Rivista trimestrale
Fascicolo 2/2016
Obiettivo 2. Il Corpo. Anatomia dei diritti

Vizi privati, pubbliche virtù.
Note sulla tutela penale del pudore nell’Italia dell’Ottocento.

di Francesco Serpico

Il presente contributo si propone di tracciare un breve percorso relativo alla tutela penale del pudore nell’Italia dell’Ottocento.

A partire dalla nascita della famiglia borghese, fino alla stagione delle nuove correnti positivistiche impegnate a definire un nuovo statuto della penalità, le problematiche relative al controllo dei corpi e della morale sessuale rappresentarono uno dei referenti fondamentali per la costruzione del soggetto nell’ordine giuridico liberale.

La labile frontiera del pudore si avviò a segnare un confine fluido tra moralità e immoralità, lecito e illecito, «normalità» e devianza, un campo di tensione destinato a segnare la mentalità collettiva ben oltre il tornante del nuovo secolo.

1.«Se nei secoli abbiamo ritenuto di dover nascondere le cose di sesso perché vergognose sappiamo adesso che è il sesso a celare le parti più segrete dell’individuo: la struttura dei suoi fantasmi, le radici del suo io, le forme del suo rapporto con il reale»[1]. Le parole di Michael Foucault hanno il pregio di proiettare l’oggetto del discorso in medias res perché evidenziano meglio di altre il rapporto assai articolato che il sentimento del pudore intrattiene con il tempo presente, la sua capacità di occupare un territorio di confine sospeso tra identità individuale e narrazione collettiva, esperienza personale ed esperienza giuridica[2]. Ma al di là di tale considerazione, la lezione foucoltiana fornisce una essenziale indicazione di metodo per comprendere come nella modernità giuridica la storia del controllo della sessualità ed in particolare della criminalizzazione delle condotte lesive del sentimento del pudore si sia intrecciata fino quasi a sovrapporsi con quella delle tecnologie disciplinari sul corpo, intese – per usare ancora le parole del grande intellettuale francese – come l’espressione più concreta di un potere «che si organizza intorno alla gestione della vita piuttosto che alla minaccia della morte»[3].

2.Non rappresenta certamente un caso che la stessa nozione di «pudore» compaia all’interno dell’orizzonte normativo all’indomani degli eventi rivoluzionari e della codificazione napoleonica. Il “nuovo” soggetto di diritto nato sulle ceneri della società cetuale doveva rappresentare un individuo capace di autodeterminarsi non solo sul piano politico ed economico, ma anche su quello affettivo, relazionale, sessuale. A questo soggetto spettavano le libertà e le sanzioni disposte da un diritto penale finalmente laicizzato, ispirato a criteri di proporzionalità e, soprattutto, votato a finalità di utilità sociale, unico criterio della giustizia. All’interno di queste coordinate giuridiche, abbandonato il secolare referente del vizio e del peccato e la infinita serie di divieti che connotavano la vita intima dell’Antico regime, l’articolo 330 del codice penale francese del 1810 puniva con la pena della detenzione da tre mesi ad un anno la condotta chi avesse commesso un outrage public à la pudeur. Non si trattava di un precetto che brillava per tecnica redazionale dal momento che la definizione della condotta punita era data dalla sua denominazione giuridica, certo è che i comportamenti chiamati ad integrare la fattispecie prevista dal legislatore non si prestavano ad una descrizione ed elencazione specifica poiché – come aveva cura di precisare il relatore Monteseignat in sede di presentazione del progetto del code – era del tutto «superfluo» descrivere queste condotte nel dettaglio perché era piuttosto facile distinguere «le abitudini sociali che la civiltà perdona, i discorsi che la galanteria tollera, le libertà che la moda autorizza» dalle «espressioni volgari, le attitudini spudorate, la manifestazione della corruzione, la licenza dei vestiti» che rappresentavano «l’oblio e la fine dei principî della natura»[4].

Tuttavia l’importanza di questa disposizione all’interno dell’ordinamento penale non risiedeva nella sua modalità di redazione e nemmeno nell’estrema genericità dei comportamenti incriminati quanto nell’uso dell’aggettivo “pubblico” per connotare l’atto di esibizione sessuale e designare i caratteri del pudore tutelato. A ben vedere, il legislatore con un semplice tratto di penna aveva performativamente istituito una relazione strettissima tra lo spazio e la sessualità, una relazione destinata a connotare nel profondo l’immaginario sociale dell’Ottocento. Come è stato efficacemente posto in risalto, il necessario carattere pubblico dell’azione oltraggiosa al sentimento del pudore confinava così «i corpi nudi e l’attività sessuale in una sfera privata attraverso un “muro” normativo e psichico a cui era affidato il compito di evitare che la vita sociale assumesse un carattere troppo marcatamente sessuale e di difendere il corpo sociale contro le minacce corruttrici della dissolutezza e del libertinaggio»[5], ma, allo stesso tempo permetteva una libera espressione della sessualità all’interno delle mura private considerate come un perimetro sottratto al controllo dei pubblici poteri. In questo senso «la libertà sessuale era quella cosa preziosa di cui si poteva godere soltanto lontano dallo sguardo pubblico, nella penombra che lo Stato aveva organizzato a vantaggio dei cittadini in quella zona privata che aveva sovranamente deciso di ignorare»[6].

Questa spazializzazione della sessualità all’interno del code si presentava assai coerente con le scelte che la legislazione napoleonica aveva compiuto in tema di matrimonio concepito come il centro pubblico della vita privata nonché la sede naturale per assicurare contemporaneamente «il governo delle pulsioni sessuali, la distribuzione dei ruoli di genere e la riproduzione dei cittadini»[7]. Tuttavia, questo modello matrimoniale doveva fare i conti con le profonde trasformazioni che in tutta Europa stavano ridisegnando le relazioni familiari. Gli storici della famiglia sono generalmente concordi nell’affermare che sullo scorcio del XIX̊ secolo il tradizionale modello autoritario stava lentamente cedendo il passo ad una forma di relazioni basata sull’individualizzazione dei rapporti e sul potenziamento dell’affettività coniugale[8], un modello di relazioni maggiormente simmetriche tra i componenti della famiglia per il quale la storiografia anglosassone ha coniato il termine domesticity: l’intimità domestica della famiglia borghese.

Si tratta, come già detto, di una storia già raccontata nel panorama storiografico, ciò che in questa sede occorre sottolineare è il significativo rapporto tra il pudore e il nuovo modello di relazioni familiari basato sull’individualismo affettivo e sui sentimenti. La promessa del code di garantire una libertà sessuale all’interno delle mura domestiche non soltanto accentuò la frattura tra la sfera pubblica e la sfera privata, ma quello che più conta, finì per legare questa distinzione a ben precisi ruoli di genere riservando al maschile la dimensione della vita pubblica e della cittadinanza, lasciando al femminile la sfera della domesticità e del privato. Il mutamento fu tangibile e duraturo, specie se rapportato alla precedente stagione dei Lumi dove – almeno per le classi colte – l’ideale femminile di un libertinismo ludico ma allo stesso tempo consapevole spingeva la donna a proiettare all’esterno il suo fascino e a liberarsi di un ruolo sessuale stereotipato. Rispetto a questa prospettiva, il nuovo modello di relazioni familiari basato sulla domesticity rappresentò una decisa inversione di tendenza: dedita alla cura della casa e dei figli, la moglie nel matrimonio borghese era racchiusa in uno spazio privato, del tutto di distinto da quello pubblico occupato dal marito.

La frontiera del pudore acquistò così un significato connesso inscindibilmente ai valori della famiglia, marcando una spinta pressante al conformismo sessuale, e d’altro canto, contribuì in modo determinante ad orientare nuove forme di esclusione fondate sullo studio clinico delle passioni, basti citare a tal proposito l’opera di Jean-Étienne Dominique Esquirol – il fondatore della moderna clinica psichiatrica- il quale paventava una completa identificazione tra l’unione coniugale e la normalità sessuale, identificando il matrimonio come terapia più idonea per la cura dell’ “erotomania” affezione che – è opportuno lasciare la parola all’Esquirol – conduceva all’«alterazione della sensibilità e della facoltà pensante»[9].

3.Questo complesso gioco di integrazioni ed esclusioni che faceva del pudore uno strumento disciplinare centrale per la costruzione del soggetto della società liberale era destinato a presentarsi anche in Italia dove il tema del controllo della morale sessuale s’intrecciava ai problemi relativi all’edificazione del nuovo Stato nazionale. Il progetto dell’unificazione legislativa da realizzare dopo l’orizzonte delle piccole patrie regionali e locali portava con sé il problema della armonizzazione delle mentalità, delle abitudini, delle regole di condotta. Se il giovane Stato unitario voleva assumere il controllo della sessualità e della riproduzione doveva «sottrarre alla Chiesa i corpi e le anime degli italiani, doveva, cioè, secolarizzare la visione e la gestione delle relazioni sessuali»[10]. Ciò avrebbe comportato l’abbandono di prassi consolidate, abitudini sedimentate che si esprimevano anche nell’uso di un vocabolario saldamente impiantato nella memoria collettiva.

Emblematica in questo senso era la vicenda del codice penale sardo-piemontese del ’59 esteso al territorio italiano dopo l’unificazione (con le rilevante eccezione, tra l’altro, della Toscana) che puniva la commissione di atti contrari al pudore e al buon costume tali da eccitare il «pubblico scandalo». L’evidente derivazione teologica del concetto di «pubblico scandalo» che sostituiva il requisito della pubblicità presente nel codice francese mostrava in maniera palese come il referente religioso non fosse affatto scomparso dall’ideario del legislatore. Come è stato sottolineato in ambito storiografico «il nodo irrisolto era quello della “peccatizzazione” del diritto penale. Assai risalente e solidamente radicata nelle mentalità e nelle pratiche l’equazione tra peccato e crimine entrava per forza di cose in conflitto con i nuovi principî e produceva discussioni, ipotesi di riforma spinte e resistenze»[11]. Fra le voci chiamate ad esprimersi in subiecta materia spiccava per autorevolezza quella di Francesco Carrara. Il punto di riferimento di un’intera generazione di penalisti dell’Italia liberale, che per la verità non era mai stato tenero con il codice penale per il Regno d’Italia («coglionerie sardo-gotiche»[12] era stato il tagliente commento del Maestro), stigmatizzava con ironia tutta toscana la scelta del legislatore: «meraviglioso è che il codice sardo dopo aver copiato il francese fino alla nausea in molte sue pessime disposizioni se ne sia allontanato qui dove la legge di Francia era ottima»[13].

Cionondimeno l’esigenza di sanzionare le condotte contrarie al pubblico pudore rappresentava sempre una esigenza profondamente sentita dalla cultura giuridica liberale. A ben vedere, se era vero che il valore della completa separazione tra diritto e morale costituiva una meta a cui un ordinamento genuinamente liberale non poteva in nessun caso rinunciare, era vero altresì che il rigido conformismo borghese e l’esigenza di salvaguardare la società dal vizio e dall’impudicizia spingevano concordemente a garantire attraverso la criminalizzazione dei comportamenti contrari al buon costume e il rispetto della pubblica moralità[14]. Ancora una volta, era chiarissimo il pensiero di Francesco Carrara. Questi metteva in risalto «la sottilissima linea» che stava alla base della incriminazione delle condotte lesive del pubblico pudore dal momento che il legislatore si trasformerebbe in tiranno laddove confondesse «l’ufficio del moralista con quello del nomoteta». Ma, in ogni caso «dovendosi presumersi l’aborrimento del vizio nel cuore dei più, ne deriva che questo sentimento si venga ad offendere in tutti i buoni allo spettacolo di un vizio che si mostri con sfrontata pubblicità». «Oltre a ciò», proseguiva Carrara, «la consociazione che ha interesse a mantenere e promuovere la rettitudine dei cittadini perché le sole virtù di queste possono rendere grande una nazione, ha diritto d’impedire gli atti di malo esempio nei quali certe male abitudini si vengano generalizzando e si minori lo affetto e la reverenza per le opposte virtù». Insomma, concludeva il giurista lucchese, «è giusta la pretesa di un Governo […] il quale dica ai sudditi siate viziosi a posta vostra, tanto peggio per voi; io non ho diritto d’infliggervi pene per ciò: ma siatelo per voi stessi e privatamente; io intendo che tali vizi da voi non si esercitino per guisa di trasfondere la consuetudine in altri»[15].

In questo senso, la scelta compiuta con l’articolo 338 del codice Zanardelli rappresentò un compromesso che si espresse nell’eliminazione dal contenuto della disposizione del requisito del «pubblico scandalo» e nella criminalizzazione dei soli atti di esibizione sessuale compiuti in luogo pubblico o esposto al pubblico. Si trattava, è appena il caso di aggiungere, di uno sforzo teso ad ancorare ad un pur labile profilo di tassatività e determinatezza una fattispecie oltremodo problematica, ma sotto questo profilo i tentativi compiuti dal legislatore liberale rischiavano di essere frustrati da una magistratura assai zelante quando la posta in gioco era rappresentata dalla pubblica moralità.

In effetti, uno sguardo anche rapsodico e cursorio ai repertori stesi negli ultimi anni del secolo XIX mostra chiaramente come il concetto della pubblicità dell’atto di esibizione sessuale fosse ben lontano dall’essere condiviso pacificamente dalla giurisprudenza. In particolare, la stessa nozione di luogo esposto al pubblico finì per ricomprendere all’interno della sua portata precettiva luoghi assai differenti come un’aia[16], un bosco[17], vie private esposte alla semplice vista del pubblico[18], nonché – ed era il caso più frequente – anche le private abitazioni, beninteso, allorquando si trovassero «in tali condizioni da lasciar scorgere a chiunque [….] quanto vi si compia internamente»[19].

4.Ma questa giurisprudenza voyeuristica che costringeva gli amanti a controlli serrati e scrupolosi per evitare di rendere pubblico uno “spettacolo” destinato a rimanere necessariamente privato, rappresentava solo un tassello del più ampio mosaico di problematiche relative al controllo della morale sessuale nell’Italia liberale. Sottotraccia il tema del pudore misurava in maniera tangibile la crescita d’influenza e di prestigio che in quegli stessi anni stavano acquisendo le nuove correnti positiviste impegnate a ridefinire lo statuto della penalità in nome dello studio scientifico del fenomeno criminale.

Era proprio a questa tematica che numerosi medici, antropologi e alienisti dedicavano alcune pagine più significative della loro produzione nella convinzione di segnare una precisa relazione tra il pudore e la “normalità” psico-fisica, una relazione che faceva del corpo il punto di riferimento essenziale per la costruzione di una retorica che incanalava nelle categorie della devianza i soggetti non conformi ad un preciso standard sessuale.

Vale la pena lasciare la parola ai protagonisti di questa stagione come Paolo Mantegazza. Antropologo, igienista, viaggiatore e divulgatore instancabile, egli affrontava il sentimento del pudore in una delle sue opere di maggior fortuna editoriale la Fisiologia dell’amore. Dopo aver sottolineato che il pudore rappresentava una delle forme più elette della seduzione e delle reticenze d’amore, egli chiariva che il senso del pudore compariva assai prima nelle donne alle quali «l’anatomia degli organi e la missione difensiva nelle battaglie d’amore rendono più spontanei gli atti della pudicizia»[20]. Allo stesso tempo Mantegazza sembrava istituire una stretto rapporto tra pudore e civilizzazione per cui mano a mano che «dalle razze basse si ascende alle più alte» il pudore «cresce e si affina in forma più delicate»[21].

A ben vedere quest’ultima notazione non rappresentava affatto una novità nel dibattito positivistico. Già Cersare Lombroso in una sua lettura tenuta presso l’ateneo pavese e pubblicata nel 1871 stabiliva un legame tra pudore e civilizzazione sociale concludendo che questo sentimento non potesse appartenere ai nostri primi progenitori o ai selvaggi[22]. Ciò che invece sembrava dettare un profondo mutamento d’indirizzo in ordine al tema del pudore era la stretta relazione che la letteratura positivistica stabiliva tra questo sentimento ed il carattere sessuale. Secoli di selezione naturale avevano stabilito una distinzione di ruoli funzionale alla conservazione delle specie. Tale distinzione prendeva forma nei caratteri psico-fisici dell’uomo – forte e sessualmente attivo – e della donna – debole, materna e pudica –[23]. Sviluppando questo assunto in senso rigidamente deterministico, Lombroso traeva come necessaria conseguenza che un soggetto che non rispettasse in qualche misura la linea di demarcazione che l’evoluzione biologica aveva stabilito rappresentava nulla di più che un deviante affetto da una forma di atavismo o regressione[24].

Era indubbio che un simile discorso comportasse conseguenze assai importanti per il giudizio sull’omosessualità, soprattutto sulla questione relativa all’introduzione in Italia – sull’esempio inglese e tedesco – di specifiche sanzioni penali per le pratiche omosessuali. Il codice Zanardelli aveva rinunciato a punire le condotte omosessuali evitando di distinguere lo stupro «naturale» da quello «contro natura» anche perché – come fu evidenziato in sede di dibattito parlamentare – non occorreva in questa materia «entrare nei dettagli e nelle suddistinzioni» posto che la legge deve essere sempre pudica anche nel linguaggio[25], tuttavia non occorre spendere molte parole per evidenziare che – indipendentemente dalla criminalizzazione – il discorso positivista introduceva per omosessuali e transessuali nuove e più incisive forme di stigmatizzazione[26] considerandoli come forme deviate dell’evoluzione biologica.

Così, mentre Lombroso promuoveva la traduzione in lingua italiana della celebre Psicopatologia sexualis di Richard Kraft-Ebing, ed igienisti ed antropologi dedicavano ai temi della sessualità periodici specializzati – come l’Archivio delle psicopatologie sessuali ad opera del medico avellinese Pasquale Penta – anche in Italia arrivò l’eco delle battaglie combattute in Germania ed in Austria contro la criminalizzazione dell’omosessualità da parte del giudice Karl Heinrich Ulrichs e del medico Magnus Hirshfeld. Tra i numerosi case-studies presenti nella letteratura scientifica, appare assai significativo quello trattato da Angelo Zuccarelli – medico molisano e direttore della clinica di Igiene alla Regia Università di Napoli – che, sulle colonne del periodico da lui fondato L’anomalo[27], esaminava l’episodio che aveva coinvolto A. M.. Questi, esposto nella ruota dell’Ospedale dell’Annunziata di Napoli, dopo un breve soggiorno in America era tornato nella città partenopea dove incappò in una retata di polizia disposta per arginare il fenomeno della prostituzione. Dopo una approfondita visita, Zuccarelli descriveva analiticamente le caratteristiche psico–somatiche di A.M.: «Egli è maschile sì per le caratteristiche genitali, ma psichicamente è una femmina in tutto e per tutto. […] Ha incesso, movenze, delle moine e delle ritrosie come di pudore dei sorrisi furbetti e occhiggiamenti delle arrendevolezze e svenevolezze ed altro simile propri di femmina. Nel mio difficoltoso esame parecchio dovetti ottenere a via di confetti e carezze (alle quali pur con intima ripugnanza mi piegai per l’interesse scientifico) …»[28].

5.Al di là della ritrosia, la reazione stizzita che traspare nella relazione del medico molisano rivelava come dietro lo sforzo di incasellare i corpi in precisi caratteri sessuali vi fosse qualcosa di più che una semplice tassonomia. I casi di omosessualità, transessualismo ed ermafroditismo mettevano in crisi uno dei capisaldi dell’identità sessuale ottocentesca, quello secondo cui alle diversità anatomiche fra uomo e donna corrispondevano per forza di cose ruoli distinti nella società che si traducevano in una diversa capacità sul piano giuridico e politico[29]. Basta leggere le pagine dedicate alla natura femminile da autori come Lombroso, Ferraro,[30] Moebius[31] o Sergi[32] per comprendere come apparentemente nascosta dietro la legittimazione del linguaggio medico i temi del Corpo e della sessualità finivano per celare tutta la preoccupazione dell’estabilishment verso i nuovi percorsi di autonomia e di realizzazione prodotti da una sempre maggiore presenza femminile nella società e nel lavoro.

Si trattava – vale la pena di notarlo – di una questione tutt’altro che anodina sul piano giuridico. Assunto l’uomo come modello di soggettività all’interno dell’ordinamento, tutto ciò che non corrispondeva al preciso standard maschile e, dunque, in primo luogo le caratteristiche femminili, potevano giustificare attraverso l’argomento della diversità biologica un distinto trattamento sul piano dei diritti e dei doveri.

A giocare un ruolo determinante in questa partita era proprio il pudore e la naturale vocazione femminile per la famiglia che sembravano chiudere la porta ad ogni possibile equiparazione dei generi in ordine alla dimensione politica della cittadinanza[33]. La lunga lotta per l’emancipazione femminile sarebbe partita proprio da questo punto per affermare nuovi percorsi d’inclusione. «Mai come in questo caso» – ha notato Pietro Costa – la lotta per i diritti assunse la fisionomia di una battaglia diretta a «disegnare di nuovo i profili dell’identità individuale e attraverso di essa il gioco delle relazioni intersoggettive con la comunità politica»[34]; occorreva affrontare il «nodo della famiglia come reti di poteri e di differenze», rimodulare «i ruoli sociali e le competenze, tracciare una diversa linea divisoria tra pubblico e privato» spezzare «l’infrangibile separatezza della proper sphere femminile istaurando un rapporto diretto e personale tra la donna e la civitas»[35].

6. Il caso trattato da Angelo Zuccarelli risale al 1917; una data simbolica che ben si presta a fissare un termine ad quem dell’indagine proposta in questo contributo. Sui campi di battaglia del primo conflitto mondiale calava definitivamente il sipario sul «lungo Ottocento». Il discorso giuridico del pudore ne aveva accompagnato le scansioni a partire dalla nascita della famiglia borghese fino alla stagione della “medicalizzazione” della penalità, lasciando in eredità al secolo successivo un insieme di tensioni irrisolte, in primo luogo quella di una «questione femminile» che appariva oramai ineludibile.

A fronte delle tumultuose trasformazioni sociali imposte dalla guerra, il fascismo si sarebbe fatto carico di intercettare il senso di frustrazione e disorientamento di una fetta consistente della borghesia italiana edificando sul doppio ruolo di moglie e madre una rappresentazione della figura femminile funzionale al proprio progetto di “moralizzazione” della società italiana. Non solo, attraverso la disciplina del Corpo e della sessualità il regime avrebbe promosso una integrazione sempre più pervasiva tra la morale pubblica e quella privata.

Agli albori dell’esperienza fascista, Alfredo Rocco aveva annunciato questo intento in uno dei suoi discorsi più celebri; un discorso che, riletto a distanza, sembra assumere i tratti di una vera e propria dichiarazione programmatica: «lo Stato non è solamente un organismo giuridico è e deve essere un organismo etico. Lo Stato deve farsi tutore della morale pubblica e rivendicare questa morale; deve curare anche l’animo oltre che il Corpo dei cittadini. È in nome di questo altissimo dovere che lo Stato deve intervenire per reprimere la menzogna, la corruzione e tutte le forme di deviazione della morale pubblica e privata»[36].

[1] M. Foucault, Il vero sesso, in S. Vaccaro, M. Coglitore (a cura di), Michel Foucault e il divenire donna, Milano, Mimesis, 1997, p. 179.

[2] Sul tema del pudore, ci si limita a segnalare: N. Elias, La civiltà delle buone maniere, Bologna, Il Mulino, 1982; J. C. Bologne, Histoire de la pudeur, Paris, Hachette, 1986; M. Seltz, Il pudore. Un luogo di libertà, Torino, Einaudi, 2005; J. Morel Cinq-Mars voce Pudeur in M. Marzano (dir.) Dictionnaire du corps, Paris, Puf, pp. 790-793.

[3] M. Foucault, La volontà di sapere, in Id. Antologia a cura di V. Sorrentino, Milano, Feltrinelli, 2005, p. 105.

[4] Rapport au corps législatif, 17.02.1810, cit. in M. Iacub, Dal buco della serratura. Una storia del pudore pubblico dal XIX al XXI secolo, Bari, Dedalo, 2010, pp.69-70.

[5] G. Durante, L’artificio incarnato della vita giuridica, saggio introduttivo a M. Iacub, Dal buco della serratura, cit., p. 25.

[6] M. Iacub, Dal buco della serratura, cit., p. 45.

[7] Ivi, p. 64.

[8] Tra i numerosi autori che si sono occupati di questo fondamentale tornante della storia sociale: G Fraisse, M. Perrot (a cura di), Storia delle donne. L’Ottocento, Roma-Bari- Laterza, 1991; M. Barabagli, Sotto lo stesso tetto. Mutamenti della famiglia in Italia del XV al XX secolo, Bologna, Il Mulino, 1996; R. Bizzocchi, In famiglia. Storie di interessi e affetti nell’Italia moderna, Roma-Bari, Laterza, 2001; M. Barbagli, D.I. Kerzer (a cura di), Storia della famiglia in Europa. II, Il lungo Ottocento, Roma- Bari, Laterza, 2003. Nel panorama della storiografia giuridica italiana il tema è approfondito da G. Alessi, Il soggetto e l’ordine. Percorsi dell’individualismo nell’Europa moderna, Torino, Giappichelli, 2006.

[9] J.E.D. Esquirol, Des maladies mentales, II, Paris, Baillièrs, 1838, p. 32. Sugli studi di Esquirol: M. Galzigna, Lo psichiatra e il libertino in S. Vegetti Finzi (a cura di), Storia delle passioni, Roma-Baria, Laterza, 1997, pp. 213-242.

[10] S. Stewart-Steinberg, L’effetto Pinocchio. Italia 1861-1922. La costruzione di una complessa modernità, Roma, Elliot, p. 246.

[11] M. Sbriccoli, La penalistica civile. Teorie e ideologie del diritto penale nell’Italia unita, in A. Schiavone (a cura di), Stato e cultura giuridica in Italia dall’Unità alla Repubblica, Roma- Bari, Laterza, 2001, p. 154.

[12] Cit. da A. Mazzacane, voce Carrara, Francesco, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. XX, Roma, Istituto dell’Enciclopedia italiana, 1977, p. 665.

[13] F. Carrara, Programma del corso di diritto criminale […] Parte speciale, vol. IV, Lucca, Tip. Giusti, 1870, p. 64.

[14] Sul tema: A. Cernigliaro, Sviluppi semantici del concetto di ordine pubblico nell’Ottocento italiano, in L. Lacchè, C. Latini. P. Marchetti, M. Meccarelli (a cura di), Penale, giustizia, potere. Metodi, Ricerche, Storiografie, Macerata, EUM, 2007, pp. 309-327.

[15] Ivi, pp. 18-19.

[16] Cass. 29.02.1892, in La Corte Suprema di Roma. Raccolta periodica delle sentenze della Corte di cassazione di Roma, XVII (1892), p. 62.

[17] Cass. 6.02.1892, in Foro penale. Rivista critica di diritto e giurisprudenza penale e discipline carcerarie, II (1892), p. 58.

[18] Cass. 12.11.1891 in La Corte Suprema di Roma. Raccolta periodica delle sentenze della Corte di cassazione di Roma, XVI (1891), p. 904.

[19] Cass. 11.03.1898 in La Cassazione unica. Periodico giuridico di Roma, IX (1898), p. 903.

[20] P. Mantegazza, Fisiologia dell’amore, Milano, Bernardoni, 1873, p. 94.

[21] Ivi, p. 97.

[22] C. Lombroso, L’uomo bianco e l’uomo di colore. Letture sull’origine e sulla varietà delle razze umane, a cura di L. Rodler, Bologna, Archetipolibri, 2012, p. 93.

[23] L. Rodler, L’impudicizia della scienza tra Mantegazza e Lombroso,in Griseldaonline-Portale di letteratura, www.griseldaonline.it/temi/pudore/impudicizia-scienza-mantegazza-lombroso-html, consultato il 4.4.2016.

[24] C. Lombroso, L’amore nei pazzi in «Archivio di psichiatria, scienze penali ed antropologia criminale», II (1881), pp. 1-32. Id., Du parallélisme entre l’homo sexualité et la criminalité inée, in Archivio di psichiatria, scienze penali ed antropologia criminale, XXVII (1906), pp. 378-381. Sui caratteri dell’omosessualità come degenerazione psico-fisica nel pensiero ottocentesco: A. Corbin, Les rencontre des corps, in A. Corbin, J.J. Courtine, G. Vigarello (dir.), Histoire du corps, Paris, Seuil, 2005, pp. 149-214.

[25] Cit. in «Rivista penale», II (1875), p. 528-529. Sul punto, cfr. anche B.P.F. Wanrooij, Storia del pudore. La questione sessuale in Italia 1860-1922, Venezia, Marsilio, 1990, p. 194.

[26] Il riferimento è al fondamentale strumentario teorico coniato dall’opera di Erwing Goffman; per un’analisi storico-giuridica ispirata al paradigma del celebre sociologo canadese cfr. A Cernigliaro, L’”altro” come specchio, il “diverso” come minaccia, in A.A. Cassi (a cura di), Ai margini della civitas: figure giuridiche dell’altro tra Medioevo e futuro, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2013, pp. 13-44.

[27] Sulla tormentata figura di Angelo Zuccarelli e della sua avventura editoriale: F. Rotondo, Angelo Zuccarelli e la rivista «L’Anomalo». Una riflessione sull’antropologia criminale di fine Ottocento a Napoli, in L. Lacchè, M. Stronati, Una tribuna per le scienze criminali. La ‘cultura’ delle riviste nel dibattito penalistico tra Otto e Novecento, Macerata, Eum, pp. 191-218.

[28] A. Zuccarelli, La misteriosa «donna barbuta» arrestata dalla questura di Napoli. Un altro caso d’inversione dell’istinto sessuale in «L’anomalo», XIV (1917), p. 125. Cfr sul punto, ancora, B.P.F. Wanrooij, Storia del pudore, cit., pp. 192-193.

[29] B.P.F. Wanrooij, Storia del pudore, cit., p. 193.

[30] C. Lombroso, G. Ferrero, La donna delinquente, la prostituta e la donna normale, Torino-Milano, Bocca, 1893.

[31] P.J. Moebius, L’inferiorità mentale della donna, Torino, Bocca, 1904.

[32] G. Sergi, Per l’educazione del carattere, Milano, Dumolard, 1893.

[33] Sul tema, le pagine di G. Cazzetta, Codice civile e identità giuridica nazionale. Percorsi e appunti per una storia delle codificazioni moderne, Torino, Giappichelli, 2011, pp. 76-83.

[34] P. Costa, Civitas. Storia della cittadinanza in Europa. 3. La civiltà liberale, Roma-Bari, Laterza, 2001, p. 366.

[35] Ivi, p. 399.

[36] A. Rocco, Discorso alla Camera dei deputati, 16. 05.1925, in Id., La trasformazione dello Stato, Roma. Edizioni della Voce, 1927, p. 45.

Fascicolo 2/2016
Editoriale
di Renato Rodorf
Obiettivo 1
Verso il referendum costituzionale.
Forme di governo, modelli di democrazia
di Riccardo De Vito

Le ragioni e le modalità di un obiettivo interamente dedicato alle riforme costituzionali, tra necessità di approfondimento scientifico del tessuto normativo e volontà di interrogarsi sulle forme e i possibili cambiamenti della democrazia.

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Le polemiche conseguenti all’adesione di Magistratura democratica (Md) al Comitato referendario per il NO sono l’occasione per tornare sul tema dell’impegno politico ed in politica dei magistrati.

di Valerio Onida

Il testo sintetizza le ragioni che dovrebbero indurre gli elettori a votare NO al prossimo referendum confermativo. Sono avanzate obiezioni di metodo (l’oggetto della riforma non è omogeneo, e ciò obbliga chi vota ad un prendere o lasciare che ne coarta la libertà di scelta; la revisione costituzionale è stata approvata a stretta maggioranza, da parte di un Parlamento eletto sulla base di una disciplina elettorale incostituzionale, e impropriamente guidato dall’iniziativa governativa) e di merito.

Quanto a queste ultime, l’Autore contesta che un presunto deficit di governabilità sia indotto dall’attuale bicameralismo e, pur apprezzando l’idea di istituire il Senato quale organo rappresentativo delle Regioni, rileva che la riforma fallisce in tale intento.

Il nuovo Senato non sarebbe in grado di esprimere la volontà regionale, mentre, al contempo, la riforma indebolisce fortemente il ruolo delle autonomie territoriali, ma accentua oltre il dovuto i privilegi delle autonomie speciali.

Una riflessione è infine dedicata agli effetti distorsivi che il rafforzamento dell’esecutivo potrebbe produrre, a causa della nuova legge elettorale.

di Luciano Violante

Viviamo – scrive l’Autore – non in un’epoca di cambiamenti, ma in un cambiamento d’epoca, contrassegnato da fattori come il rovesciamento dei rapporti tra finanza e politica, l’interdipendenza globale, la necessità di velocizzare le procedure decisionali. Sono circostanze che chiedono un mutamento di orizzonte costituzionale, nella direzione del superamento del “complesso del tiranno”. In questo contesto, infatti, occorre scegliere se rimanere subalterni e subire il cambiamento, oppure se governarlo con norme costituzionali per ridare al sistema politico capacità di decisione e stabilità, evitando al contempo rischi di straripamenti personalistici. È questa la rotta intrapresa dalla riforma costituzionale: eliminazione del bicameralismo paritario, concentrazione del rapporto fiduciario nel rapporto Camera/Governo, voto a data fissa sui disegni di legge di iniziativa governativa, previa deliberazione della Camera, controllo del Senato sulle politiche del Governo. Sono innovazioni che mirano a restituire efficienza alla democrazia. Non mancano i bilanciamenti al potere del Presidente del Consiglio, che anzi vengono ampliati, dai limiti posti al ricorso ai decreti legge alla possibilità per il popolo di promuovere referendum propositivi.

di Luciano Violante
di Gianni Ferrara

Il costituzionalismo è una storia in divenire, un conflitto incessante tra tensione all’erosione del potere monocratico e ricomposizione di quest’ultimo in forme rinnovate.

Nell’attuale fase storica, di reazione al welfare state e di sottrazione dei capitali al controllo delle democrazie statali, la dialettica democratica vede il kratos prevalere sul demos.

In questa stessa direzione si muovono le riforme costituzionali ed elettorali promosse dal Governo, le quali lasciano inalterata la facciata esterna dell’edificio costituzionale, ma ne pervertono l’essenza: la forma di governo parlamentare.

Si inverte il principio gattopardesco del principe di Salina: tutto resta tale e quale, perché tutto cambi.

di Massimo Villone

Un’analisi critica a tutto tondo delle questione di merito e di metodo delle riforme Renzi-Boschi e degli effetti negativi prodotti dall’interazione con la legge elettorale Italicum.

Azzeramento del Senato elettivo, Camera nelle mani del Capo di Governo, riduzione degli strumenti di democrazia diretta sono i tratti salienti di una riforma che espropria il popolo della sovranità. In fondo, inoltre, un’utile e approfondita bibliografia.

di Livio Pepino

Lungi dall’essere un’operazione manutentiva di ingegneria istituzionale, la “riforma” della Costituzione e l’Italicum realizzano un frattura profonda rispetto al sistema disegnato dalla Carta del ‘48.

Non all’insegna del nuovo ma di una piena continuità con il disegno centralizzatore e antidemocratico che ha segnato gli ultimi decenni della vita del Paese portando alla definizione, di fatto, di una diversa costituzione materiale.

Ne costituiscono univoca manifestazione la concentrazione del potere politico nelle mani del partito più votato (anche se, potenzialmente, minoritario), la riduzione del Parlamento a organo prevalentemente di nominati e a sede di ratifica delle decisioni del Governo, il depotenziamento delle autonomie locali e degli organi di controllo e l’indebolimento degli istituti di democrazia diretta.

Gli slogan nuovisti e i luoghi comuni sulla necessità di un non meglio precisato cambiamento non bastano a mascherare il senso dell’operazione, che è quello di sostituire la democrazia rappresentativa e partecipativa prevista dalla Carta del 1948 con una democrazia di investitura nella quale chi vince prende tutto e i cittadini sono ridotti a uno status prossimo a quello di sudditi, sempre più atomizzati, isolati l’uno dall’altro, dediti essenzialmente alla ricerca del proprio utile.

di Gaetano Azzariti

Un esame attento dei punti di possibile frizione della legge elettorale Italicum con la Costituzione. L’analisi muove dalla lettura analitica dei meccanismi elettorali (premio di maggioranza, capilista bloccati, pluricandidature, differenze trai due rami del Parlamento) e culmina nella riflessione sul modello di democrazia sotteso alla legge elettorale.

di Ugo De Siervo

Il testo si sofferma sulla proposta di revisione costituzionale, nella parte concernente il procedimento legislativo, con taglio critico.

Attraverso l’esame delle competenze del Senato, si pongono in luce numerosi problemi applicativi cui la riforma potrà dal luogo, ed un conseguente elevato tasso di conflittualità costituzionale.

Si esamina anche la posizione delle autonomie speciali e il controllo preventivo di costituzionalità introdotto dalla riforma.

di Barbara Guastaferro

Il testo prende in esame il progetto di revisione costituzionale del Senato della Repubblica, studiandone composizione e funzioni.

Esse sono poi poste a paragone con il bicameralismo francese, spagnolo e tedesco.

di Simone Pajno

Il testo affronta il tema del nuovo Senato della Repubblica, con riferimento sia alla sua composizione, sia alle funzioni demandategli. L’autore osserva che gli attuali meccanismi di cooperazione tra Stato e Regioni derivino dall’assenza nel procedimento legislativo del punto di vista delle autonomie territoriali. La riforma del Senato, anziché sciogliere il nodo, lo taglia e segna con ciò il tramonto della chiamata in sussidiarietà, centralizzando le competenze, ma fallendo nel rendere il Senato un organo davvero rappresentativo delle Regioni, soprattutto a causa della persistenza del divieto di mandato imperativo. Particolare attenzione è dedicata al ruolo che potrebbe assumere in questo contesto il sistema delle conferenze. L’autore auspica una revisione costituzionale che incardini le conferenze orizzontali presso il Senato, e si interroga sugli spazi aperti al Regolamento del Senato in tale campo.

di Francesco Rimoli

Il testo rappresenta i rischi cui potrebbero essere esposti gli organi di garanzia a seguito della revisione costituzionale, soffermandosi sulle modalità di composizione della Corte costituzionale e sulla elezione del Capo dello Stato.

È altresì valutato criticamente l’introduzione del controllo preventivo di costituzionalità sulle leggi elettorali.

Coglie infine la tensione tra difesa dei valori di una democrazia discorsiva-deliberativa e le esigenze di celerità e semplificazione nell’assunzione di decisioni imposte dalla finanziariarizzazione dell’economia.

di Silvia Niccolai

La riforma Renzi-Boschi intesta alla Corte costituzionale un inedito giudizio preventivo di legittimità costituzionale delle leggi elettorali.

L’articolo mette in risalto come si tratti di un dettaglio qualificante la riforma.

Il rischio è quello di una modifica del ruolo della Corte, da interlocutore dialettico in una dinamica democratica aperta a certificatore di indirizzi legislativi.

di Roberto Romboli

I riflessi della riforma sulla Corte costituzionale sono analizzati attraverso alcuni temi classici della giustizia costituzionale ed alla luce delle novità introdotte dal disegno di legge sottoposto a referendum. Vegono in rilievo, così, la composizione della Corte, il contenzioso costituzionale Stato/Regioni, il possibile incremento dei vizi formali delle leggi, la nuova competenza “preventiva” e rapporti di quest'ultima con il potere di rinvio del Capo dello Stato.

Quale anima della Corte prevarrà? Quella “politica” o quella “giurisdizionale”?

di Marco Bignami

Il testo si occupa della proposta di riforma costituzionale del Titolo V, Parte II, della Costituzione. Dopo aver dato conto degli obiettivi sottesi alla forma di Stato regionale e aver esaminato lo stato attuale della giurisprudenza costituzionale, ci si sofferma sul riparto della potestà legislativa, con particolare riguardo alla nozione di “disposizioni generali e comuni”.

Attenzione è dedicata infine alla cd clausola di supremazia.

Obiettivo 2
Il Corpo. Anatomia dei diritti
di Stefano Celentano
di Filomena D’Alto

Il lavoro mira a dare una traccia del processo culturale e giuridico relativo all’emersione al piano normativo dei diritti della persona.

Si è trattato di un procedimento complesso, inerendo alla struttura del diritto soggettivo ed alla sua tutela.

La proprietà privata – paradigma delle libertà nello stato liberale, grazie al suo contenuto politico di concretizzazione del principio di libertà – è divenuta il modello tipico di garanzia dei diritti dell’individuo, iniziando tuttavia a profilarsi quale strumento inadeguato alla tutela di situazioni giuridiche afferenti più propriamente alla dimensione dell’essere che non a quella dell’avere. Inadeguatezza che è gradualmente emersa nella difficoltà di ridurre le situazioni giuridiche della sfera personale a diritti sulla propria persona, sul proprio corpo.

di Francesco Serpico

Il presente contributo si propone di tracciare un breve percorso relativo alla tutela penale del pudore nell’Italia dell’Ottocento.

A partire dalla nascita della famiglia borghese, fino alla stagione delle nuove correnti positivistiche impegnate a definire un nuovo statuto della penalità, le problematiche relative al controllo dei corpi e della morale sessuale rappresentarono uno dei referenti fondamentali per la costruzione del soggetto nell’ordine giuridico liberale.

La labile frontiera del pudore si avviò a segnare un confine fluido tra moralità e immoralità, lecito e illecito, «normalità» e devianza, un campo di tensione destinato a segnare la mentalità collettiva ben oltre il tornante del nuovo secolo.

di Marianna Pignata

Il presente lavoro si propone di tracciare un breve percorso relativo alla questione sull’uguaglianza di genere ed a quella dei diritti ad essa concatenati nonché al dibattito che ne deriva in ambito civilistico e penalistico di fine Ottocento sulla rappresentazione della “soggezione” femminile e del reato di stupro che evidenzia come, soprattutto nell’ambito penale, il diritto aveva come finalità il controllo della sfera della sessualità nella definizione e costruzione di reati come quelli di adulterio, aborto, stupro, seduzione, o infanticidio. A tal riguardo, non è marginale rammentare che per il codice penale i reati di violenza sessuale e incesto erano rispettivamente parte «Dei delitti contro la moralità pubblica e il buon costume» (divisi in «delitti contro la libertà sessuale» e «offese al pudore e all’onore sessuale») e «Dei delitti contro la morale familiare». Pertanto, prima di arrivare al dettato costituzionale che attraverso l’emersione d’un “valore ideale” quale l’uguaglianza tra sessi darà vita ad uno stravolgimento di comportamenti discriminatori fortemente consolidati, si assisterà all’infausto fenomeno del “ridimensionamento”, appunto tra Otto e Novecento, del reato di stupro proprio grazie alla legittimazione normativa all’interno d’un sistema di mille contesti che giustificavano tale crimine, tante quante le mille avallanti interpretazioni della dottrina e della giurisprudenza.

di Giuseppe Aprile e Gianclaudio Malgieri

I concetti giuridici di “naturale” e “biologico” necessitano di una reinterpretazione a partire dalle sfide della tecnologia e dei profondi cambiamenti sociali degli ultimi anni.

Lo sviluppo biotecnologico ha infatti ampliato le frontiere del biologicamente possibile, evidenziando la matrice essenzialmente socio-culturale dell’idea di natura così come proposta dalla dottrina giusnaturalista. D’altro canto, la nuova espansione del principio di autodeterminazione (in virtù di un concetto dinamico di salute, identità di genere, famiglia) è sia presupposto che conseguenza di una valorizzazione legislativa del nuovo concetto di “biologicamente possibile”. In questo ambito, luogo privilegiato di incontro-scontro tra il “possibile” e il “naturale” è proprio il corpo umano.

Il contributo, frutto di un lavoro interdisciplinare tra diritto e medicina, mira a dimostrare come la giurisprudenza e la legislazione recenti sembrino essere in lenta acquisizione di tale sensibilità, cercando di mediare tra una visione decisamente personalistica di natura come identità dei singoli e un più dinamico criterio storico-evolutivo di conformità al “sentire comune”. Tale trasformazione non implica una liberalizzazione incondizionata delle azioni dei corpi sul Corpo, ma impone piuttosto il riconoscimento della neutralità giuridica del Corpo nella battaglia per la piena realizzazione di ciascun individuo.

di Roberta Catalano e Angela Martino

Oggi il diritto ad acconsentire in modo informato al trattamento sanitario costituisce il fulcro del rapporto medico-paziente e su di esso si fonda la legittimazione del professionista a prestare la sua attività terapeutica.

Tale rapporto si sostanzia in un’alleanza terapeutica alla cui stregua tutti gli sviluppi del percorso di cura devono, di regola, essere condivisi tra chi pratica il trattamento e chi lo subisce.

L’atto del consenso – quale consapevole adesione al trattamento proposto dal sanitario – è quindi considerato espressione dei diritti inviolabili della persona alla salute e ad autodeterminarsi, diritti che trovano un punto di convergenza nel più ampio e fondamentale diritto alla libertà personale.

È questo, in estrema sintesi, il punto di approdo della più recente esperienza normativa e giurisprudenziale circa il delicato tema del consenso informato.

All’esame di tale esperienza è dedicato il presente saggio.

di Lorenzo Chieffi

L’incapacità sovente mostrata dal legislatore italiano di introdurre una adeguata disciplina normativa in settori eticamente sensibili, per riguardare le fasi più significative dell’esistenza umana come la nascita e la morte, è stata la principale causa di una progressiva accentuazione del protagonismo delle diverse giurisdizioni.

Questo evidente sviluppo del diritto giurisprudenziale, anche all’esito di una interpretazione costituzionalmente orientata, ha tuttavia evidenziato una qualche forzatura del testo di legge che ha condotto, in non pochi casi, alla sua disapplicazione.

Una deroga all’onere imposto dal secondo comma dell’art. 101 della Costituzione, nel porre in discussione uno dei principi cardine dello Stato di diritto, quale è certamente quello basato sulla divisione dei poteri, avrebbe pure l’effetto di incidere sulla stessa certezza del diritto proprio a causa di una possibile frammentazione interpretativa cui potrebbero condurre le pronunce dei diversi giudici aditi.

di Paolo Valerio e Paolo Fazzari

In questo lavoro viene ricostruito il complesso dibattito e le controversie che stanno animando la comunità scientifica internazionale, e non solo, sul processo di (ri)definizione dei criteri che guidano la formulazione delle diagnosi riguardanti i soggetti che manifestano identità transgender o identità di genere non conformi e sull’opportunità di ritenere le diagnosi che riguardano questa popolazione di soggetti.

Il Manuale statistico e diagnostico dei disturbi mentali (DSM-5), con l’introduzione della diagnosi di Disforia di genere, ha accolto alcune delle richieste avanzate da parte del mondo dell’attivismo trans. Similmente, sono attese alcune modifiche in vista della pubblicazione della undicesima versione della Classificazione statistica internazionale delle malattie e dei problemi sanitari (ICD-11), la quale potrebbe introdurre la diagnosi di Incongruenza di genere e spostare tale diagnosi da una sezione dedicata ai disturbi mentali a una sezione dedicata alle condizioni mediche.

Sebbene la possibilità di classificare l’incongruenza di genere tra le condizioni di interesse medico, piuttosto che tra le diagnosi di interesse psichiatrico/psicologico-clinico, può garantire l’attuale sistema di accesso alle terapie mediche e, al contempo, contribuire al processo di de-patologizzazione dell’identità di genere, occorre tenere conto del fatto che la presenza di queste diagnosi continua a rendere medicalizzata l’area del corpo e dell’identità di tali persone.

Certamente, allo stato attuale delle nostre conoscenze, la de-patologizzazione delle identità transgender e delle identità di genere non conformi, può contribuire a migliorare la condizione delle persone transgender, aiutando a ridurre i processi di stigma sociale e di stigma strutturale perpetrati nei confronti di questi soggetti.

di Luigi Ferraro

La Corte costituzionale, con la sentenza n. 221/2015, non ritenendo più indispensabile l’intervento chirurgico ai fini della rettificazione anagrafica del sesso, ha affidato al magistrato la valutazione finale sulla sua effettiva necessità.

Il contributo, pertanto, intende riflettere sulla funzione dell’Autorità giudiziaria nel procedimento di rettificazione sessuale, come prevista dalla legge n. 164/1982 e oggi ancora di più implementata dalla decisione della Consulta.

Tale riflessione viene proposta anche nella prospettiva comparata, tenendo conto di un ordinamento, come quello spagnolo, che invece nella Ley n. 3/2007 ha inteso seguire il procedimento amministrativo ai fini del cambiamento del sesso.

di Giacinto Bisogni

Il carattere territoriale del diritto di famiglia si confronta sempre più problematicamente con la trasversalità del modo di vivere al di là dei confini geografici.

A farne le spese è spesso quel modello di democrazia e diritti fondamentali prospettato come il volto virtuoso della globalizzazione, il contenuto di una cittadinanza democratica tendenzialmente cosmopolita.

Il tema è particolarmente rilevante da quando il progresso scientifico e tecnologico ha reso praticabile uno scenario del tutto nuovo della riproduzione umana. Di fronte a una sfida così cruciale, l’orientamento da seguire per uscire da un labirinto pericoloso è proprio quello che ci viene dallo sguardo rivolto alle esigenze di vita delle persone e all’interesse del minore, un approccio anti-ideologico che ci libera da retaggi e pulsioni di regolazione statalistica della vita, da quel pericolo autoritario che il Costituente ha voluto per sempre scongiurare riconoscendo alla famiglia la caratteristica di una società naturale, il luogo primario dell’esperienza sociale dell’umanità.

Esiste già un quadro di principia livello internazionale che può aiutare la giurisdizione a svolgere il suo ruolo. Esiste già una giurisprudenza apparentemente minimalista della Corte europea di Strasburgo che traccia il percorso di un sistema di diritti delle persone e della famiglia basato sul mutuo riconoscimento e sulla continuità degli status personali e familiari. La centralità che questo percorso riuscirà a guadagnare nell’opera dei Parlamenti e nelle decisioni delle Corti potrà rendere virtuoso il carattere plurale delle società europee e garantire effettività alla cittadinanza europea.

di Maria Pia Iadicicco

Nel valutare la stretta ed ineludibile connessione tra il tema del Corpo e quello della procreazione medicalmente assistita, il contributo mette in luce le molte contraddizioni cui ha dato luogo l’applicazione in concreto della l. n. 40 del 2004. Dopo aver ripercorso i principali passaggi della “parabola giudiziaria” della l. n. 40/04, si sofferma sui numerosi nodi ancora irrisolti della disciplina sulla fecondazione artificiale, evidenziando come in Italia questa controversa vicenda sia stata denotata da un’evidente cesura tra il momento della produzione normativa, astratta e generale, e la valutazione della concretezza dell’oggetto regolato.

di Antonio Rotelli

Il contributo affronta il tema del diritto alla sessualità delle persone con disabilità che, variamente approfondito nell’ambito delle scienze psico-sociali, ha ricevuto attenzione più limitata da parte della letteratura giuridica. Si propone un quadro ricostruttivo delle fonti sovranazionali e della situazione legislativa italiana, che attende di essere rivisitata in maniera organica alla luce della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità del 2006.

Il diritto alla sessualità, latamente inteso, chiede di essere garantito al pari di tutti i diritti fondamentali delle persone con disabilità, nel contesto di una prospettiva di inclusione e valorizzazione dell’autodeterminazione.

di Maria Acierno

I progressi della scienza e delle biotecnologie ne hanno portato alla luce le componenti “invisibili” e le scienze umane hanno registrato la diffusa e crescente esigenza di una stretta connessione tra Corpo e psiche. I dati genetici hanno rivelato il Corpo come codice informativo insostituibile e le tecniche di riproduzione assistita hanno modificato il corso “naturale” del processo generativo.

La scissione tra genitorialità genetica e genitorialità biologica, oltre che la forte affermazione della genitorialità sociale hanno imposto una verifica dell’adeguatezza ed attualità del sistema di tutela integrato dei diritti della persona.

Le Corti hanno risolto conflitti in tema di brevettabilità delle cellule riproduttive, di embrioni contesi ed in tempi più recenti di nuove forme di genitorialità, provenienti dalle coppie omoaffettive.

Si tratta d’interrogativi che stimolano prese di posizione, anche legislative, fortemente ancorate ad ambienti politico culturali molto caratterizzati. Anche per questa ragione, il ruolo delle Corti, saldamente ancorato al corretto bilanciamento tra i diritti in gioco, continua ad essere una garanzia di obiettività.

Cronache americane
di Luigi Marini

Preceduta da un lungo periodo di dibattiti e di forti contrapposizioni, si è tenuta a New York dal 19 al 21 aprile 2016 una Sessione speciale della Assemblea Generale ONU (UNGASS) dedicata al tema delle droghe e destinata a fare il punto in vista della scadenza nel 2019 del Piano d’Azione decennale.

Il dibattito è stato articolato, con un prevalere di partecipazione e impegno da parte dei Paesi che chiedono con forza l’abbandono delle politiche securitarie e il pieno investimento su politiche centrate sul diritto alla salute, sulla tutela dei diritti umani e su una nuova logica di “sviluppo sostenibile”.

ARCHIVIO
Fascicolo 2/2017
Le nuove disuguaglianze
Beni comuni

Dedicato a Stefano Rodotà
Fascicolo 1/2017
Il diritto di Crono
Il multiculturalismo e le Corti
Fascicolo 4/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Il giudice e la legge
Fascicolo 3/2016
La giustizia tributaria
La riforma della magistratura onoraria
Fascicolo 2/2016
VERSO IL REFERENDUM COSTITUZIONALE
Forme di governo,
modelli di democrazia
IL CORPO
Anatomia dei diritti
Fascicolo 1/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Formazione giudiziaria:
bilancio e prospettive
Fascicolo 4/2015
Il valore del dissenso
Il punto sul processo civile
Associazionismo giudiziario
Fascicolo 3/2015
Il diritto del lavoro alla prova del Jobs Act
Unitarietà della giurisdizione
Riforma della responsabilità civile
Fascicolo 2/2015
NUMERO MONOGRAFICO
Al centesimo catenaccio
40 anni di ordinamento penitenziario
Fascicolo 1/2015
Dialoghi sui diritti umani
I diritti fondamentali tra obblighi internazionali e Costituzione
La risoluzione amichevole dei conflitti
Schede di ordinamento giudiziario aggiornate al gennaio 2015
Il volume costituisce un'utile panoramica dei metodi di contrasto alla criminalità mafiosa e degli strumenti di prevenzione
Numero speciale di Questione Giustizia in formato digitale con atti, relazioni e dati sul sistema delle misure cautelari personali