Rivista trimestrale
Fascicolo 3/2019
Obiettivo 2. Le cliniche legali

La clinica legale veronese: riflessioni epistemologiche sulla Clinica legale di diritto della famiglia, dei minori e delle persone

di Alessandra Cordiano
Il lavoro è teso a illustrare i profili organizzativi della Clinica legale attiva presso il Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università di Verona, in materia di diritto delle persone, della famiglia e dei minori. Dall’esplicitazione degli scopi e delle modalità concrete, connesse alla costruzione di un percorso didattico atipico, si giunge a elaborare l’esperienza didattica attraverso una riflessione teorica, in termini di categorie dogmatiche coinvolte e di conseguenze epistemologiche interessate.

1. Premessa: la clinica veronese e la costruzione di un percorso didattico atipico

 L’esperienza didattica della clinica legale veronese è piuttosto giovane; eppure essa ha trovato, sin da subito, un gruppo tanto ristretto quanto entusiasta, che ha condotto abilmente la costruzione del percorso didattico secondo delle linee direttrici condivise: la didattica dedicata alla clinica legale, 36 ore per 6 crediti formativi, è stata volutamente sciolta dai vincoli tipici della collocazione nel campo degli insegnamenti a libera scelta, collocazione che avrebbe certamente giovato in termini organizzativi, ma che avrebbe d’altro canto sofferto il necessario ancoramento a un preciso e definito settore scientifico disciplinare[1].

Questa modalità alternativa, vale a dire l’inserimento della clinica nelle attività formative senza caratterizzazione scientifica, senza il tradizionale accertamento finale e senza attribuzione di un voto, ha – a dispetto di alcuni pronostici infausti – un doppio vantaggio: il primo, quello di consolidare, fra gli studenti e fra gli operatori giuridici coinvolti, l’idea della clinica come esperienza formativa in sé ricca di valore, a prescindere degli esiti in termini di profitto; questo primo effetto favorevole è stato inaspettatamente realizzato, tanto che, in alcuni semestri, è apparso necessario attivare altri percorsi clinici per il numero consistente di iscrizioni.

In secondo luogo, una modalità siffatta ha potuto tener conto di innumerevoli profili formativi degni d’attenzione e di approfondimento: così come è costruita, infatti, la clinica legale veronese non è identificata secondo un preciso settore scientifico disciplinare; non è appannaggio di alcuni, ma è, per così dire, una casa aperta a tutti quanti desiderino accogliere e osservare lo “statuto giuridico-ideologico” della clinica. Essa, infatti, prevede una sorta di tronco comune di insegnamenti che tutti gli iscritti frequentano e che concernono la deontologia professionale (in linea di massima, della professione forense), il linguaggio giuridico e l’argomentazione giuridica; successivamente, gli iscritti scelgono un’area tematica, differente a seconda delle contingenti disponibilità, ma sempre tendenzialmente nei settori del diritto civile, del diritto del lavoro e del diritto penale.

L’esperienza della clinica legale nell’area del diritto di famiglia, dei minori e delle persone del Dipartimento di Scienze giuridiche veronese ha messo nella condizione di dover costruire un percorso didattico in un ambito scientifico fortemente sensibile sotto il profilo etico e con una vocazione (potenzialmente) solidaristica; al contempo, vista una certa arretratezza della materia, la didattica è stata sovente interessata da modifiche consistenti, che hanno reso ancor più stimolante un lavoro come quello della clinica legale.

Questa complessa costruzione ha provocato numerose riflessioni, alcune di tipo teorico-epistemologico, altre di tipo meramente pratico e organizzativo, ma con numerose e interessanti conseguenze sotto il profilo teorico.

2. Riflessioni teoriche nell’area del diritto di famiglia, dei minori e delle persone

Venendo alle prime questioni di ordine squisitamente teorico, è parso sin da subito evidente che un percorso didattico di clinica legale nell’area del diritto di famiglia, latamente inteso, con la sua inedita metodologia didattica, ha posto in luce numerosi profili critici del sistema giuridico italiano.

La spiegazione di un siffatto rilievo si può trovare in diversificate ragioni, delle quali la prima è certamente quella per cui il codice civile italiano, quindi pure nella parte del diritto della famiglia e delle persone, è stato costruito sulle basi del diritto delle obbligazioni e dei contratti. Sovente, tuttavia, quei modelli dogmatici di riferimento appaiono inadeguati all’area di cui si tratta: un’area che mal soffre alcune categorie fondamentali – valga per tutti l’esempio dell’invalidità e dell’annullabilità[2] –, che sempre più va a dimostrare una propria specifica dogmatica di riferimento e dove le categorie di responsabilità, autoresponsabilità e autosufficienza comprendono evocazioni anche simboliche e un fondamento comunque e sempre equitativo. Inoltre, è ben evidente che tutta l’area del diritto delle persone e della famiglia esige un approccio case by case, rendendo talvolta inefficienti regole aprioristicamente costituite.

Quanto detto può apparire facilmente comprensibile, avendo in mente, ad esempio, il celebre caso dell’Ospedale “Pertini”, dove è avvenuto uno scambio di embrioni fra due coppie che avevano entrambe fatto accesso alla tecnica di procreazione medicalmente assistita omologa.

Il tipico modello del learning by doing della clinica legale mostra con chiarezza – si può dire, quasi, con spietatezza – questa sorta di distorsione del sistema; e questa presa di consapevolezza per gli studenti (ma la riflessione vale per tutti gli studiosi del diritto: dottorandi, avvocati, magistrati) è effettivamente molto significativa, perché la clinica legale mostra loro, in una misura che neppure il corso di diritto di famiglia più esperienziale e casistico può soddisfare, le difficoltà che sicuramente incontreranno come professionisti, dovendo trattare con regole giuridiche qualche volta insufficienti a questa specifica area.

Un’altra riflessione dalle molteplici connessioni epistemologiche, che l’insegnamento clinico aiuta a rivelare, è quella per cui il diritto italiano della famiglia, dei minori e delle persone è per tradizione basato e costruito su dogmi e categorie “naturalistiche”, fondato su un concetto di “natura”. L’ingresso del diritto di famiglia all’interno di un omnicomprensivo diritto privato, tutto confluito nel codice civile del 1942 è, infatti, un’idea piuttosto recente, che tuttavia succedeva a una tradizione sostanzialmente pubblicistica del settore, rimesso in larghissima misura al diritto canonico e, in linea con la tradizione ottocentesca, con una particolare attenzione alle ragioni di una famiglia gerarchica e patriarcale, sul modello delle istituzioni pubblicistiche.

Abbandonata una visione esclusivamente patrimonialistica, grazie all’avvento della Carta costituzionale, e nonostante i numerosi progressi culturali in materia, tutta l’area del diritto delle persone e della famiglia rimane ancorata a concetti di tipo squisitamente biologistico: l’eterosessualità come presupposto implicito della relazione matrimoniale; la derivazione biologica e genetica nella filiazione; la dicotomia escludente del binarismo sessuale; lo stesso concetto di indisponibilità degli status, ancora descritto come uno dei fondamenti della materia, stenta a mantenere una sua autonomia prescrittiva[3].

Tuttavia, l’esperienza concreta non ha mancato di dimostrare più volte come la visione biologista tenda a semplificare la realtà, decodificandola con costrutti molto più semplici di quanto essa non sia[4]. È a tutti noto come la realtà sia sovente molto più complessa da decodificare e da comporre, e come essa sia fortemente connessa con i progressi della scienza e della tecnica rispetto alle possibilità di manipolare il proprio corpo e di disporne: la crescente acquisizione di tecniche scientifiche è in grado, infatti, di investire potentemente gli aspetti relativi alla sessualità, alla maternità e alla genitorialità[5], e di cambiare profondamente la relazione dell’individuo con la propria corporeità e, soprattutto, con la propria identità anche in una prospettiva più generale, su un piano antropologico di esseri di genere[6]. Valga, in questo caso, l’esempio della surrogazione di maternità che, oltre a confliggere con la norma di cui al terzo comma dell’art. 269 cc, in virtù del quale la madre è colei che partorisce, mette fortemente in discussione il paradigma dominante e tradizionalmente ordinatore della genitorialità biologica, composta di eterosessualità, derivazione genetica, gestazione e parto[7], restituendo una realtà incapace di essere assorbita dalle disposizioni di riferimento.

Questi aspetti, messi in luce nell’insegnamento clinico, rivestono particolare importanza nella prospettiva dell’acquisizione da parte degli studenti degli obiettivi formativi prefissi, mostrando loro le complessità che potranno incontrare nell’uso di concetti giuridici che non si accordano, né sono compatibili, con le specifiche e concrete fattispecie e neppure con un diffuso sentire sociale.

Infine, la formazione clinica efficacemente dimostra, e perciò insegna agli studenti (ma, anche qui, la riflessione è idonea a valere per tutti gli studiosi del diritto), che, nonostante le più recenti riforme legislative, il diritto italiano della famiglia e delle persone rimane una disciplina vecchia e spesso lontana dalla realtà, dal progresso scientifico, dall’evoluzione sociale e culturale[8]. Per tutte queste ragioni, evidentemente, il diritto della famiglia e delle persone è stato così profondamente ridisegnato e riscritto: ma non solo e non tanto da parte del legislatore, che sovente ha apportato modifiche senza tarare il sistema alle nuove misure, quanto soprattutto da parte delle corti superiori, nazionali e internazionali, con particolare riferimento alla Corte Edu. In questo senso, una profonda rilettura del sistema proposta da una corte non nazionale, con le sue categorie e metodologie di approccio alla risoluzione del conflitto, appare estremamente significativa in questa materia, che appare più di altre connotata da un metodo casistico, sopravanzando e in qualche misura imponendo una forte riflessione sul nostro modello di civil law[9].

3. Aspetti organizzativi e conseguenze epistemologiche

Proseguendo con la seconda tipologia di considerazioni, concernenti la costruzione e la programmazione del corso, da un punto di vista eminentemente pratico è possibile rilevare alcuni profili degni di attenzione: in questo senso, il disegno del corso ha evidenziato la necessità di trovare un buon punto di equilibrio, anche in termini di ore dedicate sulle residue del corso, fra teoria, pratica e aspetti professionali non giuridici.

Ciò ha significato fornire ai discenti non solo (1) nozioni teoriche e propriamente giuridico-normative, avendo in mente anche le più recenti riforme legislative che hanno profondamente riformato la materia durante l’erogazione del corso; ma anche (2) abilità legali di tipo strettamente pratico, fornite da avvocati o magistrati; infine, per quanto possibile, (3) competenze riguardanti settori non giuridici, che gravitano nell’orbita della giustizia della famiglia e delle persone, prevedendo un contributo didattico di consulenti tecnici, assistenti sociali, psicologi.

Questa peculiare mescolanza, che si associa a una modalità didattica già di per sé atipica, ha concorso a dimostrare almeno due caratteristiche dell’insegnamento clinico nell’area del diritto di famiglia: innanzitutto, una rilevante attitudine per l’interdisciplinarietà che caratterizza – che ha sempre caratterizzato – l’area di riferimento, ma che nel contesto clinico si mostra in tutta la sua dimensione.

Questo non può che sollecitare tutti gli studiosi del diritto a confrontarsi, e quindi a prendere dimestichezza, con le discipline non giuridiche di area psicologica, sociologica e medica. Ciò può, al contempo, aiutare a superare quella tradizionale idea di “supremazia” della norma e, più in generale, della scienza giuridica rispetto alle altre discipline. Nel contesto del diritto di famiglia e delle persone, infatti, non vi è una disciplina più rilevante di altre: posto che il diritto segna la cornice giuridica di riferimento, una struttura edificata per garantire i diritti delle persone e per risolvere un conflitto solo giuridico, è pur tuttavia da considerare che una fruttuosa collaborazione fra operatori legali e non legali è la sola chiave per perseguire e realizzare la miglior scelta possibile per le parti, il provvedimento presuntivamente migliore per i minori coinvolti nel conflitto[10].

In secondo luogo, le peculiarità di costruzione della didattica clinica hanno consentito pure di trasmettere agli studenti il messaggio in considerazione del quale, quando saranno avvocati, giudici, tutori e curatori dei minori o dei soggetti adulti incapaci, essi dovranno, per un verso, cercare di rimanere sempre equilibrati e lucidi nei riguardi della situazioni in cui verranno chiamati a operare, poiché il rischio di un eccessivo coinvolgimento emotivo e, con questo, l’adozione di condotte adesive e collusive con i propri assistiti è concreto e nient’affatto remoto: essere eccessivamente coinvolti non solo non è un approccio efficace, ma evidentemente compromette l’equilibrio nelle scelte e nelle strategie difensive e processuali. Per altro verso, strettamente connesso, gli studenti sono, per la prima volta nel loro percorso formativo, messi di fronte alla complessità di comprendere i comportamenti delle parti e dei soggetti coinvolti nelle decisioni e nei procedimenti: una buona capacità empatica, che non scivoli però in atteggiamenti collusivi, senza pregiudizi di sorta, consentirà loro, a prescindere dalla professionalità che rivestiranno, di adottare le migliori scelte difensive o le migliori decisioni possibili, soprattutto quando come professionisti dovranno tentare di perseguire il miglior interesse del minore.

4. Conclusioni

Gli esiti di queste brevi riflessioni confermano gli obiettivi che inizialmente ci eravamo prefissi nella costruzione del percorso formativo della clinica legale, che ha avuto e tuttora ha un effetto largamente positivo, anche sugli studi e sulle personali ricerche di chi scrive: lo scopo principale della clinica legale è formare giuristi che non possono essere competenti solo da un punto di vista strettamente giuridico; questi hanno l’onere di essere altresì professionisti sensibili, nella giusta misura empatici, senza essere eccessivamente coinvolti sotto il profilo emotivo.

Si può dire che l’obiettivo della clinica, di là dai suoi evidenti benefici in termini di acquisizione della competenza “primaria”, sia essenzialmente quello di condurre gli operatori del diritto (attuali e potenziali) verso la consapevole necessità di essere giuristi “in ascolto”, perché gli interessi e le materie che, come professionisti, andranno a gestire sono, nell’ambito di cui si tratta in questa sede, eticamente significativi e deontologicamente peculiari nel complessivo panorama giuridico.

In questo senso, la clinica legale ha reso evidente a tutta la componente docente il nostro dovere e la nostra responsabilità non solo di garantire l’erogazione di una formazione che sia tecnicamente eccellente, ma anche di fornire gli strumenti per perseguire e garantire le istanze di giustizia sociale, che sono il fondamento e il fine del sistema giuridico e, se si può dire, a maggior ragione, dell’ambito del diritto della famiglia e dei minori.

[1] Mentre si scrive, è in via di verifica la revisione della Laurea magistrale a ciclo unico in Giurisprudenza, che prevede l’inserimento della clinica in alternativa allo stage, come attività obbligatoria in lettera E, con l’attribuzione di 6 CFU.

[2] S. Viciani, Strategie contrattuali del consenso al trattamento dei dati personali, in Riv. crit. dir. priv., 1999, p. 161.

[3] P. Ungari, Storia del diritto di famiglia in Italia (1796-1975), Il Mulino, Bologna, 2002, passim.

[4] Sulla critica alla visione biologista, F. Bilotta, Omogenitorialità, adozione e affidamento famigliare, in Dir. fam. pers., 2011, pp. 908 ss.

[5] Si consenta il rinvio ad A. Cordiano, Identità della persona e disposizioni del corpo, Aracne, Roma, 2011, pp. 235-246.

[6] Così J. Habermas, Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale, Einaudi, Torino, 2002, pp. 31 ss.

[7] I. Corti, La maternità per sostituzione, Giuffrè, Milano, 2000, passim; L. Rossi Carleo, Maternità surrogata e status del nato, in Familia, 2002, p. 377; P. Zatti, Maternità e surrogazione, in Nuova giur. civ. comm., 2000, II, p. 193.

[8] D. Messinetti, Diritti della famiglia e identità della persona, in Riv. dir. civ., 2005, p. 137.

[9] J. Long, Il diritto italiano della famiglia alla prova delle fonti internazionali, Giuffrè, Milano, 2006.

[10] Per tutti, vds. diffusamente V. Cigoli, Psicologia della separazione e del divorzio, Il Mulino, Bologna, 1998.

Fascicolo 3/2019
Editoriale
di Nello Rossi
Obiettivo 1
Magistrati oltre la crisi?
di Vincenza (Ezia) Maccora
Siamo di fronte a una magistratura frammentata, individualista e in parte anche corporativa, a un governo autonomo attraversato da una crisi profonda, a un associazionismo in preda a tensioni opposte che impediscono l’elaborazione di una efficace politica associativa. La finalità di questo obiettivo è analizzare tutto ciò da diversi angoli visuali (la legittimazione dell’interpretazione, la formazione dei magistrati, l’etica professionale, l’associazionismo, la ricostruzione di una forte identità collettiva, il processo penale) per meglio descrivere quanto si agita nel corpo della magistratura e nei suoi organi rappresentativi.
di Massimo Luciani
Il tema dell’errore di diritto nell’interpretazione delle norme giuridiche induce a interrogarsi sugli approdi e sulle aporie della dottrina della natura creativa della giurisprudenza e sulle insidie che essa nasconde per la legittimazione del giudice e della sua funzione.
di Nello Rossi
Di fronte a gravi cadute della magistratura, non bastano le risposte d’occasione e i buoni propositi. Né gli slanci generosi, ma autodistruttivi che inevitabilmente finiscono con il ritorcersi contro la parte più viva e sensibile della magistratura. Rigenerare e rinnovare l’etica professionale dei magistrati è un compito politico, volto a delineare un modello di magistrato adeguato ai tempi e capace di rispondere alle attese di una società civile esigente. Come è già avvenuto negli anni sessanta e settanta…
di Claudio Castelli
Momento fisiologico fondamentale nella crescita di qualsiasi corpo professionale, l’associazionismo, per i magistrati, unisce tratti sindacali e culturali, ed è stato determinante per la conquista e la difesa di un’indipendenza reale della giurisdizione. Il crollo generale delle ideologie ha portato a mettere sempre più al centro gli interessi a discapito dei valori, portando a forti mutazioni in un associazionismo che, oggi, vive una evidente crisi. La vicenda Palamara è, al riguardo, emblematica, ma può essere il segnale per aprire una nuova fase dell’associazionismo giudiziario.
di Mariarosaria Guglielmi
A pochi mesi dall’esplosione dello “scandalo delle nomine”, la spinta al rinnovamento espressa dalla magistratura è destinata a esaurirsi se non riuscirà a tradursi in un nuovo progetto e in una linea di azione comune nell’associazionismo e nell’autogoverno. Una prospettiva che chiama in causa la responsabilità dei gruppi e la loro capacità di rigenerarsi come strumenti di elaborazione culturale. E impegna tutta la magistratura a fare i conti con la profonda trasformazione subita in questi anni, per ricostruire intorno ai valori comuni una forte identità collettiva.
di Marco Patarnello
Per una rivista come la nostra, la giustizia penale costituisce senza dubbio uno dei centri di gravità più significativi. Essa incarna l’idea di Stato che caratterizza un Paese ed è uno degli strumenti di lettura di una società. Ci dice chi siamo e chi vorremmo essere. Indica il punto di equilibrio dei valori in gioco fra individuo e comunità.
di Marzia Barbera
L’articolo si interroga sulle ragioni per le quali nel caso italiano manca un’esperienza di strategic litigation simile al caso Brown,suggerendo che quest’assenza sia dovuta anche al nostro modello di educazione giuridica, al fatto  che – per dirla in breve – nelle nostre università il modo di insegnare e di apprendere il diritto fa sì che chi praticherà il diritto sia esposto per lo più a problemi di diritto, ma è raramente esposto a problemi di giustizia ed è difficile che si confronti con l’esistenza di chi è discriminato o vive condizioni di svantaggio e deprivazione sociale.

L’opposizione a questo modo di intendere l’educazione giuridica e, in buona sostanza, di intendere il diritto stesso, è una delle ragioni fondamentali per cui, nel corso degli ultimi dieci anni, sono nate anche in Italia le cliniche legali, le quali non sono solo un metodo alternativo di fare didattica, ma sono anche un modo alternativo di guardare al diritto. È per questo motivo che dalle cliniche legali si può sviluppare una promettente riflessione teorica (oltre che una pratica innovativa) sull’uso del diritto in funzione di strategie di cambiamento sociale.

di Alessandra Cordiano
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di Angela Della Bella
Attraverso il corso di «Clinica legale di giustizia penale», si è inteso rispondere al bisogno degli studenti di sperimentare la “law in action”, cimentandosi con la soluzione di un problema reale sotto la guida del docente e degli avvocati. Al contempo, la clinica si è rivelata uno strumento prezioso per avvicinare gli studenti a problematiche sociali, rendendoli consapevoli del ruolo del giurista all’interno della società.
di Patrizio Gonnella
Il carcere è una fabbrica fondata sui bisogni. Tra quelli più sentiti dalle persone detenute, vi è il bisogno legale, ma in carcere non è facile distinguere la sfera legale da tutte le altre. Enorme è la componente umana che – per mancanza di risorse economiche, sociali, educative, linguistiche – vive costantemente il rischio di un trattamento legale infra-murario non equo. Strutturata secondo modalità di formazione non convenzionali, la clinica legale in un carcere dovrebbe rispondere a questo bisogno, nella consapevolezza dell’iniquità del sistema penale e penitenziario.
di David B. Oppenheimer
La “Berkeley Law”, dove apprendere attraverso l’esperienza è un aspetto costitutivo della formazione universitaria, si colloca alle origini delle cliniche legali. Decine di progetti attivi, nella varietà dei percorsi di studio possibili, e la collaborazione offerta da avvocati praticanti, magistrati e docenti specializzati permettono agli studenti l’incontro con realtà di vita e soggetti i cui diritti fondamentali sono quotidianamente violati. Le “skills” si traducono, allora, non tanto (o non solo) in condizione di successo professionale, ma di prossimità del giurista al mondo conflittuale in cui è immerso. In tale prospettiva, la pratica del diritto diventa cultura.
di Enrica Rigo e Maria Rosaria Marella
Nella riflessione relativa alla crisi dell’insegnamento del diritto, le cliniche legali rappresentano un fattore di dinamismo e rinnovate passioni. Integrando ambiti di conoscenza diversi, la metodologia in esse applicata attraversa le missioni accademiche della didattica, della ricerca e del public engagement. Allo stesso tempo, esplicitando il punto di vista dell’osservatore, le cliniche legali offrono una prospettiva sul diritto fondamentale per la formazione del giurista, che si confronta con i processi della globalizzazione e del pluralismo giuridico.
di Emilio Santoro
Il successo delle cliniche legali è dovuto principalmente all’idea che esse possano connotare in modo professionalizzante i corsi di laurea in giurisprudenza. Il continuo richiamo al “diritto in azione” e l’obiettivo di contribuire alla giustizia sociale sono, invece, relegati a mito legittimante. Solo se configurate come un laboratorio in cui gli studenti imparano a usare l’immaginazione giuridica per trasformare i problemi delle persone marginalizzate in rivendicazioni da portare di fronte a un giudice, le cliniche legali possono contribuire a favorire l’accesso alla giustizia di questi soggetti.
di Alessandra Sciurba
Nel quadro dell’esperienza della «Clinica legale per i diritti umani» dell’Università di Palermo (Cledu), il contributo tratta di alcune azioni specifiche condotte nei suoi primi anni di lavoro nell’ottica della costruzione di un “modello” di intervento sistemico, per poi descriverne la necessaria rimodulazione in risposta ai veloci mutamenti politico-normativi del periodo più recente. Sarà così possibile porre in luce alcune caratteristiche dell’approccio clinico-legale nell’Italia contemporanea, e del ruolo del giurista ad esso connesso.
di Laura Scomparin
A dieci anni dal loro primo ingresso nelle università italiane, le cliniche legali rappresentano oggi una metodologia didattica in crescente espansione nei corsi di laurea in giurisprudenza. Lo scritto ripercorre le tappe di questo cammino evolutivo e le principali caratteristiche delle cliniche legali italiane alla luce dei paradigmi definitori di matrice internazionale.
di Fabio Spitaleri e Caterina Falbo
Il Dipartimento di «Scienze giuridiche, del Linguaggio, dell’Interpretazione e della Traduzione» dell’Università di Trieste ha creato due cliniche legali che presentano entrambe specificità strettamente legate alla sua struttura. Nella «Refugee Law Clinic Trieste», istituita nel 2017, gli studenti svolgono un’attività di assistenza e consulenza in favore dei richiedenti protezione internazionale presso una realtà esterna all’Ateneo; a sua volta, l’avvio di una «Transcultural Law Clinic» prevede la formazione congiunta di studenti di interpretazione e di giurisprudenza per l’assistenza linguistica in favore di persone indagate e imputate alloglotte.
di Irene Stolzi
Il contributo intende affrontare la questione del ruolo e della funzione della didattica innovativa, con riferimento sia alla missione dell’università quale istituzione vocata anzitutto alla ricerca, sia alla sua auspicata capacità di offrire una formazione (anche) professionalizzante. Tale obiettivo – si sostiene – dipende dall’utilizzo della didattica nel suo complesso quale strumento funzionale al confronto con l’importanza e la complessità del fenomeno giuridico, sempre legato a una certa visione della convivenza e, per questo, chiamato a stimolare non solo le capacità di lettura e di decifrazione dello studente, ma anche, e non meno, quelle di progettazione.
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L’ospite straniero.
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Fascicolo 1/2018
Il pubblico ministero nella giurisdizione
La responsabilità civile fra il giudice e la legge
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Le banche, poteri forti e diritti deboli
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Il multiculturalismo e le Corti
Fascicolo 4/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Il giudice e la legge
Fascicolo 3/2016
La giustizia tributaria
La riforma della magistratura onoraria
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Forme di governo,
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IL CORPO
Anatomia dei diritti
Fascicolo 1/2016
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Formazione giudiziaria:
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Unitarietà della giurisdizione
Riforma della responsabilità civile
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NUMERO MONOGRAFICO
Al centesimo catenaccio
40 anni di ordinamento penitenziario
Fascicolo 1/2015
Dialoghi sui diritti umani
I diritti fondamentali tra obblighi internazionali e Costituzione
La risoluzione amichevole dei conflitti
Schede di ordinamento giudiziario aggiornate al gennaio 2015
Il volume costituisce un'utile panoramica dei metodi di contrasto alla criminalità mafiosa e degli strumenti di prevenzione
Numero speciale di Questione Giustizia in formato digitale con atti, relazioni e dati sul sistema delle misure cautelari personali