Rivista trimestrale
Fascicolo 4/2018
Obiettivo 2. Il dovere della comunicazione

Giovani toghe: «Fuori dalla torre, con più comunicazione»

di Raffaella Calandra

Un nuovo tipo di comunicazione, per far comprendere meccanismi e provvedimenti. I giovani magistrati aprono all’introduzione nei Palazzi di giustizia di profili professionali specifici, come un ufficio stampa, o all’incremento di formazione per i rapporti con i media. Dietro polemiche recenti, spesso ci sono informazioni inesatte, diffuse sui social. Ricerche demoscopiche collegano il crollo di fiducia nella magistratura anche alla comunicazione. La sfida di trovare un equilibrio tra le indicazioni degli organi sovranazionali e i richiami del Colle.

«Uscire dalla torre d’avorio». Con una comunicazione più frequente e meglio regolata, ma ugualmente rispettosa dei principi di sobrietà, equilibrio e ragionevolezza. Uscire nel mondo, «per farsi comprendere di più e recuperare la fiducia in parte perduta del popolo, in nome del quale amministriamo la giustizia». Davanti a segnali empirici e a sondaggi interni, che registrano una crescente distanza tra opinione pubblica e magistratura, come già per altre istituzioni, le toghe più giovani non hanno dubbi: «troppo spesso non si capiscono le ragioni dei nostri provvedimenti e ciò provoca una sensazione di scarsa affidabilità». Per questo, a gran voce, sollecitano un’accelerazione su un diverso modo di gestire le relazioni con la stampa, non solo nei casi mediaticamente più sensibili, nel solco delle indicazioni degli organismi sovranazionali. Un nuovo corso che possa contribuire ad una nuova cultura giuridica, ma che in certa misura tenga conto anche di come le notizie oggi si trasmettono: sempre più in tempo reale, con una velocità sempre più incompatibile con i ritmi della giustizia. «In fondo – lancia una provocazione un neo magistrato – anche il Quirinale ha un profilo twitter…»

1. I rischi di una mancata comunicazione

Chi è appena entrato in magistratura sente con forza l’importanza di poter spiegare. Come i loro colleghi, intuiscono i rischi di una mancata o errata comunicazione, ma più di loro, probabilmente per ragioni anagrafiche, conoscono i meccanismi per cui certe informazioni, non di rado non puntuali, diventano virali. Alimentano dibattiti. Portano con un hastag, qualche post e vari retweet ad alimentare discussioni pubbliche e perfino ad orientare scelte politiche. Così le giovani toghe aprono all’introduzione nei Palazzi di giustizia di figure-cerniera tra i magistrati, la stampa e la collettività: per alcuni, profili professionali specifici, come un ufficio stampa; per altri colleghi designati, come già avviene in alcuni uffici, e formati ad hoc. Nella convinzione unanime, però, che risieda anche in una corretta informazione l’equilibrio necessario a sfuggire a quello che Piero Calamandrei considerava uno dei pericoli maggiori per i giudici: «assuefazione, indifferenza burocratica, irresponsabilità anonima». E di conseguenza, chiusura autoreferenziale. Non a caso, in un recente monito, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricordato come tanto «gli atteggiamenti di protagonismo, quanto quelli di burocrate amministratore snaturano la fisionomia della funzione esercitata».

2. Il calo di fiducia

«Se il cittadino non comprende il senso di un provvedimento, lo vive come ingiusto. Quindi perde fiducia», sintetizza Corinna Carrara, una dei quattordici giovani pubblici ministeri della Procura di Brescia, non ancora arrivati ad una seconda valutazione. Una sorta di sillogismo che potrebbe spiegare non poche recenti polemiche alimentata da dati inesatti. O eccessivamente semplificati nel passa parola dei social, sempre più strumento primario di informazione, per una significativa fetta dell’opinione pubblica. Minore è la comprensione, più bassa è la percezione della giustizia, più cala la fiducia. Una consequenzialità che aiuta a leggere anche quello che le agenzie demoscopiche e la Scuola superiore della magistratura[1] hanno già registrato: un crescente crollo della reputazione dei magistrati, in relazione ai flussi di comunicazione e al vissuto dei cittadini (Demos, -33% 2014; Ipsos, -36,7% 2015). Per Nando Pagnoncelli[2], da un lato è diminuita la fiducia nella magistratura, passata dal 67% nel 2011 al 44% odierno, dall’altro è aumentata «l’insoddisfazione dei cittadini per i tempi dei processi e per l’esito delle sentenze». Quanta di questa insoddisfazione, nasce però da scarsa conoscenza?

3. Polemiche e casi mediatici

Tra i casi più recenti, fonte di polemiche e indignazione, una sentenza della Cassazione[3]: «stupro senza aggravante se la vittima si è ubriacata», titolano più testate. La Cassazione conferma la condanna, emessa a carico di due cinquantenni dalla Corte d’appello di Torino, ma fa cadere l’aggravante di aver commesso la violenza sessuale con l’uso di sostanze alcoliche. Sono due i principi chiave di una pronuncia, che divenne una delle notizie principali della giornata: c’è stupro, se la vittima è in uno stato di infermità psichica e quindi non in grado di prestare valido consenso; ma dall’altro lato, si stabilisce anche che se gli imputati non hanno somministrato alcol alla donna – che invece ha alzato il gomito di sua iniziativa – non possono essere condannati per qualcosa che non hanno commesso. Quindi niente aggravante e nessun aumento di pena correlato. Principi semplici e nessuna sentenza rivoluzionaria, ma tra titoli forzati su un tema su cui c’è grande sensibilità, eccessive semplificazioni e hastag “cattura indignazione” la notizia è diventata «la Cassazione ci riporta indietro di anni»[4]; «stupro meno grave se la vittima si è ubriacata», il tweet più condiviso. Fino agli appelli: «Signor giudice, nessuno sconto sullo stupro»[5]. Tra il primo lancio d’agenzia, con la notizia del verdetto, agli attacchi agli ermellini, ci sono ore di «sconcerto» a mezzo stampa di osservatori in genere attenti; di «incredulità» da parte di associazioni impegnate contro la violenza di genere; di dichiarazioni in cui la mancata aggravante diventa un’attenuante. Fino ad arrivare, in un crescendo tutto sviluppato sulla rete, alla «perdita di credibilità», ad attacchi per la giustizia «che non funziona» e agli improperi per i «delinquenti che non finiscono mai in galera». Un caso emblematico dei meccanismi – distorti – che possono alimentare, tra ignoranza, strumentalizzazione e banalizzazione, quell’erosione di fiducia, affidabilità e credibilità, documentati nell’indagine della Scuola superiore della magistratura. Quanti dei giornalisti, autori dei primi articoli, soprattutto sul web, avevano però letto il dispositivo? O quanti interventi, che orientarono la direzione della successiva indignazione, sono stati ispirati solo dal titolo di un lancio d’agenzia, lasciando spazio alle più varie e fantasiose interpretazioni? In ogni caso, saranno proprio questi il punto di partenza per il successivo dibattito, compresso il più delle volte in 120-240 caratteri su twitter, su un post di facebook, quando non in una delle “storie” di instagram. Quando il giorno dopo gli articoli di cronaca giudiziaria sui principali quotidiani riportavano infatti con precisione il senso della sentenza, era ormai troppo tardi per correggere il tiro. L’opinione pubblica aveva già digerito a modo suo la notizia. Ed è per questo che nell’era in cui i social sono la nuova piazza e tutto si diffonde in tempo reale, diventa ancora più determinante avere da subito un’informazione corretta.

4. La proposta

«Sarebbe un bene spiegare le ragioni di fondo di una decisione al popolo, in nome del quale in fondo noi emettiamo la sentenza. Come per la Consulta, sarebbe auspicabile una comunicazione contestuale alla lettura del dispositivo», propone Roberto Crepaldi, in magistratura da quattro anni e mezzo, giudice alla seconda sezione penale del Tribunale di Milano. «Importante ovviamente è l’equilibrio necessario – specifica – perché i giudici non si lascino poi condizionare dagli effetti della propria comunicazione». Secondo il monito del capo dello Stato: «l’attenzione e la sensibilità agli effetti della comunicazione – scandisce Sergio Mattarella, nell’incontro al Quirinale con i nuovi componenti del Consiglio superiore della magistratura – non significa orientare le decisioni giudiziarie, secondo le pressioni mediatiche né, tanto meno, pensare di dover difendere pubblicamente le decisioni assunte. La magistratura – ricorda il Presidente – non deve rispondere alle opinioni correnti, perché è soggetta soltanto alla legge».

E allora quali i confini entro cui muoversi, secondo le giovani toghe? «Anche per i Tribunali, una sorta di massimario, sul modello della Cassazione, con l’obiettivo di restituire una comunicazione comprensibile e ufficiale, che non lasci spazio a manipolazioni», suggerisce Rocco Maruotti, da gennaio 2015 pubblico ministero a Rieti. Ha sperimentato di persona cosa significhi una forte domanda di informazione, durante le indagini dopo il terremoto del 2016 in centro Italia. «Nel rispetto del codice di procedura penale e di quanto previsto dall’ordinamento, che affida al procuratore la gestione dei rapporti con la stampa, credo che la magistratura, come istituzione- riflette- non possa chiudersi dentro il Palazzo». Da qui, una disponibilità «regolamentata» verso i media, nella consapevolezza anche «dei rischi di un’errata comunicazione non ufficiale». Notizie non di rado frammentarie, sempre più distorte nel rimbalzo collettivo della rete, più facili da strumentalizzare. «Un’informazione corretta facilita il rapporto tra magistratura e opinione pubblica, riduce la possibilità di attacchi. Ma per avere articoli inappuntabili bisogna anche fornire strumenti adeguati», argomenta. Comunicati stampa più frequenti, ad esempio, con informazioni puntuali, per evitare cortocircuiti, come quello nato sulla pronuncia della Cassazione? Uffici giudiziari diversi affrontano, chiaramente, con una diversa impostazione la ricerca dell’equilibrio tra informazione, riservatezza, ragionevolezza, misura e riserbo, «virtù che al pari della preparazione professionale – secondo un monito del presidente Mattarella alle toghe in tirocinio – devono guidare il magistrato in ogni sua decisione». «Credo che il magistrato non debba vivere in una torre isolata, deve fare i conti con il diritto all’informazione, di cui però devono essere controllate le modalità e i canali di uscita», argomenta Mario Bendoni, da tre anni sostituto procuratore a Torino. Si dichiara convinto «sostenitore dell’importanza di far conoscere le attività della Procura», ma dall’altro lato consapevole anche «del necessario sforzo e della volontà dell’opinione pubblica di cercare di comprendere questioni spesso complesse». Sfogliando i quotidiani degli ultimi mesi o andando a “scrollare”, per usare un gergo informatico, la più recente timeline di twitter, si vede come davanti a decisioni non comprese o non popolari, si ripetano gli stessi meccanismi: a Napoli, fa discutere la messa alla prova di due minorenni, rei dell’aggressione ad un dodicenne, con coda polemica per il senso di una misura alternativa non capita; a Roma, proteste e interrogativi per la caduta dell’accusa di omicidio e stupro di gruppo per due indagati, arrestati dopo la morte della sedicenne Desirèe a San Lorenzo; a Brescia, proteste per l’iscrizione nel registro degli indagati, per omicidio stradale, del marito della passeggera deceduta, che era alla guida dell’auto. Per non parlare della strumentalizzazione politica sul caso degli arresti domiciliari, per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, per il sindaco di Riace, divenuto simbolo di un tipo di accoglienza. Ma gli esempi potrebbero essere molti di più, visto che la «rappresentazione mediatica della giustizia è diventata centrale – analizza l’Osservatorio di Pavia – in ogni palinsesto televisivo o impaginazione di quotidiani». «Noto spesso articoli inesatti e trasmissioni televisive con commentatori che non conoscono gli atti. Come c’è chi si occupa di formazione decentrata, potrebbe essere utile un magistrato delegato alla comunicazione, per aiutare a veicolare informazioni corrette?», propone Viviana Di Palma, sostituto procuratore a Campobasso, dopo un’esperienza alla Procura di Napoli Nord. «La creazione di un organo specifico – ipotizza – aiuterebbe a formare una nuova cultura giuridica, almeno su fenomeni più ricorrenti». Tra le decisioni più spesso criticate la liberazione anticipata di detenuti: un caso per tutti, la scarcerazione di Marino Occhipinti, già membro della banda della Uno Bianca.  Il Tribunale di Sorveglianza, in questo caso, non deve parlare più solo con i propri atti, ma anche rivolgersi alla collettività? «La trasparenza e la comprensibilità dell’azione giudiziaria non confliggono con il carattere riservato, talora segreto, della funzione. Correttamente interpretate – scrive il Consiglio superiore della magistratura[6] – aumentano la fiducia dei cittadini nella giustizia e nello stato di diritto, rafforzano l’autorevolezza delle istituzioni». Un principio che i più giovani sperimentano sulla loro pelle. Quasi in senso letterale. Visti anche i racconti frequenti di insulti, al limite dell’aggressione verbale, per passaggi non compresi, tempi non accettati, ingranaggi non chiariti. E proprio la farraginosità del sistema normativo italiano è considerato dalla stragrande maggioranza della popolazione, stando ai dati del già citato sondaggio della Scuola superiore della magistratura, come concausa del distacco dalla giustizia.

«Poiché la pancia delle persone non è contemplata come criterio giuridico, per avere un’opinione seria – riflette Corinna Carrara – bisogna avere all’origine anche informazioni più tecniche e puntuali». Per chi è in magistratura da meno di una decade, come tutti gli interlocutori contattati, sembra chiaro come sia frutto di una «valutazione antiquata, anche se ancora maggioritaria, la convinzione di dover comunicare solo attraverso i provvedimenti e restare nel chiuso dei Palazzi di Giustizia, per non ledere il proprio prestigio». «Nessuno penserebbe mai che le decisioni della Consulta possano avere minor peso, per via dei comunicati diffusi, o che sia intaccata l’autorevolezza della Corte costituzionale», obietta Crepaldi. «Ormai qualunque istituzione ha un sito internet e anche il Quirinale si occupa della comunicazione, nei nuovi canali», osserva Maruotti, che suggerirebbe la pubblicazione di eventuali comunicati sui siti dei Tribunali. «Di sicuro non possiamo rincorrere la comunicazione social, ma trovo necessario far fronte all’esistente impreparazione comunicativa. Sia per evitare che vengano riportate informazioni sbagliate, sia per reagire ad eventuali attacchi», rincara Marco Accolla, pm della Procura di Messina, già commissario di polizia, «un’Amministrazione con una precisa organizzazione per la stampa». Una necessità, avvertita dal giovane sostituto siciliano soprattutto dopo attacchi per inchieste della sua Procura.

5. Esigenze di comprensione e casi specifici

Dall’altra parte, vista dalla prospettiva del cittadino, una delle urgenze registrate dallo studio per la Scuola superiore della magistratura è proprio la richiesta di maggiori chiarimenti sui processi in corso. Ma da parte di chi dovrebbero arrivare le informazioni? Forse perché consapevoli delle potenzialità, come dei rischi, anche di una sola parola sbagliata, che può diventare virale, le giovani toghe in prevalenza sostengono l’opportunità dell’introduzione di un profilo professionale specifico. Un ufficio stampa, una sorta di portavoce, come avviene già in altri Paesi; un giornalista, con esperienza da cronista giudiziario, che veicoli l’informazione, ricevuta dai diretti autori del provvedimento, caso mai, o dai vertici della Procura. Oppure, per i Tribunali, comunicati diffusi dalla presidenza, per i casi considerati più sensibili o più problematici.

Ma c’è anche chi, come il pm Bendoni, ritiene «l’ipotesi di un ufficio stampa un eccessivo salto in avanti», ed opta invece per l’attuale soluzione già adottata nel suo e in altri uffici: la presenza di un procuratore aggiunto delegato alla comunicazione. Con una formazione specifica? «L’importante è la sobrietà e il buon senso», replica, in controtendenza con altri suoi giovani colleghi, favorevoli invece all’acquisizione di competenze specifiche per la comunicazione, non vissute come una priorità però dalla maggior parte delle toghe, stando alla più volte richiamata indagine della Scuola superiore della magistratura[7]. Ad esempio, l’invio alla Consulta degli atti del processo milanese a carico di Marco Cappato, per assistenza al suicidio, dopo aver accompagnato in Svizzera a morire Fabiano Antoniani, dj Fabo, cieco e tetraplegico dopo un incidente, è stata, senza dubbio, una delle decisioni più attese e complesse degli ultimi tempi, che tocca anche la questione della crescente domanda di giustizia su una pluralità di nuovi diritti. Un comunicato, dopo la lettura del lungo e complesso dispositivo, una sorta di massimario della decisione, non avrebbe aiutato, senza violare riservatezza e prerogative, un corretto e completo diritto di cronaca, costituzionalmente garantito? Anche le istituzioni sovranazionali, con la dichiarazione di Bordeaux, ad esempio, auspicano sia per la magistratura giudicante che requirente codici di buone prassi per i rapporti con i media.

Chiaramente, esigenze, limiti e modalità di comunicazione sono molto diversi tra uffici giudicanti e requirenti ed ad entrambi il Csm ha trasmesso linee guida, con «l’obiettivo di armonizzare le prassi rispetto alle prestazioni informative e comunicative». L’ordinamento individua nel capo dell’ufficio il responsabile per la comunicazione, che può delegare «uno o più magistrati, scelti in base ad attitudini ed esperienza comunicativa», come avviene ad esempio a Roma, a Torino e in altre Procure: «in base alle linee guida interne all’ufficio, io mi confronto sempre col mio aggiunto; i sostituti vengono anche invitati a segnalare le occasioni in cui ritengono utile diffondere comunicati o suggerire conferenze stampa. E io mi ritrovo in questa prassi», racconta il torinese Bendoni. «Comunicare non è il nostro mestiere, sono d’accordo col presidente del Tribunale di Como, Anna Introini, che nel dibattito a Milano sul Csm[8] – ricorda Corinna Carrara – evidenziò la nostra necessità di avere professionisti a comunicare».

Alcuni pm fanno notare poi come il procuratore o il suo aggiunto siano già oberati di lavoro e scadenze. E anche per questo, a volte, i tempi e le esigenze dell’ufficio non coincidono con quelle dei media. Tra i giovani magistrati che abbiamo contattato, un paio hanno preferito rinviare a dibattiti pubblici ogni riflessione sul tema; altri due, che preferiscono non essere citati, giudici civili entrati di ruolo da una manciata di mesi, ritengono invece che «solo gli atti devono restare l’unica interfaccia tra il magistrato e la pubblica opinione».

6. Accesso diretto dei media agli atti depositati

Tra gli interlocutori contattati, una decina, la maggioranza ritiene che ad un’informazione più corretta e più trasparente contribuirebbe anche un accesso diretto della stampa specializzata agli atti depositati, non più coperti da segreto investigativo. «Il contenuto uscirebbe comunque sui giornali, almeno si evita quel sottobosco di opacità sulle fonti»; «scomparirebbe il mercato nero delle carte»; «il magistrato delegato potrebbe anche contribuire alla comprensione», le riflessioni ricorrenti, ma c’è anche chi lo ritiene «non necessario, se non sbagliato».

Questo, però, è un altro fronte, sia pur collegato, e rappresenterebbe un ulteriore passo, su cui il precedente ministro della giustizia, Andrea Orlando, aveva lasciato un’apertura[9].

Di sicuro, per il Csm, «sarebbe auspicabile che la Scuola superiore della magistratura accogliesse l’invito ad organizzare corsi mirati per la formazione, l’aggiornamento e lo scambio informativo dei magistrati responsabili per la comunicazione». E di sicuro, almeno tra i più giovani, urgente appare la necessità di una nuova stagione, anche comunicativa, che riporti l’opinione pubblica a pensare ad un magistrato, come «incorruttibile al lucro, degno di reverenza, inflessibile d’animo. Vigile scolta del Paese, a difesa di chi dorma»[10] secondo i versi che due millenni fa il tragediografo greco, Eschilo, faceva pronunciare alla dea Atena, nel momento di istituire l’Areopago.

[1] Nadio Delai e Stefano Rolando, «Indagine su identità e immagine sociale dei magistrati», 30 novembre 2015.

[2] Corriere della Sera, 10 novembre 2018.

[3] Cassazione, sentenza n. 32462 della terza sezione penale, luglio 2018.

[4] Alessia Rotta, vicepresidente dei deputati Pd.

[5] Michela Marzano, La Repubblica, 16 luglio 2018.

[6] Csm, premesse alle «linee guida» sulla comunicazione agli uffici giudiziari (pratica n. 310/VV/2017).

[7] «solo il 13% avverte la necessità di incrementare una formazione nella comunicazione» il dato viene citato nell’illustrazione dei risultati della ricerca a cura di Nadio Delai e Stefano Rolando, presentata nel corso organizzato dalla Scuola superiore della magistratura «Professione magistrato: identità e immagine della magistratura nell'Italia di oggi» www.scuolamagistratura.it/91-presentazione/1467-professione-magistrato-identita-e-immagine-della-magistratura-nell-italia-di-oggi.html.

[8] Intervento a «L’orgoglio dell’autogoverno: una sfida possibile per i 60 anni del Csm?”, Milano, Palazzo di Giustizia, 20 giugno 2018, www.magistraturademocratica.it/evento/l-orgoglio-dell-autogoverno-una-sfida-possibile-per-i-60-anni-del-csm_2920.php.

[9] A. Orlando: «i tempi possono essere maturi, per un dibattito parlamentare». Milano 5 ottobre 2017, convegno a Il Sole24ore «Il Racconto della Giustizia che cambia», con i vertici delle Procure di Milano e Roma, per i 10 anni della trasmissione Storiacce di Radio24.

[10] Eschilo, Eumenidi, vv. 70-706. Trad. di Maria Pia Pattoni, ediz Bur dell’Orestea, Milano 1995.

Fascicolo 4/2018
Editoriale
di Renato Rordorf
Obiettivo 1
Una giustizia (im)prevedibile?
di Andrea Natale
di Paolo Grossi

In questa riflessione, l’Autore ragiona sulla storicità e sulla fattualità del diritto, inseparabilmente intriso degli interessi e dei valori che si agitano nella società. In tale prospettiva, la certezza del diritto – e la sua prevedibilità – possono essere strumentalizzate a fini di conservazione di determinati assetti economici e sociali. L’Autore attraversa varie tappe storiche e individua nell’entrata in vigore della Costituzione repubblicana un passaggio di fase, in cui si riconosce il nesso diritto/società con una impostazione apertamente pluralistica del fenomeno giuridico. Di qui la centralità del ruolo degli interpreti, in approccio continuo coi fatti di vita e di essi percettori

di Enrico Scoditti

La diretta applicazione da parte dei giudici comuni dei principi costituzionali, laddove manchi la disciplina legislativa del caso, solleva interrogativi sul piano della prevedibilità del diritto e del peso degli orientamenti soggettivi di valore, interrogativi riconducibili al più ampio dibattito su democrazia e costituzionalismo. Quando il giudice risolve la controversia mediante il bilanciamento dei principi costituzionali in relazione alle circostanze del caso, o mediante la concretizzazione di clausole generali, si appella al bilanciamento ideale o all’ideale di norma contenuto nella clausola generale. Allo scopo di garantire la sicurezza giuridica, quale elemento fondamentale dello Stato di diritto, deve riconoscersi che, in sede di giurisdizione per principi o per clausole generali, è operante anche nei sistemi di civil law la regola dello stare decisis. Un esempio di diritto del caso concreto, dove trova applicazione la regola della vincolatività del precedente giudiziario, è quello del contratto iniquo e gravemente sbilanciato in danno di una parte.

di Pietro Curzio

Dopo aver posto alcune premesse, l’Autore rileva che è lo stesso ordinamento – nell’attribuire alla Corte di cassazione il compito di assicurare «l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge» – a riconoscere che, di una stessa disposizione possono essere date più interpretazioni; di qui, il rischio di imprevedibilità delle decisioni. L’Autore prende allora in considerazione le «ragioni del cambiamento» e le «ragioni della stabilità», evidenziando come entrambe rispondano ad esigenze di rilievo costituzionale, soffermandosi, infine, sugli strumenti ordinamentali che possono garantire il delicato punto di equilibrio che la giurisdizione deve riuscire ad individuare.

di Donato Castronuovo

L’Autore propone alcune variazioni sul tema della crisi della fattispecie penale, sia sul piano del formante legale sia su quello del formante giurisprudenziale, in relazione, rispettivamente, a clausole generali recate da disposizioni di legge oppure a clausole contenute in regulae iuris di origine giudiziale. Gli effetti prodotti dalle clausole generali sulla accessibilità e prevedibilità delle norme penali sono esaminati, attraverso due esempi, in funzione dell’evoluzione della giurisprudenza sovranazionale e di quella della Corte costituzionale.

di Ombretta Di Giovine

L’Autrice affronta il tema dell’interpretazione penalistica in una prospettiva aperta a saperi esterni, ed evidenzia la difficoltà di distinguere l’interpretazione, analogica, dall’analogia in senso stretto. Avvalendosi del richiamo a pronunce della Corte di cassazione a sezioni unite, cerca di dimostrare come i maggiori rischi di arbitrio si annidino peraltro non tanto nel mancato rispetto del testo (dai confini non previamente definibili), quanto nell’omessa o parziale esplicitazione delle premesse valoriali del ragionamento giuridico. Dichiara infine una cauta apertura verso l’intuizione del giudicante nei soli (seppur sempre più numerosi) casi di “dilemma”, non risolvibili attraverso gli strumenti tradizionali della deliberazione e della razionalità di scopo.

di Carlo Sotis

Queste pagine hanno ad oggetto gli effetti del test di ragionevole prevedibilità della giurisprudenza Cedu sull’art. 7 e si compongono di tre parti. In una prima si riassumono i vari criteri elaborati dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo per effettuare il test. In una seconda si propone una riflessione su luci e su un’ombra proiettate dalla ragionevole prevedibilità convenzionale. In una terza si avanza l’ipotesi che, accanto a quella “classica”, si affaccino due nuove ragionevoli prevedibilità.

di Massimo Donini

Lo studio analizza la tenuta di una possibile sostituzione della fattispecie mediante il case law, escludendo che si tratti di una alternativa possibile, essendo entrambi componenti essenziali del sistema giuridico. Vengono individuate le condizioni del diritto giurisprudenziale legittimo in diritto penale nell’attività di concretizzazione e applicazione della legge ai casi, muovendo da una rinnovata elaborazione del rapporto tra disposizione e norma, fondamentale anche per accertare i procedimenti analogici occulti, per i quali si definisce uno specifico test di verifica nel quadro di una ridefinizione del procedimento analogico in un quadro di teoria generale del diritto, e non solo dei distinti doveri ermeneutici specifici del penalista. La possibilità che il diritto giurisprudenziale legittimo, in parte negli hard cases, approdi all’enucleazione di casi-norma, e non solo a esempi applicativi nuovi o nuove interpretazioni in astratto della legge, produce l’esigenza di una disciplina o considerazione differenziata del parametro della prevedibilità, per l’efficacia retroattiva o solo ex nunc delle nuove evoluzioni o dei mutamenti intervenuti. I distinti momenti di irretroattività oggettiva o di scusabilità soggettiva per le innovazioni imprevedibili sono infine declinati sulla base degli articoli 7 Cedu, 27, co. 1, Cost. e 5 cp. Conclude lo scritto la proposta di sei regole di deontologia ermeneutica penale.

di Maria Giuliana Civinini

L’Autrice affronta la questione del precedente della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sotto il duplice punto di vista della formazione della giurisprudenza della Corte e del vincolo sul giudice nazionale, mettendo in evidenza le particolarità del sistema convenzionale

di Martina Condorelli e Luca Pressacco

Il fenomeno dell’overruling è stato negli ultimi anni oggetto di particolare attenzione da parte della dottrina e della giurisprudenza italiana, anche sulla scorta del ruolo crescente attribuito al “diritto vivente” e degli orientamenti della giurisprudenza europea. Nel presente contributo, gli Autori ripercorrono gli itinerari, specialmente giurisprudenziali, che hanno progressivamente conferito rilievo giuridico al fenomeno dell’overruling. In particolare, vengono analizzati presupposti, limiti ed effetti del revirement giurisprudenziale nei settori amministrativo, civile e penale, per dare conto dei rimedi esperibili al fine di tutelare l’affidamento nell’interpretazione di regole di natura sostanziale o processuale.

di Alberto Giusti

Nell’ambito della riforma attuata dal d.lgs n. 40/2006, il dinamismo nomofilattico esce rafforzato dalla portata del novellato articolo 374, comma 3, cpc. Nel delicato equilibrio tra etica della convinzione ed etica della responsabilità, la riforma attribuisce al rapporto tra sezioni semplici e sezioni unite uno specifico valore complementare, non gerarchico, in grado di prevenire contrasti «inammissibili» attraverso il vincolo di coerenza, per le prime, rispetto al principio di diritto alla base del decisum enunciato dalle seconde – o comunque ricavabile dalla sentenza. Tale sistema è coerente con la possibilità che hanno le sezioni semplici di sollecitare, mediante ordinanza interlocutoria, il mutamento di giurisprudenza, e non pregiudica la loro legittimazione a sollevare dubbi di costituzionalità o di compatibilità con il diritto dell’Ue in merito all’interpretazione resa dalle sezioni unite di detto principio.

Le esperienze dell’ultimo decennio (esplicitate, nell’ultimo paragrafo, da tre esempi significativi, due dei quali hanno portato all’overruling delle sezioni unite) fanno concludere per un bilancio positivo del meccanismo introdotto dalla riforma, quale strumento capace di assicurare una ordinata evoluzione del diritto vivente, nel consapevole equilibrio tra innovazione e coerenza argomentativa e sistematica.

di Giorgio Fidelbo

Il precedente come valore “culturale” e la sua vincolatività (relativa) sono, rispettivamente, la considerazione di fondo e la novità principale della “riforma Orlando” (legge 23 giugno 2017, n. 103). La storica tensione generata dai contrasti giurisprudenziali interni alle sezioni della Suprema corte, moltiplicatrice di decisioni nella sua qualità di giudice di “terza istanza”, sembra attenuarsi con l’introduzione del vincolo del precedente e la rimessione obbligatoria alle sezioni unite (ex articolo 618, comma 1-bis, cpp), laddove il collegio di una sezione semplice non condivida il principio di diritto da quelle enunciato, applicabile al caso oggetto del ricorso. Al di fuori di un ordine gerarchico dei rapporti, tale meccanismo consente all’attività interpretativa delle sezioni semplici di tradursi in un contributo nomofilattico che, nella forma del “dialogo” interno, rafforza in senso unitario l’evoluzione giurisprudenziale, permettendo al sistema – come dimostrano alcune prime esperienze applicative – di rinnovarsi. Il vincolo del precedente e la portata della riforma hanno implicazioni significative in tema di prospective overruling, con un richiamo alle incongruenze che hanno visto le sezioni unite penali e quelle civili divergere in merito all’accezione stessa della legalità – sulla questione, la Consulta (con la sentenza n. 230 del 2012) ha frenato lo slancio delle prime, escludendo un’equiparazione tra la legge e il “diritto vivente”.

di Enzo Vincenti

Il duplice scopo della massimazione (informativo e sistematico) si coniuga, nell’era digitale, con l’obiettivo, perseguito dal legislatore processuale nell’ultimo decennio, di valorizzare il “precedente di legittimità” come criterio e misura della prevedibilità delle decisioni giudiziarie future solo attraverso uno strumento evoluto tecnologicamente che ne consenta la più rapida ed estesa conoscenza, ne organizzi i flussi e, quindi, la renda davvero fruibile. Un tale strumento è rappresentato, anche storicamente, da ItalgiureWeb, la banca dati giuridica nazionale informatizzata del Ced della Corte di cassazione, tramite la quale si è potuta realizzare la più significativa simbiosi tra il contenuto (la giurisprudenza, ma non solo) e il suo veicolo di conoscenza (l’informatica), con funzione servente anche della effettività e trasparenza della giurisdizione.

di Claudio Castelli e Daniela Piana

La giustizia predittiva, di cui già oggi si discute in molti Paesi e che viene presentata come un Giano bifronte, un grande rischio di riduzione ad una gestione automatizzata degli small claims ovvero di una differenziazione delle risposte giudiziarie che ha profili di potenziale discriminazione, è un orizzonte non più soltanto futuribile anche nel nostro Paese. Discuterne, darsi gli strumenti conoscitivi e quindi di governance per potere volgere quella che è una opportunità di cambiamento in una reale condizione di potenziamento della prevedibilità della trasparenza e del coordinamento fra sedi giudiziarie, nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali di autonomia del giudice, è una priorità che questo lavoro mette al centro del dibattito della magistratura italiana e di tutti i protagonisti del mondo della giustizia.

di Claudio Costanzi

La progressiva affermazione della prova scientifica nel processo penale come nuova regina probationum ha innescato una lenta, ma inesorabile sollecitazione delle logiche qualitative del ragionamento probabilistico, così come descritte dalla sentenza Franzese. Gli argomenti allora utilizzati per confutare gli sterili e opposti approcci quantitativi all’accertamento del nesso causale si scontrano con i recenti tentativi di applicare la matematica alla valutazione e combinazione delle prove. Dagli Stati Uniti d’America e dalla Scandinavia è giunta l’eco travolgente di raffinate teorie per l’algoritmizzazione del giudizio attraverso la quantificazione della credenza soggettiva in un’ipotesi alla luce delle risultanze istruttorie. Compito del giurista e del legislatore è analizzare tali approcci comprendendone il funzionamento, approntando i necessari strumenti per resistere al rischio di degenerazioni meccanicistiche del ricorso ai big data, senza rinunciare agli indubbi vantaggi che i mathematical tools offrono al processo. Invero, l’attuale diffusione anche su scala europea di applicazioni sperimentali del teorema di Bayes e dell’E.V.M. sta cambiando silenziosamente il ragionamento probatorio, proponendo sfide inimmaginabili fino al decennio scorso.

di Clementina Barbaro

L’uso dell’intelligenza artificiale come strumento di supporto del lavoro degli operatori del diritto e dei tribunali è ancora un fenomeno embrionale in Europa. Tra le diverse soluzioni proposte, suscitano un interesse crescente quelle riguardanti l’analisi e il trattamento della giurisprudenza per ridurre l’alea del giudizio e garantire una maggiore prevedibilità delle decisioni giudiziarie. È necessario, tuttavia, interrogarsi sull’effettività di queste applicazioni, impropriamente qualificate di “giustizia predittiva”, alla luce delle caratteristiche attuali dell’intelligenza artificiale e, in particolare, del machine learning/apprendimento automatico. Il loro impatto sulla professione del magistrato, sulla produzione della giurisprudenza e sulle garanzie dell’equo processo merita inoltre di essere attentamente esaminato.

La Commissione europea sull’efficacia della giustizia (Cepej) ha condotto uno studio approfondito su questi temi e redige attualmente una «Carta etica europea sull’uso dell’intelligenza artificiale nei sistemi giudiziari», adottata alla sessione plenaria della Cepej del 3-4 dicembre 2018. Primo strumento europeo in materia, la Carta etica enuncia principi sostanziali e metodologici applicabili all’analisi e al trattamento delle decisioni giudiziarie e intende essere un punto di riferimento per l’attività di soggetti privati e pubblici attivi in questo settore, tanto per quanto riguarda lo sviluppo concreto di applicazioni di intelligenza artificiale quanto per l’elaborazione di politiche pubbliche riguardanti l’integrazione di tali applicazioni nel sistema giudiziario.

di Simone Gaboriau

Nel tempo della rivoluzione digitale, l’idea di affidare agli algoritmi una parte consistente del contenzioso in base alla sua “limitata” entità riposa su strategie non sempre trasparenti che eludono la pubblicità e la terzietà connaturate alla funzione giurisdizionale e ai suoi soggetti. Oltre a una risposta alle esigenze di ordine giudiziario e di riduzione dei costi – promossa dal Ministero della giustizia francese – cosa presuppone e quali effetti comporta un’automazione – ancorché parziale – della giustizia?

Ripercorrendo alcune esperienze francesi, le opinioni contrastanti espresse da diverse “voci” ufficiali e collocando il fenomeno in prospettiva storica allargata (compreso un richiamo, in tema di validità dei dispositivi, alle derive applicative generate da una soi-disant “polizia predittiva”), si analizzano le dinamiche strutturali della giustizia digitale guardando ai risultati finora raggiunti e alla natura degli interessi che essa serve. Al netto di considerazioni ideologiche, si ripropone oggi, con inedita urgenza – e indubbia necessità –, la rilevanza dei valori intangibili della giustizia e di una qualità connaturata al magistrato: l’umanità, dalla quale non tanto la tecnologia in sé, quanto le logiche – tutte umane – ad essa sottese sembrano, talvolta e in misura crescente, prendere le distanze.

Obiettivo 2
Il dovere della comunicazione
di Donatella Stasio

Nell’epoca della comunicazione e contro il “cattivismo” diffuso che sembra connotare lo spirito dei tempi, diventa ancora più urgente un’etica della comunicazione. La magistratura deve farsi carico dell’aspettativa sociale di conoscere e di comprendere la complessità della giustizia. Ma il dovere di comunicare presuppone la costruzione di una solida e diffusa cultura della comunicazione. Questa è, dunque, la sfida che attende la magistratura tutta, per recuperare credibilità e soprattutto fiducia, caduta ai minimi storici. La fiducia si nutre infatti della trasmissione del sapere, della promozione della conoscenza, dell’esercizio della trasparenza, di condotte rispettose della dignità dell’interlocutore, dell’ascolto, del rendere conto … . Si tratta di una “riforma” improcrastinabile, che chiede ai giudici (e in generale ai giuristi) anzitutto di uscire davvero dall’autoreferenzialità e poi di mettersi in gioco con umiltà, consapevolezza del proprio ruolo sociale, responsabilità, ed elaborazione del lutto di una giustizia perfetta.

di Vincenza (Ezia) Maccora

Risale al 2008 la spinta del Consiglio superiore della magistratura ad investire sulla comunicazione della giustizia sulla giustizia. In questo ultimo decennio si sono moltiplicate le iniziative in questo settore – Urp, Bilancio sociale, siti internet, attività di sensibilizzazione, attenzione al linguaggio, anche del corpo, con cui il magistrato entra in contatto con le parti – e dalla loro analisi si comprende il tentativo di allineamento delle Istituzioni giudiziarie italiane ai principi espressi a livello europeo. Tanta strada è stata percorsa ed ora spetta ai singoli magistrati il compito di impadronirsi del momento comunicativo, raccogliendo gli stimoli provenienti “dall’alto” e da qualche magistrato antesignano, superando le resistenze culturali che ancora si riscontrano. Questo obiettivo cerca di fare il punto su dove siamo arrivati e sul cammino ancora da percorrere, nella consapevolezza che impegnarsi sul piano della comunicazione/informazione è un dovere di tutti i magistrati e che da questa si alimenta anche la fiducia dei cittadini verso la giustizia.

di Vittorio Lingiardi

Per molti anni la professione dello psicoanalista è stata governata da tre principi fondamentali: neutralità, astinenza e anonimato. Col tempo, la cosiddetta “svolta relazionale” in psicoanalisi ha modificato, senza alterarne lo spirito etico e terapeutico, lo stile della comunicazione tra terapeuta e paziente. Prendendo spunto da questo esempio, ma rifuggendo parallelismi forzati e fuorvianti, propongo alcuni spunti di riflessione sull’importanza di una comunicazione empatica e accessibile, pur nel rigore della specificità, tra giudici e cittadini. Il tempo delle torri d’avorio è finito, e per non rimanere travolte dall’inconsistenza dei tweet, è importante che le professioni e le istituzioni, senza cedere al narcisismo della visibilità e all’esibizionismo dialettico, imparino a parlare alle cittadine e ai cittadini in modo tempestivo, non gergale, non propagandistico. Stile e modi di comunicazione dei giudici influenzano infatti la formazione dell’immagine, individuale e collettiva, psichica e sociale, della giustizia. È bene che, “oltre le sentenze”, ci siano parole che le spiegano e le accompagnano. Per non vivere in un mondo dominato dall’imperativo della comunicazione ma che ha perso la capacità di comunicare.

di Franco Ippolito

Tracciare l’esatta distinzione tra consenso e fiducia, nella società democratica e nello Stato costituzionale di diritto, è esigenza essenziale per la magistratura. Per un pieno recupero della fiducia è necessario rifuggire dalla ricerca del consenso e concorrere alla formazione di una opinione pubblica fondata sulla corretta informazione e comunicazione, sull’esercizio della critica razionale e ragionata, sul rispetto degli altri.

di Elisabetta Cesqui

Una comunicazione trasparente è fondamentale per un corretto esercizio della giurisdizione, dare conto del proprio agire e del servizio reso alla generalità è questione che attiene la sua stessa legittimazione.  L’informazione sull’attività degli uffici deve passare attraverso servizi dedicati, Bilanci sociali e una concezione più moderna delle relazioni dell’Ispettorato del ministero. L’informazione sui procedimenti, specie quelli di rilevante interesse per la generalità, deve trovare un punto di equilibrio tra le esigenze proprie del processo, il diritto di cronaca giudiziaria, la tutela della dignità delle persone e quella della riservatezza. Serve perciò una comunicazione gestita dagli uffici, costante, chiara, senza discriminazioni tra giornalisti. È necessario valorizzare, non mortificare l’intermediazione professionale degli operatori dell’informazione e rivedere il sistema normativo dei divieti e delle sanzioni. Condizione presupposta di una comunicazione corretta è la chiarezza, comprensibilità e appropriatezza dei provvedimenti e degli atti da comunicare. Un tentativo di conciliare le diverse esigenze nella nuova disciplina delle intercettazioni.

di Nello Rossi

Per la magistratura degli anni ‘50 e ‘60 valeva la regola non scritta ma ferrea del silenzio. Una vera e propria arte di tacere, frutto dell’omogeneità con la classe dominante e pegno della irresponsabilità sociale e culturale per le decisioni assunte. La stagione del risveglio sociale e culturale dei magistrati coincide con la loro presa di parola ed avvia un lungo percorso evolutivo, a più riprese contrastato, insidiato e revocato in dubbio. È un itinerario che si snoda attraverso diverse tappe: dalla difesa della libertà di manifestazione del pensiero nei confronti delle iniziative disciplinari all’elaborazione di un’etica del discorso pubblico del magistrato sino all’affermazione di un moderno e compiuto diritto-dovere di spiegare e di spiegarsi che appartiene agli uffici giudiziari ed all’occorrenza a ciascun singolo magistrato. Ma c’è un lavoro di lunga lena da fare per presidiare il confine tra libertà e prepotenze e perché la scelta per la comunicazione non sia solo una rivoluzione dall’alto…

di Patrizia Giunti

La sfida per l’inclusività della comunicazione giuridica non si vince con il solo richiamo alla semplificazione del linguaggio. La posta in gioco è più alta, chiama in causa la relazione del giurista con gli innumerevoli attori sociali della complessità globale e richiede un investimento forte sul piano dei modelli culturali.

di Nicoletta Giorgi

La capacità di comunicare deve diventare una nuova competenza funzionale all’esercizio della giurisdizione. Il recupero del rapporto di fiducia del cittadino per le istituzioni passa per l’esatta comprensione dei provvedimenti giurisdizionali e, quindi, dall’apprendimento della semplificazione linguistica e dalla reciproca alfabetizzazione di giornalisti e magistratura.

Serve un cambiamento organizzativo degli uffici e ancor prima un cambiamento culturale anche tramite l’adozione di una nuova metodologia formativa ispirata all’esperienze fuori confine.

di Giuseppe Pignatone

L’esercizio in concreto di un incarico direttivo in terra di mafia rende particolarmente consapevoli del dovere di comunicare per raggiungere i fini istituzionali dell’amministrazione della giustizia. Occorre “rendere conto” per consentire ai cittadini di esercitare il controllo sociale quale necessario contrappeso all’indipendenza e all’autonomia della magistratura. Ovviamente l’interlocuzione pubblica deve avere quale unico ed esclusivo scopo quello di comunicare la giustizia al cittadino, evitando di inquinare con interessi estranei (del magistrato o di terzi) tale finalità di interesse generale. Senza dimenticare che nel momento in cui viene meno il segreto investigativo, le risultanze delle indagini offrono alla pubblica opinione e al dibattito democratico una massa di conoscenze che possono essere utili o addirittura preziose. Si pensi al contributo che alla crescita sociale e civile del nostro Paese hanno dato le indagini sulle mafie e sulla corruzione. Compresi quei dialoghi o quei filmati che una volta depositati sono diventati patrimonio conoscitivo della società: dalla documentazione dell’omaggio ai boss alla Madonna di Polsi alla riunione dei vertici della ‘ndrangheta lombarda a Paderno Dugnano, dalla richiesta e dal pagamento di tangenti in varie parti d’Italia alle conversazioni tra i capi delle organizzazioni mafiose e gli appartenenti all’“area grigia”. Non vi è dubbio infatti che anche questa è comunicazione della giustizia.

di Giancarlo De Cataldo

L’Autore prende le mosse da una definizione della sentenza come atto finalizzato a rendere manifesto, sia alle parti processuali direttamente coinvolte, che alla collettività, l’iter logico che sorregge la motivazione del giudice. La sentenza viene poi analizzata come documento narrativo, con riferimento agli elementi che vi devono necessariamente comparire in ossequio al dettato normativo e alle possibili tecniche di redazione, in un percorso che dovrebbe tendere all’ottenimento della giusta completezza espositiva nel quadro di una maggiore concretezza e sinteticità. L’autore si chiede infine, in chiave problematica se non apertamente critica, se l’innegabile sforzo dei giudici di comunicare, attraverso la motivazione della sentenza, in modo più chiaro, conciso e comprensibile, possa servire a migliorare, se non l’accettazione, quanto meno la comprensione, da parte della collettività, delle regole del giudizio.

di Francesco Petrelli

Come e perché è necessario comunicare il processo. Occorre ristabilire l’alleanza fra processo e ragione, fra la cultura condivisa del Paese e il processo penale. L’errore dell’avvocatura non è stato quello di non aver saputo difendere il “giusto processo” ma di non averlo saputo “comunicare”. Di aver lasciato che intere classi politiche e dirigenti di questo Paese crescessero e venissero educate alla scuola illiberale di chi vede nel processo penale solo un ostacolo alla affermazione della legalità e non uno strumento di riaffermazione dello statuto democratico di un Paese. Una società spaventata, resa insicura ed incerta dalla crisi e dalla globalizzazione, ha cessato così del tutto di vedere nel diritto uno strumento di realizzazione della persona. Ciò che viene chiesto dal cittadino non sono più diritti ma sono in realtà tutele e protezioni, non nuovi spazi di libertà, ma più benefici e più assistenza, non diritti civili e garanzie della persona per poter sviluppare e veder maturare le proprie aspettative individuali, politiche e sociali. Ed in questo contesto è sempre più necessaria un’avvocatura capace di parlare la difficile lingua dei diritti dimenticati.

di Mariarosaria Guglielmi

I principali network delle magistrature europee hanno elaborato articolati documenti di indirizzo in tema di comunicazione giudiziaria, che rappresentano un insostituibile quadro di riferimento per una componente sempre più rilevante del rapporto tra magistratura e società, con implicazioni importanti nel contesto della crisi dello Stato di diritto. L’analisi dell’esperienza di altri Stati membri dell’Unione europea, e in particolare della Romania, aggiunge ulteriori elementi che depongono nel senso della necessità di un approfondito dibattito anche in Italia sul tema, svolto a partire da quanto elaborato nelle sedi transnazionali.

di Daniela Lecca

L’importanza del rapporto tra cittadini e istituzioni passa per la trasparenza della comunicazione pubblica, nel difficile bilanciamento tra natura dell’informazione, libertà di accesso ai dati, diritto di cronaca e tutela di alcuni fondamentali diritti della persona. Il caso speciale della Romania alla luce della nuova disciplina del rapporto triangolare tra magistratura, società e mezzi di comunicazione di massa.

di Raffaella Calandra

Un nuovo tipo di comunicazione, per far comprendere meccanismi e provvedimenti. I giovani magistrati aprono all’introduzione nei Palazzi di giustizia di profili professionali specifici, come un ufficio stampa, o all’incremento di formazione per i rapporti con i media. Dietro polemiche recenti, spesso ci sono informazioni inesatte, diffuse sui social. Ricerche demoscopiche collegano il crollo di fiducia nella magistratura anche alla comunicazione. La sfida di trovare un equilibrio tra le indicazioni degli organi sovranazionali e i richiami del Colle.

di Armando Spataro

Le modalità di pubblica comunicazione dei magistrati hanno dato luogo a frequenti critiche secondo cui essi parlerebbero per rafforzare il peso dell’accusa o la propria immagine. Si tratta di accuse quasi sempre infondate, ma che traggono spunto da innegabili criticità: basti pensare alla prassi delle conferenze stampa teatrali e dei comunicati stampa per proclami, o all’autocelebrazione della proprie inchieste con connesse accuse a chi si permette di esprime dubbi e critiche. Bisogna spiegare ai magistrati “come non si comunica”, convincendoli ad evitare i tentativi di “espansione” a mezzo stampa del proprio ruolo fino ad includervi quelli degli storici e dei moralizzatori della società. Il dovere di informare è naturalmente irrinunciabile, purché esercitato nei limiti della legge, del rispetto della privacy e delle regole deontologiche, ma è anche necessario che i magistrati si guardino bene dal contribuire a rafforzare un’ormai evidente degenerazione informativa, che spesso determina febbre “giustizialista”, alimentata da mostruosi talk-show ed attacchi alla politica ingiustificatamente generalizzati. I magistrati non sono ovviamente gli unici responsabili di questa pericolosa deriva cui contribuiscono anche strumentalizzazioni ad opera di appartenenti alle categorie degli avvocati, dei politici e degli stessi giornalisti che spesso producono informazioni sulla giustizia prive di approfondimento e di verifiche, e che sono caratterizzate dalla ricerca di titoli e di forzature delle notizie al solo scopo di impressionare il lettore. È necessaria, dunque, per venir fuori da questo preoccupante labirinto, una riflessione comune su informazione e giustizia tra magistrati, avvocati e giornalisti.

di Beniamino Deidda

L’Autore, dopo avere rievocato un periodo caratterizzato dall’assenza di comunicazioni all’esterno da parte dei magistrati, ricorda un processo celebrato presso la Pretura di Firenze nel 1971, nel quale il pretore spiegò brevemente le ragioni del dispositivo della sentenza. Le reazioni ribadirono la chiusura dei magistrati ad ogni forma di comunicazione che è durata fino alla pubblicazione del codice del 1988. Quel che è accaduto con il nuovo rito non soddisfa ancora alla necessità di “rendere conto” ai cittadini da parte dei magistrati, che è un’esigenza che trova la sua giustificazione nella Costituzione. Un tentativo di disciplinare nuove forme di comunicazione si trova nelle linee-guida recentemente approvate dal Csm. Ma è necessaria una nuova formazione per i magistrati.

Le «linee guida 2018 del Consiglio superiore della magistratura»
Due voci:
di Luigi Ferrarella

È quasi una rivoluzione il cambio di mentalità della magistratura nell’approccio alla comunicazione come una parte – e un dovere – del proprio lavoro, e particolarmente azzeccata (tra le proposte concrete) appare l’idea di una «informazione provvisoria» che subito renda più comprensibili i dispositivi delle sentenze. Ma il rifiuto della «rilevanza penale» quale unico parametro per la liceità di una cronaca giornalistica di fatti giudiziari, e l’identificazione nel giornalista dell’unico soggetto legittimato a operare a priori la valutazione di cosa si debba intendere per notizia di «interesse pubblico», restano per un giornalista i punti non negoziabili che rischiano di entrare in tensione con il metodo “ufficio stampa”, suggerito agli uffici giudiziari dalle «linee guida Csm» nel momento in cui esse perdono l’occasione per aprire invece a un accesso diretto e trasparente del giornalista a tutti gli atti non più segreti posti man mano in discovery alle parti.

di Edmondo Bruti Liberati

Il Csm interveniva in occasione di polemiche suscitate da interventi pubblici di magistrati per richiamare il dovere di misura e riserbo. Di recente ha affrontato “in positivo” il tema della comunicazione sulla giustizia. Le “Linee-guida” del 2018, segnano il punto di assestamento di questo percorso: la questione non è “se comunicare”, ma “come comunicare”. La tematica della comunicazione deve far parte della formazione fornita dalla Scuola superiore della magistratura con corsi pratici diretti non solo ai dirigenti. Oggi ciascun singolo magistrato, attraverso i social media, entra direttamente (spesso senza la necessaria consapevolezza) nella arena pubblica. Pur con limiti ed omissioni, le «Linee-guida 2018» del Csm costituiscono un significativo punto di arrivo. Vi è da augurarsi che il Csm attualmente in carica raccolga il testimone dal predecessore e fra quattro anni, ritorni sul tema, con un approccio diverso, orientato alla ricognizione delle prassi nel frattempo instauratesi. Dunque in conclusione: un punto di arrivo e insieme un punto di partenza.

Epilogo
di Elvio Fassone

Lo scritto affronta il tema da un'angolatura diversa da quella convenzionale, secondo la quale la “comunicazione” è il portare alla conoscenza di terzi notizie o informazioni che per loro natura debbono restare più o meno riservate: l'A. prende invece in esame quella comunicazione che consiste nel modo tacito di porsi e di proporsi del magistrato nei confronti del cittadino suo interlocutore, attraverso il comportamento, gli atteggiamenti, lo stile, il linguaggio e tutto ciò che, anche non intenzionalmente, contribuisce a costituire la relazione.

In questo modo comportamentale di comunicare non viene manifestata un'informazione o una notizia, ma il modo intimo e per lo più inconsapevole di interpretare il rapporto tra il magistrato ed il cittadino: a quest'ultimo non interessa sapere se il magistrato ha determinate qualità caratteriali, ma attraverso quellaforma di comunicazione il cittadino individua il livello di rispetto che il magistrato esprime verso la dignità del suo interlocutore. Più ancora, quel modo di porsi del magistrato, moltiplicato per la pluralità delle relazioni quotidiane, determina la sua immagine diffusa nel sentire comune, e quindi il consenso più o meno ampio del quale la magistratura gode nell'opinione pubblica, prezioso sostegno nelle frequenti tensioni con il potere politico.

Attraverso una sintetica rassegna di condotte, abitudini e linguaggi l'A. finisce con l'individuare un'interpretazione del ruolo (non universale, ma largamente diffusa) connotata da rigidità, formalismo, ostentato distacco e indifferenza agli aspetti umani della relazione, quasi che l'essere il magistrato definito come organo super partes lo connotasse come “al di sopra” anche psicologicamente e socialmente. Auspica, quindi, che si diffonda una maggior sensibilità verso questo aspetto della funzione, a tutto vantaggio del consenso del quale la giurisdizione ha necessità.

ARCHIVIO
Fascicolo 3/2018
Giustizia e disabilità

La riforma spezzata.
Come cambia
l’ordinamento penitenziario
Fascicolo 2/2018
L'ospite straniero.
La protezione internazionale
nel sistema multilivello di tutela
dei diritti fondamentali
Fascicolo 1/2018
Il pubblico ministero nella giurisdizione
La responsabilità civile fra il giudice e la legge
Fascicolo 4/2017
L’orgoglio dell’autogoverno
una sfida possibile per i 60 anni del Csm
Fascicolo 3/2017
A cosa serve la Corte di cassazione?
Le banche, poteri forti e diritti deboli
Fascicolo 2/2017
Le nuove disuguaglianze
Beni comuni

Dedicato a Stefano Rodotà
Fascicolo 1/2017
Il diritto di Crono
Il multiculturalismo e le Corti
Fascicolo 4/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Il giudice e la legge
Fascicolo 3/2016
La giustizia tributaria
La riforma della magistratura onoraria
Fascicolo 2/2016
VERSO IL REFERENDUM COSTITUZIONALE
Forme di governo,
modelli di democrazia
IL CORPO
Anatomia dei diritti
Fascicolo 1/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Formazione giudiziaria:
bilancio e prospettive
Fascicolo 4/2015
Il valore del dissenso
Il punto sul processo civile
Associazionismo giudiziario
Fascicolo 3/2015
Il diritto del lavoro alla prova del Jobs Act
Unitarietà della giurisdizione
Riforma della responsabilità civile
Fascicolo 2/2015
NUMERO MONOGRAFICO
Al centesimo catenaccio
40 anni di ordinamento penitenziario
Fascicolo 1/2015
Dialoghi sui diritti umani
I diritti fondamentali tra obblighi internazionali e Costituzione
La risoluzione amichevole dei conflitti
Schede di ordinamento giudiziario aggiornate al gennaio 2015
Il volume costituisce un'utile panoramica dei metodi di contrasto alla criminalità mafiosa e degli strumenti di prevenzione
Numero speciale di Questione Giustizia in formato digitale con atti, relazioni e dati sul sistema delle misure cautelari personali