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Osservatorio internazionale / giustizia internazionale
L'ultimo conflitto israelo-palestinese e l'indipendenza della International Criminal Court
di Filippo Aragona
giudice del Tribunale di Reggio Calabria
La corte penale internazionale alla prova del conflitto israelo palestinese
L'ultimo conflitto israelo-palestinese e l'indipendenza della International Criminal Court

La scorsa estate la comunità internazionale ha assistito a nuovi violenti scontri tra israeliani e palestinesi. Il conflitto, durato 50 giorni (dall’8 luglio al 26 agosto), ha visto l’uccisione di 2192 palestinesi (dei quali 1523 civili, inclusi ben 519 bambini), nonché la distruzione di 18.000 abitazioni nella Striscia di Gaza(in cui vivevano 108.000 persone), a causa dei ripetuti attacchi aerei israeliani nell’ambito dell’operazione militare denominata Operation Protective Edge. I caduti israeliani, causati da lanci indiscriminati di missili e colpi di mortaio da parte dei palestinesi, sono stati 72, dei quali 66 soldati e 6 civili (incluso un bambino).

Nonostante la richiesta della Bar Human Rights Committee rivolta al Prosecutor Office della International Criminal Court (ICC) affinché fosse avviata una investigation sui fatti accaduti a Gaza, per verificare se essi potessero configurare crimini di guerra o contro l’umanità, l’ICC non ha adottato alcuna iniziativa.

Nell’acceso dibattito che si è sviluppato sulla stampa internazionale è stato messo in evidenza, quale nodo centrale della vicenda, il problema della reale indipendenza della ICC, in quanto in tale circostanza la Corte penale internazionale è stata ritenuta da molti particolarmente sensibile alle pressioni provenienti da Stati influenti sullo scacchiere mondiale interessati ad evitare l’avvio di un procedimento davanti a quella Corte.

La questione posta all’attenzione dell’opinione pubblica è stata quella della mancata attivazione da parte del Prosecutor Office della ICC di un’indagine sulle gravi violazioni della humanitarian law, costituenti crimini under the international criminal law, nonostante molti opinionisti e studiosi di diritto internazionale avessero ritenuto che vi fossero i presupposti richiesti dallo Statuto dell’ICC per l’esercizio dei poteri inquirenti sui fatti di Gaza.

Al fine di comprendere meglio la vicenda occorre però illustrare brevemente le norme di diritto internazionale che delimitano la giurisdizione dell’ICC.

L’articolo 12 dello Statuto dell’ICC stabilisce che quest’ultima può esercitare le proprie funzioni in tre casi: a) nelle situazioni in cui un crimine internazionale è commesso nel territorio di uno Stato aderente al Trattato istitutivo dell’ICC oppure di uno Stato che ne abbia accettato espressamente la giurisdizione (indipendentemente dalla nazionalità degli autori del crimine); b) nei casi in cui il crimine è commesso da un cittadino di uno Stato aderente all’ICC oppure di uno Stato che ne abbia accettato espressamente la giurisdizione (indipendentemente dal luogo in cui il crimine è stato perpetrato); c) nelle situazioni in cui l’UN Security Council, sulla base del Capitolo VII del Trattato dell’ONU, abbia denunciato un crimine internazionale al Prosecutor Office dell’ICC (indipendentemente dal fatto se il crimine sia stato commesso da un cittadino di uno Stato aderente all’ICC o nel territorio di uno Stato aderente all’ICC).

Quest’ultima ipotesi si è verificata in relazione al conflitto avvenuto negli anni 2003/2006 in Darfur (Sudan) tra il Sudanese Liberation Movement Army e le forze governative, a causa del quale sono rimaste uccise 400.000 persone. In quell’occasione i procedimenti penali davanti all’ICC sono stati avviati sulla base della Risoluzione dell’UN Security Council n. 1593 del 2005.

Per quel che concerne la vicenda israelo-palestinese, è stato fatto notare, innanzitutto, che Israele non ha aderito al Trattato istitutivo dell’ICC (così come non vi hanno aderito gli Stati Uniti, la Russia, la Cina e l’India), mentre la Palestina aveva espressamente accettato la giurisdizione dell’ICC mediante una dichiarazione pronunciata nel 2009 (a seguito dell’ennesimo conflitto con Israele). Tuttavia, considerato che all’epoca la Palestina non era riconosciuta come Stato dalla comunità internazionale (era considerata dall’Assemblea Generale dell’ONU solamente un observer entity), l’ICC ha sempre ritenuto non sufficiente tale dichiarazione per poter esercitare i propri poteri.

Lo scorso settembre la Palestina, ormai divenuta assimilabile a un’entità statale, secondo i parametri del Trattato istitutivo dell’ONU, a seguito del riconoscimento nel novembre 2012 dello status di non member observer state da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU, ha chiesto l’avvio di una investigation sui fatti accaduti la scorsa estate (accettando il rischio di vedere incriminati i propri rappresentanti), senza però chiedere l’adesione all’ICC, né reiterare la dichiarazione di accettazione della giurisdizione dell’ICC, ritenendo sufficiente la dichiarazione resa nel 2009 e considerando retroattiva la sua qualificazione di non member observer state dell’ONU del 2012.

Proprio su quest’ultimo punto si sono concentrati vivaci scambi di opinioni sulla stampa internazionale, in quanto, secondo alcuni international lawyers e alcuni scholars esperti di diritto internazionale (tra i quali John Dugard, Professor of international law at the University of Leiden, Netherlands), la dichiarazione del 2009 e il successivo riconoscimento dello Stato palestinese da parte dell’ONU nel 2012 avrebbero potuto costituire sufficienti presupposti per consentire all’ICC di esercitare i propri poteri investigativi sui fatti accaduti a Gaza nel 2014. Tale tesi si fonda prevalentemente sulla natura ricognitiva anziché costitutiva della decisione dell’ONU del 2012, con la conseguenza che la Palestina avrebbe dovuto essere considerata uno Stato già dal 2009 (quando aveva accettato la giurisdizione dell’ICC).

Secondo la tesi opposta (sostenuta principalmente da Joshua Rozemberg, uno dei più noti avvocati britannici e giornalista di fama internazionale, Luis Moreno Ocampo, Chief Prosecutor presso l’ICC all’epoca della dichiarazione palestinese del 2009 e Fatou Bensouda, attuale Chief Prosecutor presso l’ICC), affinché venisse esercitata la giurisdizione dell’ICC nel caso specifico non avrebbe potuto essere considerato sufficiente lo status di non member observer state attribuito alla Palestina dalle UN nel 2012 (analogo status,tra l’altro, è stato riconosciuto alla Palestina dall’Assemblea degli Stati membri dell’ICC l’8 dicembre 2014), ma la Palestina avrebbe dovuto avanzare una nuova dichiarazione di accettazione della giurisdizione dell’ICC oppure una richiesta di adesione allo Statuto dell’ICC (in alternativa a una denuncia formale dei fatti da parte dell’UN Security Council, che, però, non è mai stata effettuata, per evidenti ragioni di politica internazionale).

La posizione di Fatou Bensouda è stata esposta da quest’ultima in un articolo pubblicato sul Guardian il 29 agosto 2014 (Fatou Bensouda: the truth about the ICC and Gaza), in cui il Chief Prosecutor ha voluto evidenziare le ragioni giuridiche sottese alla sua decisione di non avviare indagini sui fatti di Gaza della scorsa estate, respingendo le accuse di mancanza di indipendenza del suo Office, secondo le quali l’ICC si sarebbe mostrata sensibile alle pressioni politiche provenienti da Israele e dagli USA affinché non venisse avviata una investigation.

Tali accuse erano state mosse in un precedente articolo pubblicato sul Guardian il 18 agosto 2014 (Hague Court under western pressure not to open Gaza war crimes inquiry, a firma di Julian Borger, diplomatic editor della testata giornalistica), in cui era stato sottolineato il pericolo che le scelte del Chief Prosecutor dell’ICC fossero state influenzate dall’esterno. In particolare, il giornalista aveva scritto che David Bosco, Assistant Professor of international politics at American University, autore del libro dal titolo “Rough Justice: the International Criminal Court in a World of Power Politics”, aveva segnalato alcuni incontri irrituali tra esponenti del Governo israeliano e Luis Moreno Ocampo (Chief Prosecutor dell’ICC dalla nascita della Corte fino al 2012), durante i quali sarebbero state esercitate pressioni per evitare che venissero avviate indagini nei confronti di Israele. Inoltre, era stato riportato che John Dugard (Professor of international law at the University of Leiden, Netherlands) e Gilles Devers (French lawyer che difende da anni la causa dei Palestinesi) avevano lamentato pressioni da parte degli USA e di alcuni Paesi europei su Fatou Bensouda e sulle fazioni di Fatah e di Hamas per impedire che la prima esercitasse i propri poteri inquirenti e i secondi si accordassero affinché la Palestina avanzasse una nuova dichiarazione di accettazione della giurisdizione dell’ICC.

Se la mancata attivazioni di indagini sulle azioni dei militari israeliani e dei gruppi armati palestinesi fosse stata realmente il risultato di pressioni politiche anziché di libere e indipendenti valutazioni tecnico-giuridiche, occorrerebbe porsi seriamente il problema del futuro dell’ICC e della sua capacità di esercitare le funzioni in situazioni in cui Paesi politicamente ed economicamente forti si siano resi responsabili di gravi violazioni dei diritti umani quale conseguenza di crimini internazionali, soprattutto alla luce delle reiterate proteste di alcuni membri dell’African Union, secondo i quali non è accettabile che i procedimenti finora avviati dall’ICC riguardino solo Stati africani, nonostante continue e numerose violazioni dell’international criminal law da parte di Paesi di altri continenti (basti pensare alla tortura praticata in ben 150 Stati, secondo una valutazione di Eric Posner, Professor at the University of Chicago Law School, che ha approfondito la tematica della tutela dei diritti umani in un interessantissimo articolo, dal titolo The case against human rights, pubblicato sul Guardian il 4 dicembre 2014, oppure alla tortura utilizzata nelle c.d. extraordinary rendition quale metodo di contrasto al terrorismo internazionale, denunciata pubblicamente dalla Commissione Intelligence del Senato statunitense con il report sull’operato della CIA divulgato il 9 dicembre 2014).

In attesa della definizione della questione sulla giurisdizione dell’ICC, lo scorso ottobre The UN Human Rights Committee ha chiesto formalmente allo Stato di Israele di svolgere una imparziale investigazione sui fatti di Gaza della scorsa estate, specificando che l’indagine deve riguardare anche l’espansione degli insediamenti israeliani nell’area del West Bank e la connessa confisca delle terre dei palestinesi (al riguardo, si sottolinea che, secondo l’articolo 8 dello Statuto dell’ICC, costituisce un crimine di guerra il fatto che una potenza occupante consenta il trasferimento di parte della propria popolazione nei territori occupati, costringendo gli abitanti di questi ultimi ad emigrare).

Analoga richiesta è stata avanzata da Amnesty International, sul cui sito istituzionale è possibile leggere un approfondito report sulla questione finora esaminata, in cui è stato messo in luce, tra l’altro, che Israele da molti anni non consente agli observers di tale organizzazione di accedere nella Striscia di Gaza.

Nei giorni scorsi, infine, la vicenda sopra illustrata sembra aver trovato una composizione definitiva, grazie alla coraggiosa decisione dello Stato palestinese di accettare la giurisdizione dell’ICC con una dichiarazione del 31 dicembre 2014, formulata in base al citato articolo 12 dello Statuto dell’ICC, con la quale Mahmoud Abbas, Presidente dello Stato di Palestina, ha formalmente riconosciuto la giurisdizione penale internazionale dell’ICC per l’accertamento dei crimini commessi nei “territori palestinesi occupati” sin dal mese di giugno 2014. Tale dichiarazione è stata accettata dall’ICC il 7 gennaio scorso e trasmessa al Prosecutor per le decisioni di competenza in ordine all’avvio di una investigazione sui fatti di Gaza della scorsa estate.

Il Presidente dello Stato di Palestina ha parallelamente avanzato, tramite l’UN Secretary General, Ban Ki-moon (depositario dello Statuto dell’ICC), una formale richiesta di adesione al Trattato istitutivo dell’ICC. Da notizie stampa riportate in un articolo del Telegraph del 7 gennaio 2015, Ban Ki-moon avrebbe già annunciato che l’adesione della Palestina all’ICC potrà avvenire a decorrere dal 1° aprile 2015. Sempre in tale articolo è riportato che le reazioni di Israele e degli USA alle scelte palestinesi (che, evidentemente, esporranno anche i militari israeliani alla giurisdizione dell’ICC, secondo quanto previsto dal citato articolo 12 dello Statuto) non si sarebbero fatte attendere. Infatti, Israele avrebbe “congelato” il trasferimento di cento milioni di  dollari, derivanti dal gettito fiscale, a favore dei palestinesi, mentre gli USA avrebbero deciso di rivedere gli stanziamenti annuali a favore dello Stato palestinese.

12 gennaio 2015
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