Rivista trimestrale
Fascicolo 4/2018
Obiettivo 2. Il dovere della comunicazione

Introduzione.
Il dovere di comunicare dei magistrati:
la sfida per recuperare fiducia nella giustizia

di Donatella Stasio

Nell’epoca della comunicazione e contro il “cattivismo” diffuso che sembra connotare lo spirito dei tempi, diventa ancora più urgente un’etica della comunicazione. La magistratura deve farsi carico dell’aspettativa sociale di conoscere e di comprendere la complessità della giustizia. Ma il dovere di comunicare presuppone la costruzione di una solida e diffusa cultura della comunicazione. Questa è, dunque, la sfida che attende la magistratura tutta, per recuperare credibilità e soprattutto fiducia, caduta ai minimi storici. La fiducia si nutre infatti della trasmissione del sapere, della promozione della conoscenza, dell’esercizio della trasparenza, di condotte rispettose della dignità dell’interlocutore, dell’ascolto, del rendere conto … . Si tratta di una “riforma” improcrastinabile, che chiede ai giudici (e in generale ai giuristi) anzitutto di uscire davvero dall’autoreferenzialità e poi di mettersi in gioco con umiltà, consapevolezza del proprio ruolo sociale, responsabilità, ed elaborazione del lutto di una giustizia perfetta.

1. Parlare di comunicazione istituzionale della giustizia in questo momento storico, e, addirittura, promuoverne una diffusa cultura e una solida etica tra i magistrati, può sembrare un’idea bizzarra, se non una provocazione. Il fai-da-te con cui, oggi, alcune istituzioni politiche (anche oltre i nostri confini) si rivolgono direttamente al “popolo”, contrapponendo alle presunte fake news mediatiche le presunte verità in diretta Facebook, Twitter, Instagram, Youtube, sicuramente non aiuta a far maturare l’idea di una comunicazione diversamente doverosa e a coglierne il peso strategico per la tenuta della democrazia. Non aiuta ad abbattere il totem del silenzio – altezzoso, comodo, difensivo – «retaggio di una visione sacerdotale» della giustizia (Beniamino Deidda) e a far radicare la consapevolezza di un «dovere di spiegare e di spiegarsi, che permetta alla magistratura di divenire una componente attiva, responsabile e incisiva della moderna società della comunicazione» (Nello Rossi). Non aiuta neppure a superare le diffidenze per il rischio-propaganda o protagonismo. Né consente di mettere a fuoco l’obiettivo di questa necessaria svolta culturale, che non è il consenso popolare – come lo spirito del tempo induce a pensare – ma “solo” (si fa per dire) il recupero, se non la costruzione, di un saldo rapporto di fiducia con i cittadini.

Non è cosa da poco. Tutt’altro, se si pensa che anche dalla fiducia nella giustizia dipende la coscienza del nostro stare insieme, il senso di appartenenza a una comunità profondamente democratica. E la fiducia si nutre anche della trasmissione del sapere, della promozione della conoscenza, dell’esercizio della trasparenza, del riconoscimento e del rispetto della dignità dell’interlocutore, dell’ascolto, del rendere conto … .

Del resto, una democrazia matura ha bisogno di un’opinione pubblica informata e critica. Perciò, la qualità del discorso pubblico è un bene comune da tutelare e nessuno – tanto meno la giustizia – può non farsene carico, pensando di delegare ad altri questo compito.

Sfida difficile.

Viviamo nell’era della comunicazione «ma abbiamo perduto la capacità di comunicare», ci ricorda Vittorio Lingiardi. E per di più, il Censis, nel suo ultimo Rapporto (il 52mo) ci descrive come un popolo in preda a «un cattivismo diffuso, che erige muri invisibili ma spessi». Bucare quel muro, tirato su con il cemento della paura, della rabbia, del risentimento e della diffidenza, è una sfida tanto difficile quanto ineludibile, che si impone a chiunque abbia a cuore la democrazia.  

«Il pastore sa che le sue parole rischiano di essere impopolari, eppure non si astiene dal pronunciarle» scrive Giancarlo De Cataldo, citando il bellissimo romanzo di Kent Haruf, Benedizione, per sottolineare che, così come il compito del pastore non è inutile, anche se nel breve periodo può sembrarlo, «il dovere del giudice di rendere la migliore motivazione possibile non può mai essere negletto» e la sua utilità «si misura in un tempo che non è quello delle passioni immediate». Dunque, non c’è spazio per un pur comprensibile scetticismo. Il diritto di comunicare è, oggi, più che mai dovere. E poiché, come ricorda Elisabetta Cesqui, i giudici parlano, oltre che con le sentenze, «con i loro comportamenti, con il modo in cui organizzano gli uffici e con cui si pongono nei confronti di chi, vittima o reprobo, incrocia il loro cammino nei luoghi di giustizia, essi non possono sottrarsi al dovere di rendere comprensibile il loro agire». Forse non è questa la strada della popolarità ma certamente è quella che imbastisce la fiducia o ne ricuce lo strappo con i cittadini per garantirne la loro effettiva partecipazione democratica.

Dal 2011 ad oggi, la fiducia nella giustizia è andava via via diminuendo. Pur rientrando in un quadro generale di disaffezione dei cittadini verso le istituzioni, la caduta è stata vertiginosa e preoccupante. Secondo un sondaggio realizzato da Ipsos per Il Corriere della sera (pubblicato il 10 novembre scorso), siamo passati dal 67 al 44%. Ventitré punti percentuali in meno: un’enormità. Il sondaggio rileva anche che aumenta l’insoddisfazione dei cittadini per i tempi dei processi e per l’esito delle sentenze. Ma certo non si tratta di due criticità recenti, posto che i tempi biblici dei processi affliggono da sempre la giustizia, e da sempre l’esito dei processi – soprattutto se non coincide con le aspettative del cittadino o se è segnato dalla prescrizione – condiziona negativamente il “sentimento popolare” sulla giustizia. Inoltre, se storicamente la figura del giudice (a differenza del poliziotto, dell’ispettore, dell’avvocato) non è mai stata frequentata con particolare simpatia da scrittori, poeti, pittori, sceneggiatori, e ha suscitato diffidenza e freddezza più che empatia, è anche vero che in alcune stagioni recenti della nostra storia (basti pensare agli anni di Tangentopoli), giudici e pubblici ministeri sono stati vissuti come simboli di verità e giustizia e la loro difesa spesso ha riempito le piazze.

Che cosa è cambiato, allora, in questi sette anni per giustificare il crollo vertiginoso della fiducia nella giustizia? Nulla, se non lo scenario politico: fino a novembre 2011 ha governato (per lo più) Silvio Berlusconi mentre successivamente si sono avvicendati governi tecnici, governi promiscui, governi misti di centrosinistra e centrodestra, fino all’attuale governo giallo-verde. Il massimo della fiducia nella giustizia, quindi, si è registrato durante il ventennio berlusconiano (malgrado i continui attacchi ai magistrati, e probabilmente proprio come reazione ad essi) mentre, dall’uscita di scena di Berlusconi in avanti, quel patrimonio (forse non così solido come sembrava) è stato dilapidato. Le cause sono molteplici e non è questa la sede per analizzarle. Oggi, però, non si può non fare i conti con questa grave e progressiva disaffezione. E, oggi più che mai, bisogna dare ascolto all’aspettativa sociale di una giustizia che – al di là delle performance ma a maggior ragione se le performance non sono positive – sia comprensibile, trasparente, affidabile, inclusiva nel rapporto con il cittadino, nel linguaggio che usa e nei comportamenti che pone in essere.

L’attuale deriva populista è un ulteriore elemento che impone di sviluppare una cultura della comunicazione giudiziaria capace di spiegare la complessità dell’esistente, quanto meno per arginare le fake news che ne scandiscono spesso la narrazione. Fake che non nascono con internet ma che il web diffonde a una velocità mai conosciuta prima. E il fattore tempo è decisivo per cristallizzare verità o presunte tali. Nel saggio Verità e politica, Hanna Arendt già segnalava i rischi della “tecnica”, che, se da un lato alza il livello delle libertà, e quindi della democrazia, dall’altro lato «ha un potenziale di distorsione dei fatti tale da sostituire un mondo fittizio a quello reale»: tanto la menzogna sistematica di stampo totalitario quanto la fabbricazione di immagini nelle democrazie di massa, scriveva, «sarebbero impensabili senza l’esistenza di tecniche capaci di amplificare e rendere pervasiva la mistificazione».

Peraltro, nell’ultimo congresso dell’American Psycological Association è emerso che la tendenza a credere alle fake news avrebbe addirittura radici nell’infanzia. Il meccanismo che ci porta a credere a notizie poco credibili è il cosiddetto “pregiudizio di conferma”: dal punto di vista cognitivo ed emotivo è meno faticoso accettare informazioni che avallano le nostre credenze, giuste o sbagliate che siano, e “dimenticare” quelle contrarie. In sostanza, fin da giovanissimi sviluppiamo una modalità di pensiero per ridurre l’ansia derivante dalle incertezze del mondo e ci trinceriamo dietro certezze, anche infondate, pur di non doverci confrontare con la complessità. Con evidenti ricadute negative sulla capacità di sviluppare un serio spirito critico.

Confronto con la complessità e spirito critico sono invece essenziali per far crescere una democrazia. Bisogna perciò stimolare l’uno e l’altro, muovendosi, ovviamente, sul terreno dei fatti. E se, come diceva Arendt, la verità non è annoverabile tra le virtù politiche, è invece bene che lo sia tra le virtù di istituzioni come la magistratura, che dovrebbe avere nel suo dna, oltre ad autonomia, indipendenza e imparzialità, anche la credibilità. Perciò è più che legittimo aspettarsi almeno una tendenziale verità quando la magistratura si rivolge ai cittadini o partecipa al dibattito pubblico. La giustizia, infatti, ha molte “facce”: è funzione, potere, servizio, istituzione, e a ciascuna di esse corrisponde un diverso diritto/dovere di comunicare, che però ha come tratto comune, oltre alla chiarezza, l’affidabilità della comunicazione, anche quando questa ha un taglio più “politico”, come la comunicazione della magistratura associata. L’affidabilità non implica necessariamente la coerenza ma certamente il dovere di saper spiegare all’opinione pubblica i cambiamenti di posizione, soprattutto se in precedenza, in nome di quelle posizioni, ci si è rivolti proprio all’opinione pubblica per sostenere le proprie “battaglie”. 

Quando un magistrato parla o scrive, rivolgendosi al grande pubblico, osserva Nello Rossi, il cittadino «ha il diritto di attendersi che il suo potenziale accusatore o giudice parli e argomenti in modo chiaro e comprensibile; che partecipi al discorso pubblico come un attore razionale, capace di ascolto degli argomenti altrui e di repliche meditate, che non prorompa nell’urlo fazioso, nell’invettiva, nella semplificazione magari brillante ma brutale e fuorviante». Questo lo rende affidabile, credibile. Questo è il suo dovere, attraverso il cui esercizio concorre responsabilmente a coltivare la fiducia dei cittadini.

Ma affidabilità non significa neppure assoluta prevedibilità delle decisioni, tanto più in una prospettiva in cui – con buona pace degli algoritmi – l’interpretazione del giudice è destinata sempre più ad essere decisiva nell’adeguare l’ordinamento giuridico alla mutevolezza e complessità della realtà. Lo spiega in modo esemplare Paolo Grossi, nella parte di questo volume dedicata alla “prevedibilità”. Il presidente emerito della Corte costituzionale, da storico del diritto scrive di aver «preso atto di un itinerario che si sta distanziando dalle certezze moderne, ordinando la società e i suoi bisogni con approcci e soluzioni profondamenti nuovi». Questa strada ha un «costo da pagare», rappresentato da «una diffusa incertezza e da una scarsa, difficile prevedibilità». Al tempo stesso, però, questa «è anche la strada che permette al diritto di avvicinarsi alla giustizia», conclude Grossi. Il che rende ancora più evidente la necessità di una comunicazione chiara e tempestiva da parte del giudice.

Dunque, il dovere di comunicare – a prescindere dalla mediazione giornalistica, che non va certo bypassata – risponde anzitutto all’esigenza di farsi comprendere per consentire un efficace controllo sociale – contrappeso dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura – spesso ignorato o minimizzato da una giustizia prevalentemente “in difesa”, silente e soprattutto autoreferenziale, anche nelle parole che usa e che appartengono a un linguaggio specialistico da addetti ai lavori, per pochi intimi. Inoltre, il dovere di comunicare risponde all’aspettativa sociale di entrare “dentro” la complessità della giustizia, senza paura di perdersi o di subire ma per emanciparsi dalle semplificazioni social, dai pregiudizi, dal tifo da stadio, dalle polemiche sterili, dai luoghi comuni. In buona sostanza, per partecipare al dibattito pubblico con cognizione di causa e spirito critico. Non più da spettatore o, peggio, da straniero – come nell’omonimo romanzo di Albert Camus – ma da cittadino appartenente a una comunità, di cui la giustizia è un pilastro fondamentale. E, quindi, da vero protagonista della vita democratica. Comunicare, insomma, per sviluppare il senso di appartenenza dei cittadini alla comunità.

Il cittadino che “incontra” la giustizia (non solo come utente o parte) pretende perciò un registro comunicativo che anzitutto riconosca e rispetti la dignità dell’interlocutore, esigenza mirabilmente descritta da Elvio Fassone in questo volume e di per sé sufficiente a spiegare la necessità di un approccio al tema della comunicazione diverso da quello tradizionale, declinato per lo più in termini di divieti e patologie invece che di doveri e di saperi. Un approccio “costituzionale”, posto che il dovere di comunicare – per tutto quanto si è già detto e si dirà ancora – trova direttamente nella Costituzione la sua vera ragion d’essere (Deidda).   

 

2. Non mi interessa l’immagine della giustizia ma la giustizia dice Isabelle Huppert in un film di Claude Chabrol uscito in Italia nel 2006 – La commedia del potere – ispirato a un noto caso di cronaca giudiziaria francese degli anni ’90. La Huppert interpreta Eva Joly, magistrata rigorosa, ai limiti del fanatismo, alle prese con una grossa indagine di corruzione che coinvolge politica, finanza, magistratura. Huppert/Joly è circondata da figure terribili e squallide, totalmente prive del senso di giustizia e di principi morali, tra cui il procuratore capo. Il quale, sensibile alle pressioni provenienti dall’alto per fermare quella scomoda inchiesta, invita la collega a prendersi una vacanza, le offre promozioni fittizie, le affianca una collaboratrice nella convinzione che «le donne tra loro si massacrano» (previsione che, come spesso accade in questi casi, si rivelerà sbagliata). Ed è proprio lui, il procuratore, che la invita a farsi carico dell’«immagine della giustizia». Ed è a lui che la Huppert/Joly risponde «Non mi interessa l’immagine della giustizia ma la giustizia».

In questa frase – che offre molti spunti di riflessione – si misura la distanza tra immagine e realtà, tra realtà e rappresentazione, tra realtà e percezione. È la distanza che separa l’istituzione dal cittadino e che con il tempo rischia di diventare un baratro.

Il film di Chabrol è stato l’occasione per cominciare a ragionare, a scrivere, e a sollecitare una riflessione sulla comunicazione giudiziaria intesa più come dovere che come diritto e, quindi, in una prospettiva per certi versi nuova. Un percorso tutto in salita. Da almeno sette anni – su Il Sole 24 Ore, in convegni, seminari, sedi istituzionali, e anche su questa Rivista – ho sostenuto che la “comunicazione giudiziaria” – intesa come diritto/dovere della giustizia di comunicare la giustizia, indipendentemente dalla mediazione giornalistica – è cruciale per rendere effettivo il controllo sociale, colmare la distanza con i cittadini, recuperando la loro fiducia, e contribuire a migliorare la qualità della democrazia.

In particolare, proprio la consapevolezza del controllo sociale implica – o dovrebbe implicare – una declinazione del principio di responsabilità anche come dovere del giudice di rendere conto ai cittadini. Quindi, non in funzione di una particolare strategia (investigativa, di carriera o di consenso popolare) ma di un più generale dovere di trasparenza e di chiarezza. Che, come diceva Piero Calamandrei, è «una garanzia della giuridicità dei contenuti», perché tutto ciò che è oscuro, aggiungeva Vittorio Scialoja, «non può appartenere al diritto».

Ma la comunicazione non si improvvisa. Né può essere delegata ad altri. Se non in seconda battuta. Richiede una specifica forma mentis e un allenamento costante. E richiede anzitutto un costume, un’etica, che accompagna il magistrato fin dai suoi primi passi, con l’acquisizione (per nulla scontata, purtroppo) della consapevolezza del proprio ruolo sociale e di come questo ruolo gli imponga di riconoscere i propri interlocutori anche attraverso una comunicazione inclusiva. Che, perciò, non si esaurisce nel comunicato stampa, nella conferenza stampa o nella dichiarazione pubblica davanti alle telecamere e neppure nell’informazione online ma è qualcosa di più e di meglio, perché ha a che fare con “l’essere magistrato”. È quella che Fassone chiama l’«etica della relazione, ovvero un’interpretazione del ruolo ispirata alla consapevolezza che il rapporto tra magistrato e cittadino è inteso come rapporto tra persone di pari dignità».

Davvero efficace, anche se dichiaratamente forzato, il parallelismo che Vittorio Lingiardi propone tra psicoterapeuti e giuristi e in generale fra tutte le professioni che implicano una declinazione relazionale della conoscenza. «Occorre aprire una finestra nella stanza d’analisi. Io non sono se non in un campo psichico con gli altri, con la gente, gli edifici, gli animali, le piante», scrive James Hillman e Lingiardi si chiede (e ci chiede): «Non vale forse per i giuristi come per gli psicoanalisti? L’invito – aggiunge – non riguarda tanto le tecniche, quanto i rischi dell’isolamento e dell’autoreferenzialità».

 

3. La Scuola superiore della magistratura ha cominciato a cambiare passo su questo fronte, anche se non ancora in modo convinto (e perciò convincente), a differenza di quanto avviene all’estero (per esempio in Francia) dove la comunicazione giudiziaria è una specifica competenza professionale della magistratura. Come riferisce Nicoletta Giorgi, la formazione deve coinvolgere prima di tutto un cambiamento culturale, fin da quando i magistrati cominciano a muovere i primi passi.

Ecco perché ha ragione Luigi Ferrarella quando, a proposito delle «Linee guida» del Csm varate nel 2017, nota una contraddizione: se si ammette che la comunicazione giudiziaria è uno dei doveri istituzionali della magistratura, allora «il tema del come comunicare quello che si fa nei Tribunali e nelle Procure non può continuare a essere limitato ai soli dirigenti degli uffici giudiziari e vissuto invece da tutte le altre toghe come un fastidio, come un ulteriore fardello del proprio lavoro, ma deve diventare un pezzetto del loro lavoro». Dall’inchiesta di Raffaella Calandra sembra emergere una nuova sensibilità culturale dei magistrati più giovani sulla comunicazione, per la necessità di ridurre le distanze con l’opinione pubblica. E tuttavia, se forte è l’esigenza di uscire dalla torre d’avorio non altrettanto forte è la consapevolezza che ciascuno deve mettersi in gioco. Prevale ancora l’idea che la comunicazione sia affare di pochi, competenza di alcuni magistrati appositamente formati o di professionalità esterne. In sostanza, ancora oggi sembra prevalere l’idea che la comunicazione, se non un fastidio o un ulteriore fardello, non debba rientrare nel bagaglio culturale del magistrato né debba “appesantirne” il lavoro. Si conferma, dunque, il quadro emerso nel 2015 dall’Indagine svolta, per conto della Scuola superiore della magistratura, da Nadio Delai e Stefano Rolando, citata da Calandra: all’epoca solo il 13% dei magistrati avvertiva la necessità di incrementare una formazione nella comunicazione.

Eppure, la fiducia, il rispetto, la credibilità dipendono anche da come il magistrato rende comprensibile le proprie decisioni alle parti e ai cittadini. Anche perché se non lo fa lui, osserva Ferrarella con la sua esperienza di cronista giudiziario, ci pensa qualcun altro, al posto suo: forze di polizia, avvocati, persino staff di pubbliche relazioni, che nel silenzio delle toghe, occupano lo spazio tra l’attività giudiziaria e la sua rappresentazione, manipolandole e influenzandone l’opinione pubblica.

Secondo Ferrarella, però, c’è il rischio che la comunicazione giudiziaria, per com’è concepita nelle «Linee guida» del Csm, si riduca alla costituzione di Uffici stampa presso Procure, Tribunali e Corti che puntino a indirizzare la comunicazione mediatica. Il timore, insomma, è che il dovere di comunicare sia finalizzato più a una determinata “strategia comunicativa” dell’Ufficio che a rendere conto dell’operato di quell’Ufficio. E che, quindi, gli Uffici giudiziari, e chi li dirige, possano interpretare in questi termini la comunicazione, esaurendola in una sorta di informativa ed escludendo qualunque interlocuzione con terzi, siano giornalisti o cittadini comuni.

Una ragione di più per coltivare la “cultura” della comunicazione intesa anzitutto come etica della relazione.

Giuseppe Pignatone, procuratore della Repubblica di Roma, è stato tra i primi interpreti di questa cultura, tanto che considera persino inutile dotarsi di Uffici stampa, i quali potrebbero dare notizie «del tutto insufficienti (per i giornalisti)». Ma quel che più conta – rispetto al “come” comunicare – è la sua affermazione che «il diritto dell’accusato, e anche il principio di non colpevolezza, si rispetta garantendo un processo equo e corretto anche sotto il profilo dell’informazione fornita». Il che implica, appunto, una profonda consapevolezza della funzione della comunicazione giudiziaria e delle responsabilità che ne derivano. Ma questo è un terreno ancora da arare perché, purtroppo, talvolta i pubblici ministeri perdono questa bussola e, quando comunicano, si preoccupano più dell’immagine che della giustizia.

 

4. Antoine Garapon scriveva, nel 2007, che «essere un buon giudice, in una democrazia, esige la permanente elaborazione del lutto di una giustizia perfetta». E forse è proprio da qui – dalla consapevolezza dell’imperfezione della giustizia – che bisognerebbe partire per avviare un percorso culturale e formativo – dunque pre-giuridico – sul dovere della comunicazione giudiziaria.

Imperfezione non come alibi comunemente usato per giustificare i buchi neri della giustizia, e dunque per aggirarne le responsabilità, poiché questa strada porta solo all’immobilismo. D’altro canto, però, chiunque cercasse nella giustizia la perfezione, ora e sempre, sarebbe condannato a una frustrazione foriera di rabbia e di risentimento. E, dunque, a quel cattivismo che si sta impossessando – nell’analisi del Censis – del nostro Paese. È lì che stiamo andando, per mancanza di conoscenza e di consapevolezza della realtà.

Non a caso, il 52mo Rapporto non solo conferma la sfiducia dei cittadini nella giustizia ma, attraverso numeri e percentuali, la fa risalire soprattutto all’incapacità del sistema di garantire pienamente la tutela dei diritti fondamentali dell’individuo: lo pensano 7 italiani su 10 e, a quanto pare, il 30,7% della popolazione adulta (cioè 15,6 milioni di persone) nell’ultimo biennio ha rinunciato a intraprendere un’azione giudiziaria volta a far valere un proprio diritto. I costi, i tempi, la sfiducia nella magistratura e nel funzionamento del sistema, e sullo sfondo il pessimismo sul futuro … .

Ecco, di questo sentimento occorre certamente farsi carico – ad ogni livello – soprattutto là dove segnala l’incapacità di garantire pienamente i diritti fondamentali della persona. Tuttavia, se questo è – e lo è – il “minimo sindacale” che va garantito, bisogna anche guardarsi dalle «proiezioni idealizzanti» sulla giustizia che sono – ha spiegato la psicoanalista Simona Argentieri in un corso alla Scuola della magistratura – «le più pericolose» perché riflettono «enormi aspettative sull’idea di giustizia e di chi la somministra: aspettative infantili di vendetta o di risarcimento totale per ogni torto o danno subito». Queste aspettative, ha aggiunto Argentieri, sono «le più pericolose anche perché lusingano, a loro volta, le fantasie di onnipotenza del giudice, e conducono inesorabilmente alla delusione».

Pertanto, senza quella «elaborazione del lutto di una giustizia perfetta», la comunicazione giudiziaria rischia di veicolare messaggi distorti e persino nocivi. Al contrario, la consapevolezza dell’imperfezione della giustizia non solo è la leva per migliorarla ma è anche il necessario presupposto di una comunicazione giudiziaria responsabile: forse, non l’antidoto alla deriva cattivista del sentimento collettivo ma certamente, come suggerisce Lingiardi, «l’antidoto alla banalizzazione twitter e all’esibizionismo dialettico, in favore di una comunicazione che porti conoscenza e pensiero nel dibattito pubblico, che faciliti la convivenza tra cittadini e istituzioni, promuovendo una mentalità in grado di muoversi tra idee complesse e spiegazioni semplici e non, come sempre più spesso accade, idee confuse e spiegazioni semplificate».

Una grande occasione, insomma, anche per tentare di uscire dal pantano della paura, del rifiuto della complessità, di un linguaggio impoverito, sgangherato e deresponsabilizzante, che può inghiottire lentamente la democrazia.

Fascicolo 4/2018
Editoriale
di Renato Rordorf
Obiettivo 1
Una giustizia (im)prevedibile?
di Andrea Natale
di Paolo Grossi

In questa riflessione, l’Autore ragiona sulla storicità e sulla fattualità del diritto, inseparabilmente intriso degli interessi e dei valori che si agitano nella società. In tale prospettiva, la certezza del diritto – e la sua prevedibilità – possono essere strumentalizzate a fini di conservazione di determinati assetti economici e sociali. L’Autore attraversa varie tappe storiche e individua nell’entrata in vigore della Costituzione repubblicana un passaggio di fase, in cui si riconosce il nesso diritto/società con una impostazione apertamente pluralistica del fenomeno giuridico. Di qui la centralità del ruolo degli interpreti, in approccio continuo coi fatti di vita e di essi percettori

di Enrico Scoditti

La diretta applicazione da parte dei giudici comuni dei principi costituzionali, laddove manchi la disciplina legislativa del caso, solleva interrogativi sul piano della prevedibilità del diritto e del peso degli orientamenti soggettivi di valore, interrogativi riconducibili al più ampio dibattito su democrazia e costituzionalismo. Quando il giudice risolve la controversia mediante il bilanciamento dei principi costituzionali in relazione alle circostanze del caso, o mediante la concretizzazione di clausole generali, si appella al bilanciamento ideale o all’ideale di norma contenuto nella clausola generale. Allo scopo di garantire la sicurezza giuridica, quale elemento fondamentale dello Stato di diritto, deve riconoscersi che, in sede di giurisdizione per principi o per clausole generali, è operante anche nei sistemi di civil law la regola dello stare decisis. Un esempio di diritto del caso concreto, dove trova applicazione la regola della vincolatività del precedente giudiziario, è quello del contratto iniquo e gravemente sbilanciato in danno di una parte.

di Pietro Curzio

Dopo aver posto alcune premesse, l’Autore rileva che è lo stesso ordinamento – nell’attribuire alla Corte di cassazione il compito di assicurare «l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge» – a riconoscere che, di una stessa disposizione possono essere date più interpretazioni; di qui, il rischio di imprevedibilità delle decisioni. L’Autore prende allora in considerazione le «ragioni del cambiamento» e le «ragioni della stabilità», evidenziando come entrambe rispondano ad esigenze di rilievo costituzionale, soffermandosi, infine, sugli strumenti ordinamentali che possono garantire il delicato punto di equilibrio che la giurisdizione deve riuscire ad individuare.

di Donato Castronuovo

L’Autore propone alcune variazioni sul tema della crisi della fattispecie penale, sia sul piano del formante legale sia su quello del formante giurisprudenziale, in relazione, rispettivamente, a clausole generali recate da disposizioni di legge oppure a clausole contenute in regulae iuris di origine giudiziale. Gli effetti prodotti dalle clausole generali sulla accessibilità e prevedibilità delle norme penali sono esaminati, attraverso due esempi, in funzione dell’evoluzione della giurisprudenza sovranazionale e di quella della Corte costituzionale.

di Ombretta Di Giovine

L’Autrice affronta il tema dell’interpretazione penalistica in una prospettiva aperta a saperi esterni, ed evidenzia la difficoltà di distinguere l’interpretazione, analogica, dall’analogia in senso stretto. Avvalendosi del richiamo a pronunce della Corte di cassazione a sezioni unite, cerca di dimostrare come i maggiori rischi di arbitrio si annidino peraltro non tanto nel mancato rispetto del testo (dai confini non previamente definibili), quanto nell’omessa o parziale esplicitazione delle premesse valoriali del ragionamento giuridico. Dichiara infine una cauta apertura verso l’intuizione del giudicante nei soli (seppur sempre più numerosi) casi di “dilemma”, non risolvibili attraverso gli strumenti tradizionali della deliberazione e della razionalità di scopo.

di Carlo Sotis

Queste pagine hanno ad oggetto gli effetti del test di ragionevole prevedibilità della giurisprudenza Cedu sull’art. 7 e si compongono di tre parti. In una prima si riassumono i vari criteri elaborati dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo per effettuare il test. In una seconda si propone una riflessione su luci e su un’ombra proiettate dalla ragionevole prevedibilità convenzionale. In una terza si avanza l’ipotesi che, accanto a quella “classica”, si affaccino due nuove ragionevoli prevedibilità.

di Massimo Donini

Lo studio analizza la tenuta di una possibile sostituzione della fattispecie mediante il case law, escludendo che si tratti di una alternativa possibile, essendo entrambi componenti essenziali del sistema giuridico. Vengono individuate le condizioni del diritto giurisprudenziale legittimo in diritto penale nell’attività di concretizzazione e applicazione della legge ai casi, muovendo da una rinnovata elaborazione del rapporto tra disposizione e norma, fondamentale anche per accertare i procedimenti analogici occulti, per i quali si definisce uno specifico test di verifica nel quadro di una ridefinizione del procedimento analogico in un quadro di teoria generale del diritto, e non solo dei distinti doveri ermeneutici specifici del penalista. La possibilità che il diritto giurisprudenziale legittimo, in parte negli hard cases, approdi all’enucleazione di casi-norma, e non solo a esempi applicativi nuovi o nuove interpretazioni in astratto della legge, produce l’esigenza di una disciplina o considerazione differenziata del parametro della prevedibilità, per l’efficacia retroattiva o solo ex nunc delle nuove evoluzioni o dei mutamenti intervenuti. I distinti momenti di irretroattività oggettiva o di scusabilità soggettiva per le innovazioni imprevedibili sono infine declinati sulla base degli articoli 7 Cedu, 27, co. 1, Cost. e 5 cp. Conclude lo scritto la proposta di sei regole di deontologia ermeneutica penale.

di Maria Giuliana Civinini

L’Autrice affronta la questione del precedente della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sotto il duplice punto di vista della formazione della giurisprudenza della Corte e del vincolo sul giudice nazionale, mettendo in evidenza le particolarità del sistema convenzionale

di Martina Condorelli e Luca Pressacco

Il fenomeno dell’overruling è stato negli ultimi anni oggetto di particolare attenzione da parte della dottrina e della giurisprudenza italiana, anche sulla scorta del ruolo crescente attribuito al “diritto vivente” e degli orientamenti della giurisprudenza europea. Nel presente contributo, gli Autori ripercorrono gli itinerari, specialmente giurisprudenziali, che hanno progressivamente conferito rilievo giuridico al fenomeno dell’overruling. In particolare, vengono analizzati presupposti, limiti ed effetti del revirement giurisprudenziale nei settori amministrativo, civile e penale, per dare conto dei rimedi esperibili al fine di tutelare l’affidamento nell’interpretazione di regole di natura sostanziale o processuale.

di Alberto Giusti

Nell’ambito della riforma attuata dal d.lgs n. 40/2006, il dinamismo nomofilattico esce rafforzato dalla portata del novellato articolo 374, comma 3, cpc. Nel delicato equilibrio tra etica della convinzione ed etica della responsabilità, la riforma attribuisce al rapporto tra sezioni semplici e sezioni unite uno specifico valore complementare, non gerarchico, in grado di prevenire contrasti «inammissibili» attraverso il vincolo di coerenza, per le prime, rispetto al principio di diritto alla base del decisum enunciato dalle seconde – o comunque ricavabile dalla sentenza. Tale sistema è coerente con la possibilità che hanno le sezioni semplici di sollecitare, mediante ordinanza interlocutoria, il mutamento di giurisprudenza, e non pregiudica la loro legittimazione a sollevare dubbi di costituzionalità o di compatibilità con il diritto dell’Ue in merito all’interpretazione resa dalle sezioni unite di detto principio.

Le esperienze dell’ultimo decennio (esplicitate, nell’ultimo paragrafo, da tre esempi significativi, due dei quali hanno portato all’overruling delle sezioni unite) fanno concludere per un bilancio positivo del meccanismo introdotto dalla riforma, quale strumento capace di assicurare una ordinata evoluzione del diritto vivente, nel consapevole equilibrio tra innovazione e coerenza argomentativa e sistematica.

di Giorgio Fidelbo

Il precedente come valore “culturale” e la sua vincolatività (relativa) sono, rispettivamente, la considerazione di fondo e la novità principale della “riforma Orlando” (legge 23 giugno 2017, n. 103). La storica tensione generata dai contrasti giurisprudenziali interni alle sezioni della Suprema corte, moltiplicatrice di decisioni nella sua qualità di giudice di “terza istanza”, sembra attenuarsi con l’introduzione del vincolo del precedente e la rimessione obbligatoria alle sezioni unite (ex articolo 618, comma 1-bis, cpp), laddove il collegio di una sezione semplice non condivida il principio di diritto da quelle enunciato, applicabile al caso oggetto del ricorso. Al di fuori di un ordine gerarchico dei rapporti, tale meccanismo consente all’attività interpretativa delle sezioni semplici di tradursi in un contributo nomofilattico che, nella forma del “dialogo” interno, rafforza in senso unitario l’evoluzione giurisprudenziale, permettendo al sistema – come dimostrano alcune prime esperienze applicative – di rinnovarsi. Il vincolo del precedente e la portata della riforma hanno implicazioni significative in tema di prospective overruling, con un richiamo alle incongruenze che hanno visto le sezioni unite penali e quelle civili divergere in merito all’accezione stessa della legalità – sulla questione, la Consulta (con la sentenza n. 230 del 2012) ha frenato lo slancio delle prime, escludendo un’equiparazione tra la legge e il “diritto vivente”.

di Enzo Vincenti

Il duplice scopo della massimazione (informativo e sistematico) si coniuga, nell’era digitale, con l’obiettivo, perseguito dal legislatore processuale nell’ultimo decennio, di valorizzare il “precedente di legittimità” come criterio e misura della prevedibilità delle decisioni giudiziarie future solo attraverso uno strumento evoluto tecnologicamente che ne consenta la più rapida ed estesa conoscenza, ne organizzi i flussi e, quindi, la renda davvero fruibile. Un tale strumento è rappresentato, anche storicamente, da ItalgiureWeb, la banca dati giuridica nazionale informatizzata del Ced della Corte di cassazione, tramite la quale si è potuta realizzare la più significativa simbiosi tra il contenuto (la giurisprudenza, ma non solo) e il suo veicolo di conoscenza (l’informatica), con funzione servente anche della effettività e trasparenza della giurisdizione.

di Claudio Castelli e Daniela Piana

La giustizia predittiva, di cui già oggi si discute in molti Paesi e che viene presentata come un Giano bifronte, un grande rischio di riduzione ad una gestione automatizzata degli small claims ovvero di una differenziazione delle risposte giudiziarie che ha profili di potenziale discriminazione, è un orizzonte non più soltanto futuribile anche nel nostro Paese. Discuterne, darsi gli strumenti conoscitivi e quindi di governance per potere volgere quella che è una opportunità di cambiamento in una reale condizione di potenziamento della prevedibilità della trasparenza e del coordinamento fra sedi giudiziarie, nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali di autonomia del giudice, è una priorità che questo lavoro mette al centro del dibattito della magistratura italiana e di tutti i protagonisti del mondo della giustizia.

di Claudio Costanzi

La progressiva affermazione della prova scientifica nel processo penale come nuova regina probationum ha innescato una lenta, ma inesorabile sollecitazione delle logiche qualitative del ragionamento probabilistico, così come descritte dalla sentenza Franzese. Gli argomenti allora utilizzati per confutare gli sterili e opposti approcci quantitativi all’accertamento del nesso causale si scontrano con i recenti tentativi di applicare la matematica alla valutazione e combinazione delle prove. Dagli Stati Uniti d’America e dalla Scandinavia è giunta l’eco travolgente di raffinate teorie per l’algoritmizzazione del giudizio attraverso la quantificazione della credenza soggettiva in un’ipotesi alla luce delle risultanze istruttorie. Compito del giurista e del legislatore è analizzare tali approcci comprendendone il funzionamento, approntando i necessari strumenti per resistere al rischio di degenerazioni meccanicistiche del ricorso ai big data, senza rinunciare agli indubbi vantaggi che i mathematical tools offrono al processo. Invero, l’attuale diffusione anche su scala europea di applicazioni sperimentali del teorema di Bayes e dell’E.V.M. sta cambiando silenziosamente il ragionamento probatorio, proponendo sfide inimmaginabili fino al decennio scorso.

di Clementina Barbaro

L’uso dell’intelligenza artificiale come strumento di supporto del lavoro degli operatori del diritto e dei tribunali è ancora un fenomeno embrionale in Europa. Tra le diverse soluzioni proposte, suscitano un interesse crescente quelle riguardanti l’analisi e il trattamento della giurisprudenza per ridurre l’alea del giudizio e garantire una maggiore prevedibilità delle decisioni giudiziarie. È necessario, tuttavia, interrogarsi sull’effettività di queste applicazioni, impropriamente qualificate di “giustizia predittiva”, alla luce delle caratteristiche attuali dell’intelligenza artificiale e, in particolare, del machine learning/apprendimento automatico. Il loro impatto sulla professione del magistrato, sulla produzione della giurisprudenza e sulle garanzie dell’equo processo merita inoltre di essere attentamente esaminato.

La Commissione europea sull’efficacia della giustizia (Cepej) ha condotto uno studio approfondito su questi temi e redige attualmente una «Carta etica europea sull’uso dell’intelligenza artificiale nei sistemi giudiziari», adottata alla sessione plenaria della Cepej del 3-4 dicembre 2018. Primo strumento europeo in materia, la Carta etica enuncia principi sostanziali e metodologici applicabili all’analisi e al trattamento delle decisioni giudiziarie e intende essere un punto di riferimento per l’attività di soggetti privati e pubblici attivi in questo settore, tanto per quanto riguarda lo sviluppo concreto di applicazioni di intelligenza artificiale quanto per l’elaborazione di politiche pubbliche riguardanti l’integrazione di tali applicazioni nel sistema giudiziario.

di Simone Gaboriau

Nel tempo della rivoluzione digitale, l’idea di affidare agli algoritmi una parte consistente del contenzioso in base alla sua “limitata” entità riposa su strategie non sempre trasparenti che eludono la pubblicità e la terzietà connaturate alla funzione giurisdizionale e ai suoi soggetti. Oltre a una risposta alle esigenze di ordine giudiziario e di riduzione dei costi – promossa dal Ministero della giustizia francese – cosa presuppone e quali effetti comporta un’automazione – ancorché parziale – della giustizia?

Ripercorrendo alcune esperienze francesi, le opinioni contrastanti espresse da diverse “voci” ufficiali e collocando il fenomeno in prospettiva storica allargata (compreso un richiamo, in tema di validità dei dispositivi, alle derive applicative generate da una soi-disant “polizia predittiva”), si analizzano le dinamiche strutturali della giustizia digitale guardando ai risultati finora raggiunti e alla natura degli interessi che essa serve. Al netto di considerazioni ideologiche, si ripropone oggi, con inedita urgenza – e indubbia necessità –, la rilevanza dei valori intangibili della giustizia e di una qualità connaturata al magistrato: l’umanità, dalla quale non tanto la tecnologia in sé, quanto le logiche – tutte umane – ad essa sottese sembrano, talvolta e in misura crescente, prendere le distanze.

Obiettivo 2
Il dovere della comunicazione
di Donatella Stasio

Nell’epoca della comunicazione e contro il “cattivismo” diffuso che sembra connotare lo spirito dei tempi, diventa ancora più urgente un’etica della comunicazione. La magistratura deve farsi carico dell’aspettativa sociale di conoscere e di comprendere la complessità della giustizia. Ma il dovere di comunicare presuppone la costruzione di una solida e diffusa cultura della comunicazione. Questa è, dunque, la sfida che attende la magistratura tutta, per recuperare credibilità e soprattutto fiducia, caduta ai minimi storici. La fiducia si nutre infatti della trasmissione del sapere, della promozione della conoscenza, dell’esercizio della trasparenza, di condotte rispettose della dignità dell’interlocutore, dell’ascolto, del rendere conto … . Si tratta di una “riforma” improcrastinabile, che chiede ai giudici (e in generale ai giuristi) anzitutto di uscire davvero dall’autoreferenzialità e poi di mettersi in gioco con umiltà, consapevolezza del proprio ruolo sociale, responsabilità, ed elaborazione del lutto di una giustizia perfetta.

di Vincenza (Ezia) Maccora

Risale al 2008 la spinta del Consiglio superiore della magistratura ad investire sulla comunicazione della giustizia sulla giustizia. In questo ultimo decennio si sono moltiplicate le iniziative in questo settore – Urp, Bilancio sociale, siti internet, attività di sensibilizzazione, attenzione al linguaggio, anche del corpo, con cui il magistrato entra in contatto con le parti – e dalla loro analisi si comprende il tentativo di allineamento delle Istituzioni giudiziarie italiane ai principi espressi a livello europeo. Tanta strada è stata percorsa ed ora spetta ai singoli magistrati il compito di impadronirsi del momento comunicativo, raccogliendo gli stimoli provenienti “dall’alto” e da qualche magistrato antesignano, superando le resistenze culturali che ancora si riscontrano. Questo obiettivo cerca di fare il punto su dove siamo arrivati e sul cammino ancora da percorrere, nella consapevolezza che impegnarsi sul piano della comunicazione/informazione è un dovere di tutti i magistrati e che da questa si alimenta anche la fiducia dei cittadini verso la giustizia.

di Vittorio Lingiardi

Per molti anni la professione dello psicoanalista è stata governata da tre principi fondamentali: neutralità, astinenza e anonimato. Col tempo, la cosiddetta “svolta relazionale” in psicoanalisi ha modificato, senza alterarne lo spirito etico e terapeutico, lo stile della comunicazione tra terapeuta e paziente. Prendendo spunto da questo esempio, ma rifuggendo parallelismi forzati e fuorvianti, propongo alcuni spunti di riflessione sull’importanza di una comunicazione empatica e accessibile, pur nel rigore della specificità, tra giudici e cittadini. Il tempo delle torri d’avorio è finito, e per non rimanere travolte dall’inconsistenza dei tweet, è importante che le professioni e le istituzioni, senza cedere al narcisismo della visibilità e all’esibizionismo dialettico, imparino a parlare alle cittadine e ai cittadini in modo tempestivo, non gergale, non propagandistico. Stile e modi di comunicazione dei giudici influenzano infatti la formazione dell’immagine, individuale e collettiva, psichica e sociale, della giustizia. È bene che, “oltre le sentenze”, ci siano parole che le spiegano e le accompagnano. Per non vivere in un mondo dominato dall’imperativo della comunicazione ma che ha perso la capacità di comunicare.

di Franco Ippolito

Tracciare l’esatta distinzione tra consenso e fiducia, nella società democratica e nello Stato costituzionale di diritto, è esigenza essenziale per la magistratura. Per un pieno recupero della fiducia è necessario rifuggire dalla ricerca del consenso e concorrere alla formazione di una opinione pubblica fondata sulla corretta informazione e comunicazione, sull’esercizio della critica razionale e ragionata, sul rispetto degli altri.

di Elisabetta Cesqui

Una comunicazione trasparente è fondamentale per un corretto esercizio della giurisdizione, dare conto del proprio agire e del servizio reso alla generalità è questione che attiene la sua stessa legittimazione.  L’informazione sull’attività degli uffici deve passare attraverso servizi dedicati, Bilanci sociali e una concezione più moderna delle relazioni dell’Ispettorato del ministero. L’informazione sui procedimenti, specie quelli di rilevante interesse per la generalità, deve trovare un punto di equilibrio tra le esigenze proprie del processo, il diritto di cronaca giudiziaria, la tutela della dignità delle persone e quella della riservatezza. Serve perciò una comunicazione gestita dagli uffici, costante, chiara, senza discriminazioni tra giornalisti. È necessario valorizzare, non mortificare l’intermediazione professionale degli operatori dell’informazione e rivedere il sistema normativo dei divieti e delle sanzioni. Condizione presupposta di una comunicazione corretta è la chiarezza, comprensibilità e appropriatezza dei provvedimenti e degli atti da comunicare. Un tentativo di conciliare le diverse esigenze nella nuova disciplina delle intercettazioni.

di Nello Rossi

Per la magistratura degli anni ‘50 e ‘60 valeva la regola non scritta ma ferrea del silenzio. Una vera e propria arte di tacere, frutto dell’omogeneità con la classe dominante e pegno della irresponsabilità sociale e culturale per le decisioni assunte. La stagione del risveglio sociale e culturale dei magistrati coincide con la loro presa di parola ed avvia un lungo percorso evolutivo, a più riprese contrastato, insidiato e revocato in dubbio. È un itinerario che si snoda attraverso diverse tappe: dalla difesa della libertà di manifestazione del pensiero nei confronti delle iniziative disciplinari all’elaborazione di un’etica del discorso pubblico del magistrato sino all’affermazione di un moderno e compiuto diritto-dovere di spiegare e di spiegarsi che appartiene agli uffici giudiziari ed all’occorrenza a ciascun singolo magistrato. Ma c’è un lavoro di lunga lena da fare per presidiare il confine tra libertà e prepotenze e perché la scelta per la comunicazione non sia solo una rivoluzione dall’alto…

di Patrizia Giunti

La sfida per l’inclusività della comunicazione giuridica non si vince con il solo richiamo alla semplificazione del linguaggio. La posta in gioco è più alta, chiama in causa la relazione del giurista con gli innumerevoli attori sociali della complessità globale e richiede un investimento forte sul piano dei modelli culturali.

di Nicoletta Giorgi

La capacità di comunicare deve diventare una nuova competenza funzionale all’esercizio della giurisdizione. Il recupero del rapporto di fiducia del cittadino per le istituzioni passa per l’esatta comprensione dei provvedimenti giurisdizionali e, quindi, dall’apprendimento della semplificazione linguistica e dalla reciproca alfabetizzazione di giornalisti e magistratura.

Serve un cambiamento organizzativo degli uffici e ancor prima un cambiamento culturale anche tramite l’adozione di una nuova metodologia formativa ispirata all’esperienze fuori confine.

di Giuseppe Pignatone

L’esercizio in concreto di un incarico direttivo in terra di mafia rende particolarmente consapevoli del dovere di comunicare per raggiungere i fini istituzionali dell’amministrazione della giustizia. Occorre “rendere conto” per consentire ai cittadini di esercitare il controllo sociale quale necessario contrappeso all’indipendenza e all’autonomia della magistratura. Ovviamente l’interlocuzione pubblica deve avere quale unico ed esclusivo scopo quello di comunicare la giustizia al cittadino, evitando di inquinare con interessi estranei (del magistrato o di terzi) tale finalità di interesse generale. Senza dimenticare che nel momento in cui viene meno il segreto investigativo, le risultanze delle indagini offrono alla pubblica opinione e al dibattito democratico una massa di conoscenze che possono essere utili o addirittura preziose. Si pensi al contributo che alla crescita sociale e civile del nostro Paese hanno dato le indagini sulle mafie e sulla corruzione. Compresi quei dialoghi o quei filmati che una volta depositati sono diventati patrimonio conoscitivo della società: dalla documentazione dell’omaggio ai boss alla Madonna di Polsi alla riunione dei vertici della ‘ndrangheta lombarda a Paderno Dugnano, dalla richiesta e dal pagamento di tangenti in varie parti d’Italia alle conversazioni tra i capi delle organizzazioni mafiose e gli appartenenti all’“area grigia”. Non vi è dubbio infatti che anche questa è comunicazione della giustizia.

di Giancarlo De Cataldo

L’Autore prende le mosse da una definizione della sentenza come atto finalizzato a rendere manifesto, sia alle parti processuali direttamente coinvolte, che alla collettività, l’iter logico che sorregge la motivazione del giudice. La sentenza viene poi analizzata come documento narrativo, con riferimento agli elementi che vi devono necessariamente comparire in ossequio al dettato normativo e alle possibili tecniche di redazione, in un percorso che dovrebbe tendere all’ottenimento della giusta completezza espositiva nel quadro di una maggiore concretezza e sinteticità. L’autore si chiede infine, in chiave problematica se non apertamente critica, se l’innegabile sforzo dei giudici di comunicare, attraverso la motivazione della sentenza, in modo più chiaro, conciso e comprensibile, possa servire a migliorare, se non l’accettazione, quanto meno la comprensione, da parte della collettività, delle regole del giudizio.

di Francesco Petrelli

Come e perché è necessario comunicare il processo. Occorre ristabilire l’alleanza fra processo e ragione, fra la cultura condivisa del Paese e il processo penale. L’errore dell’avvocatura non è stato quello di non aver saputo difendere il “giusto processo” ma di non averlo saputo “comunicare”. Di aver lasciato che intere classi politiche e dirigenti di questo Paese crescessero e venissero educate alla scuola illiberale di chi vede nel processo penale solo un ostacolo alla affermazione della legalità e non uno strumento di riaffermazione dello statuto democratico di un Paese. Una società spaventata, resa insicura ed incerta dalla crisi e dalla globalizzazione, ha cessato così del tutto di vedere nel diritto uno strumento di realizzazione della persona. Ciò che viene chiesto dal cittadino non sono più diritti ma sono in realtà tutele e protezioni, non nuovi spazi di libertà, ma più benefici e più assistenza, non diritti civili e garanzie della persona per poter sviluppare e veder maturare le proprie aspettative individuali, politiche e sociali. Ed in questo contesto è sempre più necessaria un’avvocatura capace di parlare la difficile lingua dei diritti dimenticati.

di Mariarosaria Guglielmi

I principali network delle magistrature europee hanno elaborato articolati documenti di indirizzo in tema di comunicazione giudiziaria, che rappresentano un insostituibile quadro di riferimento per una componente sempre più rilevante del rapporto tra magistratura e società, con implicazioni importanti nel contesto della crisi dello Stato di diritto. L’analisi dell’esperienza di altri Stati membri dell’Unione europea, e in particolare della Romania, aggiunge ulteriori elementi che depongono nel senso della necessità di un approfondito dibattito anche in Italia sul tema, svolto a partire da quanto elaborato nelle sedi transnazionali.

di Daniela Lecca

L’importanza del rapporto tra cittadini e istituzioni passa per la trasparenza della comunicazione pubblica, nel difficile bilanciamento tra natura dell’informazione, libertà di accesso ai dati, diritto di cronaca e tutela di alcuni fondamentali diritti della persona. Il caso speciale della Romania alla luce della nuova disciplina del rapporto triangolare tra magistratura, società e mezzi di comunicazione di massa.

di Raffaella Calandra

Un nuovo tipo di comunicazione, per far comprendere meccanismi e provvedimenti. I giovani magistrati aprono all’introduzione nei Palazzi di giustizia di profili professionali specifici, come un ufficio stampa, o all’incremento di formazione per i rapporti con i media. Dietro polemiche recenti, spesso ci sono informazioni inesatte, diffuse sui social. Ricerche demoscopiche collegano il crollo di fiducia nella magistratura anche alla comunicazione. La sfida di trovare un equilibrio tra le indicazioni degli organi sovranazionali e i richiami del Colle.

di Armando Spataro

Le modalità di pubblica comunicazione dei magistrati hanno dato luogo a frequenti critiche secondo cui essi parlerebbero per rafforzare il peso dell’accusa o la propria immagine. Si tratta di accuse quasi sempre infondate, ma che traggono spunto da innegabili criticità: basti pensare alla prassi delle conferenze stampa teatrali e dei comunicati stampa per proclami, o all’autocelebrazione della proprie inchieste con connesse accuse a chi si permette di esprime dubbi e critiche. Bisogna spiegare ai magistrati “come non si comunica”, convincendoli ad evitare i tentativi di “espansione” a mezzo stampa del proprio ruolo fino ad includervi quelli degli storici e dei moralizzatori della società. Il dovere di informare è naturalmente irrinunciabile, purché esercitato nei limiti della legge, del rispetto della privacy e delle regole deontologiche, ma è anche necessario che i magistrati si guardino bene dal contribuire a rafforzare un’ormai evidente degenerazione informativa, che spesso determina febbre “giustizialista”, alimentata da mostruosi talk-show ed attacchi alla politica ingiustificatamente generalizzati. I magistrati non sono ovviamente gli unici responsabili di questa pericolosa deriva cui contribuiscono anche strumentalizzazioni ad opera di appartenenti alle categorie degli avvocati, dei politici e degli stessi giornalisti che spesso producono informazioni sulla giustizia prive di approfondimento e di verifiche, e che sono caratterizzate dalla ricerca di titoli e di forzature delle notizie al solo scopo di impressionare il lettore. È necessaria, dunque, per venir fuori da questo preoccupante labirinto, una riflessione comune su informazione e giustizia tra magistrati, avvocati e giornalisti.

di Beniamino Deidda

L’Autore, dopo avere rievocato un periodo caratterizzato dall’assenza di comunicazioni all’esterno da parte dei magistrati, ricorda un processo celebrato presso la Pretura di Firenze nel 1971, nel quale il pretore spiegò brevemente le ragioni del dispositivo della sentenza. Le reazioni ribadirono la chiusura dei magistrati ad ogni forma di comunicazione che è durata fino alla pubblicazione del codice del 1988. Quel che è accaduto con il nuovo rito non soddisfa ancora alla necessità di “rendere conto” ai cittadini da parte dei magistrati, che è un’esigenza che trova la sua giustificazione nella Costituzione. Un tentativo di disciplinare nuove forme di comunicazione si trova nelle linee-guida recentemente approvate dal Csm. Ma è necessaria una nuova formazione per i magistrati.

Le «linee guida 2018 del Consiglio superiore della magistratura»
Due voci:
di Luigi Ferrarella

È quasi una rivoluzione il cambio di mentalità della magistratura nell’approccio alla comunicazione come una parte – e un dovere – del proprio lavoro, e particolarmente azzeccata (tra le proposte concrete) appare l’idea di una «informazione provvisoria» che subito renda più comprensibili i dispositivi delle sentenze. Ma il rifiuto della «rilevanza penale» quale unico parametro per la liceità di una cronaca giornalistica di fatti giudiziari, e l’identificazione nel giornalista dell’unico soggetto legittimato a operare a priori la valutazione di cosa si debba intendere per notizia di «interesse pubblico», restano per un giornalista i punti non negoziabili che rischiano di entrare in tensione con il metodo “ufficio stampa”, suggerito agli uffici giudiziari dalle «linee guida Csm» nel momento in cui esse perdono l’occasione per aprire invece a un accesso diretto e trasparente del giornalista a tutti gli atti non più segreti posti man mano in discovery alle parti.

di Edmondo Bruti Liberati

Il Csm interveniva in occasione di polemiche suscitate da interventi pubblici di magistrati per richiamare il dovere di misura e riserbo. Di recente ha affrontato “in positivo” il tema della comunicazione sulla giustizia. Le “Linee-guida” del 2018, segnano il punto di assestamento di questo percorso: la questione non è “se comunicare”, ma “come comunicare”. La tematica della comunicazione deve far parte della formazione fornita dalla Scuola superiore della magistratura con corsi pratici diretti non solo ai dirigenti. Oggi ciascun singolo magistrato, attraverso i social media, entra direttamente (spesso senza la necessaria consapevolezza) nella arena pubblica. Pur con limiti ed omissioni, le «Linee-guida 2018» del Csm costituiscono un significativo punto di arrivo. Vi è da augurarsi che il Csm attualmente in carica raccolga il testimone dal predecessore e fra quattro anni, ritorni sul tema, con un approccio diverso, orientato alla ricognizione delle prassi nel frattempo instauratesi. Dunque in conclusione: un punto di arrivo e insieme un punto di partenza.

Epilogo
di Elvio Fassone

Lo scritto affronta il tema da un'angolatura diversa da quella convenzionale, secondo la quale la “comunicazione” è il portare alla conoscenza di terzi notizie o informazioni che per loro natura debbono restare più o meno riservate: l'A. prende invece in esame quella comunicazione che consiste nel modo tacito di porsi e di proporsi del magistrato nei confronti del cittadino suo interlocutore, attraverso il comportamento, gli atteggiamenti, lo stile, il linguaggio e tutto ciò che, anche non intenzionalmente, contribuisce a costituire la relazione.

In questo modo comportamentale di comunicare non viene manifestata un'informazione o una notizia, ma il modo intimo e per lo più inconsapevole di interpretare il rapporto tra il magistrato ed il cittadino: a quest'ultimo non interessa sapere se il magistrato ha determinate qualità caratteriali, ma attraverso quellaforma di comunicazione il cittadino individua il livello di rispetto che il magistrato esprime verso la dignità del suo interlocutore. Più ancora, quel modo di porsi del magistrato, moltiplicato per la pluralità delle relazioni quotidiane, determina la sua immagine diffusa nel sentire comune, e quindi il consenso più o meno ampio del quale la magistratura gode nell'opinione pubblica, prezioso sostegno nelle frequenti tensioni con il potere politico.

Attraverso una sintetica rassegna di condotte, abitudini e linguaggi l'A. finisce con l'individuare un'interpretazione del ruolo (non universale, ma largamente diffusa) connotata da rigidità, formalismo, ostentato distacco e indifferenza agli aspetti umani della relazione, quasi che l'essere il magistrato definito come organo super partes lo connotasse come “al di sopra” anche psicologicamente e socialmente. Auspica, quindi, che si diffonda una maggior sensibilità verso questo aspetto della funzione, a tutto vantaggio del consenso del quale la giurisdizione ha necessità.

ARCHIVIO
Fascicolo 3/2018
Giustizia e disabilità

La riforma spezzata.
Come cambia
l’ordinamento penitenziario
Fascicolo 2/2018
L'ospite straniero.
La protezione internazionale
nel sistema multilivello di tutela
dei diritti fondamentali
Fascicolo 1/2018
Il pubblico ministero nella giurisdizione
La responsabilità civile fra il giudice e la legge
Fascicolo 4/2017
L’orgoglio dell’autogoverno
una sfida possibile per i 60 anni del Csm
Fascicolo 3/2017
A cosa serve la Corte di cassazione?
Le banche, poteri forti e diritti deboli
Fascicolo 2/2017
Le nuove disuguaglianze
Beni comuni

Dedicato a Stefano Rodotà
Fascicolo 1/2017
Il diritto di Crono
Il multiculturalismo e le Corti
Fascicolo 4/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Il giudice e la legge
Fascicolo 3/2016
La giustizia tributaria
La riforma della magistratura onoraria
Fascicolo 2/2016
VERSO IL REFERENDUM COSTITUZIONALE
Forme di governo,
modelli di democrazia
IL CORPO
Anatomia dei diritti
Fascicolo 1/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Formazione giudiziaria:
bilancio e prospettive
Fascicolo 4/2015
Il valore del dissenso
Il punto sul processo civile
Associazionismo giudiziario
Fascicolo 3/2015
Il diritto del lavoro alla prova del Jobs Act
Unitarietà della giurisdizione
Riforma della responsabilità civile
Fascicolo 2/2015
NUMERO MONOGRAFICO
Al centesimo catenaccio
40 anni di ordinamento penitenziario
Fascicolo 1/2015
Dialoghi sui diritti umani
I diritti fondamentali tra obblighi internazionali e Costituzione
La risoluzione amichevole dei conflitti
Schede di ordinamento giudiziario aggiornate al gennaio 2015
Il volume costituisce un'utile panoramica dei metodi di contrasto alla criminalità mafiosa e degli strumenti di prevenzione
Numero speciale di Questione Giustizia in formato digitale con atti, relazioni e dati sul sistema delle misure cautelari personali