home search menu
L'insostenibile pesantezza dell'inquisitorio
Magistratura e società
L'insostenibile pesantezza dell'inquisitorio
di Luca Semeraro
Giudice presso il Tribunale di Perugia
Recensione al volume “Processo mediatico e processo penale. Per un'analisi critica dei casi più discussi. Da Cogne a Garlasco” a cura di Carlotta Conti (Giuffrè Editore, 2016)
L'insostenibile pesantezza dell'inquisitorio

Un sussulto ti viene già leggendo nella seconda pagina la prima critica, che è anche la tesi di fondo del libro.

Partendo dall’analisi di casi giudiziari che hanno avuto un grande risalto mediatico, si individua “… sebbene all’inizio del nuovo Millennio si collochi quel robusto spartiacque ravvisabile nella sentenza Franzese in tema di accertamento del rapporto di causalità … una netta spaccatura – assimilabile ad un vero e proprio scontro ideologico – tra due metodi conoscitivi nettamente divaricati tra loro …”.

Da un lato, l’approccio moderno, che nella raccolta e nella valutazione delle prove applica “… il tentativo di smentita ed il criterio del ragionevole dubbio …”; dall’altro, resiste “… un orientamento sensibile alla cd. convergenza del molteplice, talora riconosciuta ex professo come un metodo accertativo ancora meritevole di applicazione, talaltra applicata in via di fatto, a dispetto di un ossequio formale all’approccio alternativo moderno”[1].

Questo scontro ideologico è concretamente dimostrato attraverso l’analisi delle decisioni dei giudici sull’ammissione e valutazione della prova e, soprattutto, sui criteri di giudizio. Gli esiti opposti delle decisioni di primo e secondo grado nei processi esaminati sono la manifestazione concreta più evidente di questa spaccatura, dello “scontro ideologico”.

La spaccatura si traduce in interpretazioni antitetiche sulla prova indiziaria, sul diritto delle parti all’accesso alla prova, sul diritto delle parti alla perizia, nel caso conflitti irrisolti sulle questioni scientifiche; sulla parte su cui ricade l’onere della prova della correttezza delle modalità di repertazione ed all’assenza di contaminazione dei reperti mediante il rispetto delle best practices.

L’adesione all’approccio moderno determina un’interpretazione del tutto diversa dell’antico brocardo iudex peritus peritorum, fino al suo superamento[2], ed un differente approccio alla prova scientifica. 

Lo scontro ideologico si fa ancora più evidente quanto ai criteri di giudizio, laddove, con “la scienza del dubbio”, “non conta che l’ipotesi accusatoria risulti probabile: occorre che si tratti dell’unica ipotesi formulabile in relazione a quell’accadimento alla luce della scienza, della logica e dell’esperienza in ogni suo tassello e nel suo complesso”[3].

L’adesione, consapevole che sia, all’orientamento sensibile alla cd. convergenza del molteplice, al “più probabile che no”, fa si che in una sentenza di condanna si affermi “… per trentanove volte che è probabile che sia avvenuto un determinato fatto, e ciò a conclusione del singolo ragionamento indiziario; per 39 volte si è concluso che è probabile che Sollecito ed Amanda avessero compiuto l’omicidio”[4].

O, ancora, che si inseriscano ricostruzioni personali degli avvenimenti[5].  

Altri interessantissimi spunti emergono dalle riflessioni degli autori sul processo mediatico, dominato, per lo più dagli atti delle indagini preliminari: l’accesso diretto e parallelo agli atti procedimentali e processuali, la loro riproposizione mediatica al di fuori delle regole del processo – si pensi a quelle relative alla inutilizzabilità ed ai criteri di ammissibilità e di valutazione della prova scientifica – genera un pre-giudizio nell’opinione pubblica, che può formarsi fin dalle indagini preliminari, che poi resiste anche agli esiti assolutori[6].

Se la pubblicità del processo è nata quale “fondamentale garanzia di un processo giusto” affinché l’opinione pubblica “potesse controllare il processo ed i giudici”, quale “antitesi alla segretezza del processo inquisitorio”, oggi però “l’opinione pubblica non vuole solo essere informata: vuole giudicare”[7].

Quello mediatico è un processo nel quale “non viene rispettata la presunzione di innocenza, né il diritto di difesa, né il principio del contraddittorio …” ed ha pertanto una “natura squisitamente inquisitoria”[8].

“E non esiste il ragionevole dubbio: o si è innocentisti o si è colpevolisti”[9].

Lo scontro culturale è, a mio parere, la manifestazione della lentezza con cui la magistratura ha metabolizzato il “nuovo” processo penale e, soprattutto la costituzionalizzazione del principio del contraddittorio: sono i postumi dell’inquisitorio, duri a morire[10].

Ed è significativo notare che la tesi della convergenza del molteplice ed il processo mediatico hanno in comune la matrice inquisitoria[11]: una cultura dunque che resiste, con gli esiti ben descritti nel libro.

Lo scontro culturale denunciato è anche il termometro di quella che si potrebbe definire “l’indipendenza del giudice dalle indagini preliminari”.

Ed involge, inevitabilmente, il p.m.: più alta e convinta è l’adesione del p.m. all’approccio moderno, fondato sul principio del contraddittorio e sul criterio del ragionevole dubbio, più forte sarà la sua capacità di direzione delle indagini e la sua autonomia nel rapporto con la polizia giudiziaria, la sua cultura della prova. In una parola il suo inserimento nella cultura della giurisdizione.

Dunque, gli autori del libro ci esortano a superare questo scontro culturale per una scelta definitiva verso l’approccio moderno; è come se dovessimo espellere da noi le scorie dell’inquisitorio. Così, alla fine del processo, vi sarà un colpevole od un innocente. Non un colpevole che l’ha fatta franca.

*In copertina un fotogramma tratto da Il Mostro, episodio de I Mostri di Dino Risi (1963)



[1] C. Conti, La verità processuale nell’era “post Franzese”: rappresentazioni mediatiche e scienza del dubbio.

[2] Cfr. P. Tonini e D. Signori, Il caso Meredith Kercher; si veda in particolare pag. 141 e l’analisi della sentenza della Corte di Cassazione del 7 settembre 2015.

[3] C. Conti, pp. 20 e 21.

[4] Cfr. P. Tonini e D. Signori, Il caso Meredith Kercher, p. 142.

[5] Cfr. ancora pp. 154 e ss. Nelle quali si riportano le argomentazioni delle sentenze perugine di primo grado e di appello sul coltello rinvenuto nell’abitazione di R. Sollecito.

Ancora Paolo Tonini, pag. 178: “… nella concezione tradizionale si attribuiva al giudice la finalità di raggiungere la certezza su come si era svolto il fatto storico basandosi senz’altro sulle prove, ma non disdegnando ricostruzioni personali degli avvenimenti. Compito del giudice era quello di accertare la verità e di ricostruire l’accadimento delittuoso a prescindere dall’individuazione della parte sulla quale ricadeva l’onere della prova.

Nel nuovo processo accusatorio il giudice non ha il compito sovrumano di accertare la verità del fatto storico. A lui spetta soltanto di valutare se, rispetto a ciascun elemento del reato, l’accusa ha adempiuto all’onere della prova al di là di ogni ragionevole dubbio”.

[6] Cfr. C. Conti, pp. 7-9. Ancora a pag. 10: “È noto, infatti, che il processo mediatico non conosce l’inutilizzabilità degli atti processuali, né rispetta il principio del contraddittorio”.

[7] Così F. M. Iacoviello, Conclusioni. Il processo senza verità, p. 220.

[8] Ancora C. Conti, pagine 10 e 11.

[9] Così F. M. Iacoviello, pag. 221.

[10] Afferma P. Tonini a pag.151: “Fino a che il giudice italiano conserverà tra gli “arnesi del mestiere” questi vecchi idoli probatori – quali il principio del giudice peritus peritorum, la non osservanza del protocolli sulla prova genetica, l’indifferenza verso la catena di custodia, o la teoria della convergenza del molteplice –, fino a che la giurisprudenza della cassazione manterrà questi obsoleti relitti del sistema inquisitorio e della vecchia scienza, fino ad allora resterà in agguato il rischio di incorrere in un errore giudiziario ed i processi avranno, come nel caso di Perugia, una durata non ragionevole. La sentenza dello scorso settembre, se letta con attenzione, è idonea a provocare una svolta salutare, un vero e proprio “crepuscolo degli idoli”.

[11] Sui possibili effetti del processo mediatico cfr. F. M. Iacoviello, Conclusioni. Il processo senza verità, p. 220.

4 marzo 2017
Se ti piace questo articolo e trovi interessante la nostra rivista, iscriviti alla newsletter per ricevere gli aggiornamenti sulle nuove pubblicazioni.
Processi e informazione. Orlando: «Prima la bonifica dei provvedimenti e solo dopo accesso aperto anche ai giornalisti»
Processi e informazione. Orlando: «Prima la bonifica dei provvedimenti e solo dopo accesso aperto anche ai giornalisti»
di Donatella Stasio
A colloquio con il ministro della Giustizia, contrario a recepire la proposta Pignatone-Cantone-Malavenda contro il “mercato nero” della notizia prima che tra i magistrati si sia radicata una cultura di «adeguatezza della motivazione» dei provvedimenti. Sulle intercettazioni non verrà nominata una Commissione ministeriale
25 luglio 2017
Intercettazioni (e non solo): la sfida dell’accesso diretto dei giornalisti agli atti depositati non più segreti
Intercettazioni (e non solo): la sfida dell’accesso diretto dei giornalisti agli atti depositati non più segreti
di Donatella Stasio
Fin dal 2015 il procuratore della Repubblica di Roma Giuseppe Pignatone ha rilanciato la modifica legislativa, che ora il ministro Orlando può realizzare dando attuazione alla delega sugli ascolti. Ampia condivisione tra i magistrati
6 luglio 2017
L'istituto dell'avocazione: prassi applicative e questioni aperte*
L'istituto dell'avocazione: prassi applicative e questioni aperte*
di Ciro Angelillis
1. Premessa - 2. Evoluzione normativa dell’istituto dell’avocazione - 3. Attuali prassi applicative: 3.1. Facoltatività dell’avocazione; 3.2. Avocazione e funzione di vigilanza del Procuratore generale presso la Corte di Appello; 3.3. La cd. avocazione facoltativa: problematiche e prassi applicative; 3.4. La cd. avocazione obbligatoria: il problema dei flussi informativi; 3.5. La gestione informatizzata dei dati; 3.6. I modelli organizzativi - 4. Il dato statistico
13 giugno 2017
Zuccaro e le Ong, quell’insostenibile <i>deficit</i> di cultura della comunicazione
Zuccaro e le Ong, quell’insostenibile deficit di cultura della comunicazione
di Donatella Stasio
La cronaca conferma che la Giustizia ha un problema di comunicazione, anche se soltanto il 13,8% dei magistrati ne ha consapevolezza. Csm e Scuola devono colmare questa lacuna culturale, che si ritorce contro la trasparenza e la credibilità dell’istituzione
3 maggio 2017
Coscienza costituzionale, garantismo e strategia dei diritti 
nella modernità del pensiero di Adolfo Gatti
Coscienza costituzionale, garantismo e strategia dei diritti nella modernità del pensiero di Adolfo Gatti
di Antonio Gialanella
Riflessioni sul libro “Scritti dell’avvocato Adolfo Gatti”, a cura di Giovanna Corrias Lucente. Prefazioni di Paola Severino e Giovanna Corrias Lucente (Aracne editrice)
8 aprile 2017
Giustizia e comunicazione
Giustizia e comunicazione
di Donatella Stasio
Esiste anche una “contaminazione positiva” tra magistratura e media o, se si preferisce, tra giustizia e comunicazione. Una contaminazione “necessaria” e “doverosa”, perché la giustizia – per come spesso viene rappresentata e per come si rappresenta – non suscita nell’opinione pubblica quel sentimento di fiducia, che è un bene vitale per una democrazia moderna, al di là delle critiche che ad essa si possono muovere come potere, come servizio, come funzione
22 febbraio 2017
Nuovi scenari del “dominio” @giustizia.it
Ammissibilità di un'istanza de libertate trasmessa a mezzo pec
Il tormentato avvio delle notifiche telematiche nel processo penale
di Luigi Petrucci
Prime soluzioni al sistema delle notifiche telematiche ai difensori nel sistema penale
30 gennaio 2015
Verso il Processo Penale Telematico
di Luigi Petrucci
Il contesto normativo degli applicativi in vista del PPT
5 dicembre 2014
Newsletter


Fascicolo 2/2017
Le nuove disuguaglianze
Beni comuni

Dedicato a Stefano Rodotà
Magistratura e società
Sandro Margara, il carcere speciale e l'ergastolo*
Sandro Margara, il carcere speciale e l'ergastolo*
di Beniamino Deidda
Più passa il tempo che ci separa dalla scomparsa di Sandro Margara (un anno, ormai), più diventa urgente la necessità di testimoniare la sua idea della giustizia e del lavoro di magistrato, la sua immaginazione, il suo coraggio. Per Qg non c’è modo migliore di ricordarlo che lasciare la parola a un compagno e amico storico di Sandro, di Magistratura democratica, di questa Rivista: Beniamino Deidda. Le poche righe introduttive che state leggendo, questa volta, non anticipano nulla del brano. Ogni lettore potrà trovarvi quel che più lo interessa o lo appassiona: un pezzo della storia di Magistratura democratica, l’invenzione del “magistrato di sorveglianza”, la passione per la Costituzione e per gli uomini, la capacità di abbassare lo sguardo sui più disgraziati. Buona lettura
29 luglio 2017
Sulla natura (e sulla difficoltà) dei temi del concorso in magistratura
Sulla natura (e sulla difficoltà) dei temi del concorso in magistratura
di Daniele Mercadante
In merito ai temi dell’ultimo concorso in magistratura si prende atto di un nuovo indirizzo volto a concepire tracce meno specialistiche e si esprimono alcuni dubbi su questa tendenza
27 luglio 2017
W l'Inghilterra
W l'Inghilterra
di Andrea Venegoni
Riflessioni tra ricordi personali e scenari generali ad un anno dal referendum sulla Brexit
26 luglio 2017
Il “trattenimento” del migrante irregolare nei «punti di crisi» <i>ex</i> art. 10-<i>ter</i> d.lgs n. 286 del 1998 nel prisma della convenzione europea
Il “trattenimento” del migrante irregolare nei «punti di crisi» ex art. 10-ter d.lgs n. 286 del 1998 nel prisma della convenzione europea
di Fabio Cassibba
Pubblichiamo il testo della relazione svolta al convegno Ripensare le migrazioni forzate. Teorie, prassi, linguaggi e rappresentazioni, organizzato da Escapes – Laboratorio di studi critici sulle migrazioni forzate (Parma, 8-9 giugno 2017)
24 luglio 2017
Conciliare e risarcire non sono la stessa cosa. Notarella in margine ad un convegno di Villa Vigoni
“Quattro anni a Palazzo dei Marescialli. Idee eretiche sul Consiglio Superiore della Magistratura”