Rivista trimestrale
Fascicolo 1/2019
Il problema

Per un concetto politico di popolo

di Mario Tronti
Il concetto di popolo, può avere un significato neutro (popolazione, gente) e un significato specifico, politico. Esso designa una base prepolitica, che può diventare o politica o antipolitica. L’epoca del capitalismo industriale ha conosciuto un popolo strutturato, organizzato, politicizzato, ma poi gli spiriti animali hanno riconquistato dominio politico ed egemonia culturale, stravolgendo il rapporto sociale. Forse oggi solo politica e diritto insieme possono intestarsi il compito operativo di rifare un popolo e rifare la società.

Ho trovato l’Introduzione di Enrico Scoditti al tema Populismo e diritto (in questo fascicolo) molto pertinente rispetto alla congiuntura politica che sta vivendo il Paese. È opportuno che pensatori del diritto e pensatori della politica uniscano le loro voci per sbrogliare una matassa che si è notevolmente aggrovigliata riguardo al rapporto tra istituzioni e società. Veniamo da decenni di confuso andamento oggettivo del passaggio tra fantomatiche Repubbliche non pensate giuridicamente e politicamente. La reazione antinovecentesca non si è dimostrata all’altezza dei grandi temi che la scienza giuridica e la teoria politica avevano sollevato dentro la tragica storia di quel secolo. Non si trattava di ripeterli, quei temi, però, sì, di riprenderli, aggiornarli, adattarli e riformularli. Si è creduto si fosse passati ad un’altra forma di Stato e di società, mentre quelle stesse forme avevano solo mutato aspetto e non sostanza. Sono convinto che, accanto agli importanti dati strutturali sicuramente intervenuti, una delle cause dell’attuale degrado della vita pubblica, e conseguentemente del dibattito pubblico, sia da ricercarsi in una caduta di culture, che non hanno più posseduto, e quindi controllato, il corso dei processi reali, non tanto perché, questi, fossero profondamente mutati quanto perché si erano tremendamente accelerati. Adesso è giunta l’ora che la nottola di Minerva del pensiero arrivi, in tarda sera, a pronunciare il suo Gericht. Non basterà certo per cambiare l’andamento delle cose. Ci vuole, accanto, indispensabile, un’iniziativa pratica di raccolta delle forze in grado di imporre la svolta.

Scrive Scoditti, quasi a premessa del suo discorso: «È di tutta evidenza il nesso fra popolo e democrazia, meno evidente è quello fra popolo e diritto, come dimostra la dialettica fra democrazia e costituzionalismo che si è sviluppata nel corso del Novecento». Nella congiuntura presente, c’è purtroppo da osservare che non è neppure più così evidente il nesso tra popolo e democrazia. E questo perché ambedue i poli del rapporto hanno subito una deriva, appunto non posseduta intellettualmente e controllata politicamente. È un dato materiale della situazione presente. E l’anomalia italiana interviene ad aggravare, sottolineandola, una condizione, che è europea e occidentale. Voglio parlare qui, e credo mi si chieda di parlare qui, più che di populismo e diritto, di popolo e politica. Del resto costituzionalismo politico e costituzionalismo giuridico hanno da porsi a questo punto la domanda del perché e come nella democrazia realizzata di oggi si sia così gravemente guastato il rapporto fra politica e popolo.

Anche su questo argomento, come su tanti altri, è opportuno sbarazzarsi del dogma progressista del “tutto è nuovo”. Sull’irruzione nel discorso pubblico e nella pratica politica del termine populismo si è prodotta una chiacchiera mediatica di proporzioni tali da confondere forse irrimediabilmente una considerazione seria sul termine popolo. È da qui allora che bisogna ripartire. Populismo ha una contingenza politica precisa, sia nelle esperienze ben determinate di fine Ottocento negli Stati Uniti e in Russia, sia in quelle novecentesche latino-americane. Questa sorta di odierno neopopulismo ripete qualcosa senza sapere niente della cosa stessa. La prova è che se il paleopopulismo si esprimeva in un progetto, il neopopulismo si rappresenta in una pulsione. Ma questo carattere dei comportamenti irrazionali di massa è un tema che già il Novecento aveva tragicamente posto all’attenzione del pensare e dell’agire politico. E avviene che la sua attuale ripetizione farsesca è paradossalmente più difficile da comprendere e da contrastare, perché ti viene il dubbio se sia il caso di prenderla sul serio o di lasciarla andare aspettando che passi la nottata: sempre domandando alla sentinella a che punto siamo della notte. Meglio allora è tornare a ragionare sulla radice del problema, quel termine-concetto storico di popolo, che nella sua lunga durata ha depositato prassi e teoria di grande livello.

Le incarnazioni dello spirito di popolo sono state tante e non riconducibili ad unità.

Il demos dei greci non è il populus dei romani. Il we the people degli americani non è la sovranità che appartiene al popolo degli europei. La radice ci conferma che popolo può avere un significato neutro, popolazione, gente e un significato specifico, politico. Per questo Weber considerava il termine inservibile per un’indagine realmente seria. E Sartori lo considerava equivoco perfino per una teoria della democrazia. È che popolo designa di fatto una base prepolitica, che può diventare o politica o antipolitica. Lo possiamo vedere oggi forse meglio che nel passato. Perché vediamo qui e ora ripetersi – a dispetto di tutti i nuovismi – ben note dinamiche novecentesche: non tanto offerta populista quanto domanda demagogico-antipolitica. È la richiesta di una funzione simbolica del capo, che attraverso una legittimazione plebiscitaria, si faccia carico dei bisogni reali, con una delega di potere anche al di fuori o addirittura al di sopra delle leggi. È qui, secondo me, che si incrocia, insieme a populismo e diritto, antipolitica e istituzioni. Weber non ha fatto in tempo a vedere la realizzazione del potere carismatico in potere totalitario. E ha visto meglio quello che ci serve di vedere per l’oggi. Ogni democrazia – diceva – porta in corpo una inclinazione plebiscitaria. In fondo, dopo la fine della prima Repubblica e con le squallide vicende pubbliche che ne sono seguite, abbiamo vissuto l’inconscio collettivo di una situazione quasi weimariana: senza i grandi protagonisti politici e culturali di quella stagione. Anticorpi sociali resistenti hanno impedito e impediscono una soluzione autoritaria. Quell’inclinazione della democrazia all’antipolitica riesce benissimo ad esprimersi in forme trasformative interne, senza la necessità di superamenti istituzionali. Non a caso sono falliti tutti i tentativi di riforme costituzionali. Basta una pratica quotidiana di disintermediazione tecnologicamente armata di un direttismo democratico – niente a che vedere con la democrazia diretta – orientato dai mezzi sempre più alienanti della comunicazione di massa.

Contingenza e storia raramente coincidono dando luogo a uno stato d’eccezione. Non è questo il caso che ci è dato di sperimentare. Oggi il contingente è a-storico. E quindi impolitico. E allora qui c’è una difficoltà della pratica che solo il pensiero può tentare di superare. Non è l’inservibilità, o l’equivocità, del concetto di popolo che conviene sottolineare. È piuttosto questa sua ambiguità, che si tratta di assumere. Del resto, tutta la modernità ha avuto a che fare con questo Giano bifronte. Già Hobbes distingueva tra popolazione e popolo, tra un certo numero di uomini che vivono in un territorio geografico e l’aggregato politico portatore di sovranità. Questa distinzione si è poi stabilizzata e trasformata in popolo-nazione e popolo società, in concetto politico e concetto sociale di popolo. La forma borghese della società capitalistica ha compiuto con intelligenza questa operazione. Sono idee personali, ma non ne ho altre da mettere a disposizione. Io vedo un popolo prima della classe, un popolo con la classe e un popolo dopo la classe. Abbiamo ora a che fare con quest’ultima specie di popolo. C’è un populus aeternus, che ci interessa poco per quello che abbiamo da fare qui adesso. Ci ha interessato quel popolo che, non il capitalismo in generale, ma lo specifico del capitalismo industriale, ha messo in forma di classe. Lì abbiamo avuto un popolo strutturato, organizzato, un reale sociale politicizzato, agente nella lotta di classe, come masse in movimento al seguito di un’aristocrazia sociale e di una élite politica. È stato il tempo in cui il popolo ha tenuto in forma un rapporto di società contro gli spiriti animali della produzione, del mercato e del consumo che tendevano a dissolverlo.

Quando questi spiriti animali hanno riconquistato dominio politico ed egemonia culturale, tra l’altro a livello globale, e non più solamente nazionale, lì la storia contemporanea ha girato su sé stessa, con una narrazione ideologica a suo modo geniale, con un premoderno presentato come postmoderno. Ha ragione Scoditti: a quel punto, si è dissolto il moderno equilibrio tra diritto e popolo, mediato dalla politica. Quella mediazione si svolgeva a due livelli, dall’alto attraverso lo Stato, dal basso attraverso il partito. Sono più che convinto di questa osservazione: «la compenetrazione del calore sociale e identitario con la freddezza del Giuridico, pura tecnica di limitazione del potere, si è realizzata grazie alla politica». È questa la ragione di fondo per cui l’intelligenza di sistema, a difesa del proprio interesse di parte, ha speso gli ultimi decenni in un lavorìo quotidiano di delegittimazione della politica. E senza abbandonare la tradizionale presa di possesso sulla macchina statale, ha puntato a smontare la rappresentanza politica dell’interesse di parte opposto. L’antipolitica di sistema è andata con sicurezza a colpire lo specifico politico realizzato nella forma-partito. E siccome, giustamente, «il partito politico del Novecento europeo, elaboratore decisivo di indirizzi politici, ha rappresentato il punto di arrivo della moderna nozione di Politico, da Hobbes in poi …», è venuta così a cadere una delle leve di quel processo di civilizzazione, di cui ha parlato Norbert Elias. È corretto allora parlare di imbarbarimento del rapporto sociale. Ma bisogna coglierne, per combatterli, i modi inediti attraverso cui l’operazione tentata è poi riuscita. Questi modi sono due, contemporanei e complementari: una plebeizzazione di popolo e una volgarizzazione di élite. Sarebbe un evento da definire tragico se noi, figli del Novecento, non conoscessimo ben altre altezze, o bassezze, del tragico nella storia. Si tratta in realtà di un passaggio drammatico, con dominanti movenze farsesche.

Oggi, un popolo senza riferimento di classe produce un rapporto sociale senza forma. Quando si è detto: non esiste la società, esiste l’individuo, si è pronunciata una massima di verità, che definisce il presente. Ma così l’individualismo non si personifica, si massifica. E il rapporto sociale scompare, non perché non esiste, ma perché viene stravolto in qualcosa che non lo fa più riconoscere. Anzi, lo fa addirittura contestare. Contribuisce alla radicalità del fenomeno la tecnologia post-umana della comunicazione virtuale. Oggi il bellum omnium contra omnes si è trasferito nella palestra recitativa del web. Il bellum civile va allora ritradotto, riformulato, e così riportato alla materialità della condizione umana. L’individuo va ripensato come persona. Tutt’altro che allontanarsi dai reali bisogni quotidiani del singolo, del suo assetto famigliare, della sua appartenenza territoriale, occorre riavvicinare la politica a questi luoghi, tenendo conto dei loro tempi. Lo stesso diritto dovrebbe riformulare in questo senso la sua materia. Tra l’attuale dominante globalizzazione, non solo della storia, ma della cronaca, da un lato e, dall’altro la nuda vita delle persone, una volta si diceva in carne e ossa, e ancora meglio si diceva degli uomini e delle donne semplici, va colmata una distanza alienante che produce soltanto insicurezza, rabbia, paura. Solo, forse, politica e diritto insieme possono intestarsi questo compito operativo, che io chiamerei redentivo. È la via per rifare società, rifare popolo. Ri-fare perché il fatto che c’è, l’attuale falsamente eterno presente, è la negazione dell’una e dell’altro. Questo non avverrà se non si riordina il conflitto. Non si dà al momento la tradizionale contrapposizione di ordine e conflitto. In una società divisa è il conflitto che mette in ordine. Conflitto vero, sociale e politico, tra visioni e azioni e passioni alternative. Nella società di tutti, un nuovo popolo deve farsi parte. Quanto di lavoro giuridico e di lavoro politico va messo in campo per questa operazione è tutto da calcolare. Certo è che la porta stretta di una rivoluzione di cultura chiede di essere al più presto coraggiosamente attraversata.

Fascicolo 1/2019
Il problema
di Enrico Scoditti

Populismo e diritto rinviano a forme di legame sociale antitetiche: il primo persegue la risoluzione della questione sociale e di quella identitaria senza alcuna mediazione e connessione di sistema, il secondo mira alla neutrale limitazione di ogni potere. Nel costituzionalismo del Novecento europeo si è avuta l’incorporazione nel diritto della questione sociale e di quella dell’appartenenza ad una comunità grazie alla mediazione della politica quale civilizzazione degli impulsi e addomesticamento di paure e angosce. Se la politica perde tale funzione emerge l’antitesi fra populismo e diritto e per i giuristi si apre un tempo di nuove responsabilità

di Nello Rossi
Non ci sarà retorica populista che possa far dimenticare ai magistrati italiani che nelle aule di tribunale il giudice ed il pubblico ministero affrontano “casi” e giudicano “persone”, senza che vi sia spazio né per “amici del popolo” sottratti al giudizio in virtù del consenso popolare né per “nemici del popolo” oggetto di aprioristiche condanne popolari.
di Gaetano Silvestri
Il populismo è la versione estrema della “democrazia totalitaria”, contrapposta al principio della separazione dei poteri e basata sul presupposto che la volontà generale del popolo fa coincidere sempre l’essere con il dover essere. Esso è in irrimediabile contrasto con il concetto stesso di controllo di legittimità costituzionale delle leggi, il quale è sempre potenzialmente in conflitto con la volontà delle maggioranze politiche, passate e presenti.
di Cesare Pinelli
Lo scritto si propone in primo luogo di mostrare come nello Stato costituzionale contemporaneo l’istanza di legittimazione democratica del potere si presenti inscindibilmente connessa con quella della sua limitazione giuridica, mentre il populismo pretende di poterle scindere. Non per questo però, ed è la seconda questione trattata, il fenomeno si può spiegare ignorando i mutamenti istituzionali e sociali che più hanno caratterizzato i recenti sviluppi della convivenza costituzionale, fornendo inediti spazi e opportunità all’ascesa del populismo.
di Alejandra M. Salinas
Il presente contributo analizza la relazione concettuale tra lo Stato di diritto, il gioco politico democratico e il populismo, illustrandola con riferimento ad alcune recenti esperienze latinoamericane. L’ipotesi da esplorare è l’attitudine del populismo, nella misura in cui risulti animato da una logica antagonistica, egemonica e discrezionale, alla distorsione del gioco politico democratico e all’indebolimento dello Stato di diritto.
di Biagio de Giovanni
La crisi del costituzionalismo politico colpisce la democrazia rappresentativa e determina il ritorno ad una nozione identitaria di popolo. A questo stato di cose bisogna opporre la grandezza culturale del progetto europeo, per quello che è e per la potenzialità che contiene, lavorando intensamente a una seria Mediazione tra territorialità e cosmopolitismo, tra nazionale e sovra-nazionale.
di Mario Tronti
Il concetto di popolo, può avere un significato neutro (popolazione, gente) e un significato specifico, politico. Esso designa una base prepolitica, che può diventare o politica o antipolitica. L’epoca del capitalismo industriale ha conosciuto un popolo strutturato, organizzato, politicizzato, ma poi gli spiriti animali hanno riconquistato dominio politico ed egemonia culturale, stravolgendo il rapporto sociale. Forse oggi solo politica e diritto insieme possono intestarsi il compito operativo di rifare un popolo e rifare la società.
di Pasquale Serra
Il populismo, quale possibile risposta alla crisi della democrazia moderna, va collocato con riferimento all’Italia e all’Europa dentro la categoria di sostituti funzionali del fascismo, perché, pur avendo differenze significative con il tipo ideale classico, ha in comune con esso la passivizzazione politica della società. Una risposta positiva e significativa alla crisi della democrazia moderna può invece venire dalla declinazione inclusiva di populismo che la riflessione argentina propone, benché anche questa forma più avanzata di populismo lascia inevaso, come tutti i populismi, il problema decisivo dei limiti del potere politico. Di qui la necessità di una riflessione nuova sulla democrazia, perché quello che con molta approssimazione definiamo populismo è un’anomalia che si forma all’interno della democrazia e che riguarda noi tutti democratici.
di Barbara Randazzo
Il vulnus alla Costituzione, sia sul fronte dei diritti degli immigrati che sul fronte del diritto penale, può e deve essere combattuto con le armi che la stessa Costituzione fornisce in sua difesa, senza assunzione di compiti anomali da parte della magistratura, con la consapevolezza tuttavia che i populismi politici paiono uno dei sintomi della crisi dei sistemi democratici travolti dalla globalizzazione, e non soltanto mere forme di regressione della civiltà occidentale, a cui guardare come stimoli in vista della correzione dei difetti dei sistemi democratici.
di Giuseppe Martinico
In questo lavoro verranno sviluppate tre considerazioni relative al rapporto fra populismo e costituzionalismo. La prima riflessione è relativa all’uso di categorie proprie del costituzionalismo da parte dei populisti. Il secondo punto concerne le strategie seguite dai populismi di governo, che verranno descritte attraverso due parole-chiave: “mimetismo” e “parassitismo”. Il terzo punto, infine, riguarda la validità analitica del cd. “costituzionalismo populista”.
Le questioni
di Luigi Ferrajoli
L’odierno populismo penale si connota per l’ostentazione di politiche esse stesse illecite. Le misure contro l’ingresso dei migranti in Italia adottate da questo Governo costituiscono violazioni massicce dei diritti umani, le quali hanno l’effetto per un verso dell’abbassamento dello spirito pubblico e del senso morale nella cultura di massa, per l’altro del logoramento dei legami sociali. È necessario introdurre nel dibattito pubblico tre anti-corpi democratici: chiamare queste politiche con il loro nome, e cioè violazioni massicce dei diritti umani; provocare la vergogna con una battaglia culturale a sostegno dei valori costituzionali e un appello alla coscienza civile di tutti; prendere sul serio i diritti umani ed in particolare il diritto di emigrare, quale potere costituente di un nuovo ordine globale.
di Vittorio Manes
Il diritto penale è diventato parte integrante della politica e, in linea con le declinazioni tipiche del populismo penale, risponde ad un nuovo paradigma che si caratterizza per l’utilizzo della penalità protesa a soddisfare pretese punitive opportunisticamente fomentate e drammatizzate ed a legittimare i nuovi assetti di potere politico. Si tratta di un diritto penale sempre più disarticolato dalle proprie premesse fondative liberali, teso al congedo dalla tipicità legale del reato, dal principio di proporzione tra reato e pena e dalla presunzione di innocenza, come dimostra la recente legge cosiddetta “spazzacorrotti”, ed affidato interamente alla gestione del giudice, con l’effetto ulteriore della sovraesposizione della magistratura rispetto a compiti impropri.
di Luciano Violante
Con la delegittimazione delle istituzioni intermedie è cresciuto il cortocircuito fra lessico populistico e utilizzo del diritto penale in chiave di perseguimento di scopi che determina lo schiacciamento della sanzione penale a strumento di legittimazione di politiche populistiche. Per i giuristi si apre la stagione di una nuova funzione civile.
di Claudio Sarzotti
Nell’evento mediatico relativo all’esposizione pubblica del terrorista Cesare Battisti in occasione della sua estradizione in Italia si colgono gli elementi caratterizzanti il populismo penale nel suo fare appello ad istinti primordiali che il processo di civilizzazione moderna ha cercato in tutti i modi di sopire e di governare. La vicenda può essere utilmente interpretata alla luce del concetto di “muta da caccia” elaborato in Massa e potere, capolavoro della letteratura antropologica dovuto ad Elias Canetti.
di Simina Tănăsescu
Mentre il ruolo delle Corti con riferimento al populismo rimane importante, il semplice svolgimento delle loro funzioni non è più sufficiente per la sopravvivenza della democrazia costituzionale nel momento in cui esse diventano uno degli obiettivi principali delle minacce populiste. In ogni caso, anche le Corti possono comportarsi secondo schemi populisti, allo scopo di evitare intrusioni populiste nella propria attività oppure per riallineare le proprie posizioni con gli orientamenti generali della società. Rafforzare il potere giudiziario, e le Corti costituzionali in particolare, ha sempre rappresentato una valida risposta al declino democratico populista. Il caso della Corte costituzionale della Romania è interessante poiché esemplifica una situazione nella quale il populismo giudiziario si sostanzia semplicemente nel supporto al potere politico in carica, mentre un clima di “populismo penale” sembra dominare la società.
di Vincenza (Ezia) Maccora
Viviamo in un’epoca di grande mutamento, sono cambiate molte delle personalità del mondo politico e giudiziario, è mutato il rispetto tra Istituzioni e il concetto stesso di rappresentanza. Anche in magistratura vi è chi investe fortemente sui leader, esalta la partecipazione diretta dei magistrati non più mediata da corpi intermedi, contesta il sistema, i professionisti dell’associazionismo e la “casta”, indica il sorteggio come strumento idoneo per la scelta dei componenti del Csm. Occorre verificare se questi elementi evidenzino la presenza di pulsioni populiste e cosa ciò può significare per l’Associazione nazionale magistrati e per il Consiglio superiore della magistratura.
di Lucia Corso
Si pensa di solito ai giudici come alle prime vittime del populismo ed anzi si costruisce il concetto di populismo proprio a partire dall’atteggiamento che i regimi populisti mostrano nei confronti del potere giudiziario. Attingendo alla letteratura nordamericana, si definirà piuttosto il populismo come un’ideologia, uno dei cui ingredienti caratterizzante è l’antielitismo. Il ruolo dei giudici in una società populista verrà tratteggiato a partire da questa premessa.
di Giuseppe Cotturri
Nel 2001 su proposta di forze della cittadinanza attiva è entrato nella Costituzione italiana il riconoscimento dell’autonoma capacità dei cittadini di svolgere attività di interesse generale sulla base del principio di sussidiarietà (articolo 118, comma 4, della Costituzione). Si tratta di un cambiamento del rapporto istituzioni-cittadini, per sbarrare la strada alle tendenze disgreganti del populismo. Il popolo dei populismi è incapace di formare politicamente una “volontà generale”. La sfida dei cittadini attivi per il civismo è contribuire invece all’affermazione della sovranità dei valori attraverso cui una diversa costruzione sovranazionale europea può essere realizzata.
di Nicola Colaianni
Il populismo politico è fatto di una materia prima che non sempre si scorge: il senso del religioso o del sacro, che anima la visione olistica, senza corpi intermedi, del popolo. Il populismo politico ha bisogno di simboli e attinge all’antico immaginario religioso. L’intreccio è minaccioso sul piano del diritto perché punta a scardinare le norme fondamentali dello Stato costituzionale, in particolare l’eguaglianza dei cittadini nelle loro differenti culture e identità. A contrastare l’antipluralismo congenito del populismo si erge il principio di laicità, con il suo contenuto di rispetto delle diversità e, per questo aspetto, di limite della sovranità popolare.
di Giuseppe Bronzini
A sostegno del rilancio del tema del reddito di base nel dibattito internazionale degli ultimi anni vi sono le nuove tecnologie informatiche che minacciano di distruggere irreversibilmente il lavoro disponibile e le dinamiche di globalizzazione sregolate che generano un nuovo bisogno di protezione il quale però in Europa, stanti la modestia del suo capitolo sociale e le politiche di austerity, viene ricercato in una nuova chiusura dei confini nazionali, alimentando così le spinte populiste. Solo un deciso rilancio dell’Europa sociale con la garanzia di un reddito minimo che recuperi una solidarietà paneuropea può rompere questa spirale distruttiva mediante la combinazione tra la razionalizzazione inclusiva degli esistenti schemi (nazionali) di reddito minimo garantito (che proteggono chi si trova a rischio concreto di esclusione sociale) ed una piccola quota di reddito di base per tutti i residenti stabili nel vecchio continente, finanziato attraverso risorse proprie dall’Unione che mostrino la “potenza” coesiva della cittadinanza sovranazionale.
di Elisabetta Grande
Nell’epoca del populismo di Trump il dinamismo di un sistema a federalismo pieno dà fiato a livello statale (e locale) a una nuova brezza, in controtendenza rispetto alla direzione di un vento che a livello federale da trent’anni a questa parte ha spazzato via i diritti dei lavoratori statunitensi. L’articolo esplora le vicende che riguardano l’emblematico caso dell’arbitrato obbligatorio negli Stati Uniti.
di Giovanni Armone
La riflessione si sofferma sui più recenti sviluppi del concetto di ordine pubblico internazionale e sulle sue concrete applicazioni giurisprudenziali, traendone la convinzione che anche il giudizio di delibazione delle leggi straniere risente del clima di scetticismo che circonda le decisioni giudiziali chiamate a confrontarsi con fonti di produzione del diritto estranee alla comunità nazionale. Anche il diritto internazionale privato diviene così terreno d’elezione per la ripresa delle pulsioni identitarie e populistiche che contraddistinguono l’attuale frangente storico, specie quando investe materie sensibili sulle quali è forte l’attenzione dell’opinione pubblica. Lo studio segnala i rischi di avanguardismo morale insiti in alcune letture dell’ordine pubblico internazionale, ma anche l’arretramento culturale che può discendere dalla mancata partecipazione al percorso di costruzione di valori condivisi.
di Luigi Principato
Se alla sovranità si guarda come potere, il parlamentare ha nel popolo una fonte di legittimazione, in un processo di assimilazione che, sovrapponendo popolo, partito ed eletto, conduce ad un modello plebiscitario di democrazia ed all’istituzione del mandato imperativo di partito. Se, al contrario, la sovranità si interpreta come limite al potere, il parlamentare rappresenta non già il popolo ma la Nazione e l’assenza di vincolo di mandato resta strumento di protezione di una rappresentanza politica che resta rispettosa del ruolo di mediazione fra cittadini e Stato riconosciuto dall’articolo 49 della Costituzione al partito politico.
di Giampiero Buonomo
Per conseguire una vera e propria alterazione dell’equilibrio dei poteri, a vantaggio di una concezione populistica della gestione della cosa pubblica, da un decennio la legistica si è piegata all’utilizzo di formulazioni normative ambigue o polisenso. La prima vittima di questa pratica è la Giurisdizione, che soffre di ingerenze crescenti della Legislazione, alla cui supremazia si sacrifica sempre più spesso la generalità ed astrattezza della norma. I controveleni interni ed esterni al procedimento legislativo appaiono spesso impotenti a frenare la deriva in via preventiva, scaricando sulla Corte costituzionale un controllo in via successiva che, giocoforza, risente delle strettoie dell’incidentalità con cui si investe il Giudice delle leggi.
di Mauro Benente
Nelle vicende politico-istituzionali che hanno caratterizzato il Venezuela alla fine del secolo scorso, e l’Ecuador e la Bolivia all’inizio di questo secolo, non si riscontra quel disprezzo per il diritto e le istituzioni che sarebbe caratteristico dei populismi, ma al contrario l’importanza delle istituzioni giuridiche per il percorso di emancipazione. Paradossalmente le Assemblee costituenti istituite nel quadro dei processi populisti che hanno caratterizzato quei paesi non si sono discostate in modo radicale dalle istituzioni rappresentative rivendicate dalle prospettive liberali, prospettive che invece i populismi ripudiano.
di Daniele Petrosino
Populismo e sovranismo cercano di dare una risposta alla frantumazione del corpo sociale, ma è una risposta debole, fondata sulla riproposizione di paradigmi obsoleti. È però la forma della partecipazione politica e della protezione sociale a non essere più adeguata alle sfide del presente. Per questo è necessario ripensare i luoghi ed i modi di formazione della comunità politica.
Appendice
di Mariarosaria Guglielmi
1. La storia interrotta / 2. Le sfide per l’Europa, la nostra comunità di destino / 3. L’attacco ai diritti e alle garanzie / 4. Ruolo della magistratura fra il dovere di imparzialità e la tentazione di neutralità / 5. L’associazionismo giudiziario: il nostro impegno comune in difesa dei diritti e delle garanzie / 6. Il Consiglio superiore della magistratura / 7. Il percorso di Magistratura democratica: bilanci e prospettive
ARCHIVIO
Fascicolo 2/2019
Famiglie e Individui. Il singolo nel nucleo

Il codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza: idee e istituti
Fascicolo 1/2019
Populismo e diritto
Fascicolo 4/2018
Una giustizia (im)prevedibile?
Il dovere della comunicazione
Fascicolo 3/2018
Giustizia e disabilità
La riforma spezzata.
Come cambia l’ordinamento penitenziario
Fascicolo 2/2018
L’ospite straniero.
La protezione internazionale nel sistema multilivello di tutela dei diritti fondamentali
Fascicolo 1/2018
Il pubblico ministero nella giurisdizione
La responsabilità civile fra il giudice e la legge
Fascicolo 4/2017
L’orgoglio dell’autogoverno
una sfida possibile per i 60 anni del Csm
Fascicolo 3/2017
A cosa serve la Corte di cassazione?
Le banche, poteri forti e diritti deboli
Fascicolo 2/2017
Le nuove disuguaglianze
Beni comuni

Dedicato a Stefano Rodotà
Fascicolo 1/2017
Il diritto di Crono
Il multiculturalismo e le Corti
Fascicolo 4/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Il giudice e la legge
Fascicolo 3/2016
La giustizia tributaria
La riforma della magistratura onoraria
Fascicolo 2/2016
VERSO IL REFERENDUM COSTITUZIONALE
Forme di governo,
modelli di democrazia
IL CORPO
Anatomia dei diritti
Fascicolo 1/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Formazione giudiziaria:
bilancio e prospettive
Fascicolo 4/2015
Il valore del dissenso
Il punto sul processo civile
Associazionismo giudiziario
Fascicolo 3/2015
Il diritto del lavoro alla prova del Jobs Act
Unitarietà della giurisdizione
Riforma della responsabilità civile
Fascicolo 2/2015
NUMERO MONOGRAFICO
Al centesimo catenaccio
40 anni di ordinamento penitenziario
Fascicolo 1/2015
Dialoghi sui diritti umani
I diritti fondamentali tra obblighi internazionali e Costituzione
La risoluzione amichevole dei conflitti
Schede di ordinamento giudiziario aggiornate al gennaio 2015
Il volume costituisce un'utile panoramica dei metodi di contrasto alla criminalità mafiosa e degli strumenti di prevenzione
Numero speciale di Questione Giustizia in formato digitale con atti, relazioni e dati sul sistema delle misure cautelari personali