Rivista trimestrale
Fascicolo 4/2018
Obiettivo 2. Il dovere della comunicazione

Il ruolo della formazione nella comunicazione dell’informazione giudiziaria: un investimento necessario

di Nicoletta Giorgi

La capacità di comunicare deve diventare una nuova competenza funzionale all’esercizio della giurisdizione. Il recupero del rapporto di fiducia del cittadino per le istituzioni passa per l’esatta comprensione dei provvedimenti giurisdizionali e, quindi, dall’apprendimento della semplificazione linguistica e dalla reciproca alfabetizzazione di giornalisti e magistratura.

Serve un cambiamento organizzativo degli uffici e ancor prima un cambiamento culturale anche tramite l’adozione di una nuova metodologia formativa ispirata all’esperienze fuori confine.

1. Il percorso della Scuola superiore della magistratura

Il decreto legislativo 26/2006 istitutivo della Scuola superiore della magistratura quando elenca le finalità della stessa non tralascia, accanto al dovere di formazione, quello di aggiornamento professionale.

L’aggiornamento introduce un’operazione legata alla necessità di interpretare costantemente il ruolo sociale del magistrato, l’incidenza della modalità di esercizio della sua funzione nella quotidianità, monitorando che non vi sia mai un divario tra il progressivo mutamento culturale della società, e i nuovi bisogni che da ciò derivano, e l’adozione di strumenti interpretativi adeguati.

È apparso sempre più evidente che l’esercizio del giudicare si è arricchito di funzioni ulteriori a quella della sussunzione del fatto alla norma, spesso rivelando una capacità innovativa che rompe lo schema classico della separazione dei poteri di montesquiana memoria. Non è un caso che oggi molti studiosi dubitino della vigenza di tale principio nello Stato contemporaneo[1]. Il giudice, quindi, diventerebbe strumento di interpretazione dei valori contemporanei, voce autonoma ed indipendente di una nuova etica sociale[2].

In questo contesto la Scuola superiore della magistratura, fin dal primo ciclo di corsi di sua esclusiva competenza, ha intercettato la necessità di creare occasioni di riflessione attenta, scientificamente supportata per accrescere l’attenzione sulle modalità di veicolare questa diversa profilazione della magistratura e, con essa, del potere giudiziario.

Nel 2013 è stato coniato il corso «Giustizia e comunicazione», replicatosi l’anno successivo con l’intento di affrontare aspetti relativi alle dinamiche e alle metodologie di divulgazione delle vicende giudiziarie di rilevante interesse sociale nel contesto mediatico, per esaminare criteri e strategie a cui si dovrebbe attenere il magistrato nel porsi a confronto con i professionisti dell’informazione e la pubblica opinione. Il corso nelle prime due edizioni si è proposto come momento di riflessione interna, dove la narrazione, affidata prima a un docente di storia delle dottrine politiche e poi ad un giornalista, ha saputo offrire ai partecipanti una visione ampia del tema, anche di matrice internazionale, sollecitando la presa di coscienza che della comunicazione giudiziaria non si poteva solo manifestare una preoccupazione per le costanti ricadute ma si doveva iniziare ad immaginarne una disciplina.

Su questo tracciato, l’edizione del 2015 ha avuto la sua naturale evoluzione nella collaborazione diretta con il Csm e l’Ordine nazionale dei giornalisti. Sono state quattro sessioni di confronto aperto sugli equilibri tra la tutela dei soggetti interessati e il diritto all’informazione, sull’opportunità o meno che il diritto alla riservatezza portasse ad una riforma della legge sulle intercettazioni e il loro utilizzo, sulla necessità di rivedere le norme di deontologia appartenenti alle singole categorie professionali coinvolte. Le conclusioni non potevano che portare ad esplicitare il concetto per cui i tempi si stavano facendo maturi perché le istituzioni competenti intervenissero con una normazione interna del fenomeno. Sullo sfondo, però, un tema si riproponeva di anno in anno: i giudici parlano solo con le sentenze?

Ecco perché nel 2016 la Scuola superiore della magistratura decide di affrontare il tema da un punto di vista sociologico e il titolo si trasforma in «Informazione e Giustizia» in quanto il corso vuole analizzare la trasformazione in atto nei sistemi di comunicazione, i nuovi flussi che generano la notizia, i profili “culturali” dell’informazione sulla giustizia nel nostro Paese. Il corso è nuovamente affidato ad un giornalista che conduce i relatori a discutere del ruolo della comunicazione e dell’informazione nella società postmoderna, specie in relazione alla domanda di giustizia da parte dei cittadini, del rapporto tra giustizia, politica e informazione, includendo anche il ruolo della polizia giudiziaria nel rapporto fra informazione e magistratura. Si cerca di togliere il velo sui cortocircuiti che si innescano nel flusso informativo per verificare quanto sia ampio lo iato tra la giustizia reale e la giustizia percepita.

L’esito si concretizza nell’esigenza di ridurre in capo al cittadino l’erroneità, l’imprecisione e la parzialità dell’informazione anche per il tramite di una reciproca alfabetizzazione dei magistrati e dei giornalisti su quelli che sono i linguaggi appartenenti a ciascun mondo.

Da qui la necessità che il corso del 2017 prendesse di petto l’analisi dei limiti all’interno della magistratura che maggiormente hanno influito nella trasmissione dei principi ispiratori delle decisioni ad alto impatto sociale, e i limiti all’interno del sistema giornalistico che hanno impedito il pieno raggiungimento dello scopo del fare informazione, ossia il garantire la trasparenza, il controllo sociale e la comprensione della giustizia da parte dei cittadini. Lo stesso titolo «Il sistema della giustizia nel mondo dell’informazione» esplicitava il percorso che si stava intraprendendo. Un’analisi interna alla magistratura, guidata da un esperto formatore appartenente al mondo del giornalismo giudiziario. La Scuola superiore della magistratura con il corso di formazione del 2017 ha esercitato con pienezza il suo ruolo che richiede la capacità di creare occasione di studio e confronto laico che si traduca poi in uno strumento utile per un apprendimento pratico e permanente. Ecco che il corso, su iniziativa della Scuola superiore della magistratura, in data 9 maggio 2017, è stato preceduto da un tavolo di confronto dall’esplicito titolo «Idee per un protocollo sulla comunicazione giudiziaria», tenutosi presso il Ministero della giustizia e al quale sono stati invitati, oltre che il Ministro della giustizia e il vicepresidente del Csm, il presidente della Corte di cassazione, l’avvocato generale presso la Corte di cassazione, il procuratore generale presso la Corte di cassazione, e i procuratori della Repubblica presso i Tribunali di Milano, Napoli, Palermo, Roma, Reggio Calabria, il presidente della Corte d’appello di Firenze, il presidente del Tribunale di Napoli, il presidente aggiunto gip del Tribunale di Milano e la rappresentante del Governo italiano a Strasburgo.

Ciascuno dei partecipanti, da sempre sensibili al tema, in base alla propria esperienza ha evidenziato e ribadito alcuni principi cardine di questa tematica: la comunicazione è un dovere istituzionale per la magistratura, necessità insita nell’attività giudiziaria, ed essa deve riguardare l’intera attività giudiziaria sia penale che civile. 

Ne consegue che se esiste un dovere d’informazione, esiste altresì un’esigenza di formazione del magistrato alla comunicazione. Si indaga su chi debba occuparsi di questa trasmissione e su quale debba esserne il contenuto, nell’equilibrio tra riservatezza e tutela della dignità dell’indagato e di quello che è il ruolo delle parti a seconda del momento in cui la notizia viene trasmessa. In un contesto di analisi scientifica, quale quello proposto dalla Ssm, si è potuto considerare quale possa essere il metodo più adatto per comunicare, se l’intervista o la conferenza stampa, chi debba concretamente occuparsene e con quali modalità.  

Si accendono nuovamente i riflettori sullo spazio che separa la magistratura, con i suoi atti, dalla cittadinanza. In questa prospettiva il corso del maggio 2018 intitolato «Alla ricerca di un linguaggio comune tra società civile e giurisdizione» ha voluto sollecitare un confronto in uno degli aspetti sopra evidenziati, ossia il veicolo per la trasmissione dell’informazione giudiziaria, cercando anche all’estero esempi di gestione e attuazione delle Raccomandazioni del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa e dei pareri del Consiglio consultivo dei giudici europei (Ccje) e del Consiglio consultivo dei procuratori europei (Ccpe). Il confronto si è anche allargato agli altri attori nel flusso comunicativo, ossia l’avvocatura evidenziando il non secondario aspetto della formazione dell’opinione pubblica, all’interno dei processi mediatici, sull’innocenza o meno dell’indagato/imputato e, quindi, sull’aspettativa di un esito del giudizio rispetto ad un altro. Questo gap informativo, privo della tecnicità necessaria per trasmettere la temporaneità dei dati e la possibile diversa interpretazione degli stessi, mina gravemente la fiducia del cittadino verso le istituzioni soprattutto quando giungono a soluzioni giuridicamente corrette ma populisticamente poco apprezzabili. A rimetterci è anche la figura del giudice o del pm, valutati come non capaci di sostenere l’accusa o di interpretare correttamene i fatti per come erano stati veicolati. Il danno che ne consegue è di portata complessiva dato che spesso il destinatario della notizia spersonalizza l’autore del provvedimento e lo identifica con la categoria professionale di appartenenza, lasciando spazio a idee alternative di ottenimento della giustizia o, peggio, sovvertendo il valore dei principi morali che, erroneamente, erano stati nuovamente interpretati all’esito del giudizio: se una persona non va in prigione pur avendo ucciso, allora si può uccidere!

2. Gli aspetti su cui continuare la riflessione

La Scuola superiore della magistratura deve continuare a portare avanti un’analisi sistematica sul punto continuando ad avere chiari i passaggi necessari per offrire una formazione utile ad un nuovo ruolo a cui è chiamata la magistratura.

Questa visione sistematica non può che appartenere a chi è chiamato a fornire la formazione complessiva dato che l’interdisciplinarietà del tema della comunicazione richiede la creazione di un modulo formativo nuovo. Questo aspetto è richiamato anche nelle «linee guida» che il Csm ha redatto per l’organizzazione degli uffici giudiziari ai fini di una corretta comunicazione istituzionale. Questo viene dichiarato come un documento prodromico all’adozione a livello di normativa secondaria, delle modifiche ordinamentali necessarie per includere anche la comunicazione tra le attività che gli uffici devono organizzare.

Il percorso svolto dalla Ssm, e sopra descritto, ha voluto proprio incoraggiare e fornire parte del materiale utile alla realizzazione di queste «linee guida».

Il modulo formativo non potrà che essere correttamente interpretato dopo che gli uffici saranno organizzati perché la “comunicazione” non sia solo il frutto di un’intraprendenza personale, seppur dettata dall’esigenze del territorio, dove il presidio vero di giustizia è dato anche dall’affrontare pubblicamente certi argomenti (che siano le organizzazioni criminali, come i reati reiterati nei confronti di soggetti deboli come ad esempio donne ed extracomunitari), ma anche una componente professionalizzante.

La Scuola superiore della magistratura fornisce la formazione obbligatoria ex articolo 26bis del d.lgs 26/2006 agli aspiranti ad assumere incarichi direttivi, è evidente che dove già affrontato il tema della comunicazione all’interno di una più ampia discussione sull’organizzazione degli uffici giudiziari per una loro maggiore efficienza, in futuro non potrà esimersi dall’adottare anche in queste sedi il materiale appartenente a corsi come quello «Informazione e Giustizia», coinvolgendo contestualmente soggetti capaci di fornire gli strumenti utili a sviluppare anche un approccio attento al rispetto del dovere di trasparenza e di informazione, in grado di consentire l’adozione della condotta che in qualche modo sia già stata delineata come la più adatta alle finalità della comunicazione.

La Scuola superiore della magistratura, oltre ad organizzare gli auspicati e innovativi corsi per i magistrati addetti alla comunicazione, dovrà offrirsi come laboratorio nel quale la collaborazione con l’Ordine dei giornalisti, il Consiglio nazionale forense e il Csm possa dare contenuto alle «linee guida» del luglio 2018. Sarà necessario approfondire la conoscenza delle regole a tutela di un corretto trattamento dei dati sensibili e giudiziari, oggi distinti dal General data protection regulation n, 679/16 e che l’implementato utilizzo degli strumenti informatici possono mettere in pericolo, così come la mancanza di un’uniforme approccio all’utilizzo delle intercettazioni. Sarà necessario far conoscere le regole della comunicazione sia con riferimento al linguaggio, alla tempistica e alle modalità di trasmissione che potrebbero rivelarsi anche diverse a seconda della fase in cui viene trasmesso il flusso di informazioni o la tematica sociale che si affronta con il caso concreto. Il dirigente dell’ufficio o il suo incaricato, che dovrà essere necessariamente previsto nel sistema tabellare, dovrà instaurare un rapporto costante con la stampa locale nel rispetto del principio della trasparenza e della parità di condizioni tra le varie testate.

Si delinea, anche solo tramite una semplice elencazione, una formazione ad ampio raggio che parte dall’analisi dei diritti fondamentali fino all’adozione di tecnicismo linguistico che, però, riesca a rendere più esplicito e semplice il messaggio da trasmettere.

In merito al tecnicismo linguistico e alla comprensibilità delle decisioni e del ragionamento ad esse sottostante, la Ssm dovrà continuare ad offrire, come già fatto in questi anni, una formazione puntuale sulle tecniche di scrittura. È anche in questo solco che si pone il breviario sulla chiarezza e la sinteticità degli atti giudiziari emesso con decreto del Ministro della giustizia tra settembre 2017 e gennaio 2018 e nella cui introduzione al destinatario vengono rivolte le parole di Adolf Merkl per cui la lingua «non è affatto una vietata porticina di servizio attraverso la quale il diritto s’introduce di soppiatto. Essa è piuttosto il grande portale attraverso il quale tutto il diritto entra nella coscienza degli uomini[3]».

Si rinviene, quindi, la necessità di un doppio livello formativo: il primo rivolto alla peculiare figura di magistrato addetto alla comunicazione e il secondo rivolto all’intera compagine della magistratura che per cultura e attitudine intende parlare solo con le proprie sentenze. Il corso svolto negli anni in collaborazione con l’Accademia della Crusca mira a discutere le modalità della scrittura degli atti giudiziari, sia intervenendo sullo stile, sia evidenziando il principio ormai consolidato della sinteticità e della chiarezza delle sentenze. Un simile fine ovviamente non deve in alcun modo produrre una banalizzazione del linguaggio del giudice, né tanto meno rinunciare alla sua insopprimibile natura di linguaggio specialistico, ma piuttosto eliminare l’eccesso di formule che spesso lo affligge, ridurre la ridondanza dell’espressione, eliminare una certa articolazione barocca della frase. Anche il vocabolario impiegato (non quello strettamente tecnico-giuridico) richiede spesso una verifica e una razionalizzazione. Fine di questo esercizio è quello di rendere il più possibile accessibile la lettura degli atti anche al cittadino non specialista, eliminando oscurità linguistiche e sintattiche che ostacolano talvolta la comprensione. Questo risultato renderà anche più facile veicolare l’informazione giudiziaria da parte della stampa.

La Scuola superiore della magistratura riuscirà ad adempiere correttamente alla sua funzione non solo individuando, così come sta facendo, l’esigenza di una proposta formativa nuova ma individuando altresì la metodologia corretta per impartire la formazione richiesta. In questo potrebbe essere trovato un apporto nell’esperienza oltre confine, come ad esempio in Francia, che da tempo ha disciplinato la comunicazione giudiziaria, prevedendo una competenza professionale della magistratura.

La Rete europea di formazione giudiziaria (Refg)[4], la Commissione europea e il Consiglio d’Europa promuovono e favoriscono la creazione di reti tra gli istituti nazionali di formazione giudiziaria. La Refg ha predisposto un manuale sulla metodologia della formazione giudiziaria in Europa nel quale si descrivono diverse pianificazioni dei programmi di formazione a seconda delle esigenze e delle funzioni dei discenti, nuovi metodi di apprendimento e i passaggi necessari per la realizzazione attenta di ogni evento formativo. In tutte queste previsioni si intuisce che il ruolo fondamentale è quello del formatore che deve essere capace di svolgere la didattica richiesta potendo vantare una solida conoscenza della materia. Il formatore deve possedere delle competenze metodologiche, sociali e psicologiche per poter interagire con pubblici ministeri e giudici, quali soggetti in grado di attuare successivamente quanto appreso. Non più solo una formazione nozionistica ma una formazione fruibile nella quotidianità. Nel tema specifico della comunicazione, dove le richieste rivolte alla magistratura sono anche di modificare l’impostazione nella redazione dei provvedimenti, di evitare l’uscita incontrollata di informazioni, di rendersi più comprensibili, spesso si assiste ad un atteggiamento di difesa e, quindi, di maggiore chiusura, tanto più se a condurre l’analisi è un professionista che non appartiene alla magistratura stessa. Questo contesto diviene poi una cassa di risonanza non appena tra le relazioni si inserisce un portavoce del mantenimento dello status quo che riporti i discenti nel campo del conosciuto, del controllabile e che, pertanto, non cambia il modus operandi stratificatosi negli anni.

Questa considerazione, facilmente verificabile dalle schede di valutazione raccolte nelle varie edizioni dei corsi, mostra come la formazione debba coinvolgere prima di tutto un cambiamento culturale, valorizzando l’opportunità che già nella formazione dei Mot si parli in modo sempre più compiuto e approfondito del tema della comunicazione, togliendolo dagli argomenti tabù, se mai vi è stato, e inserendolo tra le competenze da acquisire perché non deve essere dimenticato il principio espresso dalla Corte costituzionale poco meno di 40 anni fa e che ha identificato il prestigio dell’ordine giudiziario nella fiducia dei cittadini verso la funzione giudiziaria e nella credibilità della stessa.

Minare il prestigio dell’ordine giudiziario equivale a minare le fondamenta della convivenza civile.

[1] M. Bassani, La crisi della divisione dei poteri, in Società e Diritti, n. 4, 2017, p. 149.

[2] G. Resta, I nuovi oracoli della giustizia: processi mediatici e laicità del diritto, in Rivista trimestrale di diritto e procedura civile, n. 1, 2010.

[3] A. Merkl, Il duplice volto del diritto, Giuffrè, Milano, 1987, p. 125.

[4] La Scuola superiore della magistratura è dal 2017 per la prima volta componente del comitato di Pilotaggio e a guida del gruppo di lavoro Judicial Training Methodologies (Jtm).

Fascicolo 4/2018
Editoriale
di Renato Rordorf
Obiettivo 1
Una giustizia (im)prevedibile?
di Andrea Natale
di Paolo Grossi

In questa riflessione, l’Autore ragiona sulla storicità e sulla fattualità del diritto, inseparabilmente intriso degli interessi e dei valori che si agitano nella società. In tale prospettiva, la certezza del diritto – e la sua prevedibilità – possono essere strumentalizzate a fini di conservazione di determinati assetti economici e sociali. L’Autore attraversa varie tappe storiche e individua nell’entrata in vigore della Costituzione repubblicana un passaggio di fase, in cui si riconosce il nesso diritto/società con una impostazione apertamente pluralistica del fenomeno giuridico. Di qui la centralità del ruolo degli interpreti, in approccio continuo coi fatti di vita e di essi percettori

di Enrico Scoditti

La diretta applicazione da parte dei giudici comuni dei principi costituzionali, laddove manchi la disciplina legislativa del caso, solleva interrogativi sul piano della prevedibilità del diritto e del peso degli orientamenti soggettivi di valore, interrogativi riconducibili al più ampio dibattito su democrazia e costituzionalismo. Quando il giudice risolve la controversia mediante il bilanciamento dei principi costituzionali in relazione alle circostanze del caso, o mediante la concretizzazione di clausole generali, si appella al bilanciamento ideale o all’ideale di norma contenuto nella clausola generale. Allo scopo di garantire la sicurezza giuridica, quale elemento fondamentale dello Stato di diritto, deve riconoscersi che, in sede di giurisdizione per principi o per clausole generali, è operante anche nei sistemi di civil law la regola dello stare decisis. Un esempio di diritto del caso concreto, dove trova applicazione la regola della vincolatività del precedente giudiziario, è quello del contratto iniquo e gravemente sbilanciato in danno di una parte.

di Pietro Curzio

Dopo aver posto alcune premesse, l’Autore rileva che è lo stesso ordinamento – nell’attribuire alla Corte di cassazione il compito di assicurare «l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge» – a riconoscere che, di una stessa disposizione possono essere date più interpretazioni; di qui, il rischio di imprevedibilità delle decisioni. L’Autore prende allora in considerazione le «ragioni del cambiamento» e le «ragioni della stabilità», evidenziando come entrambe rispondano ad esigenze di rilievo costituzionale, soffermandosi, infine, sugli strumenti ordinamentali che possono garantire il delicato punto di equilibrio che la giurisdizione deve riuscire ad individuare.

di Donato Castronuovo

L’Autore propone alcune variazioni sul tema della crisi della fattispecie penale, sia sul piano del formante legale sia su quello del formante giurisprudenziale, in relazione, rispettivamente, a clausole generali recate da disposizioni di legge oppure a clausole contenute in regulae iuris di origine giudiziale. Gli effetti prodotti dalle clausole generali sulla accessibilità e prevedibilità delle norme penali sono esaminati, attraverso due esempi, in funzione dell’evoluzione della giurisprudenza sovranazionale e di quella della Corte costituzionale.

di Ombretta Di Giovine

L’Autrice affronta il tema dell’interpretazione penalistica in una prospettiva aperta a saperi esterni, ed evidenzia la difficoltà di distinguere l’interpretazione, analogica, dall’analogia in senso stretto. Avvalendosi del richiamo a pronunce della Corte di cassazione a sezioni unite, cerca di dimostrare come i maggiori rischi di arbitrio si annidino peraltro non tanto nel mancato rispetto del testo (dai confini non previamente definibili), quanto nell’omessa o parziale esplicitazione delle premesse valoriali del ragionamento giuridico. Dichiara infine una cauta apertura verso l’intuizione del giudicante nei soli (seppur sempre più numerosi) casi di “dilemma”, non risolvibili attraverso gli strumenti tradizionali della deliberazione e della razionalità di scopo.

di Carlo Sotis

Queste pagine hanno ad oggetto gli effetti del test di ragionevole prevedibilità della giurisprudenza Cedu sull’art. 7 e si compongono di tre parti. In una prima si riassumono i vari criteri elaborati dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo per effettuare il test. In una seconda si propone una riflessione su luci e su un’ombra proiettate dalla ragionevole prevedibilità convenzionale. In una terza si avanza l’ipotesi che, accanto a quella “classica”, si affaccino due nuove ragionevoli prevedibilità.

di Massimo Donini

Lo studio analizza la tenuta di una possibile sostituzione della fattispecie mediante il case law, escludendo che si tratti di una alternativa possibile, essendo entrambi componenti essenziali del sistema giuridico. Vengono individuate le condizioni del diritto giurisprudenziale legittimo in diritto penale nell’attività di concretizzazione e applicazione della legge ai casi, muovendo da una rinnovata elaborazione del rapporto tra disposizione e norma, fondamentale anche per accertare i procedimenti analogici occulti, per i quali si definisce uno specifico test di verifica nel quadro di una ridefinizione del procedimento analogico in un quadro di teoria generale del diritto, e non solo dei distinti doveri ermeneutici specifici del penalista. La possibilità che il diritto giurisprudenziale legittimo, in parte negli hard cases, approdi all’enucleazione di casi-norma, e non solo a esempi applicativi nuovi o nuove interpretazioni in astratto della legge, produce l’esigenza di una disciplina o considerazione differenziata del parametro della prevedibilità, per l’efficacia retroattiva o solo ex nunc delle nuove evoluzioni o dei mutamenti intervenuti. I distinti momenti di irretroattività oggettiva o di scusabilità soggettiva per le innovazioni imprevedibili sono infine declinati sulla base degli articoli 7 Cedu, 27, co. 1, Cost. e 5 cp. Conclude lo scritto la proposta di sei regole di deontologia ermeneutica penale.

di Maria Giuliana Civinini

L’Autrice affronta la questione del precedente della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sotto il duplice punto di vista della formazione della giurisprudenza della Corte e del vincolo sul giudice nazionale, mettendo in evidenza le particolarità del sistema convenzionale

di Martina Condorelli e Luca Pressacco

Il fenomeno dell’overruling è stato negli ultimi anni oggetto di particolare attenzione da parte della dottrina e della giurisprudenza italiana, anche sulla scorta del ruolo crescente attribuito al “diritto vivente” e degli orientamenti della giurisprudenza europea. Nel presente contributo, gli Autori ripercorrono gli itinerari, specialmente giurisprudenziali, che hanno progressivamente conferito rilievo giuridico al fenomeno dell’overruling. In particolare, vengono analizzati presupposti, limiti ed effetti del revirement giurisprudenziale nei settori amministrativo, civile e penale, per dare conto dei rimedi esperibili al fine di tutelare l’affidamento nell’interpretazione di regole di natura sostanziale o processuale.

di Alberto Giusti

Nell’ambito della riforma attuata dal d.lgs n. 40/2006, il dinamismo nomofilattico esce rafforzato dalla portata del novellato articolo 374, comma 3, cpc. Nel delicato equilibrio tra etica della convinzione ed etica della responsabilità, la riforma attribuisce al rapporto tra sezioni semplici e sezioni unite uno specifico valore complementare, non gerarchico, in grado di prevenire contrasti «inammissibili» attraverso il vincolo di coerenza, per le prime, rispetto al principio di diritto alla base del decisum enunciato dalle seconde – o comunque ricavabile dalla sentenza. Tale sistema è coerente con la possibilità che hanno le sezioni semplici di sollecitare, mediante ordinanza interlocutoria, il mutamento di giurisprudenza, e non pregiudica la loro legittimazione a sollevare dubbi di costituzionalità o di compatibilità con il diritto dell’Ue in merito all’interpretazione resa dalle sezioni unite di detto principio.

Le esperienze dell’ultimo decennio (esplicitate, nell’ultimo paragrafo, da tre esempi significativi, due dei quali hanno portato all’overruling delle sezioni unite) fanno concludere per un bilancio positivo del meccanismo introdotto dalla riforma, quale strumento capace di assicurare una ordinata evoluzione del diritto vivente, nel consapevole equilibrio tra innovazione e coerenza argomentativa e sistematica.

di Giorgio Fidelbo

Il precedente come valore “culturale” e la sua vincolatività (relativa) sono, rispettivamente, la considerazione di fondo e la novità principale della “riforma Orlando” (legge 23 giugno 2017, n. 103). La storica tensione generata dai contrasti giurisprudenziali interni alle sezioni della Suprema corte, moltiplicatrice di decisioni nella sua qualità di giudice di “terza istanza”, sembra attenuarsi con l’introduzione del vincolo del precedente e la rimessione obbligatoria alle sezioni unite (ex articolo 618, comma 1-bis, cpp), laddove il collegio di una sezione semplice non condivida il principio di diritto da quelle enunciato, applicabile al caso oggetto del ricorso. Al di fuori di un ordine gerarchico dei rapporti, tale meccanismo consente all’attività interpretativa delle sezioni semplici di tradursi in un contributo nomofilattico che, nella forma del “dialogo” interno, rafforza in senso unitario l’evoluzione giurisprudenziale, permettendo al sistema – come dimostrano alcune prime esperienze applicative – di rinnovarsi. Il vincolo del precedente e la portata della riforma hanno implicazioni significative in tema di prospective overruling, con un richiamo alle incongruenze che hanno visto le sezioni unite penali e quelle civili divergere in merito all’accezione stessa della legalità – sulla questione, la Consulta (con la sentenza n. 230 del 2012) ha frenato lo slancio delle prime, escludendo un’equiparazione tra la legge e il “diritto vivente”.

di Enzo Vincenti

Il duplice scopo della massimazione (informativo e sistematico) si coniuga, nell’era digitale, con l’obiettivo, perseguito dal legislatore processuale nell’ultimo decennio, di valorizzare il “precedente di legittimità” come criterio e misura della prevedibilità delle decisioni giudiziarie future solo attraverso uno strumento evoluto tecnologicamente che ne consenta la più rapida ed estesa conoscenza, ne organizzi i flussi e, quindi, la renda davvero fruibile. Un tale strumento è rappresentato, anche storicamente, da ItalgiureWeb, la banca dati giuridica nazionale informatizzata del Ced della Corte di cassazione, tramite la quale si è potuta realizzare la più significativa simbiosi tra il contenuto (la giurisprudenza, ma non solo) e il suo veicolo di conoscenza (l’informatica), con funzione servente anche della effettività e trasparenza della giurisdizione.

di Claudio Castelli e Daniela Piana

La giustizia predittiva, di cui già oggi si discute in molti Paesi e che viene presentata come un Giano bifronte, un grande rischio di riduzione ad una gestione automatizzata degli small claims ovvero di una differenziazione delle risposte giudiziarie che ha profili di potenziale discriminazione, è un orizzonte non più soltanto futuribile anche nel nostro Paese. Discuterne, darsi gli strumenti conoscitivi e quindi di governance per potere volgere quella che è una opportunità di cambiamento in una reale condizione di potenziamento della prevedibilità della trasparenza e del coordinamento fra sedi giudiziarie, nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali di autonomia del giudice, è una priorità che questo lavoro mette al centro del dibattito della magistratura italiana e di tutti i protagonisti del mondo della giustizia.

di Claudio Costanzi

La progressiva affermazione della prova scientifica nel processo penale come nuova regina probationum ha innescato una lenta, ma inesorabile sollecitazione delle logiche qualitative del ragionamento probabilistico, così come descritte dalla sentenza Franzese. Gli argomenti allora utilizzati per confutare gli sterili e opposti approcci quantitativi all’accertamento del nesso causale si scontrano con i recenti tentativi di applicare la matematica alla valutazione e combinazione delle prove. Dagli Stati Uniti d’America e dalla Scandinavia è giunta l’eco travolgente di raffinate teorie per l’algoritmizzazione del giudizio attraverso la quantificazione della credenza soggettiva in un’ipotesi alla luce delle risultanze istruttorie. Compito del giurista e del legislatore è analizzare tali approcci comprendendone il funzionamento, approntando i necessari strumenti per resistere al rischio di degenerazioni meccanicistiche del ricorso ai big data, senza rinunciare agli indubbi vantaggi che i mathematical tools offrono al processo. Invero, l’attuale diffusione anche su scala europea di applicazioni sperimentali del teorema di Bayes e dell’E.V.M. sta cambiando silenziosamente il ragionamento probatorio, proponendo sfide inimmaginabili fino al decennio scorso.

di Clementina Barbaro

L’uso dell’intelligenza artificiale come strumento di supporto del lavoro degli operatori del diritto e dei tribunali è ancora un fenomeno embrionale in Europa. Tra le diverse soluzioni proposte, suscitano un interesse crescente quelle riguardanti l’analisi e il trattamento della giurisprudenza per ridurre l’alea del giudizio e garantire una maggiore prevedibilità delle decisioni giudiziarie. È necessario, tuttavia, interrogarsi sull’effettività di queste applicazioni, impropriamente qualificate di “giustizia predittiva”, alla luce delle caratteristiche attuali dell’intelligenza artificiale e, in particolare, del machine learning/apprendimento automatico. Il loro impatto sulla professione del magistrato, sulla produzione della giurisprudenza e sulle garanzie dell’equo processo merita inoltre di essere attentamente esaminato.

La Commissione europea sull’efficacia della giustizia (Cepej) ha condotto uno studio approfondito su questi temi e redige attualmente una «Carta etica europea sull’uso dell’intelligenza artificiale nei sistemi giudiziari», adottata alla sessione plenaria della Cepej del 3-4 dicembre 2018. Primo strumento europeo in materia, la Carta etica enuncia principi sostanziali e metodologici applicabili all’analisi e al trattamento delle decisioni giudiziarie e intende essere un punto di riferimento per l’attività di soggetti privati e pubblici attivi in questo settore, tanto per quanto riguarda lo sviluppo concreto di applicazioni di intelligenza artificiale quanto per l’elaborazione di politiche pubbliche riguardanti l’integrazione di tali applicazioni nel sistema giudiziario.

di Simone Gaboriau

Nel tempo della rivoluzione digitale, l’idea di affidare agli algoritmi una parte consistente del contenzioso in base alla sua “limitata” entità riposa su strategie non sempre trasparenti che eludono la pubblicità e la terzietà connaturate alla funzione giurisdizionale e ai suoi soggetti. Oltre a una risposta alle esigenze di ordine giudiziario e di riduzione dei costi – promossa dal Ministero della giustizia francese – cosa presuppone e quali effetti comporta un’automazione – ancorché parziale – della giustizia?

Ripercorrendo alcune esperienze francesi, le opinioni contrastanti espresse da diverse “voci” ufficiali e collocando il fenomeno in prospettiva storica allargata (compreso un richiamo, in tema di validità dei dispositivi, alle derive applicative generate da una soi-disant “polizia predittiva”), si analizzano le dinamiche strutturali della giustizia digitale guardando ai risultati finora raggiunti e alla natura degli interessi che essa serve. Al netto di considerazioni ideologiche, si ripropone oggi, con inedita urgenza – e indubbia necessità –, la rilevanza dei valori intangibili della giustizia e di una qualità connaturata al magistrato: l’umanità, dalla quale non tanto la tecnologia in sé, quanto le logiche – tutte umane – ad essa sottese sembrano, talvolta e in misura crescente, prendere le distanze.

Obiettivo 2
Il dovere della comunicazione
di Donatella Stasio

Nell’epoca della comunicazione e contro il “cattivismo” diffuso che sembra connotare lo spirito dei tempi, diventa ancora più urgente un’etica della comunicazione. La magistratura deve farsi carico dell’aspettativa sociale di conoscere e di comprendere la complessità della giustizia. Ma il dovere di comunicare presuppone la costruzione di una solida e diffusa cultura della comunicazione. Questa è, dunque, la sfida che attende la magistratura tutta, per recuperare credibilità e soprattutto fiducia, caduta ai minimi storici. La fiducia si nutre infatti della trasmissione del sapere, della promozione della conoscenza, dell’esercizio della trasparenza, di condotte rispettose della dignità dell’interlocutore, dell’ascolto, del rendere conto … . Si tratta di una “riforma” improcrastinabile, che chiede ai giudici (e in generale ai giuristi) anzitutto di uscire davvero dall’autoreferenzialità e poi di mettersi in gioco con umiltà, consapevolezza del proprio ruolo sociale, responsabilità, ed elaborazione del lutto di una giustizia perfetta.

di Vincenza (Ezia) Maccora

Risale al 2008 la spinta del Consiglio superiore della magistratura ad investire sulla comunicazione della giustizia sulla giustizia. In questo ultimo decennio si sono moltiplicate le iniziative in questo settore – Urp, Bilancio sociale, siti internet, attività di sensibilizzazione, attenzione al linguaggio, anche del corpo, con cui il magistrato entra in contatto con le parti – e dalla loro analisi si comprende il tentativo di allineamento delle Istituzioni giudiziarie italiane ai principi espressi a livello europeo. Tanta strada è stata percorsa ed ora spetta ai singoli magistrati il compito di impadronirsi del momento comunicativo, raccogliendo gli stimoli provenienti “dall’alto” e da qualche magistrato antesignano, superando le resistenze culturali che ancora si riscontrano. Questo obiettivo cerca di fare il punto su dove siamo arrivati e sul cammino ancora da percorrere, nella consapevolezza che impegnarsi sul piano della comunicazione/informazione è un dovere di tutti i magistrati e che da questa si alimenta anche la fiducia dei cittadini verso la giustizia.

di Vittorio Lingiardi

Per molti anni la professione dello psicoanalista è stata governata da tre principi fondamentali: neutralità, astinenza e anonimato. Col tempo, la cosiddetta “svolta relazionale” in psicoanalisi ha modificato, senza alterarne lo spirito etico e terapeutico, lo stile della comunicazione tra terapeuta e paziente. Prendendo spunto da questo esempio, ma rifuggendo parallelismi forzati e fuorvianti, propongo alcuni spunti di riflessione sull’importanza di una comunicazione empatica e accessibile, pur nel rigore della specificità, tra giudici e cittadini. Il tempo delle torri d’avorio è finito, e per non rimanere travolte dall’inconsistenza dei tweet, è importante che le professioni e le istituzioni, senza cedere al narcisismo della visibilità e all’esibizionismo dialettico, imparino a parlare alle cittadine e ai cittadini in modo tempestivo, non gergale, non propagandistico. Stile e modi di comunicazione dei giudici influenzano infatti la formazione dell’immagine, individuale e collettiva, psichica e sociale, della giustizia. È bene che, “oltre le sentenze”, ci siano parole che le spiegano e le accompagnano. Per non vivere in un mondo dominato dall’imperativo della comunicazione ma che ha perso la capacità di comunicare.

di Franco Ippolito

Tracciare l’esatta distinzione tra consenso e fiducia, nella società democratica e nello Stato costituzionale di diritto, è esigenza essenziale per la magistratura. Per un pieno recupero della fiducia è necessario rifuggire dalla ricerca del consenso e concorrere alla formazione di una opinione pubblica fondata sulla corretta informazione e comunicazione, sull’esercizio della critica razionale e ragionata, sul rispetto degli altri.

di Elisabetta Cesqui

Una comunicazione trasparente è fondamentale per un corretto esercizio della giurisdizione, dare conto del proprio agire e del servizio reso alla generalità è questione che attiene la sua stessa legittimazione.  L’informazione sull’attività degli uffici deve passare attraverso servizi dedicati, Bilanci sociali e una concezione più moderna delle relazioni dell’Ispettorato del ministero. L’informazione sui procedimenti, specie quelli di rilevante interesse per la generalità, deve trovare un punto di equilibrio tra le esigenze proprie del processo, il diritto di cronaca giudiziaria, la tutela della dignità delle persone e quella della riservatezza. Serve perciò una comunicazione gestita dagli uffici, costante, chiara, senza discriminazioni tra giornalisti. È necessario valorizzare, non mortificare l’intermediazione professionale degli operatori dell’informazione e rivedere il sistema normativo dei divieti e delle sanzioni. Condizione presupposta di una comunicazione corretta è la chiarezza, comprensibilità e appropriatezza dei provvedimenti e degli atti da comunicare. Un tentativo di conciliare le diverse esigenze nella nuova disciplina delle intercettazioni.

di Nello Rossi

Per la magistratura degli anni ‘50 e ‘60 valeva la regola non scritta ma ferrea del silenzio. Una vera e propria arte di tacere, frutto dell’omogeneità con la classe dominante e pegno della irresponsabilità sociale e culturale per le decisioni assunte. La stagione del risveglio sociale e culturale dei magistrati coincide con la loro presa di parola ed avvia un lungo percorso evolutivo, a più riprese contrastato, insidiato e revocato in dubbio. È un itinerario che si snoda attraverso diverse tappe: dalla difesa della libertà di manifestazione del pensiero nei confronti delle iniziative disciplinari all’elaborazione di un’etica del discorso pubblico del magistrato sino all’affermazione di un moderno e compiuto diritto-dovere di spiegare e di spiegarsi che appartiene agli uffici giudiziari ed all’occorrenza a ciascun singolo magistrato. Ma c’è un lavoro di lunga lena da fare per presidiare il confine tra libertà e prepotenze e perché la scelta per la comunicazione non sia solo una rivoluzione dall’alto…

di Patrizia Giunti

La sfida per l’inclusività della comunicazione giuridica non si vince con il solo richiamo alla semplificazione del linguaggio. La posta in gioco è più alta, chiama in causa la relazione del giurista con gli innumerevoli attori sociali della complessità globale e richiede un investimento forte sul piano dei modelli culturali.

di Nicoletta Giorgi

La capacità di comunicare deve diventare una nuova competenza funzionale all’esercizio della giurisdizione. Il recupero del rapporto di fiducia del cittadino per le istituzioni passa per l’esatta comprensione dei provvedimenti giurisdizionali e, quindi, dall’apprendimento della semplificazione linguistica e dalla reciproca alfabetizzazione di giornalisti e magistratura.

Serve un cambiamento organizzativo degli uffici e ancor prima un cambiamento culturale anche tramite l’adozione di una nuova metodologia formativa ispirata all’esperienze fuori confine.

di Giuseppe Pignatone

L’esercizio in concreto di un incarico direttivo in terra di mafia rende particolarmente consapevoli del dovere di comunicare per raggiungere i fini istituzionali dell’amministrazione della giustizia. Occorre “rendere conto” per consentire ai cittadini di esercitare il controllo sociale quale necessario contrappeso all’indipendenza e all’autonomia della magistratura. Ovviamente l’interlocuzione pubblica deve avere quale unico ed esclusivo scopo quello di comunicare la giustizia al cittadino, evitando di inquinare con interessi estranei (del magistrato o di terzi) tale finalità di interesse generale. Senza dimenticare che nel momento in cui viene meno il segreto investigativo, le risultanze delle indagini offrono alla pubblica opinione e al dibattito democratico una massa di conoscenze che possono essere utili o addirittura preziose. Si pensi al contributo che alla crescita sociale e civile del nostro Paese hanno dato le indagini sulle mafie e sulla corruzione. Compresi quei dialoghi o quei filmati che una volta depositati sono diventati patrimonio conoscitivo della società: dalla documentazione dell’omaggio ai boss alla Madonna di Polsi alla riunione dei vertici della ‘ndrangheta lombarda a Paderno Dugnano, dalla richiesta e dal pagamento di tangenti in varie parti d’Italia alle conversazioni tra i capi delle organizzazioni mafiose e gli appartenenti all’“area grigia”. Non vi è dubbio infatti che anche questa è comunicazione della giustizia.

di Giancarlo De Cataldo

L’Autore prende le mosse da una definizione della sentenza come atto finalizzato a rendere manifesto, sia alle parti processuali direttamente coinvolte, che alla collettività, l’iter logico che sorregge la motivazione del giudice. La sentenza viene poi analizzata come documento narrativo, con riferimento agli elementi che vi devono necessariamente comparire in ossequio al dettato normativo e alle possibili tecniche di redazione, in un percorso che dovrebbe tendere all’ottenimento della giusta completezza espositiva nel quadro di una maggiore concretezza e sinteticità. L’autore si chiede infine, in chiave problematica se non apertamente critica, se l’innegabile sforzo dei giudici di comunicare, attraverso la motivazione della sentenza, in modo più chiaro, conciso e comprensibile, possa servire a migliorare, se non l’accettazione, quanto meno la comprensione, da parte della collettività, delle regole del giudizio.

di Francesco Petrelli

Come e perché è necessario comunicare il processo. Occorre ristabilire l’alleanza fra processo e ragione, fra la cultura condivisa del Paese e il processo penale. L’errore dell’avvocatura non è stato quello di non aver saputo difendere il “giusto processo” ma di non averlo saputo “comunicare”. Di aver lasciato che intere classi politiche e dirigenti di questo Paese crescessero e venissero educate alla scuola illiberale di chi vede nel processo penale solo un ostacolo alla affermazione della legalità e non uno strumento di riaffermazione dello statuto democratico di un Paese. Una società spaventata, resa insicura ed incerta dalla crisi e dalla globalizzazione, ha cessato così del tutto di vedere nel diritto uno strumento di realizzazione della persona. Ciò che viene chiesto dal cittadino non sono più diritti ma sono in realtà tutele e protezioni, non nuovi spazi di libertà, ma più benefici e più assistenza, non diritti civili e garanzie della persona per poter sviluppare e veder maturare le proprie aspettative individuali, politiche e sociali. Ed in questo contesto è sempre più necessaria un’avvocatura capace di parlare la difficile lingua dei diritti dimenticati.

di Mariarosaria Guglielmi

I principali network delle magistrature europee hanno elaborato articolati documenti di indirizzo in tema di comunicazione giudiziaria, che rappresentano un insostituibile quadro di riferimento per una componente sempre più rilevante del rapporto tra magistratura e società, con implicazioni importanti nel contesto della crisi dello Stato di diritto. L’analisi dell’esperienza di altri Stati membri dell’Unione europea, e in particolare della Romania, aggiunge ulteriori elementi che depongono nel senso della necessità di un approfondito dibattito anche in Italia sul tema, svolto a partire da quanto elaborato nelle sedi transnazionali.

di Daniela Lecca

L’importanza del rapporto tra cittadini e istituzioni passa per la trasparenza della comunicazione pubblica, nel difficile bilanciamento tra natura dell’informazione, libertà di accesso ai dati, diritto di cronaca e tutela di alcuni fondamentali diritti della persona. Il caso speciale della Romania alla luce della nuova disciplina del rapporto triangolare tra magistratura, società e mezzi di comunicazione di massa.

di Raffaella Calandra

Un nuovo tipo di comunicazione, per far comprendere meccanismi e provvedimenti. I giovani magistrati aprono all’introduzione nei Palazzi di giustizia di profili professionali specifici, come un ufficio stampa, o all’incremento di formazione per i rapporti con i media. Dietro polemiche recenti, spesso ci sono informazioni inesatte, diffuse sui social. Ricerche demoscopiche collegano il crollo di fiducia nella magistratura anche alla comunicazione. La sfida di trovare un equilibrio tra le indicazioni degli organi sovranazionali e i richiami del Colle.

di Armando Spataro

Le modalità di pubblica comunicazione dei magistrati hanno dato luogo a frequenti critiche secondo cui essi parlerebbero per rafforzare il peso dell’accusa o la propria immagine. Si tratta di accuse quasi sempre infondate, ma che traggono spunto da innegabili criticità: basti pensare alla prassi delle conferenze stampa teatrali e dei comunicati stampa per proclami, o all’autocelebrazione della proprie inchieste con connesse accuse a chi si permette di esprime dubbi e critiche. Bisogna spiegare ai magistrati “come non si comunica”, convincendoli ad evitare i tentativi di “espansione” a mezzo stampa del proprio ruolo fino ad includervi quelli degli storici e dei moralizzatori della società. Il dovere di informare è naturalmente irrinunciabile, purché esercitato nei limiti della legge, del rispetto della privacy e delle regole deontologiche, ma è anche necessario che i magistrati si guardino bene dal contribuire a rafforzare un’ormai evidente degenerazione informativa, che spesso determina febbre “giustizialista”, alimentata da mostruosi talk-show ed attacchi alla politica ingiustificatamente generalizzati. I magistrati non sono ovviamente gli unici responsabili di questa pericolosa deriva cui contribuiscono anche strumentalizzazioni ad opera di appartenenti alle categorie degli avvocati, dei politici e degli stessi giornalisti che spesso producono informazioni sulla giustizia prive di approfondimento e di verifiche, e che sono caratterizzate dalla ricerca di titoli e di forzature delle notizie al solo scopo di impressionare il lettore. È necessaria, dunque, per venir fuori da questo preoccupante labirinto, una riflessione comune su informazione e giustizia tra magistrati, avvocati e giornalisti.

di Beniamino Deidda

L’Autore, dopo avere rievocato un periodo caratterizzato dall’assenza di comunicazioni all’esterno da parte dei magistrati, ricorda un processo celebrato presso la Pretura di Firenze nel 1971, nel quale il pretore spiegò brevemente le ragioni del dispositivo della sentenza. Le reazioni ribadirono la chiusura dei magistrati ad ogni forma di comunicazione che è durata fino alla pubblicazione del codice del 1988. Quel che è accaduto con il nuovo rito non soddisfa ancora alla necessità di “rendere conto” ai cittadini da parte dei magistrati, che è un’esigenza che trova la sua giustificazione nella Costituzione. Un tentativo di disciplinare nuove forme di comunicazione si trova nelle linee-guida recentemente approvate dal Csm. Ma è necessaria una nuova formazione per i magistrati.

Le «linee guida 2018 del Consiglio superiore della magistratura»
Due voci:
di Luigi Ferrarella

È quasi una rivoluzione il cambio di mentalità della magistratura nell’approccio alla comunicazione come una parte – e un dovere – del proprio lavoro, e particolarmente azzeccata (tra le proposte concrete) appare l’idea di una «informazione provvisoria» che subito renda più comprensibili i dispositivi delle sentenze. Ma il rifiuto della «rilevanza penale» quale unico parametro per la liceità di una cronaca giornalistica di fatti giudiziari, e l’identificazione nel giornalista dell’unico soggetto legittimato a operare a priori la valutazione di cosa si debba intendere per notizia di «interesse pubblico», restano per un giornalista i punti non negoziabili che rischiano di entrare in tensione con il metodo “ufficio stampa”, suggerito agli uffici giudiziari dalle «linee guida Csm» nel momento in cui esse perdono l’occasione per aprire invece a un accesso diretto e trasparente del giornalista a tutti gli atti non più segreti posti man mano in discovery alle parti.

di Edmondo Bruti Liberati

Il Csm interveniva in occasione di polemiche suscitate da interventi pubblici di magistrati per richiamare il dovere di misura e riserbo. Di recente ha affrontato “in positivo” il tema della comunicazione sulla giustizia. Le “Linee-guida” del 2018, segnano il punto di assestamento di questo percorso: la questione non è “se comunicare”, ma “come comunicare”. La tematica della comunicazione deve far parte della formazione fornita dalla Scuola superiore della magistratura con corsi pratici diretti non solo ai dirigenti. Oggi ciascun singolo magistrato, attraverso i social media, entra direttamente (spesso senza la necessaria consapevolezza) nella arena pubblica. Pur con limiti ed omissioni, le «Linee-guida 2018» del Csm costituiscono un significativo punto di arrivo. Vi è da augurarsi che il Csm attualmente in carica raccolga il testimone dal predecessore e fra quattro anni, ritorni sul tema, con un approccio diverso, orientato alla ricognizione delle prassi nel frattempo instauratesi. Dunque in conclusione: un punto di arrivo e insieme un punto di partenza.

Epilogo
di Elvio Fassone

Lo scritto affronta il tema da un'angolatura diversa da quella convenzionale, secondo la quale la “comunicazione” è il portare alla conoscenza di terzi notizie o informazioni che per loro natura debbono restare più o meno riservate: l'A. prende invece in esame quella comunicazione che consiste nel modo tacito di porsi e di proporsi del magistrato nei confronti del cittadino suo interlocutore, attraverso il comportamento, gli atteggiamenti, lo stile, il linguaggio e tutto ciò che, anche non intenzionalmente, contribuisce a costituire la relazione.

In questo modo comportamentale di comunicare non viene manifestata un'informazione o una notizia, ma il modo intimo e per lo più inconsapevole di interpretare il rapporto tra il magistrato ed il cittadino: a quest'ultimo non interessa sapere se il magistrato ha determinate qualità caratteriali, ma attraverso quellaforma di comunicazione il cittadino individua il livello di rispetto che il magistrato esprime verso la dignità del suo interlocutore. Più ancora, quel modo di porsi del magistrato, moltiplicato per la pluralità delle relazioni quotidiane, determina la sua immagine diffusa nel sentire comune, e quindi il consenso più o meno ampio del quale la magistratura gode nell'opinione pubblica, prezioso sostegno nelle frequenti tensioni con il potere politico.

Attraverso una sintetica rassegna di condotte, abitudini e linguaggi l'A. finisce con l'individuare un'interpretazione del ruolo (non universale, ma largamente diffusa) connotata da rigidità, formalismo, ostentato distacco e indifferenza agli aspetti umani della relazione, quasi che l'essere il magistrato definito come organo super partes lo connotasse come “al di sopra” anche psicologicamente e socialmente. Auspica, quindi, che si diffonda una maggior sensibilità verso questo aspetto della funzione, a tutto vantaggio del consenso del quale la giurisdizione ha necessità.

ARCHIVIO
Fascicolo 2/2019
Famiglie e Individui. Il singolo nel nucleo

Il codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza: idee e istituti
Fascicolo 1/2019
Populismo e diritto
Fascicolo 4/2018
Una giustizia (im)prevedibile?
Il dovere della comunicazione
Fascicolo 3/2018
Giustizia e disabilità
La riforma spezzata.
Come cambia l’ordinamento penitenziario
Fascicolo 2/2018
L’ospite straniero.
La protezione internazionale nel sistema multilivello di tutela dei diritti fondamentali
Fascicolo 1/2018
Il pubblico ministero nella giurisdizione
La responsabilità civile fra il giudice e la legge
Fascicolo 4/2017
L’orgoglio dell’autogoverno
una sfida possibile per i 60 anni del Csm
Fascicolo 3/2017
A cosa serve la Corte di cassazione?
Le banche, poteri forti e diritti deboli
Fascicolo 2/2017
Le nuove disuguaglianze
Beni comuni

Dedicato a Stefano Rodotà
Fascicolo 1/2017
Il diritto di Crono
Il multiculturalismo e le Corti
Fascicolo 4/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Il giudice e la legge
Fascicolo 3/2016
La giustizia tributaria
La riforma della magistratura onoraria
Fascicolo 2/2016
VERSO IL REFERENDUM COSTITUZIONALE
Forme di governo,
modelli di democrazia
IL CORPO
Anatomia dei diritti
Fascicolo 1/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Formazione giudiziaria:
bilancio e prospettive
Fascicolo 4/2015
Il valore del dissenso
Il punto sul processo civile
Associazionismo giudiziario
Fascicolo 3/2015
Il diritto del lavoro alla prova del Jobs Act
Unitarietà della giurisdizione
Riforma della responsabilità civile
Fascicolo 2/2015
NUMERO MONOGRAFICO
Al centesimo catenaccio
40 anni di ordinamento penitenziario
Fascicolo 1/2015
Dialoghi sui diritti umani
I diritti fondamentali tra obblighi internazionali e Costituzione
La risoluzione amichevole dei conflitti
Schede di ordinamento giudiziario aggiornate al gennaio 2015
Il volume costituisce un'utile panoramica dei metodi di contrasto alla criminalità mafiosa e degli strumenti di prevenzione
Numero speciale di Questione Giustizia in formato digitale con atti, relazioni e dati sul sistema delle misure cautelari personali