Rivista trimestrale
Fascicolo 1/2019
Le questioni

Populismo e Costituzione in America Latina *

di Mauro Benente
Nelle vicende politico-istituzionali che hanno caratterizzato il Venezuela alla fine del secolo scorso, e l’Ecuador e la Bolivia all’inizio di questo secolo, non si riscontra quel disprezzo per il diritto e le istituzioni che sarebbe caratteristico dei populismi, ma al contrario l’importanza delle istituzioni giuridiche per il percorso di emancipazione. Paradossalmente le Assemblee costituenti istituite nel quadro dei processi populisti che hanno caratterizzato quei paesi non si sono discostate in modo radicale dalle istituzioni rappresentative rivendicate dalle prospettive liberali, prospettive che invece i populismi ripudiano.

1. Introduzione

Buona parte dei dibattiti politici e accademici degli ultimi anni in America Latina, in particolare nel Cono Sur, si sono concentrati sulla natura e sull’analisi concettuale dei processi politici e sociali che hanno assistito e reso possibili le Presidenze di Hugo Chávez Frías in Venezuela, Luiz Inácio Lula da Silva e Dilma Vana Rousseff in Brasile, Néstor Carlos Kirchner e Cristina Fernández de Kirchner in Argentina, Evo Morales Ayma in Bolivia, Rafael Vicente Correa Delgado in Ecuador, y José Alberto Mujica in Uruguay. “Governo nazionale e popolare”, “post-neoliberalismo”, “socialismo del secolo XXI”, “rivoluzione cittadina”, “socialismo comunitario”, “governo dei movimenti sociali” sono alcuni tra i concetti utilizzati per tratteggiare il carattere dei loro governi e le vicende socio-politiche che li hanno accompagnati. Solitamente in senso critico e dispregiativo, si è fatto ricorso anche al concetto di “populismo”.

Sembra che quest’ultimo – “narodnichestvo sia stato coniato in Russia al volgere del decennio 1870, per caratterizzare un movimento socialista anti-intellettualista, che raccomandava ai militanti socialisti di formarsi direttamente dal popolo anziché per mezzo degli strumenti offerti dalla cultura accademica. In seguito, il marxismo russo ridefinì il concetto di populismo con riferimento a chi sosteneva che i contadini e la comunità russa rappresentassero la “via” per edificare il socialismo (Pipes, 1964). Nei decenni 1950 e 1960, il populismo fu ridefinito in riferimento ai Governi di Lázaro Cárdenas in Messico, Getulio Vargas in Brasile e Juan Domingo Perón in Argentina, che consentirono l’accesso alla sfera politica a settori sociali fino ad allora esclusi, nel contesto di leadership provviste di un livello di emotività elevato, facenti leva su fattori più personali che istituzionali nonché refrattarie al liberalismo e al pluralismo.

Negli ultimi anni, i casi del Venezuela, dell’Ecuador e della Bolivia hanno riacceso il dibattito concettuale sul populismo (De la Torre e Peruzzoti, 2008; Svampa, 2016: 443-476), non solo in relazione ai processi di democratizzazione associati alle rispettive leadership (Ali, 2008; Raby, 2006), ma anche alla loro dimensione autoritaria (Mayorga 2009, Weyland 2013, Zanatta, 2014: 191-227).

Anche se, in questa sede, non è possibile analizzare la portata del populismo – oggetto, sul piano concettuale, di un’indubbia contesa accademica e politica – una sua definizione “minima” rimanda all’esistenza di un regime discorsivo in base al quale la risoluzione dei problemi sociali e politici e la costruzione di identità non possono né devono essere raggiunti per via di mediazioni istituzionali e/o giuridiche, bensì attraverso una relazione diretta tra un leader o una leader e le persone. Questo “accordo immediato” si declina in diverse dimensioni, ma principalmente secondo un piano discorsivo, nel quale svolgono un ruolo centrale i media. D’altra parte, coloro che si rifanno al concetto di populismo in senso dispregiativo, sono soliti opporlo al funzionamento dello Stato di diritto, che prevede la risoluzione dei conflitti sociali e politici senza amori né odi, in base a un quadro istituzionale totalmente spersonalizzato e spassionato, limitando ogni tipo di leadership.

Non mi soffermerò, qui, su questo (supposto) opposto del populismo, generalmente legato a tradizioni liberali o liberal-conservatrici, né sull’analisi dell’esistenza effettiva o esclusivamente discorsiva della relazione tra “popolo” e leader. Piuttosto, terrei a rilevare come, nei discorsi populisti contemporanei, anziché il tentativo di spingersi oltre le istituzioni, vi siano un’interrogazione e un’insistenza a definirne di nuove a partire da una riforma costituzionale. I populismi, con il loro linguaggio, non hanno lanciato una sfida al diritto e alle istituzioni, mirando invece alla creazione di nuove impalcature istituzionali. I leader popolari non hanno sminuito l’importanza delle istituzioni giuridiche: al contrario, le hanno ritenute rilevanti al punto che la loro riforma, attraverso le assemblee costituenti, è stato uno degli elementi che hanno strutturato i loro discorsi in campagna elettorale e nel processo di consolidamento dei loro governi.

Nelle pagine seguenti cercherò di dimostrare come questo regime discorsivo che lega il leader - Chávez, Correa e Morales – al suo popolo, più che diminuire il valore delle istituzioni e delle leggi, al contrario dà loro grande importanza per avanzare sulla via dell’emancipazione, tanto da mettere in campo l’Assemblea costituente per ipotizzare una profonda modifica di esse.

2. «Per trasformare lo Stato abbiamo urgentemente bisogno di un’assemblea costituente nazionale»

Occorre collocare l’ascesa di Hugo Chávez alla Presidenza del Venezuela  nel contesto dell’implosione del «Pacto del Punto Fijo»,un modello didemocrazia a base pattizia operativo dalla fine degli anni Cinquanta, e dell’effetto disastroso delle politiche neoliberiste promosse al volgere dagli anni Ottanta.

Tra il 3 e il 4 febbraio 1992, tre anni dopo il “Caracazo” o “Sacudón”, che ha rappresentato la prima serie di proteste contro le politiche neoliberiste adottate dal Presidente Carlos Andrés Pérez, il Movimento bolivariano rivoluzionario (MBR-200) tentò di prendere il potere. Del Movimento faceva parte Hugo Chávez, che venne imprigionato. L’anno seguente, il 21 maggio 1993, Pérez fu destituito per un processo politico segnato da una frattura interna al suo partito (Acción Democrática), da uno scandalo di corruzione e da un ampio susseguirsi di proteste (Pérez Liñán, 2009: 43-49). Alle presidenziali del 1993, la vittoria di Rafael Caldera, insediatosi il 2 febbraio del 1994, rappresenta l’inizio della fine del Pacto del Punto Fijo: fin dalle elezioni del 1958, era la prima volta che vinceva un partito politico – Convergencia – distinto da Acción Democrática e dal Comité de Organización Política Electoral Independiente.

Nell’ambito dell’accordo tra il nuovo Governo e le organizzazioni di sinistra, Caldera decretò un’amnistia per coloro che risultavano coinvolti nelle rivolte del 1992. Da allora, sia Chávez che l’MBR-200 acquisirono una presenza crescente nell’agenda pubblica, che portò alla redazione, nel 1996, dell’«Agenda alternativa bolivariana». Nel documento si identificavano i due grandi problemi del Venezuela nella povertà e nell’internazionalizzazione dell’economia. Obiettivo del Movimento era aumentare il tenore di vita dei settori sociali più poveri e rivendicare la sovranità nazionale: per farlo era «essenziale non la misura semplicistica e neoliberale della “riduzione delle dimensioni dello Stato”, ma la totale ristrutturazione e trasformazione dell’attuale apparato, che si impone a uno Stato realmente democratico e popolare» (Bolivarian Alternative Agenda, 2014: 32). Nel prologo dell’Agenda, Chávez osservava che un avanzamento in tale direzione implicasse il necessario sviluppo di un processo costituente «il potere costituito non possiede, a questo punto, la benché minima capacità di farlo, quindi dovremo necessariamente ricorrere al Potere costituente per andare verso la nascita della Quinta Repubblica: la Repubblica Bolivariana» (Chávez, 2014: 23).

In termini economici, la campagna elettorale di Caldera era stata connotata da forti critiche al neoliberismo, ma a partire dalla seconda metà del suo mandato e con l’attuazione dell’«Agenda Venezuela» e il programma di «Apertura petrolera», Caldera iniziò a perseguire le stesse politiche che aveva rinnegato. In tale situazione, alle elezioni presidenziali del 6 dicembre 1998 si presentò l’alternativa tra un modello neoliberista, incarnato da Henrique Salas Römer, e quello nazionalista di Chávez e del suo «Polo Patriótico» (169 Muller, 2001). Domenica 6 dicembre, Chávez ottenne la Presidenza con il 56,20 per cento dei voti. Lo slogan della sua campagna era stato: «Una rivoluzione democratica»; la proposta di convocare l’assemblea costituente era un elemento centrale e ha rappresentato una delle chiavi per riformare il potere giudiziario, il sistema politico, costruire una democrazia “vera” e configurare un nuovo modello economico (Pérez García e Velázquez Guevara, 1999: 103-107). In un’intervista andata in onda in televisione una settimana prima delle elezioni, Chávez insisteva: «Il popolo vuole la costituente (...) il Venezuela ha bisogno di un’assemblea costituente» (Chavez in Bonnefoy, 2012: 28). Il 2 dicembre, a Caracas, sulla Bolívar Avenue, nel momento conclusivo della campagna, la gente ha gridato: «Chávez Presidente, per la costituente!».

Chávez assunse la carica il 2 febbraio del 1999, esprimendo il suo giuramento in questi termini: «Giuro davanti al mio popolo che, su questa Costituzione moribonda, promuoverò le trasformazioni democratiche necessarie ad assicurare alla nuova Repubblica una Magna Charta adatta ai nuovi tempi». Poi, aggiunse: «la Costituzione deve morire e, con essa, il nefasto modello politico che l’ha generata».

All’epoca, Chávez annunciò il suo primo atto di governo: la firma del «decreto numero tre», con l’invito alla cittadinanza ad esprimersi sulla volontà di convocare un’assemblea costituente nazionale. Il 10 marzo, Chávez si rivolgeva alla popolazione via radio e tv senza esitare a ribadire che «per trasformare lo Stato abbiamo urgentemente bisogno di un’assemblea costituente nazionale. Non esiste altra alternativa» (Chávez in Carvajal Arroyo, 2012: 28). Domenica 25 aprile 1999, il giorno del referendum, il “Sì” alla riforma raggiunse l’87,75 per cento. Le elezioni per formare la Costituente si tennero il 25 luglio, un mese prima che fosse pubblicata la «Lettera del Presidente Chávez ai venezuelani», con cui il nuovo Capo di Stato rendeva conto di un progetto storico dedicato alla rivoluzione democratica e alle maggioranze popolari, «impoverite a causa della corruzione, dello spreco e delle politiche fallaci della partitocrazia, delle cupole e del sistema clientelare populista» (Chávez, 1999). È così che, «come conseguenza di tutto questo, il potere costituente originario emerge di fronte non solo alla delegittimazione del potere costituito, ma anche alla crisi economica, sociale e morale della Repubblica» (Chávez, 1999). «Non vogliamo», proseguiva il leader popolare, «una democrazia dominata da poteri di fatto o invisibili, che non permettano al cittadino di conoscere l’agire di coloro che detengono il potere» (Chávez, 1999).

L’Assemblea fu costituita il 3 agosto 1999. Due giorni più tardi, Chávez pronunciò davanti ai Costituenti un discorso in cui sottolineava, a più riprese, l’urgenza di formare una democrazia partecipativa, e la necessità di prendere le distanze «dai neoliberisti, che pretendono di ridurre al minimo lo Stato. Ecco un altro concetto fondamentale dell’ideologia bolivariana contro il dogma neoliberista: vogliamo e abbiamo bisogno di uno Stato forte, capace, morale e virtuoso a sufficienza da poter promuovere la Repubblica, favorire il popolo e la nazione, garantendo al popolo uguaglianza, giustizia e sviluppo» (Chávez, 2005a: 296). L’Assemblea ha approvato la nuova Costituzione il 17 novembre 1999 e il referendum per la sua effettiva entrata in vigore si è tenuto il 15 dicembre, con il 71.78 per cento dei voti favorevoli. Nel discorso da lui pronunciato lo stesso giorno, una volta reso noto pubblicamente l’esito della consultazione, Chávez sostenne che la Costituzione significava il primo passo verso la meta della ricostruzione di un nuovo sistema politico, di una democrazia partecipativa, ma anche di una «democrazia economica» (Chávez, 2005b: 502).

3. «Un’assemblea costituente che getti le basi e le norme per la rifondazione della Repubblica»

L’ascesa al potere di Rafael Correa deve inquadrarsi nelle ricorrenti crisi istituzionali subite dall’Ecuador, che hanno al proprio apice la destituzione, nel mezzo di conflitti politici ed economici, dei Presidenti Abadlá Bucaram (1997), Jamil Mahuad (2000) e Lucio Gutiérrez (2005). In particolare, la figura di Correa acquistò rilievo a seguito della cd. “rivolta dei fuorilegge” (“rebelión de los forajidos”), che ha accelerato l’uscita di scena di Gutiérrez.

Quest’ultimo aveva assunto la presidenza il 15 gennaio 2003 con un discorso anti-imperialista e anti-liberista, e un’alleanza con Pachakutik, apparato elettorale della Confederazione delle Nazioni indigene dell’Ecuador. Tuttavia, dopo l’allineamento con gli Stati Uniti, l’alleanza si ruppe e da allora Gutiérrez formò diverse intese all’interno del Congresso. Con la cd. “maggioranza istituzionale”, il 25 novembre 2004 il Congresso destituì, senza lo specifico procedimento previsto a livello costituzionale (cd. “juicio político”), i membri del Tribunale costituzionale e del Supremo tribunale elettorale e, il 9 dicembre successivo, 29 dei 31 giudici della Corte suprema. Di fronte a queste misure, ebbe inizio una serie di proteste che avevano Quito per epicentro, con una forte presenza delle classi medie (Navas Alvear, 2012: 282-285; Ospina, 2005: 78; Polga Hecimovich 2010: 66; Silva Verdugo, 2014: 123). Il 13 aprile 2005, dopo una manifestazione, un gruppo di dimostranti si diresse verso la casa della moglie e delle figlie di Gutiérrez, che li chiamò “fuorilegge”, qualifica della quale si sarebbero riappropriati i protagonisti della rebelión de los forajidos. A quel punto, i forajidos gridavano: «Lucio fuori!», «Via tutti!». La sera del 20 aprile, i deputati destituirono il Presidente per “abbandono dell’incarico”.

In questo ciclo di proteste, un gruppo di intellettuali riuniti nel Foro de Ecuador Alternativo, tra cui Rafael Correa e Alberto Acosta, iniziò ad avanzare la necessità di convocare un’assemblea costituente. In un primo documento, pubblicato in data 11 gennaio, dal titolo «¡Basta Ya!», si proponeva di andare oltre le misure sulla magistratura e il potere giudiziario, sottolineando come Gutiérrez fosse stato «funzionale ai poteri effettivi che, di fatto, ne sponsorizzavano la politica: il Governo degli Stati Uniti, il Fmi, i creditori del debito estero e la banca nazionale» (Foro Ecuador Alternativo, 2005a). Per far fronte alle politiche neoliberiste, si proponeva la convocazione di una «assemblea nazionale costituente, eletta dal popolo, per ripensare insieme un nuovo progetto di convivenza, vale a dire una nuova Costituzione in linea con i bisogni delle maggioranze e non con imposizioni straniere o dettate da gruppi oligarchici creoli» (Foro Ecuador Alternativo, 2005a). In un successivo documento, «Por la refundación de la República: que se vayan todos», del 21 gennaio 2005, si ribadiva che «il potere deve fare ritorno alla sovranità popolare (...) e a un’assemblea costituente che getti le basi e le norme per la rifondazione della Repubblica» (Foro Ecuador Alternativo, 2005b). L’ultimo dei documenti, «Frente a la marcha de Quito», del 4 febbraio, reclamava l’importanza di «costruire un Paese diverso: la ragione che ci ha spinto a proporre la convocazione di un’assemblea nazionale costituente» (Foro Ecuador Alternativo, 2005c).

Dopo il breve mandato di Alfredo Palacio, al secondo turno delle presidenziali del 2006 Correa raggiunse il 56,67 per cento dei voti. Gli argomenti centrali della campagna erano stati l’opposizione alla partitocrazia, la convocazione di un’assemblea costituente e l’abbandono delle politiche neoliberiste (Sandoval Cabrera, 2012: 113-121; Recalde, 2007: 20-21). Correa aveva promesso «una “rivoluzione cittadina” i cui assi portanti erano la fine della “lunga notte neoliberista” e l’istituzione di un’assemblea costituente per redigere un nuovo patto sociale» (De la Torre, 2013: 28). Il Piano di governo 2007-2011 del movimento «País» proponeva una «Rivoluzione cittadina», che comprendeva in sé una rivoluzione costituzionale incentrata sulla costruzione di una democrazia attiva, sul consolidamento dei diritti civili, politici, sociali e collettivi, sulla definizione di procedure di controllo della pubblica amministrazione e del sistema giudiziario oltre che sul decentramento dello Stato (Alianza País, 2006: 18). L’istituzione dell’assemblea implicava, altresì, una «chiara strategia tesa a ripoliticizzare la società» (Alianza País, 2006: 18).

Entrato in carica ufficialmente il 15 gennaio 2007, nel suo discorso inaugurale Correa ha ribadito l’importanza di una rivoluzione costituzionale per una democrazia più forte, dotata di istituzioni controllate e responsabili (Correa, 2007a: 2-4). Lo stesso giorno, ha emanato il «decreto numero due», che fissava al 15 aprile la data di un referendum sulla convocazione di un’assemblea costituente provvista di pieni poteri: l’81.72 per cento degli elettori si sarebbe espresso affermativamente. Quarantacinque giorni prima della consultazione, il 28 febbraio, in occasione della presentazione della Commissione del «Consiglio nazionale dell’educazione superiore» (CONESUP), incaricata di redigere una proposta di progetto costituzionale destinata all’Assemblea, Correa ha sottolineato che l’obiettivo della nuova Costituzione era rendere migliore la democrazia, depoliticizzare il potere giudiziario, avere una pubblica amministrazione più efficiente, aggiungendo che era necessaria una «nuova Costituzione per superare questa triste e lunga notte neoliberista» (Correa, 2007b: 3). Dopo la consultazione, l’elezione dei membri dell’Assemblea e un lavoro di poco più di otto mesi, nel luglio 2008 l’Assemblea ha approvato la nuova Costituzione. Nelle osservazioni conclusive, Correa ha ricordato che la rivoluzione cittadina implicava la presenza di un’«assemblea costituente capace di fornire gli strumenti legali funzionali ai cambiamenti necessari a uscire dal neoliberismo» (Correa, 2008a: 2). Il nuovo testo costituzionale, approvato – con referendum del 28 settembre – con il 63,93 per cento di voti a favore, è entrato in vigore il 20 ottobre. Alla fine della campagna per il “Sì”, il 24 settembre, Correa ha ribadito che il nuovo testo costituzionale riuniva e articolava «le domande e gli interessi nati dalla resistenza che i settori popolari della società hanno opposto al neoliberismo, e da un’urgente necessità di modernizzazione, democrazia e trasformazione sociale dello Stato» (Correa, 2008b: 4).

4. Una Costituzione per «radicare in profondità la democrazia, dove tutti abbiamo diritto non solo di votare, ma anche di vivere bene»

In Bolivia, nelle elezioni del 18 dicembre 2005, Evo Morales vinse con il 53,72 per cento dei voti – la più alta percentuale dal ripristino della democrazia, avvenuto nel 1982 – e divenne Presidente il 22 gennaio 2006. La sua vittoria elettorale si colloca nel contesto della resistenza alle politiche neoliberiste, permeata da una grammatica “bellica”, che riportò una prima vittoria con la cd. “Guerra dell’acqua”, successivamente consolidata con la “Guerra del gas”.

In un contesto di pressioni provenienti dalla Banca interamericana per lo sviluppo e dalla Banca mondiale, nel settembre 1999 il Governo di Hugo Banzer avviò un processo di privatizzazione del servizio di fornitura idrica a uso domestico nelle città di Cochabamba e La Paz. Contro la privatizzazione, nel mese di ottobre nacque a Cochabamba il «Coordinatore in Difesa dell’acqua e della vita», che coordinava le organizzazioni urbane e rurali, dando inizio alla “Guerra dell’acqua” con manifestazoni di protesta, blocchi stradali, occupazione di radiostazioni ed edifici pubblici. Nel momento di maggior tensione, il 4 aprile 2000, ebbe inizio la cd. “battaglia finale”: furono occupati il Comitato civico e le strutture di Aguas del Tunari – società privata incaricata del servizio di fornitura idrica –, si bloccarono strade e fu alzata l’insegna che inneggiava a un’«Assemblea costituente per cambiare il Paese senza intermediazione politica, per costruire il Paese in cui vogliamo vivere» (Gutiérrez Aguilar, 2008: 80). Due anni più tardi, tra maggio e giugno 2002, vi fu la «Marcia per la sovranità popolare, il territorio e le risorse naturali», che ha visto protagoniste le popolazioni indigene delle pianure. Dopo 39 giorni di cammino, i manifestanti, partiti ​​da Santa Cruz de la Sierra, giunsero a La Paz: la «Marcia» si inscrive in un processo di crescente visibilità delle organizzazioni indigene e contadine avvenuto negli anni Novanta, ma il suo carattere saliente consiste nell’avere posto in primo piano l’esigenza di un’assemblea costituente (Chávez e Mokrani, 2007: 58).

Così, nel comunicato stampa pubblicato cinque giorni dopo l’inizio della Marcia, si chiedeva la «convocazione di un’assemblea costituente con la partecipazione di tutti i settori sociali del Paese» (Aa.Vv., 2002). Inoltre, il 5 agosto 2006, il Pacto de Unidad – nell’ambito del quale si trovavano riunite organizzazioni indigene, contadine e, in misura minore, sindacali – presentò la «Proposta per una nuova Costituzione politica dello Stato», ricordando che: «da sempre esclusi, iniziammo una marcia memorabile dalla città di Santa Cruz a la Paz, sede del Governo, con una richiesta che interessava non solo i contadini indigeni che ne furono i promotori, ma l’intera popolazione del Paese: la convocazione di un’assemblea costituente che rifondasse la Bolivia» (Pacto de Unidad, 2006: 2).

Durante la Presidenza di Gonzalo Sánchez de Lozada, la resistenza ciclica alle politiche neoliberiste conobbe un nuovo capitolo con la “Guerra del gas”. Nel settembre 2003, si diffuse ufficialmente la notizia che il Governo intendeva esportare gas liquido negli Stati Uniti. Questa e altre misure generarono un forte malcontento, sfociato in dimostrazioni e blocchi stradali, cui hanno fatto seguito repressioni e incarcerazioni. L’8 ottobre ebbe inizio uno sciopero a oltranza e per le strade di El Alto echeggiavano le parole: «Gas, costituente, dimissioni» (Gutiérrez Aguilar, 2008: 254). Sia il «Coordinatore nazionale per la difesa del gas» sia il Movimento per il socialismo (MAS) pubblicarono documenti nei quali si richiedeva la convocazione di un’assemblea costituente (Gutiérrez Aguilar, 2008: 259-260).

Le proteste si intensificarono e l’11 ottobre il Governo, con un giro di vite, fece intervenire l’esercito, con un bilancio finale di 250 feriti, 60 morti, e le dimissioni del Presidente. In tali circostanze fu redatta l’Agenda di ottobre, che comprendeva la nazionalizzazione degli idrocarburi, un giudizio relativo alle responsabilità di Sanchez de Lozada e l’istituzione di un’assemblea costituente (Gordon e Luoma 2003: 103).

Evo Morales e il MAS hanno ripreso l’Agenda di ottobre, ponendo la costituente al centro della campagna elettorale. Nel frattempo, il 22 gennaio 2006, nel suo discorso di insediamento, Morales ha fatto riferimento alle lotte delle organizzazioni indigene e al disastro provocato dalle politiche neoliberiste, individuando nell’assemblea costituente uno strumento per «radicare in profondità la democrazia, dove tutti abbiamo diritto non solo di votare, ma anche di vivere bene, trasformando queste politiche economiche» (Morales Ayma, 2012a: 360). Il processo costituente boliviano è stato estremamente lungo e complesso: l’Assemblea costituente, che aveva avviato le sue sedute il 6 agosto 2006, approvò la nuova Costituzione il 9 dicembre 2007. Tuttavia, spettava al Congresso convocare un referendum, cosa che avvenne il 20 ottobre 2008, quando il Parlamento fissò la data al 25 gennaio 2009. Dalla fine di ottobre 2008, MAS ha lanciato una campagna per il “Sì” e il 7 gennaio 2009 Morales ha partecipato all’insediamento delle autorità indigene a Potosí, rilevando come il principio del pluralismo nazionale sia incorporato nella nuova Costituzione e aggiungendo che il suo testo «agisce da “scudo”, affinché mai più un Presidente sia in grado di cedere le nostre risorse naturali» (Morales Ayma, 2009a). In chiusura di campagna, il 22 gennaio 2009 in Plaza Murillo (La Paz), Morales ha affermato che gli oppositori della nuova Costituzione erano i corrotti e «la destra venditrice della Patria» (Morales Ayma, 2009b). Tre giorni dopo, il “Sì” raggiunse il 61,3 per cento dei voti. Nel discorso pronunciato nella stessa piazza, Morales ha insistito sul fatto che si stava rifondando la Bolivia, che il “Sì” rappresentava una sconfitta per i neoliberisti e i traditori, e segnava «la fine del neoliberismo e della vendita all’asta delle risorse naturali» (Morales Ayma, 2009c). La Costituzione è stata promulgata il 7 febbraio 2007 e, nel suo discorso, Evo Morales ha sostenuto che: «dopo 500 anni di ribellione, invasione e saccheggio permanente; dopo 180 anni di resistenza contro uno Stato coloniale; dopo 20 anni di lotta costante contro il modello neoliberista, è un evento storico, un evento senza precedenti, unico nel suo genere in Bolivia e in America Latina, a riunirci qui oggi, 7 febbraio 2009, a promulgare la nuova Costituzione politica dello Stato» (Morales Ayma, 2012b: 8).

Conclusioni

Come anticipato nell’introduzione di questo breve lavoro, in diversi discorsi pronunciati da Hugo Chávez, Rafael Correa ed Evo Morales, non si riscontra quel disprezzo per il diritto e le istituzioni che sarebbe caratteristico dei populismi; in proposito, si può notare l’esatto contrario: le istituzioni giuridiche sono così rilevanti che, per andare avanti lungo un percorso di emancipazione, devono essere trasformate con lo strumento delle assemblee costituenti. Nei discorsi ai quali si è fatto riferimento, Chávez, Correa e Morales ripudiavano la “lunga notte neoliberista”, rivendicavano le lotte e il protagonismo popolare, additavano un anti-popolo: in questi stessi interventi, essi hanno posto in luce e ribadito l’imprescindibilità delle istituzioni giuridiche. Altrimenti detto, in questi regimi discorsivi, non solo non si ha il presunto disprezzo per le istituzioni evidenziato da chi intende negativamente il concetto di populismo, ma è confermato il contrario.

Pur senza poter sviluppare l’analisi, possiamo constatare che l’enfasi riferita alle istituzioni – in luogo del loro disprezzo – propria dei discorsi di Chávez, Correa e Morales denota un fatto relativamente singolare: paradossalmente, i populismi hanno sottolineato l’importanza delle istituzioni. Paradossalmente, le Assemblee costituenti istituite nel quadro di processi populisti non si sono discostate in modo radicale dalle istituzioni rappresentative reclamate dalle prospettive liberali, che precisamente ripudiano i populismi.

 

 

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[*] La traduzione dallo spagnolo è a cura del dottor Virgilio Mosè Carrara Sutour. Per le note si è preferito riproporle come nel testo originale. Per chi fosse interessato è disponibile il testo inviato dall’Autore in spagnolo: www.questionegiustizia.it/rivista/pdf/QG_2019-1_28-originale.pdf

Fascicolo 1/2019
Il problema
di Enrico Scoditti

Populismo e diritto rinviano a forme di legame sociale antitetiche: il primo persegue la risoluzione della questione sociale e di quella identitaria senza alcuna mediazione e connessione di sistema, il secondo mira alla neutrale limitazione di ogni potere. Nel costituzionalismo del Novecento europeo si è avuta l’incorporazione nel diritto della questione sociale e di quella dell’appartenenza ad una comunità grazie alla mediazione della politica quale civilizzazione degli impulsi e addomesticamento di paure e angosce. Se la politica perde tale funzione emerge l’antitesi fra populismo e diritto e per i giuristi si apre un tempo di nuove responsabilità

di Nello Rossi
Non ci sarà retorica populista che possa far dimenticare ai magistrati italiani che nelle aule di tribunale il giudice ed il pubblico ministero affrontano “casi” e giudicano “persone”, senza che vi sia spazio né per “amici del popolo” sottratti al giudizio in virtù del consenso popolare né per “nemici del popolo” oggetto di aprioristiche condanne popolari.
di Gaetano Silvestri
Il populismo è la versione estrema della “democrazia totalitaria”, contrapposta al principio della separazione dei poteri e basata sul presupposto che la volontà generale del popolo fa coincidere sempre l’essere con il dover essere. Esso è in irrimediabile contrasto con il concetto stesso di controllo di legittimità costituzionale delle leggi, il quale è sempre potenzialmente in conflitto con la volontà delle maggioranze politiche, passate e presenti.
di Cesare Pinelli
Lo scritto si propone in primo luogo di mostrare come nello Stato costituzionale contemporaneo l’istanza di legittimazione democratica del potere si presenti inscindibilmente connessa con quella della sua limitazione giuridica, mentre il populismo pretende di poterle scindere. Non per questo però, ed è la seconda questione trattata, il fenomeno si può spiegare ignorando i mutamenti istituzionali e sociali che più hanno caratterizzato i recenti sviluppi della convivenza costituzionale, fornendo inediti spazi e opportunità all’ascesa del populismo.
di Alejandra M. Salinas
Il presente contributo analizza la relazione concettuale tra lo Stato di diritto, il gioco politico democratico e il populismo, illustrandola con riferimento ad alcune recenti esperienze latinoamericane. L’ipotesi da esplorare è l’attitudine del populismo, nella misura in cui risulti animato da una logica antagonistica, egemonica e discrezionale, alla distorsione del gioco politico democratico e all’indebolimento dello Stato di diritto.
di Biagio de Giovanni
La crisi del costituzionalismo politico colpisce la democrazia rappresentativa e determina il ritorno ad una nozione identitaria di popolo. A questo stato di cose bisogna opporre la grandezza culturale del progetto europeo, per quello che è e per la potenzialità che contiene, lavorando intensamente a una seria Mediazione tra territorialità e cosmopolitismo, tra nazionale e sovra-nazionale.
di Mario Tronti
Il concetto di popolo, può avere un significato neutro (popolazione, gente) e un significato specifico, politico. Esso designa una base prepolitica, che può diventare o politica o antipolitica. L’epoca del capitalismo industriale ha conosciuto un popolo strutturato, organizzato, politicizzato, ma poi gli spiriti animali hanno riconquistato dominio politico ed egemonia culturale, stravolgendo il rapporto sociale. Forse oggi solo politica e diritto insieme possono intestarsi il compito operativo di rifare un popolo e rifare la società.
di Pasquale Serra
Il populismo, quale possibile risposta alla crisi della democrazia moderna, va collocato con riferimento all’Italia e all’Europa dentro la categoria di sostituti funzionali del fascismo, perché, pur avendo differenze significative con il tipo ideale classico, ha in comune con esso la passivizzazione politica della società. Una risposta positiva e significativa alla crisi della democrazia moderna può invece venire dalla declinazione inclusiva di populismo che la riflessione argentina propone, benché anche questa forma più avanzata di populismo lascia inevaso, come tutti i populismi, il problema decisivo dei limiti del potere politico. Di qui la necessità di una riflessione nuova sulla democrazia, perché quello che con molta approssimazione definiamo populismo è un’anomalia che si forma all’interno della democrazia e che riguarda noi tutti democratici.
di Barbara Randazzo
Il vulnus alla Costituzione, sia sul fronte dei diritti degli immigrati che sul fronte del diritto penale, può e deve essere combattuto con le armi che la stessa Costituzione fornisce in sua difesa, senza assunzione di compiti anomali da parte della magistratura, con la consapevolezza tuttavia che i populismi politici paiono uno dei sintomi della crisi dei sistemi democratici travolti dalla globalizzazione, e non soltanto mere forme di regressione della civiltà occidentale, a cui guardare come stimoli in vista della correzione dei difetti dei sistemi democratici.
di Giuseppe Martinico
In questo lavoro verranno sviluppate tre considerazioni relative al rapporto fra populismo e costituzionalismo. La prima riflessione è relativa all’uso di categorie proprie del costituzionalismo da parte dei populisti. Il secondo punto concerne le strategie seguite dai populismi di governo, che verranno descritte attraverso due parole-chiave: “mimetismo” e “parassitismo”. Il terzo punto, infine, riguarda la validità analitica del cd. “costituzionalismo populista”.
Le questioni
di Luigi Ferrajoli
L’odierno populismo penale si connota per l’ostentazione di politiche esse stesse illecite. Le misure contro l’ingresso dei migranti in Italia adottate da questo Governo costituiscono violazioni massicce dei diritti umani, le quali hanno l’effetto per un verso dell’abbassamento dello spirito pubblico e del senso morale nella cultura di massa, per l’altro del logoramento dei legami sociali. È necessario introdurre nel dibattito pubblico tre anti-corpi democratici: chiamare queste politiche con il loro nome, e cioè violazioni massicce dei diritti umani; provocare la vergogna con una battaglia culturale a sostegno dei valori costituzionali e un appello alla coscienza civile di tutti; prendere sul serio i diritti umani ed in particolare il diritto di emigrare, quale potere costituente di un nuovo ordine globale.
di Vittorio Manes
Il diritto penale è diventato parte integrante della politica e, in linea con le declinazioni tipiche del populismo penale, risponde ad un nuovo paradigma che si caratterizza per l’utilizzo della penalità protesa a soddisfare pretese punitive opportunisticamente fomentate e drammatizzate ed a legittimare i nuovi assetti di potere politico. Si tratta di un diritto penale sempre più disarticolato dalle proprie premesse fondative liberali, teso al congedo dalla tipicità legale del reato, dal principio di proporzione tra reato e pena e dalla presunzione di innocenza, come dimostra la recente legge cosiddetta “spazzacorrotti”, ed affidato interamente alla gestione del giudice, con l’effetto ulteriore della sovraesposizione della magistratura rispetto a compiti impropri.
di Luciano Violante
Con la delegittimazione delle istituzioni intermedie è cresciuto il cortocircuito fra lessico populistico e utilizzo del diritto penale in chiave di perseguimento di scopi che determina lo schiacciamento della sanzione penale a strumento di legittimazione di politiche populistiche. Per i giuristi si apre la stagione di una nuova funzione civile.
di Claudio Sarzotti
Nell’evento mediatico relativo all’esposizione pubblica del terrorista Cesare Battisti in occasione della sua estradizione in Italia si colgono gli elementi caratterizzanti il populismo penale nel suo fare appello ad istinti primordiali che il processo di civilizzazione moderna ha cercato in tutti i modi di sopire e di governare. La vicenda può essere utilmente interpretata alla luce del concetto di “muta da caccia” elaborato in Massa e potere, capolavoro della letteratura antropologica dovuto ad Elias Canetti.
di Simina Tănăsescu
Mentre il ruolo delle Corti con riferimento al populismo rimane importante, il semplice svolgimento delle loro funzioni non è più sufficiente per la sopravvivenza della democrazia costituzionale nel momento in cui esse diventano uno degli obiettivi principali delle minacce populiste. In ogni caso, anche le Corti possono comportarsi secondo schemi populisti, allo scopo di evitare intrusioni populiste nella propria attività oppure per riallineare le proprie posizioni con gli orientamenti generali della società. Rafforzare il potere giudiziario, e le Corti costituzionali in particolare, ha sempre rappresentato una valida risposta al declino democratico populista. Il caso della Corte costituzionale della Romania è interessante poiché esemplifica una situazione nella quale il populismo giudiziario si sostanzia semplicemente nel supporto al potere politico in carica, mentre un clima di “populismo penale” sembra dominare la società.
di Vincenza (Ezia) Maccora
Viviamo in un’epoca di grande mutamento, sono cambiate molte delle personalità del mondo politico e giudiziario, è mutato il rispetto tra Istituzioni e il concetto stesso di rappresentanza. Anche in magistratura vi è chi investe fortemente sui leader, esalta la partecipazione diretta dei magistrati non più mediata da corpi intermedi, contesta il sistema, i professionisti dell’associazionismo e la “casta”, indica il sorteggio come strumento idoneo per la scelta dei componenti del Csm. Occorre verificare se questi elementi evidenzino la presenza di pulsioni populiste e cosa ciò può significare per l’Associazione nazionale magistrati e per il Consiglio superiore della magistratura.
di Lucia Corso
Si pensa di solito ai giudici come alle prime vittime del populismo ed anzi si costruisce il concetto di populismo proprio a partire dall’atteggiamento che i regimi populisti mostrano nei confronti del potere giudiziario. Attingendo alla letteratura nordamericana, si definirà piuttosto il populismo come un’ideologia, uno dei cui ingredienti caratterizzante è l’antielitismo. Il ruolo dei giudici in una società populista verrà tratteggiato a partire da questa premessa.
di Giuseppe Cotturri
Nel 2001 su proposta di forze della cittadinanza attiva è entrato nella Costituzione italiana il riconoscimento dell’autonoma capacità dei cittadini di svolgere attività di interesse generale sulla base del principio di sussidiarietà (articolo 118, comma 4, della Costituzione). Si tratta di un cambiamento del rapporto istituzioni-cittadini, per sbarrare la strada alle tendenze disgreganti del populismo. Il popolo dei populismi è incapace di formare politicamente una “volontà generale”. La sfida dei cittadini attivi per il civismo è contribuire invece all’affermazione della sovranità dei valori attraverso cui una diversa costruzione sovranazionale europea può essere realizzata.
di Nicola Colaianni
Il populismo politico è fatto di una materia prima che non sempre si scorge: il senso del religioso o del sacro, che anima la visione olistica, senza corpi intermedi, del popolo. Il populismo politico ha bisogno di simboli e attinge all’antico immaginario religioso. L’intreccio è minaccioso sul piano del diritto perché punta a scardinare le norme fondamentali dello Stato costituzionale, in particolare l’eguaglianza dei cittadini nelle loro differenti culture e identità. A contrastare l’antipluralismo congenito del populismo si erge il principio di laicità, con il suo contenuto di rispetto delle diversità e, per questo aspetto, di limite della sovranità popolare.
di Giuseppe Bronzini
A sostegno del rilancio del tema del reddito di base nel dibattito internazionale degli ultimi anni vi sono le nuove tecnologie informatiche che minacciano di distruggere irreversibilmente il lavoro disponibile e le dinamiche di globalizzazione sregolate che generano un nuovo bisogno di protezione il quale però in Europa, stanti la modestia del suo capitolo sociale e le politiche di austerity, viene ricercato in una nuova chiusura dei confini nazionali, alimentando così le spinte populiste. Solo un deciso rilancio dell’Europa sociale con la garanzia di un reddito minimo che recuperi una solidarietà paneuropea può rompere questa spirale distruttiva mediante la combinazione tra la razionalizzazione inclusiva degli esistenti schemi (nazionali) di reddito minimo garantito (che proteggono chi si trova a rischio concreto di esclusione sociale) ed una piccola quota di reddito di base per tutti i residenti stabili nel vecchio continente, finanziato attraverso risorse proprie dall’Unione che mostrino la “potenza” coesiva della cittadinanza sovranazionale.
di Elisabetta Grande
Nell’epoca del populismo di Trump il dinamismo di un sistema a federalismo pieno dà fiato a livello statale (e locale) a una nuova brezza, in controtendenza rispetto alla direzione di un vento che a livello federale da trent’anni a questa parte ha spazzato via i diritti dei lavoratori statunitensi. L’articolo esplora le vicende che riguardano l’emblematico caso dell’arbitrato obbligatorio negli Stati Uniti.
di Giovanni Armone
La riflessione si sofferma sui più recenti sviluppi del concetto di ordine pubblico internazionale e sulle sue concrete applicazioni giurisprudenziali, traendone la convinzione che anche il giudizio di delibazione delle leggi straniere risente del clima di scetticismo che circonda le decisioni giudiziali chiamate a confrontarsi con fonti di produzione del diritto estranee alla comunità nazionale. Anche il diritto internazionale privato diviene così terreno d’elezione per la ripresa delle pulsioni identitarie e populistiche che contraddistinguono l’attuale frangente storico, specie quando investe materie sensibili sulle quali è forte l’attenzione dell’opinione pubblica. Lo studio segnala i rischi di avanguardismo morale insiti in alcune letture dell’ordine pubblico internazionale, ma anche l’arretramento culturale che può discendere dalla mancata partecipazione al percorso di costruzione di valori condivisi.
di Luigi Principato
Se alla sovranità si guarda come potere, il parlamentare ha nel popolo una fonte di legittimazione, in un processo di assimilazione che, sovrapponendo popolo, partito ed eletto, conduce ad un modello plebiscitario di democrazia ed all’istituzione del mandato imperativo di partito. Se, al contrario, la sovranità si interpreta come limite al potere, il parlamentare rappresenta non già il popolo ma la Nazione e l’assenza di vincolo di mandato resta strumento di protezione di una rappresentanza politica che resta rispettosa del ruolo di mediazione fra cittadini e Stato riconosciuto dall’articolo 49 della Costituzione al partito politico.
di Giampiero Buonomo
Per conseguire una vera e propria alterazione dell’equilibrio dei poteri, a vantaggio di una concezione populistica della gestione della cosa pubblica, da un decennio la legistica si è piegata all’utilizzo di formulazioni normative ambigue o polisenso. La prima vittima di questa pratica è la Giurisdizione, che soffre di ingerenze crescenti della Legislazione, alla cui supremazia si sacrifica sempre più spesso la generalità ed astrattezza della norma. I controveleni interni ed esterni al procedimento legislativo appaiono spesso impotenti a frenare la deriva in via preventiva, scaricando sulla Corte costituzionale un controllo in via successiva che, giocoforza, risente delle strettoie dell’incidentalità con cui si investe il Giudice delle leggi.
di Mauro Benente
Nelle vicende politico-istituzionali che hanno caratterizzato il Venezuela alla fine del secolo scorso, e l’Ecuador e la Bolivia all’inizio di questo secolo, non si riscontra quel disprezzo per il diritto e le istituzioni che sarebbe caratteristico dei populismi, ma al contrario l’importanza delle istituzioni giuridiche per il percorso di emancipazione. Paradossalmente le Assemblee costituenti istituite nel quadro dei processi populisti che hanno caratterizzato quei paesi non si sono discostate in modo radicale dalle istituzioni rappresentative rivendicate dalle prospettive liberali, prospettive che invece i populismi ripudiano.
di Daniele Petrosino
Populismo e sovranismo cercano di dare una risposta alla frantumazione del corpo sociale, ma è una risposta debole, fondata sulla riproposizione di paradigmi obsoleti. È però la forma della partecipazione politica e della protezione sociale a non essere più adeguata alle sfide del presente. Per questo è necessario ripensare i luoghi ed i modi di formazione della comunità politica.
Appendice
di Mariarosaria Guglielmi
1. La storia interrotta / 2. Le sfide per l’Europa, la nostra comunità di destino / 3. L’attacco ai diritti e alle garanzie / 4. Ruolo della magistratura fra il dovere di imparzialità e la tentazione di neutralità / 5. L’associazionismo giudiziario: il nostro impegno comune in difesa dei diritti e delle garanzie / 6. Il Consiglio superiore della magistratura / 7. Il percorso di Magistratura democratica: bilanci e prospettive
ARCHIVIO
Fascicolo 2/2019
Famiglie e Individui. Il singolo nel nucleo

Il codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza: idee e istituti
Fascicolo 1/2019
Populismo e diritto
Fascicolo 4/2018
Una giustizia (im)prevedibile?
Il dovere della comunicazione
Fascicolo 3/2018
Giustizia e disabilità
La riforma spezzata.
Come cambia l’ordinamento penitenziario
Fascicolo 2/2018
L’ospite straniero.
La protezione internazionale nel sistema multilivello di tutela dei diritti fondamentali
Fascicolo 1/2018
Il pubblico ministero nella giurisdizione
La responsabilità civile fra il giudice e la legge
Fascicolo 4/2017
L’orgoglio dell’autogoverno
una sfida possibile per i 60 anni del Csm
Fascicolo 3/2017
A cosa serve la Corte di cassazione?
Le banche, poteri forti e diritti deboli
Fascicolo 2/2017
Le nuove disuguaglianze
Beni comuni

Dedicato a Stefano Rodotà
Fascicolo 1/2017
Il diritto di Crono
Il multiculturalismo e le Corti
Fascicolo 4/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Il giudice e la legge
Fascicolo 3/2016
La giustizia tributaria
La riforma della magistratura onoraria
Fascicolo 2/2016
VERSO IL REFERENDUM COSTITUZIONALE
Forme di governo,
modelli di democrazia
IL CORPO
Anatomia dei diritti
Fascicolo 1/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Formazione giudiziaria:
bilancio e prospettive
Fascicolo 4/2015
Il valore del dissenso
Il punto sul processo civile
Associazionismo giudiziario
Fascicolo 3/2015
Il diritto del lavoro alla prova del Jobs Act
Unitarietà della giurisdizione
Riforma della responsabilità civile
Fascicolo 2/2015
NUMERO MONOGRAFICO
Al centesimo catenaccio
40 anni di ordinamento penitenziario
Fascicolo 1/2015
Dialoghi sui diritti umani
I diritti fondamentali tra obblighi internazionali e Costituzione
La risoluzione amichevole dei conflitti
Schede di ordinamento giudiziario aggiornate al gennaio 2015
Il volume costituisce un'utile panoramica dei metodi di contrasto alla criminalità mafiosa e degli strumenti di prevenzione
Numero speciale di Questione Giustizia in formato digitale con atti, relazioni e dati sul sistema delle misure cautelari personali