Rivista trimestrale
Fascicolo 4/2018
Obiettivo 2. Il dovere della comunicazione

Recuperare la fiducia e non rincorrere il consenso

di Franco Ippolito

Tracciare l’esatta distinzione tra consenso e fiducia, nella società democratica e nello Stato costituzionale di diritto, è esigenza essenziale per la magistratura. Per un pieno recupero della fiducia è necessario rifuggire dalla ricerca del consenso e concorrere alla formazione di una opinione pubblica fondata sulla corretta informazione e comunicazione, sull’esercizio della critica razionale e ragionata, sul rispetto degli altri.

1. Qualche giorno fa[1], Gerardo Villanacci, in un articolo sul Corriere della Sera, opportunamente avvertiva che «il concetto di fiducia è diverso da quello di consenso […] per quanto frequentemente utilizzati l’uno quale sinonimo dell’altro». Al di là di ogni analisi psicologica, filosofica o sociologica[2], è sufficiente considerare che mentre tutti i sondaggi rilevano che il Governo in carica e i partiti che lo costituiscono godono del consenso del 60% degli elettori, il recentissimo XXI Rapporto su Gli Italiani e lo Stato, curato da Demos[3],  misura nel 5% la fiducia nei partiti politici.

Tracciare l’esatta distinzione tra consenso e fiducia non è un vezzo linguistico o una pedanteria concettuale, ma è una fondamentale esigenza politico-culturale, che non dovrebbe essere trascurata da chi è consapevole del carattere effimero del consenso, in gran parte determinato da fattori emotivi irrazionali (simpatia/antipatia, fascino del nuovo, risentimenti e rancori, paure dell’ignoto …) del tutto momentanei, cangianti e potenzialmente evanescenti.

Ciò è tanto più necessario oggi, con l’informazione superficialmente e acriticamente basata sulla televisione d’intrattenimento, sui social-media e su internet, con la prevalente tendenza degli utenti a condividere le notizie che confermano le proprie convinzioni; e tanto più in Italia, Paese in cui – come risulta da uno studio di agosto 2018 della sezione inglese dell’istituto di ricerca Ipsos  – è allarmante la distanza  tra percezione e realtà effettiva quali la criminalità e l’immigrazione[4], e bassissima la percentuale di laureati nella fascia di popolazione attiva.

Interessante e significativo è il commento di Nando Pagnoncelli, presidente di Ipsos Italia: «non è un caso che a guidare la classifica della distorsione percettiva siano Italia e Stati Uniti. Due Paesi in cui è in atto il cambiamento più profondo nel rapporto tra elettori ed eletti, con questi ultimi ad inseguire l’opinione pubblica e a cavalcarne le paure»[5].

 

2. Nella cultura progressista, l’espressione “opinione pubblica” è stata utilizzata, fin dalle sue origini, in senso assiologicamente positivo. Con essa, dalla filosofia di Kant a quella di Habermas, si fa riferimento all’insieme degli attori che partecipano al dibattito e al discorso pubblico, quale elemento essenziale per una democrazia fondata sulla pari dignità delle persone, sulla libera manifestazione del pensiero, sulla più ampia di libertà di critica, che può investire ogni ambito – e in particolare quello attinente all’esercizio del potere, pubblico o privato, politico o istituzionale – senza mettere tuttavia in dubbio la pari legittimità degli interlocutori ad esprimere il proprio punto di vista su ogni tema socialmente, politicamente o istituzionalmente rilevante.

La fecondità del discorso pubblico e la piena legittimazione di ciascuno a concorrere alla sua formazione derivano dalla condizione e dalla qualità di attore consapevole dei molteplici problemi della polis e dalla capacità di affrontarli a partire da elementi di fatto verificati o verificabili, di esaminarli con metodo razionale e logica argomentativa, mantenendo la (almeno tendenziale) adeguatezza degli strumenti utilizzati rispetto ai fini proposti o desiderati.

Ovviamente ci sono ambiti in cui non basta la consapevolezza del cittadino attivo e critico, ma occorre anche una specifica competenza tecnica o scientifica, non inquinata da influenze politiche o da interessi economici. Per fare un esempio, esaminare gli effetti del riscaldamento del globo terrestre e dei fattori anche umani che determinano lo scioglimento dei ghiacciai e la desertificazione dell’Africa non è la stessa cosa che discutere sull’opportunità o meno di svolgere in lingua inglese le attività accademiche nelle università italiane.

Oggi, invece, accade sempre più frequentemente che nella rete informatica e nei programmi televisivi circolino affermazioni non verificate e non verificabili, prive di qualsiasi fondamento (come, ad es., l’irrilevanza dell’uso del carbone sull’innalzamento della temperatura) o addirittura demenziali (come quelle di coloro che sostengono che la terra è piatta). Ciò che risulta più preoccupante è che esse vengano apprezzate da numerosissimi utenti che esprimono la loro passiva condivisione di assenso e consenso, mescolando indistintamente fatti, opinioni e fake news.

Allarme maggiore per la vita democratica e sociale si ha quando quelle affermazioni hanno origine o comunque provengono da soggetti che detengono notorietà o potere (dal presidente degli Stati Uniti al ministro dell’Interno del Governo italiano), che utilizzano, a fini politici, timori, paure, risentimenti e rancori diffusi. Accade inevitabilmente che centinaia di migliaia di acritici followers ne amplifichino la diffusione con rilancio di opinioni o notizie suggestive, così determinando un generale clima “politico-culturale” in cui sembra destinato all’insuccesso ogni sforzo di riportare la discussione alla verifica dei fatti (dalla percentuale di migranti residenti in Italia, al numero degli omicidi commessi annualmente, ai procedimenti penali per eccesso di legittima difesa). Si tratta di un clima determinato dagli umori e dalle emozioni circolanti nella società, che in questi anni si addensano nella cosiddetta “antipolitica” (certamente anche frutto delle delusioni di promesse e aspettative create da partiti precedentemente al potere) sapientemente cavalcata da politici vecchi e nuovi, capaci di utilizzare e alimentare gli umori di massa a fini di conquista o di rafforzamento del potere.

La storia tragica del ‘900 è ricca di insegnamenti sui pericoli che corrono la democrazia e lo Stato di diritto per l’attività spregiudicata di classi dirigenti che, a fine di consenso politico, inseguono, guidano e alimentano una maggioranza di persone orientate da suggestioni ed emozioni, intimando il silenzio a chiunque (magistrato, giornalista, economista, sociologo ...) critica o dissente dalle opinioni dominanti perché confortate dal consenso elettorale.

Va perciò condivisa la sollecitazione a non confondere l’opinione pubblica di derivazione illuministica da questo indistinto aggregato[6], prodotto dall’insieme di acritici e passivi utenti di televisione e di rete, pronti ad accettare per vera un’opinione per il solo fatto che viene ripetuta e diffusa. Proprio il carattere passivo e irriflesso della acritica ricezione di questa massa di notizie ne rivela il carattere di deteriore “senso comune volgare”, a cui Gramsci ha dedicato tanti passaggi nei Quaderni del carcere, evidenziandone il contrasto persino con il buon senso[7] e la necessità di un forte impegno culturale per disgregarlo e superarlo.

 

3. Come contrastare il senso comune esistente attorno al complesso di questioni relative all’attività giudiziaria (separazione dei poteri e delle funzioni, ruolo della giurisdizione, promozione e tutela dei diritti, controllo di liceità dell’esercizio di ogni potere, efficienza del servizio, professionalità dei magistrati e degli avvocati, diritto di critica all’azione e ai provvedimenti giudiziari ...) che non sono riducibili a slogan e battute polemiche o propagandistiche, è problema certamente complicato e difficile, reso più acuto dalla tendenza di parte del sistema politico a negare a chi esercita funzioni non elettive la legittimazione alla comunicazione e al confronto pubblico e, persino, all’esercizio delle doverose funzioni istituzionali di controllo sull’esercizio del potere amministrativo (dal rifiuto di far sbarcare sulle coste italiane migranti e profughi salvati in mare allo smantellamento dei centri di accoglienza dei migranti).

Nei momenti difficili – e questo lo è davvero non soltanto per la giurisdizione, ma per la democrazia costituzionale del Paese – è più che mai necessaria un’assunzione di responsabilità da parte di chi ha un ruolo istituzionale e, più in generale, di tutti coloro che esercitano funzioni fuori dal circuito della maggioranza politica e che fondano il senso del proprio agire sull’etica e le regole della professione, della scienza e delle istituzioni di garanzia, che non trovano nel consenso la propria fonte di legittimazione.

Per quanto riguarda i magistrati ciò richiede una accresciuta consapevolezza politica, ossia la doverosa capacità di cogliere compiutamente la dimensione istituzionale della propria funzione e di quella dell’intera giurisdizione, al fine di svolgere i compiti che nella attuale situazione sono ancor più rilevanti per la tenuta dello Stato costituzionale di diritto e per la salvaguardia della vita e della dignità di ogni persona: a) la tutela effettiva dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione, dalla Carta dell’Unione europea e dal diritto internazionale, utilizzando tutti gli strumenti consentiti dall’ordinamento per infrenare gli spiriti selvaggi, xenofobi e razzisti espressi dalle pulsioni sovraniste e nazionalistiche; b) l’efficace controllo sulla liceità e legalità dell’esercizio dei poteri pubblici e privati, resistendo ai tentativi di intimidazioni autoritarie e senza cedimenti al senso comune.

In questa direzione vanno condivise le ripetute dichiarazioni del Presidente della Repubblica Mattarella che, mentre riafferma come necessarie e doverose «la credibilità e la trasparenza» dell’azione della magistratura, «che possono essere rafforzate anche da un’adeguata comunicazione istituzionale», non perde occasione per ricordare che «l’attenzione e la sensibilità agli effetti della comunicazione non significa […] orientare le decisioni giudiziarie secondo le pressioni mediatiche né, tanto meno, pensare di dover difendere pubblicamente le decisioni assunte. La magistratura, infatti, non deve rispondere alle opinioni correnti perché è soggetta soltanto alla legge»[8].

Il consenso popolare – come sottolinea Luigi Ferrajoli – mentre è la fonte di legittimazione democratica delle funzioni politiche di Governo, sebbene «nei limiti e con i vincoli stabiliti dalle Costituzioni», non lo è affatto della giurisdizione e dei giudici, che trovano, invece, specifici fondamenti nel carattere «tendenzialmente cognitivo» della giurisdizione e nel suo ruolo di garanzia[9]. «Proprio perché risiede nella garanzia dell’imparziale accertamento del vero, la legittimità del giudizio non può dipendere dal consenso della maggioranza», che non può e non deve incidere sui diritti e sulle libertà della persona coinvolta in giudizio. È bene tenere a mente ciò che scrisse Tocqueville: «quando sento la mano del potere che mi preme sul collo, poco m'importa di sapere chi è che mi opprime; e non sono maggiormente disposto a chinare la testa sotto il giogo per il solo fatto che questo mi viene porto da milioni di braccia»[10].

Tale avvertenza deve indurre a contrastare sia gli attacchi sommari e delegittimanti verso la giurisdizione, sia le manifestazioni di sostegno di piazza dell’attività giudiziaria. La dirigenza dell’Associazione nazionale magistrati, ai tempi di Mani Pulite, sostenuta dalla stragrande maggioranza dei mass-media e delle associazioni di cittadini, non nascose i rischi e i pericoli insiti in tali manifestazioni.

«Gli applausi e le manifestazioni popolari attorno al palazzo di giustizia milanese  – si disse nella relazione conclusiva dei lavori del congresso di Milano-Como – sono espressione di una legittima pretesa dei cittadini che la legge valga davvero per tutti. Ma sono la spia di un pericolo. Innanzitutto di un eccesso di aspettative nell’intervento giudiziario, destinate a rimanere in parte inevitabilmente deluse. In secondo luogo, sono l’espressione di una spinta ansiosa al raggiungimento di “risultati”, con rischio di torsione dello strumento giudiziario, giacché la giurisdizione non deve essere una istituzione di scopo»[11].

Nessuna compiacenza, dunque, per manifestazioni popolari o mediatiche di assenso, tanto più che la tensione verso il pieno recupero di fiducia nella giurisdizione non coincide con la ricerca del consenso verso singoli atti del pubblico ministero o singole decisioni del giudice e, tanto meno, con l’allineamento al senso comune. Il metro di valutazione di una decisione giurisdizionale, infatti, non è il plauso dei mezzi di informazione o il consenso dei più, ma il fondamento giuridico su cui essa riposa e la solidità e persuasività della sua motivazione.

Dovere del giudice indipendente, come ha efficacemente sintetizzato Ferrajoli, è quello «di assolvere sulla base degli atti, quando tutti invocano la condanna, e di condannare quando tutti reclamano l'assoluzione, preoccupandosi non già del consenso della pubblica opinione ma solo della fiducia delle parti nella sua imparzialità e nella sua onestà intellettuale».

Se il consenso non ha alcun rilievo per la legittimazione sociale della giurisdizione, nessuna giustificazione può trovare la ricerca del consenso, che anzi sovente produce fondate critiche e polemiche che concorrono alla delegittimazione della funzione giudiziaria.

Gravemente inopportuna, e talora anche disciplinarmente rilevante, è la ricerca di consenso da parte di taluni magistrati, a mezzo di “conferenze monologanti” o “comunicati stampa”, orientati in senso accusatorio (come è recentemente accaduto) o anche  interventi pubblici sui social-media, sulla stampa o in televisione, a sostegno all’attività giudiziaria intrapresa o della decisioni assunte, tanto più che tali condotte violano l’elementare regola deontologica secondo cui tutti possono parlare dei procedimenti giudiziari e delle sentenze, ad eccezione dei magistrati che se ne occupano o che li hanno svolti. «Senza mediazione, la comunicazione è soprattutto propaganda», ha recentemente affermato un esperto in mezzi di comunicazione di massa[12] e i magistrati devono rifuggire dalla propaganda, sia pure esercitata con le intenzioni di sostenere l’attività giudiziaria.

Certamente non si può ignorare né sottovalutare che la sintonia con le emozioni e le “opinioni correnti” può essere anche strumentalmente attuata e utilizzata, da parte di talune forze politiche, per la messa in atto di una sofisticata strategia di discredito della magistratura e di limitazione delle funzioni della giurisdizione, con ulteriori possibili effetti di delegittimazione che si producono nel senso comune.

Tuttavia non è di alcuna utilità reagire, come troppo spesso è avvenuto, con chiusure di difesa corporativa della magistratura o peggio ancora, come pure è accaduto da parte di autorevoli esponenti del mondo giudiziario corteggiati dalle televisioni, con generici e indifferenziati attacchi, cedendo alla tentazione di delegittimare il mondo politico in riconvenzionale, finendo così per concorrere ad alimentare o rafforzare rancorosi sentimenti che nutrono la cosiddetta “antipolitica”, che quasi sempre annuncia e prepara esiti autoritari.

Occorre invece – da parte dei singoli magistrati – esercitare con maggiore rigore, impegno e trasparenza le proprie funzioni; da parte dell’associazionismo giudiziario e delle istituzioni dell’autogoverno, agire a difesa dell’indipendente esercizio della funzione svolto correttamente dagli uffici giudiziari e dai singoli magistrati, rendendone edotta la pubblica opinione, tanto più quando la giurisdizione è sottoposta a pressioni e reazioni emotive. Mentre va ribadita la fecondità democratica del principio della critica argomentata e consapevole ai provvedimenti e all’attività giudiziaria, è infatti necessario rifuggire da ogni acquiescenza a stati d’animo collettivi, spontanei o alimentati.

 

4. Se è doveroso respingere le sirene del consenso, sia di popolo sia di potere, essenziale per la giurisdizione e per la magistratura è, invece, operare per accrescere la fiducia dei cittadini[13], e in particolare quella delle parti coinvolte nel procedimento giudiziario, «fiducia nell'imparzialità di giudizio dei giudici, fiducia nella loro onestà e nel loro rigore intellettuale e morale, fiducia nella loro competenza tecnica e nella loro capacità di giudizio»[14].

La cultura psicologica ci avverte che per dare fiducia agli altri, istituzioni comprese, occorre avere fiducia in sé stessi e che le espressioni diffuse di rancore, rabbia, xenofobia e razzismo sono chiari sintomi di una collettività impaurita e senza fiducia nelle proprie capacità e possibilità di disegnare un futuro diverso da quello proposto da chi alza muri, chiude porti o invoca blocchi navali per “respingere le invasioni degli stranieri”. Ma sappiamo anche che la fiducia cresce se aumenta la credibilità dell’istituzione giudiziaria nella realizzazione dei compiti previsti dalla Costituzione e dall’ordinamento giuridico. È esattamente quello che devono fare i magistrati, unitamente all’associazionismo giudiziario e agli organi di autogoverno: puntare al pieno recupero della fiducia da parte della collettività e delle persone che si rivolgono ai giudici.

Tale recupero implica e richiede l’accresciuta consapevolezza del ruolo di garanzia costituzionale della giurisdizione e la correlata accettazione delle responsabilità che esso comporta, la qualificazione e la competenza tecnica e professionale dei singoli, il perseguimento effettivo della ragionevole durata dei processi, la convinta ricerca d’intesa con l’avvocatura e le associazioni forensi sul rilancio di un servizio giudiziario efficiente e affidabile, ma anche un costume di serietà, sobrietà e razionalità nella partecipazione al dibattito pubblico, tale da far crescere la credibilità dei singoli e dell’intera istituzione.

Importante, in questa prospettiva, è una strategia di comunicazione efficace a tutti i livelli: dalla chiarezza delle motivazioni con presa in carico delle posizioni di tutte le parti, alle informazioni comprensibili sulle più rilevanti decisioni in attesa delle motivazioni, alle deliberazioni degli organi di autogoverno.

In questo quadro, anche gli atti di informazione e di comunicazione e gli interventi nel discorso pubblico degli organismi associativi e dei singoli magistrati possono efficacemente contribuire al recupero di credibilità e di fiducia se, nell’esprimere le proprie ragioni e nel darsi carico delle ragioni degli altri e dell’interesse generale, recano quel contributo di razionalità e di equilibrio che la collettività si aspetta da chi è investito di delicate funzioni istituzionali. 

È in tal modo che si rilancia l’efficacia e l’incidenza dell’opinione pubblica «fondata sull’argomentazione razionale, la libera circolazione delle conoscenze, la democrazia e il rispetto dell’altro»[15], alla cui formazione i magistrati, le loro associazioni, gli uffici giudiziari, il complesso degli apparati istituzionali di giustizia hanno il dovere di partecipare per contribuite alla corretta informazione, alla compiuta conoscenza, alla razionalità del dibattito pubblico, al rispetto di tutti gli interlocutori. Rispetto che implica fiducia nella fecondità del dialogo e del confronto, ma anche fiducia nella capacità di tutti gli attori democratici di farsi convincere o di convincere ovvero, il più delle volte, di accogliere una mediazione alta, che aiuti ciascuno e tutti a superare contrapposizioni paralizzanti per fare insieme un passo avanti. È l’impegno che può e deve proporsi la magistratura per contribuire alla tenuta democratica del Paese e al recupero di cultura e civiltà di cui la società necessita.

[1] G. Villanacci, Fiducia e consenso non sono sinonimi in Corriere della Sera, 3 gennaio 2019.

[2] Per la copiosa dottrina in argomento, ci limitiamo a rinviare al fascicolo n. 42/2009 della rivista Parolechiave, dedicato alla Fiducia, ove si trovano i riferimenti bibliografici essenziali, www.fondazionebasso.it/2015/pubblicazioni/parolechiave/422009-fiducia/.

[3] La Repubblica, 24 dicembre 2018.

[4] Sui temi dell’immigrazione, anche secondo una recente analisi dell’Istituto Cattaneo, l’Italia è il Paese dell’Unione europea con la percezione più distorta: il 73%  degli italiani – a fronte di un 7% di immigrati presenti nel paese – ritiene che si tratti del 25 per cento della popolazione complessiva, con uno scarto tra opinioni e fatti di ben il 18%!

[5] In www.tpi.it/2018/09/24/sondaggi-percezione-italia.

[6] Cfr. R. Parascandolo, Internet: opinione di massa ed economia del gratis, relazione al convegno “Quarto potere” del 23 gennaio 2019, organizzato dalla Fondazione Basso e da Filosofia in movimento, in www.fondazionebasso.it.

[7] Contrasto già evidenziato da Alessandro Manzoni (I Promessi Sposi, cap. XXXII) a proposito della difficoltà di contrastare le credenze popolari sugli untori: «il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune».

[8] Intervento del Presidente della Repubblica alla cerimonia di commiato dei componenti il Consiglio Superiore della magistratura uscente e di presentazione dei nuovi, 25-9-2018.

[9] Sulle differenti fonti di legittimazione della giurisdizione e della legislazione è indispensabile rinviare, con invito alla lettura, al saggio di L. Ferrajoli. Giurisdizione e consenso, in questa Rivista, edizione cartacea, Franco Angeli, Milano, n. 4/2009. Da questo saggio sono le citazioni virgolettate che seguono.

[10] A. de Tocqueville, in La democrazia in America, (1840), libro 2, parte 1, capitolo 2.

[11]In La Magistratura, Bollettino, Speciale Congresso/assemblea, n. 2 aprile-giugno 1993, pp. 18-20, nonché in E. Bruti Liberati, Magistratura e società nell’Italia Repubblicana, Laterza, 2018, pp. 266-7.

[12] C. Giua, Senza mediazione la comunicazione è soprattutto propaganda, relazione al convegno “Quarto potere” del 23 gennaio 2019, organizzato dalla Fondazione Basso e da Filosofia in movimento, in www.fondazionebasso.it.

[13] Risulta dal citato Rapporto su “Gli Italiani e lo Stato”, curato da Demos per La Repubblica, che la fiducia degli intervistati verso la magistratura si attesta sul 42% (+5 rispetto al 2008 e al 2017).

[14]L. Ferrajoli, Giurisdizione e… cit.

[15] R. Parascandolo, Internet: opinione..., cit.

Fascicolo 4/2018
Editoriale
di Renato Rordorf
Obiettivo 1
Una giustizia (im)prevedibile?
di Andrea Natale
di Paolo Grossi

In questa riflessione, l’Autore ragiona sulla storicità e sulla fattualità del diritto, inseparabilmente intriso degli interessi e dei valori che si agitano nella società. In tale prospettiva, la certezza del diritto – e la sua prevedibilità – possono essere strumentalizzate a fini di conservazione di determinati assetti economici e sociali. L’Autore attraversa varie tappe storiche e individua nell’entrata in vigore della Costituzione repubblicana un passaggio di fase, in cui si riconosce il nesso diritto/società con una impostazione apertamente pluralistica del fenomeno giuridico. Di qui la centralità del ruolo degli interpreti, in approccio continuo coi fatti di vita e di essi percettori

di Enrico Scoditti

La diretta applicazione da parte dei giudici comuni dei principi costituzionali, laddove manchi la disciplina legislativa del caso, solleva interrogativi sul piano della prevedibilità del diritto e del peso degli orientamenti soggettivi di valore, interrogativi riconducibili al più ampio dibattito su democrazia e costituzionalismo. Quando il giudice risolve la controversia mediante il bilanciamento dei principi costituzionali in relazione alle circostanze del caso, o mediante la concretizzazione di clausole generali, si appella al bilanciamento ideale o all’ideale di norma contenuto nella clausola generale. Allo scopo di garantire la sicurezza giuridica, quale elemento fondamentale dello Stato di diritto, deve riconoscersi che, in sede di giurisdizione per principi o per clausole generali, è operante anche nei sistemi di civil law la regola dello stare decisis. Un esempio di diritto del caso concreto, dove trova applicazione la regola della vincolatività del precedente giudiziario, è quello del contratto iniquo e gravemente sbilanciato in danno di una parte.

di Pietro Curzio

Dopo aver posto alcune premesse, l’Autore rileva che è lo stesso ordinamento – nell’attribuire alla Corte di cassazione il compito di assicurare «l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge» – a riconoscere che, di una stessa disposizione possono essere date più interpretazioni; di qui, il rischio di imprevedibilità delle decisioni. L’Autore prende allora in considerazione le «ragioni del cambiamento» e le «ragioni della stabilità», evidenziando come entrambe rispondano ad esigenze di rilievo costituzionale, soffermandosi, infine, sugli strumenti ordinamentali che possono garantire il delicato punto di equilibrio che la giurisdizione deve riuscire ad individuare.

di Donato Castronuovo

L’Autore propone alcune variazioni sul tema della crisi della fattispecie penale, sia sul piano del formante legale sia su quello del formante giurisprudenziale, in relazione, rispettivamente, a clausole generali recate da disposizioni di legge oppure a clausole contenute in regulae iuris di origine giudiziale. Gli effetti prodotti dalle clausole generali sulla accessibilità e prevedibilità delle norme penali sono esaminati, attraverso due esempi, in funzione dell’evoluzione della giurisprudenza sovranazionale e di quella della Corte costituzionale.

di Ombretta Di Giovine

L’Autrice affronta il tema dell’interpretazione penalistica in una prospettiva aperta a saperi esterni, ed evidenzia la difficoltà di distinguere l’interpretazione, analogica, dall’analogia in senso stretto. Avvalendosi del richiamo a pronunce della Corte di cassazione a sezioni unite, cerca di dimostrare come i maggiori rischi di arbitrio si annidino peraltro non tanto nel mancato rispetto del testo (dai confini non previamente definibili), quanto nell’omessa o parziale esplicitazione delle premesse valoriali del ragionamento giuridico. Dichiara infine una cauta apertura verso l’intuizione del giudicante nei soli (seppur sempre più numerosi) casi di “dilemma”, non risolvibili attraverso gli strumenti tradizionali della deliberazione e della razionalità di scopo.

di Carlo Sotis

Queste pagine hanno ad oggetto gli effetti del test di ragionevole prevedibilità della giurisprudenza Cedu sull’art. 7 e si compongono di tre parti. In una prima si riassumono i vari criteri elaborati dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo per effettuare il test. In una seconda si propone una riflessione su luci e su un’ombra proiettate dalla ragionevole prevedibilità convenzionale. In una terza si avanza l’ipotesi che, accanto a quella “classica”, si affaccino due nuove ragionevoli prevedibilità.

di Massimo Donini

Lo studio analizza la tenuta di una possibile sostituzione della fattispecie mediante il case law, escludendo che si tratti di una alternativa possibile, essendo entrambi componenti essenziali del sistema giuridico. Vengono individuate le condizioni del diritto giurisprudenziale legittimo in diritto penale nell’attività di concretizzazione e applicazione della legge ai casi, muovendo da una rinnovata elaborazione del rapporto tra disposizione e norma, fondamentale anche per accertare i procedimenti analogici occulti, per i quali si definisce uno specifico test di verifica nel quadro di una ridefinizione del procedimento analogico in un quadro di teoria generale del diritto, e non solo dei distinti doveri ermeneutici specifici del penalista. La possibilità che il diritto giurisprudenziale legittimo, in parte negli hard cases, approdi all’enucleazione di casi-norma, e non solo a esempi applicativi nuovi o nuove interpretazioni in astratto della legge, produce l’esigenza di una disciplina o considerazione differenziata del parametro della prevedibilità, per l’efficacia retroattiva o solo ex nunc delle nuove evoluzioni o dei mutamenti intervenuti. I distinti momenti di irretroattività oggettiva o di scusabilità soggettiva per le innovazioni imprevedibili sono infine declinati sulla base degli articoli 7 Cedu, 27, co. 1, Cost. e 5 cp. Conclude lo scritto la proposta di sei regole di deontologia ermeneutica penale.

di Maria Giuliana Civinini

L’Autrice affronta la questione del precedente della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sotto il duplice punto di vista della formazione della giurisprudenza della Corte e del vincolo sul giudice nazionale, mettendo in evidenza le particolarità del sistema convenzionale

di Martina Condorelli e Luca Pressacco

Il fenomeno dell’overruling è stato negli ultimi anni oggetto di particolare attenzione da parte della dottrina e della giurisprudenza italiana, anche sulla scorta del ruolo crescente attribuito al “diritto vivente” e degli orientamenti della giurisprudenza europea. Nel presente contributo, gli Autori ripercorrono gli itinerari, specialmente giurisprudenziali, che hanno progressivamente conferito rilievo giuridico al fenomeno dell’overruling. In particolare, vengono analizzati presupposti, limiti ed effetti del revirement giurisprudenziale nei settori amministrativo, civile e penale, per dare conto dei rimedi esperibili al fine di tutelare l’affidamento nell’interpretazione di regole di natura sostanziale o processuale.

di Alberto Giusti

Nell’ambito della riforma attuata dal d.lgs n. 40/2006, il dinamismo nomofilattico esce rafforzato dalla portata del novellato articolo 374, comma 3, cpc. Nel delicato equilibrio tra etica della convinzione ed etica della responsabilità, la riforma attribuisce al rapporto tra sezioni semplici e sezioni unite uno specifico valore complementare, non gerarchico, in grado di prevenire contrasti «inammissibili» attraverso il vincolo di coerenza, per le prime, rispetto al principio di diritto alla base del decisum enunciato dalle seconde – o comunque ricavabile dalla sentenza. Tale sistema è coerente con la possibilità che hanno le sezioni semplici di sollecitare, mediante ordinanza interlocutoria, il mutamento di giurisprudenza, e non pregiudica la loro legittimazione a sollevare dubbi di costituzionalità o di compatibilità con il diritto dell’Ue in merito all’interpretazione resa dalle sezioni unite di detto principio.

Le esperienze dell’ultimo decennio (esplicitate, nell’ultimo paragrafo, da tre esempi significativi, due dei quali hanno portato all’overruling delle sezioni unite) fanno concludere per un bilancio positivo del meccanismo introdotto dalla riforma, quale strumento capace di assicurare una ordinata evoluzione del diritto vivente, nel consapevole equilibrio tra innovazione e coerenza argomentativa e sistematica.

di Giorgio Fidelbo

Il precedente come valore “culturale” e la sua vincolatività (relativa) sono, rispettivamente, la considerazione di fondo e la novità principale della “riforma Orlando” (legge 23 giugno 2017, n. 103). La storica tensione generata dai contrasti giurisprudenziali interni alle sezioni della Suprema corte, moltiplicatrice di decisioni nella sua qualità di giudice di “terza istanza”, sembra attenuarsi con l’introduzione del vincolo del precedente e la rimessione obbligatoria alle sezioni unite (ex articolo 618, comma 1-bis, cpp), laddove il collegio di una sezione semplice non condivida il principio di diritto da quelle enunciato, applicabile al caso oggetto del ricorso. Al di fuori di un ordine gerarchico dei rapporti, tale meccanismo consente all’attività interpretativa delle sezioni semplici di tradursi in un contributo nomofilattico che, nella forma del “dialogo” interno, rafforza in senso unitario l’evoluzione giurisprudenziale, permettendo al sistema – come dimostrano alcune prime esperienze applicative – di rinnovarsi. Il vincolo del precedente e la portata della riforma hanno implicazioni significative in tema di prospective overruling, con un richiamo alle incongruenze che hanno visto le sezioni unite penali e quelle civili divergere in merito all’accezione stessa della legalità – sulla questione, la Consulta (con la sentenza n. 230 del 2012) ha frenato lo slancio delle prime, escludendo un’equiparazione tra la legge e il “diritto vivente”.

di Enzo Vincenti

Il duplice scopo della massimazione (informativo e sistematico) si coniuga, nell’era digitale, con l’obiettivo, perseguito dal legislatore processuale nell’ultimo decennio, di valorizzare il “precedente di legittimità” come criterio e misura della prevedibilità delle decisioni giudiziarie future solo attraverso uno strumento evoluto tecnologicamente che ne consenta la più rapida ed estesa conoscenza, ne organizzi i flussi e, quindi, la renda davvero fruibile. Un tale strumento è rappresentato, anche storicamente, da ItalgiureWeb, la banca dati giuridica nazionale informatizzata del Ced della Corte di cassazione, tramite la quale si è potuta realizzare la più significativa simbiosi tra il contenuto (la giurisprudenza, ma non solo) e il suo veicolo di conoscenza (l’informatica), con funzione servente anche della effettività e trasparenza della giurisdizione.

di Claudio Castelli e Daniela Piana

La giustizia predittiva, di cui già oggi si discute in molti Paesi e che viene presentata come un Giano bifronte, un grande rischio di riduzione ad una gestione automatizzata degli small claims ovvero di una differenziazione delle risposte giudiziarie che ha profili di potenziale discriminazione, è un orizzonte non più soltanto futuribile anche nel nostro Paese. Discuterne, darsi gli strumenti conoscitivi e quindi di governance per potere volgere quella che è una opportunità di cambiamento in una reale condizione di potenziamento della prevedibilità della trasparenza e del coordinamento fra sedi giudiziarie, nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali di autonomia del giudice, è una priorità che questo lavoro mette al centro del dibattito della magistratura italiana e di tutti i protagonisti del mondo della giustizia.

di Claudio Costanzi

La progressiva affermazione della prova scientifica nel processo penale come nuova regina probationum ha innescato una lenta, ma inesorabile sollecitazione delle logiche qualitative del ragionamento probabilistico, così come descritte dalla sentenza Franzese. Gli argomenti allora utilizzati per confutare gli sterili e opposti approcci quantitativi all’accertamento del nesso causale si scontrano con i recenti tentativi di applicare la matematica alla valutazione e combinazione delle prove. Dagli Stati Uniti d’America e dalla Scandinavia è giunta l’eco travolgente di raffinate teorie per l’algoritmizzazione del giudizio attraverso la quantificazione della credenza soggettiva in un’ipotesi alla luce delle risultanze istruttorie. Compito del giurista e del legislatore è analizzare tali approcci comprendendone il funzionamento, approntando i necessari strumenti per resistere al rischio di degenerazioni meccanicistiche del ricorso ai big data, senza rinunciare agli indubbi vantaggi che i mathematical tools offrono al processo. Invero, l’attuale diffusione anche su scala europea di applicazioni sperimentali del teorema di Bayes e dell’E.V.M. sta cambiando silenziosamente il ragionamento probatorio, proponendo sfide inimmaginabili fino al decennio scorso.

di Clementina Barbaro

L’uso dell’intelligenza artificiale come strumento di supporto del lavoro degli operatori del diritto e dei tribunali è ancora un fenomeno embrionale in Europa. Tra le diverse soluzioni proposte, suscitano un interesse crescente quelle riguardanti l’analisi e il trattamento della giurisprudenza per ridurre l’alea del giudizio e garantire una maggiore prevedibilità delle decisioni giudiziarie. È necessario, tuttavia, interrogarsi sull’effettività di queste applicazioni, impropriamente qualificate di “giustizia predittiva”, alla luce delle caratteristiche attuali dell’intelligenza artificiale e, in particolare, del machine learning/apprendimento automatico. Il loro impatto sulla professione del magistrato, sulla produzione della giurisprudenza e sulle garanzie dell’equo processo merita inoltre di essere attentamente esaminato.

La Commissione europea sull’efficacia della giustizia (Cepej) ha condotto uno studio approfondito su questi temi e redige attualmente una «Carta etica europea sull’uso dell’intelligenza artificiale nei sistemi giudiziari», adottata alla sessione plenaria della Cepej del 3-4 dicembre 2018. Primo strumento europeo in materia, la Carta etica enuncia principi sostanziali e metodologici applicabili all’analisi e al trattamento delle decisioni giudiziarie e intende essere un punto di riferimento per l’attività di soggetti privati e pubblici attivi in questo settore, tanto per quanto riguarda lo sviluppo concreto di applicazioni di intelligenza artificiale quanto per l’elaborazione di politiche pubbliche riguardanti l’integrazione di tali applicazioni nel sistema giudiziario.

di Simone Gaboriau

Nel tempo della rivoluzione digitale, l’idea di affidare agli algoritmi una parte consistente del contenzioso in base alla sua “limitata” entità riposa su strategie non sempre trasparenti che eludono la pubblicità e la terzietà connaturate alla funzione giurisdizionale e ai suoi soggetti. Oltre a una risposta alle esigenze di ordine giudiziario e di riduzione dei costi – promossa dal Ministero della giustizia francese – cosa presuppone e quali effetti comporta un’automazione – ancorché parziale – della giustizia?

Ripercorrendo alcune esperienze francesi, le opinioni contrastanti espresse da diverse “voci” ufficiali e collocando il fenomeno in prospettiva storica allargata (compreso un richiamo, in tema di validità dei dispositivi, alle derive applicative generate da una soi-disant “polizia predittiva”), si analizzano le dinamiche strutturali della giustizia digitale guardando ai risultati finora raggiunti e alla natura degli interessi che essa serve. Al netto di considerazioni ideologiche, si ripropone oggi, con inedita urgenza – e indubbia necessità –, la rilevanza dei valori intangibili della giustizia e di una qualità connaturata al magistrato: l’umanità, dalla quale non tanto la tecnologia in sé, quanto le logiche – tutte umane – ad essa sottese sembrano, talvolta e in misura crescente, prendere le distanze.

Obiettivo 2
Il dovere della comunicazione
di Donatella Stasio

Nell’epoca della comunicazione e contro il “cattivismo” diffuso che sembra connotare lo spirito dei tempi, diventa ancora più urgente un’etica della comunicazione. La magistratura deve farsi carico dell’aspettativa sociale di conoscere e di comprendere la complessità della giustizia. Ma il dovere di comunicare presuppone la costruzione di una solida e diffusa cultura della comunicazione. Questa è, dunque, la sfida che attende la magistratura tutta, per recuperare credibilità e soprattutto fiducia, caduta ai minimi storici. La fiducia si nutre infatti della trasmissione del sapere, della promozione della conoscenza, dell’esercizio della trasparenza, di condotte rispettose della dignità dell’interlocutore, dell’ascolto, del rendere conto … . Si tratta di una “riforma” improcrastinabile, che chiede ai giudici (e in generale ai giuristi) anzitutto di uscire davvero dall’autoreferenzialità e poi di mettersi in gioco con umiltà, consapevolezza del proprio ruolo sociale, responsabilità, ed elaborazione del lutto di una giustizia perfetta.

di Vincenza (Ezia) Maccora

Risale al 2008 la spinta del Consiglio superiore della magistratura ad investire sulla comunicazione della giustizia sulla giustizia. In questo ultimo decennio si sono moltiplicate le iniziative in questo settore – Urp, Bilancio sociale, siti internet, attività di sensibilizzazione, attenzione al linguaggio, anche del corpo, con cui il magistrato entra in contatto con le parti – e dalla loro analisi si comprende il tentativo di allineamento delle Istituzioni giudiziarie italiane ai principi espressi a livello europeo. Tanta strada è stata percorsa ed ora spetta ai singoli magistrati il compito di impadronirsi del momento comunicativo, raccogliendo gli stimoli provenienti “dall’alto” e da qualche magistrato antesignano, superando le resistenze culturali che ancora si riscontrano. Questo obiettivo cerca di fare il punto su dove siamo arrivati e sul cammino ancora da percorrere, nella consapevolezza che impegnarsi sul piano della comunicazione/informazione è un dovere di tutti i magistrati e che da questa si alimenta anche la fiducia dei cittadini verso la giustizia.

di Vittorio Lingiardi

Per molti anni la professione dello psicoanalista è stata governata da tre principi fondamentali: neutralità, astinenza e anonimato. Col tempo, la cosiddetta “svolta relazionale” in psicoanalisi ha modificato, senza alterarne lo spirito etico e terapeutico, lo stile della comunicazione tra terapeuta e paziente. Prendendo spunto da questo esempio, ma rifuggendo parallelismi forzati e fuorvianti, propongo alcuni spunti di riflessione sull’importanza di una comunicazione empatica e accessibile, pur nel rigore della specificità, tra giudici e cittadini. Il tempo delle torri d’avorio è finito, e per non rimanere travolte dall’inconsistenza dei tweet, è importante che le professioni e le istituzioni, senza cedere al narcisismo della visibilità e all’esibizionismo dialettico, imparino a parlare alle cittadine e ai cittadini in modo tempestivo, non gergale, non propagandistico. Stile e modi di comunicazione dei giudici influenzano infatti la formazione dell’immagine, individuale e collettiva, psichica e sociale, della giustizia. È bene che, “oltre le sentenze”, ci siano parole che le spiegano e le accompagnano. Per non vivere in un mondo dominato dall’imperativo della comunicazione ma che ha perso la capacità di comunicare.

di Franco Ippolito

Tracciare l’esatta distinzione tra consenso e fiducia, nella società democratica e nello Stato costituzionale di diritto, è esigenza essenziale per la magistratura. Per un pieno recupero della fiducia è necessario rifuggire dalla ricerca del consenso e concorrere alla formazione di una opinione pubblica fondata sulla corretta informazione e comunicazione, sull’esercizio della critica razionale e ragionata, sul rispetto degli altri.

di Elisabetta Cesqui

Una comunicazione trasparente è fondamentale per un corretto esercizio della giurisdizione, dare conto del proprio agire e del servizio reso alla generalità è questione che attiene la sua stessa legittimazione.  L’informazione sull’attività degli uffici deve passare attraverso servizi dedicati, Bilanci sociali e una concezione più moderna delle relazioni dell’Ispettorato del ministero. L’informazione sui procedimenti, specie quelli di rilevante interesse per la generalità, deve trovare un punto di equilibrio tra le esigenze proprie del processo, il diritto di cronaca giudiziaria, la tutela della dignità delle persone e quella della riservatezza. Serve perciò una comunicazione gestita dagli uffici, costante, chiara, senza discriminazioni tra giornalisti. È necessario valorizzare, non mortificare l’intermediazione professionale degli operatori dell’informazione e rivedere il sistema normativo dei divieti e delle sanzioni. Condizione presupposta di una comunicazione corretta è la chiarezza, comprensibilità e appropriatezza dei provvedimenti e degli atti da comunicare. Un tentativo di conciliare le diverse esigenze nella nuova disciplina delle intercettazioni.

di Nello Rossi

Per la magistratura degli anni ‘50 e ‘60 valeva la regola non scritta ma ferrea del silenzio. Una vera e propria arte di tacere, frutto dell’omogeneità con la classe dominante e pegno della irresponsabilità sociale e culturale per le decisioni assunte. La stagione del risveglio sociale e culturale dei magistrati coincide con la loro presa di parola ed avvia un lungo percorso evolutivo, a più riprese contrastato, insidiato e revocato in dubbio. È un itinerario che si snoda attraverso diverse tappe: dalla difesa della libertà di manifestazione del pensiero nei confronti delle iniziative disciplinari all’elaborazione di un’etica del discorso pubblico del magistrato sino all’affermazione di un moderno e compiuto diritto-dovere di spiegare e di spiegarsi che appartiene agli uffici giudiziari ed all’occorrenza a ciascun singolo magistrato. Ma c’è un lavoro di lunga lena da fare per presidiare il confine tra libertà e prepotenze e perché la scelta per la comunicazione non sia solo una rivoluzione dall’alto…

di Patrizia Giunti

La sfida per l’inclusività della comunicazione giuridica non si vince con il solo richiamo alla semplificazione del linguaggio. La posta in gioco è più alta, chiama in causa la relazione del giurista con gli innumerevoli attori sociali della complessità globale e richiede un investimento forte sul piano dei modelli culturali.

di Nicoletta Giorgi

La capacità di comunicare deve diventare una nuova competenza funzionale all’esercizio della giurisdizione. Il recupero del rapporto di fiducia del cittadino per le istituzioni passa per l’esatta comprensione dei provvedimenti giurisdizionali e, quindi, dall’apprendimento della semplificazione linguistica e dalla reciproca alfabetizzazione di giornalisti e magistratura.

Serve un cambiamento organizzativo degli uffici e ancor prima un cambiamento culturale anche tramite l’adozione di una nuova metodologia formativa ispirata all’esperienze fuori confine.

di Giuseppe Pignatone

L’esercizio in concreto di un incarico direttivo in terra di mafia rende particolarmente consapevoli del dovere di comunicare per raggiungere i fini istituzionali dell’amministrazione della giustizia. Occorre “rendere conto” per consentire ai cittadini di esercitare il controllo sociale quale necessario contrappeso all’indipendenza e all’autonomia della magistratura. Ovviamente l’interlocuzione pubblica deve avere quale unico ed esclusivo scopo quello di comunicare la giustizia al cittadino, evitando di inquinare con interessi estranei (del magistrato o di terzi) tale finalità di interesse generale. Senza dimenticare che nel momento in cui viene meno il segreto investigativo, le risultanze delle indagini offrono alla pubblica opinione e al dibattito democratico una massa di conoscenze che possono essere utili o addirittura preziose. Si pensi al contributo che alla crescita sociale e civile del nostro Paese hanno dato le indagini sulle mafie e sulla corruzione. Compresi quei dialoghi o quei filmati che una volta depositati sono diventati patrimonio conoscitivo della società: dalla documentazione dell’omaggio ai boss alla Madonna di Polsi alla riunione dei vertici della ‘ndrangheta lombarda a Paderno Dugnano, dalla richiesta e dal pagamento di tangenti in varie parti d’Italia alle conversazioni tra i capi delle organizzazioni mafiose e gli appartenenti all’“area grigia”. Non vi è dubbio infatti che anche questa è comunicazione della giustizia.

di Giancarlo De Cataldo

L’Autore prende le mosse da una definizione della sentenza come atto finalizzato a rendere manifesto, sia alle parti processuali direttamente coinvolte, che alla collettività, l’iter logico che sorregge la motivazione del giudice. La sentenza viene poi analizzata come documento narrativo, con riferimento agli elementi che vi devono necessariamente comparire in ossequio al dettato normativo e alle possibili tecniche di redazione, in un percorso che dovrebbe tendere all’ottenimento della giusta completezza espositiva nel quadro di una maggiore concretezza e sinteticità. L’autore si chiede infine, in chiave problematica se non apertamente critica, se l’innegabile sforzo dei giudici di comunicare, attraverso la motivazione della sentenza, in modo più chiaro, conciso e comprensibile, possa servire a migliorare, se non l’accettazione, quanto meno la comprensione, da parte della collettività, delle regole del giudizio.

di Francesco Petrelli

Come e perché è necessario comunicare il processo. Occorre ristabilire l’alleanza fra processo e ragione, fra la cultura condivisa del Paese e il processo penale. L’errore dell’avvocatura non è stato quello di non aver saputo difendere il “giusto processo” ma di non averlo saputo “comunicare”. Di aver lasciato che intere classi politiche e dirigenti di questo Paese crescessero e venissero educate alla scuola illiberale di chi vede nel processo penale solo un ostacolo alla affermazione della legalità e non uno strumento di riaffermazione dello statuto democratico di un Paese. Una società spaventata, resa insicura ed incerta dalla crisi e dalla globalizzazione, ha cessato così del tutto di vedere nel diritto uno strumento di realizzazione della persona. Ciò che viene chiesto dal cittadino non sono più diritti ma sono in realtà tutele e protezioni, non nuovi spazi di libertà, ma più benefici e più assistenza, non diritti civili e garanzie della persona per poter sviluppare e veder maturare le proprie aspettative individuali, politiche e sociali. Ed in questo contesto è sempre più necessaria un’avvocatura capace di parlare la difficile lingua dei diritti dimenticati.

di Mariarosaria Guglielmi

I principali network delle magistrature europee hanno elaborato articolati documenti di indirizzo in tema di comunicazione giudiziaria, che rappresentano un insostituibile quadro di riferimento per una componente sempre più rilevante del rapporto tra magistratura e società, con implicazioni importanti nel contesto della crisi dello Stato di diritto. L’analisi dell’esperienza di altri Stati membri dell’Unione europea, e in particolare della Romania, aggiunge ulteriori elementi che depongono nel senso della necessità di un approfondito dibattito anche in Italia sul tema, svolto a partire da quanto elaborato nelle sedi transnazionali.

di Daniela Lecca

L’importanza del rapporto tra cittadini e istituzioni passa per la trasparenza della comunicazione pubblica, nel difficile bilanciamento tra natura dell’informazione, libertà di accesso ai dati, diritto di cronaca e tutela di alcuni fondamentali diritti della persona. Il caso speciale della Romania alla luce della nuova disciplina del rapporto triangolare tra magistratura, società e mezzi di comunicazione di massa.

di Raffaella Calandra

Un nuovo tipo di comunicazione, per far comprendere meccanismi e provvedimenti. I giovani magistrati aprono all’introduzione nei Palazzi di giustizia di profili professionali specifici, come un ufficio stampa, o all’incremento di formazione per i rapporti con i media. Dietro polemiche recenti, spesso ci sono informazioni inesatte, diffuse sui social. Ricerche demoscopiche collegano il crollo di fiducia nella magistratura anche alla comunicazione. La sfida di trovare un equilibrio tra le indicazioni degli organi sovranazionali e i richiami del Colle.

di Armando Spataro

Le modalità di pubblica comunicazione dei magistrati hanno dato luogo a frequenti critiche secondo cui essi parlerebbero per rafforzare il peso dell’accusa o la propria immagine. Si tratta di accuse quasi sempre infondate, ma che traggono spunto da innegabili criticità: basti pensare alla prassi delle conferenze stampa teatrali e dei comunicati stampa per proclami, o all’autocelebrazione della proprie inchieste con connesse accuse a chi si permette di esprime dubbi e critiche. Bisogna spiegare ai magistrati “come non si comunica”, convincendoli ad evitare i tentativi di “espansione” a mezzo stampa del proprio ruolo fino ad includervi quelli degli storici e dei moralizzatori della società. Il dovere di informare è naturalmente irrinunciabile, purché esercitato nei limiti della legge, del rispetto della privacy e delle regole deontologiche, ma è anche necessario che i magistrati si guardino bene dal contribuire a rafforzare un’ormai evidente degenerazione informativa, che spesso determina febbre “giustizialista”, alimentata da mostruosi talk-show ed attacchi alla politica ingiustificatamente generalizzati. I magistrati non sono ovviamente gli unici responsabili di questa pericolosa deriva cui contribuiscono anche strumentalizzazioni ad opera di appartenenti alle categorie degli avvocati, dei politici e degli stessi giornalisti che spesso producono informazioni sulla giustizia prive di approfondimento e di verifiche, e che sono caratterizzate dalla ricerca di titoli e di forzature delle notizie al solo scopo di impressionare il lettore. È necessaria, dunque, per venir fuori da questo preoccupante labirinto, una riflessione comune su informazione e giustizia tra magistrati, avvocati e giornalisti.

di Beniamino Deidda

L’Autore, dopo avere rievocato un periodo caratterizzato dall’assenza di comunicazioni all’esterno da parte dei magistrati, ricorda un processo celebrato presso la Pretura di Firenze nel 1971, nel quale il pretore spiegò brevemente le ragioni del dispositivo della sentenza. Le reazioni ribadirono la chiusura dei magistrati ad ogni forma di comunicazione che è durata fino alla pubblicazione del codice del 1988. Quel che è accaduto con il nuovo rito non soddisfa ancora alla necessità di “rendere conto” ai cittadini da parte dei magistrati, che è un’esigenza che trova la sua giustificazione nella Costituzione. Un tentativo di disciplinare nuove forme di comunicazione si trova nelle linee-guida recentemente approvate dal Csm. Ma è necessaria una nuova formazione per i magistrati.

Le «linee guida 2018 del Consiglio superiore della magistratura»
Due voci:
di Luigi Ferrarella

È quasi una rivoluzione il cambio di mentalità della magistratura nell’approccio alla comunicazione come una parte – e un dovere – del proprio lavoro, e particolarmente azzeccata (tra le proposte concrete) appare l’idea di una «informazione provvisoria» che subito renda più comprensibili i dispositivi delle sentenze. Ma il rifiuto della «rilevanza penale» quale unico parametro per la liceità di una cronaca giornalistica di fatti giudiziari, e l’identificazione nel giornalista dell’unico soggetto legittimato a operare a priori la valutazione di cosa si debba intendere per notizia di «interesse pubblico», restano per un giornalista i punti non negoziabili che rischiano di entrare in tensione con il metodo “ufficio stampa”, suggerito agli uffici giudiziari dalle «linee guida Csm» nel momento in cui esse perdono l’occasione per aprire invece a un accesso diretto e trasparente del giornalista a tutti gli atti non più segreti posti man mano in discovery alle parti.

di Edmondo Bruti Liberati

Il Csm interveniva in occasione di polemiche suscitate da interventi pubblici di magistrati per richiamare il dovere di misura e riserbo. Di recente ha affrontato “in positivo” il tema della comunicazione sulla giustizia. Le “Linee-guida” del 2018, segnano il punto di assestamento di questo percorso: la questione non è “se comunicare”, ma “come comunicare”. La tematica della comunicazione deve far parte della formazione fornita dalla Scuola superiore della magistratura con corsi pratici diretti non solo ai dirigenti. Oggi ciascun singolo magistrato, attraverso i social media, entra direttamente (spesso senza la necessaria consapevolezza) nella arena pubblica. Pur con limiti ed omissioni, le «Linee-guida 2018» del Csm costituiscono un significativo punto di arrivo. Vi è da augurarsi che il Csm attualmente in carica raccolga il testimone dal predecessore e fra quattro anni, ritorni sul tema, con un approccio diverso, orientato alla ricognizione delle prassi nel frattempo instauratesi. Dunque in conclusione: un punto di arrivo e insieme un punto di partenza.

Epilogo
di Elvio Fassone

Lo scritto affronta il tema da un'angolatura diversa da quella convenzionale, secondo la quale la “comunicazione” è il portare alla conoscenza di terzi notizie o informazioni che per loro natura debbono restare più o meno riservate: l'A. prende invece in esame quella comunicazione che consiste nel modo tacito di porsi e di proporsi del magistrato nei confronti del cittadino suo interlocutore, attraverso il comportamento, gli atteggiamenti, lo stile, il linguaggio e tutto ciò che, anche non intenzionalmente, contribuisce a costituire la relazione.

In questo modo comportamentale di comunicare non viene manifestata un'informazione o una notizia, ma il modo intimo e per lo più inconsapevole di interpretare il rapporto tra il magistrato ed il cittadino: a quest'ultimo non interessa sapere se il magistrato ha determinate qualità caratteriali, ma attraverso quellaforma di comunicazione il cittadino individua il livello di rispetto che il magistrato esprime verso la dignità del suo interlocutore. Più ancora, quel modo di porsi del magistrato, moltiplicato per la pluralità delle relazioni quotidiane, determina la sua immagine diffusa nel sentire comune, e quindi il consenso più o meno ampio del quale la magistratura gode nell'opinione pubblica, prezioso sostegno nelle frequenti tensioni con il potere politico.

Attraverso una sintetica rassegna di condotte, abitudini e linguaggi l'A. finisce con l'individuare un'interpretazione del ruolo (non universale, ma largamente diffusa) connotata da rigidità, formalismo, ostentato distacco e indifferenza agli aspetti umani della relazione, quasi che l'essere il magistrato definito come organo super partes lo connotasse come “al di sopra” anche psicologicamente e socialmente. Auspica, quindi, che si diffonda una maggior sensibilità verso questo aspetto della funzione, a tutto vantaggio del consenso del quale la giurisdizione ha necessità.

ARCHIVIO
Fascicolo 2/2019
Famiglie e Individui. Il singolo nel nucleo

Il codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza: idee e istituti
Fascicolo 1/2019
Populismo e diritto
Fascicolo 4/2018
Una giustizia (im)prevedibile?
Il dovere della comunicazione
Fascicolo 3/2018
Giustizia e disabilità
La riforma spezzata.
Come cambia l’ordinamento penitenziario
Fascicolo 2/2018
L’ospite straniero.
La protezione internazionale nel sistema multilivello di tutela dei diritti fondamentali
Fascicolo 1/2018
Il pubblico ministero nella giurisdizione
La responsabilità civile fra il giudice e la legge
Fascicolo 4/2017
L’orgoglio dell’autogoverno
una sfida possibile per i 60 anni del Csm
Fascicolo 3/2017
A cosa serve la Corte di cassazione?
Le banche, poteri forti e diritti deboli
Fascicolo 2/2017
Le nuove disuguaglianze
Beni comuni

Dedicato a Stefano Rodotà
Fascicolo 1/2017
Il diritto di Crono
Il multiculturalismo e le Corti
Fascicolo 4/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Il giudice e la legge
Fascicolo 3/2016
La giustizia tributaria
La riforma della magistratura onoraria
Fascicolo 2/2016
VERSO IL REFERENDUM COSTITUZIONALE
Forme di governo,
modelli di democrazia
IL CORPO
Anatomia dei diritti
Fascicolo 1/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Formazione giudiziaria:
bilancio e prospettive
Fascicolo 4/2015
Il valore del dissenso
Il punto sul processo civile
Associazionismo giudiziario
Fascicolo 3/2015
Il diritto del lavoro alla prova del Jobs Act
Unitarietà della giurisdizione
Riforma della responsabilità civile
Fascicolo 2/2015
NUMERO MONOGRAFICO
Al centesimo catenaccio
40 anni di ordinamento penitenziario
Fascicolo 1/2015
Dialoghi sui diritti umani
I diritti fondamentali tra obblighi internazionali e Costituzione
La risoluzione amichevole dei conflitti
Schede di ordinamento giudiziario aggiornate al gennaio 2015
Il volume costituisce un'utile panoramica dei metodi di contrasto alla criminalità mafiosa e degli strumenti di prevenzione
Numero speciale di Questione Giustizia in formato digitale con atti, relazioni e dati sul sistema delle misure cautelari personali