Rivista trimestrale
Fascicolo 1/2017
Obiettivo 1. Il diritto di Crono

Prescrizione, Taricco e dintorni: spunti a margine di un sistema da riformare

di Alberto Macchia

La prescrizione, specie dopo il noto caso Taricco, è nuovamente tornata sotto il fuoco dell’attenzione generale. Istituto a metà strada tra il diritto sostanziale e quello processuale, richiederebbe, forse, una rilettura meno condizionata dalle contingenze e più orientata verso orizzonti di sistema. Ridefinirne la disciplina sembra, ormai, scelta non più differibile, anche se le attuali iniziative parlamentari paiono percorrere strade “vecchie” e tutt’altro che soddisfacenti.

Esistono da sempre, nel diritto, istituti concettualmente problematici che, a cadenze fisse, sembrano emergere dal letargo per divenire terra di scontro ideologico.

Uno di questi è senza dubbio la prescrizione, visto che, specie negli ultimi anni, ad una sempre più asmatica gestione dei processi, ha ineluttabilmente finito per corrispondere la mannaia del tempo, con l’ovvio epilogo di una vanificazione di procedimenti, in alcun casi anche a forte impatto emotivo.

La Cassazione, come è noto, ha tentato qualche rimedio, attrezzando «filtri» più o meno funzionali, che hanno finito per innalzare sensibilmente la «soglia» della «manifesta infondatezza», rendendo quel parametro di apprezzamento dei ricorsi sempre più evanescente e tale da atteggiarsi come una sorta di inespresso potere di cestinazione. Inammissibilità del ricorso anche come «strumento occulto» per impedire la prescrizione dei reati? Il dubbio può cogliere, se è vero, come è vero, che il tema della operatività della prescrizione, anche in presenza di ricorso inammissibile, ha evocato l’intervento, in ben tre occasioni, delle Sezioni unite (l’ultimo, in ordine di tempo, è la sentenza Ricci, n. 12602 del 17 dicembre 2015).

Che la disciplina della prescrizione induca elementi di torsione nel sistema è, quindi, un dato di fatto, che, né le iniziative della Cassazione, né la «riforma» operata con la nota legge ex Cirielli hanno risolto; anzi – a detta di molti – specie per talune «classi» di reato, quest’ultima novella avrebbe addirittura peggiorato la situazione precedente.

Eppure, quello che a tutta prima potrebbe sembrare un problema tanto incancrenito da apparire difficilmente risolvibile sul piano strutturale – non apparendo all’orizzonte volontà politica e iniziative tali da comportare soluzioni rivoluzionarie, atte a riconfigurare il volto stesso di questo antico rimedio contro il tempo che scorre – assume, oggi, una pregnanza, una attualità e, a mio avviso, una urgenza tutta nuova, alla luce delle provocazioni indotte dal diritto comunitario, dopo la nota sentenza Taricco, ed il recentissimo tentativo di dialogo, suggerito dalla Corte costituzionale a seguito di quella pronuncia, con il rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia dell’Unione europea.

In breve. Con la ormai conosciutissima sentenza Taricco, la Grande camera della Corte di giustizia dell’Unione europea, ha affermato che l’art. 325 del Tfue impone al giudice nazionale di non applicare il combinato disposto degli artt. 160, ultimo comma, e 161, secondo comma, del codice penale (vale a dire la disciplina che regola la interruzione della prescrizione nel caso di pluralità degli atti interruttivi e la previsione di un tetto massimo circa il tempo necessario per prescrivere il reato) quando ciò gli impedisca di infliggere sanzioni effettive e dissuasive in un numero considerevole di casi di frode grave che ledono gli interessi finanziari dell’Unione, ovvero quando frodi che offendono gli interessi finanziari dello Stato membro sono soggette a termini di prescrizione più lunghi di quelli previsti per le frodi che ledono gli interessi finanziari dell’Unione.

Il dictum della Grande camera si fonda su un presupposto fattuale e normativo essenziale e schematico. Alla luce di quanto dedotto nella ordinanza con la quale era stato sollevato il quesito pregiudiziale – ha osservato infatti la Corte di Lussemburgo – «le disposizioni nazionali di cui trattasi, introducendo una regola in base alla quale, in caso di interruzione della prescrizione per una delle cause menzionate all’articolo 160 del codice penale, il termine di prescrizione non può essere in alcun caso prolungato di oltre un quarto della sua durata iniziale, hanno per conseguenza, date la complessità e la lunghezza dei procedimenti penali che conducono all’adozione di una sentenza definitiva, di neutralizzare l’effetto temporale di una causa di interruzione della prescrizione. Qualora – osserva dunque la Corte – il giudice nazionale dovesse concludere che dall’applicazione delle disposizioni nazionali in materia di interruzione della prescrizione consegue, in un numero considerevole di casi, l’impunità penale a fronte di fatti costitutivi di una frode grave, perché tali fatti risulteranno generalmente prescritti prima che la sanzione penale prevista dalla legge possa essere inflitta con decisione giudiziaria definitiva, si dovrebbe constatare che le misure previste dal diritto nazionale per combattere contro la frode e le altre attività illegali che ledono gli interessi finanziari dell’Unione non possono essere considerate effettive e dissuasive, il che sarebbe in contrasto con l’articolo 325, paragrafo 1, Tfue, con l’articolo 2, paragrafo 1, della Convenzione Pif nonché con la direttiva 2006/112, in combinato disposto con l’articolo 4, paragrafo 3, Tue.».

La sostanza è che, in base al diritto dell’Unione, per come interpretato dalla Corte di giustizia, il nostro sistema della prescrizione fa acqua, per lo meno nella parte in cui, stabilendo un limite temporale alle interruzioni, genera, accanto alla lunghezza dei processi penali, un effetto frustrante sul piano della effettività e dissuasività dell’apparato sanzionatorio: il che, a me sembra, è come dire – sia pure sotto il ristretto fuoco dei reati in materia di Iva – che la legge e la giustizia hanno fallito il loro compito.

Poco interessa, per quello che qui rileva, il coro di voci critiche che hanno, in varia misura e sotto differenti profili, stigmatizzato la decisione della Grande camera: quello che fa riflettere è il risultato. Il giudice nazionale viene infatti invitato a disapplicare la disciplina sulla prescrizione, quante volte si avveda di una sua incongruità di fondo rispetto a casi gravi e reiterati di violazioni penali (non importa a cosa), che, nella prospettiva del Giudice della Unione, condurrebbe ad una vanificazione della «effettività e dissuasività» della pena.

Una censura, dunque, severa e di natura – come oggi si usa dire con espressione non proprio elegante – «sistemica».

Evocata, come è altrettanto noto, sul versante dei «controlimiti» costituzionali che la sentenza Taricco coinvolgeva, con l’ordinanza n. 24 del 2017 la Corte costituzionale ha sollevato, davanti alla stessa Corte europea, questione pregiudiziale sulla interpretazione da annettere all’art. 325 Tfue ed alla stessa sentenza Taricco, nella fin troppo evidente prospettiva di allacciare un dialogo, inteso a contenere la portata di quella decisione all’interno dei limiti di compatibilità costituzionale.  

Al di là del ponte tracciato dai giudici della Consulta (non sappiamo se stabile o di tipo, per così dire, tibetano), mi sembra interessante notare come l’ordinanza della Corte si sia fatta carico di mettere in evidenza la circostanza che, a differenza di altri Paesi che muovono da una concezione processuale della prescrizione, l’Italia, come la Spagna, ha viceversa accolto una concezione sostanziale di tale istituto, rendendolo perciò stesso soggetto ai principi di legalità, tassatività e irretroattività, con la conseguenza che occorre verificare se la regola desumibile dalla sentenza Taricco rispetti il requisito della determinatezza che deve caratterizzare tute le norme di diritto penale sostanziale, tanto alla luce dei principi costituzionali, che in base all’art. 7 della Cedu, per come costantemente interpretato dalla Corte di Strasburgo.

«Ciascuno Stato membro – ha puntualizzato l’ordinanza della Corte – è perciò libero di attribuire alla prescrizione dei reati natura di istituto sostanziale o processuale, in conformità alla sua tradizione costituzionale»; ma è evidente che, da una siffatta opzione, devono poi trarsi tutte le conseguenze del caso.

Dunque, mi sembra di poter desumere, la prescrizione, da un lato, non può ritenersi, in sé, istituto “costituzionalmente delineato”, nel senso che i suoi connotati non appaiono né definiti, né in qualche modo postulati dalla Carta fondamentale; mentre, dall’altro lato, non può neppure reputarsi che la sua natura, processuale o sostanziale che sia, e la sua disciplina, soffrano – o debbano comunque sopportare – un qualche specifico vincolo di rango costituzionale, trattandosi di opzioni squisitamente riservate al legislatore.

Dubito, quindi, personalmente, che quelle scelte debbano essere orientate, come pure si esprime l’ordinanza, «in conformità alla […] tradizione costituzionale» di ciascun Paese, dal momento che, per quanto ci riguarda, la nostra Costituzione mi sembra essere del tutto anodina sul punto.

È evidente, però, che, al di là di qualsiasi approccio nominalistico, ciò che conta è il concreto atteggiarsi dell’istituto nel sistema, ad evitare possibili «truffe delle etichette»: ma una volta che la scelta di campo ove collocare la prescrizione sia stata compiuta dal legislatore, le conseguenze – stavolta anche sul piano costituzionale – non potranno essere che quelle limpidamente tracciate nella ordinanza della Corte.

Il che, ci sembra, è come dire: legislatore, se vuoi, sei (costituzionalmente) libero di ripensare la prescrizione come causa di estinzione del reato, posizionandola in un quadro di misure che si rifletta esclusivamente sul terreno del processo. Un buon viatico, se vogliamo, per trattare il tema secondo prospettive più ampie rispetto alle anguste, parziali e tutto sommato inutili (se non dannose) “miniriforme” che hanno sin qui visto la luce.

Sul punto, credo, che qualche sguardo all’indietro possa tornare comodo.    

La prescrizione, infatti, è un istituto bizzarro, perché sfugge – come s’è fatto cenno – ad una vera e propria definizione: e la sua “storia” ne è, a mio avviso, fedele testimonianza.

Accomunato – quasi come se si trattasse di un unico fenomeno giuridico – da una identità di nomen e di struttura, tanto nel diritto civile (ove dava luogo ad un fenomeno «estintivo» e ad uno «acquisitivo» dei diritti, in luogo della usucapione), che in quello penale («vizio di origine» che si è portato addosso per molto tempo), ha saltellato e continua a saltellare in una terra di nessuno, a mezza strada tra il diritto sostanziale e quello processuale, secondo un pendolarismo che la sua stessa natura anfibia indubbiamente asseconda. La contaminazione e la prevalenza processuale sono svelate dalla sua stessa origine.

Come ci ricorda Manzini, infatti, «l’ipotesi più soddisfacente è che il concetto di prescrizione penale sia sorto attraverso le ingiunzioni romane d’ordine processuale, intese a ottenere che i processi penali non si protraessero soverchiamente. Dapprima si stabilirono i termini massimi per le diverse fasi del procedimento; ma quando le procedure di cognitio è d’accusa cominciarono a divenire eccessivamente prolisse, i giudici rispetto a queste ultime, fissarono all’accusatore un termine massimo entro il quale doveva esaurire la sua attività processuale. Sotto Costantino tale prassi giudiziaria diventò precetto di legge; il termine venne fissato ad un anno, e poi, da Costantino, fu portato a due».

Nel codice Zanardelli, la prescrizione veniva configurata come istituto direttamente collegato alla vita della azione penale: stabiliva, infatti, l’art. 91 che la «prescrizione, salvo i casi nei quali la legge disponga altrimenti, estingue l’azione penale…». Il tutto, peraltro, in un quadro normativo di riferimento nel quale, in campo civile, l’istituto si atteggiava in termini decisamente sostanzialistici. L’art. 2105 del codice civile del 1865, infatti, stabiliva che «la prescrizione è un mezzo con cui, col decorso del tempo e sotto condizioni determinate, taluno acquista un diritto od è liberato da un’obbligazione». Seguivano, poi, le varie disposizioni che individuavano il tempo necessario per prescrivere le  varie “azioni” (reali, personali e quelle previste per le prescrizioni più brevi), in tal modo assegnando a tale espressione il valore di «diritto» ontologicamente correlato alla corrispondente pretesa fatta valere. In sostanza, anche l’azione aveva una sua corposa dimensione sostanziale, secondo quelle che erano le visioni dogmatiche dell’epoca, fortemente influenzate dagli approdi di sistema cui era pervenuta la scuola postpandettistica tedesca.

Con Rocco, la prospettiva muta radicalmente e, anche qui, non per una scelta che potremmo definire di “politica legislativa”, ma per una opzione di sapore eminentemente teorico. Come emerge dalla relazione ministeriale sul progetto preliminare del codice del 1930, infatti, vennero abbandonate tutte quelle locuzioni che facevano riferimento alla estinzione della azione penale, proprio traendo spunto dalle riflessioni che avevano accompagnato la teoria generale dell’azione in campo civile. «Secondo una recente dottrina processualistica – si legge infatti nella relazione – il significato tradizionale dell’azione penale ha subìto un mutamento sostanziale. Essa considera l’azione come un’entità del tutto distinta dalla pretesa che si intende far valere. Questo concetto, che trova riscontro in campo civilistico (dove si discute se la prescrizione estingua il diritto o l’azione, e si vuole, nelle obbligazioni, distinguere il debitum dalla responsabilità), presenta non poche variazioni nelle formulazioni dei diversi scrittori, ma in tutte rimane costante l’impossibilità d’identificare l’azione con la pretesa giuridica che ne è l’oggetto. Discende da ciò che l’azione, di per sé, non sia suscettiva di estinzione, non potendosene impedire l’attivazione anche quando sia venuto a mancare il fondamento della pretesa; ond’è che, quando la legge penale o quella civile parlano di estinzione dell’azione penale o dell’azione civile, intendono riferirsi, non all’azione, ma al rapporto giuridico oggetto della pretesa, e così, nel campo penale, al reato considerato non come fatto (che il fatto è una realtà storica insopprimibile), ma come entità giuridica, secondo la classica espressione del Carrara».

Da qui, la riconversione della prescrizione come istituto penale sostanziale, di estinzione del reato e non della azione.

Ma questa esigenza di simmetria dogmatica non tiene conto del fatto che, mentre il contratto vive a prescindere dalla azione – di cui, anzi, rappresenta, per così dire, il profilo eventuale e, per certi aspetti, patologico – (spettando alle parti il potere di crearlo, modificarlo, darvi esecuzione od estinguerne gli effetti), il reato (e con esso la individuazione del suo autore) non vive affatto di luce propria, ma ha bisogno di un giudice che ne dichiari la giuridica «esistenza» ed applichi le conseguenze di legge: e ciò, su impulso di una azione, pubblica, obbligatoria ed irretrattabile, che non ha nulla a che vedere con una pretesa di diritto sostanziale fatta valere in giudizio.

La prescrizione penale vive, dunque, nel processo e per il processo, nel senso che, al di fuori di esso, è un “nulla” da un punto di vista giuridico, esattamente come è un “nulla” il reato che, pure, “dovrebbe” far estinguere.

Eppure, – malgrado talune resistenze espresse da una parte della dottrina – la affermata natura «sostanziale» della prescrizione, proprio perché ormai scritta dal codice del 1930, parrebbe essere un dato acquisito, anche se, tra il concetto di azione penale, quale configurato dal legislatore del 1930, e quello odierno, dovrebbe essere tracciato un netto distinguo – se non altro alla luce dei principi costituzionali – al punto da legittimare la possibilità di “riesaminare” le logiche che ispirarono (come si è visto) il “marchio” sostanzialistico dato alla prescrizione.

Sul piano costituzionale, poi, la nostra Corte – come è stato ricordato anche nella ordinanza n. 24 del 2017, di cui si è prima detto – non sembra mostrare perplessità di sorta.

È costante, infatti, l’affermazione secondo la quale «Sebbene possa proiettarsi anche sul piano processuale – concorrendo, in specie, a realizzare la garanzia della durata ragionevole del processo […] – la prescrizione costituisce, nell’attuale configurazione, un istituto di natura sostanziale […]», la cui ratio si collega preminentemente, da un lato, all’«interesse generale di non più perseguire i reati rispetto ai quali il lungo tempo decorso dopo la loro commissione abbia fatto venir meno, o notevolmente attenuato […] l’allarme della coscienza  comune» […]; dall’altro, «al “diritto all’oblio” dei cittadini, quando il reato non sia così grave da escludere tale tutela» (tra le tante, sent. n. 143 del 2014 e 45 del 2015). Il reato si prescrive, dunque, allorché sia raggiunta una soglia temporale ragionevolmente sufficiente «a decretare, in via presuntiva, il disinteresse sociale per la repressione del fatto commesso». (sent. 143 del 2014 cit.).

Ma una volta ammesso che la prescrizione sia (comunque la si voglia intendere) un istituto costituzionalmente compatibile, possiamo poi affermare che la stessa sia anche un rimedio costituzionalmente imposto? Non lo è certamente nel caso dei reati “gravi” o di allarme sociale elevato, perché nessuno dubita del fatto che, in simili frangenti, la “memoria” non sfuma e non giustifica alcuna presupposizione di “oblio”; ma, allora, altrettanto potremmo dire per i casi in cui il decorso del tempo non sia indice di “inerzia” (contra non valentem agere non currit prescriptio), perché l’azione penale è stata comunque esercitata, evocando l’intervento del giudice su una certa regiudicanda.

Se non c’è inerzia, non ci può essere alcun “diritto” all’oblio, con l’ovvia conseguenza che, una volta rimossa la “inazione”, il “diritto” è al processo e non alla prescrizione.

D’altra parte, mi sembra colga nel segno l’affermazione di quanti ritengono addirittura contraddittorio evocare l’”oblio” nei confronti del reato, dopo che per esso è stata esercitata l’azione penale e intrapreso il processo, dal momento che è proprio attraverso il giudizio che lo Stato mette in scena la rievocazione, e dunque la reminiscenza del fatto, del suo autore e di chi ne è rimasto vittima.

Dunque, anche in quest’ultimo caso, la Carta fondamentale non sembra proprio inibire discipline che sterilizzino la prescrizione con l’inizio del processo.

Ne consegue, a me sembra, che la prescrizione “endoprocessuale” (vale a dire quella che si “sviluppa” dopo l’esercizio della azione penale), proprio perché correlata ad una scelta che mira a rimuovere la possibilità di “oblio,” non può avere, concettualmente, nulla a che vedere con la “durata ragionevole” del processo: valore, questo, che deve essere preservato in sé e per sé, a prescindere dallo spauracchio della prescrizione.

Altrimenti, la prescrizione può e deve (nuovamente) “riconvertirsi” in istituto pienamente e tipicamente processuale. A mio avviso, tertium non datur.

Il problema è, semmai, un altro: ed è quello delle diverse garanzie che possono scaturire da un eventuale “processualizzazione” dell’istituto; e, fra queste, in particolare, la irretroattività in peius delle eventuali modifiche normative circa il relativo regime. Tema, questo, particolarmente delicato, proprio alla luce del novum rappresentato proprio dalla sentenza Taricco della Corte di giustizia della Unione europea, dal momento che questa circoscrive il tema della irretroattività ai soli reati ed alle pene, a differenza di quanto invece accade nel nostro sistema, ove quella garanzia si proietta su qualsiasi istituto sostanziale che interagisca sul trattamento penale previsto per un determinato reato.

Resta il fatto, però, che è l’Europa a imporci, ormai, un cambio di passo: il problema, evidentemente, è stabilire come. Se, ancora una volta, attraverso pannicelli caldi che “ritocchino” questo o quel termine, concentrando l’attenzione su questo o quel reato, a seconda delle contingenze del momento (in linea con quella perversa logica di pendolarismo normativo di cui purtroppo siamo vittime da decenni), o cercare di «prendere il toro per le corna», stabilendo qualcosa di ragionevole sul piano del sistema. Personalmente, non ho dubbi che sia quest’ultima la strada da percorrere; il che, però, dovrebbe indurre all’abbandono di  quelle iniziative – parziali e farraginose – che albergano in Parlamento.

Non pensando realisticamente attuabile una trasformazione dell’istituto in chiave esclusivamente  processuale (le “tradizioni”, d’altra parte, pesano come macigni) credo che la scelta di “far morire” la prescrizione con la sentenza di primo grado rappresenti uno scossone che può riequilibrare le contrapposte esigenze, di consentire, da un lato, che il tempo e l’”oblio” collettivo evitino un processo superfluo e dannoso (come si può pensare di rieducare una persona a distanza di tanti anni dal fatto e che è, quindi, ontologicamente diversa da quella che ha commesso un reato del quale la coscienza collettiva ha sostanzialmente perso memoria?); dall’altro, di scongiurare il pericolo che, una volta accertato il fatto e il reato (sia pure con sentenza non irrevocabile), il seguito della vicenda giudiziaria possa essere strumentalizzato a fini diversi dalla definizione, nel merito, della regiudicanda.

Ecco la ragione per la quale termini di prescrizione e durata ragionevole del processo sono e devono restare temi che si muovono su binari paralleli e non comunicanti fra loro. Che, poi, l’eventuale durata irragionevole debba ammettere meccanismi compensatori, è un fatto evidente, dal momento che – comunque – e come la Corte costituzionale ha recentemente sottolineato nella sentenza n. 45 del 2015 – la condizione di «eterno giudicabile» deve essere ritenuta costituzionalmente incompatibile.

D’altra parte, la previsione secondo la quale la prescrizione non operi dopo la sentenza di prima grado (secondo quanto è previsto in Germania, dall’art. 78 b, comma 3, cod. pen., in Svizzera, dall’art. 97, comma 3, cod. pen., mentre in Spagna la prescrizione non opera dopo l’esercizio della azione penale, a norma dell’art. 132, comma 2, cod. pen.), non sembra neppure soluzione eccentrica rispetto all’attuale quadro normativo, se si considera che, già adesso, la prescrizione successiva alla pronuncia di primo grado non preclude la decisione sugli eventuali diritti civili, in base all’art. 578 cod. proc. pen., e neppure la decisione sulla confisca, dopo la sentenza Lucci del giugno scorso delle Sezioni unite (Sez. un., n. 31617 del 26 giugno 2016, Lucci).

Qualche osservazione credo vada fatta anche in merito al profilo della decorrenza della prescrizione, dal momento che la varietà dei fenomeni che possono essere coinvolti da tale specifico aspetto è notevole e con riflessi di grande risalto.

Un primo punto che è senz’altro opportuno ritoccare è quello che riguarda i reati a sfondo sessuale commessi in danno di minorenni. La decorrenza del termine di prescrizione del reato dal compimento del quattordicesimo anno di età risponde, infatti, ad esigenze fin troppo evidenti, correlate ad un minimum di maturazione psicofisica della vittima, con connessa capacità di autodeterminazione, anche ai fini della denuncia dei fatti. Il tutto, d’altra parte, non soltanto alla stregua di quanto previsto al riguardo in altri Paesi europei (Germania, Austria, Francia, Paesi Bassi, Svezia), ma anche in consonanza con la Convenzione di Lanzarote del 1° luglio 2010 (L. 1 ottobre 2012, n. 172).

Altro aspetto che personalmente riterrei necessario rivedere riguarda il dies a quo della prescrizione nel reato continuato, dal momento che appare assai sfuggente la “logica” della soppressione – ad opera della cosiddetta legge Cirielli – della decorrenza della prescrizione dalla cessazione della continuazione (in origine coerentemente prevista tanto dall’art. 158 del codice del 1930 che dall’art. 92 del codice Zanardelli), dal momento che la diversa e tradizionale opzione si poneva in stretta aderenza a quella che era la ratio essendi della continuazione, oggi, purtroppo, in larga misura negletta nelle applicazioni giurisprudenziali. La identità del disegno criminoso, infatti, non diversamente dalla “medesima risoluzione” che compariva sotto l’art. 79 del codice Zanardelli, evocava – ed evoca – una reductio ad unitatem dei diversi reati in quanto la relativa serie concatenata, si iscrive all’interno di un unitario “programma” che, per esser tale, ha necessariamente un inizio ed una fine. Si diceva, esemplificando, i diversi piccoli furti commessi dalla domestica, assumono i connotati della continuazione in quanto realizzati nel quadro di un unico progetto inteso a raggranellare la somma sufficiente per comprare il corredo alla figlia. Ma se il “programma” deve necessariamente prevedere un suo sviluppo ed un suo termine (altrimenti, la continuazione – come non di rado accade – finisce per applicarsi a chi si limita a voler realizzare più furti, perché di professione fa il ladro), mi sembra del tutto logico che il dies a quo della prescrizione debba coincidere con la cessazione della continuazione, così come accade per la permanenza, vale a dire nel momento in cui la condotta antigiuridica si è “integralmente” perfezionata.

Per ultimo, ma non ultimo, altro profilo che credo meriti di essere sottolineato, sempre in tema di decorrenza della prescrizione, è quello – assai problematico in punto di fatto – rappresentato dai cosiddetti reati di accumulo: vale a dire, quei “fenomeni” criminosi rispetto ai quali il momento perfezionativo deriva dalla “stratificazione” di condotte, spesso diluite in un lungo arco cronologico. I nuovi delitti di inquinamento e disastro ambientale rappresenteranno indubbiamente, sotto questo aspetto, un difficile banco di prova, anche per la estrema vaghezza dei profili definitori che li caratterizzano. Ma il pensiero corre, prevalentemente, alle situazioni in cui vengano in rilievo condotte di pericolo per la incolumità pubblica o per la salute, rispetto alle quali i profili di lesività si rivelino solo a distanza di moltissimo tempo dalla relativa “esposizione”: come, purtroppo, non di rado accade, in vari casi di infortuni o malattie professionali. L’esperienza dell’Eternit o le vicende dell’Ilva o di Porto Marghera sono fin troppo note. Una quota parte di reati che presentino le indicate caratteristiche dovrà pertanto, a mio avviso, essere “isolata” proprio ai fini della prescrizione, ad impedire che il decorso del tempo renda non punibili condotte talora gravissime e suscettibili di impatti devastanti rispetto a valori di indubbio risalto primario. 

Fascicolo 1/2017
Editoriale
di Renato Rordorf
Obiettivo 1
Il diritto di Crono
di Daniele Cappuccio e Giovanni Zaccaro
di Alberto Macchia

La prescrizione, specie dopo il noto caso Taricco, è nuovamente tornata sotto il fuoco dell’attenzione generale. Istituto a metà strada tra il diritto sostanziale e quello processuale, richiederebbe, forse, una rilettura meno condizionata dalle contingenze e più orientata verso orizzonti di sistema. Ridefinirne la disciplina sembra, ormai, scelta non più differibile, anche se le attuali iniziative parlamentari paiono percorrere strade “vecchie” e tutt’altro che soddisfacenti.

di Giuseppe Battarino

L’ineludibilità dei presupposti della prescrizione non consente di inseguire reazioni emotive a singole vicende giudiziarie, o invocare reiterati interventi normativi di allungamento dei termini, ma impone la necessità di affrontare fattivamente il tema del tempo del procedimento e della sua gestione.

L’individuazione di passaggi concettuali che possono generare buone prassi orienta a un agire giudiziario razionale nel quale alla finitezza delle risorse corrisponde il loro uso migliore, evitando che la prescrizione di un reato venga percepita come manifestazione di inefficienza, o come sospetto strumento di diseguaglianza, o come esito di indifferenza del magistrato ai diritti la cui tutela gli è affidata.

L’orientamento di ciascuna fase del procedimento al proprio risultato essenziale e la necessità di visione finalistica condivisa tra i soggetti, vengono esaminati con riferimento a singole norme e a elementi suscettibili di produrre funzionalità (acquisizione di informazioni; trasmissione di informazioni; scelte procedimentali) collocati entro punti di riferimento teorici e definiti da parole-chiave.

di Cataldo Intrieri

È una pericolosa illusione ritenere che il problema del processo penale sia solo o essenzialmente la mancanza di velocità. Se è vero che i procedimenti molto lunghi favoriscono una prematura estinzione dei reati è altrettanto vero che laddove i processi per particolari condizioni, come lo stato di detenzione, dell’imputato subiscono cadenze serrate, il prevalere dell’esigenza di speditezza finisce per limitare irragionevolmente il diritto ad una difesa effettiva come nel caso del cd. “immediato cautelare”. Il rischio è il prevalere di una certa logica “aziendalista” nel processo penale, in cui la contrazione del tempo e la produzione di sentenze sono il valore da perseguire piuttosto che una migliore ed oculata distribuzione di risorse. Da qui la necessità di pensare ad un nuovo modello di processo dove ad un più frequente controllo giurisdizionale nella fase delle indagini possa corrispondere un più frequente ricorso a forme di contraddittorio “contratto”.

di Alberto Aimi

La notissima vicenda relativa al cd. caso Eternit, conclusasi in sede di legittimità con una declaratoria di estinzione per intervenuta prescrizione dei reati contestati – omissione dolosa di cautele, aggravata dalla verificazione del disastro (art. 437, co. 2, cp) e disastro cd. innominato (art. 434, co. 2, cp) –, ha posto all’attenzione anche del “grande pubblico” le complesse problematiche sottese all’individuazione del dies a quo della prescrizione penale. Nel presente contributo, l’Autore sottopone a vaglio critico le decisioni di merito e legittimità intervenute nel processo Eternit, con particolare riguardo alla questione dell’individuazione del dies a quo della prescrizione per il delitto di disastro cd. innominato (art. 434, co. 2, cp), concludendo nel senso di condividere le conclusioni della Corte di cassazione, sia pur alla luce di un diverso percorso argomentativo.

di Riccardo De Vito

A chi è dedicato il tempo della pena? Al detenuto che mira a raggiungere l’orizzonte della risocializzazione promessa dalla Costituzione o a una società dominata dalla paura e dalla preoccupazione che questo tempo passi troppo velocemente?

Le riflessioni che seguono intendono prendere in esame la penalità esecutiva, in particolare quella carceraria, sotto il profilo della dimensione temporale. La prospettiva appare utile per ripercorrere brevemente la storia della prigione e per vagliare il suo stato di salute attuale. Qualche breve considerazione, inoltre, deve essere dedicata dal lato della giurisdizione rieducativa all’istituto della prescrizione.

di Giacomo Travaglino

Il lavoro si ripromette di analizzare l’istituto della prescrizione nella più vasta dimensione dei rapporti tra diritto e tempo.

La scelta di un istituto “classico” come la prescrizione, dalle origini antichissime, è apparsa funzionale a ripercorrerne le tappe alla luce dei rivoluzionari mutamenti che, negli ultimi decenni, hanno interessato l’intero sistema della responsabilità civile, contrattuale e aquiliana – terreno di elezione dell’operare dell’effetto estintivo dei diritti all’esito dello scorrere del tempo.

All’esito dell’indagine morfologica dell’istituto, che ne propone una collocazione nella più ampia dimensione della “relazione” intersoggettiva, piuttosto che non riferirlo alle singole posizioni di diritto e di obbligo delle parti del rapporto, la riflessione si volge poi alla disamina dell’influenza che il diritto europeo – predicativo sempre più spesso di esigenze di effettività della tutela giudiziaria e di proporzionalità dei relativi mezzi – ha dispiegato, modificandone profondamente i meccanismi di operatività, su questo ancor oggi poco decifrabile strumento di estinzione dei diritti.

di Roberto Pardolesi

Il diritto all’oblio ha due anime, entrambe di origine giurisprudenziale. L’una di impronta eurounitaria, l’altra con respiro domestico. Per chi vi si accosti sull’abbrivio dell’etichetta comune, la tentazione naturale è di risolverle in un tutt’uno. Ma l’operazione finisce per avvitarsi nelle spire di corrispondenze che non s’incastrano. La sola convergenza a non sollevare dubbi è la centralità del tempo.

di Alice Pisapia

L’articolo illustra i profili normativi europei per la protezione dei dati personali, con particolare riferimento alla garanzia del diritto all’oblio, alla luce dell’entrata in vigore del nuovo Regolamento n. 679/2016. Il diritto all’identità personale in quanto diritto del soggetto a controllare la propria immagine sociale, include la cancellazione del riferimento da parte dei media di eventi risalenti nel tempo. Tuttavia gli strumenti moderni, come internet e i social media, rendono particolarmente difficile garantire il profilo di riservatezza. L’autore invoca l’intervento del giudice per il riconoscimento di rilevanti quantificazioni di danno risarcitorie che possano rendere efficace la normativa.

di Francesco De Santis di Nicola

Traendo spunto da alcune recenti sentenze del tribunale dell’Unione europea e da profili d’interesse di altre pronunce dell’anno in corso, il lavoro s’interroga sull’ipotetico rimedio utilizzabile per il caso di violazione del delai raisonnable da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo.

Lo studio si sofferma altresì sull’esame delle principali misure adottate a livello internazionale per ridurre, sotto un profilo sistemico, i tempi di decisione della Corte di Strasburgo, nell’esigenza di ovviare al paradosso di una giustizia internazionale inflessibile verso i ritardi delle giurisdizioni interne eppure a volte non meno lenta nella sua operatività quotidiana (finendo con il divenire così «vittima del suo successo»), ed in vista della imprescindibile necessità di bilanciare rapidità e qualità nella risposta giurisdizionale alla domanda di giustizia individuale.

di Remo Caponi

La tradizione ci ha consegnato l’idea che la sentenza definitiva di merito è l’unico mezzo per l’accertamento della situazione sostanziale dedotta in giudizio: l’eventuale divergenza tra il diritto sostanziale preesistente e la situazione accertata dalla sentenza passata in giudicato è un fenomeno privo di rilevanza giuridica. Tale idea, già entrata in tensione con la dimensione costituzionale nazionale, è chiamata attualmente a confrontarsi con i piani del diritto internazionale e sovranazionale. Il giudicato civile, come aspetto fondamentale della tutela giurisdizionale dei diritti, appartiene alle tradizioni costituzionali comuni degli Stati membri dell’Unione europea, al di là delle diversità con cui esso si manifesta nei vari ordinamenti nazionali. La protezione del giudicato civile è esposta al bilanciamento con altre garanzie costituzionali. La conformazione che il giudicato assume negli ordinamenti processuali degli Stati membri rientra nella identità nazionale insita nella struttura fondamentale politica e costituzionale di questi ultimi, che deve essere rispettata dall’Unione europea.

di Paolo Ferrua

Il tema della ragionevole durata del processo è oggetto di due importanti precetti sovraordinati: l’art. 111, comma 2, Cost. secondo cui la «La legge […] assicura la ragionevole durata [del processo]» e l’art. 6, par. 1, Cedu in base al quale «Ogni persona ha diritto ad un’equa e pubblica udienza entro un termine ragionevole, davanti ad un Tribunale indipendente e imparziale costituito per legge»

Obiettivo 2
Il multiculturalismo e le Corti
di Giacinto Bisogni
di Gaetano Azzariti

L’intero sistema dei diritti fondamentali ha operato sin qui entro un pluralismo chiuso. Se la torsione statualista dei diritti, che ha avuto la meglio nel XIX e in larga parte del XX secolo, ha avuto il ruolo determinante di rendere i diritti  dei cittadini concretamente esigibili entro un contesto politico definito tuttavia questo paradigma generale – che relegava gli stranieri in uno status particolare – è ora in crisi e superato dal corso della storia che impone la dimensione globale alla riflessione sui diritti fondamentali. Questi ultimi si sono da sempre affermati come il frutto di una lotta che ha conformato nel corso della storia le Costituzioni. La novità – che impone la riflessione sul multiculturalismo – è che i diritti di cui si chiede il riconoscimento come inalienabili sono nati in contesti culturali, politici, religiosi, diversi. Quale rapporto si instaura dunque fra la Costituzione e diritti degli “altri”? si può rispondere a questa domanda da tre prospettive diverse quella del multiculturalismo irenico che pretende di riconoscere i diritti di tutti ma si scontra con la complessità delle questioni poste dalle società multiculturali. Quella del colonialismo culturale che purtroppo sembra prendere il sopravvento sia a livello interno con l’affermazione del diritto del popolo stanziale anche nei confronti della stessa Costituzione e dei suoi valori di pluralismo e rispetto delle minoranze, sia all’esterno con l’affermazione dell’ossimoro delle guerre umanitarie che altro non sono che la sconfitta delle ragioni del costituzionalismo e del diritto. Infine la terza prospettiva è quella che preferisce affrontare la strada impervia del confronto interculturale per rivitalizzare il nostro ordine di valori avendo come parametro il valore prescrittivo ed emancipatorio della Costituzione inteso alla definizione dello sviluppo di una società non più omogenea per tradizioni e culture ma che può pervenire a un nuovo senso della convivenza in una unità superiore rappresentata da una Costituzione meticcia che impara dagli altri e insegna a ciascuno.

di Fabio Basile

Il diritto penale non è un prodotto culturalmente neutro ma è anzi impregnato della cultura del popolo da cui promana. Sono molte le norme penali che si servono di concetti normativi culturali (comune sentimento del pudore, motivi di particolare valore morale e sociale, motivi abbietti e futili, atti sessuali) e il passaggio dai confini di uno Stato all’altro può comportare la soggezione ad un sistema penale diverso anche fra Paesi culturalmente vicini come quelli europei occidentali. La maggiore ricorrenza di questi conflitti normo-culturali dovuti alla globalizzazione e all’espandersi dei movimenti migratori ha portato alla creazione del concetto di reato culturalmente motivato corrispondente a un comportamento che nel gruppo culturale d’origine risulta meno severamente valutato o accettato o addirittura incoraggiato. Come deve reagire il diritto penale italiano di fronte a questi reati? In primo luogo non rimuovendo il confronto con il nostro passato e con l’impatto della nostra immigrazione con le differenti culture dei Paesi di accoglienza. In secondo luogo evitando una risposta monolitica ma esaminando caso per caso alla luce di tre criteri di valutazione: il livello di offensività del fatto commesso, la natura della norma culturale in gioco, la biografia del soggetto agente. Una analisi di alcune decisioni giurisprudenziali dimostra che sinora le nostre Corti sono positivamente orientate verso il riconoscimento, sia pure cauto e circoscritto, del fattore culturale.

di Lucia Bellucci

Le norme consuetudinarie e gli ordinamenti giuridici statuali riflettono spesso narrative differenti, creando conflitti normativi. Questi ultimi sono enfatizzati dall’incremento dei flussi migratori globali e coinvolgono spesso questioni di genere. Pratiche tradizionali per lo più ignorate quando erano perpetuate unicamente nelle aree colonizzate, sono state considerate reati una volta importate in Europa e, più in generale, nei Paesi cosiddetti occidentali. Il contributo si concentra sulla risposta giudiziaria dell’ordinamento francese all’escissione. Essa è una pratica antichissima, diffusa in numerose aree geografiche, in particolare africane e consiste nell’ablazione, di grado variabile, degli organi genitali femminili. La Francia è il Paese con la più ricca giurisprudenza in materia, l’unico in cui i casi di escissione sono stati portati sistematicamente in giudizio. Il conflitto tra ordinamento consuetudinario e ordinamento statuale è particolarmente evidente e complesso in materia di escissione e le Corti sono chiamate a trattarlo. Tale consuetudine viola infatti diritti fondamentali, quali il diritto all’integrità fisica, alla salute e alla non discriminazione in base al genere/all’etnia/alla cultura, ma è praticata senza l’intento di nuocere. Il presente contributo esamina l’influenza del contesto storico-politico sulla risposta dell’ordinamento francese all’escissione. Si concentra quindi, da un lato, su quella che può essere definita come la dimensione geopolitica dei reati culturalmente motivati, tramite lo studio del quadro internazionale in materia di escissione e del cosiddetto modello francese d’integrazione, dall’altro, sulla transizione dei casi di escissione dalla giurisdizione del Tribunal correctionnel a quella della Cour d’assises. Sembra particolarmente rilevante riflettere sulla su citata dimensione in un momento in cui l’Europa si trova a confrontarsi con importanti flussi migratori non programmati, legati ad emergenze umanitarie e, al contempo, con istanze di sicurezza. Il presente contributo evidenzia, infine, come l’ordinamento giuridico francese abbia stabilito tra il concetto di violenza e quello di escissione un nesso, che si riscontra anche nei documenti delle istituzioni dell’Unione europea e del Consiglio d’Europa consacrati al tema in questione.

di Michele Graziadei

Il principio di uguaglianza non si è affermato in modo pacifico nella storia perché esso si afferma facilmente solo rispetto a chi è ritenuto simile a sé e non viene applicato automaticamente a chi è percepito come diverso. Il modello di uguaglianza che è stato alla base del discorso costituzionale condotto in occidente negli ultimi due secoli ha avuto una funzione inclusiva e di integrazione ma al tempo stesso ha preteso imperiosamente un adattamento ai modelli culturali dominanti. Ma l’immagine di una comunità omogenea è il frutto di una illusione o se si vuole essere più precisi di una ideologia. Dietro il velo della nostalgia per una società omogenea si trova molto spesso il tema dell’equa ripartizione delle risorse e della povertà e quello del riconoscimento dei diritti. Anche l’argomento dei diritti umani da difendere nel confronto con i Paesi non appartenenti all’Occidente non è al di sopra di ogni sospetto. In particolare quello di voler con essi perpetuare la missione civilizzatrice propria del colonialismo. La regola dell’uguaglianza implica il rispetto della pluralità dei valori che rendono ricca la vita in una società. La Costituzione italiana è esplicita in proposito perché è la Costituzione di una società che vuole essere pluralista. E la prima condizione per procedere in questa direzione è non umiliare l’altro. Nelle pieghe della cultura altrui troviamo anche qualcosa di nostro è la nostra umanità.

di Guido Raimondi

Da almeno quarant’anni (sentenze Handyside, 1976 e Young, 1981) la giurisprudenza della Cedu attribuisce rilevanza fondamentale al dialogo interculturale e al rispetto delle minoranze quali condizioni necessarie per la difesa della società democratica e la conservazione del pluralismo, elementi che considera indissociabili dalla tutela delle libertà e dei diritti fondamentali sanciti dalla Convenzione europea. La Corte europea, in questo campo particolarmente, deve confrontarsi con i suoi compiti di armonizzazione della protezione dei diritti fondamentali in Europa e del riconoscimento della diversità che esiste tra i Paesi che sono parti della Convenzione. Il metodo comparativo, la individuazione di uno standard minimo europeo di tutela, l’attribuzione di un margine di apprezzamento agli Stati sono i principi guida che la Cedu ha utilizzato sinora nei tre livelli cui è stata chiamata a intervenire e cioè i conflitti culturali all’interno delle singole società europee, fra le diverse culture dei Paesi europei aderenti alla Convenzione, nei rapporti tra l’Europa e il resto del mondo. In particolare il primo livello coinvolge la libertà e il diritto di conservare il proprio stile di vita e la possibilità di mantenere valori e usi tradizionali anche profondamente diversi da quelli delle società di accoglienza e ha visto la Corte impegnata in decisioni molto note e ampiamente discusse nelle società europee.

di Alison Dundes Renteln

È un luogo comune che il dato culturale non debba pesare nell’ambito di un giudizio davanti alle Corti. Tuttavia le scienze sociali ci inducono a mettere in discussione tale paradigma monoculturale mostrandoci che un comportamento ragionevole e giusto dipende dal processo di acculturazione e socializzazione dell’autore del comportamento. Un processo spesso del tutto inconscio come acutamente disse Ruth Benedict osservando che non vediamo la lente attraverso cui guardiamo. Ma se non acquisiamo coscienza dei nostri preconcetti culturali le nostre valutazioni saranno tendenzialmente affette da una visione soggettiva. E questo vale ovviamente anche per i migranti che spesso non sono consapevoli dei comportamenti che li espongono a sanzioni e quando ne diventano coscienti vivono una situazione di dilemma normativo fra le consuetudini del loro Paese di provenienza e il diritto del Paese di immigrazione. Negli Stati Uniti c’è un filone giurisprudenziale attento alla valorizzazione dei diritti culturali delle minoranze che merita di essere preso maggiormente in considerazione. Nel diritto penale la cd. cultural defense trova fondamento non solo nel principio costituzionale di uguaglianza ma in quello della effettività della difesa nel processo e questo appare coerente se si pensa alle conseguenze quanto mai gravi che possono derivare per es. in termini di determinazione della pena o di revoca della responsabilità genitoriale dalla mancata contestualizzazione culturale dei comportamenti. Ma anche nel campo della legislazione sanitaria, della istruzione obbligatoria, e in altri svariati campi l’emersione della folk law ha portato a esenzione generalizzata da obblighi legali anche se sanzionati ovvero a una valutazione consapevole dei comportamenti illeciti. È importante quindi che il giudice, non solo in sede penale, sia nelle condizioni di riconoscere l’appartenenza del soggetto che deve giudicare a un gruppo etnico, la eventuale riferibilità a quel gruppo di una consuetudine in conflitto con il diritto che deve applicare, l’incidenza della consuetudine culturale sul comportamento del soggetto. A tal fine sarebbe auspicabile che nella conduzione del processo, nella formazione dei giudici, nella composizione delle giurie, nell’acquisizione di conoscenze antropologiche, linguistiche, religiose, consuetudinarie le Corti fossero dotate delle condizioni migliori per una effettiva esplicazione della cultural defense. Ciò non significa ovviamente legittimare comportamenti che se pure culturalmente motivati arrechino danni irreparabili a terzi o si pongano in conflitto con altri diritti fondamentali.

di Mario Ricca e Tommaso Sbriccoli

Il saggio tratta delle relazioni tra categorie culturali e categorie spaziali nella prospettiva giuridica. Si muoverà da un’analisi delle relazioni esistenti, e spesso intessute di tragiche vicende, tra debiti migratori e richieste d’asilo. Il tema è affrontato con un approccio multidisciplinare di tipo antropologico-giuridico. L’indagine si basa su una ricerca sul campo condotta tra i richiedenti asilo in Italia provenienti dal Bangladesh. Per mezzo di una lettura interculturale e corologica – cioè, semantico-spaziale – si analizza l’incontro tra culture e spazi d’esperienza differenti nello spettro del diritto. Il saggio propone una soluzione legale alle situazioni vissute da richiedenti asilo in Italia e suscettibili di essere qualificate in termini di tutela umanitaria. A questo risultato si perviene mediante una reinterpretazione inter-spaziale del divieto di patto commissorio (art. 2744 cod. civ.) e delle sue implicazioni rispetto ai diritti umani. Più in generale, l’uso interculturale dei diritti e del diritto – compreso il diritto interno degli Stati – potrebbe gettare le basi per un pluralismo articolato a partire dai valori, come tale idoneo a promuovere l’inclusione della differenza culturale dal livello locale sino a quello globale. Inoltre, se accoppiato all’approccio corologico, esso potrebbe consentire ai soggetti sociali di superare i limiti intrinseci a un pluralismo strettamente inter-normativo e/o inter-ordinamentale, così come alla cd. inter-legalità, e di esercitare la propria creatività culturale proprio attraverso le potenzialità del discorso giuridico.

di Ilenia Ruggiu

Mentre la costruzione di una compiuta dogmatica della diversità oscilla ancora tra teoria dei diritti fondamentali e teoria del pluralismo degli ordinamenti giuridici, il compito di risolvere i conflitti multiculturali viene affrontato soprattutto dai giudici. Sono stati loro che, sentenza dopo sentenza, conflitto dopo conflitto, si sono fatti antropologi e hanno forgiato un diritto multiculturale giurisprudenziale da cui è possibile partire alla ricerca di più stabili tecniche argomentative che aiutino il diritto a confrontarsi con la categoria cultura. Mettendo assieme gli esercizi topici più persuasivi compiuti dai giudici italiani e comparati, il contributo suggerisce un «test culturale», ossia un iter logico che procedimentalizzi i passaggi argomentativi che ogni giudice dovrebbe affrontare nella risoluzione dei conflitti multiculturali. Il test vuole promuovere una maggiore certezza nell’uso dell’argomento culturale e creare un dialogo più fecondo tra diritto e antropologia, immettendo nel processo le competenze tecniche di questa disciplina, ma assicurando nel contempo le peculiarità del ragionamento more juridico.

di Giuseppe Salmè

Esaminando alcuni orientamenti della giurisprudenza della Corte di cassazione, civile e penale, si può cogliere sia una linea di tendenza favorevole ad attribuire rilevanza giuridica alle differenze culturali e religiose che si vanno manifestando nel nostro contesto sociale, con il limite invalicabile del rispetto dei diritti fondamentali la cui tutela, ai sensi dell’art. 2 Cost., e, al contempo, una rigorosa applicazione degli strumenti di repressione della manifestazione di discriminazione e odio etnico, nazionale, razziale o religioso (art. 3, 1° comma dl 26 aprile 1993, n. 122, convertito in legge 25 giugno 1993, n. 205).

Cronache americane
di Luigi Marini

La recente adozione della risoluzione 2347 (2017) in tema di protezione del patrimonio culturale da parte del Consiglio di Sicurezza Onu costituisce un importante passo avanti nella prevenzione e nel contrasto ai fenomeni illegali di distruzione dei e di aggressione ai beni che appartengono alla storia e alla cultura delle comunità. L’azione condotta a livello internazionale a partire dalla Convenzione de L’Aja del 1954 e dalla Convenzione Unesco del 1970 si è arricchita di iniziative a livello globale e nazionale, ma difetta ancora di organicità così come presenta deficit importanti in sede di attuazione e implementazione. In questo settore l’Italia ha svolto ancora negli ultimi anni un ruolo trainante attraverso iniziative promosse in sede Onu che possono consentire oggi un ulteriore significativo sviluppo.

ARCHIVIO
Fascicolo 2/2017
Le nuove disuguaglianze
Beni comuni

Dedicato a Stefano Rodotà
Fascicolo 1/2017
Il diritto di Crono
Il multiculturalismo e le Corti
Fascicolo 4/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Il giudice e la legge
Fascicolo 3/2016
La giustizia tributaria
La riforma della magistratura onoraria
Fascicolo 2/2016
VERSO IL REFERENDUM COSTITUZIONALE
Forme di governo,
modelli di democrazia
IL CORPO
Anatomia dei diritti
Fascicolo 1/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Formazione giudiziaria:
bilancio e prospettive
Fascicolo 4/2015
Il valore del dissenso
Il punto sul processo civile
Associazionismo giudiziario
Fascicolo 3/2015
Il diritto del lavoro alla prova del Jobs Act
Unitarietà della giurisdizione
Riforma della responsabilità civile
Fascicolo 2/2015
NUMERO MONOGRAFICO
Al centesimo catenaccio
40 anni di ordinamento penitenziario
Fascicolo 1/2015
Dialoghi sui diritti umani
I diritti fondamentali tra obblighi internazionali e Costituzione
La risoluzione amichevole dei conflitti
Schede di ordinamento giudiziario aggiornate al gennaio 2015
Il volume costituisce un'utile panoramica dei metodi di contrasto alla criminalità mafiosa e degli strumenti di prevenzione
Numero speciale di Questione Giustizia in formato digitale con atti, relazioni e dati sul sistema delle misure cautelari personali