Rivista trimestrale
Fascicolo 1/2019
Le questioni

Populismo e Nazione

di Daniele Petrosino
Populismo e sovranismo cercano di dare una risposta alla frantumazione del corpo sociale, ma è una risposta debole, fondata sulla riproposizione di paradigmi obsoleti. È però la forma della partecipazione politica e della protezione sociale a non essere più adeguata alle sfide del presente. Per questo è necessario ripensare i luoghi ed i modi di formazione della comunità politica.

1. Populismo

Nel nuovo millennio nei sistemi politici occidentali si sono presentati con crescente energia e successo uomini politici, movimenti e partiti variamente denominati come populisti. Dietro questa categoria vi è un ampio spettro di fenomeni empirici che coprono l’intero arco delle posizioni politiche. Questa tendenza ad usare la categoria di populismo in modo eccessivamente pervasivo le toglie, però, capacità analitica. Potremmo dire che è un limite non solo della categoria, ma del fenomeno che essa cerca di descrivere, i cui confini sono estremamente indefiniti ed adattabili a molteplici situazioni. Ciò che accomuna tutti coloro che si muovono in questo spettro è l’evocazione di un’idea di popolo indistinta contrapposta a quella di élite: da una parte gli esclusi, dall’altra i privilegiati. È una nozione che incorpora e dilata una divisione sociale netta, benché non riducibile ad un unico elemento: il popolo è costituito da tutti coloro che sono tartassati dal potere economico, politico, culturale ecc.[1].

Questa nozione non incorpora di per sé alcuna dimensione identitaria ed è suscettibile di comprendere potenzialmente tutti coloro che sono esclusi dal potere. La potenza della narrazione sta in ciò che contemporaneamente è indeterminatezza e netta definizione del nemico. In un mondo in cui le classi che conoscevamo sembrano scomparse e i confini sociali si fanno fluidi, la possibilità di individuare nei potenti il nemico sembra fornire una risposta.

La relativa indeterminatezza della definizione di popolo viene mitigata dalle specifiche declinazioni che tale nozione incontra sul suo cammino. Non esiste un popolo, ma svariati popoli i cui confini sono determinati dalla politica e dal diritto.

2. Sovranismo

Nel dibattito contemporaneo il populismo è spesso associato al cd. sovranismo, che spesso viene confuso con nazionalismo ed etnonazionalismo. Il sovranismo è la delimitazione del popolo in relazione ai confini statali, non pretende superiorità rispetto ad altri popoli e potrebbe essere inclusivo all’interno dei confini statali non assumendo in sé alcuna identità specifica. In altri termini non è altro che la riaffermazione di un potere territoriale, in cui l’elemento determinante è la definizione dei confini del territorio. Non a caso il sovranismo si declina su diverse scale territoriali. Il sovranismo nazionalista o etnonazionalista produce un’ulteriore delimitazione dei confini in relazione a qualche criterio di tipo etnico e/o culturale.

Il sovranismo non è populismo in quanto potrebbe ricomprendere nell’insieme della popolazione definita come sopra anche le élite.

Empiricamente la declinazione che il populismo sta trovando in Europa è essenzialmente di tipo nazional-sovranista, ma vi sono movimenti, per quanto minoritari, che si ispirano ad un populismo più sociale che nazionale. Ci troviamo, insomma, di fronte ad un insieme complesso di possibili delimitazioni ed intrecci che trovano la loro espressione nella politica contemporanea. Per questa ragione dobbiamo provare a sbrogliare i diversi nodi.

3. Confini

Il populismo affronta e declina la questione sociale in termini non riducibili alla questione di classe, incorporando una contrapposizione che è di status, tracciando un confine, anche culturale, con le élite. Questa è la ragione perché non tollera i partiti. Questi in quanto strumenti di mediazione costituiscono ed istituiscono élite, per questo i movimenti populisti sono proiettati verso leadership di tipo carismatico senza intermediazione.

Ciò in regimi parlamentari crea delle dissonanze, con la tipica contrapposizione tra democrazia diretta e democrazia delegata, che si riflettono nelle dinamiche di tali movimenti[2]. Il tendenziale rifiuto delle dinamiche parlamentari, della libertà di espressione del singolo rappresentante, il ricorso continuo a deliberazioni dirette sono il tentativo di risolvere una contraddizione insolubile.

Il sovranismo[3] non vive queste contraddizioni. Élite e popolo sono riconciliati e fronteggiano un avversario esterno. Ma il sovranismo costruisce confini all’interno della popolazione definendo coloro che ne fanno parte sulla base di criteri giuridici.

A godere dei diritti non sono tutti coloro che vivono all’interno dei confini dello Stato, ma soltanto chi è individuato da criteri legati all’appartenenza allo Stato o al territorio oggetto della rivendicazione. Questo consente al sovranismo una moltiplicazione dei popoli a cui si riferisce.

Consideriamo alcuni esempi. È stata promulgata la legge istitutiva del reddito di cittadinanza. Nella definizione esso dovrebbe riguardare i cittadini ed è indirizzato a quella parte di popolazione con redditi bassi o nulli. Nel dispositivo è stata introdotta una serie numerosa di requisiti che limiterà l’accesso a tale misura anche a parti della popolazione in evidente e riconosciuta condizione di povertà, gli immigrati. La nozione di popolo così declinata non riesce a ricomprendere la questione sociale, introduce distinzioni che creano disuguaglianze. La principale di queste distinzioni è rivolta a cittadini che non godono di molti diritti e che non hanno voce per poterli sostenere.

In molte Regioni, e ancor più se passerà l’autonomia differenziata, la residenza nella regione è un requisito per accedere a possibili benefici (casa, lavoro, ecc.). Qual è in questo caso il popolo? Non è più quello ricompreso nei confini dello Stato, ma è quello ricompreso nei confini della Regione.

Insomma, la indicazione di confini crea sempre una divisione ed un accesso differenziato alle risorse che quei confini delimitano. Potremmo dire che generano un popolo a geometria variabile.

Anche il populismo che ricomprenda tutti coloro che sono all’interno dei confini di uno Stato ha un principio di esclusione legato alle modalità di accesso al territorio ed alle forme di riconoscimento giuridico della presenza in esso.

4. Identità

Queste contraddizioni vengono, almeno in linea di principio risolte attraverso la riduzione del sovranismo populista ad un principio identitario nazionalista[4].

Le questioni relative all’identità nazionale sono troppo complesse per essere affrontare in questo breve articolo, ma alcune cose si possono dire. In primo luogo, che lo Stato-Nazione è un modello, ma è anche una finzione storica almeno nella misura in cui identifica l’unità politica con l’omogeneità culturale e tale finzione mostra chiaramente i suoi limiti nel contesto contemporaneo. Ciò nonostante la Nazione ha costituito un potente movente di mobilitazione e di riduzione del conflitto interno. Nazione e classe sono, almeno fino a Bauer e soprattutto allo stalinismo due termini antitetici. La Nazione raccoglie tutti coloro che vivono all’interno dei confini dello Stato, la classe raccoglie coloro che condividono una condizione sociale al di là di ogni confine.

Il nazionalismo fa fatica a trattare la questione sociale. Il marxismo fa fatica ad incorporare l’idea di Nazione ovvero il legame con il territorio e gli antagonismi che vengono generati tra le classi dei diversi Stati. Nel corso del ‘900 fascismo e nazismo hanno cercato di risolvere la questione sociale all’interno del nazionalismo e lo stalinismo, e poi il terzomondismo, hanno cercato di risolvere la questione nazionale dentro la questione di classe.

La dimensione identitaria riduce la questione sociale sia che essa venga declinata in termini di interessi nazionali attraverso un compromesso sociale che identifica nel popolo-nazione il portatore di un interesse condiviso in ragione di un’identità condivisa, sia che essa venga declinata in termini di protezione della classe nazionale (molto spesso è la classe operaia nativa – o acquisita – ad opporsi alle immigrazioni o all’estensione dei diritti ai migranti).

5. Il compromesso: Welfare state

Nello Stato-Nazione questo coacervo di contraddizioni precipita. Esso diventa, infatti, il luogo della protezione istituendo una delimitazione allo stesso conflitto sociale.

In occidente il tentativo di risolvere queste contraddizioni ha dato vita ad un terzo modello di compromesso: il welfare state fordista.

L’emergere e la diffusione dei welfare state o dell’état provvidence risolve le tensioni tra classe e popolo, tra popolo e Nazione. Lo Stato si fa carico delle tensioni sociali ergendosi a padre-protettore della sua popolazione ed il conflitto di classe si dimensiona intorno alla redistribuzione interna ai singoli Stati, almeno in occidente. Non è più il nazionalismo identitario che rivendica uno spazio nel mondo, ma è la Nazione che protegge i suoi cittadini.

La Repubblica italiana nasce in questo frangente e la sua Costituzione incorpora il riconoscimento della Nazione e la protezione dei cittadini da parte dello Stato, assegnando a quest’ultimo i compiti di ridurre le tensioni sociali generalizzando la condizione di benessere.

La narrazione politica ha confuso questo prodotto storico con un paradigma assoluto[5], senza coglierne la contingenza e l’eccezionalità determinata dal grande processo di sviluppo post-bellico.

Ora siamo al capolinea ed i nodi vengono al pettine, ponendo due questioni essenziali: i singoli Stati-Nazione sono ancora il contenitore adeguato per i sistemi di protezione sociale? E la Nazione costituisce ancora la cornice culturale entro cui definire il popolo?

Entrambi questi interrogativi non possono avere una risposta giuridica, benché il diritto possa fornire delle indicazioni significative.

6. Non solo Stato

Iniziamo dal primo quesito. È evidente che gli Stati sono tutt’ora il principale attore dispositivo di forme di protezione/assicurazione sociale che prevedano la fornitura di servizi e/o di complementi reddituali, e sono ancora il principale luogo nel quale si esprime la partecipazione politica. Ma non sono soli e soprattutto non sono eguali tra loro. Per quanto la definizione dei principali strumenti di protezione sociale sia di competenza dei singoli Stati, tale decisione è condizionata da organismi sovranazionali e dipende dai rapporti di forza su quel terreno e dalle politiche che prevalgono in quelle sedi. Lo smantellamento dei welfare state e l’affermazione di un programma neoliberista sono stati prodotti tanto dalle trasformazioni politico-sociali dei singoli Stati che dalle decisioni del Fondo monetario internazionale o della Commissione europea. In secondo luogo, la capacità degli Stati di incidere su tali politiche dipende dal loro peso ed è difficile pensare che i singoli Stati europei possano farlo in modo significativo. L’Unione europea, forse potrebbe, ma sarebbe necessaria una svolta politica che non si vede all’orizzonte.

Se vi è un’erosione dall’alto delle capacità di intervento dello Stato-Nazione, vi è, nell’Unione europea, anche un processo di descaling che sposta competenze verso territori infrastatali (Regioni) attribuendo alle stesse una rilevanza fondamentale e generando anche qui processi di costruzione identitaria[6].

Entrambe queste riduzioni delle capacità di intervento dello Stato sono al centro di tensioni che stanno emergendo nel contesto europeo (e non solo), ma non significano che gli stati non contino più. Semplicemente essi nella loro forma attuale non possono essere più dati per scontati.   

7. Non solo Nazione

La seconda questione riguarda le trasformazioni della popolazione degli attuali Stati. La Nazione capace di protezione si pensava fondamentalmente omogenea e costituita da nativi (o assimilabili ai nativi in particolare negli Stati ex-coloniali), i confini li doveva istituire essenzialmente verso l’esterno garantendo forme di redistribuzione o quantomeno promesse di redistribuzione all’interno. Il quadro è completamente cambiato. L’Europa, ed in particolare l’Unione europea, costituisce un importante meta migratoria e, soprattutto, ha aperto progressivamente i propri i confini interni andando a costruire una delle più ampie zone di libera circolazione del mondo.

I confini esterni non sono più sufficienti e si costruiscono confini interni sia nei confronti di coloro che non appartengono alla Nazione (gli immigrati), sia nei confronti delle disomogeneità territoriali.

Le sfide sono molteplici: definire le cornici istituzionali adeguate e capaci di intervenire nella produzione di protezione, definire quale e quanta protezione ed a chi è destinata, ripensare le identità in termini plurali.

8. Democrazia e protezione

Lo Stato-Nazione, se mai è esistito, è ora certamente obsoleto rispetto a queste sfide, ma allo stesso tempo è resistente e sembra essere l’unico luogo in cui è possibile esercitare qualche forma di autodifesa sociale e di partecipazione democratica.

Gli Stati-Nazione democratici si sono fondati sulla rappresentanza di interessi e sull’allargamento del suffragio. Ciò ha messo nelle mani degli elettori un grande potere, i voti ed i numeri contano in democrazia. Su questo si è costruito il consenso intorno ai welfare state della prima metà del Novecento. Essi non solo redistribuivano risorse, ma lo facevano verso quella parte di popolazione che costituiva la maggioranza del “popolo”.

Questa maggioranza non vi è più. Essa è divisa da fratture economiche, generazionali, culturali.

La classe operaia che costituiva il nucleo di quella maggioranza è ormai una porzione minoritaria, il popolo è fatto da precari, pensionati, lavoratori autonomi, classe operaia, disoccupati o inoccupati. È questo coacervo di differenti interessi e prospettive che richiede protezione all’unico soggetto verso il quale si può rivolgere lo Stato nazionale. Ma, questo soggetto non può dare che risposte limitate e temporanee e tale limitatezza, di risorse e di poteri, alimenta la paura dell’apertura. Frontiere aperte, competizione/concorrenza aumentano il numero degli attori favorendo coloro che sono più forti, più innovativi, che hanno il supporto migliore, gli altri vengono lasciati indietro. La competizione è ovunque: i giovani vedono nei pensionati e negli anziani chi sta mangiando il loro futuro, i disoccupati vedono negli immigrati dei temibili concorrenti, i territori vedono negli altri territori dei possibili avversari.

Populismo e nazionalismo, sia nella loro declinazione distinta sia in combinazione tra loro, cercano di dare una risposta diretta e semplice a questa frantumazione scardinando, però, i principi della democrazia liberale. Peraltro, è una risposta in sé divisiva. Certo i movimenti populisti si fanno interpreti di paure e bisogni che non possono e non devono essere ignorati, ma la narrazione che vede un popolo contro un’élite o un’appartenenza contro un’altra si scontra con la realtà di una società molto più complessa di quella descritta.

Questa semplificazione è allo stesso tempo la forza e la fragilità di tali movimenti, ma le risposte non possono essere la mera riproposizione di paradigmi passati. La riproposizione delle varie declinazioni dello Stato-Nazione non è una risposta adeguata, ma le alternative che si intravedono devono affrontare ancora lo scoglio della partecipazione democratica.

[1] La letteratura sull’argomento è sterminata, ci limitiamo a suggerire alcuni testi di riferimento: Manuel Anselmi, Populismo: teorie e problemi, Mondadori università,Milano, 2017; Jan-Werner Müller, Cos’è il populismo? EGEA, Bocconi editore, Milano, 2017; Cas Mudde, e Cristóbal Rovira Kaltwasser. Populism: A VERY Short Introduction. Oxford University Press, 2017; Ernesto Laclau, La ragione populista, Laterza, Bari-Roma, 2019.

[2] Vedi N. Urbinati, Maggioranza-e-maggioritarismo, in La sfida populista, a cura di Manuel Anselmi, Paul Blokker, Nadia Urbinati, Feltrinelli, Milano, 2018.

[3] Il termine sovranismo nasce nel contesto politico canadese ed indica l’insieme dei movimenti e partiti che rivendicano l’indipendenza del Québec. Si riferisce, quindi, ad una domanda politica sub-statale. In Europa ha trovato declinazioni di tipo statale indicando la rivendicazione politica di riappropriazione delle competenze statali da parti degli Stati che le hanno presumibilmente perse a favore di entità sovra-nazionali. Per le diverse declinazioni di questa categoria si veda: R. Bellamy, «A European Republic of Sovereign States: Sovereignty, Republicanism and the European Union», European Journal of Political Theory 16, n. 2, 2017, pp. 188-209; Thomas Fazi e William Mitchell, Sovranità o barbarie. Il ritorno della questione nazionale, Meltemi, Roma,2018; A. Somma, Sovranismi. Stato, popolo e conflitto sociale. DeriveApprodi, Roma, 2018; G. Valditara, Sovranismo. Una speranza per la democrazia, Book Time, Milano, 2018.

[4] Sui rapporti tra populismo e nazionalismo si veda:  B. Bonikowski, D. Halikiopoulou, E. Kaufmann e Matthijs Rooduijn, «Populism and Nationalism in a Comparative Perspective: A Scholarly Exchange», in Nations and Nationalism 25, n. 1, 2019, pp. 58-81; A. Martinelli, (ed.) «When Populism meets Nationalism» ISPI Report, 2018.

[5] Sulla critica al nazionalismo metodologico: D. Chernilo, «The Critique of Methodological Nationalism: Theory and History», in Thesis Eleven 106, n. 1, 2011, pp. 98-117; Id., «Social Theory’s Methodological Nationalism: Myth and Reality», in European Journal of Social Theory 9, n. 1, 2006, pp. 5–22; A. Wimmer e N. Glick Schiller, «Methodological nationalism and beyond: nation–state building, migration and the social sciences», in Global networks 2, n. 4, 2002, pp. 301-334.

[6] M. Keating, Rescaling the European State: The Making of Territory and the Rise of the Meso, Oxford, Oxford University Press, 2013.

Fascicolo 1/2019
Il problema
di Enrico Scoditti

Populismo e diritto rinviano a forme di legame sociale antitetiche: il primo persegue la risoluzione della questione sociale e di quella identitaria senza alcuna mediazione e connessione di sistema, il secondo mira alla neutrale limitazione di ogni potere. Nel costituzionalismo del Novecento europeo si è avuta l’incorporazione nel diritto della questione sociale e di quella dell’appartenenza ad una comunità grazie alla mediazione della politica quale civilizzazione degli impulsi e addomesticamento di paure e angosce. Se la politica perde tale funzione emerge l’antitesi fra populismo e diritto e per i giuristi si apre un tempo di nuove responsabilità

di Nello Rossi
Non ci sarà retorica populista che possa far dimenticare ai magistrati italiani che nelle aule di tribunale il giudice ed il pubblico ministero affrontano “casi” e giudicano “persone”, senza che vi sia spazio né per “amici del popolo” sottratti al giudizio in virtù del consenso popolare né per “nemici del popolo” oggetto di aprioristiche condanne popolari.
di Gaetano Silvestri
Il populismo è la versione estrema della “democrazia totalitaria”, contrapposta al principio della separazione dei poteri e basata sul presupposto che la volontà generale del popolo fa coincidere sempre l’essere con il dover essere. Esso è in irrimediabile contrasto con il concetto stesso di controllo di legittimità costituzionale delle leggi, il quale è sempre potenzialmente in conflitto con la volontà delle maggioranze politiche, passate e presenti.
di Cesare Pinelli
Lo scritto si propone in primo luogo di mostrare come nello Stato costituzionale contemporaneo l’istanza di legittimazione democratica del potere si presenti inscindibilmente connessa con quella della sua limitazione giuridica, mentre il populismo pretende di poterle scindere. Non per questo però, ed è la seconda questione trattata, il fenomeno si può spiegare ignorando i mutamenti istituzionali e sociali che più hanno caratterizzato i recenti sviluppi della convivenza costituzionale, fornendo inediti spazi e opportunità all’ascesa del populismo.
di Alejandra M. Salinas
Il presente contributo analizza la relazione concettuale tra lo Stato di diritto, il gioco politico democratico e il populismo, illustrandola con riferimento ad alcune recenti esperienze latinoamericane. L’ipotesi da esplorare è l’attitudine del populismo, nella misura in cui risulti animato da una logica antagonistica, egemonica e discrezionale, alla distorsione del gioco politico democratico e all’indebolimento dello Stato di diritto.
di Biagio de Giovanni
La crisi del costituzionalismo politico colpisce la democrazia rappresentativa e determina il ritorno ad una nozione identitaria di popolo. A questo stato di cose bisogna opporre la grandezza culturale del progetto europeo, per quello che è e per la potenzialità che contiene, lavorando intensamente a una seria Mediazione tra territorialità e cosmopolitismo, tra nazionale e sovra-nazionale.
di Mario Tronti
Il concetto di popolo, può avere un significato neutro (popolazione, gente) e un significato specifico, politico. Esso designa una base prepolitica, che può diventare o politica o antipolitica. L’epoca del capitalismo industriale ha conosciuto un popolo strutturato, organizzato, politicizzato, ma poi gli spiriti animali hanno riconquistato dominio politico ed egemonia culturale, stravolgendo il rapporto sociale. Forse oggi solo politica e diritto insieme possono intestarsi il compito operativo di rifare un popolo e rifare la società.
di Pasquale Serra
Il populismo, quale possibile risposta alla crisi della democrazia moderna, va collocato con riferimento all’Italia e all’Europa dentro la categoria di sostituti funzionali del fascismo, perché, pur avendo differenze significative con il tipo ideale classico, ha in comune con esso la passivizzazione politica della società. Una risposta positiva e significativa alla crisi della democrazia moderna può invece venire dalla declinazione inclusiva di populismo che la riflessione argentina propone, benché anche questa forma più avanzata di populismo lascia inevaso, come tutti i populismi, il problema decisivo dei limiti del potere politico. Di qui la necessità di una riflessione nuova sulla democrazia, perché quello che con molta approssimazione definiamo populismo è un’anomalia che si forma all’interno della democrazia e che riguarda noi tutti democratici.
di Barbara Randazzo
Il vulnus alla Costituzione, sia sul fronte dei diritti degli immigrati che sul fronte del diritto penale, può e deve essere combattuto con le armi che la stessa Costituzione fornisce in sua difesa, senza assunzione di compiti anomali da parte della magistratura, con la consapevolezza tuttavia che i populismi politici paiono uno dei sintomi della crisi dei sistemi democratici travolti dalla globalizzazione, e non soltanto mere forme di regressione della civiltà occidentale, a cui guardare come stimoli in vista della correzione dei difetti dei sistemi democratici.
di Giuseppe Martinico
In questo lavoro verranno sviluppate tre considerazioni relative al rapporto fra populismo e costituzionalismo. La prima riflessione è relativa all’uso di categorie proprie del costituzionalismo da parte dei populisti. Il secondo punto concerne le strategie seguite dai populismi di governo, che verranno descritte attraverso due parole-chiave: “mimetismo” e “parassitismo”. Il terzo punto, infine, riguarda la validità analitica del cd. “costituzionalismo populista”.
Le questioni
di Luigi Ferrajoli
L’odierno populismo penale si connota per l’ostentazione di politiche esse stesse illecite. Le misure contro l’ingresso dei migranti in Italia adottate da questo Governo costituiscono violazioni massicce dei diritti umani, le quali hanno l’effetto per un verso dell’abbassamento dello spirito pubblico e del senso morale nella cultura di massa, per l’altro del logoramento dei legami sociali. È necessario introdurre nel dibattito pubblico tre anti-corpi democratici: chiamare queste politiche con il loro nome, e cioè violazioni massicce dei diritti umani; provocare la vergogna con una battaglia culturale a sostegno dei valori costituzionali e un appello alla coscienza civile di tutti; prendere sul serio i diritti umani ed in particolare il diritto di emigrare, quale potere costituente di un nuovo ordine globale.
di Vittorio Manes
Il diritto penale è diventato parte integrante della politica e, in linea con le declinazioni tipiche del populismo penale, risponde ad un nuovo paradigma che si caratterizza per l’utilizzo della penalità protesa a soddisfare pretese punitive opportunisticamente fomentate e drammatizzate ed a legittimare i nuovi assetti di potere politico. Si tratta di un diritto penale sempre più disarticolato dalle proprie premesse fondative liberali, teso al congedo dalla tipicità legale del reato, dal principio di proporzione tra reato e pena e dalla presunzione di innocenza, come dimostra la recente legge cosiddetta “spazzacorrotti”, ed affidato interamente alla gestione del giudice, con l’effetto ulteriore della sovraesposizione della magistratura rispetto a compiti impropri.
di Luciano Violante
Con la delegittimazione delle istituzioni intermedie è cresciuto il cortocircuito fra lessico populistico e utilizzo del diritto penale in chiave di perseguimento di scopi che determina lo schiacciamento della sanzione penale a strumento di legittimazione di politiche populistiche. Per i giuristi si apre la stagione di una nuova funzione civile.
di Claudio Sarzotti
Nell’evento mediatico relativo all’esposizione pubblica del terrorista Cesare Battisti in occasione della sua estradizione in Italia si colgono gli elementi caratterizzanti il populismo penale nel suo fare appello ad istinti primordiali che il processo di civilizzazione moderna ha cercato in tutti i modi di sopire e di governare. La vicenda può essere utilmente interpretata alla luce del concetto di “muta da caccia” elaborato in Massa e potere, capolavoro della letteratura antropologica dovuto ad Elias Canetti.
di Simina Tănăsescu
Mentre il ruolo delle Corti con riferimento al populismo rimane importante, il semplice svolgimento delle loro funzioni non è più sufficiente per la sopravvivenza della democrazia costituzionale nel momento in cui esse diventano uno degli obiettivi principali delle minacce populiste. In ogni caso, anche le Corti possono comportarsi secondo schemi populisti, allo scopo di evitare intrusioni populiste nella propria attività oppure per riallineare le proprie posizioni con gli orientamenti generali della società. Rafforzare il potere giudiziario, e le Corti costituzionali in particolare, ha sempre rappresentato una valida risposta al declino democratico populista. Il caso della Corte costituzionale della Romania è interessante poiché esemplifica una situazione nella quale il populismo giudiziario si sostanzia semplicemente nel supporto al potere politico in carica, mentre un clima di “populismo penale” sembra dominare la società.
di Vincenza (Ezia) Maccora
Viviamo in un’epoca di grande mutamento, sono cambiate molte delle personalità del mondo politico e giudiziario, è mutato il rispetto tra Istituzioni e il concetto stesso di rappresentanza. Anche in magistratura vi è chi investe fortemente sui leader, esalta la partecipazione diretta dei magistrati non più mediata da corpi intermedi, contesta il sistema, i professionisti dell’associazionismo e la “casta”, indica il sorteggio come strumento idoneo per la scelta dei componenti del Csm. Occorre verificare se questi elementi evidenzino la presenza di pulsioni populiste e cosa ciò può significare per l’Associazione nazionale magistrati e per il Consiglio superiore della magistratura.
di Lucia Corso
Si pensa di solito ai giudici come alle prime vittime del populismo ed anzi si costruisce il concetto di populismo proprio a partire dall’atteggiamento che i regimi populisti mostrano nei confronti del potere giudiziario. Attingendo alla letteratura nordamericana, si definirà piuttosto il populismo come un’ideologia, uno dei cui ingredienti caratterizzante è l’antielitismo. Il ruolo dei giudici in una società populista verrà tratteggiato a partire da questa premessa.
di Giuseppe Cotturri
Nel 2001 su proposta di forze della cittadinanza attiva è entrato nella Costituzione italiana il riconoscimento dell’autonoma capacità dei cittadini di svolgere attività di interesse generale sulla base del principio di sussidiarietà (articolo 118, comma 4, della Costituzione). Si tratta di un cambiamento del rapporto istituzioni-cittadini, per sbarrare la strada alle tendenze disgreganti del populismo. Il popolo dei populismi è incapace di formare politicamente una “volontà generale”. La sfida dei cittadini attivi per il civismo è contribuire invece all’affermazione della sovranità dei valori attraverso cui una diversa costruzione sovranazionale europea può essere realizzata.
di Nicola Colaianni
Il populismo politico è fatto di una materia prima che non sempre si scorge: il senso del religioso o del sacro, che anima la visione olistica, senza corpi intermedi, del popolo. Il populismo politico ha bisogno di simboli e attinge all’antico immaginario religioso. L’intreccio è minaccioso sul piano del diritto perché punta a scardinare le norme fondamentali dello Stato costituzionale, in particolare l’eguaglianza dei cittadini nelle loro differenti culture e identità. A contrastare l’antipluralismo congenito del populismo si erge il principio di laicità, con il suo contenuto di rispetto delle diversità e, per questo aspetto, di limite della sovranità popolare.
di Giuseppe Bronzini
A sostegno del rilancio del tema del reddito di base nel dibattito internazionale degli ultimi anni vi sono le nuove tecnologie informatiche che minacciano di distruggere irreversibilmente il lavoro disponibile e le dinamiche di globalizzazione sregolate che generano un nuovo bisogno di protezione il quale però in Europa, stanti la modestia del suo capitolo sociale e le politiche di austerity, viene ricercato in una nuova chiusura dei confini nazionali, alimentando così le spinte populiste. Solo un deciso rilancio dell’Europa sociale con la garanzia di un reddito minimo che recuperi una solidarietà paneuropea può rompere questa spirale distruttiva mediante la combinazione tra la razionalizzazione inclusiva degli esistenti schemi (nazionali) di reddito minimo garantito (che proteggono chi si trova a rischio concreto di esclusione sociale) ed una piccola quota di reddito di base per tutti i residenti stabili nel vecchio continente, finanziato attraverso risorse proprie dall’Unione che mostrino la “potenza” coesiva della cittadinanza sovranazionale.
di Elisabetta Grande
Nell’epoca del populismo di Trump il dinamismo di un sistema a federalismo pieno dà fiato a livello statale (e locale) a una nuova brezza, in controtendenza rispetto alla direzione di un vento che a livello federale da trent’anni a questa parte ha spazzato via i diritti dei lavoratori statunitensi. L’articolo esplora le vicende che riguardano l’emblematico caso dell’arbitrato obbligatorio negli Stati Uniti.
di Giovanni Armone
La riflessione si sofferma sui più recenti sviluppi del concetto di ordine pubblico internazionale e sulle sue concrete applicazioni giurisprudenziali, traendone la convinzione che anche il giudizio di delibazione delle leggi straniere risente del clima di scetticismo che circonda le decisioni giudiziali chiamate a confrontarsi con fonti di produzione del diritto estranee alla comunità nazionale. Anche il diritto internazionale privato diviene così terreno d’elezione per la ripresa delle pulsioni identitarie e populistiche che contraddistinguono l’attuale frangente storico, specie quando investe materie sensibili sulle quali è forte l’attenzione dell’opinione pubblica. Lo studio segnala i rischi di avanguardismo morale insiti in alcune letture dell’ordine pubblico internazionale, ma anche l’arretramento culturale che può discendere dalla mancata partecipazione al percorso di costruzione di valori condivisi.
di Luigi Principato
Se alla sovranità si guarda come potere, il parlamentare ha nel popolo una fonte di legittimazione, in un processo di assimilazione che, sovrapponendo popolo, partito ed eletto, conduce ad un modello plebiscitario di democrazia ed all’istituzione del mandato imperativo di partito. Se, al contrario, la sovranità si interpreta come limite al potere, il parlamentare rappresenta non già il popolo ma la Nazione e l’assenza di vincolo di mandato resta strumento di protezione di una rappresentanza politica che resta rispettosa del ruolo di mediazione fra cittadini e Stato riconosciuto dall’articolo 49 della Costituzione al partito politico.
di Giampiero Buonomo
Per conseguire una vera e propria alterazione dell’equilibrio dei poteri, a vantaggio di una concezione populistica della gestione della cosa pubblica, da un decennio la legistica si è piegata all’utilizzo di formulazioni normative ambigue o polisenso. La prima vittima di questa pratica è la Giurisdizione, che soffre di ingerenze crescenti della Legislazione, alla cui supremazia si sacrifica sempre più spesso la generalità ed astrattezza della norma. I controveleni interni ed esterni al procedimento legislativo appaiono spesso impotenti a frenare la deriva in via preventiva, scaricando sulla Corte costituzionale un controllo in via successiva che, giocoforza, risente delle strettoie dell’incidentalità con cui si investe il Giudice delle leggi.
di Mauro Benente
Nelle vicende politico-istituzionali che hanno caratterizzato il Venezuela alla fine del secolo scorso, e l’Ecuador e la Bolivia all’inizio di questo secolo, non si riscontra quel disprezzo per il diritto e le istituzioni che sarebbe caratteristico dei populismi, ma al contrario l’importanza delle istituzioni giuridiche per il percorso di emancipazione. Paradossalmente le Assemblee costituenti istituite nel quadro dei processi populisti che hanno caratterizzato quei paesi non si sono discostate in modo radicale dalle istituzioni rappresentative rivendicate dalle prospettive liberali, prospettive che invece i populismi ripudiano.
di Daniele Petrosino
Populismo e sovranismo cercano di dare una risposta alla frantumazione del corpo sociale, ma è una risposta debole, fondata sulla riproposizione di paradigmi obsoleti. È però la forma della partecipazione politica e della protezione sociale a non essere più adeguata alle sfide del presente. Per questo è necessario ripensare i luoghi ed i modi di formazione della comunità politica.
Appendice
di Mariarosaria Guglielmi
1. La storia interrotta / 2. Le sfide per l’Europa, la nostra comunità di destino / 3. L’attacco ai diritti e alle garanzie / 4. Ruolo della magistratura fra il dovere di imparzialità e la tentazione di neutralità / 5. L’associazionismo giudiziario: il nostro impegno comune in difesa dei diritti e delle garanzie / 6. Il Consiglio superiore della magistratura / 7. Il percorso di Magistratura democratica: bilanci e prospettive
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Una giustizia (im)prevedibile?
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Il pubblico ministero nella giurisdizione
La responsabilità civile fra il giudice e la legge
Fascicolo 4/2017
L’orgoglio dell’autogoverno
una sfida possibile per i 60 anni del Csm
Fascicolo 3/2017
A cosa serve la Corte di cassazione?
Le banche, poteri forti e diritti deboli
Fascicolo 2/2017
Le nuove disuguaglianze
Beni comuni

Dedicato a Stefano Rodotà
Fascicolo 1/2017
Il diritto di Crono
Il multiculturalismo e le Corti
Fascicolo 4/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Il giudice e la legge
Fascicolo 3/2016
La giustizia tributaria
La riforma della magistratura onoraria
Fascicolo 2/2016
VERSO IL REFERENDUM COSTITUZIONALE
Forme di governo,
modelli di democrazia
IL CORPO
Anatomia dei diritti
Fascicolo 1/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Formazione giudiziaria:
bilancio e prospettive
Fascicolo 4/2015
Il valore del dissenso
Il punto sul processo civile
Associazionismo giudiziario
Fascicolo 3/2015
Il diritto del lavoro alla prova del Jobs Act
Unitarietà della giurisdizione
Riforma della responsabilità civile
Fascicolo 2/2015
NUMERO MONOGRAFICO
Al centesimo catenaccio
40 anni di ordinamento penitenziario
Fascicolo 1/2015
Dialoghi sui diritti umani
I diritti fondamentali tra obblighi internazionali e Costituzione
La risoluzione amichevole dei conflitti
Schede di ordinamento giudiziario aggiornate al gennaio 2015
Il volume costituisce un'utile panoramica dei metodi di contrasto alla criminalità mafiosa e degli strumenti di prevenzione
Numero speciale di Questione Giustizia in formato digitale con atti, relazioni e dati sul sistema delle misure cautelari personali