home search menu
La Dichiarazione di Copenaghen sull’avvenire della Corte Edu
Osservatorio internazionale
La Dichiarazione di Copenaghen sull’avvenire della Corte Edu
di Emma Rizzato
magistrato fuori ruolo presso il Ministero della giustizia
Gli Stati membri del Consiglio d’Europa hanno discusso, sotto la presidenza danese, del futuro del sistema convenzionale e formulato raccomandazioni con l'obiettivo di garantire maggiore qualità e efficienza ai meccanismi nazionali di protezione dei diritti umani e all'azione della Cedu

Si è svolta dall’11 al 13 aprile, in Danimarca, una Conferenza di Alto livello per l’approvazione della Dichiarazione di Copenaghen da parte degli Stati firmatari della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (presenti le delegazioni di 47 Paesi, tra cui 22 ministri).

La Dichiarazione − che sarà ufficialmente adottata nella sessione di maggio dal Comitato dei Ministri quale organo del Consiglio d’Europa – si colloca nell’ambito del processo di riforma/miglioramento della Corte europea che ha avuto inizio ad Interlaken (nel 2010), ed è proseguito con le Conferenze di Izmir (2011), Brighton (2012) e Bruxelles (2015). Le omonime dichiarazioni hanno riguardato aspetti importanti per il funzionamento della Corte e il perseguimento di obiettivi futuri, in linea con le diverse problematiche di volta in volta emergenti nel sistema Convenzionale (ad esempio, l’ingente arretrato dei ricorsi pendenti) e offerto suggerimenti anche di tipo procedurale (ad esempio, la motivazione delle decisioni di rigetto dei ricorsi individuali). È dunque positivo che esso prosegua al fine di cristallizzare i risultati ottenuti e spingere verso nuovi punti di arrivo.

La presidenza danese del Consiglio d’Europa ha posto fra le priorità del proprio semestre l’esigenza di una rinnovata discussione sull’avvenire della Corte europea dei diritti dell’uomo.

Il progetto di coinvolgere gli Stati membri in questa nuova riflessione sul sistema Convenzionale era stato lanciato per la prima volta durante un seminario tenutosi a Kokkendal (novembre 2017), tuttavia il vero e proprio lavoro di “elaborazione” del testo presentato dai danesi, ha avuto inizio a febbraio di quest’anno ed è terminato in aprile, all’esito di un intensa attività di negoziato costellata da quattro importanti incontri delle delegazioni degli Stati presso il Consiglio d’Europa, a Strasburgo.

1. Novità e accenti critici

Come un fil rouge che percorre l’intero testo, la dichiarazione pone la necessità di migliorare il dialogo tra gli Stati membri e la Corte − pervenendo ad una più chiara definizione dei rispettivi ruoli − come condizione imprescindibile per garantire l’effettività − nel lungo periodo − del sistema convenzionale.

Molti commentatori hanno visto con scetticismo l’introduzione di meccanismi potenzialmente idonei a esercitare una forma di pressione sull’operato della Corte, benché in nome di un più aperto dialogo. A questo proposito, vale la pena soffermarsi su uno degli aspetti più innovativi della dichiarazione costituito dal richiamo ad un più ampio ricorso all’intervento di terzo, inteso sia come Stato-terzo che come terzo-esponente della società civile (previsto all’art. 34 Conv.).

La Corte e gli Stati membri vengono, infatti, incoraggiati (punti 33-39) rispettivamente a rendere questo strumento più accessibile e conosciuto; a informare la collettività della pendenza di ricorsi su questioni di principio; a sollecitare forme di coordinamento e cooperazione sugli interventi di terzo anche con l’aiuto degli agenti governativi (punto 40). È stata inoltre introdotta la clausola che ne estende il campo applicativo anche a interventi di tipo “adesivo” alla richiesta di rinvio in Grande Camera presentata da un altro Stato – cosa che l’attuale articolo 43 Conv. non contempla –, rimettendo dunque alla Corte il compito di adattare l’attuale disciplina nel senso indicato. Dal testo iniziale è stato rimosso il “dovere” per la Corte di prendere in considerazione l’opinione dei terzi nell’assessment sulla sussistenza dei requisiti per accedere alla Grande Camera, preferendo invece un più generico riferimento all’utilità del sostegno “esterno” per dare risalto al requisito dell’importanza generale della questione (punto 38). Al netto delle critiche sul pericolo di un utilizzo “politico” di questa facoltà, la previsione di un sostegno tecnico da parte di uno Stato terzo, che possa introdurre argomenti diversi a supporto della necessità di rivedere una decisione che riguarda un tema di ampio respiro, appare elemento di buon senso e non in contrasto con la natura dell’istituto.

Peraltro va detto che altre previsioni di forme d’interazione con gli Stati membri sono state eliminate dal testo finale (ad esempio, la discussione e l’adozione da parte degli Stati membri di “testi” su temi di maggior interesse per lo Stato o l’organizzazione di “incontri” con gli Stati membri per discutere con la Corte sui più rilevanti sviluppi della sua giurisprudenza), mentre si è voluto dare rilievo sottolineato al network delle Corti supreme − creato dalla Corte nel 2015 e che vede attualmente la partecipazione di 64 Corti supreme − come strumento di costante crescita del cd. judicial dialogue tra Corte europea e corti nazionali e di rafforzamento della fiducia reciproca [1].

Infine per promuovere anche un dialogo di taglio più “operativo”, è stato espresso favore per forme di consultazione con i co-agenti rappresentanti degli Stati, la Cancelleria della Corte su metodi di lavoro e nuove procedure per trovare soluzioni adeguate a problematiche specifiche dei singoli Stati.

2. Principio di sussidiarietà e margine di apprezzamento

A partire dalla dichiarazione di Bruxelles (La mise en oeuvre de la Convention europèenne des droits de l’homme, notre responsabilitè partagèe. Dean Spielmann, 26-27 marzo 2015), era stato affermato con più forza il concetto di “responsabilità condivisa” tra la Corte e gli Stati della mise en place della Convenzione. Questo aspetto trova pieno avallo e ulteriore sviluppo nel documento di Copenaghen, che da un lato richiama gli Stati ad una piena valorizzazione del ruolo degli Stati membri nella protezione dei diritti fondamentali, dall’altro pone l’accento sull’importanza di una Corte che sappia essere all’altezza della sua “missione” − ovvero garantire attraverso la sua giurisdizione, l’applicazione e la interpretazione della Convenzione, con prevalenza, in caso di contrasto, del suo decisum (art. 32 Conv.) – assicurando qualità e coerenza delle sue pronunce.

Nel solco dell’auspicato incremento delle forme di dialogo, la Dichiarazione dedica un ampio spazio al principio di sussidiarietà e al concetto di shared responsability, partendo dalla constatazione che gli Stati (o almeno la loro maggioranza) abbiano nel corso degli anni migliorato gli standard di protezione dei diritti e delle libertà individuali (punto 8). Il processo di “incorporazione” negli ordinamenti interni dei principi convenzionali ha fatto grandi passi avanti ed essi vengono più comunemente utilizzati nel linguaggio di giuristi e istituzioni. Gli Stati membri rivendicano − con più enfasi che nelle precedenti dichiarazioni − il loro ruolo e le loro “capacità” di esercitare adeguatamente il compito di primi garanti della protezione dei diritti fondamentali.

Sono dunque fissati alcuni punti (26-32) sull’operatività − nell’attuale contesto − del principio di sussidiarietà, inteso come “guida” per la Corte nella sua attività di supervisione (review). In particolare la formulazione finale del n. 28 – elaborato in questi termini dopo varie riscritture dell’iniziale draft – sembra approdare ad una bilanciata visione del rapporto Stati-Corte, evitando il rischio insito «...nel tentativo di introdurre elementi piuttosto diretti a limitare l’indipendenza della Corte e restringerne il campo di azione, come reazione a talune decisioni sgradite» (G. Raimondi, La dichiarazione di Brighton sul futuro della Corte). Sono stati eliminati i riferimenti alle «circostanze nazionali» degli Stati e alle «tradizioni costituzionali» (presenti nell’originario paragrafo 14 del testo) – dietro giusta richiesta di gran parte degli Stati − quali elementi che la Corte avrebbe dovuto considerare e rispettare nel processo di review, tuttavia si sono voluti fissare con più chiarezza i limiti della Court’s supervision soprattutto nei casi dove il margine di apprezzamento gioca un ruolo più incisivo (artt. 8-11 Conv.) e la Corte – su input di uno o più ricorrenti – sia chiamata a «ripetere» interamente il giudizio di bilanciamento svolto a livello interno.

Nel paragrafo c) del punto 28 viene quindi sottolineato che è compito della Corte verificare se le autorità interne abbiano dato prova di avere compiutamente valutato gli interessi confliggenti facendo buon uso del criterio di proporzionalità − che è al centro di ogni giudizio di bilanciamento – e a sostituire il proprio assessment a quello effettuato dalle autorità interne solo in caso sussistano ragioni impellenti che giustifichino il suo intervento («strong reasons for doing so»).

Come giustamente ricordato dal presidente della Corte nel discorso di apertura dell’anno giudiziario (gennaio 2018), il principio di sussidiarietà opera nondimeno anche prima che un caso sia sottoposto all’attenzione della Corte. Agli Stati è infatti richiesto, in ossequio ai loro obblighi convenzionali, di introdurre rimedi – sia preventivi che di tipo compensatorio – i quali devono essere correttamente esperiti da chi assume di essere vittima di una violazione. Tanto più loro si rivelano adeguati e concreti, più raro sarà l’intervento della Corte [2].

Infine il ruolo pregnante degli Stati in un’ottica di responsabilità condivisa, non può non andare di pari passo con la garanzia di soddisfacenti risultati in punto di esecuzione degli arresti della Corte, ciò anche al fine di scoraggiare la presentazione di ricorsi cd. ripetitivi ovvero riguardanti disfunzioni sistemiche identificate dalla Corte ma non prontamente “risolte” dallo Stato condannato. La Dichiarazione dunque, in linea con quelle precedenti, definisce questa una key obligation e afferma l’impegno degli Stati a rendere una «piena, pronta ed efficace» esecuzione alle decisioni adottate dalla Corte (punti 19-25).

3. Riforma e carichi di lavoro

La dichiarazione è stata definita nel corso della Conferenza di aprile, una dichiarazione pratica e dinamica. Sotto il primo profilo perché contiene un esplicito riconoscimento che la Corte possa contare su risorse finanziarie adeguate al suo compito, invitando gli Stati a elargizioni integrative su base volontaria. Dinamica perché – come visto – invita gli Stati a prendere parte più intensamente al sistema della tutela dei diritti umani, in termini pro-attivi e non semplicemente reattivi alle decisioni della Corte (G. Raimondi, “High level Conference” Speech, 11-13 aprile 2018, Copenhagen).

Nella Dichiarazione (punti 42-54) viene riconosciuto il grande lavoro svolto e gli importanti risultati ottenuti dalla Corte dopo Interlaken, soprattutto avuto riguardo all’abbattimento dell’ingente arretrato e ai positivi effetti delle cd. decisioni “pilota”. Tanti però sono ancora i ricorsi pendenti e casi molto delicati non ancora decisi. Peraltro con il meccanismo del rinvio pregiudiziale previsto dal Prot. 16 (non ancora entrato in vigore), l’impegno della Corte almeno inizialmente aumenterà.

Viene pertanto incoraggiata la “sperimentazione“ di nuovi metodi di lavoro per la trattazione dei ricorsi meno complessi e che pongono questioni meno rilevanti, fissando criteri di priorità e accedendo a procedure semplificate, richiamando altresì l’attenzione sulla necessità di portare a termine prima del 2019, con il coinvolgimento del Comitato dei Ministri della Corte e degli Stati, un’analisi sulle prospettive di riduzione dell’arretrato ancora pendente e di trovare soluzioni appropriate per ogni Paese (punto 54). In proposito l’Italia si era fatta portavoce di una proposta – in parte raccolta nella Dichiarazione − di un più moderato ricorso da parte della Corte alla procedura cd. della “giurisprudenza consolidata” [cd. well-established-case law procedure, art. 28, par. 1 b), Conv., introdotto dal Protocollo 14 e disciplinato dalle disposizioni del Regolamento della Corte].

Nella sua forma originaria e di più diffusa applicazione (cd. fast-track version), essa consiste nell’attribuire a un Comitato composto da tre giudici la decisione di casi ritenuti “ripetitivi” (ad esempio, violazioni del principio di durata ragionevole del processo, che sono state oggetto di plurime sentenze anche di GC). Più problematica è parsa l’estensione (dal 2017) della procedura suddetta (decisioni rimesse a un Comitato e non a una Camera) a ricorsi riguardanti casi non già ripetitivi in senso stretto ma semplicemente idonei a essere decisi con l’applicazione di principi stabiliti anche in una sola precedente pronuncia della Corte contro lo Stato, relativa a una vicenda simile (tre se pronunciate nei confronti di Stati diversi da quello raggiunto dalla comunicazione).

Si è infatti sostenuto – unitamente ad altri Paesi come la Slovacchia e il Portogallo – che questa nuova prassi porti ad una contrazione eccessiva del percorso decisionale – che risulta “segnato” anche da un solo precedente – e renda più gravosa la difesa da parte dello Stato, il quale oltre ai profili di merito, dovrà in primo luogo puntare alla dimostrazione che il caso specifico si distacca da quello integrante il «precedente consolidato» individuato nella comunicazione del ricorso e che pertanto deve essere deciso da una Camera.

Nella Dichiarazione si è dunque scelto di eliminare ogni riferimento − ed apprezzamento − verso questa procedura, intesa in senso ampio, per lo smaltimento dell’arretrato, diversamente dalla procedura di comunicazione semplificata “immediata” che invece coinvolge fin dalla comunicazione entrambe le parti in un dialogo più attivo tra loro e con la Corte e che non presenta i limiti descritti.

Il tentativo italiano di far inserire nella Dichiarazione un “invito” per la Corte a motivare i rigetti delle richieste di rinvio in Grande Camera avanzate dagli Stati, non ha invece avuto successo. Vi è stata in buona sostanza una presa d’atto delle “ragioni” della Corte sulla non doverosità di una motivazione stante la natura del relativo procedimento che vede nel collegio investito della decisione solo un organo di filtro, nella assenza di riferimenti normativi in tal senso e nel dover evitare di creare confusione sulla motivazione della decisione contestata [3].

L’efficienza della Corte e il perfezionamento delle sue performance di lavoro resta dunque un passaggio centrale del processo di riforma, rispetto al quale gli Stati hanno ritenuto di intervenire con proposte e velate critiche di alcune delle “soluzioni” individuate dalla Corte. In questa prospettiva di potenziamento del ruolo della Corte ma anche di attesa di risultati qualitativamente elevati, non poteva non attribuirsi un rilievo altrettanto centrale alla selezione dei giudici suoi membri, i quali dovranno essere scelti tra personalità di altissimo profilo professionale. I punti 55-62 si concentrano sul procedimento di selezione dei candidati richiedendo che esso sia in linea con le direttive stilate dal Comitato dei Ministri e dando altresì rilievo al ruolo dell’Advisory Panel − creato dal CM − per fornire pareri qualificati sui candidati indicati dagli Stati.

Nello spirito di massima apertura al confronto con tutte le parti interessate che ha contraddistinto questa Conferenza di Alto livello, è giusto segnalare che le autorità danesi hanno stimolato fin dalle prime battute del processo di negoziato la più ampia partecipazione delle parti interessate e della comunità nazionale e internazionale, sul corretto presupposto che le organizzazioni della società civile giocano un ruolo cruciale nella diffusione dei valori ispirati alla centralità dei diritti umani. Quale positivo riscontro, nel corso della cerimonia di approvazione della Dichiarazione, le associazioni non governative invitate, fra tutte la rete ENNHRI (European Network of National Human Rights Institutions), hanno espresso apprezzamento per il loro coinvolgimento nel dibattito sul futuro del sistema europeo di tutela dei diritti umani questa importante iniziativa e per il documento approvato, auspicando che anche la fase di implementazione della dichiarazione li veda partecipi.

In conclusione, sembra potersi sostenere che il presunto tentativo d’indebolire il ruolo della Corte nel sistema convenzionale sia stato ampiamente smentito. La Dichiarazione si è fatta veicolo di riconferma politica dell’impegno degli Stati verso la Convenzione e di riconoscimento del ruolo essenziale di una Corte efficiente e indipendente nel sistema della protezione dei diritti dell’uomo.

 


[1] Lo strumento in questione troverà poi una sua “formalizzazione” con l’entrata in vigore del Protocollo 16, avvenuta con il deposito della legge di ratifica della Francia qualche settimana fa (Vds. F. Buffa, Il Protocollo n. 16 addizionale alla Convenzione Edu è pronto per entrare in vigore, in questa Rivista on-line, 2 maggio 2018, http://questionegiustizia.it/articolo/il-protocollo-n-16-addizionale-alla-convenzione-edu-e-pronto-per-entrare-in-vigore_02-05-2018.php).

[2] Su principio di sussidiarietà e responsabilità degli Stati, il caso Burmych c. Ucraina è stato ritenuto per molti aspetti, il leading case dell’anno 2017.

[3] Per una più dettagliata spiegazione, vds. 2016 the Interlaken Process and the Court, disponibile sul sito della Corte Edu, https://www.echr.coe.int/Documents/2016_Interlaken_Process_ENG.pdf.

14 maggio 2018
Se ti piace questo articolo e trovi interessante la nostra rivista, iscriviti alla newsletter per ricevere gli aggiornamenti sulle nuove pubblicazioni.
La Corte Edu attaccata, ieri e oggi. Di chi è la colpa?
La Corte Edu attaccata, ieri e oggi. Di chi è la colpa?
di Roberto Conti
La vicenda dell’evacuazione del campo rom di Camping River, attuata nonostante la sospensione disposta dalla Corte Edu in via d’urgenza, è l’occasione per una riflessione su una cultura giuridica sovranista che dimentica le ragioni che hanno portato gli Stati a creare una Corte europea pace di tutelare i diritti umani anche davanti ad azioni delle autorità nazionali. Un campanello d’allarme e un invito a cambiar strada
28 luglio 2018
CEDU, pillole di maggio
CEDU, pillole di maggio
di Alice Pisapia
Le più interessanti pronunce della Corte Edu emesse a maggio 2018
24 luglio 2018
Reati motivati da ragioni di odio e discriminazione etnico-religiosa e immigrazione: le direttive del Procuratore della Repubblica di Torino
Reati motivati da ragioni di odio e discriminazione etnico-religiosa e immigrazione: le direttive del Procuratore della Repubblica di Torino
Pubblichiamo le Direttive per un più efficace contrasto dei reati motivati da ragioni di odio e discriminazione etnico-religiosa e per la più rapida trattazione degli Affari dell’Immigrazione, nel rispetto dei diritti fondamentali delle persone emanate il 9 luglio 2018
17 luglio 2018
CEDU, pillole di aprile
CEDU, pillole di aprile
di Alice Pisapia
Le più interessanti pronunce della Corte Edu emesse ad aprile 2018
13 luglio 2018
Da Strasburgo via libera alla confisca urbanistica senza condanna
Da Strasburgo via libera alla confisca urbanistica senza condanna
di Marco Bignami
Viene commentata la sentenza della Grande Camera G.I.E.M. e altri c. Italia del 28 giugno 2018, attinente al regime della confisca urbanistica. Si sottolinea, in particolare, che deve ritenersi in linea di principio conforme alla Convenzione l’applicazione di tale sanzione, anche unitamente alla dichiarazione di estinzione del reato per prescrizione, a condizione che sia stata accertata incidentalmente la colpevolezza dell’imputato
10 luglio 2018
La Banca dati nazionale del Dna e la salvaguardia del diritto al rispetto della vita privata del singolo
La Banca dati nazionale del Dna e la salvaguardia del diritto al rispetto della vita privata del singolo
di Emilio Gatti
La raccolta a fini investigativi e la conservazione dei profili genetici pone delicati problemi di compatibilità delle esigenze investigative con il diritto al rispetto della vita privata e familiare previsto dall’art. 8 della Cedu soprattutto nei confronti di individui indagati ma poi assolti con sentenza definitiva. Il contributo ripercorre la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, l’obbligo di creare una banca dati nazionale del Dna stabilito dal Trattato di Prüm e le soluzioni adottate dal legislatore italiano che paiono rispettose dei principi convenzionali e costituzionali, in attesa di verificare la correttezza delle prassi applicative
6 giugno 2018
CEDU, pillole di marzo
CEDU, pillole di marzo
di Alice Pisapia
Le più interessanti pronunce della Corte Edu emesse a marzo 2018
25 maggio 2018
Protezione internazionale, il diritto di impugnazione e le sezioni specializzate*
Protezione internazionale, il diritto di impugnazione e le sezioni specializzate*
di Silvia Albano
L’autrice evidenzia i lati problematici della normativa introdotta con la legge 46/2017, che modifica il rito applicabile alle controversie per il riconoscimento della protezione internazionale, alla luce della sua prima applicazione. In particolare, i problemi posti dalla previsione solo eventuale dell’udienza e della compatibilità di tale disposizione con le norme costituzionali di cui agli artt. 24 e 111.
16 maggio 2018
Il Protocollo n. 16 addizionale alla Convenzione Edu è pronto per entrare in vigore
Il Protocollo n. 16 addizionale alla Convenzione Edu è pronto per entrare in vigore
di Francesco Buffa
Il 12 aprile scorso, con la ratifica ad opera della Francia, si è perfezionato l’iter del Protocollo n. 16 addizionale alla Convenzione Edu ed il Protocollo può entrare in vigore con decorrenza dal 1° agosto prossimo. Il Protocollo introduce il nuovo istituto del parere consultivo, che i giudici nazionali superiori possono chiedere alla Corte Edu in merito a questioni di principio riguardanti l'interpretazione o l'applicazione dei diritti e delle libertà stabiliti nella Convenzione. La prassi chiarirà l’effettiva utilità ed opportunità del ricorso al nuovo strumento.
2 maggio 2018
Processo Cappato, tra diritto di morire e reato di aiuto al suicidio. La questione è rimessa alla Corte costituzionale
Newsletter


Fascicolo 2/2018
L’ospite straniero.
La protezione internazionale
nel sistema multilivello di tutela
dei diritti fondamentali
Osservatorio internazionale
La Corte Edu attaccata, ieri e oggi. Di chi è la colpa?
La Corte Edu attaccata, ieri e oggi. Di chi è la colpa?
di Roberto Conti
La vicenda dell’evacuazione del campo rom di Camping River, attuata nonostante la sospensione disposta dalla Corte Edu in via d’urgenza, è l’occasione per una riflessione su una cultura giuridica sovranista che dimentica le ragioni che hanno portato gli Stati a creare una Corte europea pace di tutelare i diritti umani anche davanti ad azioni delle autorità nazionali. Un campanello d’allarme e un invito a cambiar strada
28 luglio 2018
Stato di diritto ed integrazione processuale europea. La Corte di giustizia ed il caso Polonia
Stato di diritto ed integrazione processuale europea. La Corte di giustizia ed il caso Polonia
di Gualtiero Michelini
Commento a prima lettura dell’attesa sentenza della Corte di giustizia del 25 luglio 2018, nel procedimento pregiudiziale d’urgenza su rinvio dell’Alta Corte irlandese nel corso di una procedura di esecuzione di un mandato di arresto europeo emesso dall'autorità giudiziaria polacca. La decisione della Corte di giustizia affronta le questioni, determinate dalle riforme attuate dal governo polacco in pregiudizio dell’indipendenza del sistema giudiziario, della rilevanza giuridica e dell’impatto sull’applicazione della normativa del mandato di arresto europeo dell'avvio, da parte della Commissione europea, della procedura di accertamento della violazione sistemica dei principi di indipendenza del sistema giudiziario e dello Stato di diritto in Polonia in relazione alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
27 luglio 2018
CEDU, pillole di maggio
CEDU, pillole di maggio
di Alice Pisapia
Le più interessanti pronunce della Corte Edu emesse a maggio 2018
24 luglio 2018
CGUE, pillole di maggio
CGUE, pillole di maggio
di Alice Pisapia
Le più interessanti pronunce della Corte del Lussemburgo emesse a maggio 2018
20 luglio 2018
CEDU, pillole di aprile
CEDU, pillole di aprile
di Alice Pisapia
Le più interessanti pronunce della Corte Edu emesse ad aprile 2018
13 luglio 2018
Da Strasburgo via libera alla confisca urbanistica senza condanna
Da Strasburgo via libera alla confisca urbanistica senza condanna
di Marco Bignami
Viene commentata la sentenza della Grande Camera G.I.E.M. e altri c. Italia del 28 giugno 2018, attinente al regime della confisca urbanistica. Si sottolinea, in particolare, che deve ritenersi in linea di principio conforme alla Convenzione l’applicazione di tale sanzione, anche unitamente alla dichiarazione di estinzione del reato per prescrizione, a condizione che sia stata accertata incidentalmente la colpevolezza dell’imputato
10 luglio 2018