Rivista trimestrale
Fascicolo 2/2017
Obiettivo 1. Le nuove disuguaglianze

Le nuove disuguaglianze

di Franco Ippolito

Dopo i decenni dell’egemonia liberista iniziata negli anni del thatcherismo e del reaganismo, finalmente anche le istituzioni economiche mondiali hanno scoperto che l’abnorme disuguaglianza tra gli uomini finisce col compromettere le stesse prospettive di sviluppo dell’economia. Ma le disuguaglianze, specialmente oggi, non si esauriscono sul piano dell’economia, coinvolgono la libertà, l’identità culturale e religiosa correlate alla condizione di immigrato, i rapporti tra i generi, l’accesso alle informazioni, ai servizi fondamentali, e incidono sullo stesso funzionamento dei processi democratici. In questo contesto, va rinnovata la scelta di campo dei magistrati democratici, quella indicata dall’art. 3 cpv. della Costituzione, sorretta dalla indispensabile conoscenza dei nuovi meccanismi, normativi e di fatto, istituzionali e sociali, che determinano e accrescono le disuguaglianze.

1. Per oltre trent’anni – i decenni dell’egemonia liberista aperta tra il 1979 e il 1980 dai successi di Margaret Thatcher e di Ronald Reagan – il tema delle disuguaglianze è uscito di scena ed è stato coperto da un cono d’ombra, sia a livello della teoria sia sul piano della politica e della dimensione operativa, tanto che «è stato teorizzato e praticato il progressivo ritiro dello Stato dalle sue responsabilità egualitarie» (Rapporto sulle disuguaglianze – Fondazione Basso settembre 2016). E quando qualche evento o emergenza imponevano quel tema, il pensiero unico dominante acquietava le coscienze presentando le disuguaglianze come effetti collatelari del processo economico, anzi valorizzandone la positività come incentivo all’impegno e alla crescita.

La crisi mondiale che si è aperta nel 2008 sembra aver cambiato lo scenario, almeno a livello teorico, quello di studi, ricerche e pubblicazioni. Sono ampiamente noti i libri di autorevoli e famosi economisti, tra cui il premio Nobel Stiglitz, e il libro di Pichetty, divenuto un best-seller internazionale. Ma anche in Italia non sono mancati gli studi, gli approfondimenti, insomma il tema è tornato di attualità.

Recentemente sta emergendo un salutare ripensamento persino da parte delle maggiori organizzazioni internazionali, come la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, che per decenni, come portabandiera del liberismo, avevano sollecitato i Governi alla riduzione della spesa pubblica, anche a costo di compromettere i servizi fondamentali e smantellare il welfare.

Ricordiamo tutti l’enfasi con cui Fondo monetario internazionale e Banca mondiale negli anni ’90 magnificavano le politiche di “Ajuste estructural, imposte ai Paesi indebitati dell’America Latina per concedere o rinegoziare prestiti. Di quelle politiche, orientate alla crescita della libertà di mercato e alla drastica riduzione dell’intervento dello Stato nell’economia, costituivano assi portanti le privatizzazioni di tutte le imprese pubbliche e la flessibilità del mercato del lavoro, mentre la disoccupazione, che inevitabilmente ne derivava, veniva considerata un secondario effetto collaterale, quando non una favorevole occasione e uno strumento per rendere più dinamica l’economia attraverso la concorrenza dei lavoratori in cerca di occupazione.

Più recentemente ricette non molto differenti, anche se diversamente presentate, sono state imposte alla Grecia, ciò che ha determinato una severa riduzione dei salari e feroci tagli alla spesa pubblica, compresa quella destinata alla sanità, all’istruzione, al sostegno dell’infanzia e delle famiglie, con un correlato spaventoso aumento delle disuguaglianze e della sofferenza sociale, al punto da incidere significativamente sulla mortalità infantile e sulla generale aspettativa di vita delle persone (come peraltro è avvenuto in Italia secondo gli ultimi rilevamenti).

Ebbene, quelle stesse organizzazioni sembrano avere oggi finalmente scoperto che le disuguaglianze sono un ostacolo per la crescita.

La Banca mondiale, in un recente rapporto, pure continuando ad assegnare i titoli di testa agli effetti positivi della globalizzazione sulla riduzione della disuguaglianza tra i redditi medi dei diversi Paesi e sulla riduzione della povertà in Cina e in India, non può fare a meno di evidenziare il crescente aumento delle disuguaglianze interne ai vari Paesi e di raccomandare maggiore prudenza.

Il Fondo monetario internazionale – dopo avere per anni propagandato il ruolo nefasto delle tasse e delle politiche di spesa volte alla redistribuzione – prende finalmente consapevolezza che «una minore disuguaglianza netta è fortemente correlata con una crescita più veloce e più durevole» e che «la redistribuzione appare generalmente più benigna in termini di impatto sulla crescita». E dopo avere reiteratamente demonizzato i sindacati come uno dei principali ostacoli al funzionamento efficiente dei mercati del lavoro, ha scoperto che il declino della sindacalizzazione è un fattore determinante nell’aumento delle disparità di reddito.

Anche l’Ocse ha finalmente preso atto che la crescente disuguaglianza è «un male per la crescita a lungo termine». E, sia pure continuando a ripetere che «le politiche strutturali sono necessarie ora più che mai», aggiunge che «devono essere accuratamente progettate e accompagnate da misure che promuovono una migliore distribuzione dei dividendi della crescita».

La rilevante caduta del Pil greco deve essere stato un campanello d’allarme per le istituzioni internazionali (non ancora per l’Unione europea!!!).

Ma non è solo questione di Prodotto interno lordo, che rappresenta uno degli indici, e non tra i più significativi, che esprimono la situazione economica di un Paese.

Se si prende in considerazione il ben più attendibile e completo Indice di sviluppo umano (composto delle tre dimensioni fondamentali dello sviluppo umano: una lunga vita in buona salute, misurata con la speranza di vita alla nascita; la capacità di acquisire conoscenze, che si misura con gli anni, reali e sperati, di scolarità; la capacità di raggiungere un livello di vita dignitoso, che si misura anche con il Pil). che una delle più autorevoli agenzie della Nazioni Unite (Undp) da ben 25 anni utilizza per misurare la situazione reale di vita all’interno di un Paese, le disuguaglianze effettive, emergenti dal vissuto delle persone, sono ancora più evidenti e allarmanti.

La realtà è che le disuguaglianze sono ormai tanto clamorose da divenire:

  1. controproducenti per la stessa sostenibilità del processo economico;
  2. disfunzionali non soltanto rispetto alla possibilità di realizzare una effettiva democrazia, ma finanche per la sostenibilità di una qualsiasi governabilità pacifica, che non intenda fondare l’ordine pubblico sulla forza e sulla gerarchia;
  3. eticamente inaccettabili per una parte significativa delle persone che vivono in questo Paese al punto da compromettere e mettere a rischio la coesione sociale e la comune indentificazione in un Patto costituzionale condiviso.

 

2. Oggi siamo al punto di rottura, determinato da una tendenza che ha le sue origini nel liberismo thacheriano e reganiano degli anni ’80, che interruppe e ribaltò quello che è stato definito il positivo «grande compromesso» tra capitale e lavoro che concorse, dopo il conflitto mondiale, tra gli anni ’40 e gli anni ’70, a produrre il nuovo paradigma di diritto internazionale fondato sui diritti fondamentali della persona e le Costituzioni democratiche del dopoguerra.

Le disuguaglianze di quegli anni erano certamente enormi, ma erano più omogenee, prevalentemente centrate sul reddito e la ricchezza e più strettamente collegate alla divisione sociale classista.

Nei decenni ’50-’70, caratterizzati dal disgelo costituzionale e dalla lenta, ma progressiva attuazione della Costituzione, una serie di politiche ridistributive produsse una relativa attenuazione delle disuguaglianze e una graduale attuazione del processo democratico, a mezzo del radicamento diffuso dei partiti politici.

Come è noto, il relativo riequilibrio delle quote di reddito tra capitale e lavoro raggiunse il momento più favorevole per il lavoro negli anni ’70. Quella tendenza si interruppe bruscamente con  la stipulazione delle nuove regole globali imposte dal liberismo thatcheriano e reganiano, regole – sia chiaro – che non sono affatto frutto della dimanica naturale dello sviluppo economico, bensì il risultato dei rapporti di forza che vedono un ruolo dominante degli interessi dei Paesi ricchi e delle élite dei Paesi poveri.

Successivamente, gli anni ’80-’90 e seguenti furono segnati da una rilevante contrazione della quota destinata al lavoro rispetto a quella destinata ai profitti (con qualche variazione altalenante) e, soprattutto, rispetto a quella destinata alle rendite.

I dati evidenziati da diversi istituti di ricerca e da  analisti di diversa formazione culturale e politica parlano da sé. Mi limiterò a evidenziarne qualcuno, tratto dai recenti libri di M. Franzini e M. Pianta (Disuguaglianze. Quante sono, come combatterle, Laterza 2016) e di S. Biasco (Regole, Stato, uguaglianza, Luiss 2016) e dai risultati di un workshop organizzato dalla Fondazione Basso sul tema de Le disuguaglianze economico-sociali in Italia (Report settembre 2016), a cura di un gruppo presieduto da Elena Paciotti e coordinato da Fabrizio Barca, Sofia Basso, Andrea Brandolini, Elena Granaglia e Roberto Schiattarella.

I nostri ospiti, con la loro conoscenza e competenza ci aiuteranno a ridisegnare e meglio comprendere una mappa aggiornata delle disuguaglianze e, magari, a individuare qualche rimedio sperabilmente realizzabile non in tempi storici, ma in tempi politicamente prossimi.

Un dato impressionante è che la ricchezza posseduta dall’uno per cento più ricco della popolazione mondiale è uguale a quella del resto dell’umanità (Oxfam, 2015). Venendo a noi e stando alle dichiarazioni dei redditi del 2009 (e pertanto fingendo che non esista l’evasione fiscale), l’1% più ricco detiene in Italia il 10% del reddito personale totale (in Usa il 18%). Il nostro Paese è nella fascia medio-alta dei Paesi «più disuguali».

Sono enormemente cresciute le disuguaglianze di reddito e di ricchezza. Il nuovo fenomeno dei super-ricchi e quello degli amministratori di grandi società hanno indotto a evocare situazione di neo-feudalesimo.

E tale concentrazione di ricchezza non è stato solamente il risultato delle dinamiche del mercato o della finanziarizzazione dell’economia, ma anche effetto di deliberazioni politiche. Si pensi agli interventi per eliminare o ridurre fortemente le imposte successorie, con ciò che consegue in termini di trasmissione di ricchezza ereditaria, ossia di  «trasmissione inter-generazionale di disuguaglianza», in contrasto con la lettera e con lo spirito della Costituzione della Repubblica.

L’aumento della povertà assoluta e relativa risulta dai datipubblicati dall’Istat il 14 luglio 2016, relativi al 2015. In povertà assoluta 1 milione e 582 mila di famiglie residenti e 4 milioni e 598 mila di persone (il numero più alto dal 2005 a oggi). Nell’ultimo triennio la percentuale è stabile considerando le famiglie, è in aumento se si considerano le persone (7,6 della popolazione residente nel 2015, 6,8 nel 2014). La percentuale di famiglie in povertà assoluta è raddoppiata tra il 2005 e il 2013. Al Sud e nelle Isole è doppia rispetto a quella del Nord e del Centro.

Anche la povertà relativa, stabile in termini di famiglie (2 milioni 678 mila, pari al 10,4 di quelle residenti), aumenta in termini di persone (8 milioni 307 mila, pari al 13,7% delle persone residenti. Erano il 12,9 nel 2014.

Evidente risulta la correlazione tra povertà e tasso di disoccupazione, per cui bisogna innanzitutto rimarcare che la prima e rilevante disuguaglianza – nella Repubblica democratica fondata sul lavoro e che a tutti i cittadini riconosce il diritto al lavoro, con l’obbligo di promuovere le condizioni che rendano effettivo tale diritto (artt. 1 e 4 Cost.) – è quella tra chi ha un lavoro e chi non ce l’ha, nonostante lo cerchi o lo abbia cercato a lungo, per rassegnarsi infine nella categoria dei disoccupati cronici che ha rinunciato a cercare l’introvabile.

Si misurano 6,7 milioni di soggetti che non lavorano perché disoccupati (3,3 milioni) o perché ormai scoraggiati (3,4 milioni). Se il trend rimanesse quello dell’ultimo anno, «occorrerebbero circa 20 anni per assorbire l’eccesso strutturale di offerta di lavoro» (Report Fond. Basso).

Ma la crescita delle disuguaglianze non riguarda solo gli ultimi, i più poveri, la fascia di coda nella linea di distribuzione dei redditi, riguarda anche quelli che Nello Rossi chiama i penultimi, quella fascia che sta in mezzo tra il 10% dei più ricchi e il 20% di coda nella catena reddituale.

Le disuguaglianze presentano oggi una complessità maggiore rispetto a 50 anni fa.

Basti pensare alle disuguaglianze, non solo economiche, ma di libertà e di identità culturale e religiosa, correlate alla condizione di immigrato.

Sono cresciute anche all’interno del mondo del lavoro, sia di quello dipendente sia di quello autonomo. Le disparità retributive si sono moltiplicate, in barba all’art. 36 della Cost., con il lavoro atipico e il lavoro precario. La frammentazione dei contratti e «la precarietà del lavoro … ha effetti sulla disuguaglianza sociale strutturale, specialmente se di lunga durata e se coinvolge soggetti adulti»; «la diffusione del lavoro “atipico”, concentrata peraltro sulle nuove generazioni, sta producendo pesanti effetti di disuguaglianza e di esclusione sociale» (Report Fond. Basso).

Sui redditi da lavoro hanno una enorme influenza le origini familiari, che pesano più che nei decenni precedenti, a causa del cd. blocco dell’ascensore sociale, determinato anche dalle politiche scolastiche e fiscali. «La disuguaglianza salariale appare dunque essere trasmessa da generazione in generazione attraverso meccanismi che vanno al di là del capitale umano» (Id.)

Nonostante l’art. 37 Cost., le disuguaglianze di genere sono ancora assai rilevanti a livello di occupazione, di reddito e di progressione verso i livelli alti (nel 2012 soltanto il 16% dei dirigenti di impresa era una donna). Senza dire poi del lavoro non retribuito (domestico e di cura) in gran parte a carico delle donne.

Vanno aggiunte le disuguaglianze in materia di conoscenza e di informazione, di accesso alla rete, di accesso ai mutui, di possibilità di allocazione dei risparmi da parte di piccoli risparmiatori sforniti delle conoscenze riservate ai soggetti  forti del mercato.

Enormi disuguaglianze sussistono nell’accesso ai servizi fondamentali e nella loro qualità: scuola, sanità, nidi d’infanzia. Per quest’ultimo ambito, oltre all’enorme divario tra Nord e Sud, c’è un grande divario tra i  bambini di famiglie operaie (meno del 9%) e quelli delle famiglie del ceto medio impiegatizio e borghese (27-29%).

Per non dire della salute e dell’accesso alle cure e agli accertamenti sanitari strumentali (come sanno tutti quelli che hanno fatto una tac o una risonanza); dei portatori di handicap, degli anziani.

Gli attentati alla salute mutano sensibilmente in relazione ai tipi di lavoro, in violazione degli artt. 32 e 41 Cost. La qualità della salute dipende anche dal livello di istruzione, confermando così la centralità dell’istruzione come leva per la riduzione delle disuguaglianze.

È stato da più parti rilevato che la disuguaglianza ha effetto sul funzionamento dei processi democratici, ed influenza il quadro istituzionale e i processi politici a livello globale e nazionale, compromettendo la stessa democrazia e la parità di diritti politici, rischiando di determinare effetti radicali e irreversibili (v. Franzini-Pianta e Biasco).

 

3. Già quanto innanzi rilevato costituisce una ragione più che sufficiente per costituire oggetto di riflessione e di confronto per un gruppo di magistrati, da sempre attento a ciò che accade nella società e che si riunisce per un appuntamento congressuale che vuole rappresentare il rilancio della propria ragion d’essere e di agire nella società italiana e nella giurisdizione del nostro Paese.

Lo è ancor di più per Magistratura democratica, che, a metà degli anni anni ‘60, fu costituita – rompendo dichiaratamente con l’associazionismo di impostazione corporativa e sindacale – «per affermare la piena e incondizionata fedeltà alla Costituzione. Una fedeltà che non si enuncia solo a parole, ma che deve essere tradotta in prassi quotidiana nell’esercizio del proprio ministero» (dalla Mozione fondativa di Md - luglio 1964).

Quella scelta fu feconda e costituì per tutto l’associazionismo giudiziario un forte stimolo e una potente spinta di crescita, rompendo con la separatezza che per anni aveva estraniato la magistratura dalle dinamiche positive e innovative della società.

Non fu certo un caso che l’anno successivo, il 1965, il congresso Anm di Gardone costituì il momento di più alto contributo che i giudici dettero al rinnovamento delle istituzioni e alla rifondazione della cultura giudiziaria, basata sui valori della Costituzione democratica antifascista.

Magistratura democratica individuò nell’art. 3 cpv. Cost. la stella polare e il faro che indica il cammino della giurisdizione nella costruzione dello Stato democratico di diritto.

È compito della Repubblica – di tutte le istituzioni della Repubblica, compresa la giurisdizione – rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Questo articolo costituì e costituisce (unitamente alla previsione del governo autonomo dei giudici) il contributo massimo e  più originale che i nostri Padri costituenti recarono al costituzionalismo mondiale e tradusse in obbligo costituzionale il completamento del principio di uguaglianza formale, la cui insufficiente astrattezza era stata oggetto della dirompente ironia di Anatole France, secondo cui «la maestosa uguaglianza della legge... proibisce al ricco come al povero di dormire sotto i ponti».

Senza questo articolo, che consacrò l’obbligo della Repubblica (e della sua classe dirigente) di cambiare l’esistente, non sarebbe neppure immaginabile l’espansione dello Stato costituzionale di diritto, al punto da prevedere (come ha previsto la Costituzione democratica del Brasile del 1988) un sindacato di costituzionalità non soltanto per illecita azione legislativa (ossia per la promulgazione di leggi ordinarie costituzionalmente illegittime), ma finanche per illegittima omissione legislativa (ossia per l’ignavia o trascuratezza o la volontà negativa delle maggioranze parlamentari che omettono l’attuazione dei precetti costituzionali).

Nell’attribuzione del ruolo centrale da assegnare al principio di uguaglianza sostanziale non mi fa velo la partecipazione al mondo culturale creato dall’autore di quella fondamentale norma, Lelio Basso, giacché il più entusiasta sostenitore della centralità e della fecondità del principio di uguaglianza sostanziale fu Piero Calamandrei, un “liberal” ben distante dall’impostazione socialista di Lelio Basso.

Nel suo famosodiscorso sulla Costituzione, pronunciato il 26 gennaio 1955, Calamandrei non esitò ad affermare che l’art. 3 cpv. era il più importante e impegnativo di tutta la Costituzione. «…rimuovere gli ostacoli … quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’articolo primo (L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro) corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società»[cvo mio].

Rilevava Calamandrei che le Costituzioni sono anche delle polemiche, di solito rivolte contro il passato, ma l’art. 3 cpv. nell’affermare che occorre «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana» riconosce che questi ostacoli oggi vi sono di fatto e che bisogna rimuoverli. …Quindi, è polemica contro il presente … e impegno di fare quanto è in noi per trasformare questa situazione presente»[cvo mio].

Un piccolo gruppo di magistrati nel 1964 prese sul serio la conclusione di quel discorso di Calamandrei, quando affermava che per realizzare la Costituzione bisogna metterci «l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità».

Fu quella la nostra scelta di campo, che oggi siamo chiamati a rinnovare.

Il fatto che la politica non faccia più (perché non vuole o non può) quanto è costituzionalmente doveroso, non soltanto non ci legittima a fare altrettanto, ma accresce la nostra responsabilità e deve sollecitare ancor di più il nostro impegno.

Per i giudici è importante non soltanto conoscere lo stato delle disuguaglianze, ma anche cogliere i meccanismi, normativi o di fatto, istituzionali o sociali, che le determinano o le accrescono.

Conoscere le nuove disuguaglianze e le forme nuove delle disuguagliane tradizionali ci serve a ri-conoscerle e tenerne conto nell’esercizio del nostro mestiere quotidiano. Capire i meccanismi del loro formarsi o consolidarsi è essenziale per il controllo di liceità e di legittimità dell’esercizio dei poteri privati e pubblici e per la sottoposizione a verifica di costituzionalità degli atti normativi che dovessero rivelarsi funzionali alla produzione di disuguaglianze, così concorrendo, nei limiti della nostra funzione e competenza, all’adempimento dell’obbligo costituzionale imposto dall’art. 3 cpv. Cost.

Secondo Piketty, la disuguaglianza è destinata a crescere indebolendo la democrazia liberale, se non si interviene tassando  la ricchezza a livello globale.Dice Stiglitz che le cose possono ancora peggiorare se non facciamo qualcosa.

Si può agevolmente prevedere che, perdurando le attuali tendenze (frammentazione del mondo del lavoro, precarizzazione del lavoro, tendenza all’oligarchia del capitalismo, libertà di movimento per i capitali e non per il lavoro…), le disuguaglianze cresceranno ulteriormente.

Noi siamo magistrati ed abbiamo il compito professionale di garantire la legalità, costituzionale innanzitutto, e di garantire i diritti, compreso il diritto all’uguaglianza nel rispetto delle differenze.

È questo lo specifico dell’associazionismo giudiziario di Md, che è nata e deve vivere per sintonizzare il punto di vista interno alla giurisdizione con il punto di vista esterno della società.

Il primato (di attenzione e di azione) non è del soggetto “magistratura”, ma è della funzione “giurisdizione” per ciò che può e deve fare per i diritti delle persone.

«Ripartire dalle disuguaglianze» vuol dire ripartire innanzituto dai diritti, dalle persone titolari dei diritti fondamentali, non dalle disuguaglianze tra magistrati.

Non che queste non siamo importanti, lo sono in quanto rendono disfunzionale l’apparato giudiziario alla garanzia dei diritti. Ma questa dimensione non è certo trascurata dall’associazionismo giudiziario nel suo complesso, mentre inadeguata è l’attenzione alle disuguaglianze tra le persone.

A noi spetta tenere innanzitutto alto l’impegno per ciò che di specifico abbiamo portato e possiamo accora recare all’associazionismo dei magistrati italiani ed europei; e che, senza la nostra presenza e il nostro impegno, deperirebbe o sarebbe di molto appannato.

Fascicolo 2/2017
Editoriale
di Renato Rordorf
Obiettivo 1
Le nuove disuguaglianze
di Carlo De Chiara
di Franco Ippolito

Dopo i decenni dell’egemonia liberista iniziata negli anni del thatcherismo e del reaganismo, finalmente anche le istituzioni economiche mondiali hanno scoperto che l’abnorme disuguaglianza tra gli uomini finisce col compromettere le stesse prospettive di sviluppo dell’economia. Ma le disuguaglianze, specialmente oggi, non si esauriscono sul piano dell’economia, coinvolgono la libertà, l’identità culturale e religiosa correlate alla condizione di immigrato, i rapporti tra i generi, l’accesso alle informazioni, ai servizi fondamentali, e incidono sullo stesso funzionamento dei processi democratici. In questo contesto, va rinnovata la scelta di campo dei magistrati democratici, quella indicata dall’art. 3 cpv. della Costituzione, sorretta dalla indispensabile conoscenza dei nuovi meccanismi, normativi e di fatto, istituzionali e sociali, che determinano e accrescono le disuguaglianze.

di Paolo Guerrieri

Le disuguaglianze economiche stanno crescendo all’interno di molti Paesi, mentre si stanno riducendo quelle tra Paesi avanzati e Paesi emergenti.

Nell’area più avanzata l’aumento maggiore si registra negli Stati Uniti; in Europa gli andamenti medi rivelano forti differenze tra i Paesi del Nord, con livelli sostanzialmente stabili, e Paesi del Sud, tra cui l’Italia, che hanno visto al contrario aumentare le disuguaglianze al loro interno. Dietro questo andamento non è rinvenibile alcun trend strutturale, ma grandi ondate cicliche di crescita e successiva riduzione.

Globalizzazione, progresso tecnologico, finanziarizzazione delle economie, inefficacia delle politiche fiscali e del welfare sono tra i principali fattori alla base dell’aumento delle disuguaglianze, che va contrastato mediante politiche di “crescita inclusiva”, orientate a ripristinare il giusto equilibrio tra mercati e fornitura di beni pubblici compromesso nella fase del liberismo ideologico e della globalizzazione senza regole.

di Elena Granaglia

Le statistiche italiane registrano nel 2015 il 7,6% della popolazione in condizioni di povertà assoluta, il 13,7% in condizioni di povertà relativa, il 28,7% a rischio di povertà o esclusione sociale, con un incremento del 140% della povertà rispetto a dieci anni prima, soprattutto tra i giovani e gli stranieri.

Il nostro Paese si colloca spesso ai vertici delle statistiche europee riguardanti la povertà e il disagio sociale. Le ragioni risiedono nella bassa/assente crescita economica e nell’inefficacia del sistema di tax and transfer.

Occorre superare l’anomalia italiana dell’assenza di un sistema uniforme di reddito minimo, sciogliendo i nodi critici relativi alle risorse necessarie, alla selezione dei beneficiari, ai presupposti, alla collocazione delle politiche contro la povertà all’interno della più complessiva politica economica e sociale.

di Nello Rossi

Spesso le disuguaglianze non si “vedono”, perché ci appaiono naturali o almeno incancellabili ed inevitabili in quanto indistricabilmente connesse con gli assetti sociali, economici e culturali, e perché nascoste sotto la coltre dell’uguaglianza formale, sotto gli schemi dell’autonomia privata, sotto il peso del senso comune.

Si distinguono agevolmente gli “ultimi” – i migranti, i vecchi e nuovi marginali, i detenuti – i quali restano il metro della effettività dei diritti, che sugli ultimi appunto si misura. Ma occorre saper riconoscere anche i tanti “penultimi”, che alla giurisdizione si rivolgono nella speranza di ascolto o tutela: per esempio il risparmiatore, frastornato dalla complessità del mercato, non di rado ingannato e depredato; gli analfabeti di ritorno del digitale, divenuto indispensabile dalla stipula dei contratti di servizio al funzionamento degli apparati assistenziali e burocratici; i precari permanenti di una classe lavoratrice frantumata e dispersa.

di Roberto Riverso

Ripartire dalla disuguaglianza, per un giudice, significa in fondo ripartire dalla realtà, che registra nel nostro Paese un massiccio spostamento di ricchezza dal lavoro al capitale e alla rendita e il forte indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali.

Questa realtà non è il frutto ineluttabile delle trasformazioni tecnologiche o della competitività giocata sul mercato globale, bensì il frutto di politiche del lavoro orientate alla flessibilità senza sicurezza.

Tocca a Md assolvere al compito di riagganciare la giustizia alla realtà, superando derive formalistiche e distorsioni burocratiche.

di Riccardo De Vito

In troppi casi il diritto e la giurisdizione penale scaricano i loro effetti a senso unico sui marginali, gli esclusi, i subalterni. Alcune fotografie della composizione sociale del carcere chiariscono l’affermazione in maniera plastica. Occorre indagare i nessi causali, dalle strutture normative, alle prassi giurisdizionali, dalle culture professionali ai modelli organizzativi.

L’inversione di rotta può nascere soltanto dalla rivitalizzazione di un modello di giudice e giurista che non si limiti alla contemplazione dell’esistente.

di Nadia Urbinati

L’argomento più accattivante usato per giustificare le disuguaglianze è quello del merito. Ciascuno – si dice – prevale nella competizione economica e sociale grazie ai propri meriti (trascurando però che col succedersi delle generazioni taluni accumulano sugli altri, per successione, un vantaggio ingiustificato destinato per di più ad aumentare nel corso della gara) secondo una regola naturale su cui la legge degli uomini non deve incidere.

Nella relazione tra economia e legge, la teoria della disuguaglianza meritata implica che nessun bene è sottratto al mercato, neppure la salute, l’educazione, l’arte. Invece la società può reggersi soltanto sul cemento invisibile della solidarietà, della consapevolezza che alcuni beni seguono il bisogno, altri l’intelligenza o l’amore, non la possibilità economica o il reddito.

di Ermanno Vitale

Rappresenta la dottrina dei beni comuni – in tutte o in alcune delle sue distinte declinazioni – un’alternativa credibile, praticabile e desiderabile alla visione del mondo neoliberale oggi dominante? Oppure, sia pur mossa dalle migliori intenzioni, si tratta di una proposta teorica alla fine inconsistente, un esercizio di retorica che alimenta nostalgie e pericolose illusioni, senza peraltro neppure scalfire le pareti dell’edificio del capitalismo contemporaneo? La discussione mostra, di tanto in tanto, un corto circuito fra dimensione giuridica della ricerca intorno ai beni comuni e la proposta politica imperniata sui beni comuni.

L'Autore rilancia la riflessione di Luigi Ferrajoli, secondo cui quel che occorre non è l’andare a cercare il comune in un mitico oltre, oltre al pubblico e al privato, ma la riqualificazione del pubblico mediante una sua più rigorosa costituzionalizzazione

di Ugo Mattei

In questo saggio l’autore affronta il tema dei beni comuni nella prospettiva dell’ecodiritto e cioè di un sistema di regole ispirato alla protezione della natura e prodotto dalle comunità impegnate nell’attività di cura dei commons. Il testo è tratto da Ecologia del diritto. Scienza, politica, beni comuni di U. Mattei e F. Capra, di recente edito per i tipi di Aboca (San Sepolcro, 2017).

di Tomaso Montanari

L’altissimo progetto della Costituzione della Repubblica sul paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione affonda le sue radici in una storia plurisecolare che ha messo quell’inestimabile bene comune come fondamento stesso della nostra identità nazionale. Oggi, al contrario, una serie di gravi scelte politiche mette radicalmente in discussione questo progetto, sostituendolo con una visione estrattiva ed economicistica. Ma invertire la rotta è possibile.

di Alessandra Quarta

Il saggio si propone di indagare le analogie e le differenze che esistono tra la categoria dei beni comuni e quella dei beni oggetto della condivisione. Quest’ultima sta emergendo anche nel discorso giuridico, in parallelo alla grande diffusione dell’economia collaborativa, e presenta molti elementi che consentirebbero di associarla all’idea dei commons. Lo studio, che si sviluppa a partire dall’analisi delle caratteristiche delle cose e quindi dallo statuto dei beni, ricostruisce il contesto giuridico in cui le categorie in esame si sono sviluppate per capire come esse possono contribuire da una parte a fondare una teoria dei beni finalmente libera dal soggetto e, dall’altra, a disegnare nuove forme di appartenenza.

di Maria Rosaria Marella

Dopo aver richiamato le sfide che il riconoscimento dei beni comuni pone al diritto, evidenziandone i limiti, e aver tracciato il perimetro della loro rilevanza giuridica, l’articolo si concentra sullo spazio urbano considerato come bene comune nella sua interezza e complessità. La lettura dello spazio urbano come commons non è tuttavia neutra dal punto di vista giuridico; al contrario essa solleva questioni tanto complesse quanto delicate che impattano direttamente sulla nozione di proprietà che si assuma come vigente nel sistema attuale. La nozione di comune (e di spazio urbano come commons) diventa, infatti, la parola chiave di una strategia che si oppone alla sistematica appropriazione del valore prodotto collettivamente dalla cooperazione sociale. La teoria e le pratiche del comune, in virtù di una rilettura del principio della funzione sociale della proprietà condotta alla luce della centralità assunta nel sistema dai diritti fondamentali, sottendono la possibilità che la proprietà possa essere disarticolata in un fascio di situazioni soggettive scomponibile e variamente allocabile, affinché delle utilità che essa genera nel contesto produttivo della metropoli possano godere anche soggetti diversi dal proprietario. In questa chiave, che si avvale dell’analisi giuridica delle esperienze italiane e internazionali di commoning urbano, i diritti collettivi di accesso e uso dei non proprietari si rivelano non meno centrali dello ius excludendi alios del proprietario, mettendo in crisi la stessa “compattezza” del dominio individuale.

L’articolo si conclude gettando uno sguardo sull’attività della Clinica legale di Perugia «Salute, Ambiente e Territorio», impegnata dal 2013 ad ampliare l’accesso alla giustizia in materia di commons urbani e rurali.

di Elisa Contu

La dimensione globale di internet presenta uno scenario particolarmente favorevole per una riconsiderazione del rapporto tra beni e persone, che si ponga come alternativo al modello proprietario classico, attraverso la valorizzazione del profilo relazionale in luogo di quello individuale. Il presente scritto intende analizzare la teoria dei beni comuni con riferimento al sapere prodotto in ambito accademico e diffuso online in formato digitale. In particolare, si vuole riflettere sulla sua configurazione in termini di open access commons, quale presupposto per una valorizzazione di processi di produzione e diffusione della conoscenza maggiormente inclusivi e democratici

di Antonello Ciervo

L’obiettivo del saggio è quello di individuare quale tipologia di interesse, meritevole di tutela giudiziaria, sia sotteso alla categoria dei beni comuni. A partire dalla recente traduzione in italiano di un importante saggio di Yan Thomas, l’autore ritiene che la tutela processuale dei beni comuni potrebbe essere accostata a quella dei cd. “interessi diffusi”, sebbene tale tipologia di interessi non si adatti perfettamente alla particolare specificità dei beni comuni. In attesa di una presa di posizione da parte del legislatore sul punto, tuttavia, già la magistratura potrebbe dare riconoscimento giuridico a questa ulteriore species di interessi processuali, anche in continuità con la ormai consolidata giurisprudenza in materia di “interessi diffusi”.

di Rocco Alessio Albanese

Questo scritto ha due obiettivi. In primo luogo si riassumerà sommariamente la sensibilità che la giurisprudenza civile italiana ha mostrato verso le situazioni collettive di appartenenza. Una attenzione carsica ma costante, quella dei giudici, che culmina nella cd. giurisprudenza di San Valentino, con cui le Sezioni Unite della Cassazione accolsero nel 2011 la nozione di “beni comuni” nel diritto vivente italiano; ma che prende le mosse da pronunce relative ai diritti d’uso pubblico di poco successive all’unificazione.

In secondo luogo, detto itinerario giurisprudenziale consentirà di mostrare che l’omologia tra cose in uso pubblico e commons è stata offuscata dal crescente ruolo teorico della tecnica proprietaria. Al fine di suggerire l’opportunità di rivisitare l’organizzazione tassonomica del diritto italiano dei beni si adotterà allora la prospettiva rimediale, ossia un punto di vista particolarmente affine alla posizione degli operatori pratici del diritto e dei giudici.

Cronache americane
di Luigi Marini

A partire dal 2014 la disciplina internazionale in materia di terrorismo ha conosciuto una importante opera di aggiornamento. Evoluzioni significative si registrano anche rispetto al mio intervento in occasione del seminario tenutosi a Pisa nel mese di marzo 2016, i cui atti sono stati pubblicati da questa Rivista. In effetti, alle nuove risoluzioni emanate dalle Nazioni Unite si aggiunge la Direttiva 2017/541 del Parlamento e del Consiglio del marzo 2017.

Il presente intervento intende, innanzitutto, fornire un aggiornamento rispetto ai contenuti resi disponibili un anno fa, concentrando adesso l’attenzione su quelle tematiche che ritengo di più diretto interesse per l’interprete e il pratico che operano nel nostro Paese. Intende, poi, far emergere come in materia di terrorismo l’azione e la disciplina messe in campo dalle Nazioni Unite presentino una incidenza diretta sulla normativa e sull’azione delle istituzioni a livello nazionale e diano vita a categorie interpretative essenziali per l’attività di coloro che quelle norme sono chiamati ad applicare.

Il sasso nello stagno
di Elena Falletti

La legge 76/2016 non prevede il dovere di fedeltà tra gli obblighi della coppia dello stesso sesso unita civilmente. Tale circostanza costituisce una discriminazione rispetto ai doveri delle coppie eterosessuali coniugate?

Lo scopo di questo contributo è verificare come il concetto di fedeltà sia mutato nel tempo: da garanzia di certezza legale sulla paternità dei figli avuti dalla moglie in costanza di matrimonio a elemento che rappresenta la lealtà e il rispetto verso la persona con la quale si è scelto di condividere la vita.

Per comprendere come questo passaggio sia potuto avvenire si discutono le influenze di religione, scienza e evoluzione sociale su questo tema.

Post scriptum
di Domenico Pulitanò

Il penalista contemporaneo è impegnato su un duplice fronte: contro vecchie versioni ingenue o maliziose del mito dell’interpretazione letterale, e contro moderne, ben intenzionate ideologie. Storicamente, il rifiuto del modello del giudice «bocca della legge» ha favorito lo smantellamento di aspetti inaccettabili della codificazione fascista e la valorizzazione del novum costituzionale. Da respingere è l’idea di un «giudice di scopo», che sottende un modello di funzione giudiziaria cui non sono estranei possibili tratti di autoritarismo. Non si può più trascurare il rilievo che assume nel sillogismo giudiziario l’ermeneutica del diritto e del fatto; tuttavia, il modello illuminista è ancora oggi capace di assicurare le irrinunciabili garanzie che competono agli attori coinvolti nel processo penale e, in definitiva, di assicurare la necessaria legittimazione al potere giudiziario.

ARCHIVIO
Fascicolo 1/2017
Il diritto di Crono
Il multiculturalismo e le Corti
Fascicolo 4/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Il giudice e la legge
Fascicolo 3/2016
La giustizia tributaria
La riforma della magistratura onoraria
Fascicolo 2/2016
VERSO IL REFERENDUM COSTITUZIONALE
Forme di governo,
modelli di democrazia
IL CORPO
Anatomia dei diritti
Fascicolo 1/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Formazione giudiziaria:
bilancio e prospettive
Fascicolo 4/2015
Il valore del dissenso
Il punto sul processo civile
Associazionismo giudiziario
Fascicolo 3/2015
Il diritto del lavoro alla prova del Jobs Act
Unitarietà della giurisdizione
Riforma della responsabilità civile
Fascicolo 2/2015
NUMERO MONOGRAFICO
Al centesimo catenaccio
40 anni di ordinamento penitenziario
Fascicolo 1/2015
Dialoghi sui diritti umani
I diritti fondamentali tra obblighi internazionali e Costituzione
La risoluzione amichevole dei conflitti
Schede di ordinamento giudiziario aggiornate al gennaio 2015
Il volume costituisce un'utile panoramica dei metodi di contrasto alla criminalità mafiosa e degli strumenti di prevenzione
Numero speciale di Questione Giustizia in formato digitale con atti, relazioni e dati sul sistema delle misure cautelari personali