Rivista trimestrale
Fascicolo 4/2018
Obiettivo 2. Il dovere della comunicazione

Condividere un linguaggio, aprire una finestra

di Vittorio Lingiardi

Per molti anni la professione dello psicoanalista è stata governata da tre principi fondamentali: neutralità, astinenza e anonimato. Col tempo, la cosiddetta “svolta relazionale” in psicoanalisi ha modificato, senza alterarne lo spirito etico e terapeutico, lo stile della comunicazione tra terapeuta e paziente. Prendendo spunto da questo esempio, ma rifuggendo parallelismi forzati e fuorvianti, propongo alcuni spunti di riflessione sull’importanza di una comunicazione empatica e accessibile, pur nel rigore della specificità, tra giudici e cittadini. Il tempo delle torri d’avorio è finito, e per non rimanere travolte dall’inconsistenza dei tweet, è importante che le professioni e le istituzioni, senza cedere al narcisismo della visibilità e all’esibizionismo dialettico, imparino a parlare alle cittadine e ai cittadini in modo tempestivo, non gergale, non propagandistico. Stile e modi di comunicazione dei giudici influenzano infatti la formazione dell’immagine, individuale e collettiva, psichica e sociale, della giustizia. È bene che, “oltre le sentenze”, ci siano parole che le spiegano e le accompagnano. Per non vivere in un mondo dominato dall’imperativo della comunicazione ma che ha perso la capacità di comunicare.

Per molti anni la mia professione è stata governata da tre principi fondamentali che servivano a definire la posizione dell’analista nella relazione con il suo paziente: neutralità, astinenza e anonimato. Consapevole che qualunque parallelismo è forzato, per non dire fuorviante – il giudice non è un terapeuta e il cittadino[1] non è un paziente – userò queste tre dimensioni e la loro evoluzione in ambito clinico e teorico, per iniziare a muovere i pensieri – i miei e quelli di chi legge – sul tema della comunicazione in ambito giuridico. Quanto deve aprirsi all’esterno? Quanto inclusiva dev’essere, e a quale livello di divulgazione deve mantenersi? Una comunicazione inevitabilmente specialistica e asimmetrica (un soggetto conosce, l’altro no), può essere al tempo stesso cooperativa, empatica e paritetica? È un tema che non riguarda solo terapeuti e giuristi, ma tutte le professioni che implicano una declinazione relazionale della conoscenza. Come la professione medica, per esempio nella sua espressione diagnostica[2].

In psicoanalisi, la neutralità del clinico serviva a mantenere una posizione di massima “obiettività”, evitando il compito ingrato di sbilanciarsi con pareri esorbitanti rispetto a quello che veniva considerato il proprio ruolo. L’analista, in sostanza, doveva astenersi da qualsiasi intervento che, rendendolo meno anonimo, lo avrebbe anche reso meno imparziale e pericolosamente troppo vicino al paziente. L’atteggiamento neutrale ha in passato assunto forme paradossali, che provo a esemplificare:

 

Paziente: Buonasera dottore. [Il dottore si presenta in seduta con una gamba visibilmente ingessata].  Oddio, cosa le è successo?

Analista: Buonasera. Cosa la spinge a farmi questa domanda?

 

Oppure:

 

Paziente: Com’è abbronzato, dottore? Dove è stato di bello?

Analista: Che cosa muove questa sua curiosità?

 

Anche se la storia ci consegna ritratti ben diversi del modo di fare di Freud o Jung con i loro pazienti, all’analista si è sempre raccomandato di essere uno “schermo opaco” («Il medico dev’essere opaco per l’analizzato e, come una lastra di specchio, mostrargli soltanto ciò che gli viene mostrato»[3], non poteva comunicare nulla di sé (se non fornire al paziente delle “interpretazioni”). Il paziente era in gioco con le sue parole e l’analista con i suoi silenzi. Poi, verso la seconda metà del secolo, avvenne qualcosa che prese il nome di “svolta relazionale”. Sono tutti concordi nel far coincidere questa svolta con la pubblicazione di un libro, non a caso scritto a quattro mani, intitolato Le relazioni oggettuali nella teoria psicoanalitica[4]. Fu una svolta fortunata, perché vicina alla pratica della clinica di tutti i giorni. Molti la seguirono modificando, rileggendo, trasformando le tre regole fondamentali. Nuove parole iniziarono ad abitare la teoria clinica: sintonizzazione, empatia, co-costruzione, self-disclosure, intersoggettività. Fu la (ri)scoperta di una psicoanalisi “a tutto campo”, dove l’approccio “interpersonale” o “relazionale”, negli anni 1930-40 considerato “non psicoanalitico”, entra con vitalità sulla scena psicoanalitica tanto da diventare esso stesso mainstream, quasi oscurando l’approccio tradizionale[5].

Oggi, con il termine “neutralità” si intende il mantenimento di una posizione non giudicante nei confronti del paziente, caratterizzata non da distacco o freddezza, bensì da partecipazione emotiva. Il passaggio, per citare Luciana Nissim Momigliano[6], da un “ascolto sospettoso” a un “ascolto rispettoso”. Per “astinenza” si continua a intendere la giusta attitudine a non gratificare in modo indiscriminato i desideri e i bisogni del paziente (e ovviamente dell’analista) quando questi violano i confini del setting. Quanto all’“anonimato”, oggi l’analista è consapevole dell’utilità, talvolta, di manifestare aspetti della propria soggettività (si parla di self-disclosure), pur evitando di rivelare contenuti inutilmente personali o di esprimere giudizi o opinioni in modo perentorio o autoritario. Del resto, l’analista si rivela anche nella sua condizione più neutrale, silenziosa e anonima. Il silenzio stesso è una rivelazione. Così come il ritiro è a volte una forma della paura. Non sempre è freddezza, a volte è semplicemente una difesa che protegge dal coinvolgimento spontaneo, la barriera che controlla gli affetti, un’iperconsapevolezza dell’importanza etica e tecnica della propria vocazione. Ho provato a dirlo con due semplici versi[7]:

Alcuni sciocchi chiamano freddezza

il precipizio che sovrasta la carezza.

È importante che il paziente possa cogliere l’umanità del suo medico. Ed è il dialogo una delle formule più alte dell’umanità. Il ritmo buberiano dell’Io-Tu che prelude ogni comunicazione autentica. Fui colpito, anni fa, dall’esclamazione di un giovane collega che, incamminatosi lungo un percorso analitico molto ortodosso, dopo mesi di sedute silenziose, mi disse: «Oggi ha parlato! Il mio analista oggi mi ha parlato!».

Il film di Richard Eyre «Il verdetto», tratto dal romanzo di Ian McEwan «La ballata di Adam Henry», racconta l’incontro tra l’austera giudice inglese Fiona Maye e il cittadino Adam Henry, minorenne, testimone di Geova, leucemico, bisognoso di una trasfusione proibita dalla sua fede. Fiona è un “Vostro onore” che non si è mai concessa un’apertura comunicativa al di fuori del perimetro del rito. E bene ha fatto: confini ben custoditi, regole, disciplina istituzionale. Ma c’è una volta, la volta di Adam, in cui la dieta restrittiva della sua comunicazione si avvicina troppo, deliberatamente, alla materia incandescente dell’adolescenza testarda su cui si trova a deliberare. È una smagliatura, rivelatrice di una trama troppo tesa. È l’incontro con l’inatteso che mette in tensione drammatica due eccessi: la distanza di un lavoro chiuso nel suo rito impeccabile e la gestione drammatica di un avvicinamento emotivo che produce l’inevitabile corto circuito, l’incidente. È anche per regolare queste tensioni che occorre che la comunicazione fluisca, il suo ritmo regolato dalla diastole (il momento dell’apertura) e dalla sistole (quello della contrazione).

Oggi i clinici tendono a partecipare più attivamente all’interazione, creando un clima di fiducia e sicurezza, in modo che il dialogo con il paziente sia spontaneo e fluido, pur senza perdere le caratteristiche di separatezza nella vicinanza e asimmetria nell’alleanza che, caratterizzando la relazione terapeutica, la differenziano da tutte le altre relazioni significative del soggetto. Questa rilettura dello “stare con il paziente” è avvenuta all’interno di un più generale spostamento da una prospettiva mono-personale a un’ottica bi-personale, in cui paziente e analista sono entrambi coinvolti nella produzione congiunta di significati. Non sono cambiate le regole “etiche” della relazione analitica, sono cambiati gli spazi della relazione e i modi della comunicazione.

La parentela tra l’appello rivolto, anni or sono, da Peter Fonagy[8], autorevole figura della ricerca contemporanea in campo psicodinamico, agli psicoanalisti, invitati a “interrompere il loro (non così tanto) splendido isolamento”, la turris eburnea della loro solitudine linguistica e disciplinare, e quello rivolto dall’emerito Marcello Gallo, nel corso di un convegno bolognese del 2014, ai colleghi perché uscissero «dall’adorata asetticità del mestiere di giuristi» e dagli spazi angusti del «carattere esoterico» del loro linguaggio, non può che farmi risuonare nella memoria un terzo appello: le celebri parole pronunciate da James Hillman in un libro dal suggestivo titolo Cento anni di psicoterapia e il mondo va semprepeggio[9]. «Occorre aprire una finestra nella stanza d'analisi», scriveva Hillman. «Io non sono, se non in un campo psichico con gli altri, con la gente, gli edifici, gli animali, le piante». Non vale forse per i giuristi come per gli psicoanalisti? L’invito, infatti, non riguarda tanto le tecniche, quanto i rischi dell’isolamento e dell’autoreferenzialità. La consapevolezza che per capire meglio quello che ci abita e ci governa, la psiche come la legge, è necessario aprire le finestre dei nostri studi, dei nostri palazzi, delle nostre discipline. Senza perdere, va ribadito sempre, la protezione del setting, l’insieme di regole che governano il campo relazionale e i rapporti tra i soggetti coinvolti.

Potrei andare avanti a lungo, annoiandovi con dibattiti interni al mondo della psicoanalisi. Ma l’intenzione del mio breve scritto mi sembra ormai chiarita: che le nostre professioni si svolgano – come e dove giustamente devono svolgersi – in stanze tranquille e lontane dal clamore; ma che non si dimentichino le loro salutari ricadute, concrete e simboliche, sul tessuto sociale. Nessun riflettore, va da sé, nessuna esibizione, nessuna proiezione di bisogni personali, ma una voce istituzionale, chiara e rivolta alla promozione della conoscenza. Una scelta di democrazia, perché il sapere non va tenuto stretto, ma elargito e condiviso. Perché “oltre le sentenze”, ci sono parole che le spiegano e le accompagnano.

Questa inclinazione diventa particolarmente importante in un contesto politico e sociale dominato dalla paura-rifiuto della complessità, vera e propria malattia culturale del nostro tempo, e dalla progressiva riduzione del linguaggio (non solo sociale ma anche politico!) agli scarni caratteri di un tweet. In un momento in cui la politica è fatta di hashtag e il dibattito si avvita e inaridisce in tifoserie pro/contro, il contributo di una divulgazione giuridica non può che irrigare un terreno linguistico e concettuale sempre più arido e petroso. Dove le parole diventano pietre, non nel senso altissimo di Carlo Levi, bensì in quello violento della lapidazione online, dell’hate speech, il discorso fondato sull’odio, dove la comunicazione diventa evacuazione delle nostre “scorie psichiche”.

La connettività istantanea ha soppiantato l’introspezione e il modo in cui elaboriamo le informazioni e organizziamo i pensieri. La comunicazione e la divulgazione, quella scientifica come quella giuridica, sono compiti troppo importanti per essere trascurati o peggio lasciati al danno delle semplificazioni. Usando le parole dello psicoanalista Christopher Bollas «le risposte-scorciatoia non ci portano lontano», «la psicoanalisi serve a favorire domande capaci di muovere idee inconsce infinite», a battere «l’egemonia delle soluzioni semplici a favore dei movimenti complessi del pensiero». Viviamo in un mondo dominato dall’imperativo della comunicazione, ma abbiamo perso la capacità di comunicare. In questa “età dello smarrimento”[10], la comunicazione è sempre più veloce, ma ahimè sempre più superficiale, imprecisa, se non addirittura fasulla (fake news). Impegnarsi sul fronte di una comunicazione vera è oggi un dovere civile. Come osserva Sherry Turkle[11], docente al Mit di Boston, esperta di digital culture e studiosa al confine tra psicologia e sociologia, il trionfo delle tecnologie comunicative ha aumentato i nostri scambi ma ha ridotto le nostre conversazioni. Con ripercussioni profonde e durature: meno conversazione = meno empatia = meno introspezione = meno conoscenza.

Guardati con gli occhi del cittadino, vi sono due aspetti sui quali, come psicoanalista, mi sembra importante fermare l’attenzione. Il primo riguarda l’aspettativa di una giustizia comprensibile, “accogliente”, trasparente e viva nel dibattito pubblico e quindi capace di comunicare. In questo modo il cittadino non si sentirà, o si sentirà meno, estraneo alla cosa pubblica, ma invece partecipe di un istituto fondativo della democrazia costituzionale; potrà così (ri)stabilire un rapporto di fiducia con la giustizia (negli ultimi oggetto di svalutazioni maledicenti o di idealizzazioni salvifiche), comunque necessario al di là del consenso o della critica. Il secondo riguarda una certa timorosa resistenza della magistratura, a parte i noti casi di passaggio alla politica attiva, ad addentrarsi in un ambito, quello della comunicazione aperta, non solo sconosciuto ma considerato estraneo ai saperi tipici del giudice. E percepito come pericoloso non solo per le conseguenze disciplinari, ma anche per la convinzione che autorevolezza e magistero si possano esprimere solo con un linguaggio tecnico, poco accessibile, faticoso, inevitabilmente per addetti ai lavori.

Giudici capaci di comunicare sono invece importanti perché la loro parola si va a posare sulla formazione di un sentimento collettivo della giustizia. Che è anche, potremmo dire, un “oggetto psichico” composito, sfaccettato, carico di proiezioni: timore reverenziale, paura che affonda nella colpa, desiderio di risarcimento, idealizzazione di un genitore potente, punizione di un genitore vendicativo, intrusione di uno potere controllante, e così via. La collega Simona Argentieri, in un corso sulla comunicazione organizzato dalla Scuola superiore della magistratura, ha mostrato come le aspettative idealizzanti siano tra le più pericolose perché lusingano, in un gioco di specchi, le fantasie di onnipotenza e onniscenza del giudice. Giudici inquisitori che perseguitano, indagano, puniscono? Giudici eroi che ripuliscono, salvano, ristabiliscono l’ordine morale? Non dimentichiamo, e la teoria clinica della personalità narcisistica lo ha ben dimostrato, che idealizzazione e svalutazione, l’altare e la polvere, sono facce della stessa medaglia. E non sottovalutiamo fenomeni sociali preoccupanti che sempre più stanno prendendo piede, dalla ribellione no-vax alle aggressioni fisiche ai danni di medici e insegnanti (nell’ultimo anno, in Italia, 1200 medici sono stati aggrediti da pazienti o loro familiari: tre al giorno, e due su tre sono dottoresse).

È importante riflettere sul sentimento collettivo (e di questi tempi, inevitabilmente, anche sul “risentimento”) nei confronti delle istituzioni perché solo da lì possiamo partire per trarre indicazioni su come la giustizia deve parlare al cittadino. Lo stile e i modi di comunicazione dei giudici influenzano la formazione di un’immagine collettiva della giustizia e devono rappresentare un antidoto sia alla banalizzazione twitter sia all’esibizionismo dialettico, a favore di una comunicazione istituzionale tempestiva, non gergale, non propagandistica. Una comunicazione che porti conoscenza e pensiero nel dibattito pubblico, che faciliti la convivenza tra cittadini e istituzioni, promuovendo una mentalità in grado di muoversi tra idee complesse e spiegazioni semplici e non, come sempre più spesso accade, idee confuse e spiegazioni semplificate. Insomma promuovendo democrazia perché, come scrive Wisława Szymborska[12], «e ti piaccia o no, | i tuoi geni hanno un passato politico, | la tua pelle una sfumatura politica,| i tuoi occhi un aspetto politico. | Ciò di cui parli ha una risonanza, | ciò di cui taci ha una valenza | in un modo o nell’altro politica».

[1] In questo testo, ho scelto di seguire le regole finora in uso della lingua italiana e usare prevalentemente il maschile (“il giudice”, “il cittadino”, ecc.): non certo per perpetuare il sessismo nel linguaggio, ma per evitare di appesantire il testo.

[2] V. Lingiardi, Diagnosi e destino, Einaudi, Torino, 2018.

[3] S. Freud, S. (1912), Consigli al medico nel trattamento analitico, tr. it. in Opere, vol. 6. Boringhieri, Torino, 1974.

[4] J.R. Greenberg - S.A. Mitchell,Le relazioni oggettuali nella teoria psicoanalitica, tr. it., Il Mulino, Bologna, 1987.

[5] P. Migone, Terapia psicoanalitica, Franco Angeli, Milano, 1995; V. Lingiardi - G. Amadei - G. Caviglia - F. De Bei, La svolta relazionale, Raffaello Cortina, Milano, 2011.

[6] L. Nissim Momigliano, L'ascolto rispettoso. Scritti psicoanalitici, Raffaello Cortina, Milano, 2001.

[7] V. Lingiardi, La confusione è precisa in amore, Nottetempo, Roma, 2012.

[8] P. Fonagy, Genetica, psicopatologia dello sviluppo e teoria psicoanalitica: l'occasione per interrompere il nostro (non così tanto) splendido isolamento, tr.it. in Richard & Piggle, vol. 1, 2004, pp. 77-102.

[9] J. Hillman - M. Ventura, Cento anni di psicoterapia e il mondo va sempre Peggio, tr. it., Raffaello Cortina, Milano, 1998.

[10] C. Bollas, L’età dello smarrimento. Psicoanalitica, tr.it. Raffaello Cortina, Milano, 2018.

[11] S. Turkle, Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri, tr.it., Codice, Roma, 2012; dello stesso autore, La conversazione necessaria. La forza del dialogo nell’era digitale, tr. it. Einaudi, Torino, 2016.

[12] W. Szymborska, Gente sul ponte, Tr.it. Scheiwiller, Milano, 1986.

Fascicolo 4/2018
Editoriale
di Renato Rordorf
Obiettivo 1
Una giustizia (im)prevedibile?
di Andrea Natale
di Paolo Grossi

In questa riflessione, l’Autore ragiona sulla storicità e sulla fattualità del diritto, inseparabilmente intriso degli interessi e dei valori che si agitano nella società. In tale prospettiva, la certezza del diritto – e la sua prevedibilità – possono essere strumentalizzate a fini di conservazione di determinati assetti economici e sociali. L’Autore attraversa varie tappe storiche e individua nell’entrata in vigore della Costituzione repubblicana un passaggio di fase, in cui si riconosce il nesso diritto/società con una impostazione apertamente pluralistica del fenomeno giuridico. Di qui la centralità del ruolo degli interpreti, in approccio continuo coi fatti di vita e di essi percettori

di Enrico Scoditti

La diretta applicazione da parte dei giudici comuni dei principi costituzionali, laddove manchi la disciplina legislativa del caso, solleva interrogativi sul piano della prevedibilità del diritto e del peso degli orientamenti soggettivi di valore, interrogativi riconducibili al più ampio dibattito su democrazia e costituzionalismo. Quando il giudice risolve la controversia mediante il bilanciamento dei principi costituzionali in relazione alle circostanze del caso, o mediante la concretizzazione di clausole generali, si appella al bilanciamento ideale o all’ideale di norma contenuto nella clausola generale. Allo scopo di garantire la sicurezza giuridica, quale elemento fondamentale dello Stato di diritto, deve riconoscersi che, in sede di giurisdizione per principi o per clausole generali, è operante anche nei sistemi di civil law la regola dello stare decisis. Un esempio di diritto del caso concreto, dove trova applicazione la regola della vincolatività del precedente giudiziario, è quello del contratto iniquo e gravemente sbilanciato in danno di una parte.

di Pietro Curzio

Dopo aver posto alcune premesse, l’Autore rileva che è lo stesso ordinamento – nell’attribuire alla Corte di cassazione il compito di assicurare «l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge» – a riconoscere che, di una stessa disposizione possono essere date più interpretazioni; di qui, il rischio di imprevedibilità delle decisioni. L’Autore prende allora in considerazione le «ragioni del cambiamento» e le «ragioni della stabilità», evidenziando come entrambe rispondano ad esigenze di rilievo costituzionale, soffermandosi, infine, sugli strumenti ordinamentali che possono garantire il delicato punto di equilibrio che la giurisdizione deve riuscire ad individuare.

di Donato Castronuovo

L’Autore propone alcune variazioni sul tema della crisi della fattispecie penale, sia sul piano del formante legale sia su quello del formante giurisprudenziale, in relazione, rispettivamente, a clausole generali recate da disposizioni di legge oppure a clausole contenute in regulae iuris di origine giudiziale. Gli effetti prodotti dalle clausole generali sulla accessibilità e prevedibilità delle norme penali sono esaminati, attraverso due esempi, in funzione dell’evoluzione della giurisprudenza sovranazionale e di quella della Corte costituzionale.

di Ombretta Di Giovine

L’Autrice affronta il tema dell’interpretazione penalistica in una prospettiva aperta a saperi esterni, ed evidenzia la difficoltà di distinguere l’interpretazione, analogica, dall’analogia in senso stretto. Avvalendosi del richiamo a pronunce della Corte di cassazione a sezioni unite, cerca di dimostrare come i maggiori rischi di arbitrio si annidino peraltro non tanto nel mancato rispetto del testo (dai confini non previamente definibili), quanto nell’omessa o parziale esplicitazione delle premesse valoriali del ragionamento giuridico. Dichiara infine una cauta apertura verso l’intuizione del giudicante nei soli (seppur sempre più numerosi) casi di “dilemma”, non risolvibili attraverso gli strumenti tradizionali della deliberazione e della razionalità di scopo.

di Carlo Sotis

Queste pagine hanno ad oggetto gli effetti del test di ragionevole prevedibilità della giurisprudenza Cedu sull’art. 7 e si compongono di tre parti. In una prima si riassumono i vari criteri elaborati dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo per effettuare il test. In una seconda si propone una riflessione su luci e su un’ombra proiettate dalla ragionevole prevedibilità convenzionale. In una terza si avanza l’ipotesi che, accanto a quella “classica”, si affaccino due nuove ragionevoli prevedibilità.

di Massimo Donini

Lo studio analizza la tenuta di una possibile sostituzione della fattispecie mediante il case law, escludendo che si tratti di una alternativa possibile, essendo entrambi componenti essenziali del sistema giuridico. Vengono individuate le condizioni del diritto giurisprudenziale legittimo in diritto penale nell’attività di concretizzazione e applicazione della legge ai casi, muovendo da una rinnovata elaborazione del rapporto tra disposizione e norma, fondamentale anche per accertare i procedimenti analogici occulti, per i quali si definisce uno specifico test di verifica nel quadro di una ridefinizione del procedimento analogico in un quadro di teoria generale del diritto, e non solo dei distinti doveri ermeneutici specifici del penalista. La possibilità che il diritto giurisprudenziale legittimo, in parte negli hard cases, approdi all’enucleazione di casi-norma, e non solo a esempi applicativi nuovi o nuove interpretazioni in astratto della legge, produce l’esigenza di una disciplina o considerazione differenziata del parametro della prevedibilità, per l’efficacia retroattiva o solo ex nunc delle nuove evoluzioni o dei mutamenti intervenuti. I distinti momenti di irretroattività oggettiva o di scusabilità soggettiva per le innovazioni imprevedibili sono infine declinati sulla base degli articoli 7 Cedu, 27, co. 1, Cost. e 5 cp. Conclude lo scritto la proposta di sei regole di deontologia ermeneutica penale.

di Maria Giuliana Civinini

L’Autrice affronta la questione del precedente della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sotto il duplice punto di vista della formazione della giurisprudenza della Corte e del vincolo sul giudice nazionale, mettendo in evidenza le particolarità del sistema convenzionale

di Martina Condorelli e Luca Pressacco

Il fenomeno dell’overruling è stato negli ultimi anni oggetto di particolare attenzione da parte della dottrina e della giurisprudenza italiana, anche sulla scorta del ruolo crescente attribuito al “diritto vivente” e degli orientamenti della giurisprudenza europea. Nel presente contributo, gli Autori ripercorrono gli itinerari, specialmente giurisprudenziali, che hanno progressivamente conferito rilievo giuridico al fenomeno dell’overruling. In particolare, vengono analizzati presupposti, limiti ed effetti del revirement giurisprudenziale nei settori amministrativo, civile e penale, per dare conto dei rimedi esperibili al fine di tutelare l’affidamento nell’interpretazione di regole di natura sostanziale o processuale.

di Alberto Giusti

Nell’ambito della riforma attuata dal d.lgs n. 40/2006, il dinamismo nomofilattico esce rafforzato dalla portata del novellato articolo 374, comma 3, cpc. Nel delicato equilibrio tra etica della convinzione ed etica della responsabilità, la riforma attribuisce al rapporto tra sezioni semplici e sezioni unite uno specifico valore complementare, non gerarchico, in grado di prevenire contrasti «inammissibili» attraverso il vincolo di coerenza, per le prime, rispetto al principio di diritto alla base del decisum enunciato dalle seconde – o comunque ricavabile dalla sentenza. Tale sistema è coerente con la possibilità che hanno le sezioni semplici di sollecitare, mediante ordinanza interlocutoria, il mutamento di giurisprudenza, e non pregiudica la loro legittimazione a sollevare dubbi di costituzionalità o di compatibilità con il diritto dell’Ue in merito all’interpretazione resa dalle sezioni unite di detto principio.

Le esperienze dell’ultimo decennio (esplicitate, nell’ultimo paragrafo, da tre esempi significativi, due dei quali hanno portato all’overruling delle sezioni unite) fanno concludere per un bilancio positivo del meccanismo introdotto dalla riforma, quale strumento capace di assicurare una ordinata evoluzione del diritto vivente, nel consapevole equilibrio tra innovazione e coerenza argomentativa e sistematica.

di Giorgio Fidelbo

Il precedente come valore “culturale” e la sua vincolatività (relativa) sono, rispettivamente, la considerazione di fondo e la novità principale della “riforma Orlando” (legge 23 giugno 2017, n. 103). La storica tensione generata dai contrasti giurisprudenziali interni alle sezioni della Suprema corte, moltiplicatrice di decisioni nella sua qualità di giudice di “terza istanza”, sembra attenuarsi con l’introduzione del vincolo del precedente e la rimessione obbligatoria alle sezioni unite (ex articolo 618, comma 1-bis, cpp), laddove il collegio di una sezione semplice non condivida il principio di diritto da quelle enunciato, applicabile al caso oggetto del ricorso. Al di fuori di un ordine gerarchico dei rapporti, tale meccanismo consente all’attività interpretativa delle sezioni semplici di tradursi in un contributo nomofilattico che, nella forma del “dialogo” interno, rafforza in senso unitario l’evoluzione giurisprudenziale, permettendo al sistema – come dimostrano alcune prime esperienze applicative – di rinnovarsi. Il vincolo del precedente e la portata della riforma hanno implicazioni significative in tema di prospective overruling, con un richiamo alle incongruenze che hanno visto le sezioni unite penali e quelle civili divergere in merito all’accezione stessa della legalità – sulla questione, la Consulta (con la sentenza n. 230 del 2012) ha frenato lo slancio delle prime, escludendo un’equiparazione tra la legge e il “diritto vivente”.

di Enzo Vincenti

Il duplice scopo della massimazione (informativo e sistematico) si coniuga, nell’era digitale, con l’obiettivo, perseguito dal legislatore processuale nell’ultimo decennio, di valorizzare il “precedente di legittimità” come criterio e misura della prevedibilità delle decisioni giudiziarie future solo attraverso uno strumento evoluto tecnologicamente che ne consenta la più rapida ed estesa conoscenza, ne organizzi i flussi e, quindi, la renda davvero fruibile. Un tale strumento è rappresentato, anche storicamente, da ItalgiureWeb, la banca dati giuridica nazionale informatizzata del Ced della Corte di cassazione, tramite la quale si è potuta realizzare la più significativa simbiosi tra il contenuto (la giurisprudenza, ma non solo) e il suo veicolo di conoscenza (l’informatica), con funzione servente anche della effettività e trasparenza della giurisdizione.

di Claudio Castelli e Daniela Piana

La giustizia predittiva, di cui già oggi si discute in molti Paesi e che viene presentata come un Giano bifronte, un grande rischio di riduzione ad una gestione automatizzata degli small claims ovvero di una differenziazione delle risposte giudiziarie che ha profili di potenziale discriminazione, è un orizzonte non più soltanto futuribile anche nel nostro Paese. Discuterne, darsi gli strumenti conoscitivi e quindi di governance per potere volgere quella che è una opportunità di cambiamento in una reale condizione di potenziamento della prevedibilità della trasparenza e del coordinamento fra sedi giudiziarie, nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali di autonomia del giudice, è una priorità che questo lavoro mette al centro del dibattito della magistratura italiana e di tutti i protagonisti del mondo della giustizia.

di Claudio Costanzi

La progressiva affermazione della prova scientifica nel processo penale come nuova regina probationum ha innescato una lenta, ma inesorabile sollecitazione delle logiche qualitative del ragionamento probabilistico, così come descritte dalla sentenza Franzese. Gli argomenti allora utilizzati per confutare gli sterili e opposti approcci quantitativi all’accertamento del nesso causale si scontrano con i recenti tentativi di applicare la matematica alla valutazione e combinazione delle prove. Dagli Stati Uniti d’America e dalla Scandinavia è giunta l’eco travolgente di raffinate teorie per l’algoritmizzazione del giudizio attraverso la quantificazione della credenza soggettiva in un’ipotesi alla luce delle risultanze istruttorie. Compito del giurista e del legislatore è analizzare tali approcci comprendendone il funzionamento, approntando i necessari strumenti per resistere al rischio di degenerazioni meccanicistiche del ricorso ai big data, senza rinunciare agli indubbi vantaggi che i mathematical tools offrono al processo. Invero, l’attuale diffusione anche su scala europea di applicazioni sperimentali del teorema di Bayes e dell’E.V.M. sta cambiando silenziosamente il ragionamento probatorio, proponendo sfide inimmaginabili fino al decennio scorso.

di Clementina Barbaro

L’uso dell’intelligenza artificiale come strumento di supporto del lavoro degli operatori del diritto e dei tribunali è ancora un fenomeno embrionale in Europa. Tra le diverse soluzioni proposte, suscitano un interesse crescente quelle riguardanti l’analisi e il trattamento della giurisprudenza per ridurre l’alea del giudizio e garantire una maggiore prevedibilità delle decisioni giudiziarie. È necessario, tuttavia, interrogarsi sull’effettività di queste applicazioni, impropriamente qualificate di “giustizia predittiva”, alla luce delle caratteristiche attuali dell’intelligenza artificiale e, in particolare, del machine learning/apprendimento automatico. Il loro impatto sulla professione del magistrato, sulla produzione della giurisprudenza e sulle garanzie dell’equo processo merita inoltre di essere attentamente esaminato.

La Commissione europea sull’efficacia della giustizia (Cepej) ha condotto uno studio approfondito su questi temi e redige attualmente una «Carta etica europea sull’uso dell’intelligenza artificiale nei sistemi giudiziari», adottata alla sessione plenaria della Cepej del 3-4 dicembre 2018. Primo strumento europeo in materia, la Carta etica enuncia principi sostanziali e metodologici applicabili all’analisi e al trattamento delle decisioni giudiziarie e intende essere un punto di riferimento per l’attività di soggetti privati e pubblici attivi in questo settore, tanto per quanto riguarda lo sviluppo concreto di applicazioni di intelligenza artificiale quanto per l’elaborazione di politiche pubbliche riguardanti l’integrazione di tali applicazioni nel sistema giudiziario.

di Simone Gaboriau

Nel tempo della rivoluzione digitale, l’idea di affidare agli algoritmi una parte consistente del contenzioso in base alla sua “limitata” entità riposa su strategie non sempre trasparenti che eludono la pubblicità e la terzietà connaturate alla funzione giurisdizionale e ai suoi soggetti. Oltre a una risposta alle esigenze di ordine giudiziario e di riduzione dei costi – promossa dal Ministero della giustizia francese – cosa presuppone e quali effetti comporta un’automazione – ancorché parziale – della giustizia?

Ripercorrendo alcune esperienze francesi, le opinioni contrastanti espresse da diverse “voci” ufficiali e collocando il fenomeno in prospettiva storica allargata (compreso un richiamo, in tema di validità dei dispositivi, alle derive applicative generate da una soi-disant “polizia predittiva”), si analizzano le dinamiche strutturali della giustizia digitale guardando ai risultati finora raggiunti e alla natura degli interessi che essa serve. Al netto di considerazioni ideologiche, si ripropone oggi, con inedita urgenza – e indubbia necessità –, la rilevanza dei valori intangibili della giustizia e di una qualità connaturata al magistrato: l’umanità, dalla quale non tanto la tecnologia in sé, quanto le logiche – tutte umane – ad essa sottese sembrano, talvolta e in misura crescente, prendere le distanze.

Obiettivo 2
Il dovere della comunicazione
di Donatella Stasio

Nell’epoca della comunicazione e contro il “cattivismo” diffuso che sembra connotare lo spirito dei tempi, diventa ancora più urgente un’etica della comunicazione. La magistratura deve farsi carico dell’aspettativa sociale di conoscere e di comprendere la complessità della giustizia. Ma il dovere di comunicare presuppone la costruzione di una solida e diffusa cultura della comunicazione. Questa è, dunque, la sfida che attende la magistratura tutta, per recuperare credibilità e soprattutto fiducia, caduta ai minimi storici. La fiducia si nutre infatti della trasmissione del sapere, della promozione della conoscenza, dell’esercizio della trasparenza, di condotte rispettose della dignità dell’interlocutore, dell’ascolto, del rendere conto … . Si tratta di una “riforma” improcrastinabile, che chiede ai giudici (e in generale ai giuristi) anzitutto di uscire davvero dall’autoreferenzialità e poi di mettersi in gioco con umiltà, consapevolezza del proprio ruolo sociale, responsabilità, ed elaborazione del lutto di una giustizia perfetta.

di Vincenza (Ezia) Maccora

Risale al 2008 la spinta del Consiglio superiore della magistratura ad investire sulla comunicazione della giustizia sulla giustizia. In questo ultimo decennio si sono moltiplicate le iniziative in questo settore – Urp, Bilancio sociale, siti internet, attività di sensibilizzazione, attenzione al linguaggio, anche del corpo, con cui il magistrato entra in contatto con le parti – e dalla loro analisi si comprende il tentativo di allineamento delle Istituzioni giudiziarie italiane ai principi espressi a livello europeo. Tanta strada è stata percorsa ed ora spetta ai singoli magistrati il compito di impadronirsi del momento comunicativo, raccogliendo gli stimoli provenienti “dall’alto” e da qualche magistrato antesignano, superando le resistenze culturali che ancora si riscontrano. Questo obiettivo cerca di fare il punto su dove siamo arrivati e sul cammino ancora da percorrere, nella consapevolezza che impegnarsi sul piano della comunicazione/informazione è un dovere di tutti i magistrati e che da questa si alimenta anche la fiducia dei cittadini verso la giustizia.

di Vittorio Lingiardi

Per molti anni la professione dello psicoanalista è stata governata da tre principi fondamentali: neutralità, astinenza e anonimato. Col tempo, la cosiddetta “svolta relazionale” in psicoanalisi ha modificato, senza alterarne lo spirito etico e terapeutico, lo stile della comunicazione tra terapeuta e paziente. Prendendo spunto da questo esempio, ma rifuggendo parallelismi forzati e fuorvianti, propongo alcuni spunti di riflessione sull’importanza di una comunicazione empatica e accessibile, pur nel rigore della specificità, tra giudici e cittadini. Il tempo delle torri d’avorio è finito, e per non rimanere travolte dall’inconsistenza dei tweet, è importante che le professioni e le istituzioni, senza cedere al narcisismo della visibilità e all’esibizionismo dialettico, imparino a parlare alle cittadine e ai cittadini in modo tempestivo, non gergale, non propagandistico. Stile e modi di comunicazione dei giudici influenzano infatti la formazione dell’immagine, individuale e collettiva, psichica e sociale, della giustizia. È bene che, “oltre le sentenze”, ci siano parole che le spiegano e le accompagnano. Per non vivere in un mondo dominato dall’imperativo della comunicazione ma che ha perso la capacità di comunicare.

di Franco Ippolito

Tracciare l’esatta distinzione tra consenso e fiducia, nella società democratica e nello Stato costituzionale di diritto, è esigenza essenziale per la magistratura. Per un pieno recupero della fiducia è necessario rifuggire dalla ricerca del consenso e concorrere alla formazione di una opinione pubblica fondata sulla corretta informazione e comunicazione, sull’esercizio della critica razionale e ragionata, sul rispetto degli altri.

di Elisabetta Cesqui

Una comunicazione trasparente è fondamentale per un corretto esercizio della giurisdizione, dare conto del proprio agire e del servizio reso alla generalità è questione che attiene la sua stessa legittimazione.  L’informazione sull’attività degli uffici deve passare attraverso servizi dedicati, Bilanci sociali e una concezione più moderna delle relazioni dell’Ispettorato del ministero. L’informazione sui procedimenti, specie quelli di rilevante interesse per la generalità, deve trovare un punto di equilibrio tra le esigenze proprie del processo, il diritto di cronaca giudiziaria, la tutela della dignità delle persone e quella della riservatezza. Serve perciò una comunicazione gestita dagli uffici, costante, chiara, senza discriminazioni tra giornalisti. È necessario valorizzare, non mortificare l’intermediazione professionale degli operatori dell’informazione e rivedere il sistema normativo dei divieti e delle sanzioni. Condizione presupposta di una comunicazione corretta è la chiarezza, comprensibilità e appropriatezza dei provvedimenti e degli atti da comunicare. Un tentativo di conciliare le diverse esigenze nella nuova disciplina delle intercettazioni.

di Nello Rossi

Per la magistratura degli anni ‘50 e ‘60 valeva la regola non scritta ma ferrea del silenzio. Una vera e propria arte di tacere, frutto dell’omogeneità con la classe dominante e pegno della irresponsabilità sociale e culturale per le decisioni assunte. La stagione del risveglio sociale e culturale dei magistrati coincide con la loro presa di parola ed avvia un lungo percorso evolutivo, a più riprese contrastato, insidiato e revocato in dubbio. È un itinerario che si snoda attraverso diverse tappe: dalla difesa della libertà di manifestazione del pensiero nei confronti delle iniziative disciplinari all’elaborazione di un’etica del discorso pubblico del magistrato sino all’affermazione di un moderno e compiuto diritto-dovere di spiegare e di spiegarsi che appartiene agli uffici giudiziari ed all’occorrenza a ciascun singolo magistrato. Ma c’è un lavoro di lunga lena da fare per presidiare il confine tra libertà e prepotenze e perché la scelta per la comunicazione non sia solo una rivoluzione dall’alto…

di Patrizia Giunti

La sfida per l’inclusività della comunicazione giuridica non si vince con il solo richiamo alla semplificazione del linguaggio. La posta in gioco è più alta, chiama in causa la relazione del giurista con gli innumerevoli attori sociali della complessità globale e richiede un investimento forte sul piano dei modelli culturali.

di Nicoletta Giorgi

La capacità di comunicare deve diventare una nuova competenza funzionale all’esercizio della giurisdizione. Il recupero del rapporto di fiducia del cittadino per le istituzioni passa per l’esatta comprensione dei provvedimenti giurisdizionali e, quindi, dall’apprendimento della semplificazione linguistica e dalla reciproca alfabetizzazione di giornalisti e magistratura.

Serve un cambiamento organizzativo degli uffici e ancor prima un cambiamento culturale anche tramite l’adozione di una nuova metodologia formativa ispirata all’esperienze fuori confine.

di Giuseppe Pignatone

L’esercizio in concreto di un incarico direttivo in terra di mafia rende particolarmente consapevoli del dovere di comunicare per raggiungere i fini istituzionali dell’amministrazione della giustizia. Occorre “rendere conto” per consentire ai cittadini di esercitare il controllo sociale quale necessario contrappeso all’indipendenza e all’autonomia della magistratura. Ovviamente l’interlocuzione pubblica deve avere quale unico ed esclusivo scopo quello di comunicare la giustizia al cittadino, evitando di inquinare con interessi estranei (del magistrato o di terzi) tale finalità di interesse generale. Senza dimenticare che nel momento in cui viene meno il segreto investigativo, le risultanze delle indagini offrono alla pubblica opinione e al dibattito democratico una massa di conoscenze che possono essere utili o addirittura preziose. Si pensi al contributo che alla crescita sociale e civile del nostro Paese hanno dato le indagini sulle mafie e sulla corruzione. Compresi quei dialoghi o quei filmati che una volta depositati sono diventati patrimonio conoscitivo della società: dalla documentazione dell’omaggio ai boss alla Madonna di Polsi alla riunione dei vertici della ‘ndrangheta lombarda a Paderno Dugnano, dalla richiesta e dal pagamento di tangenti in varie parti d’Italia alle conversazioni tra i capi delle organizzazioni mafiose e gli appartenenti all’“area grigia”. Non vi è dubbio infatti che anche questa è comunicazione della giustizia.

di Giancarlo De Cataldo

L’Autore prende le mosse da una definizione della sentenza come atto finalizzato a rendere manifesto, sia alle parti processuali direttamente coinvolte, che alla collettività, l’iter logico che sorregge la motivazione del giudice. La sentenza viene poi analizzata come documento narrativo, con riferimento agli elementi che vi devono necessariamente comparire in ossequio al dettato normativo e alle possibili tecniche di redazione, in un percorso che dovrebbe tendere all’ottenimento della giusta completezza espositiva nel quadro di una maggiore concretezza e sinteticità. L’autore si chiede infine, in chiave problematica se non apertamente critica, se l’innegabile sforzo dei giudici di comunicare, attraverso la motivazione della sentenza, in modo più chiaro, conciso e comprensibile, possa servire a migliorare, se non l’accettazione, quanto meno la comprensione, da parte della collettività, delle regole del giudizio.

di Francesco Petrelli

Come e perché è necessario comunicare il processo. Occorre ristabilire l’alleanza fra processo e ragione, fra la cultura condivisa del Paese e il processo penale. L’errore dell’avvocatura non è stato quello di non aver saputo difendere il “giusto processo” ma di non averlo saputo “comunicare”. Di aver lasciato che intere classi politiche e dirigenti di questo Paese crescessero e venissero educate alla scuola illiberale di chi vede nel processo penale solo un ostacolo alla affermazione della legalità e non uno strumento di riaffermazione dello statuto democratico di un Paese. Una società spaventata, resa insicura ed incerta dalla crisi e dalla globalizzazione, ha cessato così del tutto di vedere nel diritto uno strumento di realizzazione della persona. Ciò che viene chiesto dal cittadino non sono più diritti ma sono in realtà tutele e protezioni, non nuovi spazi di libertà, ma più benefici e più assistenza, non diritti civili e garanzie della persona per poter sviluppare e veder maturare le proprie aspettative individuali, politiche e sociali. Ed in questo contesto è sempre più necessaria un’avvocatura capace di parlare la difficile lingua dei diritti dimenticati.

di Mariarosaria Guglielmi

I principali network delle magistrature europee hanno elaborato articolati documenti di indirizzo in tema di comunicazione giudiziaria, che rappresentano un insostituibile quadro di riferimento per una componente sempre più rilevante del rapporto tra magistratura e società, con implicazioni importanti nel contesto della crisi dello Stato di diritto. L’analisi dell’esperienza di altri Stati membri dell’Unione europea, e in particolare della Romania, aggiunge ulteriori elementi che depongono nel senso della necessità di un approfondito dibattito anche in Italia sul tema, svolto a partire da quanto elaborato nelle sedi transnazionali.

di Daniela Lecca

L’importanza del rapporto tra cittadini e istituzioni passa per la trasparenza della comunicazione pubblica, nel difficile bilanciamento tra natura dell’informazione, libertà di accesso ai dati, diritto di cronaca e tutela di alcuni fondamentali diritti della persona. Il caso speciale della Romania alla luce della nuova disciplina del rapporto triangolare tra magistratura, società e mezzi di comunicazione di massa.

di Raffaella Calandra

Un nuovo tipo di comunicazione, per far comprendere meccanismi e provvedimenti. I giovani magistrati aprono all’introduzione nei Palazzi di giustizia di profili professionali specifici, come un ufficio stampa, o all’incremento di formazione per i rapporti con i media. Dietro polemiche recenti, spesso ci sono informazioni inesatte, diffuse sui social. Ricerche demoscopiche collegano il crollo di fiducia nella magistratura anche alla comunicazione. La sfida di trovare un equilibrio tra le indicazioni degli organi sovranazionali e i richiami del Colle.

di Armando Spataro

Le modalità di pubblica comunicazione dei magistrati hanno dato luogo a frequenti critiche secondo cui essi parlerebbero per rafforzare il peso dell’accusa o la propria immagine. Si tratta di accuse quasi sempre infondate, ma che traggono spunto da innegabili criticità: basti pensare alla prassi delle conferenze stampa teatrali e dei comunicati stampa per proclami, o all’autocelebrazione della proprie inchieste con connesse accuse a chi si permette di esprime dubbi e critiche. Bisogna spiegare ai magistrati “come non si comunica”, convincendoli ad evitare i tentativi di “espansione” a mezzo stampa del proprio ruolo fino ad includervi quelli degli storici e dei moralizzatori della società. Il dovere di informare è naturalmente irrinunciabile, purché esercitato nei limiti della legge, del rispetto della privacy e delle regole deontologiche, ma è anche necessario che i magistrati si guardino bene dal contribuire a rafforzare un’ormai evidente degenerazione informativa, che spesso determina febbre “giustizialista”, alimentata da mostruosi talk-show ed attacchi alla politica ingiustificatamente generalizzati. I magistrati non sono ovviamente gli unici responsabili di questa pericolosa deriva cui contribuiscono anche strumentalizzazioni ad opera di appartenenti alle categorie degli avvocati, dei politici e degli stessi giornalisti che spesso producono informazioni sulla giustizia prive di approfondimento e di verifiche, e che sono caratterizzate dalla ricerca di titoli e di forzature delle notizie al solo scopo di impressionare il lettore. È necessaria, dunque, per venir fuori da questo preoccupante labirinto, una riflessione comune su informazione e giustizia tra magistrati, avvocati e giornalisti.

di Beniamino Deidda

L’Autore, dopo avere rievocato un periodo caratterizzato dall’assenza di comunicazioni all’esterno da parte dei magistrati, ricorda un processo celebrato presso la Pretura di Firenze nel 1971, nel quale il pretore spiegò brevemente le ragioni del dispositivo della sentenza. Le reazioni ribadirono la chiusura dei magistrati ad ogni forma di comunicazione che è durata fino alla pubblicazione del codice del 1988. Quel che è accaduto con il nuovo rito non soddisfa ancora alla necessità di “rendere conto” ai cittadini da parte dei magistrati, che è un’esigenza che trova la sua giustificazione nella Costituzione. Un tentativo di disciplinare nuove forme di comunicazione si trova nelle linee-guida recentemente approvate dal Csm. Ma è necessaria una nuova formazione per i magistrati.

Le «linee guida 2018 del Consiglio superiore della magistratura»
Due voci:
di Luigi Ferrarella

È quasi una rivoluzione il cambio di mentalità della magistratura nell’approccio alla comunicazione come una parte – e un dovere – del proprio lavoro, e particolarmente azzeccata (tra le proposte concrete) appare l’idea di una «informazione provvisoria» che subito renda più comprensibili i dispositivi delle sentenze. Ma il rifiuto della «rilevanza penale» quale unico parametro per la liceità di una cronaca giornalistica di fatti giudiziari, e l’identificazione nel giornalista dell’unico soggetto legittimato a operare a priori la valutazione di cosa si debba intendere per notizia di «interesse pubblico», restano per un giornalista i punti non negoziabili che rischiano di entrare in tensione con il metodo “ufficio stampa”, suggerito agli uffici giudiziari dalle «linee guida Csm» nel momento in cui esse perdono l’occasione per aprire invece a un accesso diretto e trasparente del giornalista a tutti gli atti non più segreti posti man mano in discovery alle parti.

di Edmondo Bruti Liberati

Il Csm interveniva in occasione di polemiche suscitate da interventi pubblici di magistrati per richiamare il dovere di misura e riserbo. Di recente ha affrontato “in positivo” il tema della comunicazione sulla giustizia. Le “Linee-guida” del 2018, segnano il punto di assestamento di questo percorso: la questione non è “se comunicare”, ma “come comunicare”. La tematica della comunicazione deve far parte della formazione fornita dalla Scuola superiore della magistratura con corsi pratici diretti non solo ai dirigenti. Oggi ciascun singolo magistrato, attraverso i social media, entra direttamente (spesso senza la necessaria consapevolezza) nella arena pubblica. Pur con limiti ed omissioni, le «Linee-guida 2018» del Csm costituiscono un significativo punto di arrivo. Vi è da augurarsi che il Csm attualmente in carica raccolga il testimone dal predecessore e fra quattro anni, ritorni sul tema, con un approccio diverso, orientato alla ricognizione delle prassi nel frattempo instauratesi. Dunque in conclusione: un punto di arrivo e insieme un punto di partenza.

Epilogo
di Elvio Fassone

Lo scritto affronta il tema da un'angolatura diversa da quella convenzionale, secondo la quale la “comunicazione” è il portare alla conoscenza di terzi notizie o informazioni che per loro natura debbono restare più o meno riservate: l'A. prende invece in esame quella comunicazione che consiste nel modo tacito di porsi e di proporsi del magistrato nei confronti del cittadino suo interlocutore, attraverso il comportamento, gli atteggiamenti, lo stile, il linguaggio e tutto ciò che, anche non intenzionalmente, contribuisce a costituire la relazione.

In questo modo comportamentale di comunicare non viene manifestata un'informazione o una notizia, ma il modo intimo e per lo più inconsapevole di interpretare il rapporto tra il magistrato ed il cittadino: a quest'ultimo non interessa sapere se il magistrato ha determinate qualità caratteriali, ma attraverso quellaforma di comunicazione il cittadino individua il livello di rispetto che il magistrato esprime verso la dignità del suo interlocutore. Più ancora, quel modo di porsi del magistrato, moltiplicato per la pluralità delle relazioni quotidiane, determina la sua immagine diffusa nel sentire comune, e quindi il consenso più o meno ampio del quale la magistratura gode nell'opinione pubblica, prezioso sostegno nelle frequenti tensioni con il potere politico.

Attraverso una sintetica rassegna di condotte, abitudini e linguaggi l'A. finisce con l'individuare un'interpretazione del ruolo (non universale, ma largamente diffusa) connotata da rigidità, formalismo, ostentato distacco e indifferenza agli aspetti umani della relazione, quasi che l'essere il magistrato definito come organo super partes lo connotasse come “al di sopra” anche psicologicamente e socialmente. Auspica, quindi, che si diffonda una maggior sensibilità verso questo aspetto della funzione, a tutto vantaggio del consenso del quale la giurisdizione ha necessità.

ARCHIVIO
Fascicolo 1/2019
Populismo e diritto
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Una giustizia (im)prevedibile?
Il dovere della comunicazione
Fascicolo 3/2018
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La riforma spezzata.
Come cambia l’ordinamento penitenziario
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L’ospite straniero.
La protezione internazionale nel sistema multilivello di tutela dei diritti fondamentali
Fascicolo 1/2018
Il pubblico ministero nella giurisdizione
La responsabilità civile fra il giudice e la legge
Fascicolo 4/2017
L’orgoglio dell’autogoverno
una sfida possibile per i 60 anni del Csm
Fascicolo 3/2017
A cosa serve la Corte di cassazione?
Le banche, poteri forti e diritti deboli
Fascicolo 2/2017
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Dedicato a Stefano Rodotà
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Al centesimo catenaccio
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Fascicolo 1/2015
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I diritti fondamentali tra obblighi internazionali e Costituzione
La risoluzione amichevole dei conflitti
Schede di ordinamento giudiziario aggiornate al gennaio 2015
Il volume costituisce un'utile panoramica dei metodi di contrasto alla criminalità mafiosa e degli strumenti di prevenzione
Numero speciale di Questione Giustizia in formato digitale con atti, relazioni e dati sul sistema delle misure cautelari personali