Rivista trimestrale
Fascicolo 1/2019
Le questioni

Il diritto nordamericano all’epoca del populismo.
Quali tutele per i lavoratori?

di Elisabetta Grande
Nell’epoca del populismo di Trump il dinamismo di un sistema a federalismo pieno dà fiato a livello statale (e locale) a una nuova brezza, in controtendenza rispetto alla direzione di un vento che a livello federale da trent’anni a questa parte ha spazzato via i diritti dei lavoratori statunitensi. L’articolo esplora le vicende che riguardano l’emblematico caso dell’arbitrato obbligatorio negli Stati Uniti.

Introduzione

I sistemi giuridici caratterizzati, secondo una distinzione divenuta ormai classica, dalla prevalenza – quale strumento di controllo sociale – del diritto professionale sulla politica (o sulla religione), lascerebbero al diritto politico, ossia al legislatore o in via d’eccezione e urgenza al Governo, il compito di effettuare le macro-scelte e al diritto aggiudicativo a carattere puramente tecnico, ossia al giudice, il compito di effettuare le micro-scelte, ossia quelle che nella quotidianità dei casi concreti danno attuazione alle prime[1].

Nei sistemi della rule of (professional) law, fra i quali notoriamente spiccano i sistemi della tradizione giuridica occidentale, le preferenze politico/morali del giudice non troverebbero quindi spazio nelle sue pronunce, teoricamente guidate invece da principi, logiche e criteri squisitamente tecnici. Quanto tuttavia quell’ideale non corrisponda alla realtà è stato da tempo messo in luce da più parti e la forte contaminazione fra politica e diritto, anche nel momento delle micro-scelte, è spesso sotto gli occhi di tutti[2]. Ciò è vero in particolare, anche se non esclusivamente, nel mondo statunitense, dove quella commistione è resa più evidente dalla natura politica del sistema di reclutamento dei giudici.

Difficilmente perciò, in tempi di politiche populiste, che sfruttano le paure irrazionali della gente e le alimentano, dando luogo a pesanti regressioni dal punto di vista della civiltà giuridica, si potrà davvero fare affidamento sul diritto aggiudicativo per arginare l’onda della becera irrazionalità e per mantenere ferma la barra sui principi di civiltà, abbandonati a livello di macro-scelte. Come la vicenda del travel ban dell’anno scorso ha ben reso chiaro, negli Stati Uniti solo un sano gioco dei checks and balances, che mantenga i tre poteri dello Stato in mani politiche diverse, consente al diritto aggiudicativo di opporsi alle tracimazioni del populismo. Quando ciò non accade e il Presidente nomina alla Corte Suprema anche solo un Gorsuch in più che faccia maggioranza, le interpretazioni dei giudici della Corte Suprema federale si allineano con l’Esecutivo e la barriera, che pur il diritto dovrebbe opporre alle più pesanti discriminazioni che quelle politiche portano con sé, scompare.

È a fronte di un tal quadro che in questa sede si vorrebbe analizzare un diritto nordamericano in controtendenza, non tanto rispetto al potere politico, quanto rispetto agli interessi del potere economico, la cui influenza sulle decisioni politiche, e quindi sul diritto, sta alla base dell’impoverimento della gente. È il progressivo scivolamento verso il basso della classe media, infatti, che ha creato e continua a creare il senso di insicurezza, su cui si innesta con facilità il discorso populista, volto a mettere i meno deboli contro i più deboli, in un gioco al massacro utile solamente ai soggetti economicamente forti. Ogni presa di posizione delle Corti o dei legislativi – anche di prossimità – che freni lo strapotere degli attori più ricchi ai danni dei più deboli rappresenta, perciò, una piccola pietra d’inciampo nel disegno complessivo che mette il diritto al servizio del capitale, alimentando povertà, insicurezza, guerre fra poveri e, in ultima analisi, facili scalate populiste. In attesa che, dopo la timida ripresa delle elezioni di mid-term, il gioco dei checks and balances recuperi tutto il suo vigore a livello federale, la partita si sposta così sul piano delle tutele multilivello che un federalismo pieno, quale quello statunitense, consente. Sono, infatti, alcune scelte del giudiziario e del legislativo statale (e comunale) a tentare di scardinare l’ormai risalente e sempre più stretto connubio fra diritto e mercato e a offrire una speranza di arresto di quella riduzione delle sicurezze sociali da cui traggono origine gli istinti di barbarie su cui il populismo si sviluppa e che a sua volta rialimenta con forza.

Nella pletora di leggi e decisioni giudiziarie che da molto tempo a questa parte non fanno che avallare una politica neoliberista che crea precarietà, toglie sostegno sociale ai più deboli, cancella strumenti volti a ridurre le storiche discriminazioni (quali si presentavano le affirmative action o le quote che garantivano l’accesso ai bimbi delle minoranze nelle scuole pubbliche migliori[3]), criminalizza i più poveri per la loro indigenza[4], privatizza le carceri che diventano fonte di enormi profitti per chi sulla mass incarceration dei più deboli fa affari[5], attribuisce diritti umani alle corporation che però di umano non hanno nulla[6], e così via, alcune recenti pronunce delle Corti nordamericane, soprattutto statali, sostenute dai rispettivi legislatori anche locali, sembrano andare in direzione opposta. Ciò avviene in un settore particolarmente cruciale: quello dei diritti dei lavoratori. Non si tratterà forse di un vento nuovo, ma anche qualora fosse una leggera brezza, capace di limitare temporaneamente, e in via circoscritta, le regressioni di civiltà cui da ultimo abbiamo assistito, vale la pena di darne adeguato conto.

1. L’arbitrato obbligatorio e la sostanziale cancellazione dei diritti dei lavoratori

Uno degli attacchi più pesanti ai diritti dei singoli che negli ultimi trent’anni la Corte Suprema federale statunitense ha perpetrato, in sintonia con una visione neoliberista che tutela il mercato e le grandi corporation a scapito della dignità e della vita delle persone (fisiche), soprattutto se deboli, riguarda l’ambito fondamentalissimo del lavoro. I lavoratori americani meno qualificati, colpiti da una globalizzazione estrattiva che – a partire dagli anni ’80 del secolo scorso – li ha messi in competizione con tutti i lavoratori poveri del mondo, minacciati dalle delocalizzazioni e trasferiti dal settore industriale all’assai meno remunerativo terzo settore, non hanno infatti solo visto corrispondentemente decrescere le loro tutele e i loro salari (al punto che ancora oggi il salario mediano del lavoratore maschio statunitense, a parità di potere di acquisto, è più basso rispetto al 1973, così come più bassi rispetto ad allora sono i salari del 10 per cento più povero di tutti lavoratori, uomini e donne, nord-americani)[7]. A partire dal 1991 quegli stessi lavoratori si sono addirittura visti progressivamente negare la possibilità di far valere di fronte alle Corti di giustizia i loro (pur ridotti) diritti, giacché una Corte Suprema conservatrice e al servizio dei poteri forti ha fatto gradualmente spazio a un meccanismo di risoluzione delle controversie sul lavoro, l’arbitrato obbligatorio, largamente sbilanciato a favore del datore di lavoro, in particolare se incarnato da una potente multinazionale. Ciò ha significato il sostanziale silenziamento dei lavoratori e delle loro richieste di protezione nei confronti dei comportamenti illeciti dei datori di lavoro, tanto in ambito salariale, assicurativo, pensionistico o di permessi – anche di maternità e di malattia – e ferie, quanto in casi di discriminazione, molestie sessuali o mancato rispetto delle norme a tutela dei disabili. Senza accesso a un foro neutrale in cui far valere i loro diritti e vieppiù privati della possibilità di agire in forma collettiva, i lavoratori statunitensi contrattualmente obbligati a rivolgersi individualmente a un arbitro privato scelto dalla controparte, finiscono infatti per reprimere le loro richieste di giustizia. A fronte di mancate corresponsioni del minimo salariale da parte dei datori di lavoro di una cifra stimata intorno ai 15 miliardi di dollari all’anno[8], recenti studi dimostrano come negli Stati Uniti centinaia di migliaia di violazioni dei diritti dei lavoratori rimangano ogni anno intrappolate “nel buco nero dell’arbitrato obbligatorio”, ossia restino del tutto insoddisfatte perché mai denunciate[9]. Non c’è allora da stupirsi se, nonostante una disoccupazione ai minimi storici, i salari dei lavoratori americani non aumentino (Oxfam riporta come nel 2015 addirittura la metà dei lavoratori nordamericani ricevessero una paga oraria al limite della sopravvivenza e la situazione non è ad oggi migliorata di troppo[10]) con buona pace della legge della domanda e dell’offerta. Una competizione salariale al rialzo fra datori di lavoro risulta, infatti, preclusa dalle fusioni e dagli intrecci azionari fra corporation o dagli obblighi contrattuali che al termine del rapporto di lavoro impongono al lavoratore di non offrire ad altri, per un certo periodo di tempo, la sua prestazione nello stesso settore lavorativo. A deprimere fortemente i salari e a innescare una corsa al ribasso contribuisce però certamente anche l’impunità per le violazioni salariali perpetrate, ottenuta dai datori di lavoro grazie alla clausola contrattuale dell’arbitrato obbligatorio. Le grandi corporation che tengono bassi, illecitamente ma impunemente, i salari dei lavoratori o che li sfruttano negando loro le pause cui hanno diritto per legge, si possono infatti permettere prezzi particolarmente competitivi per i prodotti che vendono, buttando così fuori mercato coloro che pagano di più la propria forza lavoro.

2. L’arbitrato obbligatorio nelle controversie sul lavoro e le decisioni della Corte Suprema federale

È con il Federal Arbitration Act del 1925 che, per la prima volta negli Stati Uniti, la clausola arbitrale nei contratti riceve riconoscimento giuridico e il suo rispetto viene imposto alle Corti di giustizia nordamericane. Fino a quel momento esse non si erano sentite obbligate a darvi attuazione e, in un’ottica di prevalenza della giustizia pubblica su quella privata, avocavano regolarmente a sé le relative controversie. La clausola arbitrale che in base al FAA, e in forza di una giurisprudenza costante, le Corti americane sono da allora obbligate a rispettare riguarda però solo i contratti commerciali fra contraenti di pari livello, business to business, ossia fra aziende, ma non ha alcuna efficacia vincolante nei contratti di lavoro o fra aziende e consumatori. La logica ovviamente è quella per cui in un rapporto fra contraenti con potere contrattuale asimmetrico la clausola sarebbe facilmente imposta al più debole dal più forte. A partire dal 1991, tuttavia, con il caso Gilmer v. Intersate/Johson Lane Corp.[11], una Corte Suprema federale formata in maggioranza da giudici nominati da Nixon e Reagan muta indirizzo interpretativo e ritiene vincolanti le clausole arbitrali anche qualora inserite in contratti lavorativi o fra aziende e consumatori. In quel caso infatti, di fronte alle lamentele del lavoratore di inadeguatezza del foro arbitrale, di fronte a cui sarebbe risultato obbligato ad agire a tutela dei suoi diritti in forza della clausola arbitrale inserita nel suo contratto di lavoro, la Corte Suprema risponde che si tratta di preoccupazioni inconsistenti (“mere speculation”)[12]. Ritenendo inoltre quella clausola volontariamente accettata dalle parti, la Corte – in nome del favore verso l’arbitrato dimostrato dal FAA - ne impone il rispetto a tutte le giurisdizioni federali e statali, giacché quello statute, che riguarda il commercio, in forza della commerce clause della costituzione federale appartiene all’esclusiva competenza federale e non può essere derogato da alcuna normativa statale. Da quel momento in poi la strada delle clausole arbitrali nei contratti di lavoro (e fra aziende e consumatori) è in discesa e si moltiplicano i contratti che la contemplano. Resta però il dubbio se nel silenzio sul punto o anche in presenza di un espressa rinuncia del lavoratore (o del consumatore), cd. class action waiver, sia legittimo escludere la possibilità di azioni collettive. Anche in questo caso la Corte Suprema federale muta avviso nel tempo, prendendo gradualmente posizione a favore dell’arbitrato individuale obbligatorio a tutto vantaggio del datore di lavoro corporate. Se, infatti, nel caso Green Tree Financial Corp. v. Bazzle del 2003[13], essa decide che il silenzio contrattuale in relazione alla possibilità di una azione collettiva, sia pur di fronte a un foro arbitrale, sia interpretabile dall’arbitro in senso affermativo, in un caso successivo, Stolt-Nielsen S.A. v. AnimalFeeds International Corp.[14] del 2010, la stessa ritiene viceversa che la clausola arbitrale vada necessariamente interpretata nel senso di escludere una class arbitration. Le parti di un contratto che prevede una clausola arbitrale non possono essere obbligate ad accettare un’azione collettiva, sostiene infatti la Corte Roberts, a meno che sul punto non risulti un chiaro accordo in proposito. La decisione anticipa la risposta al quesito che le viene posto nel 2011, nel caso AT&T Mobility LLC v. Conception[15], in relazione al tema della legittimità delle rinunce espresse alle azioni collettive inserite in un contratto con clausola arbitrale. La questione qui riguarda l’interpretazione del FAA, laddove una clausola di salvezza (la sezione 2 che stabilisce l’obbligo delle Corti di rispettare la clausola arbitrale, salvo che «upon such grounds as exists at law or in equity for the revocation of any contract») pare lasciare spazio alle normative statali che ritengono unconscionable, ossia palesemente scorretto, negare all’attore un’azione collettiva. Il caso riguarda un contratto fra l’azienda telefonica AT&T e un consumatore, ma è ovviamente estensibile a ogni ipotesi di class action waiver all’interno di un contratto che preveda una clausola arbitrale.

Le class action entrano com’è noto nel panorama giuridico statunitense nel 1966 con la Rule 23 delle Federal Rules of Civil Procedure e da allora rappresentano uno strumento essenziale per il consumatore o il lavoratore che vogliano far valere in giudizio la violazione dei loro diritti, soprattutto se la controparte è una grande corporation. Non solo l’ammontare del possibile risarcimento ai tanti danneggiati da uno stesso comportamento dell’azienda dà loro una forza nei suoi confronti che come singoli non avrebbero, spingendo spesso l’azienda a transare la lite. In un sistema che non conosce il principio della soccombenza e in cui le spese legali sono alte, è inoltre solamente grazie alla class action che la parte economicamente debole può permettersi di intentare causa anche per danni di piccola entità. In tali casi, quand’anche risultasse vittorioso, l’attore singolo finirebbe, infatti, per avere un risarcimento di ammontare inferiore alle spese sostenute per far causa, mentre l’eventuale risarcimento complessivo ai tanti danneggiati di un’azione collettiva convince facilmente un legale ad accettare un patto di quota lite che altrimenti non avrebbe mai accettato. Ecco perché le class action sono state salutate come importanti strumenti al servizio di una funzione pubblica: esse permettono «ai più deboli di far gruppo – usando i legali come loro paladini –[16] per denunciare le violazioni subite, contro le quali non vi sarebbe invece rimedio se ciascun attore dovesse agire da solo».

Riconoscere come valida la rinuncia ad agire collettivamente, sia pure di fronte all’arbitro privato e non al giudice, da parte del lavoratore o del consumatore che abbia stipulato un contratto con clausola arbitrale, significa dunque negargli in molti casi la possibilità di avvalersi dell’unico strumento che ha a disposizione per far valere le sue ragioni. E ciò è particolarmente vero per i lavoratori più poveri e fra di loro soprattutto per chi, con un minimo salariale federale pari a 240 dollari per 40 ore a settimana, non può certamente permettersi di sostenere da solo i costi elevati di un arbitrato. È per questo che fino al caso Conception le Corti, sia statali che federali, si presentavano divise sul tema della validità delle rinunce ad agire come classe e spesso, come in California, ritenevano che in ragione della clausola di salvezza del FAA dovesse trovare applicazione il diritto statale che tutelava la parte debole reputando “unconscionable” una simile rinuncia. Questo non fu però il parere della Corte Suprema federale nel 2011, che per la penna dell’estensore dell’opinione della maggioranza, Antonin Scalia, ritenne invece che la clausola di salvezza del FAA non fosse interpretabile nel senso che il diritto statale potesse prevalere su quello federale, ma che quest’ultimo precludesse viceversa ogni applicazione del primo. Il favore dimostrato dal FAA nei confronti dell’arbitrato, disse Scalia, che per sua natura è bilaterale e che proprio dalla bilateralità deriva la sua efficienza come strumento di risoluzione delle liti, comporta la piena legittimità della rinuncia ad agire collettivamente. In fondo, egli aggiunse in un caso successivo, non esiste un diritto ad avere accesso a un foro economicamente abbordabile per far valere le proprie ragioni[17]!  

Conception segna quindi una vittoria netta per i datori di lavoro, i quali tramite le clausole arbitrali nei contratti di lavoro e le rinunce esplicite alle azioni collettive da parte del lavoratore, sanno oggi di poter andare esenti da responsabilità qualora ne violino i diritti. Senza la possibilità di agire collettivamente i lavoratori sottopagati, discriminati o sessualmente abusati non hanno infatti sufficienti mezzi economici per chiedere giustizia al pur poco neutrale arbitro privato e chi li sfrutta può così continuare a farlo impunemente. Non è un caso dunque che da Conception in poi le clausole arbitrali nei contratti di lavoro abbiano visto un’impennata e che oggi più del 55% della forza lavoro statunitense sia soggetta ad arbitrato obbligatorio, contro il 2% del 1992, quando il riconoscimento da parte della Corte Suprema federale della validità dell’arbitrato obbligatorio era agli albori. Il dato più significativo è, inoltre, che attualmente le clausole arbitrali obbligatorie riguardano soprattutto la forza lavoro economicamente più debole e sono applicate in particolare ai neri e alle donne[18].

Non sono, d’altronde, solamente le difficoltà economiche dei lavoratori meno abbienti, che impediscono loro di adire l’arbitro privato (il quale spesso prima ancora di dare avvio all’esame delle domande chiede a entrambe le parti di depositare una somma di danaro), a rendere l’arbitrato obbligatorio particolarmente vantaggioso per il datore di lavoro, specie se corporate. La clausola arbitrale inserita nel contratto di lavoro e sottoposta alla firma del lavoratore – la cui scelta consiste di norma solamente nel prendere o lasciare il lavoro, ma non nell’accettare o meno la clausola stessa ed essere ugualmente assunto (ed è per questo che tali clausole vanno sotto il nome di forced arbitration) – contiene sovente regole relative allo svolgimento dell’arbitrato stabilite dallo stesso datore di lavoro. Così non sono pochi i casi in cui le previsioni arbitrali stabiliscono che il foro da adire sia molto lontano dal luogo in cui si trova il lavoratore, ciò che implica costi inaccettabili per quest’ultimo, che non solo deve perdere giorni di lavoro e di paga, ma deve aggiungervi i costi del trasporto. A volte è previsto addirittura che l’arbitro sia in uno Stato diverso rispetto a quello in cui si trovano il lavoratore e l’azienda. Il datore di lavoro poi può stabilire che il diritto che l’arbitro dovrà applicare nel dirimere la controversia sia quello di uno Stato le cui regole tutelano meno il lavoratore rispetto a quelle vigenti nello Stato in cui egli lavora, o può addirittura escludere la possibilità che in caso di sconfitta gli vengano inflitti i punitive damages. L’arbitro, inoltre, è già individuato nella clausola arbitrale fra una lista a rotazione di persone, non necessariamente giuristi, che fanno parte di associazioni specificate dal datore di lavoro. E mentre le statistiche, senza che per la verità ciò sia sorprendente, riportano che le decisioni arbitrali accordano ai datori di lavori la vittoria in un numero sproporzionato di casi (e ciò in particolare se le interazioni fra datore di lavoro e arbitro sono frequenti)[19], l’appello del lodo arbitrale di fronte a una Corte di giustizia, tanto in punto di fatto che di diritto, è sostanzialmente precluso[20]. Senza alcun obbligo di seguire i propri precedenti, gli arbitri possono poi decidere in modo diverso casi simili e, poiché l’intera procedura è assolutamente confidenziale, qualora il datore di lavoro dovesse vedersi condannato a risarcire i danni per un comportamento particolarmente scorretto, l’avvenimento non lascerà traccia nell’opinione pubblica, che ne resterà all’oscuro a tutto vantaggio della sfrontata corporation.

3. Gli ultimi tasselli di un percorso sul piano federale di negazione dei diritti dei lavoratori statunitensi e la resistenza posta in essere a livello di diritto statale e locale. Una riscossa dei diritti dei lavoratori dal basso?

Gli ultimi tasselli di un quadro che tende a cancellare tutti i diritti dei lavoratori statunitensi sono stati messi dalla Suprema Corte federale americana nell’arco di pochi recenti mesi. Sorprendentemente però l’ultimo di essi è in netta controtendenza rispetto alla direzione finora intrapresa e permette di dar fiato, intrecciandosi con essa, a una resistenza in atto a livello di diritto statale e locale all’attacco sferrato ai danni dei lavoratori sul piano federale. La prima pronuncia cui si fa riferimento è Epic System, Inc. v. Lewis, et al., del maggio 2018. Posta nuovamente di fronte alla domanda se la clausola di salvezza del FAA non consentisse di escludere del tutto la vincolatività delle clausole arbitrali nei contratti di lavoro in quanto contrarie al National Labor Relations Act (una legge federale questa volta quindi!), o se per lo meno la rinuncia ad agire in forma collettiva prevista in quei contratti non violasse il diritto dei lavoratori “to engage in concerted activities” contenuto nella sezione 7 dello stesso NLRA, la risposta di una Corte Suprema divisa 5 a 4 è ancora una volta negativa. Mentre la strada verso il definitivo annullamento di ogni possibilità per i lavoratori di chiedere in giudizio il rispetto dei loro diritti sembra così segnata, insieme alla regressione del diritto del lavoro statunitense ad un periodo precedente l’era della legislazione sociale Rooseveltiana, una recentissima pronuncia del gennaio di quest’anno della Suprema Corte, New Prime Inc. v. Oliveira[21], rimette però a sorpresa in gioco l’opportunità di alcuni fra loro di rivendicare di fronte alle Corti, anche in forma collettiva, le proprie tutele.

Il caso riguarda la richiesta di un’importante società di consegne, la New Prime, di dichiarare contraria all’accordo arbitrale contenuto nel contratto di lavoro, e quindi invalida, l’azione collettiva intrapresa contro di lei di fronte alle Corti da uno dei suoi camionisti, Dominic Oliveira, a nome di tanti altri. L’attore lamenta di essere stato assunto dalla New Prime come imprenditore indipendente e non come lavoratore subordinato, così da essere privato delle corrispondenti tutele in termini di minimo salariale, straordinario e molto altro ancora. Di fronte alla constatazione che il FAA esclude esplicitamente dal suo ambito di applicazione «i lavoratori impegnati nel commercio estero o interstatale», perché nel 1925 per i lavoratori del settore trasporti il Congresso americano aveva previsto un diverso tipo di meccanismo di risoluzione delle controversie, una Corte Suprema unanime dà ragione a Oliveira ritenendolo libero di adire le Corti, anche con un’azione collettiva, nonostante l’accordo arbitrale con la controparte.

La decisione riveste un’importanza notevolissima, non solo perché libera una parte importante della forza lavoro statunitense dal giogo dell’arbitrato obbligatorio, ma anche perché dà forza alla resistenza messa in atto sul piano del diritto di prossimità per contrastare la negazione dei diritti dei lavoratori perpetrata a livello federale.

Il diritto statale (e locale) da tempo cerca infatti di controbilanciare l’attacco ai diritti dei lavoratori proveniente dal piano federale. Se già per esempio come si è visto la Corte Suprema della California, a partire dal 2005, aveva sempre dichiarato unconscionable, e quindi invalide, le rinunce contrattuali alle azioni collettive, quando la Corte Suprema federale, nel 2011, rovescia irreversibilmente quella linea interpretativa, la Corte californiana non si perde d’animo e offre ai lavoratori, economicamente troppo deboli per ottenere ristoro presso il foro arbitrale cui sono ormai obbligati a rivolgersi individualmente, una diversa via per denunciare le violazione dei diritti che subiscono.  Si tratta della possibilità di adire una Corte di giustizia in nome e per conto dell’Agenzia statale del diritto del lavoro, che irroga le sanzioni pecuniarie in caso di accertate infrazioni delle norme sul lavoro in forza del Labor Code Private Attoneys General Act (Paga). Siccome il lavoratore, dice la Corte Suprema della California nel 2015, agisce in questa ipotesi per conto dello Stato che non è parte dell’accordo arbitrale, non è nella sua veste di delegato statale vincolato dalla clausola contrattuale[22]. Si tratta certamente di un ripiego rispetto alla possibilità di adire in via autonoma e collettivamente una Corte di giustizia. Anche in questo caso, però, il lavoratore ottiene un – pur ridotto – ristoro economico, in quanto è previsto che riceva il 25% della sanzione irrogata. L’azione da lui portata avanti permette, inoltre, che i datori di lavoro che ne violano i diritti di non vadano impuniti. 

La Corte Suprema della California, così come le Corti di altri Stati che a loro volta tentano di resistere all’ondata federale di attacco ai diritti dei lavoratori, non è d’altronde lasciata da sola nella sua battaglia per invertire la rotta impartita a livello federale. I legislatori statali, infatti, ne appoggiano in tanti modi la linea di resistenza, emanando per esempio normative che dichiarano invalide le clausole arbitrali nella parte in cui impongono al lavoratore un foro fuori dai confini dello Stato o l’applicazione di un diritto del lavoro diverso da quello della giurisdizione cui appartengono. Ha per esempio fatto così nel 2016 il legislatore californiano e siccome quei limiti alle clausole arbitrali non aggirano il vincolo di arbitrato individuale imposto dal FAA, la normativa sembra al momento salva dalla scure della Corte Suprema federale. Lo Stato di Washington, da parte sua, nel marzo del 2018 ha poi emanato una normativa che dichiara illegale condizionare un’offerta di lavoro alla rinuncia al proprio diritto di denunciare presso una sede amministrativa o giudiziale un comportamento discriminatorio sul luogo di lavoro. Altrettanto è in procinto di fare la California[23].

In questa strategia di opposizione del diritto di prossimità all’annullamento dei diritti dei lavoratori si inserisce la decisione di gennaio della Corte Suprema federale, che apre una finestra di recupero di tutele in un settore importantissimo, quale quello dei trasporti, in cui sono oggi caldissime le battaglie per la mancata protezione dei lavoratori derivante dalla loro classificazione contrattuale come autonomi invece che subordinati (cd. misclassification). La sentenza della Corte Suprema federale arriva, infatti, solo pochi giorni dopo che la Commissione del lavoro californiana aveva irrogato una delle sanzioni più pesanti della storia per “furto di salario” a una potente corporation, la NFI Industries/California Cartage, società numero uno per il movimento di merci presso gli importanti porti di Los Angeles e Long Beach. Riconosciuta responsabile di aver ingiustamente considerato autonomi, invece che subordinati, 24 camionisti portuali, nel gennaio di quest’anno la società è condannata a risarcire agli stessi ben 6 milioni di dollari. La novità più dirompente è però che per la prima volta la Commissione estende la responsabilità al general manager della società stessa, condannandolo al pagamento in solido, in applicazione di una recente normativa che colpisce al cuore le misclassification. Seguendo una durissima linea di attacco alle violazioni perpetrate dai datori di lavoro corporate, una diversa e recentissima normativa californiana prevede inoltre che possano essere condannati in solido perfino i clienti che ricevono le merci, quando la compagnia di cui si avvalgono (e il cui nome compare in una lista resa pubblica dalla Commissione del lavoro) non ha pagato le multe e i risarcimenti dovuti.  

È dell’aprile scorso, d’altronde, una decisione della Corte Suprema della California che limita pesantemente la possibilità per i datori di lavoro di qualificare i propri lavoratori come autonomi invece che subordinati. Dichiarando che le leggi sui salari minimi e l’orario massimo di lavoro sono emanate per consentire alla gente di condurre un’esistenza dignitosa e per proteggere la salute dei lavoratori, la Corte Suprema dello stato del sole fa così suo il punto di vista di altre Corti supreme, quali quella del Massachusetts o del New Jersey, rafforzando l’azione della Commissione del lavoro nella battaglia per i diritti dei lavoratori. Anche i Consigli comunali partecipano spesso alla lotta, intervenendo a favore di chi protesta per i propri diritti negati, come ha fatto per esempio il Consiglio comunale di Los Angeles, rifiutando alla NFI Industries/California Cartage l’affitto di una parte del porto di sua proprietà. 

In questo quadro di una riscossa dal basso, che parte dal diritto di prossimità (statale e locale), delle tutele dei lavoratori negate invece a livello federale, l’ultima decisione della Corte Suprema federale ha dunque forti potenzialità di impatto sui lavoratori della gig economy, da Amazon a Uber, da Lyft alle mille compagnie di servizi di vendita e trasporto a domicilio.

The gig is up in California!, titolano le agenzie di stampa americane nel dare notizia di quanto qui riportato[24]. Una nuova brezza sembra insomma spirare, in controtendenza rispetto alla direzione del vento che da trent’anni a questa parte ha spazzato via i diritti dei lavoratori statunitensi, relegandoli sulla carta, e la resistenza che il diritto statale ha saputo mostrare rispetto alla linea federale mette in chiaro la vitalità e le potenzialità di un sistema giuridico a federalismo compiuto come quello statunitense.

[1] Cfr. U. Mattei, Three Patterns of Law: Taxonomy and Change in the World’s Legal System, 45 The American Journal of Comparative Law, 5 (1997).

[2] La questione, da tempo dibattuta, è stata com’è noto affrontata a fondo, e con punti di vista differenti, per esempio da Ronald Dworking (Law’s Empire, London, 1986), John A.G. Griffith (Politics of the Judiciary, London, 1985) e Jeremy Waldron (The Law, London, 1989).

[3] Cfr. quali ultime espressioni di in una lunga linea giurisprudenziale volta a limitare l’uso del criterio razziale per consentire un accesso facilitato all’Università alle minoranze, Fisher v. University of Texas del 2013, cd. Fisher I e Fisher v. University of Texas, del 2016, cd. Fisher II, ma soprattutto Schuette v. Coalition to Defend Affirmative Action, 572 U.S. 291 (2014), che dichiara costituzionale il divieto di affirmative action nelle Università pubbliche imposto dal Michigan. Oppure, per le scuole primarie e secondarie, cfr. Parents Involved in Community Schools v. Seattle School District No. 1, 551 U.S. 701 (2007) e la linea di forte chiusura inaugurata sul punto dal Presidente Trump.

[4] Sul punto mi permetto di rinviare a Elisabetta Grande, Guai ai poveri. La faccia triste dell’America, Ega, 2017.

[5] Sul tema mi permetto di rinviare a Elisabetta Grande, Il terzo Strike. La prigione in America, Sellerio, Palermo, 2007.

[6] Cfr. Citizens United v. Federal Election Commission, 558 U.S. 310 (2010).

[7] Oltre ai dati riportati in Elisabetta Grande, Guai ai poveri, cit., si vedano le ultime statistiche ufficiali riportate in Income and Poverty in the United States, U.S. Census Bureau, 2018, tavola A-4: «Number and Real Median Earnings of Total Workers and Full-Time, Year-Round Workers by Sex and Female-to-Male Earnings Ratio: 1960 to 2017», disponibile online www.census.gov/content/dam/Census/library/publications/2018/demo/p60-263.pdf.

[8] Cfr. David Cooper & Terisa Kroeger, Employers Steal Billions From Workers’ Paychecks Each Year (Economic Policy Institute, 2017), disponibile al sito www.epi.org/files/pdf/125116.pdf.

[9] Cynthia Estlund, The Black Hole of Mandatory Arbitration, 96 N.C.L. Rev. 102, 120.

[10] Oxfam America and EPI (Economic Policy Institute), Few Rewards, An agenda to Give Poor American A Rise, disponibile online www.oxfamamerica.org/static/media/files/Few_Rewards_Report_2016_web.pdf.

[11] 500 U.S. 20 (1991).

[12] Cfr. ibidem, pp. 30-32.

[13] 539 U.S. 444 (2003).

[14] 130 S. Ct. 1758 (2010).

[15] 131 S. Ct. 1740 (2011)

[16] Sul punto Maureen A. Weston, The Death of Class Arbitration After Conception?, 60 Kansas Law Review pp. 767, 770 ss. (2012).

[17] American Express Co.v. Italian Colors Restaurant, 133 S. Ct. 2304, 2309 (2013).

[18] Cfr. il rapporto dell’Economic Policy Institute redatto da Alexander J.S. Colvin, The Growing use of Mandatory Arbitration. Access to the Courts is now Barred for more than 60 Million American Workers, April 6, 2018, disponibile al sito: epi.org/144131.

[19] Dopo 25 volte che l’arbitro e la corporation hanno avuto rapporti professionali, per esempio, la percentuale di vittoria per il lavoratore scende statisticamente al 4.5%! Cfr. Alexander J.S. Colvin & Mark D. Gough, Individual Employment Rights In Arbitration Outcomes, 68(5) IRL Review, 1019 (2015). D’altronde un diverso studio dimostra come gli attori vincano mediamente presso le Corti federali il 36.4% delle volte contro il 21.4% in caso di arbitrato e come l’ammontare medio del danno risarcito nel primo caso sia di 176,426 dollari, mentre nel secondo di soli 36,500 dollari: cfr. Katherine V.W. Stone & Alexander J.S. Colvin, The Arbitration Epidemic: Mandatory Arbitration Deprives Workers and Consumers of Their Rights, Economic Policy Institute (2015).

[20] Cfr. Oxford Health Plans, LLC v. Sutter, 133 S. Ct. 2064, 2070 (2013).

[21] 586 U.S. (2019), del 15 gennaio 2019.

[22] Iskanian v. CLS Transportation L.A., 135 S. Ct. 1155 (2015).

[23] Sul punto cfr. Elizabeth Colman, Forced Arbitration: A Race To the Bottom. How America’s Wealthiest, Most Powerful Companies Use Fine Print to Subvert Employee Rights, disponibile online http://employeerightsadvocacy.org/wp-content/uploads/2018/08/NELA-Institute-Report_Forced-Arbitration_A-Race-To-The-Bottom.pdf.

[24] Cfr. online https://justiceforportdrivers.com/1973-2/.

Fascicolo 1/2019
Il problema
di Enrico Scoditti

Populismo e diritto rinviano a forme di legame sociale antitetiche: il primo persegue la risoluzione della questione sociale e di quella identitaria senza alcuna mediazione e connessione di sistema, il secondo mira alla neutrale limitazione di ogni potere. Nel costituzionalismo del Novecento europeo si è avuta l’incorporazione nel diritto della questione sociale e di quella dell’appartenenza ad una comunità grazie alla mediazione della politica quale civilizzazione degli impulsi e addomesticamento di paure e angosce. Se la politica perde tale funzione emerge l’antitesi fra populismo e diritto e per i giuristi si apre un tempo di nuove responsabilità

di Nello Rossi
Non ci sarà retorica populista che possa far dimenticare ai magistrati italiani che nelle aule di tribunale il giudice ed il pubblico ministero affrontano “casi” e giudicano “persone”, senza che vi sia spazio né per “amici del popolo” sottratti al giudizio in virtù del consenso popolare né per “nemici del popolo” oggetto di aprioristiche condanne popolari.
di Gaetano Silvestri
Il populismo è la versione estrema della “democrazia totalitaria”, contrapposta al principio della separazione dei poteri e basata sul presupposto che la volontà generale del popolo fa coincidere sempre l’essere con il dover essere. Esso è in irrimediabile contrasto con il concetto stesso di controllo di legittimità costituzionale delle leggi, il quale è sempre potenzialmente in conflitto con la volontà delle maggioranze politiche, passate e presenti.
di Cesare Pinelli
Lo scritto si propone in primo luogo di mostrare come nello Stato costituzionale contemporaneo l’istanza di legittimazione democratica del potere si presenti inscindibilmente connessa con quella della sua limitazione giuridica, mentre il populismo pretende di poterle scindere. Non per questo però, ed è la seconda questione trattata, il fenomeno si può spiegare ignorando i mutamenti istituzionali e sociali che più hanno caratterizzato i recenti sviluppi della convivenza costituzionale, fornendo inediti spazi e opportunità all’ascesa del populismo.
di Alejandra M. Salinas
Il presente contributo analizza la relazione concettuale tra lo Stato di diritto, il gioco politico democratico e il populismo, illustrandola con riferimento ad alcune recenti esperienze latinoamericane. L’ipotesi da esplorare è l’attitudine del populismo, nella misura in cui risulti animato da una logica antagonistica, egemonica e discrezionale, alla distorsione del gioco politico democratico e all’indebolimento dello Stato di diritto.
di Biagio de Giovanni
La crisi del costituzionalismo politico colpisce la democrazia rappresentativa e determina il ritorno ad una nozione identitaria di popolo. A questo stato di cose bisogna opporre la grandezza culturale del progetto europeo, per quello che è e per la potenzialità che contiene, lavorando intensamente a una seria Mediazione tra territorialità e cosmopolitismo, tra nazionale e sovra-nazionale.
di Mario Tronti
Il concetto di popolo, può avere un significato neutro (popolazione, gente) e un significato specifico, politico. Esso designa una base prepolitica, che può diventare o politica o antipolitica. L’epoca del capitalismo industriale ha conosciuto un popolo strutturato, organizzato, politicizzato, ma poi gli spiriti animali hanno riconquistato dominio politico ed egemonia culturale, stravolgendo il rapporto sociale. Forse oggi solo politica e diritto insieme possono intestarsi il compito operativo di rifare un popolo e rifare la società.
di Pasquale Serra
Il populismo, quale possibile risposta alla crisi della democrazia moderna, va collocato con riferimento all’Italia e all’Europa dentro la categoria di sostituti funzionali del fascismo, perché, pur avendo differenze significative con il tipo ideale classico, ha in comune con esso la passivizzazione politica della società. Una risposta positiva e significativa alla crisi della democrazia moderna può invece venire dalla declinazione inclusiva di populismo che la riflessione argentina propone, benché anche questa forma più avanzata di populismo lascia inevaso, come tutti i populismi, il problema decisivo dei limiti del potere politico. Di qui la necessità di una riflessione nuova sulla democrazia, perché quello che con molta approssimazione definiamo populismo è un’anomalia che si forma all’interno della democrazia e che riguarda noi tutti democratici.
di Barbara Randazzo
Il vulnus alla Costituzione, sia sul fronte dei diritti degli immigrati che sul fronte del diritto penale, può e deve essere combattuto con le armi che la stessa Costituzione fornisce in sua difesa, senza assunzione di compiti anomali da parte della magistratura, con la consapevolezza tuttavia che i populismi politici paiono uno dei sintomi della crisi dei sistemi democratici travolti dalla globalizzazione, e non soltanto mere forme di regressione della civiltà occidentale, a cui guardare come stimoli in vista della correzione dei difetti dei sistemi democratici.
di Giuseppe Martinico
In questo lavoro verranno sviluppate tre considerazioni relative al rapporto fra populismo e costituzionalismo. La prima riflessione è relativa all’uso di categorie proprie del costituzionalismo da parte dei populisti. Il secondo punto concerne le strategie seguite dai populismi di governo, che verranno descritte attraverso due parole-chiave: “mimetismo” e “parassitismo”. Il terzo punto, infine, riguarda la validità analitica del cd. “costituzionalismo populista”.
Le questioni
di Luigi Ferrajoli
L’odierno populismo penale si connota per l’ostentazione di politiche esse stesse illecite. Le misure contro l’ingresso dei migranti in Italia adottate da questo Governo costituiscono violazioni massicce dei diritti umani, le quali hanno l’effetto per un verso dell’abbassamento dello spirito pubblico e del senso morale nella cultura di massa, per l’altro del logoramento dei legami sociali. È necessario introdurre nel dibattito pubblico tre anti-corpi democratici: chiamare queste politiche con il loro nome, e cioè violazioni massicce dei diritti umani; provocare la vergogna con una battaglia culturale a sostegno dei valori costituzionali e un appello alla coscienza civile di tutti; prendere sul serio i diritti umani ed in particolare il diritto di emigrare, quale potere costituente di un nuovo ordine globale.
di Vittorio Manes
Il diritto penale è diventato parte integrante della politica e, in linea con le declinazioni tipiche del populismo penale, risponde ad un nuovo paradigma che si caratterizza per l’utilizzo della penalità protesa a soddisfare pretese punitive opportunisticamente fomentate e drammatizzate ed a legittimare i nuovi assetti di potere politico. Si tratta di un diritto penale sempre più disarticolato dalle proprie premesse fondative liberali, teso al congedo dalla tipicità legale del reato, dal principio di proporzione tra reato e pena e dalla presunzione di innocenza, come dimostra la recente legge cosiddetta “spazzacorrotti”, ed affidato interamente alla gestione del giudice, con l’effetto ulteriore della sovraesposizione della magistratura rispetto a compiti impropri.
di Luciano Violante
Con la delegittimazione delle istituzioni intermedie è cresciuto il cortocircuito fra lessico populistico e utilizzo del diritto penale in chiave di perseguimento di scopi che determina lo schiacciamento della sanzione penale a strumento di legittimazione di politiche populistiche. Per i giuristi si apre la stagione di una nuova funzione civile.
di Claudio Sarzotti
Nell’evento mediatico relativo all’esposizione pubblica del terrorista Cesare Battisti in occasione della sua estradizione in Italia si colgono gli elementi caratterizzanti il populismo penale nel suo fare appello ad istinti primordiali che il processo di civilizzazione moderna ha cercato in tutti i modi di sopire e di governare. La vicenda può essere utilmente interpretata alla luce del concetto di “muta da caccia” elaborato in Massa e potere, capolavoro della letteratura antropologica dovuto ad Elias Canetti.
di Simina Tănăsescu
Mentre il ruolo delle Corti con riferimento al populismo rimane importante, il semplice svolgimento delle loro funzioni non è più sufficiente per la sopravvivenza della democrazia costituzionale nel momento in cui esse diventano uno degli obiettivi principali delle minacce populiste. In ogni caso, anche le Corti possono comportarsi secondo schemi populisti, allo scopo di evitare intrusioni populiste nella propria attività oppure per riallineare le proprie posizioni con gli orientamenti generali della società. Rafforzare il potere giudiziario, e le Corti costituzionali in particolare, ha sempre rappresentato una valida risposta al declino democratico populista. Il caso della Corte costituzionale della Romania è interessante poiché esemplifica una situazione nella quale il populismo giudiziario si sostanzia semplicemente nel supporto al potere politico in carica, mentre un clima di “populismo penale” sembra dominare la società.
di Vincenza (Ezia) Maccora
Viviamo in un’epoca di grande mutamento, sono cambiate molte delle personalità del mondo politico e giudiziario, è mutato il rispetto tra Istituzioni e il concetto stesso di rappresentanza. Anche in magistratura vi è chi investe fortemente sui leader, esalta la partecipazione diretta dei magistrati non più mediata da corpi intermedi, contesta il sistema, i professionisti dell’associazionismo e la “casta”, indica il sorteggio come strumento idoneo per la scelta dei componenti del Csm. Occorre verificare se questi elementi evidenzino la presenza di pulsioni populiste e cosa ciò può significare per l’Associazione nazionale magistrati e per il Consiglio superiore della magistratura.
di Lucia Corso
Si pensa di solito ai giudici come alle prime vittime del populismo ed anzi si costruisce il concetto di populismo proprio a partire dall’atteggiamento che i regimi populisti mostrano nei confronti del potere giudiziario. Attingendo alla letteratura nordamericana, si definirà piuttosto il populismo come un’ideologia, uno dei cui ingredienti caratterizzante è l’antielitismo. Il ruolo dei giudici in una società populista verrà tratteggiato a partire da questa premessa.
di Giuseppe Cotturri
Nel 2001 su proposta di forze della cittadinanza attiva è entrato nella Costituzione italiana il riconoscimento dell’autonoma capacità dei cittadini di svolgere attività di interesse generale sulla base del principio di sussidiarietà (articolo 118, comma 4, della Costituzione). Si tratta di un cambiamento del rapporto istituzioni-cittadini, per sbarrare la strada alle tendenze disgreganti del populismo. Il popolo dei populismi è incapace di formare politicamente una “volontà generale”. La sfida dei cittadini attivi per il civismo è contribuire invece all’affermazione della sovranità dei valori attraverso cui una diversa costruzione sovranazionale europea può essere realizzata.
di Nicola Colaianni
Il populismo politico è fatto di una materia prima che non sempre si scorge: il senso del religioso o del sacro, che anima la visione olistica, senza corpi intermedi, del popolo. Il populismo politico ha bisogno di simboli e attinge all’antico immaginario religioso. L’intreccio è minaccioso sul piano del diritto perché punta a scardinare le norme fondamentali dello Stato costituzionale, in particolare l’eguaglianza dei cittadini nelle loro differenti culture e identità. A contrastare l’antipluralismo congenito del populismo si erge il principio di laicità, con il suo contenuto di rispetto delle diversità e, per questo aspetto, di limite della sovranità popolare.
di Giuseppe Bronzini
A sostegno del rilancio del tema del reddito di base nel dibattito internazionale degli ultimi anni vi sono le nuove tecnologie informatiche che minacciano di distruggere irreversibilmente il lavoro disponibile e le dinamiche di globalizzazione sregolate che generano un nuovo bisogno di protezione il quale però in Europa, stanti la modestia del suo capitolo sociale e le politiche di austerity, viene ricercato in una nuova chiusura dei confini nazionali, alimentando così le spinte populiste. Solo un deciso rilancio dell’Europa sociale con la garanzia di un reddito minimo che recuperi una solidarietà paneuropea può rompere questa spirale distruttiva mediante la combinazione tra la razionalizzazione inclusiva degli esistenti schemi (nazionali) di reddito minimo garantito (che proteggono chi si trova a rischio concreto di esclusione sociale) ed una piccola quota di reddito di base per tutti i residenti stabili nel vecchio continente, finanziato attraverso risorse proprie dall’Unione che mostrino la “potenza” coesiva della cittadinanza sovranazionale.
di Elisabetta Grande
Nell’epoca del populismo di Trump il dinamismo di un sistema a federalismo pieno dà fiato a livello statale (e locale) a una nuova brezza, in controtendenza rispetto alla direzione di un vento che a livello federale da trent’anni a questa parte ha spazzato via i diritti dei lavoratori statunitensi. L’articolo esplora le vicende che riguardano l’emblematico caso dell’arbitrato obbligatorio negli Stati Uniti.
di Giovanni Armone
La riflessione si sofferma sui più recenti sviluppi del concetto di ordine pubblico internazionale e sulle sue concrete applicazioni giurisprudenziali, traendone la convinzione che anche il giudizio di delibazione delle leggi straniere risente del clima di scetticismo che circonda le decisioni giudiziali chiamate a confrontarsi con fonti di produzione del diritto estranee alla comunità nazionale. Anche il diritto internazionale privato diviene così terreno d’elezione per la ripresa delle pulsioni identitarie e populistiche che contraddistinguono l’attuale frangente storico, specie quando investe materie sensibili sulle quali è forte l’attenzione dell’opinione pubblica. Lo studio segnala i rischi di avanguardismo morale insiti in alcune letture dell’ordine pubblico internazionale, ma anche l’arretramento culturale che può discendere dalla mancata partecipazione al percorso di costruzione di valori condivisi.
di Luigi Principato
Se alla sovranità si guarda come potere, il parlamentare ha nel popolo una fonte di legittimazione, in un processo di assimilazione che, sovrapponendo popolo, partito ed eletto, conduce ad un modello plebiscitario di democrazia ed all’istituzione del mandato imperativo di partito. Se, al contrario, la sovranità si interpreta come limite al potere, il parlamentare rappresenta non già il popolo ma la Nazione e l’assenza di vincolo di mandato resta strumento di protezione di una rappresentanza politica che resta rispettosa del ruolo di mediazione fra cittadini e Stato riconosciuto dall’articolo 49 della Costituzione al partito politico.
di Giampiero Buonomo
Per conseguire una vera e propria alterazione dell’equilibrio dei poteri, a vantaggio di una concezione populistica della gestione della cosa pubblica, da un decennio la legistica si è piegata all’utilizzo di formulazioni normative ambigue o polisenso. La prima vittima di questa pratica è la Giurisdizione, che soffre di ingerenze crescenti della Legislazione, alla cui supremazia si sacrifica sempre più spesso la generalità ed astrattezza della norma. I controveleni interni ed esterni al procedimento legislativo appaiono spesso impotenti a frenare la deriva in via preventiva, scaricando sulla Corte costituzionale un controllo in via successiva che, giocoforza, risente delle strettoie dell’incidentalità con cui si investe il Giudice delle leggi.
di Mauro Benente
Nelle vicende politico-istituzionali che hanno caratterizzato il Venezuela alla fine del secolo scorso, e l’Ecuador e la Bolivia all’inizio di questo secolo, non si riscontra quel disprezzo per il diritto e le istituzioni che sarebbe caratteristico dei populismi, ma al contrario l’importanza delle istituzioni giuridiche per il percorso di emancipazione. Paradossalmente le Assemblee costituenti istituite nel quadro dei processi populisti che hanno caratterizzato quei paesi non si sono discostate in modo radicale dalle istituzioni rappresentative rivendicate dalle prospettive liberali, prospettive che invece i populismi ripudiano.
di Daniele Petrosino
Populismo e sovranismo cercano di dare una risposta alla frantumazione del corpo sociale, ma è una risposta debole, fondata sulla riproposizione di paradigmi obsoleti. È però la forma della partecipazione politica e della protezione sociale a non essere più adeguata alle sfide del presente. Per questo è necessario ripensare i luoghi ed i modi di formazione della comunità politica.
Appendice
di Mariarosaria Guglielmi
1. La storia interrotta / 2. Le sfide per l’Europa, la nostra comunità di destino / 3. L’attacco ai diritti e alle garanzie / 4. Ruolo della magistratura fra il dovere di imparzialità e la tentazione di neutralità / 5. L’associazionismo giudiziario: il nostro impegno comune in difesa dei diritti e delle garanzie / 6. Il Consiglio superiore della magistratura / 7. Il percorso di Magistratura democratica: bilanci e prospettive
ARCHIVIO
Fascicolo 4/2018
Una giustizia (im)prevedibile?
Il dovere della comunicazione
Fascicolo 3/2018
Giustizia e disabilità
La riforma spezzata.
Come cambia l’ordinamento penitenziario
Fascicolo 2/2018
L’ospite straniero.
La protezione internazionale nel sistema multilivello di tutela dei diritti fondamentali
Fascicolo 1/2018
Il pubblico ministero nella giurisdizione
La responsabilità civile fra il giudice e la legge
Fascicolo 4/2017
L’orgoglio dell’autogoverno
una sfida possibile per i 60 anni del Csm
Fascicolo 3/2017
A cosa serve la Corte di cassazione?
Le banche, poteri forti e diritti deboli
Fascicolo 2/2017
Le nuove disuguaglianze
Beni comuni

Dedicato a Stefano Rodotà
Fascicolo 1/2017
Il diritto di Crono
Il multiculturalismo e le Corti
Fascicolo 4/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Il giudice e la legge
Fascicolo 3/2016
La giustizia tributaria
La riforma della magistratura onoraria
Fascicolo 2/2016
VERSO IL REFERENDUM COSTITUZIONALE
Forme di governo,
modelli di democrazia
IL CORPO
Anatomia dei diritti
Fascicolo 1/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Formazione giudiziaria:
bilancio e prospettive
Fascicolo 4/2015
Il valore del dissenso
Il punto sul processo civile
Associazionismo giudiziario
Fascicolo 3/2015
Il diritto del lavoro alla prova del Jobs Act
Unitarietà della giurisdizione
Riforma della responsabilità civile
Fascicolo 2/2015
NUMERO MONOGRAFICO
Al centesimo catenaccio
40 anni di ordinamento penitenziario
Fascicolo 1/2015
Dialoghi sui diritti umani
I diritti fondamentali tra obblighi internazionali e Costituzione
La risoluzione amichevole dei conflitti
Schede di ordinamento giudiziario aggiornate al gennaio 2015
Il volume costituisce un'utile panoramica dei metodi di contrasto alla criminalità mafiosa e degli strumenti di prevenzione
Numero speciale di Questione Giustizia in formato digitale con atti, relazioni e dati sul sistema delle misure cautelari personali