul ruolo della giustizia. È dal 2010 magistrato onorario. Autrice di molti articoli sulla giustizia, ha svolto per le istituzioni dell’Ue e per Medel missioni di audit sulla giustizia in diversi Paesi. Attualmente è membro del CdA di Medel.

Fascicolo 1/2016
Editoriale
di Renato Rordorf
La costruzione del ruolo e della funzione della Scuola della magistratura
di Valerio Onida

Le condizioni di una buona giustizia sono condizioni di metodo, di modo di operare e di sostanza: certamente una buona competenza e una buona preparazione tecnica che però devono unirsi alla capacità di ascolto da parte del magistrato e all’attitudine a conoscere il contesto umano e sociale in cui si muove e le sue caratteristiche. L’apprezzamento delle realtà economiche e culturali, che costituiscono il contesto nel quale il giudizio si colloca, non può mai restare estraneo al giudicante. Dunque un ruolo fondamentale per una giustizia giusta ha la formazione del magistrato, che non può chiudersi nei confini di un mondo a sé stante, ma deve aprirsi al mondo che circonda quello del diritto. Perciò il “datore di lavoro” che deve occuparsi della formazione dei magistrati non è il Csm o l’istituzione giudiziaria, ma la società in cui il magistrato amministra giustizia. Ne consegue l’esigenza che la Scuola, cui è affidato il compito di curare la formazione, goda di effettiva autonomia e responsabilità.

Il primo quadriennio di vita della Scuola ha visto molte novità di rilievo, ma è stato caratterizzato anche dal riaffiorare di spinte alla riappropriazione di poteri di controllo sulla Scuola da parte del Consiglio, come dimostra anche la decisione contra legem del Csm di considerare come necessario il rinnovo di tutti i componenti del Comitato direttivo, compresi quelli che non avevano ancora compiuto il quadriennio.

Formazione ed autogoverno della magistratura
di Piergiorgio Morosini

“Indottrinare” i magistrati. Ritorna il passato. Si salda con l’idea della “giustizia-azienda” e con il “giudice bocca della legge”. Ma è una visione anacronistica della formazione. Sono cambiati il ruolo della giurisdizione nel circuito istituzionale e nella società, i “signori del diritto”, la natura delle domande di giustizia. La Scuola oggi deve sviluppare: l’approccio critico alle questioni tecniche e valoriali; la capacità di costruire legami ed ordini su dati, emozioni, richieste, pressioni che sono il “contesto” dell’attività giudiziaria. Obiettivi ambiziosi. La Scuola deve coltivare in autonomia, nel rispetto degli atti di indirizzo del Consiglio superiore della magistratura. Per farlo, ha bisogno del pluralismo delle iniziative nei distretti. Queste restano il “cuore” della formazione e fanno comprendere che occorre andare oltre il “culto dell’efficienza”. Perché oggi c’è una nuova priorità. Le “gerarchia” e “carriera”, riproposte dalle riforme del 2006-2007, mettono i magistrati a rischio di mutazione genetica. La Scuola deve lavorare soprattutto sul valore della “indipendenza interna”.

di Franco Cassano

Dove si affrontano, in particolare, due questioni, tra loro distinte, che si sono intersecate nell’acceso dibattito pubblico seguito alla prospettata partecipazione degli ex brigatisti Bonisoli e Faranda ad un corso di aggiornamento professionale organizzato dalla Scuola della magistratura, ingenerando timori e perplessità sulle prospettive dell’attività di aggiornamento professionale dei magistrati, e sui suoi caratteri essenziali: da un lato, l’auspicio di alcuni di riportare l’attività di formazione sotto la direzione del Consiglio superiore, mediante un intervento normativo che ne ampli le competenze; dall’altro, l’idea che la formazione debba tendere esclusivamente a fornire ai magistrati gli strumenti tecnici per l’interpretazione giuridica formalmente corretta e metodologicamente rigorosa delle norme.

Formazione iniziale
di Ernesto Aghina e Giovanna Ichino

Giovanna Ichino ed Ernesto Aghina, componenti del primo Comitato direttivo della Scuola superiore della magistratura e responsabili, in seno ad esso, del settore formazione iniziale, forniscono un quadro di dettaglio delle attività svolte nel quadriennio 2011-2015.

Spiegano quali siano stati gli obiettivi prescelti, nella cornice dettata dalle disposizioni del d.lgs n. 26/2006, e quali le iniziative messe in campo per conseguirli; danno conto delle opzioni originarie e dei correttivi via via adottati, così come della risposta, sicuramente positiva, fornita dai magistrati in tirocinio, destinatari delle azioni formative, e dalle istituzioni coinvolte.

Una esperienza fortemente innovativa ed in rapido divenire, quella descritta, nella quale la soddisfazione per i risultati ottenuti non fa velo alla consapevolezza della persistenza di profili problematici, in relazione ai quali vengono ipotizzate soluzioni e proposte.

di Matteo Marini

Il tirocinio iniziale rappresenta un’occasione irripetibile per i giovani che, raggiunto un traguardo tanto agognato, affilano le armi prima di entrare nell’agone della giurisdizione. Fondamentale è, in questo periodo – che l’autore non esita a definire magico – saper cogliere l’essenza del bisogno formativo, da soddisfare nell’esclusivo interesse dei destinatari, privilegiando un approccio pratico-casistico e senza indulgere nella reiterazione di schemi più consoni agli ambienti accademici.

Una efficace azione formativa rifugge dal conformismo interpretativo o dalla necessaria individuazione di soluzioni universalmente condivise per privilegiare, invece, l’abitudine alla riflessione critica ed al franco confronto dialettico.

Il magistrato che la Scuola deve concorrere a forgiare coniuga l’attenzione alla intelligente ed equilibrata gestione del ruolo ed ai concreti e quotidiani profili applicativi con la tendenziale adesione ad uno dei modelli che la storia giudiziaria ci ha consegnato, efficace rimedio contro il pericolo di confinare l’esercizio della giurisdizione in una prospettiva di mero tecnicismo e, nondimeno, breve respiro.

di Daniele Cappuccio

L’informale interlocuzione con alcuni giovani magistrati che hanno svolto il tirocinio iniziale dopo l’istituzione della Scuola superiore della magistratura fornisce il destro per mettere a fuoco, innanzitutto nella prospettiva dei destinatari dell’intervento formativo, i punti forti del nuovo sistema e quelli per i quali possono ipotizzarsi correzioni di rotta.

Dalla durata alla metodologia, dai contenuti alla valutazione, dalla logistica ai rapporti tra le istituzioni coinvolte, stella polare della riflessione è l’indagine sulle finalità della formazione e sugli obiettivi da perseguire in via prioritaria, individuati nell’apertura culturale ed ideale del magistrato, nel rifiuto della concezione burocratica del ruolo, nella coscienza del rango costituzionale della funzione.

Formazione continua
di Guglielmo Leo

La formazione dei magistrati si trova, una volta ancora, ad un punto di svolta, soprattutto per quanto riguarda l’offerta mirata, in forma permanente, a favorire nei fruitori la capacità di agire con consapevolezza ed efficacia nel sistema della giurisdizione, a prescindere dai mutamenti del proprio ruolo funzionale.

Due fattori su tutti interrogano sulle possibili linee di sviluppo: la tensione tra esigenze di quantità sempre più marcate e la necessaria assicurazione di livelli qualitativi elevati, anche in punto di innovazione dei metodi e dei contenuti; la fine della fase istitutiva e sperimentale della Scuola superiore, con la possibilità di valutare gli obiettivi conseguiti e quelli da perseguire, anche in rapporto ad una rinnovata attenzione dell’autogoverno per il proprio ruolo istituzionale nell’ambito, appunto, della formazione.

Nelle note che seguono, alcuni spunti sulle linee auspicabili per la soluzione dell’ennesima crisi di crescita d’un sistema ormai irrinunciabile di presidio della professionalità dei magistrati.

di Sergio Sottani

La continua formazione professionale rappresenta la precondizione per l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, come servizio destinato ad aiutare in modo continuativo e permanente le esigenze professionali dei magistrati, togati ed onorari.

Dal 2012 ad oggi la Scuola superiore della magistratura è divenuta una “casa stabile”, unica ed unitaria.

La rilevazione delle esigenze formative dei magistrati si rivela un momento qualificante ed imprescindibile per il raggiungimento dell’obiettivo della migliore qualità sostenibile dell’attività di formazione.

di Silvia Governatori e Joëlle Long

Nel primo semestre del 2015 si è svolta l’edizione pilota del corso a distanza organizzato dalla Scuola Superiore della magistratura e dal Consiglio d’Europa (Programma Help per la formazione dei professionisti del diritto) sul tema Diritto di famiglia e diritti umani.

Obiettivo generale del corso era favorire lo sviluppo di una metodologia di lavoro quotidiano Cedu-oriented nel diritto di famiglia e minorile.

La tecnica dell’e-learning ha consentito a ciascuno di svolgere l’attività nei tempi e nei luoghi più congeniali, mantenendo un’interazione con il docente e con gli altri partecipanti al corso e condividendo in modo riservato, e – nelle parole di uno dei partecipanti – «appropriandosi così del corso», opinioni, prassi delle diverse realtà territoriali e anche testi di provvedimenti giudiziari inediti scritti nella propria attività professionale. La diversità di ruoli, funzioni e aree geografiche di origine ha reso particolarmente fecondo questo scambio di idee e di esperienze.

Formazione dei dirigenti
di Beniamino Deidda

La tormentata elaborazione dei corsi per aspiranti dirigenti, realizzati con qualche ritardo rispetto ai corsi della formazione permanente, è avvenuta tra molte difficoltà, tra lo scetticismo di gran parte dei colleghi e con qualche incomprensione con il Csm, chiamato ad impartire le linee guida per la formazione.

La novità della struttura dei corsi e la riflessione sui temi dell’organizzazione degli uffici giudiziari dapprima non hanno trovato diffuso apprezzamento tra i frequentanti e nell’opinione dei magistrati più in generale. Ciò ha richiesto al Comitato direttivo e agli esperti della Scuola un lavoro di elaborazione e di aggiustamento dei programmi finalmente apprezzato nelle ultime edizioni dei corsi.

Lo sviluppo della cultura dell'organizzazione degli uffici giudiziari, che non appartiene tradizionalmente alla giurisdizione, ha bisogno del contributo di tutti e specialmente del Consiglio superiore che, nel pieno rispetto dell'autonomia e dell'indipendenza della Scuola, si faccia carico di delineare un modello di dirigente degli uffici capace di rispondere alla domanda di giustizia che sale dal Paese.

di Gabriele Fiorentino e Mariarosaria Guglielmi

Nel settore della formazione dei magistrati aspiranti al conferimento di incarichi direttivi, la prima fase dei rapporti tra Csm e Scuola superiore della magistratura e di avvio dei corsi è stata caratterizzata da aperta cautela nella definizione dei ruoli e delle rispettive responsabilità.

La conseguenza pare essere stata, anche nella percezione dei partecipanti, un approccio sostanzialmente limitativo nei contenuti e nelle metodologie, nonché riduttivo nel contributo conoscitivo che, in vista della selezione, si potrebbe ricavare dall’attività formativa.

Per valorizzare il momento formativo ed evitare che la frequenza dei corsi finisca per costituire mero adempimento formale di un obbligo previsto dalla legge, così frustrando gli obbiettivi e le potenzialità dell’istituto, è necessario piuttosto che Consiglio e Scuola si muovano nella direzione opposta, ampliando ed approfondendo i contenuti ed i moduli partecipativi.

Ciò, oltre che per garantire un generale ed effettivo impulso al consolidamento della consapevolezza e della cultura professionale dei magistrati destinati ad assumere responsabilità direttive, anche per definire un modello culturale condiviso di dirigente degli uffici giudiziari, utile soprattutto in funzione delle successive scelte di selezione per il conferimento degli incarichi che il circuito del governo autonomo è chiamato ad operare.

Formazione decentrata
di Giacomo Fumu

Muovendo dal sistema della formazione decentrata costruito dal Consiglio superiore della magistratura, la Scuola superiore ha creato in autonomia una propria struttura la quale, pur ispirata sia nell’organizzazione territoriale sia nelle finalità a quella preesistente, si caratterizza tuttavia per il superamento – attuato con la previsione di una compagine unica composta da magistrati professionali ed onorari – del precedente assetto che distingueva l’offerta formativa, anche nell’attribuzione delle relative funzioni, a seconda dei destinatari.

Alle strutture periferiche unitarie sono quindi attribuiti vari e rilevanti compiti che, a partire dalla importante cura della formazione iniziale e continua della magistratura onoraria, si snodano attraverso la collaborazione alla formazione dei Mot, alla formazione internazionale, a quella di riconversione, all’innovazione tecnologica, per giungere alla formazione comune dei giovani laureati che, frequentando periodi di tirocinio negli uffici giudiziari, si apprestano ad intraprendere la propria attività nel campo delle professioni e del servizio allo Stato.

di Ilio Mannucci Pacini

L’intervista a un formatore decentrato del Distretto di Milano.

Domande, risposte e commenti affilati. Un ritmo serrato in cui scorrono i temi e i problemi della formazione decentrata: dalla collegialità delle decisioni da assumere in tema di iniziative ai profili metodologici della didattica, dalla “spartizione” dei compiti alla programmazione e progettazione degli interventi formativi. Senza tralasciare gli approcci critici.

di Alfredo Guardiano

L’autore evidenzia la necessità di un nuovo approccio nella formazione culturale del magistrato, che, oltrepassando gli steccati imposti dai formalismi della tradizione giuridica positivistica, incapace di affrontare esaustivamente la crescente complessità del reale, deve fare proprio, nell’attività di interpretazione delle norme, l’insegnamento delle altre scienze umane e sociali, a partire da quelle storiche e filosofiche, in modo da (ri)costruire, aggiornandola, quella figura di “giudice umanista”, che si colloca nell’alveo della cultura giuridica italiana ed europea, soprattutto di matrice illuministica.

Formazione dei giudici amministrativi
di Caterina Criscenti

La formazione professionale dei magistrati amministrativi è stata concepita e avviata nel 2010, con la riscrittura dell’art. 13 del Regolamento di organizzazione degli uffici amministrativi della giustizia amministrativa e la istituzione dell’Ufficio studi, massimario e formazione che ha iniziato ad operare nella primavera del 2011.

La struttura dell’Ufficio e le sue modalità operative vengono analizzate dando sinteticamente conto dell’attività sino ad ora svolta, anche in collaborazione con altre istituzioni.

L’ultima parte dello scritto contiene alcune riflessioni sugli scopi della formazione, sulle peculiari esigenze formative scaturenti dall’organizzazione della giustizia amministrativa, insieme ad una serie di proposte tese a rendere più fruttuoso il lavoro dell’Ufficio nel campo dell’aggiornamento e della formazione dei magistrati.

Formazione ed Europa: esperienze a confronto
di Maria Giuliana Civinini

Nell’introdurre il capitolo che raccoglie i contributi sugli istituti di formazione di Belgio, Francia, Olanda e Spagna, lo scritto fa una breve sintesi dell’evoluzione della formazione internazionale per i magistrati italiani per poi individuare alcune piste di riflessione e azione per la Scuola superiore della magistratura alla luce delle esperienze straniere: rapporto con l’organo di autogoverno, formazione iniziale, corpo dei formatori, formazione dei dirigenti.

di Edith Van Den Broeck

L’articolo ripercorre la storia dell’Istituto di formazione giudiziaria belga mettendone in luce il ruolo nel governare i cambiamenti che attraversano il potere giudiziario in Europa e nell’accompagnarlo nei processi di innovazione.

Per questo un focus particolare è posto sulla formazione all’organizzazione e sui variegati metodi per attuarla.

Un’interesse particolare, nella prospettiva italiana, rivela la formazione dei soggetti che intervengono nel processo di valutazione della professionalità.

Rilevante, infine, il richiamo all’indipendenza dell’istituto di formazione per garantire l’indipendenza della magistratura.

di Simone Gaboriau

Le righe che seguono sono il risultato di una riflessione fondata su una triplice esperienza: quella di 40 anni di magistratura in Francia in diverse funzioni e luoghi, quella di un costante impegno in seno all’Unione dei giudici ed a Medel e quella di missioni di audit in vari Paesi, tra cui la Serbia (per Medel) e, più di recente, la Tunisia, per le Istituzioni europee.

Esse sono state ispirate da numerose fonti normative, ovvero dai testi elaborati dal Syndicat de la magistrature o da Medel, o da molti altri ancora, tra cui l’intervento di Denis Salas al convegno organizzato a Belgrado nel mese di luglio 2014 dall’Associazione dei giudici serbi.

di Rosa H. M. Jansen

La continua evoluzione della società pone il sistema giudiziario davanti a nuove esigenze.

Si chiede ai giudici non solo di avere eccellenti capacità giuridiche, ma anche di prendere in considerazione lo sviluppo della società, di usare le loro abilità sociali nei giudizi e di saper gestire le relazioni con i media.

Per soddisfare queste esigenze, il sistema giudiziario deve trasformarsi in una vera organizzazione con scopi e responsabilità comuni.

La consapevolezza pubblica e la leadership personale dei giudici sono necessari per raggiungere questi obiettivi.

Per soddisfare queste nuove richieste il sistema giudiziario olandese ha riformato il reclutamento, la selezione e la formazione dei giudici.

Gli elementi principali di questo nuovo modello di formazione iniziale influenzeranno anche la formazione permanente dei giudici e lo sviluppo della leadership all’interno del sistema giudiziario.

Il centro Studi di formazione olandese per la magistratura (SSR) è responsabile di questi programmi.

di Carlos Gómez Martínez

Per me parlare di formazione, significa parlare del passato, ed in particolare degli anni, dal 1999 al 2002, in cui ho ricoperto il ruolo di presidente della Scuola della magistratura a Barcellona. Tuttavia, ritengo che l’approfondimento e lo studio condotto dalla Rivista Questione Giustizia, abbia ad oggetto il futuro della formazione. Ciò premesso, le lezioni che possiamo trarre dalle esperienze passate devono essere tenute di conto quando si organizza un’attività di formazione giudiziaria. È necessario sapere “da dove veniamo” per poter pianificare con successo il futuro.

È grazie alla mia esperienza pregressa nel campo della formazione che sono stato invitato a redigere questo articolo. Spero tuttavia di potermi concentrare sul futuro della formazione giudiziaria.

di Kay Evans

Di fronte alle nuove sfide che attendono i dirigenti degli uffici giudiziari, il Judicial College per l’Inghilterra e il Galles, col supporto di un’esperta di formazione degli adulti e leadership e di un gruppo di giudici in posizioni senior, ha individuato qual è il ruolo di un dirigente oggi, ne ha analizzato i bisogni formativi ed ha ideato e realizzato una formazione innovativa e di grande impegno. L’autrice, una degli interpreti di questa esperienza, ce la racconta e ci indica le prospettive di sviluppo.

Prospettive e proposte per la Scuola del futuro
di Rita Sanlorenzo

La ricognizione delle esperienze maturate intorno alla istituzione della Scuola della magistratura è funzionale essenzialmente a tracciare le linee per la sua futura attività, essenziale per assicurare una efficace difesa dell’indipendenza di tutti i magistrati.

Il rapporto con il Csm deve arricchirsi di una leale, reciproca collaborazione, da cui non potrà che scaturire una positiva sinergia in grado di dare ai magistrati italiani un supporto ed un riferimento indispensabili, non solo sul piano strettamente tecnico ma soprattutto per l’accrescimento della consapevolezza del singolo nel proprio ruolo.

ARCHIVIO
Fascicolo 3/2018
Giustizia e disabilità

La riforma spezzata.
Come cambia
l’ordinamento penitenziario
Fascicolo 2/2018
L'ospite straniero.
La protezione internazionale
nel sistema multilivello di tutela
dei diritti fondamentali
Fascicolo 1/2018
Il pubblico ministero nella giurisdizione
La responsabilità civile fra il giudice e la legge
Fascicolo 4/2017
L’orgoglio dell’autogoverno
una sfida possibile per i 60 anni del Csm
Fascicolo 3/2017
A cosa serve la Corte di cassazione?
Le banche, poteri forti e diritti deboli
Fascicolo 2/2017
Le nuove disuguaglianze
Beni comuni

Dedicato a Stefano Rodotà
Fascicolo 1/2017
Il diritto di Crono
Il multiculturalismo e le Corti
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Il giudice e la legge
Fascicolo 3/2016
La giustizia tributaria
La riforma della magistratura onoraria
Fascicolo 2/2016
VERSO IL REFERENDUM COSTITUZIONALE
Forme di governo,
modelli di democrazia
IL CORPO
Anatomia dei diritti
Fascicolo 1/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Formazione giudiziaria:
bilancio e prospettive
Fascicolo 4/2015
Il valore del dissenso
Il punto sul processo civile
Associazionismo giudiziario
Fascicolo 3/2015
Il diritto del lavoro alla prova del Jobs Act
Unitarietà della giurisdizione
Riforma della responsabilità civile
Fascicolo 2/2015
NUMERO MONOGRAFICO
Al centesimo catenaccio
40 anni di ordinamento penitenziario
Fascicolo 1/2015
Dialoghi sui diritti umani
I diritti fondamentali tra obblighi internazionali e Costituzione
La risoluzione amichevole dei conflitti
Schede di ordinamento giudiziario aggiornate al gennaio 2015
Il volume costituisce un'utile panoramica dei metodi di contrasto alla criminalità mafiosa e degli strumenti di prevenzione
Numero speciale di Questione Giustizia in formato digitale con atti, relazioni e dati sul sistema delle misure cautelari personali