Rivista trimestrale
Fascicolo 3/2019
Editoriale

Oltre la crisi

di Nello Rossi

Lentamente, faticosamente, non senza scontri interni, sbandamenti ideali e persistenti contraddizioni, la magistratura italiana sta lavorando per superare la vera e propria emergenza etica rivelata dalla vicenda romana delle nomine.

Sotto la guida del suo Presidente, e grazie alla sensibilità istituzionale dei suoi stessi componenti, il Consiglio superiore della magistratura ha fatto valere un metro rigoroso di misura della “responsabilità” dei suoi membri, riaffermando che essa è ben più incisiva e cogente delle ordinarie responsabilità dei magistrati.

Questa linea di condotta ha segnato una sensibile differenza dai comportamenti di altri settori della classe dirigente, spesso inclini a minimizzare le proprie colpe e cadute o a sollevare su di esse dense cortine fumogene, confidando di volta in volta nella partigianeria cieca, nella disattenzione o nella disinformazione dell’opinione pubblica.

Grazie all’adozione di un metodo severo, l’organo di governo autonomo – dopo essere stato a un passo da uno scioglimento traumatico e senza precedenti – ha potuto recuperare un minimo di serenità e proseguire il lavoro, impegnandosi a rinnovare le sue prassi di azione.

L’Associazione nazionale magistrati, dal canto suo, dopo l’indignazione e la ripulsa espressa nelle assemblee infuocate svoltesi in tutta Italia, tiene un congresso – il XXXIV della sua lunga storia – inevitabilmente “straordinario” per l’asprezza dei temi che è chiamato ad affrontare.

La stessa Scuola della magistratura ha partecipato, con gli strumenti e i metodi che le sono propri, all’impegno di ripensamento e di rigenerazione, promuovendo un’iniziativa di studio e di riflessione che ha investito la “questione giustizia” nei suoi diversi aspetti: l’ordinamento giudiziario, il sistema elettorale del Csm, il funzionamento del circuito del governo autonomo, l’efficacia e la credibilità della giurisdizione.

La magistratura sta, dunque, guardando dentro se stessa.

E deve continuare a farlo, senza indulgenze, ma con la necessaria freddezza, se vuole evitare che la crisi inneschi interne pulsioni distruttive o apra la porta a iniziative esterne miranti a mortificarla o a comprometterne la capacità di azione e di intervento.

Di entrambi questi rischi – interni istinti autolesionistici ed esterne ostilità – ci sono non poche evidenze.

Le voci di dentro

Sul primo fronte – quello delle voci di dentro – ci si misura con la svalutazione e, talora, l’aperta denigrazione del modello di associazionismo pluralistico che la magistratura italiana ha creato nel corso della sua storia e, per taluni, anche del modello costituzionale di un Consiglio superiore realmente e fedelmente rappresentativo delle diverse componenti culturali e professionali della magistratura.

A questa realtà si contrappone, a volte, l’immagine suggestiva del magistrato più indipendente e laborioso perché “solo”, a volte la prospettiva di un sindacalismo asfittico, che esaurisca il suo compito nel definire carichi di lavoro e working rules e nel contrattare le retribuzioni; a volte, infine, l’idea che l’associazionismo dei magistrati debba divorziare dal pluralismo che lo ha caratterizzato in passato per dar vita a una rappresentanza il più possibile unitaria degli interessi  istituzionali e professionali del corpo della magistratura. Con il corollario – solo nella versione critica più estrema – di un Consiglio superiore che, essendo concepito come un ufficio di gestione del personale, ben può essere composto per sorteggio, senza che ci si preoccupi della sua rappresentatività, sciocca ubbia dei Costituenti da accantonare disinvoltamente.

È, questo, un terreno sul quale non sono possibili confusioni e cedimenti.

Non sono pochi i magistrati che, avvertendo i disagi del presente, sperano di trovare sollievo semplicemente cambiando posizione.

Ma non sarà ripudiando il ruolo e la pratica dell’associazionismo – che ha reso la magistratura italiana una componente grande e vitale della vita democratica del Paese e un esempio per i giudici di altri Paesi – che i magistrati possono sperare di migliorare la propria condizione professionale e istituzionale e di salvaguardare l’assetto disegnato dalla Costituzione.

Sotto questo profilo, l’attenzione costante che questa Rivista dedica alla storia della magistratura costituisce uno dei suoi maggiori contributi alla consapevolezza del proprio ruolo e all’orientamento ideale dei magistrati, soprattutto dei più giovani.

L’analisi e la ricostruzione di ciò che la magistratura è stata ed è nelle vicende dell’Italia repubblicana mostra infatti, ad ogni passo, quanto un associazionismo vivace, colto e tutt’altro che monolitico abbia contribuito ad affermare i valori del giudiziario e a difendere da attacchi reiterati lo status di indipendenza di ciascun magistrato. E dice quanto sia sconsiderato rinnegare il valore di questa esperienza invece di impegnarsi, con tutta l’energia possibile, a rivitalizzarla in forme adeguate alle esigenze del presente.

Ci si può certo augurare che la giovane magistratura sappia rinnovare e reiventare le modalità e gli strumenti di pensiero e di azione collettiva per conformarli ai suoi peculiari bisogni, ma non che abbandoni il metodo di “pensare insieme”, imboccando una strada che porta inesorabilmente verso una interpretazione burocratica della funzione.

«Non fare nulla per sentirsi superiori a tutto»

Per quanto intellettualmente sgangherate, ignare della storia e tuttora minoritarie nel corpo della magistratura, queste “voci di dentro” hanno offerto, nella fase più acuta della crisi, una sponda consistente a chi dall’esterno è avverso all’autonomia istituzionale – ritenuta incompatibile con il predominio della politica – della nostra magistratura e giudica eccessiva l’indipendenza di giudici e pubblici ministeri.

Ne è scaturito un accresciuto vigore delle iniziative “riformatrici” miranti ai punti nevralgici dell’attuale assetto del giudiziario.

Iniziative che vanno dalla prospettiva di svisare il Consiglio, sorteggiandone i membri togati, alle proposte, da sempre ricorrenti, di separare le carriere di giudici e pubblici ministeri, di modificare il giudizio e il giudice disciplinare, di intervenire sull’obbligatorietà dell’azione penale.

Come sia possibile affrontare una fase che si preannuncia così insidiosa senza far perno su forme di impegno collettivo, di critica e di controproposta è una domanda da porre a quanti, seguendo la moda del momento, rivendicano la distanza da ogni istanza associativa o la superiorità di un sindacalismo economicistico.

«Non facevano nulla per sentirsi superiori a tutto»: questo l’ironico rimprovero che – se la memoria non mi inganna – Elena Croce muoveva alle signorine bene del suo tempo.

Non è il caso che siano dei magistrati, pochi o tanti non importa, a meritare un simile rimprovero, se non altro perché quell’ingenuo snobismo nuoceva solo a chi ne faceva una regola di vita, mentre nella vicende del giudiziario sono sempre in gioco le aspettative e i diritti dei cittadini.

I giudici e il Paese profondo

Per le ragioni sinora ricordate, questo numero della Rivista è centrato, più di altri, sui mondi della cultura giuridica e della magistratura.

La Trimestrale dedica infatti uno dei suoi due “obiettivi” alle cliniche legali – laboratori di studio e riflessione nei quali teoria e prassi, il diritto dei testi e quello della vita si fondono, dando vita a esperienze in grado di rispondere a esigenze professionali e a bisogni sociali – mentre, nell’altro obiettivo, l’attenzione è focalizzata sui temi della magistratura, seguendo un sentiero variegato, ma internamente coerente.

Un percorso che prende la mosse dalla formazione dei magistrati, con l’intervista al presidente della Scuola superiore della magistratura, Gaetano Silvestri, e prosegue con lo scritto di Massimo Luciani che, partendo da un dato apparentemente particolare – la disciplina dell’errore di diritto –, esplora problemi di teoria generale e pone importanti interrogativi sulla legittimazione dell’attività interpretativa.

A completare il quadro di una riflessione sullo stato attuale della giurisdizione e della magistratura concorrono, infine, i contributi sull’etica professionale (che non è un’immobile “Arcadia”, ma un vero e proprio “campo di battaglia”), sull’associazionismo, sullo strumento del processo penale.

Se un impegno di questa natura è stato reso urgente e indispensabile dalla crisi, la magistratura e, con essa – per la piccola parte che le compete –, questa Rivista dovranno continuare a guardare il mondo esterno con l’attenzione, la curiosità e lo stupore che generano conoscenza e comprensione.

Diciamolo con sobrietà: molto di quello che vediamo nel presente e intravediamo all’orizzonte non è confortante. Ma resta il dovere di scrutare il Paese profondo, di capire anche ciò che non si condivide, di comprendere senza essere corrivi, di difendere i principi senza spocchia e, soprattutto, senza estraniarsi dai timori e dalle ansie del nostro popolo.

Solo a questa condizione i magistrati potranno cooperare, con il loro quotidiano  lavoro, nella ricerca di soluzioni utili, praticabili, civili alle questioni che preoccupano i loro concittadini: il grumo di problemi posto dai fenomeni migratori; la sicurezza reale e percepita; le crescenti difficoltà dei lavoratori, in un contesto produttivo nel quale prima regola dell’efficienza sembra essere divenuta la riduzione degli occupati e scompare ogni idea di “ripensare” il lavoro, e così via, in un lungo elenco di nodi spinosi che tutti, in diversa maniera, toccano e coinvolgono l’operato della magistratura.

Sarà forte, e se ne avvertono i segnali, la tentazione di rinchiudersi in una nuova torre.

Non più la torre del formalismo tecnico-giuridico e dell’asserita neutralità, abitata dai giudici dell’immediato dopoguerra, ma una nuova – fatta di principi, di convenzioni internazionali, di insegnamenti giurisprudenziali e dottrinari – che è, però, destinata a essere fragile e indifesa se mancherà l’intelligenza della società, dell’economia, della politica, di “ciascuno” dei magistrati, soprattutto di quelli che operano nel merito, nella prima linea della giurisdizione.

Con una brutta parola, questo atteggiamento si chiama “autoreferenzialità”.

È stato superato in passato, quando, a partire dalla fine degli anni sessanta, una nuova generazione di magistrati ha incontrato le correnti più vitali e dinamiche della società italiana. Può essere evitato oggi, se giudici e pubblici ministeri resteranno capaci di muovere in permanenza lo sguardo dalle norme alla realtà sociale ed economica nell’interpretare e nell’applicare il diritto.

Novembre 2019

Fascicolo 3/2019
Editoriale
di Nello Rossi
Obiettivo 1
Magistrati oltre la crisi?
di Vincenza (Ezia) Maccora
Siamo di fronte a una magistratura frammentata, individualista e in parte anche corporativa, a un governo autonomo attraversato da una crisi profonda, a un associazionismo in preda a tensioni opposte che impediscono l’elaborazione di una efficace politica associativa. La finalità di questo obiettivo è analizzare tutto ciò da diversi angoli visuali (la legittimazione dell’interpretazione, la formazione dei magistrati, l’etica professionale, l’associazionismo, la ricostruzione di una forte identità collettiva, il processo penale) per meglio descrivere quanto si agita nel corpo della magistratura e nei suoi organi rappresentativi.
di Massimo Luciani
Il tema dell’errore di diritto nell’interpretazione delle norme giuridiche induce a interrogarsi sugli approdi e sulle aporie della dottrina della natura creativa della giurisprudenza e sulle insidie che essa nasconde per la legittimazione del giudice e della sua funzione.
di Nello Rossi
Di fronte a gravi cadute della magistratura, non bastano le risposte d’occasione e i buoni propositi. Né gli slanci generosi, ma autodistruttivi che inevitabilmente finiscono con il ritorcersi contro la parte più viva e sensibile della magistratura. Rigenerare e rinnovare l’etica professionale dei magistrati è un compito politico, volto a delineare un modello di magistrato adeguato ai tempi e capace di rispondere alle attese di una società civile esigente. Come è già avvenuto negli anni sessanta e settanta…
di Claudio Castelli
Momento fisiologico fondamentale nella crescita di qualsiasi corpo professionale, l’associazionismo, per i magistrati, unisce tratti sindacali e culturali, ed è stato determinante per la conquista e la difesa di un’indipendenza reale della giurisdizione. Il crollo generale delle ideologie ha portato a mettere sempre più al centro gli interessi a discapito dei valori, portando a forti mutazioni in un associazionismo che, oggi, vive una evidente crisi. La vicenda Palamara è, al riguardo, emblematica, ma può essere il segnale per aprire una nuova fase dell’associazionismo giudiziario.
di Mariarosaria Guglielmi
A pochi mesi dall’esplosione dello “scandalo delle nomine”, la spinta al rinnovamento espressa dalla magistratura è destinata a esaurirsi se non riuscirà a tradursi in un nuovo progetto e in una linea di azione comune nell’associazionismo e nell’autogoverno. Una prospettiva che chiama in causa la responsabilità dei gruppi e la loro capacità di rigenerarsi come strumenti di elaborazione culturale. E impegna tutta la magistratura a fare i conti con la profonda trasformazione subita in questi anni, per ricostruire intorno ai valori comuni una forte identità collettiva.
di Marco Patarnello
Per una rivista come la nostra, la giustizia penale costituisce senza dubbio uno dei centri di gravità più significativi. Essa incarna l’idea di Stato che caratterizza un Paese ed è uno degli strumenti di lettura di una società. Ci dice chi siamo e chi vorremmo essere. Indica il punto di equilibrio dei valori in gioco fra individuo e comunità.
di Marzia Barbera
L’articolo si interroga sulle ragioni per le quali nel caso italiano manca un’esperienza di strategic litigation simile al caso Brown,suggerendo che quest’assenza sia dovuta anche al nostro modello di educazione giuridica, al fatto  che – per dirla in breve – nelle nostre università il modo di insegnare e di apprendere il diritto fa sì che chi praticherà il diritto sia esposto per lo più a problemi di diritto, ma è raramente esposto a problemi di giustizia ed è difficile che si confronti con l’esistenza di chi è discriminato o vive condizioni di svantaggio e deprivazione sociale.

L’opposizione a questo modo di intendere l’educazione giuridica e, in buona sostanza, di intendere il diritto stesso, è una delle ragioni fondamentali per cui, nel corso degli ultimi dieci anni, sono nate anche in Italia le cliniche legali, le quali non sono solo un metodo alternativo di fare didattica, ma sono anche un modo alternativo di guardare al diritto. È per questo motivo che dalle cliniche legali si può sviluppare una promettente riflessione teorica (oltre che una pratica innovativa) sull’uso del diritto in funzione di strategie di cambiamento sociale.

di Alessandra Cordiano
Il lavoro è teso a illustrare i profili organizzativi della Clinica legale attiva presso il Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università di Verona, in materia di diritto delle persone, della famiglia e dei minori. Dall’esplicitazione degli scopi e delle modalità concrete, connesse alla costruzione di un percorso didattico atipico, si giunge a elaborare l’esperienza didattica attraverso una riflessione teorica, in termini di categorie dogmatiche coinvolte e di conseguenze epistemologiche interessate.
di Angela Della Bella
Attraverso il corso di «Clinica legale di giustizia penale», si è inteso rispondere al bisogno degli studenti di sperimentare la “law in action”, cimentandosi con la soluzione di un problema reale sotto la guida del docente e degli avvocati. Al contempo, la clinica si è rivelata uno strumento prezioso per avvicinare gli studenti a problematiche sociali, rendendoli consapevoli del ruolo del giurista all’interno della società.
di Patrizio Gonnella
Il carcere è una fabbrica fondata sui bisogni. Tra quelli più sentiti dalle persone detenute, vi è il bisogno legale, ma in carcere non è facile distinguere la sfera legale da tutte le altre. Enorme è la componente umana che – per mancanza di risorse economiche, sociali, educative, linguistiche – vive costantemente il rischio di un trattamento legale infra-murario non equo. Strutturata secondo modalità di formazione non convenzionali, la clinica legale in un carcere dovrebbe rispondere a questo bisogno, nella consapevolezza dell’iniquità del sistema penale e penitenziario.
di David B. Oppenheimer
La “Berkeley Law”, dove apprendere attraverso l’esperienza è un aspetto costitutivo della formazione universitaria, si colloca alle origini delle cliniche legali. Decine di progetti attivi, nella varietà dei percorsi di studio possibili, e la collaborazione offerta da avvocati praticanti, magistrati e docenti specializzati permettono agli studenti l’incontro con realtà di vita e soggetti i cui diritti fondamentali sono quotidianamente violati. Le “skills” si traducono, allora, non tanto (o non solo) in condizione di successo professionale, ma di prossimità del giurista al mondo conflittuale in cui è immerso. In tale prospettiva, la pratica del diritto diventa cultura.
di Enrica Rigo e Maria Rosaria Marella
Nella riflessione relativa alla crisi dell’insegnamento del diritto, le cliniche legali rappresentano un fattore di dinamismo e rinnovate passioni. Integrando ambiti di conoscenza diversi, la metodologia in esse applicata attraversa le missioni accademiche della didattica, della ricerca e del public engagement. Allo stesso tempo, esplicitando il punto di vista dell’osservatore, le cliniche legali offrono una prospettiva sul diritto fondamentale per la formazione del giurista, che si confronta con i processi della globalizzazione e del pluralismo giuridico.
di Emilio Santoro
Il successo delle cliniche legali è dovuto principalmente all’idea che esse possano connotare in modo professionalizzante i corsi di laurea in giurisprudenza. Il continuo richiamo al “diritto in azione” e l’obiettivo di contribuire alla giustizia sociale sono, invece, relegati a mito legittimante. Solo se configurate come un laboratorio in cui gli studenti imparano a usare l’immaginazione giuridica per trasformare i problemi delle persone marginalizzate in rivendicazioni da portare di fronte a un giudice, le cliniche legali possono contribuire a favorire l’accesso alla giustizia di questi soggetti.
di Alessandra Sciurba
Nel quadro dell’esperienza della «Clinica legale per i diritti umani» dell’Università di Palermo (Cledu), il contributo tratta di alcune azioni specifiche condotte nei suoi primi anni di lavoro nell’ottica della costruzione di un “modello” di intervento sistemico, per poi descriverne la necessaria rimodulazione in risposta ai veloci mutamenti politico-normativi del periodo più recente. Sarà così possibile porre in luce alcune caratteristiche dell’approccio clinico-legale nell’Italia contemporanea, e del ruolo del giurista ad esso connesso.
di Laura Scomparin
A dieci anni dal loro primo ingresso nelle università italiane, le cliniche legali rappresentano oggi una metodologia didattica in crescente espansione nei corsi di laurea in giurisprudenza. Lo scritto ripercorre le tappe di questo cammino evolutivo e le principali caratteristiche delle cliniche legali italiane alla luce dei paradigmi definitori di matrice internazionale.
di Fabio Spitaleri e Caterina Falbo
Il Dipartimento di «Scienze giuridiche, del Linguaggio, dell’Interpretazione e della Traduzione» dell’Università di Trieste ha creato due cliniche legali che presentano entrambe specificità strettamente legate alla sua struttura. Nella «Refugee Law Clinic Trieste», istituita nel 2017, gli studenti svolgono un’attività di assistenza e consulenza in favore dei richiedenti protezione internazionale presso una realtà esterna all’Ateneo; a sua volta, l’avvio di una «Transcultural Law Clinic» prevede la formazione congiunta di studenti di interpretazione e di giurisprudenza per l’assistenza linguistica in favore di persone indagate e imputate alloglotte.
di Irene Stolzi
Il contributo intende affrontare la questione del ruolo e della funzione della didattica innovativa, con riferimento sia alla missione dell’università quale istituzione vocata anzitutto alla ricerca, sia alla sua auspicata capacità di offrire una formazione (anche) professionalizzante. Tale obiettivo – si sostiene – dipende dall’utilizzo della didattica nel suo complesso quale strumento funzionale al confronto con l’importanza e la complessità del fenomeno giuridico, sempre legato a una certa visione della convivenza e, per questo, chiamato a stimolare non solo le capacità di lettura e di decifrazione dello studente, ma anche, e non meno, quelle di progettazione.
ARCHIVIO
Fascicolo 4/2019
Il valore del lavoro
Fascicolo 3/2019
Magistrati oltre la crisi?
Le cliniche legali
Fascicolo 2/2019
Famiglie e Individui. Il singolo nel nucleo
Il codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza: idee e istituti
Fascicolo 1/2019
Populismo e diritto
Fascicolo 4/2018
Una giustizia (im)prevedibile?
Il dovere della comunicazione
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Giustizia e disabilità
La riforma spezzata.
Come cambia l’ordinamento penitenziario
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L’ospite straniero.
La protezione internazionale nel sistema multilivello di tutela dei diritti fondamentali
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Le banche, poteri forti e diritti deboli
Fascicolo 2/2017
Le nuove disuguaglianze
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Dedicato a Stefano Rodotà
Fascicolo 1/2017
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La giustizia tributaria
La riforma della magistratura onoraria
Fascicolo 2/2016
VERSO IL REFERENDUM COSTITUZIONALE
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Formazione giudiziaria:
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Associazionismo giudiziario
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Il diritto del lavoro alla prova del Jobs Act
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Al centesimo catenaccio
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Fascicolo 1/2015
Dialoghi sui diritti umani
I diritti fondamentali tra obblighi internazionali e Costituzione
La risoluzione amichevole dei conflitti
Schede di ordinamento giudiziario aggiornate al gennaio 2015
Il volume costituisce un'utile panoramica dei metodi di contrasto alla criminalità mafiosa e degli strumenti di prevenzione
Numero speciale di Questione Giustizia in formato digitale con atti, relazioni e dati sul sistema delle misure cautelari personali