Rivista trimestrale
Fascicolo 4/2018
Obiettivo 1. Una giustizia (im)prevedibile?

Uso dell’intelligenza artificiale nei sistemi giudiziari: verso la definizione di principi etici condivisi a livello europeo?

di Clementina Barbaro

L’uso dell’intelligenza artificiale come strumento di supporto del lavoro degli operatori del diritto e dei tribunali è ancora un fenomeno embrionale in Europa. Tra le diverse soluzioni proposte, suscitano un interesse crescente quelle riguardanti l’analisi e il trattamento della giurisprudenza per ridurre l’alea del giudizio e garantire una maggiore prevedibilità delle decisioni giudiziarie. È necessario, tuttavia, interrogarsi sull’effettività di queste applicazioni, impropriamente qualificate di “giustizia predittiva”, alla luce delle caratteristiche attuali dell’intelligenza artificiale e, in particolare, del machine learning/apprendimento automatico. Il loro impatto sulla professione del magistrato, sulla produzione della giurisprudenza e sulle garanzie dell’equo processo merita inoltre di essere attentamente esaminato.

La Commissione europea sull’efficacia della giustizia (Cepej) ha condotto uno studio approfondito su questi temi e redige attualmente una «Carta etica europea sull’uso dell’intelligenza artificiale nei sistemi giudiziari», adottata alla sessione plenaria della Cepej del 3-4 dicembre 2018. Primo strumento europeo in materia, la Carta etica enuncia principi sostanziali e metodologici applicabili all’analisi e al trattamento delle decisioni giudiziarie e intende essere un punto di riferimento per l’attività di soggetti privati e pubblici attivi in questo settore, tanto per quanto riguarda lo sviluppo concreto di applicazioni di intelligenza artificiale quanto per l’elaborazione di politiche pubbliche riguardanti l’integrazione di tali applicazioni nel sistema giudiziario.

La Commissione europea sull’efficacia della giustizia (Cepej) del Consiglio d’Europa si interessa da diversi anni all’impatto delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione sui sistemi giudiziari europei. Nel 2016, la Cepej ha adottato uno studio approfondito sull’uso di queste tecnologie nei tribunali europei[1] e delle Linee direttrici sulla “cybergiustizia”[2]. In continuità con il lavoro svolto e alla luce di importanti sviluppi in alcuni sistemi giudiziari europei – in particolare, il progressivo diffondersi di applicazioni fondate sull’intelligenza artificiale (Ia) a fini di sostegno dell’attività giudiziaria –, la Cepej ha intrapreso l’elaborazione di una «Carta etica europea sull’uso dell’intelligenza artificiale nei sistemi giudiziari».

La Carta etica è stata adottata, in prima battuta, dal Gruppo di lavoro sulla qualità della giustizia, composto da sei membri (magistrati, professori universitari, funzionari ministeriali) nominati dal Bureau della Cepej su proposta dei rispettivi Governi, ed è stata formalmente adottata dalla Cepej durante la sessione plenaria del 3-4 dicembre[3]. I suoi contenuti saranno dettagliati ulteriormente in questo articolo, ma si evidenzia fin d’ora che la Carta è il primo strumento europeo a enunciare i principi fondamentali che dovrebbero guidare l’applicazione dell’Intelligenza artificiale nei sistemi giudiziari, particolarmente quando le soluzioni di Intelligenza artificiale si fondano sul trattamento delle decisioni giudiziarie. Alla formulazione dei principi seguiranno uno studio approfondito di alcune applicazioni di Intelligenza artificiale in corso di sperimentazione in diversi Stati europei e delle raccomandazioni sull’uso di tali applicazioni, un glossario e una checklist di autovalutazione, per verificare il livello di adesione ai principi summenzionati.

Questo articolo illustra, in maniera succinta, le linee portanti della riflessione del Gruppo di lavoro sulla qualità della giustizia su questo tema[4]. A questo proposito, si nota che le applicazioni qualificate di “giustizia predittiva” sono state oggetto di particolare attenzione da parte del Gruppo: da un lato, perché vivaci dibattiti sono in corso in alcuni Paesi europei con riferimento al loro ambito di applicazione e ai loro effetti sul lavoro dei magistrati; dall’altro, perché esse sono particolarmente rappresentative delle caratteristiche di funzionamento dei sistemi di Intelligenza artificiale attuali. Queste due questioni sono, in realtà, interconnesse: una riflessione sull’uso di queste tecnologie applicate alla giurisprudenza (par. 2) non può, in effetti, prescindere da un’analisi obiettiva delle loro potenzialità e dei loro limiti di funzionamento (par. 1). Inoltre, la definizione di principi etici è essenziale al fine di garantire che gli strumenti di Intelligenza artificiale, in particolare quelli che si basano sul trattamento delle decisioni giudiziarie, incluse quelle di “giustizia predittiva”, soddisfino un certo di numero di criteri sostanziali e metodologici (par. 3).

1. Meccanismi alla base degli strumenti di “giustizia predittiva” e loro limiti intrinseci

Si rileva, in primo luogo, che con l’espressione “intelligenza artificiale” si designa un insieme di scienze, teorie e tecniche il cui obiettivo ultimo è quello di permettere a una macchina di risolvere problemi, comprendere e interagire con la realtà come farebbe un essere umano. Gli specialisti distinguono tra intelligenze artificiali “forti” (in grado di contestualizzare e risolvere in modo autonomo problemi specialistici molto diversi tra loro) e intelligenze artificiali “deboli” o “moderate” (in grado di fornire prestazioni specifiche qualitativamente equivalenti e quantitativamente superiori a quelle umane). Le intelligenze artificiali utilizzate per il trattamento e l’analisi della giurisprudenza, su cui si fondano le applicazioni di “giustizia predittiva”, appartengono a questa seconda categoria e si basano in particolare su due tecniche:

  1. il natural language processing (trattamento del linguaggio naturale): ci si riferisce qui, in estrema sintesi, al trattamento informatico del linguaggio umano[5];
  2. il machine learning (l’apprendimento automatico); questa tecnica permette di costruire uno o più modelli matematici una volta identificate le correlazioni esistenti tra grandi masse di dati. A differenza dei “sistemi esperti” degli anni ‘90, che cercavano di modellizzare delle regole di gestione fondate sul ragionamento umano, e di applicarle ai dati in entrata, la macchina ricerca in modo autonomo (con o senza la supervisione di un essere umano) le correlazioni e deduce delle regole dall’enorme quantità di dati forniti. Applicata alle decisioni giudiziarie, essa individua le correlazioni tra i diversi parametri di decisioni rese in passato su un certo argomento (in materia di divorzio, ad esempio, può trattarsi della durata del matrimonio, del reddito dei coniugi, il verificarsi di un adulterio, etc.) e ne deduce uno o più modelli matematici, su cui si fonda per “prevedere” gli elementi di una futura decisione giudiziaria (ad esempio, l’ammontare dell’assegno di mantenimento).

 

Le modalità di funzionamento di cui sopra inducono una riflessione sull’uso dell’aggettivo “predittivo”,che è frequentemente utilizzato nell’ambito della matematica, dove per esempio si parla di “equazione predittiva”. Peraltro, se la facciamo risalire alle radici latine, la predizione è l’atto di annunciare (prae, prima - dicere, dire) eventi futuri con un’ispirazione quasi soprannaturale. La previsione, invece, è il risultato dell'osservazione (videre, vedere) di un insieme di dati, al fine di prevedere una situazione futura. Quindi, ancora prima di discutere i meriti di questi sistemi che cercano di anticipare le decisioni giudiziarie, sembra imperativo qualificarli per quello che fanno realmente (della previsione e non della predizione), mettendo da parte un linguaggio fuorviante.

Poste queste premesse, per meglio comprendere le caratteristiche delle applicazioni di apprendimento automatico applicato alla giurisprudenza, la Cepej ha fatto riferimento a uno studio condotto dallo University College of London (Ucl), che si è occupato di 584 decisioni di apprendimento automatico della Corte europea dei diritti dell’uomo[6]. Questo studio è stato scelto per diversi motivi: è l'unico studio che si è occupato della giurisprudenza della Corte di Strasburgo e, soprattutto, è pubblico e ben documentato. I risultati sono stupefacenti: con l’utilizzo di tecniche di apprendimento automatico, la macchina riproduce le decisioni umane con una percentuale di successo del 79%.

Questo risultato è, in realtà, tanto sorprendente quanto la meccanica utilizzata. La macchina è stata programmata su diversi elementi costitutivi delle sentenze della Corte: i fatti, l’applicazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e il dispositivo (binario: violazione o non violazione). La frequenza della presenza di gruppi lessicali coerenti è stata, poi, registrata in una banca dati e confrontata con la violazione (o meno) della Convenzione. In sintesi, le parole che potrebbero portare a una violazione (o non violazione) della Convenzione sono state ponderate in base alla loro presenza predominante nei diversi tipi di decisioni esaminate. Così, secondo lo studio, i termini «condizioni di detenzione», «obblighi dello Stato», «esecuzione delle decisioni» sembravano avere maggiori probabilità di essere trovati in una decisione di violazione. Al contrario, la «mancanza di prove», i «diritti di proprietà», la «precedente violazione degli articoli 2 e 11» sembravano avere maggiori probabilità di essere trovati nelle decisioni di non violazione.

La macchina Uclnon ha dunque cercato di simulare un ragionamento giuridico; ha, semplicemente, provveduto al trattamento statistico dei dati raccolti e calcolato delle probabilità. Lo stesso lavoro, svolto sull’applicazione della Convenzione, ha portato a una riduzione del tasso di successo della riproduzione delle decisioni al 62%. Questo risultato, più che soddisfacente a prima vista, deve tuttavia essere riconsiderato alla luce del fatto che chiunque ha una possibilità di “predire” l'esito di una decisione affermando a caso “violazione” o “non violazione" (50%).

Si potrebbe obiettare che la tecnica utilizzata è solo una tra le tante, e che altre soluzioni sono testate da ricercatori ed esperti informatici per superare questi limiti. Tuttavia, le questioni di fondo che queste nuove tecnologie cercano di trattare sono le seguenti: possiamo modellare matematicamente la legge e la sua applicazione? L’approccio “inferenziale” del machine learning può rivelare delle regole di applicazione del diritto? In altre parole, questo tipo di tecnica può illustrare delle tendenze nella giurisprudenza o addirittura rivelare pregiudizi nel comportamento dei giudici, come hanno sostenuto alcuni articoli a supporto della “giustizia predittiva” pubblicati in Francia[7]?

Per rispondere a questo quesito, e valutare altresì la pertinenza delle soluzioni proposte, è utile ricordare quali siano le caratteristiche principali di una decisione giudiziaria. Una decisione giudiziaria è, essenzialmente, la selezione dei fatti rilevanti da parte del giudice, l’interpretazione e l’applicazione delle norme giuridiche a tali fatti. L’applicazione del diritto ai fatti è spesso un’operazione complessa: ci possono essere, per esempio, una moltitudine di fonti che non si integrano in modo perfettamente coerente, caratteristica che il teorico del diritto Herbert L.A. Hart ha qualificato di «tessuto aperto del diritto»[8]. Inoltre, il sillogismo giudiziario sembra essere più un modo di presentare il ragionamento giuridico a posteriori che la traduzione logica di tutte le tappe del ragionamento effettuato dal giudice. In effetti, tale ragionamento può essere punteggiato da una moltitudine di scelte discrezionali che non sono riconoscibili a priori, come il fatto di selezionare e di trattare solo alcuni degli elementi addotti dalle parti.

Una decisione giudiziaria costituisce, dunque, una materia prima imperfetta per consentire un’identificazione rigorosa di tutti i fattori causali di una decisione, creare dei modelli di ragionamento del giudice e raggiugere dei risultati “predittivi” affidabili. Per le stesse ragioni, non è possibile affermare che il machine learning permetta di spiegare il comportamento del giudice. Il fatto che un giudice renda statisticamente delle decisioni di affidamento dei figli a favore della madre non riflette necessariamente un pregiudizio nei confronti del padre, ma piuttosto l'esistenza di fattori psicosociali, economici o addirittura culturali specifici della giurisdizione in cui esercita, come la presenza o meno di servizi sociali, il fatto che il bambino vada a scuola oppure no, l'orario di lavoro di ciascun genitore, o anche semplicemente la mancanza di interesse da parte di uno dei due genitori a farsi carico del figlio piccolo.

Il rischio che si pone concretamente è che le correlazioni operate dal machine learning siano in realtà poco significative e che un lavoro analitico ulteriore sia necessario per isolare i veri elementi causali di una decisione.

Per le ragioni summenzionate, le prestazioni dell’Intelligenza artificiale applicata alla giurisprudenza si rivelano dunque comparativamente più deboli e imperfette che in altri campi, in cui i risultati raggiunti sono eccezionali. Citiamo qui, per il clamore mediatico che ha suscitato, la vittoria dell’applicazione di Intelligenza artificiale «Alpha Go» sul campione mondiale (umano) del gioco cinese molto complesso del Go nel 2012, e la successiva vittoria di «Alpha Go Zero» (versione ulteriore potenziata) su «Alpha Go» nel 2017[9].  Ma perché l’Intelligenza artificiale funziona in maniera estremamente efficace con il gioco del Go e non con il diritto?

Per rispondere a questa domanda, bisogna tenere conto di un limite importante dell’Intelligenza artificiale, che è l’incapacità di adattare il suo funzionamento al di fuori del proprio modello.Il mondo del gioco del Go è definito e definibile per una macchina: pietre bianche o nere, 19 linee su 19, combinazioni esponenziali di movimento, ma senza che sia possibile effettuare un completo cambiamento di paradigma. Gli scienziati sono in grado di modellare questo tipo di mondo utilizzando la matematica discreta, che si occupa di insiemi numerabili o finiti, dove si possono effettuare milioni di prove per gestire le milioni di combinazioni possibili. Bisogna ammettere che la matematica ci ha insegnato che alcuni eventi aleatori possono essere modellati, come nella Macchina di Galton, dove un gran numero di palline cadono verticalmente attraverso file di chiodi prima di depositarsi sul fondo, formando delle pile. Nonostante le palline si muovano a caso a destra o a sinistra, al termine dell'esperimento, le altezze di queste pile assumono approssimativamente la forma di una curva a campana. Ma cosa succederebbe se ci fosse un cambiamento totale di paradigma in questo modello?

Il mondo reale, che non è finito come quello del Go, ma complesso e continuo in logica matematica, rappresenta di per sé un limite importante per l’Intelligenza artificiale: come menzionato in precedenza, quest’ultima può tentare di identificare regole implicite, ma non è in grado di isolare significativamente tutti i fattori causali e non può cambiare radicalmente i modelli per cui è progettata. Il machine learning e la data science[10] permettono di realizzare delle prestazioni superiori a quelle dell’essere umano in certi ambiti (per esempio, l’analisi quantitativa di dati), ma non forniscono una soluzione per rivelare indicatori qualitativi significativi e costruire modelli di proiezione affidabili nel campo (molto imperfetto) della giurisprudenza. Inoltre, la società si evolve, le regole del diritto si evolvono e i giudici stessi si evolvono. Le decisioni giudiziarie non sono come palline cadute su una Macchina di Galton: il ragionamento giuridico non è solo la distribuzione casuale di opzioni binarie. Come prevedere, sulla base del resoconto fatto dalle parti, quali fatti saranno considerati rilevanti dal giudice? Come ponderare elementi di apprezzamento come l'equità?

In conclusione, lo stato di sviluppo delle tecniche di apprendimento automatico attuali non consente ancora di ottenere risultati affidabili per quanto riguarda la “previsione” delle decisioni giudiziarie. Gli esperimenti condotti in Francia, su scala limitata, in due corti d’appello hanno, d’altronde, rilevato “la mancanza di valore aggiunto” per il lavoro dei giudici di un’applicazione “predittiva” fornita da una società privata[11].

2. L’intelligenza artificiale applicata alle decisioni giudiziarie

Nonostante questi limiti, sarebbe un grave errore non sfruttare le grandi potenzialità dell’Intelligenza artificiale per sostenere e migliorare l’efficacia del lavoro giudiziario. La “giustizia predittiva” rappresenta una delle tante applicazioni di Intelligenza artificiale: ve ne sono altre, molto interessanti, in fase di sperimentazione in alcuni Paesi europei – per esempio, l’uso dell’Intelligenza artificiale per la lettura rapida, la classificazione e l’attribuzione di atti, ricorsi e documenti alle sezioni di cancelleria pertinenti, oggetto di test in Austria; o l’uso di chatbot (letteralmente: conversazione con un robot) per orientare il cittadino verso una soluzione di risoluzione alternativa della controversia, come in Lettonia.

Con riferimento in particolare alle applicazioni che si fondano sul trattamento delle decisioni dei tribunali a fini di ricerca giuridica, si rileva che esistono già, allo stato attuale, motori di ricerca “intelligenti”, che permettono di analizzare fonti e materiali diversi (leggi, regolamenti, giurisprudenza, dottrina). L’Intelligenza artificiale può permettere di avere un accesso all’informazione non solo più largo e diversificato, ma anche più interattivo: i giudici, gli avvocati e altri professionisti potrebbero “navigare” tra le diverse informazioni e trovare più rapidamente le soluzioni ricercate. L’Intelligenza artificiale potrebbe essere anche usata per proporre modelli o estratti di una decisione che siano in correlazione coi risultati della ricerca, rendendo così più rapida la redazione da parte del giudice.

I metodi di calcolo delle indennità in materia civile (ad esempio, il risarcimento per danni fisici, l'indennità di licenziamento) potrebbero essere notevolmente migliorati, con un accesso a una più ampia base di decisioni di quella attuale, a condizione di adottare una serie di misure precauzionali per la progettazione e l’uso di cui si dirà più diffusamente al par. 3. Ci riferiamo qui al cosiddetto effetto “performativo” o di autorealizzazione, cioè al rischio che un sistema produca progressivamente gli stessi risultati in uscita influenzando i produttori di informazioni in entrata (i magistrati). È questa, d’altronde, una delle critiche principali che viene mossa agli strumenti di “giustizia predittiva”, cioè il fatto che la predizione non abbia più un valore indicativo, ma quasi prescrittivo per il giudice. Quest’ultimo tenderebbe ad applicare la soluzione proposta dalla macchina senza esaminarla alla luce delle particolarità del caso oggetto di esame, alimentando così il sistema e facilitando la riproduzione meccanica di decisioni rese precedentemente. Questi sistemi condurrebbero dunque a una “cristallizzazione” della giurisprudenza e potrebbero limitare la sua evoluzione.

Sarebbe possibileutilizzare tali calcoli per indirizzare le parti in causa verso metodi alternativi di risoluzione delle controversie?A prima vista, sembrerebbe allettante predisporre dei meccanismi di trattamento più o meno automatizzati della giurisprudenza per limitare contenziosi civili ripetitivi e di basso valore. Gran Bretagna, Paesi Bassi e Lettonia sono esempi di Paesi che hanno già attuato, o stanno per attuare, questo tipo di soluzione. Ma su quale base sarà calcolata la compensazione? Con quale metodo? L'algoritmo è in grado di elaborare correttamente le informazioni? La proposta può essere discussa in modo contraddittorio con l'aiuto di una terza parte qualificata e certificata? L’accesso al giudice è sempre possibile? È essenziale che principi di trasparenza, di neutralità e lealtà verso i cittadini siano integrati nei meccanismi di trattamento in questione.

In materiapenale, si assiste a una diffusione crescente degli strumenti di "polizia predittiva” (pensiamo, ad esempio, alla no fly list, una applicazione che raccoglie e analizza dati su potenziali terroristi con l'obiettivo di prevenire la commissione di atti criminali; o, ancora, alla “cartografia criminale predittiva”, che utilizza l’Intelligenza artificiale per identificare luoghi di commissione di reati di natura seriale e per predisporre in maniera efficiente i servizi di polizia).

L’uso dell’Intelligenza artificiale nel quadro del processo penale è molto limitato in Europa. L’esperienza americana è, invece, significativa e fonte di riflessione anche per i Paesi europei che valutano l’introduzione di queste tecnologie nell’ambito del processo penale, come il Regno Unito[12].

Negli Stati Uniti, gli strumenti di determinazione del rischio (risk assessment tools) sono spesso utilizzati dal giudice, pur non essendo vincolanti ai fini della decisione, per determinare la probabilità di recidiva di una persona in stato di fermo, la sanzione (per esempio, la durata della pena detentiva) e l’eventuale imposizione di una misura alternativa alla detenzione. Queste probabilità (di livello alto, medio, o basso) sono misurate attraverso il trattamento statistico di diversi fattori di rischio riguardanti sia la persona in questione sia individui precedentemente fermati o giudicati, che hanno in seguito commesso un altro reato.

Negli Stati Uniti, l'Ong ProPublica ha rivelato gli effetti discriminatori di uno di questi strumenti di valutazione del rischio utilizzati in alcuni Stati federati. Si tratta specificatamente dell’algoritmo utilizzato nel software Compas, sviluppato da un’impresa privata, che serve a predire il rischio di recidiva. Alle popolazioni afro-americane è stato assegnato un tasso di rischio di recidiva entro due anni dalla sentenza che era il doppio di quello assegnato alle popolazioni bianche; al contrario, l’algoritmo riteneva che queste ultime fossero meno esposte a tale rischio[13]. Questo tipo di strumenti tende dunque a riprodurre o, addirittura, amplificare discriminazioni esistenti nel sistema penale, con effetti che si potrebbero qualificare deterministi, nel senso che inchiodano un individuo al destino di una comunità. Un risultato non sorprendente, se si tiene conto che l’algoritmo rielabora, in effetti, dati non neutri, riguardanti comunità che, più di altre, sono soggette a misure di polizia e a sanzioni penali.

Due aspetti meritano di essere particolarmente evidenziati. Il primo è l'opacità degli algoritmi utilizzati dalle aziende private e il rifiuto di queste ultime di rendere conto delle caratteristiche dei loro prodotti. Gli algoritmi, in effetti, sono protetti dal segreto industriale ed è difficile (salvo autorizzazione del giudice, come è avvenuto nell’ambito dell’inchiesta di ProPublica) avervi accesso. Posto che i dati di cui si nutre l’algoritmo provengono dalle autorità statali e che quest’ultimo è utilizzato nell’ambito dell’attività giudiziaria con incidenze significative sui diritti dei cittadini, non si può non rilevare un problema di trasparenza e di accountability degli attori privati. Il secondo aspetto che merita di essere sottolineato è la necessità di garantire il pieno rispetto del principio della parità delle armi tra accusa e difesa: la persona giudicata sulla base di un algoritmo dovrebbe avere la possibilità di esaminarne e contestarne la validità scientifica, nonché il peso attribuito alle sue diverse componenti. 

Infine, delle preoccupazioni sussistono quanto all’impatto potenzialmente negativo che questi strumenti possono avere sull’imparzialità del magistrato: un giudice che decide contro la previsione di un algoritmo si assume un rischio e, di conseguenza, maggiori responsabilità. Non sembra irrealistico immaginare che i giudici possano essere riluttanti a farsi carico di questo onere, in particolare nei sistemi in cui il loro mandato non è permanente, ma soggetto al voto popolare, o in quelli in cui la loro responsabilità personale (disciplinare, civile o addirittura penale) può essere fatta valere, soprattutto se le garanzie previste dalla legge in materia disciplinare sono insufficienti.

In generale, queste applicazioni di determinazione della pericolosità dell’individuo sembrano riflettere il dibattito sulla presunta prevedibilità del comportamento criminale, molto vivo negli Stati Uniti ma risolto da circa trent’anni in diversi Paesi europei. Ad esempio, in Italia, l’art. 220, comma 2, cpp esclude espressamente il ricorso alla perizia al fine di stabilire «l’esercizio o la professionalità in un reato, la tendenza a commettere un reato, il carattere e la personalità dell'indagato e, in generale, le qualità psicologiche dell'indagato, indipendentemente dalle cause patologiche». Allo stesso modo, in Francia, la dottrina della “nuova difesa sociale” avanzata da Marc Ancel è stata fondatrice del diritto penale postbellico: un approccio meramente punitivo e deterministico è stato sostituito da un sistema di riabilitazione sociale volto a prevenire la commissione di un reato[14]. Un approccio condiviso da una serie di strumenti europei sulle politiche penali che si concentra sugli obiettivi di riabilitazione e reinserimento delle sanzioni penali.

Gli strumenti di giustizia penale dovrebbero pertanto essere concepiti in modo diverso da quello attuale: un approccio “predittivo” fondato sul trattamento statistico di fattori di rischio dovrebbe essere sostituito da un approccio più rispettoso dei diritti umani, in cui il giudice svolge un ruolo fondamentale nell’individualizzazione della sanzione penale. Le tecniche di analisi dei dati potrebbero essere utilizzate dai servizi sociali e da agenti di probation per centralizzare e raccogliere informazioni sull’autore di un reato sparse tra diverse istituzioni (informazioni concernenti la formazione, l’occupazione, l’assistenza medico-sociale regolare); queste informazioni potrebbero informare il processo decisionale di un giudice che deve pronunciarsi, a volte, in tempi estremamente brevi (ad esempio, nel contesto delle cosiddette procedure di “comparizione immediata” in Francia o del “processo immediato” in Italia).

3. Verso un indispensabile quadro etico

Come menzionato in introduzione, la Cepej ha appena adottato la prima «Carta etica europea sull’uso dell’intelligenza artificiale nei sistemi giudiziari», che mette un accento particolare sulle tecniche di trattamento e analisi automatizzate delle decisioni giudiziarie. Si tratta di uno strumento non vincolante, ma che ha il merito di enunciare principi sostanziali e metodologici applicabili sia agli attori privati (come le start-up attive sul mercato delle nuove tecnologie applicate ai servizi giuridici – le legaltech) sia alle autorità pubbliche. Queste ultime potranno trarre ispirazione dai suddetti principi per definire delle politiche o un quadro normativo in questa materia.

Tra i principi enunciati, il rispetto dei diritti dell’uomo e della non-discriminazione da parte delle applicazioni di intelligenza artificiale riveste un’importanza fondamentale. Si tratta di assicurare, dalla fase della concezione fino all’applicazione pratica, che le soluzioni garantiscano il rispetto dei diritti garantiti della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e dalla Convenzione n. 108 del Consiglio d’Europa sulla protezione dei dati personali. Il principio di non-discriminazione è espressamente enunciato in ragione della capacità dei trattamenti Intelligenza artificiale – soprattutto nella materia penale – di rivelare discriminazioni esistenti, raggruppando o classificando dati riguardanti persone o gruppi di persone. Gli attori pubblici e privati devono dunque garantire che queste applicazioni non riproducano o aggravino tali discriminazioni e non portino ad analisi o pratiche deterministiche.

Vengono anche prese in considerazione alcune sfide qualitative sul piano della metodologia dell’analisi e del trattamento automatizzato delle decisioni giudiziarie. L'elaborazione dei dati effettuata tramite machine learning dovrebbe poter essere effettuata sulla base di originali certificati e l’integrità di tali dati dovrebbe essere garantita in tutte le fasi del trattamento. Inoltre, ci dovrebbe essere una particolare attenzione nella fase della selezione delle decisioni che saranno in seguito trattate con l’apprendimento automatico. Queste dovrebbero essere realmente rappresentative delle diverse realtà su cui il giudice è chiamato a statuire e non corrispondere a griglie di analisi predeterminate (per esempio, i progettisti potrebbero avere la tendenza a scartare decisioni che non si prestino alle correlazioni di sequenze linguistiche da parte dell’apprendimento automatico o decisioni scarsamente motivate). Inoltre, si sottolinea la necessità di disporre di un ambiente tecnologico sicuro per l’archiviazione e l’attuazione di modelli di machine learning e di algoritmi.

Di grande importanza è anche il principio di trasparenza delle metodologie e delle tecniche utilizzate nel trattamento delle decisioni giudiziarie. Si pone qui l’accento sulla necessità di rendere accessibili e comprensibili le tecniche di trattamento dei dati, così come di autorizzare delle verifiche (audits)esterne da parte di soggetti indipendenti, al fine di individuare eventuali distorsioni. È, altresì, incoraggiato un sistema di certificazione delle diverse applicazioni da parte di queste autorità.

Inoltre, si sottolinea la necessità di non subire passivamente e, al contrario, di rinforzare l’autonomia degli utenti nell’uso di strumenti e servizi di intelligenza artificiale. Il giudice, in particolare, dovrebbe essere in grado di tornare in qualsiasi momento alle decisioni giudiziarie e ai dati che sono stati utilizzati per produrre un risultato, e continuare ad avere la possibilità di discostarsi da esse in considerazione delle specificità del caso concreto. Ogni utente dovrebbe essere informato, in un linguaggio chiaro e comprensibile, della natura vincolante o non vincolante delle soluzioni proposte dagli strumenti di intelligenza artificiale, delle varie opzioni possibili e del suo diritto all’assistenza legale e al ricorso a un tribunale.

Si considera che le sfide poste dall’Intelligenza artificiale nel settore della giustizia potranno essere trattate in maniera più efficace soltanto attraverso una fusione dei saperi: a questo proposito, la creazione di équipe pluridisciplinari composte da magistrati, ricercatori in scienze sociali e informatici è fortemente raccomandata, tanto allo stadio di elaborazione che di pilotaggio e di attuazione delle soluzioni proposte. In generale, si raccomanda un approccio graduale nell’integrazione dell’Intelligenza artificiale nei sistemi giudiziari: è essenziale, in effetti, verificare che le applicazioni proposte (spesso da imprese private) abbiano un valore aggiunto per gli utenti e che contribuiscano effettivamente alla realizzazione degli obiettivi del servizio pubblico della giustizia.

L’auspicio della CEPEJ è che questi principi diventino l’asse portante di una “cybergiustizia” a livello europeo e che possano divenire un riferimento concreto per i magistrati, le autorità politiche o giudiziarie che devono far fronte alla sfida dell’integrazione delle nuove tecnologie fondate sull’Intelligenza artificiale nelle politiche pubbliche o nel lavoro quotidiano. Inoltre, su un piano pratico, questi principi rappresentano una base di comparazione importante per valutare le caratteristiche delle differenti applicazioni di Intelligenza artificiale di cui si valuta l’applicazione nel sistema giudiziario o a livello dei tribunali. La CEPEJ resta, naturalmente, a disposizione degli Stati membri, dei tribunali e dei rappresentanti delle diverse professioni giuridiche per accompagnarli nell’attuazione dei principi della Carta etica.

[1] Cepej, Studio n. 24, Rapport thématique: l’utilisation des technologies de l’information par les tribunaux en Europe, 2016 (dati del 2014).

[2] Cepej (2016) 13, https://edoc.coe.int/fr/efficacite-de-la-justice/7498-lignes-directrices-sur-la-conduite-du-changement-vers-la-cyberjustice-bilan-des-dispositifs-deployes-et-synthese-de-bonnes-pratiques.html.

[3] Per il testo della «Carta etica europea sull'uso dell'intelligenza artificiale (Intelligenza artificiale) nei sistemi giudiziari e in ambiti connessi» (in inglese e francese) e per  un primo commento, cfr. C. Barbaro, Cepej, adottata la prima Carta etica europea sull'uso dell'intelligenza artificiale (AI) nei sistemi giudiziari, in Questione giustizia on line del 7/12/2018, www.questionegiustizia.it/articolo/cepej-adottata-la-prima-carta-etica-europea-sull-uso-dell-intelligenza-artificiale-ai-nei-sistemi-giudiziari_07-12-2018.php.

[4] Vorrei ringraziare il Dottor Yannick Meneceur, magistrato, consigliere di intelligenza artificiale al Consiglio d’Europa. Yannick Meneceur ha contribuito ai lavori del Gruppo ed è autore di numerose pubblicazioni sulla giustizia predittiva, tra cui Le numérique, levier essentiel d’une meilleure efficacité et qualité de la justice en Europe, in Enjeux numériques, Les Annales des mines, Parigi, n. 3/2018, pp. 11-15 (disponibile online: www.annales.org/enjeux-numeriques/2018/en-2018-03/EN-2018-09-3.pdf).

[5] Applicazioni di uso comune che utilizzano questa tecnica sono, ad esempio, le assistenti vocali («Siri» di Apple o «Alexa» di Amazon, per citarne alcune tra le più conosciute).

[6] N. Aletras - D. Tsarapatsanis - D. Preoţiuc-Pietro - V. Lampos, Predicting judicial decisions of the European Court of Human Rights: a Natural Language Processing perspective, in PeerJ computer science,  24 ottobre 2016, https://peerj.com/articles/cs-93/.

[7] M. Benesty, L'impartialité des juges mise à mal par l'intelligence artificielle, in Village de la justice, 24 marzo 2016, www.village-justice.com/articles/impartialite-certains-juges-mise,21760.html.

[8] H.L.A. Hart, Il concetto di diritto, Einaudi, Torino, 2002 (ed. or.: The Concept of Law, Clarendon Press, Oxford, 1961).

[9] «Alpha Go Zero», versione potenziata di «Alpha Go», è riuscita a battere quest’ultima in tre giorni dopo essere stata formata unicamente sulle regole del gioco e non sulle partite precedenti effettivamente giocate.

[10] Insieme di scienze (matematica, statistica, probabilità, informatica, visualizzazione dei dati) che mirano a estrarre conoscenze da un insieme eterogeneo di dati.

[11] Su iniziativa del Ministero della giustizia, le Corti d'appello di Rennes e Douai hanno concordato di testare su vari casi d’appello, nella primavera del 2017, una versione di un software “predittivo” di analisi delle decisioni in materia civile e commerciale di tutte le corti d’appello francesi.

Anche se dati giurisprudenziali interni ed esaustivi erano già disponibili gratuitamente da molti anni (banca dati Jurica) e messi appositamente a disposizione della casa editrice dal Ministero, ai due tribunali è stato offerto di valutare il valore di un’analisi quantificata, presentata come innovativa, delle somme stanziate dai tribunali, nonché una classificazione geografica delle differenze riscontrate per domande e processi simili.

L’ambizione dichiarata del software era, quindi, quella di creare uno strumento decisionale per ridurre, se necessario, l’eccessiva variabilità delle decisioni giudiziarie, in nome del principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Il ritorno della sperimentazione, contraddittoriamente dibattuto tra le due Corti d'appello, il Ministero della giustizia e il legaltech all’origine del prodotto, ha purtroppo obiettato la mancanza di valore aggiunto della versione testata del software per la riflessione e il lavoro decisionale dei giudici.

In particolare, sono stati rivelati errori di ragionamento del software, che hanno portato a risultati anomali o inappropriati, a causa della confusione tra semplici frequenze lessicali delle motivazioni giudiziarie e le causalità che erano state decisive nel ragionamento dei giudici in esame.

[12] Nel Regno Unito, il software HART («Harm Assessment Risk Tool»), sviluppato in collaborazione con l'Università di Cambridge, è attualmente in fase di sperimentazione. Questa tecnologia, basata sull'apprendimento automatico, è stata programmata con le informazioni provenienti dagli archivi della polizia di Durham per oltre cinque anni, dal 2008 al 2012. Osservando le decisioni prese dai giudici durante questo periodo e la recidiva (o meno) di alcuni sospetti, la macchina dovrebbe essere in grado di valutare il rischio – basso, medio o alto – delle persone sottoposte a fermo di polizia, in particolare sulla base di una trentina di fattori, alcuni dei quali non legati al reato commesso (ad esempio, il luogo di residenza).

[13] Si veda, in particolare, www.propublica.org/article/technical-response-to-northpointe.

[14] Come nel sistema giuridico italiano, questa filosofia ha portato, ad esempio, alla previsione di misure alternative alla detenzione, come la liberazione condizionale, la libertà vigilata e l’affidamento in prova ai servizi sociali.

Fascicolo 4/2018
Editoriale
di Renato Rordorf
Obiettivo 1
Una giustizia (im)prevedibile?
di Andrea Natale
di Paolo Grossi

In questa riflessione, l’Autore ragiona sulla storicità e sulla fattualità del diritto, inseparabilmente intriso degli interessi e dei valori che si agitano nella società. In tale prospettiva, la certezza del diritto – e la sua prevedibilità – possono essere strumentalizzate a fini di conservazione di determinati assetti economici e sociali. L’Autore attraversa varie tappe storiche e individua nell’entrata in vigore della Costituzione repubblicana un passaggio di fase, in cui si riconosce il nesso diritto/società con una impostazione apertamente pluralistica del fenomeno giuridico. Di qui la centralità del ruolo degli interpreti, in approccio continuo coi fatti di vita e di essi percettori

di Enrico Scoditti

La diretta applicazione da parte dei giudici comuni dei principi costituzionali, laddove manchi la disciplina legislativa del caso, solleva interrogativi sul piano della prevedibilità del diritto e del peso degli orientamenti soggettivi di valore, interrogativi riconducibili al più ampio dibattito su democrazia e costituzionalismo. Quando il giudice risolve la controversia mediante il bilanciamento dei principi costituzionali in relazione alle circostanze del caso, o mediante la concretizzazione di clausole generali, si appella al bilanciamento ideale o all’ideale di norma contenuto nella clausola generale. Allo scopo di garantire la sicurezza giuridica, quale elemento fondamentale dello Stato di diritto, deve riconoscersi che, in sede di giurisdizione per principi o per clausole generali, è operante anche nei sistemi di civil law la regola dello stare decisis. Un esempio di diritto del caso concreto, dove trova applicazione la regola della vincolatività del precedente giudiziario, è quello del contratto iniquo e gravemente sbilanciato in danno di una parte.

di Pietro Curzio

Dopo aver posto alcune premesse, l’Autore rileva che è lo stesso ordinamento – nell’attribuire alla Corte di cassazione il compito di assicurare «l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge» – a riconoscere che, di una stessa disposizione possono essere date più interpretazioni; di qui, il rischio di imprevedibilità delle decisioni. L’Autore prende allora in considerazione le «ragioni del cambiamento» e le «ragioni della stabilità», evidenziando come entrambe rispondano ad esigenze di rilievo costituzionale, soffermandosi, infine, sugli strumenti ordinamentali che possono garantire il delicato punto di equilibrio che la giurisdizione deve riuscire ad individuare.

di Donato Castronuovo

L’Autore propone alcune variazioni sul tema della crisi della fattispecie penale, sia sul piano del formante legale sia su quello del formante giurisprudenziale, in relazione, rispettivamente, a clausole generali recate da disposizioni di legge oppure a clausole contenute in regulae iuris di origine giudiziale. Gli effetti prodotti dalle clausole generali sulla accessibilità e prevedibilità delle norme penali sono esaminati, attraverso due esempi, in funzione dell’evoluzione della giurisprudenza sovranazionale e di quella della Corte costituzionale.

di Ombretta Di Giovine

L’Autrice affronta il tema dell’interpretazione penalistica in una prospettiva aperta a saperi esterni, ed evidenzia la difficoltà di distinguere l’interpretazione, analogica, dall’analogia in senso stretto. Avvalendosi del richiamo a pronunce della Corte di cassazione a sezioni unite, cerca di dimostrare come i maggiori rischi di arbitrio si annidino peraltro non tanto nel mancato rispetto del testo (dai confini non previamente definibili), quanto nell’omessa o parziale esplicitazione delle premesse valoriali del ragionamento giuridico. Dichiara infine una cauta apertura verso l’intuizione del giudicante nei soli (seppur sempre più numerosi) casi di “dilemma”, non risolvibili attraverso gli strumenti tradizionali della deliberazione e della razionalità di scopo.

di Carlo Sotis

Queste pagine hanno ad oggetto gli effetti del test di ragionevole prevedibilità della giurisprudenza Cedu sull’art. 7 e si compongono di tre parti. In una prima si riassumono i vari criteri elaborati dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo per effettuare il test. In una seconda si propone una riflessione su luci e su un’ombra proiettate dalla ragionevole prevedibilità convenzionale. In una terza si avanza l’ipotesi che, accanto a quella “classica”, si affaccino due nuove ragionevoli prevedibilità.

di Massimo Donini

Lo studio analizza la tenuta di una possibile sostituzione della fattispecie mediante il case law, escludendo che si tratti di una alternativa possibile, essendo entrambi componenti essenziali del sistema giuridico. Vengono individuate le condizioni del diritto giurisprudenziale legittimo in diritto penale nell’attività di concretizzazione e applicazione della legge ai casi, muovendo da una rinnovata elaborazione del rapporto tra disposizione e norma, fondamentale anche per accertare i procedimenti analogici occulti, per i quali si definisce uno specifico test di verifica nel quadro di una ridefinizione del procedimento analogico in un quadro di teoria generale del diritto, e non solo dei distinti doveri ermeneutici specifici del penalista. La possibilità che il diritto giurisprudenziale legittimo, in parte negli hard cases, approdi all’enucleazione di casi-norma, e non solo a esempi applicativi nuovi o nuove interpretazioni in astratto della legge, produce l’esigenza di una disciplina o considerazione differenziata del parametro della prevedibilità, per l’efficacia retroattiva o solo ex nunc delle nuove evoluzioni o dei mutamenti intervenuti. I distinti momenti di irretroattività oggettiva o di scusabilità soggettiva per le innovazioni imprevedibili sono infine declinati sulla base degli articoli 7 Cedu, 27, co. 1, Cost. e 5 cp. Conclude lo scritto la proposta di sei regole di deontologia ermeneutica penale.

di Maria Giuliana Civinini

L’Autrice affronta la questione del precedente della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sotto il duplice punto di vista della formazione della giurisprudenza della Corte e del vincolo sul giudice nazionale, mettendo in evidenza le particolarità del sistema convenzionale

di Martina Condorelli e Luca Pressacco

Il fenomeno dell’overruling è stato negli ultimi anni oggetto di particolare attenzione da parte della dottrina e della giurisprudenza italiana, anche sulla scorta del ruolo crescente attribuito al “diritto vivente” e degli orientamenti della giurisprudenza europea. Nel presente contributo, gli Autori ripercorrono gli itinerari, specialmente giurisprudenziali, che hanno progressivamente conferito rilievo giuridico al fenomeno dell’overruling. In particolare, vengono analizzati presupposti, limiti ed effetti del revirement giurisprudenziale nei settori amministrativo, civile e penale, per dare conto dei rimedi esperibili al fine di tutelare l’affidamento nell’interpretazione di regole di natura sostanziale o processuale.

di Alberto Giusti

Nell’ambito della riforma attuata dal d.lgs n. 40/2006, il dinamismo nomofilattico esce rafforzato dalla portata del novellato articolo 374, comma 3, cpc. Nel delicato equilibrio tra etica della convinzione ed etica della responsabilità, la riforma attribuisce al rapporto tra sezioni semplici e sezioni unite uno specifico valore complementare, non gerarchico, in grado di prevenire contrasti «inammissibili» attraverso il vincolo di coerenza, per le prime, rispetto al principio di diritto alla base del decisum enunciato dalle seconde – o comunque ricavabile dalla sentenza. Tale sistema è coerente con la possibilità che hanno le sezioni semplici di sollecitare, mediante ordinanza interlocutoria, il mutamento di giurisprudenza, e non pregiudica la loro legittimazione a sollevare dubbi di costituzionalità o di compatibilità con il diritto dell’Ue in merito all’interpretazione resa dalle sezioni unite di detto principio.

Le esperienze dell’ultimo decennio (esplicitate, nell’ultimo paragrafo, da tre esempi significativi, due dei quali hanno portato all’overruling delle sezioni unite) fanno concludere per un bilancio positivo del meccanismo introdotto dalla riforma, quale strumento capace di assicurare una ordinata evoluzione del diritto vivente, nel consapevole equilibrio tra innovazione e coerenza argomentativa e sistematica.

di Giorgio Fidelbo

Il precedente come valore “culturale” e la sua vincolatività (relativa) sono, rispettivamente, la considerazione di fondo e la novità principale della “riforma Orlando” (legge 23 giugno 2017, n. 103). La storica tensione generata dai contrasti giurisprudenziali interni alle sezioni della Suprema corte, moltiplicatrice di decisioni nella sua qualità di giudice di “terza istanza”, sembra attenuarsi con l’introduzione del vincolo del precedente e la rimessione obbligatoria alle sezioni unite (ex articolo 618, comma 1-bis, cpp), laddove il collegio di una sezione semplice non condivida il principio di diritto da quelle enunciato, applicabile al caso oggetto del ricorso. Al di fuori di un ordine gerarchico dei rapporti, tale meccanismo consente all’attività interpretativa delle sezioni semplici di tradursi in un contributo nomofilattico che, nella forma del “dialogo” interno, rafforza in senso unitario l’evoluzione giurisprudenziale, permettendo al sistema – come dimostrano alcune prime esperienze applicative – di rinnovarsi. Il vincolo del precedente e la portata della riforma hanno implicazioni significative in tema di prospective overruling, con un richiamo alle incongruenze che hanno visto le sezioni unite penali e quelle civili divergere in merito all’accezione stessa della legalità – sulla questione, la Consulta (con la sentenza n. 230 del 2012) ha frenato lo slancio delle prime, escludendo un’equiparazione tra la legge e il “diritto vivente”.

di Enzo Vincenti

Il duplice scopo della massimazione (informativo e sistematico) si coniuga, nell’era digitale, con l’obiettivo, perseguito dal legislatore processuale nell’ultimo decennio, di valorizzare il “precedente di legittimità” come criterio e misura della prevedibilità delle decisioni giudiziarie future solo attraverso uno strumento evoluto tecnologicamente che ne consenta la più rapida ed estesa conoscenza, ne organizzi i flussi e, quindi, la renda davvero fruibile. Un tale strumento è rappresentato, anche storicamente, da ItalgiureWeb, la banca dati giuridica nazionale informatizzata del Ced della Corte di cassazione, tramite la quale si è potuta realizzare la più significativa simbiosi tra il contenuto (la giurisprudenza, ma non solo) e il suo veicolo di conoscenza (l’informatica), con funzione servente anche della effettività e trasparenza della giurisdizione.

di Claudio Castelli e Daniela Piana

La giustizia predittiva, di cui già oggi si discute in molti Paesi e che viene presentata come un Giano bifronte, un grande rischio di riduzione ad una gestione automatizzata degli small claims ovvero di una differenziazione delle risposte giudiziarie che ha profili di potenziale discriminazione, è un orizzonte non più soltanto futuribile anche nel nostro Paese. Discuterne, darsi gli strumenti conoscitivi e quindi di governance per potere volgere quella che è una opportunità di cambiamento in una reale condizione di potenziamento della prevedibilità della trasparenza e del coordinamento fra sedi giudiziarie, nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali di autonomia del giudice, è una priorità che questo lavoro mette al centro del dibattito della magistratura italiana e di tutti i protagonisti del mondo della giustizia.

di Claudio Costanzi

La progressiva affermazione della prova scientifica nel processo penale come nuova regina probationum ha innescato una lenta, ma inesorabile sollecitazione delle logiche qualitative del ragionamento probabilistico, così come descritte dalla sentenza Franzese. Gli argomenti allora utilizzati per confutare gli sterili e opposti approcci quantitativi all’accertamento del nesso causale si scontrano con i recenti tentativi di applicare la matematica alla valutazione e combinazione delle prove. Dagli Stati Uniti d’America e dalla Scandinavia è giunta l’eco travolgente di raffinate teorie per l’algoritmizzazione del giudizio attraverso la quantificazione della credenza soggettiva in un’ipotesi alla luce delle risultanze istruttorie. Compito del giurista e del legislatore è analizzare tali approcci comprendendone il funzionamento, approntando i necessari strumenti per resistere al rischio di degenerazioni meccanicistiche del ricorso ai big data, senza rinunciare agli indubbi vantaggi che i mathematical tools offrono al processo. Invero, l’attuale diffusione anche su scala europea di applicazioni sperimentali del teorema di Bayes e dell’E.V.M. sta cambiando silenziosamente il ragionamento probatorio, proponendo sfide inimmaginabili fino al decennio scorso.

di Clementina Barbaro

L’uso dell’intelligenza artificiale come strumento di supporto del lavoro degli operatori del diritto e dei tribunali è ancora un fenomeno embrionale in Europa. Tra le diverse soluzioni proposte, suscitano un interesse crescente quelle riguardanti l’analisi e il trattamento della giurisprudenza per ridurre l’alea del giudizio e garantire una maggiore prevedibilità delle decisioni giudiziarie. È necessario, tuttavia, interrogarsi sull’effettività di queste applicazioni, impropriamente qualificate di “giustizia predittiva”, alla luce delle caratteristiche attuali dell’intelligenza artificiale e, in particolare, del machine learning/apprendimento automatico. Il loro impatto sulla professione del magistrato, sulla produzione della giurisprudenza e sulle garanzie dell’equo processo merita inoltre di essere attentamente esaminato.

La Commissione europea sull’efficacia della giustizia (Cepej) ha condotto uno studio approfondito su questi temi e redige attualmente una «Carta etica europea sull’uso dell’intelligenza artificiale nei sistemi giudiziari», adottata alla sessione plenaria della Cepej del 3-4 dicembre 2018. Primo strumento europeo in materia, la Carta etica enuncia principi sostanziali e metodologici applicabili all’analisi e al trattamento delle decisioni giudiziarie e intende essere un punto di riferimento per l’attività di soggetti privati e pubblici attivi in questo settore, tanto per quanto riguarda lo sviluppo concreto di applicazioni di intelligenza artificiale quanto per l’elaborazione di politiche pubbliche riguardanti l’integrazione di tali applicazioni nel sistema giudiziario.

di Simone Gaboriau

Nel tempo della rivoluzione digitale, l’idea di affidare agli algoritmi una parte consistente del contenzioso in base alla sua “limitata” entità riposa su strategie non sempre trasparenti che eludono la pubblicità e la terzietà connaturate alla funzione giurisdizionale e ai suoi soggetti. Oltre a una risposta alle esigenze di ordine giudiziario e di riduzione dei costi – promossa dal Ministero della giustizia francese – cosa presuppone e quali effetti comporta un’automazione – ancorché parziale – della giustizia?

Ripercorrendo alcune esperienze francesi, le opinioni contrastanti espresse da diverse “voci” ufficiali e collocando il fenomeno in prospettiva storica allargata (compreso un richiamo, in tema di validità dei dispositivi, alle derive applicative generate da una soi-disant “polizia predittiva”), si analizzano le dinamiche strutturali della giustizia digitale guardando ai risultati finora raggiunti e alla natura degli interessi che essa serve. Al netto di considerazioni ideologiche, si ripropone oggi, con inedita urgenza – e indubbia necessità –, la rilevanza dei valori intangibili della giustizia e di una qualità connaturata al magistrato: l’umanità, dalla quale non tanto la tecnologia in sé, quanto le logiche – tutte umane – ad essa sottese sembrano, talvolta e in misura crescente, prendere le distanze.

Obiettivo 2
Il dovere della comunicazione
di Donatella Stasio

Nell’epoca della comunicazione e contro il “cattivismo” diffuso che sembra connotare lo spirito dei tempi, diventa ancora più urgente un’etica della comunicazione. La magistratura deve farsi carico dell’aspettativa sociale di conoscere e di comprendere la complessità della giustizia. Ma il dovere di comunicare presuppone la costruzione di una solida e diffusa cultura della comunicazione. Questa è, dunque, la sfida che attende la magistratura tutta, per recuperare credibilità e soprattutto fiducia, caduta ai minimi storici. La fiducia si nutre infatti della trasmissione del sapere, della promozione della conoscenza, dell’esercizio della trasparenza, di condotte rispettose della dignità dell’interlocutore, dell’ascolto, del rendere conto … . Si tratta di una “riforma” improcrastinabile, che chiede ai giudici (e in generale ai giuristi) anzitutto di uscire davvero dall’autoreferenzialità e poi di mettersi in gioco con umiltà, consapevolezza del proprio ruolo sociale, responsabilità, ed elaborazione del lutto di una giustizia perfetta.

di Vincenza (Ezia) Maccora

Risale al 2008 la spinta del Consiglio superiore della magistratura ad investire sulla comunicazione della giustizia sulla giustizia. In questo ultimo decennio si sono moltiplicate le iniziative in questo settore – Urp, Bilancio sociale, siti internet, attività di sensibilizzazione, attenzione al linguaggio, anche del corpo, con cui il magistrato entra in contatto con le parti – e dalla loro analisi si comprende il tentativo di allineamento delle Istituzioni giudiziarie italiane ai principi espressi a livello europeo. Tanta strada è stata percorsa ed ora spetta ai singoli magistrati il compito di impadronirsi del momento comunicativo, raccogliendo gli stimoli provenienti “dall’alto” e da qualche magistrato antesignano, superando le resistenze culturali che ancora si riscontrano. Questo obiettivo cerca di fare il punto su dove siamo arrivati e sul cammino ancora da percorrere, nella consapevolezza che impegnarsi sul piano della comunicazione/informazione è un dovere di tutti i magistrati e che da questa si alimenta anche la fiducia dei cittadini verso la giustizia.

di Vittorio Lingiardi

Per molti anni la professione dello psicoanalista è stata governata da tre principi fondamentali: neutralità, astinenza e anonimato. Col tempo, la cosiddetta “svolta relazionale” in psicoanalisi ha modificato, senza alterarne lo spirito etico e terapeutico, lo stile della comunicazione tra terapeuta e paziente. Prendendo spunto da questo esempio, ma rifuggendo parallelismi forzati e fuorvianti, propongo alcuni spunti di riflessione sull’importanza di una comunicazione empatica e accessibile, pur nel rigore della specificità, tra giudici e cittadini. Il tempo delle torri d’avorio è finito, e per non rimanere travolte dall’inconsistenza dei tweet, è importante che le professioni e le istituzioni, senza cedere al narcisismo della visibilità e all’esibizionismo dialettico, imparino a parlare alle cittadine e ai cittadini in modo tempestivo, non gergale, non propagandistico. Stile e modi di comunicazione dei giudici influenzano infatti la formazione dell’immagine, individuale e collettiva, psichica e sociale, della giustizia. È bene che, “oltre le sentenze”, ci siano parole che le spiegano e le accompagnano. Per non vivere in un mondo dominato dall’imperativo della comunicazione ma che ha perso la capacità di comunicare.

di Franco Ippolito

Tracciare l’esatta distinzione tra consenso e fiducia, nella società democratica e nello Stato costituzionale di diritto, è esigenza essenziale per la magistratura. Per un pieno recupero della fiducia è necessario rifuggire dalla ricerca del consenso e concorrere alla formazione di una opinione pubblica fondata sulla corretta informazione e comunicazione, sull’esercizio della critica razionale e ragionata, sul rispetto degli altri.

di Elisabetta Cesqui

Una comunicazione trasparente è fondamentale per un corretto esercizio della giurisdizione, dare conto del proprio agire e del servizio reso alla generalità è questione che attiene la sua stessa legittimazione.  L’informazione sull’attività degli uffici deve passare attraverso servizi dedicati, Bilanci sociali e una concezione più moderna delle relazioni dell’Ispettorato del ministero. L’informazione sui procedimenti, specie quelli di rilevante interesse per la generalità, deve trovare un punto di equilibrio tra le esigenze proprie del processo, il diritto di cronaca giudiziaria, la tutela della dignità delle persone e quella della riservatezza. Serve perciò una comunicazione gestita dagli uffici, costante, chiara, senza discriminazioni tra giornalisti. È necessario valorizzare, non mortificare l’intermediazione professionale degli operatori dell’informazione e rivedere il sistema normativo dei divieti e delle sanzioni. Condizione presupposta di una comunicazione corretta è la chiarezza, comprensibilità e appropriatezza dei provvedimenti e degli atti da comunicare. Un tentativo di conciliare le diverse esigenze nella nuova disciplina delle intercettazioni.

di Nello Rossi

Per la magistratura degli anni ‘50 e ‘60 valeva la regola non scritta ma ferrea del silenzio. Una vera e propria arte di tacere, frutto dell’omogeneità con la classe dominante e pegno della irresponsabilità sociale e culturale per le decisioni assunte. La stagione del risveglio sociale e culturale dei magistrati coincide con la loro presa di parola ed avvia un lungo percorso evolutivo, a più riprese contrastato, insidiato e revocato in dubbio. È un itinerario che si snoda attraverso diverse tappe: dalla difesa della libertà di manifestazione del pensiero nei confronti delle iniziative disciplinari all’elaborazione di un’etica del discorso pubblico del magistrato sino all’affermazione di un moderno e compiuto diritto-dovere di spiegare e di spiegarsi che appartiene agli uffici giudiziari ed all’occorrenza a ciascun singolo magistrato. Ma c’è un lavoro di lunga lena da fare per presidiare il confine tra libertà e prepotenze e perché la scelta per la comunicazione non sia solo una rivoluzione dall’alto…

di Patrizia Giunti

La sfida per l’inclusività della comunicazione giuridica non si vince con il solo richiamo alla semplificazione del linguaggio. La posta in gioco è più alta, chiama in causa la relazione del giurista con gli innumerevoli attori sociali della complessità globale e richiede un investimento forte sul piano dei modelli culturali.

di Nicoletta Giorgi

La capacità di comunicare deve diventare una nuova competenza funzionale all’esercizio della giurisdizione. Il recupero del rapporto di fiducia del cittadino per le istituzioni passa per l’esatta comprensione dei provvedimenti giurisdizionali e, quindi, dall’apprendimento della semplificazione linguistica e dalla reciproca alfabetizzazione di giornalisti e magistratura.

Serve un cambiamento organizzativo degli uffici e ancor prima un cambiamento culturale anche tramite l’adozione di una nuova metodologia formativa ispirata all’esperienze fuori confine.

di Giuseppe Pignatone

L’esercizio in concreto di un incarico direttivo in terra di mafia rende particolarmente consapevoli del dovere di comunicare per raggiungere i fini istituzionali dell’amministrazione della giustizia. Occorre “rendere conto” per consentire ai cittadini di esercitare il controllo sociale quale necessario contrappeso all’indipendenza e all’autonomia della magistratura. Ovviamente l’interlocuzione pubblica deve avere quale unico ed esclusivo scopo quello di comunicare la giustizia al cittadino, evitando di inquinare con interessi estranei (del magistrato o di terzi) tale finalità di interesse generale. Senza dimenticare che nel momento in cui viene meno il segreto investigativo, le risultanze delle indagini offrono alla pubblica opinione e al dibattito democratico una massa di conoscenze che possono essere utili o addirittura preziose. Si pensi al contributo che alla crescita sociale e civile del nostro Paese hanno dato le indagini sulle mafie e sulla corruzione. Compresi quei dialoghi o quei filmati che una volta depositati sono diventati patrimonio conoscitivo della società: dalla documentazione dell’omaggio ai boss alla Madonna di Polsi alla riunione dei vertici della ‘ndrangheta lombarda a Paderno Dugnano, dalla richiesta e dal pagamento di tangenti in varie parti d’Italia alle conversazioni tra i capi delle organizzazioni mafiose e gli appartenenti all’“area grigia”. Non vi è dubbio infatti che anche questa è comunicazione della giustizia.

di Giancarlo De Cataldo

L’Autore prende le mosse da una definizione della sentenza come atto finalizzato a rendere manifesto, sia alle parti processuali direttamente coinvolte, che alla collettività, l’iter logico che sorregge la motivazione del giudice. La sentenza viene poi analizzata come documento narrativo, con riferimento agli elementi che vi devono necessariamente comparire in ossequio al dettato normativo e alle possibili tecniche di redazione, in un percorso che dovrebbe tendere all’ottenimento della giusta completezza espositiva nel quadro di una maggiore concretezza e sinteticità. L’autore si chiede infine, in chiave problematica se non apertamente critica, se l’innegabile sforzo dei giudici di comunicare, attraverso la motivazione della sentenza, in modo più chiaro, conciso e comprensibile, possa servire a migliorare, se non l’accettazione, quanto meno la comprensione, da parte della collettività, delle regole del giudizio.

di Francesco Petrelli

Come e perché è necessario comunicare il processo. Occorre ristabilire l’alleanza fra processo e ragione, fra la cultura condivisa del Paese e il processo penale. L’errore dell’avvocatura non è stato quello di non aver saputo difendere il “giusto processo” ma di non averlo saputo “comunicare”. Di aver lasciato che intere classi politiche e dirigenti di questo Paese crescessero e venissero educate alla scuola illiberale di chi vede nel processo penale solo un ostacolo alla affermazione della legalità e non uno strumento di riaffermazione dello statuto democratico di un Paese. Una società spaventata, resa insicura ed incerta dalla crisi e dalla globalizzazione, ha cessato così del tutto di vedere nel diritto uno strumento di realizzazione della persona. Ciò che viene chiesto dal cittadino non sono più diritti ma sono in realtà tutele e protezioni, non nuovi spazi di libertà, ma più benefici e più assistenza, non diritti civili e garanzie della persona per poter sviluppare e veder maturare le proprie aspettative individuali, politiche e sociali. Ed in questo contesto è sempre più necessaria un’avvocatura capace di parlare la difficile lingua dei diritti dimenticati.

di Mariarosaria Guglielmi

I principali network delle magistrature europee hanno elaborato articolati documenti di indirizzo in tema di comunicazione giudiziaria, che rappresentano un insostituibile quadro di riferimento per una componente sempre più rilevante del rapporto tra magistratura e società, con implicazioni importanti nel contesto della crisi dello Stato di diritto. L’analisi dell’esperienza di altri Stati membri dell’Unione europea, e in particolare della Romania, aggiunge ulteriori elementi che depongono nel senso della necessità di un approfondito dibattito anche in Italia sul tema, svolto a partire da quanto elaborato nelle sedi transnazionali.

di Daniela Lecca

L’importanza del rapporto tra cittadini e istituzioni passa per la trasparenza della comunicazione pubblica, nel difficile bilanciamento tra natura dell’informazione, libertà di accesso ai dati, diritto di cronaca e tutela di alcuni fondamentali diritti della persona. Il caso speciale della Romania alla luce della nuova disciplina del rapporto triangolare tra magistratura, società e mezzi di comunicazione di massa.

di Raffaella Calandra

Un nuovo tipo di comunicazione, per far comprendere meccanismi e provvedimenti. I giovani magistrati aprono all’introduzione nei Palazzi di giustizia di profili professionali specifici, come un ufficio stampa, o all’incremento di formazione per i rapporti con i media. Dietro polemiche recenti, spesso ci sono informazioni inesatte, diffuse sui social. Ricerche demoscopiche collegano il crollo di fiducia nella magistratura anche alla comunicazione. La sfida di trovare un equilibrio tra le indicazioni degli organi sovranazionali e i richiami del Colle.

di Armando Spataro

Le modalità di pubblica comunicazione dei magistrati hanno dato luogo a frequenti critiche secondo cui essi parlerebbero per rafforzare il peso dell’accusa o la propria immagine. Si tratta di accuse quasi sempre infondate, ma che traggono spunto da innegabili criticità: basti pensare alla prassi delle conferenze stampa teatrali e dei comunicati stampa per proclami, o all’autocelebrazione della proprie inchieste con connesse accuse a chi si permette di esprime dubbi e critiche. Bisogna spiegare ai magistrati “come non si comunica”, convincendoli ad evitare i tentativi di “espansione” a mezzo stampa del proprio ruolo fino ad includervi quelli degli storici e dei moralizzatori della società. Il dovere di informare è naturalmente irrinunciabile, purché esercitato nei limiti della legge, del rispetto della privacy e delle regole deontologiche, ma è anche necessario che i magistrati si guardino bene dal contribuire a rafforzare un’ormai evidente degenerazione informativa, che spesso determina febbre “giustizialista”, alimentata da mostruosi talk-show ed attacchi alla politica ingiustificatamente generalizzati. I magistrati non sono ovviamente gli unici responsabili di questa pericolosa deriva cui contribuiscono anche strumentalizzazioni ad opera di appartenenti alle categorie degli avvocati, dei politici e degli stessi giornalisti che spesso producono informazioni sulla giustizia prive di approfondimento e di verifiche, e che sono caratterizzate dalla ricerca di titoli e di forzature delle notizie al solo scopo di impressionare il lettore. È necessaria, dunque, per venir fuori da questo preoccupante labirinto, una riflessione comune su informazione e giustizia tra magistrati, avvocati e giornalisti.

di Beniamino Deidda

L’Autore, dopo avere rievocato un periodo caratterizzato dall’assenza di comunicazioni all’esterno da parte dei magistrati, ricorda un processo celebrato presso la Pretura di Firenze nel 1971, nel quale il pretore spiegò brevemente le ragioni del dispositivo della sentenza. Le reazioni ribadirono la chiusura dei magistrati ad ogni forma di comunicazione che è durata fino alla pubblicazione del codice del 1988. Quel che è accaduto con il nuovo rito non soddisfa ancora alla necessità di “rendere conto” ai cittadini da parte dei magistrati, che è un’esigenza che trova la sua giustificazione nella Costituzione. Un tentativo di disciplinare nuove forme di comunicazione si trova nelle linee-guida recentemente approvate dal Csm. Ma è necessaria una nuova formazione per i magistrati.

Le «linee guida 2018 del Consiglio superiore della magistratura»
Due voci:
di Luigi Ferrarella

È quasi una rivoluzione il cambio di mentalità della magistratura nell’approccio alla comunicazione come una parte – e un dovere – del proprio lavoro, e particolarmente azzeccata (tra le proposte concrete) appare l’idea di una «informazione provvisoria» che subito renda più comprensibili i dispositivi delle sentenze. Ma il rifiuto della «rilevanza penale» quale unico parametro per la liceità di una cronaca giornalistica di fatti giudiziari, e l’identificazione nel giornalista dell’unico soggetto legittimato a operare a priori la valutazione di cosa si debba intendere per notizia di «interesse pubblico», restano per un giornalista i punti non negoziabili che rischiano di entrare in tensione con il metodo “ufficio stampa”, suggerito agli uffici giudiziari dalle «linee guida Csm» nel momento in cui esse perdono l’occasione per aprire invece a un accesso diretto e trasparente del giornalista a tutti gli atti non più segreti posti man mano in discovery alle parti.

di Edmondo Bruti Liberati

Il Csm interveniva in occasione di polemiche suscitate da interventi pubblici di magistrati per richiamare il dovere di misura e riserbo. Di recente ha affrontato “in positivo” il tema della comunicazione sulla giustizia. Le “Linee-guida” del 2018, segnano il punto di assestamento di questo percorso: la questione non è “se comunicare”, ma “come comunicare”. La tematica della comunicazione deve far parte della formazione fornita dalla Scuola superiore della magistratura con corsi pratici diretti non solo ai dirigenti. Oggi ciascun singolo magistrato, attraverso i social media, entra direttamente (spesso senza la necessaria consapevolezza) nella arena pubblica. Pur con limiti ed omissioni, le «Linee-guida 2018» del Csm costituiscono un significativo punto di arrivo. Vi è da augurarsi che il Csm attualmente in carica raccolga il testimone dal predecessore e fra quattro anni, ritorni sul tema, con un approccio diverso, orientato alla ricognizione delle prassi nel frattempo instauratesi. Dunque in conclusione: un punto di arrivo e insieme un punto di partenza.

Epilogo
di Elvio Fassone

Lo scritto affronta il tema da un'angolatura diversa da quella convenzionale, secondo la quale la “comunicazione” è il portare alla conoscenza di terzi notizie o informazioni che per loro natura debbono restare più o meno riservate: l'A. prende invece in esame quella comunicazione che consiste nel modo tacito di porsi e di proporsi del magistrato nei confronti del cittadino suo interlocutore, attraverso il comportamento, gli atteggiamenti, lo stile, il linguaggio e tutto ciò che, anche non intenzionalmente, contribuisce a costituire la relazione.

In questo modo comportamentale di comunicare non viene manifestata un'informazione o una notizia, ma il modo intimo e per lo più inconsapevole di interpretare il rapporto tra il magistrato ed il cittadino: a quest'ultimo non interessa sapere se il magistrato ha determinate qualità caratteriali, ma attraverso quellaforma di comunicazione il cittadino individua il livello di rispetto che il magistrato esprime verso la dignità del suo interlocutore. Più ancora, quel modo di porsi del magistrato, moltiplicato per la pluralità delle relazioni quotidiane, determina la sua immagine diffusa nel sentire comune, e quindi il consenso più o meno ampio del quale la magistratura gode nell'opinione pubblica, prezioso sostegno nelle frequenti tensioni con il potere politico.

Attraverso una sintetica rassegna di condotte, abitudini e linguaggi l'A. finisce con l'individuare un'interpretazione del ruolo (non universale, ma largamente diffusa) connotata da rigidità, formalismo, ostentato distacco e indifferenza agli aspetti umani della relazione, quasi che l'essere il magistrato definito come organo super partes lo connotasse come “al di sopra” anche psicologicamente e socialmente. Auspica, quindi, che si diffonda una maggior sensibilità verso questo aspetto della funzione, a tutto vantaggio del consenso del quale la giurisdizione ha necessità.

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