Rivista trimestrale
Fascicolo 1/2019
Le questioni

Populismo e informazione.
Intervista a Maurizio Molinari

a cura di Enrico Scoditti
Questione Giustizia

Il suo recente volume, Perché è successo qui. Viaggio all’origine del populismo italiano che scuote l’Europa, è stato scritto, come Lei dice nell’introduzione, «on the road», viaggiando in lungo ed in largo sul territorio nazionale. Èun libro quindi scritto a partire dalla percezione del Paese reale ancor prima del suo ceto politico. Si può affermare, sulla base del suo viaggio in Italia, che ancor prima dell’apparizione di un ceto politico di segno populistico, sia l’epoca in cui viviamo ad avere i caratteri del populismo? Lei si chiede come sia possibile che proposte legislative anti-costituzionali trovino spazio nel dibattito pubblico e si diffondano a macchia d’olio nella popolazione e lo imputa ad una carenza di memoria nazionale sulle devastazioni che il nazifascismo ha arrecato al nostro Paese: più in profondità, è possibile affermare che l’estremismo del vertice politico sia non solo causa, ma anche e soprattutto effetto dell’estremismo che tende a diffondersi nella società?

 

Molinari

L’estremismo, che sia presente o meno in politica, è frutto di una stagione nella quale i problemi aggrediscono il ceto medio e sono di dimensioni tali da rendere difficile per la leadership politica la loro gestione. Le diseguaglianze economiche, l’integrazione dei migranti e la lotta alla corruzione, che sono le tre cause chiare del populismo in Italia, hanno dimensioni tali e richiedono soluzioni così vaste, che i partiti tradizionali non vi rispondono e i partiti della protesta si limitano ad offrire soluzioni che sono tali nella narrativa ma non nell’efficacia e questo crea una dinamica che tende all’estremismo perché nell’assenza della elaborazione delle soluzioni vere alle questioni delle diseguaglianze, dei migranti e della corruzione, ciò che i populisti fanno semplicemente è identificare degli avversari: per le diseguaglianze la globalizzazione, per gli emigranti gli stranieri, per la corruzione la casta. La dinamica è contro gli avversari e non a favore di soluzioni e quindi tende all’estremismo. 

 

Questione Giustizia

Alla base del fenomeno populistico, non solo italiano, lei individua il tema della rivolta del ceto medio, colpito al cuore da tre grandi questioni cui la politica sarebbe rimasta inadempiente: diseguaglianze sociali, migrazioni e corruzione. È innegabile che stiamo vivendo, come lei scrive, la prima grande sollevazione del ceto medio del XXI secolo. Il ceto medio, che a partire dagli anni Cinquanta-Sessanta del secolo scorso aveva occupato gran parte della composizione sociale all’insegna di un benessere generalizzato, si è stratificato e frammentato sia al di qua che al di là dell’Oceano Atlantico in una crescente pluralità di segmenti sociali, che vivono in condizioni assai lontane da quella che gli analisti una volta chiamavano società opulenta. Non si assiste però solo ad un mutamento della geografia sociale. Progressivamente a partire dall’ultimo decennio del secolo scorso sono arrivate ad un punto di esaurimento le culture politiche che hanno dominato la scena nella seconda metà del Novecento. Quelle culture, attraverso la forma-partito politico, si erano date un grande compito: formare il popolo, dargli un’ossatura politica. Possiamo rovesciare il paradigma ed affermare che il fallimento principale della politica non risiede tanto nell’incapacità di rispondere alle nuove questioni sociali, che per il loro carattere inedito e per la loro potenza rappresentano un ostacolo obiettivo ed una sfida temibile per qualsiasi agire politico, quanto nell’incapacità di formare il popolo, di diffondere una coscienza politica circa la complessità del presente? In una parola, nell’incapacità di prevenire la spoliticizzazione della società?

 

Molinari

Non sono d’accordo. Il punto vero è che le tre questioni che noi abbiamo davanti sono questioni reali, che hanno a che vedere con la trasformazione delle democrazie in Occidente. La democrazia cresce e si sviluppa affrontando i pericoli, i rischi, gli ostacoli che via via la storia le frappone. La sfida per la democrazia è trovare sempre delle soluzioni. Il problema non è la politicizzazione o non politicizzazione dei singoli, il problema è che questi problemi sono reali e che le democrazie devono affrontarli. Non c’è nessun dubbio che la globalizzazione ha creato degli squilibri sociali con la rilocalizzazione delle aziende, la competizione al ribasso dei mercati locali e la polverizzazione dei lavori nelle manifatture. Di fronte a questo la classe media ha bisogno di nuove protezioni, ha bisogno di un nuovo Stato sociale. Il punto è che un nuovo Stato sociale per il ceto medio significa ridefinire, ridisegnare  l’uso delle risorse dello Stato, delle finanze pubbliche, ed è una sfida esattamente come quella dell’arrivo di un numero consistente di migranti, la quale implica per i Paesi europei seguire le democrazie anglosassoni nella definizione di un nuovo patto sociale tra chi arriva e chi accoglie. E sono sfide epocali. Per questo le democrazie sono impreparate ma per questo quelle sfide devono essere affrontate. I leader delle nuove generazioni saranno coloro che si faranno portavoci delle risposte più efficaci e che si dimostreranno in grado di rendere il tessuto democratico più stabile. Fino a quando tali risposte mancheranno, saranno invece i populisti a prevalere.

 

Questione Giustizia

Depoliticizzazione della società e diffusione di movimenti populistici rinviano al cosiddetto fenomeno della disintermediazione: il rapporto fra cittadino e potere non è più mediato da corpi intermedi e l’individuo è lasciato solo a se stesso. L’informazione, soprattutto la carta stampata tradizionale, è stata uno di questi corpi intermedi? Che ruolo ha svolto l’informazione nell’intermediazione sociale? In quali termini l’informazione è ancora agente di intermediazione fra cittadino e potere?

 

Molinari

Non c’è dubbio che nella sfida all’intermediazione e alla rappresentanza dopo il Parlamento, dopo i partiti ed i sindacati, i populisti arrivino ad affrontare il nodo dei giornali, dei media, perché il giornalista di per sé è un intermedario. Il punto è che la società democratica si è sviluppata nel Novecento, dall’indomani della rivoluzione industriale, nel segno della sua diversificazione interna attorno ai corpi intermedi. L’evoluzione digitale consente ai movimenti populisti di poter ambire a una sorta di democrazia diretta anche sul fonte dell’informazione, cioè una persona parla e improvvisamente può essere ascoltata da un miliardo di persone. Il punto però è che le fake news dimostrano come nell’assenza di regole si moltiplichinono le falsità, le bugie e anche le informazioni destinate a recare danni fisici alle persone. Da qui la necessità di una correzione. Quanto sta avvenendo nella società americana in merito alla correzione del comportamento dell’opinione pubblica ci lascia comprendere la capacità del mercato di correggersi. Nella misura in cui le fake news minacciano la sicurezza dei singoli, cosa succede? I singoli utenti iniziano a pagare in quantità sempre maggiori le informazioni e quindi noi oggi abbiamo grandi giornali come il Washington Post o il New York Times, dove per una parte strategica i bilanci sono sostenuti da lettori che pagano. Il mercato dunque si corregge. La democrazia diretta porta alle fake news e dunque in ultima istanza proprio sul fronte dell’informazione ci può essere la reazione all’eccesso di democrazia diretta.

 

Questione Giustizia

Fra le tante cose che il Novecento ci lascia in eredità vi è il primato del linguaggio comunicativo e della comunicazione in generale. La tecnologia digitale rappresenta un fattore di straordinario potenziamento della primazia del momento della comunicazione. Come cambia l’informazione nell’epoca del dominio della comunicazione e del digitale? Quali sono i rischi per l’informazione, al di là del tema, che ormai connota la nostra quotidianità, delle fake news? Come può l’informazione formare ed accrescere la consapevolezza del proprio pubblico in un tempo in cui tutto è comunicazione?

 

Molinari

Come ho appena detto, la chiave è che le fake news mettono a rischio i diritti digitali. Come vengono difesi i diritti digitali? I diritti digitali si difendono con l’informazione pagata dagli utenti, cioè gli utenti per difendersi dalle fake news scelgono la informazione di qualità e scelgono l’informazione di qualità pagando. 

 

Questione Giustizia

Il populismo contemporaneo si alimenta fortemente della miscela di linguaggio comunicativo e tecnologia digitale. Si può anzi affermare che populismo e comunicazione digitale siano in una relazione di reciproco potenziamento. Come si va delineando in generale il terreno dei rapporti fra questa nuova tendenza ed il mondo dell’informazione?

 

Molinari

Torno su quanto appena detto. Il populismo si nutre della rivoluzione digitale e ciò avverrà fino a quando la rivoluzione digitale non entrerà nella fase della protezione dei diritti digitali, ovvero della presenza di regole che tutelino i singoli quando interagiscono con il mondo digitale. Anche la rivoluzione industriale quando inizia vede i singoli non protetti e poi nell’arco di uno, due generazioni c’è la protezione con i diritti dei lavoratori. Siamo nella rivoluzione digitale, la rivoluzione digitale comporta i diritti digitali. Quando i diritti saranno creati, declinati e applicati le fake news saranno abbattute e non ci sarà più terreno per i populisti, ma è una fase di trasformazione che dal  punto di vista normativo deve essere creata. Ripeto, siamo in una fase in cui noi abbiamo bisogno di nuovi concetti, nuove istituzioni, nuove idee. La democrazia ha bisogno di adattarsi alla sfida delle comunicazioni digitali per poter fronteggiare la sfida del populismo.

 

Questione Giustizia

Se ci avviciniamo al tema del populismo dal punto di vista del costituzionalismo la grande questione che viene in primo piano è quella dei diritti fondamentali che devono restare intangibili e dei limiti del potere politico. In quali termini anche il diritto dell’informazione, e il diritto all’informazione, diventano un limite da opporre al potere in un’epoca dai tratti populistici?

 

Molinari

I diritti per essere declinati nella stagione digitale devono essere reinterpretati. Alan Dershowitz lo dice benissimo nel suo libro Rights From Wrongs. Egli ci spiega in maniera chiara che quando c’è un reato importante, un grande crimine, la società democratica risponde creando diritto. Noi siamo in una fase nella quale i diritti di proprietà, i diritti della sicurezza personale, i diritti della produzione intellettuale, non vengono protetti sul web. Abbiamo dunque bisogno di declinare il nostro Stato di diritto nella realtà digitale, di incrociare le nuove piattaforme con i contenuti che già disponiamo. Esattamente come i giornali stanno tentando di trasferire i contenuti nella realtà digitale, così bisogna fare sul fronte del diritto e del rispetto delle garanzie. È una sfida temibile, ma è la sfida della nostra generazione.

 

Questione Giustizia

Il tema dell’oggi è sicuramente quello della risposta alle grandi questioni sociali da cui siamo partiti, le nuove povertà ed il gigantesco irrompere dell’immigrazione, ma anche quello di un ritorno della società alla politica quale sentimento di appartenenza ad una comunità e consapevolezza diffusa della complessità del presente. Come può l’informazione contribuire per un verso ad una fuoriuscita dalla dimensione impolitica del rancore, del risentimento e della disgregazione e per l’altro al ritrovamento di un senso dello stare insieme?

 

Molinari

Non c’è nessuno dubbio che bisogna ritrovare uno spirito di comunità, io direi che bisogna non ritrovare ma creare, riportare nel mondo digitale la capacità di operare assieme. È molto interessante che non quest’anno ma l’anno precedente a Davos Jack Ma, Ceo di Alibaba, sia partito nel suo intervento dal seguente interrogativo: come possono i nostri figli vincere la competizione dei robot? Egli si è chiesto: che cosa devono studiare i nostri figli per poter avere successo nella competizione con i robot? Come ha risposto Jack Ma? Il segreto non è insegnare loro numeri, geometrie e dati, perché i robot saranno sempre più efficaci. Quello che invece i nostri figli potranno fare, che è la vera differenza tra esseri umani e robot, è il teamwork, la capacità di lavorare assieme, la creatività. Questo è l’elemento chiave: stare assieme, essere creativi, rispettarsi l’uno l’altro, ciò che rende gli essere umani superiori ai robot è questa dimensione comunitaria. Il punto vero è che bisogna trasferire queste competenze, queste cognizioni, nella realtà digitale per consentire a tutti di prendervi parte. Quindi serve un nuovo corpo di regole, serve un nuovo corpo di diritti, servono i diritti digitali. La sfida della nostra generazione è trasformare gli elementi di fondo dello Stato di diritto nel corpo dei diritti digitali, rendendoli capaci di essere condivisi da ogni singolo cittadino. Certo, è una sfida difficile perché non è chiaro chi lo farà, in quale spazio verrà fatto, quale autorità sarà in grado di farlo. Però attenzione perché la discussione che è iniziata al Parlamento europeo sulla protezione dei diritti digitali sta andando avanti, ha trovato dei voti favorevoli e può diventare un terreno di compromesso fra i due modelli alternativi che in questo momento abbiamo a disposizione, da una parte le grandi corporation che dispongono della maggioranza dei dati scambiati dai cittadini negli Stati Uniti, dall’altra il modello cinese, dove l’unico Stato dispone dei dati di tutti i cittadini. Guardando al modello iperstatale dei cinesi in cui uno Stato possiede tutti i dati di un miliardo e quattrocento milioni di persone, al modello americano, con cinque o sei grandi corporation della West Coast che possiedono la rete, e al modello europeo della protezione dei diritti dei cittadini come via mediana tra i due grandi competitori globali in questo momento, comprendiamo che la sfida più temibile e avvincente per la nostra generazione è già iniziata e soprattutto può essere vinta.

Fascicolo 1/2019
Il problema
di Enrico Scoditti

Populismo e diritto rinviano a forme di legame sociale antitetiche: il primo persegue la risoluzione della questione sociale e di quella identitaria senza alcuna mediazione e connessione di sistema, il secondo mira alla neutrale limitazione di ogni potere. Nel costituzionalismo del Novecento europeo si è avuta l’incorporazione nel diritto della questione sociale e di quella dell’appartenenza ad una comunità grazie alla mediazione della politica quale civilizzazione degli impulsi e addomesticamento di paure e angosce. Se la politica perde tale funzione emerge l’antitesi fra populismo e diritto e per i giuristi si apre un tempo di nuove responsabilità

di Nello Rossi
Non ci sarà retorica populista che possa far dimenticare ai magistrati italiani che nelle aule di tribunale il giudice ed il pubblico ministero affrontano “casi” e giudicano “persone”, senza che vi sia spazio né per “amici del popolo” sottratti al giudizio in virtù del consenso popolare né per “nemici del popolo” oggetto di aprioristiche condanne popolari.
di Gaetano Silvestri
Il populismo è la versione estrema della “democrazia totalitaria”, contrapposta al principio della separazione dei poteri e basata sul presupposto che la volontà generale del popolo fa coincidere sempre l’essere con il dover essere. Esso è in irrimediabile contrasto con il concetto stesso di controllo di legittimità costituzionale delle leggi, il quale è sempre potenzialmente in conflitto con la volontà delle maggioranze politiche, passate e presenti.
di Cesare Pinelli
Lo scritto si propone in primo luogo di mostrare come nello Stato costituzionale contemporaneo l’istanza di legittimazione democratica del potere si presenti inscindibilmente connessa con quella della sua limitazione giuridica, mentre il populismo pretende di poterle scindere. Non per questo però, ed è la seconda questione trattata, il fenomeno si può spiegare ignorando i mutamenti istituzionali e sociali che più hanno caratterizzato i recenti sviluppi della convivenza costituzionale, fornendo inediti spazi e opportunità all’ascesa del populismo.
di Alejandra M. Salinas
Il presente contributo analizza la relazione concettuale tra lo Stato di diritto, il gioco politico democratico e il populismo, illustrandola con riferimento ad alcune recenti esperienze latinoamericane. L’ipotesi da esplorare è l’attitudine del populismo, nella misura in cui risulti animato da una logica antagonistica, egemonica e discrezionale, alla distorsione del gioco politico democratico e all’indebolimento dello Stato di diritto.
di Biagio de Giovanni
La crisi del costituzionalismo politico colpisce la democrazia rappresentativa e determina il ritorno ad una nozione identitaria di popolo. A questo stato di cose bisogna opporre la grandezza culturale del progetto europeo, per quello che è e per la potenzialità che contiene, lavorando intensamente a una seria Mediazione tra territorialità e cosmopolitismo, tra nazionale e sovra-nazionale.
di Mario Tronti
Il concetto di popolo, può avere un significato neutro (popolazione, gente) e un significato specifico, politico. Esso designa una base prepolitica, che può diventare o politica o antipolitica. L’epoca del capitalismo industriale ha conosciuto un popolo strutturato, organizzato, politicizzato, ma poi gli spiriti animali hanno riconquistato dominio politico ed egemonia culturale, stravolgendo il rapporto sociale. Forse oggi solo politica e diritto insieme possono intestarsi il compito operativo di rifare un popolo e rifare la società.
di Pasquale Serra
Il populismo, quale possibile risposta alla crisi della democrazia moderna, va collocato con riferimento all’Italia e all’Europa dentro la categoria di sostituti funzionali del fascismo, perché, pur avendo differenze significative con il tipo ideale classico, ha in comune con esso la passivizzazione politica della società. Una risposta positiva e significativa alla crisi della democrazia moderna può invece venire dalla declinazione inclusiva di populismo che la riflessione argentina propone, benché anche questa forma più avanzata di populismo lascia inevaso, come tutti i populismi, il problema decisivo dei limiti del potere politico. Di qui la necessità di una riflessione nuova sulla democrazia, perché quello che con molta approssimazione definiamo populismo è un’anomalia che si forma all’interno della democrazia e che riguarda noi tutti democratici.
di Barbara Randazzo
Il vulnus alla Costituzione, sia sul fronte dei diritti degli immigrati che sul fronte del diritto penale, può e deve essere combattuto con le armi che la stessa Costituzione fornisce in sua difesa, senza assunzione di compiti anomali da parte della magistratura, con la consapevolezza tuttavia che i populismi politici paiono uno dei sintomi della crisi dei sistemi democratici travolti dalla globalizzazione, e non soltanto mere forme di regressione della civiltà occidentale, a cui guardare come stimoli in vista della correzione dei difetti dei sistemi democratici.
di Giuseppe Martinico
In questo lavoro verranno sviluppate tre considerazioni relative al rapporto fra populismo e costituzionalismo. La prima riflessione è relativa all’uso di categorie proprie del costituzionalismo da parte dei populisti. Il secondo punto concerne le strategie seguite dai populismi di governo, che verranno descritte attraverso due parole-chiave: “mimetismo” e “parassitismo”. Il terzo punto, infine, riguarda la validità analitica del cd. “costituzionalismo populista”.
Le questioni
di Luigi Ferrajoli
L’odierno populismo penale si connota per l’ostentazione di politiche esse stesse illecite. Le misure contro l’ingresso dei migranti in Italia adottate da questo Governo costituiscono violazioni massicce dei diritti umani, le quali hanno l’effetto per un verso dell’abbassamento dello spirito pubblico e del senso morale nella cultura di massa, per l’altro del logoramento dei legami sociali. È necessario introdurre nel dibattito pubblico tre anti-corpi democratici: chiamare queste politiche con il loro nome, e cioè violazioni massicce dei diritti umani; provocare la vergogna con una battaglia culturale a sostegno dei valori costituzionali e un appello alla coscienza civile di tutti; prendere sul serio i diritti umani ed in particolare il diritto di emigrare, quale potere costituente di un nuovo ordine globale.
di Vittorio Manes
Il diritto penale è diventato parte integrante della politica e, in linea con le declinazioni tipiche del populismo penale, risponde ad un nuovo paradigma che si caratterizza per l’utilizzo della penalità protesa a soddisfare pretese punitive opportunisticamente fomentate e drammatizzate ed a legittimare i nuovi assetti di potere politico. Si tratta di un diritto penale sempre più disarticolato dalle proprie premesse fondative liberali, teso al congedo dalla tipicità legale del reato, dal principio di proporzione tra reato e pena e dalla presunzione di innocenza, come dimostra la recente legge cosiddetta “spazzacorrotti”, ed affidato interamente alla gestione del giudice, con l’effetto ulteriore della sovraesposizione della magistratura rispetto a compiti impropri.
di Luciano Violante
Con la delegittimazione delle istituzioni intermedie è cresciuto il cortocircuito fra lessico populistico e utilizzo del diritto penale in chiave di perseguimento di scopi che determina lo schiacciamento della sanzione penale a strumento di legittimazione di politiche populistiche. Per i giuristi si apre la stagione di una nuova funzione civile.
di Claudio Sarzotti
Nell’evento mediatico relativo all’esposizione pubblica del terrorista Cesare Battisti in occasione della sua estradizione in Italia si colgono gli elementi caratterizzanti il populismo penale nel suo fare appello ad istinti primordiali che il processo di civilizzazione moderna ha cercato in tutti i modi di sopire e di governare. La vicenda può essere utilmente interpretata alla luce del concetto di “muta da caccia” elaborato in Massa e potere, capolavoro della letteratura antropologica dovuto ad Elias Canetti.
di Simina Tănăsescu
Mentre il ruolo delle Corti con riferimento al populismo rimane importante, il semplice svolgimento delle loro funzioni non è più sufficiente per la sopravvivenza della democrazia costituzionale nel momento in cui esse diventano uno degli obiettivi principali delle minacce populiste. In ogni caso, anche le Corti possono comportarsi secondo schemi populisti, allo scopo di evitare intrusioni populiste nella propria attività oppure per riallineare le proprie posizioni con gli orientamenti generali della società. Rafforzare il potere giudiziario, e le Corti costituzionali in particolare, ha sempre rappresentato una valida risposta al declino democratico populista. Il caso della Corte costituzionale della Romania è interessante poiché esemplifica una situazione nella quale il populismo giudiziario si sostanzia semplicemente nel supporto al potere politico in carica, mentre un clima di “populismo penale” sembra dominare la società.
di Vincenza (Ezia) Maccora
Viviamo in un’epoca di grande mutamento, sono cambiate molte delle personalità del mondo politico e giudiziario, è mutato il rispetto tra Istituzioni e il concetto stesso di rappresentanza. Anche in magistratura vi è chi investe fortemente sui leader, esalta la partecipazione diretta dei magistrati non più mediata da corpi intermedi, contesta il sistema, i professionisti dell’associazionismo e la “casta”, indica il sorteggio come strumento idoneo per la scelta dei componenti del Csm. Occorre verificare se questi elementi evidenzino la presenza di pulsioni populiste e cosa ciò può significare per l’Associazione nazionale magistrati e per il Consiglio superiore della magistratura.
di Lucia Corso
Si pensa di solito ai giudici come alle prime vittime del populismo ed anzi si costruisce il concetto di populismo proprio a partire dall’atteggiamento che i regimi populisti mostrano nei confronti del potere giudiziario. Attingendo alla letteratura nordamericana, si definirà piuttosto il populismo come un’ideologia, uno dei cui ingredienti caratterizzante è l’antielitismo. Il ruolo dei giudici in una società populista verrà tratteggiato a partire da questa premessa.
di Giuseppe Cotturri
Nel 2001 su proposta di forze della cittadinanza attiva è entrato nella Costituzione italiana il riconoscimento dell’autonoma capacità dei cittadini di svolgere attività di interesse generale sulla base del principio di sussidiarietà (articolo 118, comma 4, della Costituzione). Si tratta di un cambiamento del rapporto istituzioni-cittadini, per sbarrare la strada alle tendenze disgreganti del populismo. Il popolo dei populismi è incapace di formare politicamente una “volontà generale”. La sfida dei cittadini attivi per il civismo è contribuire invece all’affermazione della sovranità dei valori attraverso cui una diversa costruzione sovranazionale europea può essere realizzata.
di Nicola Colaianni
Il populismo politico è fatto di una materia prima che non sempre si scorge: il senso del religioso o del sacro, che anima la visione olistica, senza corpi intermedi, del popolo. Il populismo politico ha bisogno di simboli e attinge all’antico immaginario religioso. L’intreccio è minaccioso sul piano del diritto perché punta a scardinare le norme fondamentali dello Stato costituzionale, in particolare l’eguaglianza dei cittadini nelle loro differenti culture e identità. A contrastare l’antipluralismo congenito del populismo si erge il principio di laicità, con il suo contenuto di rispetto delle diversità e, per questo aspetto, di limite della sovranità popolare.
di Giuseppe Bronzini
A sostegno del rilancio del tema del reddito di base nel dibattito internazionale degli ultimi anni vi sono le nuove tecnologie informatiche che minacciano di distruggere irreversibilmente il lavoro disponibile e le dinamiche di globalizzazione sregolate che generano un nuovo bisogno di protezione il quale però in Europa, stanti la modestia del suo capitolo sociale e le politiche di austerity, viene ricercato in una nuova chiusura dei confini nazionali, alimentando così le spinte populiste. Solo un deciso rilancio dell’Europa sociale con la garanzia di un reddito minimo che recuperi una solidarietà paneuropea può rompere questa spirale distruttiva mediante la combinazione tra la razionalizzazione inclusiva degli esistenti schemi (nazionali) di reddito minimo garantito (che proteggono chi si trova a rischio concreto di esclusione sociale) ed una piccola quota di reddito di base per tutti i residenti stabili nel vecchio continente, finanziato attraverso risorse proprie dall’Unione che mostrino la “potenza” coesiva della cittadinanza sovranazionale.
di Elisabetta Grande
Nell’epoca del populismo di Trump il dinamismo di un sistema a federalismo pieno dà fiato a livello statale (e locale) a una nuova brezza, in controtendenza rispetto alla direzione di un vento che a livello federale da trent’anni a questa parte ha spazzato via i diritti dei lavoratori statunitensi. L’articolo esplora le vicende che riguardano l’emblematico caso dell’arbitrato obbligatorio negli Stati Uniti.
di Giovanni Armone
La riflessione si sofferma sui più recenti sviluppi del concetto di ordine pubblico internazionale e sulle sue concrete applicazioni giurisprudenziali, traendone la convinzione che anche il giudizio di delibazione delle leggi straniere risente del clima di scetticismo che circonda le decisioni giudiziali chiamate a confrontarsi con fonti di produzione del diritto estranee alla comunità nazionale. Anche il diritto internazionale privato diviene così terreno d’elezione per la ripresa delle pulsioni identitarie e populistiche che contraddistinguono l’attuale frangente storico, specie quando investe materie sensibili sulle quali è forte l’attenzione dell’opinione pubblica. Lo studio segnala i rischi di avanguardismo morale insiti in alcune letture dell’ordine pubblico internazionale, ma anche l’arretramento culturale che può discendere dalla mancata partecipazione al percorso di costruzione di valori condivisi.
di Luigi Principato
Se alla sovranità si guarda come potere, il parlamentare ha nel popolo una fonte di legittimazione, in un processo di assimilazione che, sovrapponendo popolo, partito ed eletto, conduce ad un modello plebiscitario di democrazia ed all’istituzione del mandato imperativo di partito. Se, al contrario, la sovranità si interpreta come limite al potere, il parlamentare rappresenta non già il popolo ma la Nazione e l’assenza di vincolo di mandato resta strumento di protezione di una rappresentanza politica che resta rispettosa del ruolo di mediazione fra cittadini e Stato riconosciuto dall’articolo 49 della Costituzione al partito politico.
di Giampiero Buonomo
Per conseguire una vera e propria alterazione dell’equilibrio dei poteri, a vantaggio di una concezione populistica della gestione della cosa pubblica, da un decennio la legistica si è piegata all’utilizzo di formulazioni normative ambigue o polisenso. La prima vittima di questa pratica è la Giurisdizione, che soffre di ingerenze crescenti della Legislazione, alla cui supremazia si sacrifica sempre più spesso la generalità ed astrattezza della norma. I controveleni interni ed esterni al procedimento legislativo appaiono spesso impotenti a frenare la deriva in via preventiva, scaricando sulla Corte costituzionale un controllo in via successiva che, giocoforza, risente delle strettoie dell’incidentalità con cui si investe il Giudice delle leggi.
di Mauro Benente
Nelle vicende politico-istituzionali che hanno caratterizzato il Venezuela alla fine del secolo scorso, e l’Ecuador e la Bolivia all’inizio di questo secolo, non si riscontra quel disprezzo per il diritto e le istituzioni che sarebbe caratteristico dei populismi, ma al contrario l’importanza delle istituzioni giuridiche per il percorso di emancipazione. Paradossalmente le Assemblee costituenti istituite nel quadro dei processi populisti che hanno caratterizzato quei paesi non si sono discostate in modo radicale dalle istituzioni rappresentative rivendicate dalle prospettive liberali, prospettive che invece i populismi ripudiano.
di Daniele Petrosino
Populismo e sovranismo cercano di dare una risposta alla frantumazione del corpo sociale, ma è una risposta debole, fondata sulla riproposizione di paradigmi obsoleti. È però la forma della partecipazione politica e della protezione sociale a non essere più adeguata alle sfide del presente. Per questo è necessario ripensare i luoghi ed i modi di formazione della comunità politica.
Appendice
di Mariarosaria Guglielmi
1. La storia interrotta / 2. Le sfide per l’Europa, la nostra comunità di destino / 3. L’attacco ai diritti e alle garanzie / 4. Ruolo della magistratura fra il dovere di imparzialità e la tentazione di neutralità / 5. L’associazionismo giudiziario: il nostro impegno comune in difesa dei diritti e delle garanzie / 6. Il Consiglio superiore della magistratura / 7. Il percorso di Magistratura democratica: bilanci e prospettive
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Famiglie e Individui. Il singolo nel nucleo

Il codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza: idee e istituti
Fascicolo 1/2019
Populismo e diritto
Fascicolo 4/2018
Una giustizia (im)prevedibile?
Il dovere della comunicazione
Fascicolo 3/2018
Giustizia e disabilità
La riforma spezzata.
Come cambia l’ordinamento penitenziario
Fascicolo 2/2018
L’ospite straniero.
La protezione internazionale nel sistema multilivello di tutela dei diritti fondamentali
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Il pubblico ministero nella giurisdizione
La responsabilità civile fra il giudice e la legge
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L’orgoglio dell’autogoverno
una sfida possibile per i 60 anni del Csm
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A cosa serve la Corte di cassazione?
Le banche, poteri forti e diritti deboli
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Dedicato a Stefano Rodotà
Fascicolo 1/2017
Il diritto di Crono
Il multiculturalismo e le Corti
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Il giudice e la legge
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La giustizia tributaria
La riforma della magistratura onoraria
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VERSO IL REFERENDUM COSTITUZIONALE
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IL CORPO
Anatomia dei diritti
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NUMERO MONOGRAFICO
Formazione giudiziaria:
bilancio e prospettive
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Il punto sul processo civile
Associazionismo giudiziario
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Il diritto del lavoro alla prova del Jobs Act
Unitarietà della giurisdizione
Riforma della responsabilità civile
Fascicolo 2/2015
NUMERO MONOGRAFICO
Al centesimo catenaccio
40 anni di ordinamento penitenziario
Fascicolo 1/2015
Dialoghi sui diritti umani
I diritti fondamentali tra obblighi internazionali e Costituzione
La risoluzione amichevole dei conflitti
Schede di ordinamento giudiziario aggiornate al gennaio 2015
Il volume costituisce un'utile panoramica dei metodi di contrasto alla criminalità mafiosa e degli strumenti di prevenzione
Numero speciale di Questione Giustizia in formato digitale con atti, relazioni e dati sul sistema delle misure cautelari personali