Rivista trimestrale
Fascicolo 2/2017
Obiettivo 2. Beni comuni

Il paesaggio e il patrimonio storico e artistico: un unico bene comune

di Tomaso Montanari

L’altissimo progetto della Costituzione della Repubblica sul paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione affonda le sue radici in una storia plurisecolare che ha messo quell’inestimabile bene comune come fondamento stesso della nostra identità nazionale. Oggi, al contrario, una serie di gravi scelte politiche mette radicalmente in discussione questo progetto, sostituendolo con una visione estrattiva ed economicistica. Ma invertire la rotta è possibile.

La retorica del discorso pubblico italiano prevede che in ogni programma politico, poco importa di quale parte, figuri inesorabilmente un paragrafetto sulla necessità di «sfruttare» il «nostro petrolio»: che sarebbe ciò che l’articolo 9 della Costituzione chiama «il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione», imponendo alla Repubblica di tutelarlo.

La metafora del petrolio, invalsa negli anni ottanta, è – suo malgrado – eloquente. Il petrolio, nero e sotterraneo, per dare energia deve distruggersi, creando inquinamento. I tentativi di messa a reddito di un patrimonio non meno oscuro (almeno nella coscienza della classe dirigente italiana) l’hanno usurato materialmente, ne hanno distrutto la funzione costituzionale, hanno prodotto inquinamento culturale.

Per come è stata fin qui immaginata e condotta l’economia del patrimonio culturale è infatti una classica “economia di rendita”. In tal modo si applica anche all’Italia ciò che scrive Joseph Stiglitz: «I Paesi che abbondano di risorse naturali sono tristemente famosi per le attività di ricerca della rendita. In tali Paesi è molto più facile diventare ricchi ottenendo un accesso privilegiato alle risorse che generando ricchezza. Questo è spesso un gioco a somma negativa»[1]. La privatizzazione dei cosiddetti “servizi aggiuntivi” del sistema museale italiano (avviata da Alberto Ronchey nei primi anni novanta) ha prodotto un oligopolio di pochi concessionari con importanti connessioni politiche; pochi posti di lavoro stabili; una produzione culturale di infima qualità (la cosiddetta “valorizzazione”); e non di rado danni materiali al patrimonio: insomma, la peggiore delle economie di rendita.

A monte di questa pessima pratica ci sono un errore storico-teorico e una infedeltà alla Costituzione.

L’errore consiste nel mito per cui la cultura può “rendere” direttamente. Non è così: non è mai stato così. Nella storia occidentale la cultura è sempre stata il dividendo di un investimento economico: mai è accaduto il contrario. Anche oggi i musei americani, sempre citati a sproposito, non generano reddito, ma anzi sono mantenuti (direttamente o indirettamente) con denaro pubblico, o consumano le rendite delle loro ricche donazioni. Però generano civilizzazione, umanità, coesione sociale.

Una Nazione più colta diventa indirettamente anche più ricca: ma questo non ha nulla a che fare con la messa a reddito (e a reddito privato) del patrimonio pubblico.

Ma quanto ci vuole per mantenere quest’ultimo (arte, biblioteche, archivi, opera lirica, teatro, cinema...) senza che vada in rovina, chiuda o debba vivere di interessate elemosine? Dopo che, nel 2008, Sandro Bondi dimezzò il bilancio dei Beni culturali (allora attestato sui tre miliardi e mezzo l’anno, già insufficienti), i suoi successori Giancarlo Galan e Lorenzo Ornaghi hanno perso un altro mezzo miliardo: oggi siamo circa a un miliardo e mezzo[2]. Le armi, invece, ci costano almeno ventisei miliardi[3] cui se ne aggiungeranno altri dodici per i bombardieri F-35. Ventisei, o trentotto, contro uno e mezzo: sono queste le cifre del suicidio culturale italiano. In Europa le cose stanno diversamente: la nostra spesa per la cultura equivale all’1,1% del Pil, mentre la media europea è esattamente il doppio, 2,2% (fonte Eurostat). Se raddoppiassimo torneremmo alla cifra pre-Bondi: e sarebbe già un successo. Se poi riuscissimo ad arrivare a 5 miliardi l’anno, avremmo un patrimonio mantenuto con lindore svizzero, e senza chiedere aiuto a nessun speculatore privato. Certo, saremmo sopra la media europea: ma il nostro patrimonio non lo è?

A questa scelta ci obbliga non solo il buon senso, ma anche la Costituzione.

In un’Italia distrutta dalla guerra mondiale e dilaniata dalla guerra civile i nostri padri seppero essere così saggi e lungimiranti da includere tra i princìpi fondamentali dell’Italia futura il paesaggio e l’arte: e non per farci qualche soldo, consumandoli (come avrebbe poi voluto la fatale dottrina del petrolio), ma per farne, attraverso la ricerca e la conoscenza, uno strumento di costruzione di una comunità nuova.

Con l’articolo 9 della Carta «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione», l’arte del passato cambia infatti funzione: dopo secoli in cui ha legittimato il dominio dei sovrani degli antichi Stati, essa ora rappresenta visibilmente la sovranità dei cittadini, consacrata dall’articolo 1.

Ma perché la Repubblica nascente si impegnava a profondere denaro ed energia nel tutelare cose che oggi a molti sembrano ornamenti superflui, oppure vacche da mungere? Perché una tradizione secolare suggeriva che proprio l’arte e il paesaggio fossero leve potenti per «rimuovere gli ostacoli ... all’uguaglianza» e permettere il «pieno sviluppo della persona umana» (come vuole l’articolo 3). Mai come oggi possiamo misurare la forza di questa idea: in un mondo, in un Occidente e in un’Italia sempre più dilaniati da una disuguaglianza profonda, la proprietà collettiva del paesaggio e del patrimonio artistico è un potente fattore di equità morale e sociale.

Il paesaggio e il patrimonio sono una proprietà collettiva il cui vero scopo è soddisfare ai diritti fondamentali delle persone. Sono, dunque, beni comuni che servono a realizzare il bene comune: che è la civilizzazione (questa bellissima parola che, per esempio in Francia, è un modo più consapevole per dire “cultura”).

È possibile dimostrare che questa idea risale all’età classica, e plasma la coscienza italiana fin dai suoi albori. È per questo che, in Italia, una lunga storia culturale ha identificato nel patrimonio artistico un valore alternativo al mercato, ad esso irriducibile. Il tema è d’altra parte di estrema attualità, non solo nel nostro Paese.

Il perché lo spiega bene Michael J. Sandel (professore di Filosofia politica e di teoria del Governo ad Harvard): «Perché preoccuparsi del fatto che stiamo andando verso una società in cui tutto è in vendita? Per due ragioni, una riguarda la disuguaglianza; l’altra la corruzione ... Assegnare un prezzo alle cose buone può corromperle. Questo perché i mercati non solo distribuiscono beni: essi esprimono e promuovono anche determinati atteggiamenti nei confronti dei beni oggetto di scambio ... Spesso gli economisti assumono che i mercati siano inerti, che non abbiano ripercussioni sui beni che scambiano. Ma questo non è vero. I mercati lasciano il segno. Talvolta, i valori di mercato scalzano valori non di mercato di cui varrebbe la pena tener conto. ... Se trasformate in merci, alcune delle cose buone della vita vengono corrotte e degradate. Dunque, per stabilire dove va collocato il mercato e a che distanza andrebbe tenuto, dobbiamo decidere come valutare i beni in questione – la salute, l’istruzione, la sfera familiare, la natura, l’arte, i doveri civici, e così via»[4].

Nessuno, nemmeno a sinistra, ha inteso il Ministero per i Beni culturali come un ministero dei diritti. Alla sua nascita (1974) lo si è inteso come ministero del patrimonio, cioè delle “cose” da difendere; all’epoca di Veltroni lo si è voluto «delle attività culturali» (cioè dello svago e del tempo libero); il governo Letta l’ha reso anche del Turismo, e c’è chi lo vorrebbe astrattamente “della Cultura”.

Il punto più basso della parabola della tutela del patrimonio culturale e del paesaggio si è toccato, tuttavia, solo di recente nei due anni e otto mesi del governo di Matteo Renzi.

Citiamo soltanto, e nel modo più corsivo, lo Sblocca Italia firmato da Maurizio Lupi (che allarga a dismisura la possibilità di derogare alle leggi e alle procedure di tutela per realizzare infrastrutture, e in generale, per cementificare; e che estromette il MiBACT dalla scelta degli immobili pubblici da alienare, prefigurando la vendita di parte almeno del patrimonio culturale monumentale pubblico), la legge delega Madia (che introduce il gravissimo silenzio-assenso tra amministrazioni: il quale, in presenza di una struttura di tutela a bella posta debilitata fino al collasso, sarà il vero cavallo di Troia del sacco di ciò che resta del paesaggio italiano; e che prevede la confluenza delle soprintendenze in uffici territoriali dello Stato diretti dai prefetti, facendo così saltare ogni contrappeso tecnico al potere esecutivo), l’annunciato rilassamento della legislazione sull’esportazione delle opere d’arte (pubblicamente concordato con le associazioni dei mercanti d’arte). Fedele al suo programma “culturale” («padroni in casa propria»: che dopo esser stato il motto della Legge Obiettivo di Berlusconi nel 2001, è il claim ufficiale dello Sblocca Italia) il governo Renzi ha riportando indietro le lancette della tutela del patrimonio e del paesaggio: fino alla drammatica fase che non solo precede l’articolo 9 della Costituzione repubblicana, ma anche le Leggi Bottai del 1939 e perfino la Legge Rosadi del 1909.

Accanto a tutto questo, la “riforma” del sistema della tutela. Questa radicale riforma, attuata dal ministro Dario Franceschini senza mai passare attraverso il vaglio delle Camere, si basa su un principio semplice, anzi brutale: separare la good company dei musei (quelli che rendono qualche soldo), dalla bad company delle odiose soprintendenze, avviate a grandi passi verso l’abolizione. Il resto (archivi, biblioteche, siti minori, patrimonio diffuso) è semplicemente abbandonato a se stesso: avvenga quel che può.

Il progetto sui musei è chiaro: la messa a reddito selvaggia, la trasformazione in un luna park per ricchi. A Palazzo Pitti si fanno gli addii al celibato privati dei milionari; a Brera 50 tavole (tra cui un Piero della Francesca) si crettano mentre tutte le porte sono spalancate ad un clima polare perché si deve allestire una sfilata di Trussardi; la Galleria Borghese presta tredici opere delicatissime ad una grande fiera olandese di antiquariato per ricchi collezionisti; il Palazzo Ducale di Mantova è ridotto ad una fiera del mobile, e la Reggia di Caserta in un outlet di borse griffate. Il Colosseo si trasformerà in una location di eventi (esclusivi, ovviamente) e al Pantheon si impone il biglietto, mercificando un altro pezzo della città di tutti. E tutto questo circo per ricchi gira grazie ad uno schiavismo di massa: perché tutta la baracca è retta da una legione di precari, travestiti da volontari, che vanno avanti con 400 euro al mese, anche se hanno fior di lauree e dottorati di ricerca.

Tutto questo si giustifica invocando una parola chiave: la valorizzazione. Ma l’articolo 6, del Codice dei Beni Culturali, ha chiuso fermamente le porte ad una interpretazione economicistica della valorizzazione: «La valorizzazione consiste nell’esercizio delle funzioni e nella disciplina delle attività dirette a promuovere la conoscenza del patrimonio culturale e ad assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica del patrimonio […] al fine di promuovere lo sviluppo della cultura». Questa importantissima clausola deriva dall’interpretazione sistematica e integrata dei due commi dell’articolo 9, una lettura preparata da alcune importanti sentenze della Corte costituzionale e quindi magistralmente messa a punto dal presidente Carlo Azeglio Ciampi nel maggio 2003 in quella che è forse, ad oggi, l’esegesi più profonda e autorevole dell’articolo 9: «L’identità nazionale degli italiani si basa sulla consapevolezza di essere custodi di un patrimonio culturale unitario che non ha uguali al mondo. Forse l’articolo più originale della nostra Costituzione repubblicana è proprio quell’articolo 9 che, infatti, trova poche analogie nelle Costituzioni di tutto il mondo: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». La Costituzione ha espresso come principio giuridico quello che è scolpito nella coscienza di ogni italiano. La stessa connessione tra i due commi dell’articolo 9 è un tratto peculiare: sviluppo, ricerca, cultura, patrimonio formano un tutto inscindibile. Anche la tutela, dunque, deve essere concepita non in senso di passiva protezione, ma in senso attivo, e cioè in funzione della cultura dei cittadini, deve rendere questo patrimonio fruibile da tutti. Se ci riflettiamo più a fondo, la presenza dell’articolo 9 tra i principi fondamentali della nostra comunità offre una indicazione importante sulla missione della nostra Patria, su un modo di pensare e di vivere al quale vogliamo, dobbiamo essere fedeli. La cultura e il patrimonio artistico devono essere gestiti bene perché siano effettivamente a disposizione di tutti, oggi e domani per tutte le generazioni. La doverosa economicità della gestione dei beni culturali, la sua efficienza, non sono l’obiettivo della promozione della cultura, ma un mezzo utile per la loro conservazione e diffusione. Lo ha detto chiaramente la Corte costituzionale in una sentenza del 1986, quando ha indicato la «primarietà del valore estetico-culturale che non può essere subordinato ad altri valori, ivi compresi quelli economici» e anzi indica che la stessa economia si deve ispirare alla cultura, come sigillo della sua italianità. La promozione della conoscenza, la tutela del patrimonio artistico non sono dunque una attività fra altre per la Repubblica, ma una delle sue missioni più proprie, pubblica e inalienabile per dettato costituzionale e per volontà di una identità millenaria»[5].

Non c’era dunque alcun bisogno di inventare la “valorizzazione”: la «connessione tra i due commi dell’articolo 9» bastava a chiarire che la Repubblica tutela il patrimonio attraverso la conoscenza, la cultura e la ricerca scientifica e tecnica, e tutela il patrimonio in quanto, a sua volta, generatore di conoscenza, cultura, ricerca. In una parola: di cittadinanza.

In gioco non c’è la dignità dell’arte, ma la nostra capacità di cambiare il mondo. Il patrimonio culturale è una finestra attraverso la quale possiamo capire che è esistito un passato diverso, e che dunque sarà possibile anche un futuro diverso. Ma se lo trasformiamo nell’ennesimo specchio in cui far riflettere il nostro presente ridotto ad un’unica dimensione, quella economica, abbiamo fatto ammalare la medicina, abbiamo avvelenato l’antidoto. Se il patrimonio non produce conoscenza diffusa, ma lusso per pochi basato sullo schiavismo, davvero non abbiamo più motivi per mantenerlo con le tasse di tutti: non serve più al progetto della Costituzione, che è «il pieno sviluppo della persona umana» (art. 3).

Il progetto sulla tutela, invece, è stato chiarito dall’allora ministro per le Riforme costituzionali Maria Elena Boschi. Dialogando amabilmente con Matteo Salvini in diretta televisiva[6], l’allora ministra per le riforme ha candidamente ammesso: «io sono d’accordo diminuiamo le soprintendenze, lo sta facendo il ministro Franceschini. Aboliamole, d’accordo». Ecco la verità. Renzi l’aveva scritto, in un suo libro: «soprintendente è la parola più brutta del vocabolario della democrazia». Detto fatto: ora chi vuole cementificare, distruggere, esportare clandestinamente, saccheggiare necropoli ha la strada spianata.

Peccato che il terremoto abbia svelato prima del tempo che non c’è più nessuna tutela del patrimonio. Pochi giorni fa un collega storico dell’arte mi ha scritto sconvolto, dopo aver camminato a lungo tra le rovine di Camerino, che il nostro patrimonio è stato abbandonato da «… un Ministero drammaticamente sprovvisto di mezzi e di persone. Al di là della facile propaganda e delle narrazioni rassicuranti sono i crolli stessi degli edifici, uno dopo l’altro, a raccontare un’altra storia». E i cittadini rimasti ad Amatrice hanno scritto a Franceschini una lettera straziante e durissima, ovviamente ignorata dai giornali che alimentano la narrazione della ricostruzione: «Ma Lei, signor Ministro, si rende conto della situazione che stiamo vivendo? Si rende conto che insieme ai monumenti di Amatrice stiamo perdendo, come Italiani, un pezzo della nostra storia, che stiamo perdendo un pezzo dell’Italia, non avendo intrapreso se non in minima parte quelle azioni che ne avrebbero salvato almeno una parte?».

Se provassimo a considerare, anche solo per un attimo, il paesaggio e il patrimonio come un unico, indissolubile, bene comune, la strada da imboccare sarebbe quella diametralmente opposta. Nel 1971 Giovanni Urbani aveva indicato questa via: «l’essenza vera del problema, in Italia, è riuscire a inscrivere in uno stesso disegno scientifico e organizzativo la tutela del patrimonio naturale e del patrimonio culturale[7]. Poche, chiarissime parole che traducevano in programma operativo e concreto l’articolo 9 della Costituzione, collegandone i due commi (quello in cui la Repubblica promuove «la ricerca scientifica e tecnica», e quello dove la stessa Repubblica «tutela il paesaggio e il patrimonio») in una conservazione programmata, operata su basi scientifiche e su scala ambientale. E la rivoluzione che prospettava Urbani non era utopica, idealistica, donchisciottesca: al contrario, era – è – concreta, pratica, realistica. Ad abbracciarla, per intendersi, non avremmo speso: avremmo risparmiato. Risparmiato in vite umane, ambiente e paesaggio, patrimonio artistico, denaro.

E siamo ancora in tempo. Potremmo, per esempio, creare un unico Ministero per l’ambiente e per il patrimonio storico e artistico: e tornare a farne una leva dello sviluppo del nostro Paese. Dello sviluppo culturale, morale, civile, umano.

E la tutela dovrebbe essere affidata ad una soprintendenza intesa come una vera magistratura del territorio e del patrimonio storico e artistico. Indipendente dal potere politico. Ad essere finanziato dovrebbe essere il bilancio ordinario della tutela: e i governi dovrebbero rinunciare alle misure propagandistiche e clientelari dei miliardi di euro a pioggia su siti già ricchi, elargiti mentre il patrimonio diffuso (cioè il 90% del patrimonio), e le biblioteche e gli archivi muoiono, inesorabilmente, di fame e di sete.

Governare insieme il bene comune finito del territorio con ciò che quel territorio ha modificato in meglio (il patrimonio culturale) significherebbe prendere atto della realtà.

Perché in Italia l’arte non bisogna andarsela a cercare. Non è un passatempo a pagamento, lo svago dei ricchi la domenica pomeriggio. No, l’arte è un fatto ambientale. Quasi tutti ci sbattiamo la faccia ogni giorno: uscendo di casa, andando al lavoro, passeggiando. Perfino all’italiano su cinque che ormai vive in periferie, o in non-luoghi che nulla hanno a che fare con la nostra storia, capita di incontrarla: anche solo facendo documenti nel palazzo comunale, o camminando in campagna.

Possiamo decidere di vederla o non vederla, capirla o non capirla, amarla o essere indifferenti. Ma non uscirà in nessun caso dalla nostra esperienza. Capirla vuol dire capire il nostro Paese, noi stessi, il nostro futuro. Non capirla significa perdere un’occasione preziosa per cambiare la nostra vita.

In America l’arte del passato è una rarissima mela conservata nel congelatore di lusso che è il museo. In Italia, invece, è una mela viva, attaccata al ramo del suo albero. E in Italia l’albero, e ancor più l’insieme degli alberi, è più importante delle singole mele, o della somma delle mele. In altre parole, l’arte non è mai solo la singola opera, il preteso «capolavoro assoluto»: l’arte è la relazione tra le opere. Lo ha scritto meglio di tutti Roberto Longhi, nel 1950: «L’opera d’arte, dal vaso dell’artigiano greco alla Volta Sistina è sempre un capolavoro squisitamente “relativo”. L’opera non sta mai sola, è sempre un rapporto. Per cominciare: almeno un rapporto con un’altra opera d’arte. Un’opera sola al mondo non sarebbe neppure intesa come produzione umana, ma guardata con riverenza o con orrore, come magia, come tabù, come opera di Dio o dello stregone, non dell’uomo. E s’è già troppo sofferto del mito degli artisti divini e divinissimi, invece che semplicemente umani»[8].

Prima di Longhi l’aveva detto Antoine Quatremère de Quincy, che alla fine del Settecento cercò di spiegare ai suoi connazionali perché l’idea grandiosa di Napoleone di portare al Louvre il meglio dell’arte europea rischiava di distruggere l’arte italiana: «Il vero museo di Roma, quello di cui parlo, si compone, è vero, di statue, di colossi, di templi, di obelischi, di colonne trionfali, di terme, di circhi, di anfiteatri, di archi di trionfo, di tombe, di stucchi, di affreschi, di bassorilievi, d’iscrizioni, di frammenti d’ornamenti, di materiali da costruzione, di mobili, d’utensili: ma nondimeno è composto dai luoghi, dai siti, dalle montagne, dalle strade, dalle vie antiche, dalle rispettive posizioni delle città in rovina, dai rapporti geografici, dalle relazioni tra tutti gli oggetti, dai ricordi, dalle tradizioni locali, dagli usi ancora esistenti, dai paragoni e dai confronti che non si possono fare se non nel Paese stesso. [...] Il Paese stesso è il museo. [...] Senza dubbio non crederete che si possano imballare le vedute di Roma!»[9]

E davvero non possiamo crederlo: nonostante il martellamento del marketing. Perché è il contesto il vero, inarrivabile, capolavoro dell’arte italiana. Il tessuto continuo di natura e arte, figure e parole, storia e idee che ci avvolge e ci dà forma anche se non lo comprendiamo. L’arte è una cosa sola con l’ambiente: come la carne e la pelle di un corpo, che è il territorio del nostro Paese. Non esiste, in Italia, un «ambiente» senza arte: e un’arte senza il suo ambiente non sarebbe comprensibile, anzi non sarebbe nemmeno concepibile. Ce ne accorgiamo quando rischiamo di perderli entrambi, e per sempre: in Val di Susa come in Campania, dove nel giro di pochi metri le regge borboniche vengono devastate e saccheggiate, e le discariche distruggono il paesaggio e avvelenano la terra, infiltrando le falde e uccidendo le persone. O ancora a Venezia, dove il giro d’affari delle Grandi Navi induce a non porre rimedio ai gravissimi danni, attuali e potenziali, inflitti ai cittadini, ai monumenti, alla Laguna.

Dunque, il Ministero del paesaggio e del patrimonio culturale dovrebbe essere reimmaginato come un Ministero dei diritti della persona: come quello della Salute, come quello dell’Istruzione. Un ministero che lavori per garantire l’accesso di ogni cittadino al patrimonio: innanzitutto l’accesso materiale (gratuito), ma soprattutto quello conoscitivo, intellettuale, culturale. Un Ministero per il pieno sviluppo della Persona umana (art. 3 Cost.). E, dunque, un Ministero per la cittadinanza, per l’inclusione, per la partecipazione: per la democrazia.

Accanto ai diritti esistono naturalmente dei doveri: ed è vitale che gli italiani non si sottraggano ai loro doveri nei confronti del patrimonio. Neanche questi, in verità, sono doveri verso le “cose”, ma verso altri cittadini. Verso i nostri padri che ci hanno lasciato questa straordinaria eredità, verso i nostri figli cui dovremo lasciarla quando verrà il momento. E verso tutta l’umanità, in nome e per conto della quale custodiamo il paesaggio e il patrimonio italiani.

Questo dovere si traduce, in pratica, nella condizione principale della cittadinanza: pagare le tasse. Un italiano che non paga le tasse non solo concorre a caricare i suoi concittadini onesti di un peso fiscale ormai intollerabile, non solo compromette e mina la sanità e l’istruzione pubblica, ma condanna a morte il patrimonio artistico. Proprio come in Italia, anche negli Stati Uniti è sostanzialmente lo Stato a mantenere i musei: ma là può permettersi di farlo indirettamente, cioè defiscalizzando le donazioni culturali individuali. E questa possibilità, che tanto di più coinvolgerebbe i cittadini nella conservazione, è frutto dell’inflessibilità con cui in America si pretende e si ottiene la fedeltà fiscale.

Ma non è solo un problema di politica economica. È, assai prima, un problema culturale.

È gran tempo che non si vede un programma politico che associ il patrimonio al concetto di cittadinanza, all’integrazione, alla civilizzazione e all’educazione. Ed è questo un non piccolo sintomo dello scollamento tra cittadinanza attiva e classe dirigente.

Negli ultimi dieci anni sono, infatti, sorti in Italia migliaia di comitati che si potrebbero intitolare all’articolo 9, e che agiscono per tutelare, conoscere e rendere socialmente produttive le porzioni di paesaggio e patrimonio ad essi prossimo. È una potente e diffusa riappropriazione dal basso, una risemantizzazione democratica di brani sempre crescenti dell’ambiente e dei cosiddetti beni culturali del Paese. Si tratta di un fenomeno che stenta ad essere rappresentato mediaticamente, e che non è rappresentato affatto sul piano politico. Ma è un movimento importante, che ravvisa in ciò che l’articolo 9 tutela un indispensabile “ossigeno” per la vita individuale e per la vita collettiva: un ossigeno che dà la forza di superare la condizione puramente economica ed utilitaristica che opprime le esistenze contemporanee.

In questa prospettiva è fondamentale prendere coscienza del fatto che la tutela non è un fine in sé: il fine è la conoscenza. Una conoscenza diffusa, democratica, accessibile: ma che per essere davvero conoscenza deve essere fondata sul rinnovamento continuo della ricerca. Ai monopoli della rendita del petrolio devono sostituirsi le aperture di un’economia della conoscenza. Il nostro patrimonio è composto al 90% da beni che sono inappetibili agli sponsors e ai privati che vogliono fare business, ma che invece potrebbero tornare ad essere aperti e inseriti nel circuito sociali: per esempio affidandoli a cooperative di giovani storici dell’arte o archeologi, attraverso un capillare programma di convenzioni e accordi tra le università e le soprintendenze. 

La nostra giusta ossessione di rimanere una Nazione ricca non può cancellare una domanda di fondo: essere ricchi è ancora un mezzo, o è diventato l’unico fine? Siamo abituati a calcolare con grande attenzione il ritorno di ogni nostro investimento: ebbene, oggi dobbiamo decidere se rimanere umani e civili è un ritorno sufficiente.

Perché se è vero che avremmo bisogno di “petrolio”, non c’è dubbio che non possiamo fare a meno dell’ossigeno.

[1] J. Stiglitz, Il prezzo della disuguaglianza, Einaudi, Torino, 2013, p. 67.

[2] Ministero dell’Economia e delle Finanze, Nota integrativa per il triennio 2012-2014 per il Ministero per i Beni e le attività culturali.

[3] Sipri, (Stockholm international peace research institute), Trends in World Military Expenditure, 2012.

[4] M. Sandel, Quello che i soldi non possono comprare. I limiti morali del mercato, Feltrinelli, 2013, p. 16.

[5] www.quirinale.it/qrnw/statico/ex-presidenti/Ciampi/dinamico/discorso.asp?id=22144.

[6] Programma televisione di Rai Uno, Porta a Porta, del 16 novembre 2016.

[7] In G. Urbani, Per una archeologia del presente. Scritti sull’arte contemporanea, a cura di B. Zanardi, Skira, Milano 2012, p. 242.

[8] R. Longhi, Proposte per una critica d’arte [1950], in Opere complete, XIII, Critica d’arte e buongoverno, Sansoni, Firenze, 1985, pp. 17-18.

[9] Antoine Quatrèmere de Quincy, Lettere a Miranda [1796], a cura di Michela Scolaro, Minerva, Bologna, 2002, pp. 182-183, 195, 198.

Fascicolo 2/2017
Editoriale
di Renato Rordorf
Obiettivo 1
Le nuove disuguaglianze
di Carlo De Chiara
di Franco Ippolito

Dopo i decenni dell’egemonia liberista iniziata negli anni del thatcherismo e del reaganismo, finalmente anche le istituzioni economiche mondiali hanno scoperto che l’abnorme disuguaglianza tra gli uomini finisce col compromettere le stesse prospettive di sviluppo dell’economia. Ma le disuguaglianze, specialmente oggi, non si esauriscono sul piano dell’economia, coinvolgono la libertà, l’identità culturale e religiosa correlate alla condizione di immigrato, i rapporti tra i generi, l’accesso alle informazioni, ai servizi fondamentali, e incidono sullo stesso funzionamento dei processi democratici. In questo contesto, va rinnovata la scelta di campo dei magistrati democratici, quella indicata dall’art. 3 cpv. della Costituzione, sorretta dalla indispensabile conoscenza dei nuovi meccanismi, normativi e di fatto, istituzionali e sociali, che determinano e accrescono le disuguaglianze.

di Paolo Guerrieri

Le disuguaglianze economiche stanno crescendo all’interno di molti Paesi, mentre si stanno riducendo quelle tra Paesi avanzati e Paesi emergenti.

Nell’area più avanzata l’aumento maggiore si registra negli Stati Uniti; in Europa gli andamenti medi rivelano forti differenze tra i Paesi del Nord, con livelli sostanzialmente stabili, e Paesi del Sud, tra cui l’Italia, che hanno visto al contrario aumentare le disuguaglianze al loro interno. Dietro questo andamento non è rinvenibile alcun trend strutturale, ma grandi ondate cicliche di crescita e successiva riduzione.

Globalizzazione, progresso tecnologico, finanziarizzazione delle economie, inefficacia delle politiche fiscali e del welfare sono tra i principali fattori alla base dell’aumento delle disuguaglianze, che va contrastato mediante politiche di “crescita inclusiva”, orientate a ripristinare il giusto equilibrio tra mercati e fornitura di beni pubblici compromesso nella fase del liberismo ideologico e della globalizzazione senza regole.

di Elena Granaglia

Le statistiche italiane registrano nel 2015 il 7,6% della popolazione in condizioni di povertà assoluta, il 13,7% in condizioni di povertà relativa, il 28,7% a rischio di povertà o esclusione sociale, con un incremento del 140% della povertà rispetto a dieci anni prima, soprattutto tra i giovani e gli stranieri.

Il nostro Paese si colloca spesso ai vertici delle statistiche europee riguardanti la povertà e il disagio sociale. Le ragioni risiedono nella bassa/assente crescita economica e nell’inefficacia del sistema di tax and transfer.

Occorre superare l’anomalia italiana dell’assenza di un sistema uniforme di reddito minimo, sciogliendo i nodi critici relativi alle risorse necessarie, alla selezione dei beneficiari, ai presupposti, alla collocazione delle politiche contro la povertà all’interno della più complessiva politica economica e sociale.

di Nello Rossi

Spesso le disuguaglianze non si “vedono”, perché ci appaiono naturali o almeno incancellabili ed inevitabili in quanto indistricabilmente connesse con gli assetti sociali, economici e culturali, e perché nascoste sotto la coltre dell’uguaglianza formale, sotto gli schemi dell’autonomia privata, sotto il peso del senso comune.

Si distinguono agevolmente gli “ultimi” – i migranti, i vecchi e nuovi marginali, i detenuti – i quali restano il metro della effettività dei diritti, che sugli ultimi appunto si misura. Ma occorre saper riconoscere anche i tanti “penultimi”, che alla giurisdizione si rivolgono nella speranza di ascolto o tutela: per esempio il risparmiatore, frastornato dalla complessità del mercato, non di rado ingannato e depredato; gli analfabeti di ritorno del digitale, divenuto indispensabile dalla stipula dei contratti di servizio al funzionamento degli apparati assistenziali e burocratici; i precari permanenti di una classe lavoratrice frantumata e dispersa.

di Roberto Riverso

Ripartire dalla disuguaglianza, per un giudice, significa in fondo ripartire dalla realtà, che registra nel nostro Paese un massiccio spostamento di ricchezza dal lavoro al capitale e alla rendita e il forte indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali.

Questa realtà non è il frutto ineluttabile delle trasformazioni tecnologiche o della competitività giocata sul mercato globale, bensì il frutto di politiche del lavoro orientate alla flessibilità senza sicurezza.

Tocca a Md assolvere al compito di riagganciare la giustizia alla realtà, superando derive formalistiche e distorsioni burocratiche.

di Riccardo De Vito

In troppi casi il diritto e la giurisdizione penale scaricano i loro effetti a senso unico sui marginali, gli esclusi, i subalterni. Alcune fotografie della composizione sociale del carcere chiariscono l’affermazione in maniera plastica. Occorre indagare i nessi causali, dalle strutture normative, alle prassi giurisdizionali, dalle culture professionali ai modelli organizzativi.

L’inversione di rotta può nascere soltanto dalla rivitalizzazione di un modello di giudice e giurista che non si limiti alla contemplazione dell’esistente.

di Nadia Urbinati

L’argomento più accattivante usato per giustificare le disuguaglianze è quello del merito. Ciascuno – si dice – prevale nella competizione economica e sociale grazie ai propri meriti (trascurando però che col succedersi delle generazioni taluni accumulano sugli altri, per successione, un vantaggio ingiustificato destinato per di più ad aumentare nel corso della gara) secondo una regola naturale su cui la legge degli uomini non deve incidere.

Nella relazione tra economia e legge, la teoria della disuguaglianza meritata implica che nessun bene è sottratto al mercato, neppure la salute, l’educazione, l’arte. Invece la società può reggersi soltanto sul cemento invisibile della solidarietà, della consapevolezza che alcuni beni seguono il bisogno, altri l’intelligenza o l’amore, non la possibilità economica o il reddito.

di Ermanno Vitale

Rappresenta la dottrina dei beni comuni – in tutte o in alcune delle sue distinte declinazioni – un’alternativa credibile, praticabile e desiderabile alla visione del mondo neoliberale oggi dominante? Oppure, sia pur mossa dalle migliori intenzioni, si tratta di una proposta teorica alla fine inconsistente, un esercizio di retorica che alimenta nostalgie e pericolose illusioni, senza peraltro neppure scalfire le pareti dell’edificio del capitalismo contemporaneo? La discussione mostra, di tanto in tanto, un corto circuito fra dimensione giuridica della ricerca intorno ai beni comuni e la proposta politica imperniata sui beni comuni.

L'Autore rilancia la riflessione di Luigi Ferrajoli, secondo cui quel che occorre non è l’andare a cercare il comune in un mitico oltre, oltre al pubblico e al privato, ma la riqualificazione del pubblico mediante una sua più rigorosa costituzionalizzazione

di Ugo Mattei

In questo saggio l’autore affronta il tema dei beni comuni nella prospettiva dell’ecodiritto e cioè di un sistema di regole ispirato alla protezione della natura e prodotto dalle comunità impegnate nell’attività di cura dei commons. Il testo è tratto da Ecologia del diritto. Scienza, politica, beni comuni di U. Mattei e F. Capra, di recente edito per i tipi di Aboca (San Sepolcro, 2017).

di Tomaso Montanari

L’altissimo progetto della Costituzione della Repubblica sul paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione affonda le sue radici in una storia plurisecolare che ha messo quell’inestimabile bene comune come fondamento stesso della nostra identità nazionale. Oggi, al contrario, una serie di gravi scelte politiche mette radicalmente in discussione questo progetto, sostituendolo con una visione estrattiva ed economicistica. Ma invertire la rotta è possibile.

di Alessandra Quarta

Il saggio si propone di indagare le analogie e le differenze che esistono tra la categoria dei beni comuni e quella dei beni oggetto della condivisione. Quest’ultima sta emergendo anche nel discorso giuridico, in parallelo alla grande diffusione dell’economia collaborativa, e presenta molti elementi che consentirebbero di associarla all’idea dei commons. Lo studio, che si sviluppa a partire dall’analisi delle caratteristiche delle cose e quindi dallo statuto dei beni, ricostruisce il contesto giuridico in cui le categorie in esame si sono sviluppate per capire come esse possono contribuire da una parte a fondare una teoria dei beni finalmente libera dal soggetto e, dall’altra, a disegnare nuove forme di appartenenza.

di Maria Rosaria Marella

Dopo aver richiamato le sfide che il riconoscimento dei beni comuni pone al diritto, evidenziandone i limiti, e aver tracciato il perimetro della loro rilevanza giuridica, l’articolo si concentra sullo spazio urbano considerato come bene comune nella sua interezza e complessità. La lettura dello spazio urbano come commons non è tuttavia neutra dal punto di vista giuridico; al contrario essa solleva questioni tanto complesse quanto delicate che impattano direttamente sulla nozione di proprietà che si assuma come vigente nel sistema attuale. La nozione di comune (e di spazio urbano come commons) diventa, infatti, la parola chiave di una strategia che si oppone alla sistematica appropriazione del valore prodotto collettivamente dalla cooperazione sociale. La teoria e le pratiche del comune, in virtù di una rilettura del principio della funzione sociale della proprietà condotta alla luce della centralità assunta nel sistema dai diritti fondamentali, sottendono la possibilità che la proprietà possa essere disarticolata in un fascio di situazioni soggettive scomponibile e variamente allocabile, affinché delle utilità che essa genera nel contesto produttivo della metropoli possano godere anche soggetti diversi dal proprietario. In questa chiave, che si avvale dell’analisi giuridica delle esperienze italiane e internazionali di commoning urbano, i diritti collettivi di accesso e uso dei non proprietari si rivelano non meno centrali dello ius excludendi alios del proprietario, mettendo in crisi la stessa “compattezza” del dominio individuale.

L’articolo si conclude gettando uno sguardo sull’attività della Clinica legale di Perugia «Salute, Ambiente e Territorio», impegnata dal 2013 ad ampliare l’accesso alla giustizia in materia di commons urbani e rurali.

di Elisa Contu

La dimensione globale di internet presenta uno scenario particolarmente favorevole per una riconsiderazione del rapporto tra beni e persone, che si ponga come alternativo al modello proprietario classico, attraverso la valorizzazione del profilo relazionale in luogo di quello individuale. Il presente scritto intende analizzare la teoria dei beni comuni con riferimento al sapere prodotto in ambito accademico e diffuso online in formato digitale. In particolare, si vuole riflettere sulla sua configurazione in termini di open access commons, quale presupposto per una valorizzazione di processi di produzione e diffusione della conoscenza maggiormente inclusivi e democratici

di Antonello Ciervo

L’obiettivo del saggio è quello di individuare quale tipologia di interesse, meritevole di tutela giudiziaria, sia sotteso alla categoria dei beni comuni. A partire dalla recente traduzione in italiano di un importante saggio di Yan Thomas, l’autore ritiene che la tutela processuale dei beni comuni potrebbe essere accostata a quella dei cd. “interessi diffusi”, sebbene tale tipologia di interessi non si adatti perfettamente alla particolare specificità dei beni comuni. In attesa di una presa di posizione da parte del legislatore sul punto, tuttavia, già la magistratura potrebbe dare riconoscimento giuridico a questa ulteriore species di interessi processuali, anche in continuità con la ormai consolidata giurisprudenza in materia di “interessi diffusi”.

di Rocco Alessio Albanese

Questo scritto ha due obiettivi. In primo luogo si riassumerà sommariamente la sensibilità che la giurisprudenza civile italiana ha mostrato verso le situazioni collettive di appartenenza. Una attenzione carsica ma costante, quella dei giudici, che culmina nella cd. giurisprudenza di San Valentino, con cui le Sezioni Unite della Cassazione accolsero nel 2011 la nozione di “beni comuni” nel diritto vivente italiano; ma che prende le mosse da pronunce relative ai diritti d’uso pubblico di poco successive all’unificazione.

In secondo luogo, detto itinerario giurisprudenziale consentirà di mostrare che l’omologia tra cose in uso pubblico e commons è stata offuscata dal crescente ruolo teorico della tecnica proprietaria. Al fine di suggerire l’opportunità di rivisitare l’organizzazione tassonomica del diritto italiano dei beni si adotterà allora la prospettiva rimediale, ossia un punto di vista particolarmente affine alla posizione degli operatori pratici del diritto e dei giudici.

Cronache americane
di Luigi Marini

A partire dal 2014 la disciplina internazionale in materia di terrorismo ha conosciuto una importante opera di aggiornamento. Evoluzioni significative si registrano anche rispetto al mio intervento in occasione del seminario tenutosi a Pisa nel mese di marzo 2016, i cui atti sono stati pubblicati da questa Rivista. In effetti, alle nuove risoluzioni emanate dalle Nazioni Unite si aggiunge la Direttiva 2017/541 del Parlamento e del Consiglio del marzo 2017.

Il presente intervento intende, innanzitutto, fornire un aggiornamento rispetto ai contenuti resi disponibili un anno fa, concentrando adesso l’attenzione su quelle tematiche che ritengo di più diretto interesse per l’interprete e il pratico che operano nel nostro Paese. Intende, poi, far emergere come in materia di terrorismo l’azione e la disciplina messe in campo dalle Nazioni Unite presentino una incidenza diretta sulla normativa e sull’azione delle istituzioni a livello nazionale e diano vita a categorie interpretative essenziali per l’attività di coloro che quelle norme sono chiamati ad applicare.

Il sasso nello stagno
di Elena Falletti

La legge 76/2016 non prevede il dovere di fedeltà tra gli obblighi della coppia dello stesso sesso unita civilmente. Tale circostanza costituisce una discriminazione rispetto ai doveri delle coppie eterosessuali coniugate?

Lo scopo di questo contributo è verificare come il concetto di fedeltà sia mutato nel tempo: da garanzia di certezza legale sulla paternità dei figli avuti dalla moglie in costanza di matrimonio a elemento che rappresenta la lealtà e il rispetto verso la persona con la quale si è scelto di condividere la vita.

Per comprendere come questo passaggio sia potuto avvenire si discutono le influenze di religione, scienza e evoluzione sociale su questo tema.

Post scriptum
di Domenico Pulitanò

Il penalista contemporaneo è impegnato su un duplice fronte: contro vecchie versioni ingenue o maliziose del mito dell’interpretazione letterale, e contro moderne, ben intenzionate ideologie. Storicamente, il rifiuto del modello del giudice «bocca della legge» ha favorito lo smantellamento di aspetti inaccettabili della codificazione fascista e la valorizzazione del novum costituzionale. Da respingere è l’idea di un «giudice di scopo», che sottende un modello di funzione giudiziaria cui non sono estranei possibili tratti di autoritarismo. Non si può più trascurare il rilievo che assume nel sillogismo giudiziario l’ermeneutica del diritto e del fatto; tuttavia, il modello illuminista è ancora oggi capace di assicurare le irrinunciabili garanzie che competono agli attori coinvolti nel processo penale e, in definitiva, di assicurare la necessaria legittimazione al potere giudiziario.

ARCHIVIO
Fascicolo 1/2017
Il diritto di Crono
Il multiculturalismo e le Corti
Fascicolo 4/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Il giudice e la legge
Fascicolo 3/2016
La giustizia tributaria
La riforma della magistratura onoraria
Fascicolo 2/2016
VERSO IL REFERENDUM COSTITUZIONALE
Forme di governo,
modelli di democrazia
IL CORPO
Anatomia dei diritti
Fascicolo 1/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Formazione giudiziaria:
bilancio e prospettive
Fascicolo 4/2015
Il valore del dissenso
Il punto sul processo civile
Associazionismo giudiziario
Fascicolo 3/2015
Il diritto del lavoro alla prova del Jobs Act
Unitarietà della giurisdizione
Riforma della responsabilità civile
Fascicolo 2/2015
NUMERO MONOGRAFICO
Al centesimo catenaccio
40 anni di ordinamento penitenziario
Fascicolo 1/2015
Dialoghi sui diritti umani
I diritti fondamentali tra obblighi internazionali e Costituzione
La risoluzione amichevole dei conflitti
Schede di ordinamento giudiziario aggiornate al gennaio 2015
Il volume costituisce un'utile panoramica dei metodi di contrasto alla criminalità mafiosa e degli strumenti di prevenzione
Numero speciale di Questione Giustizia in formato digitale con atti, relazioni e dati sul sistema delle misure cautelari personali