home search menu
Noterelle forse inattuali, ma di certo un po’ polemiche, su Costituzione e processo civile
Leggi e istituzioni
Noterelle forse inattuali, ma di certo un po’ polemiche, su Costituzione e processo civile
di Bruno Capponi
Ordinario di diritto processuale civile della Luiss Guido Carli
Quale che sia il rito, o non-rito, che siano chiamati ad applicare, i giudici civili non potranno farlo nelle condizioni date, con l’ennesima riforma a costo zero. Se qualcosa deve cambiare, l’ultima in ordine di importanza è proprio il rito

In occasione della presentazione dell’ultimo decreto-legge sulla giustizia civile – 31 agosto 2016, n. 168, attualmente in fase di conversione – s’è assistito a un curioso fenomeno (sebbene oramai assuefatti all’idea che la giustizia civile venga periodicamente colpita dalla sciabola della decretazione d’urgenza).

Il testo entrato in Consiglio dei Ministri su proposta del Ministro della Giustizia, immediatamente diffuso da riviste elettroniche, mailing-list e siti specialistici, prevedeva un dirompente intervento sul processo civile, nei termini preannunziati dal d.d.l. delega all’esame (un po’ in sordina) della Camera (n. 2953-A): dinanzi al giudice monocratico si sarebbe applicato il solo rito sommario, ribattezzato “semplificato”, mentre il rito ordinario sarebbe rimasto di esclusiva competenza del giudice collegiale. La misura, riferita al d.d.l. 2953-A, è già stata commentata su questa Rivista.[1]

Nel testo uscito dal Consiglio dei Ministri di fine agosto la novità risulta stralciata. Ma sembra essersi trattato soltanto di una scelta tattica, dettata da chissà quali calcoli contingenti: la ferma volontà ministeriale è quella di realizzare, profittando di un qualsiasi veicolo in futuro disponibile, la programmata sostituzione del rito “semplificato” a quello ordinario. Nonostante i giudici civili dimostrino cogli eloquenti fatti di amare ben poco il sommario: appena possibile, lo convertono in ordinario (art. 702-ter, comma 3), mentre la strada inversa (art. 183-bis) è davvero poco battuta: un sentiero scosceso che porta in luoghi non cogniti.

Non amore per il sommario – quindi – ma insofferenza per il rito ordinario, per la sua invariabile farraginosità, per l’inutile ripetitività, per le tre memorie del comma 6 dell’art. 183 (che peraltro in molti uffici hanno un termine di partenza mobile, che schizza sempre più lontano), insomma per l’intollerabile accumulo di carte la cui unica finalità sembra quella di produrre altra carta.[2] In tempi in cui non si discute più se il processo debba essere scritto, ma piuttosto della dimensione e leggibilità degli scritti prodotti in ogni processo[3], il fatto che invariabilmente le parti debbano scambiarsi (almeno) gli atti introduttivi, le tre memorie della trattazione e i due scritti conclusionali non può non sembrare un’esagerazione. E siccome l’attuale modello, per quanto storpio, è frutto di un travaglio che affonda le sue radici nel tempo, si dispera di poterlo cambiare d’emblée. Meglio bypassarlo confinandolo in un cimitero per elefanti (animali notoriamente di brutto carattere), valorizzando nel contempo un rito scheletrico (o, meglio, un non-rito) che, nato per il cautelare, è transitato per il sommario divenendo alfine il semplificato e, così, l’ordinario del monocratico civile.

È un risultato davvero paradossale, che non poteva essere neppure immaginato quando, nel 1990, si concepì un rito cautelare uniforme sul presupposto che esso fosse servente, e subordinato, rispetto a quello ordinario. Un rito preposto alla valutazione del fumus, non all’accertamento del diritto (per cui occorrevano i mitici “fasti” della cognizione piena, mentre la soluzione da evitare senz’altro era la “ingiustificata sommarizzazione” della giustizia civile[4]).

I critici dell’attuale disegno ministeriale hanno, tra l’altro, richiamato il canone costituzionale del processo «regolato dalla legge» (art. 111, comma 1, Cost.), cioè non lasciato all’imprevedibile e incontrollabile discrezionalità dell’ufficio, specie nella tutela normale[5]. Sul presupposto che un rito dettagliato, come appunto quello del Libro II, “legasse le mani” al giudice, imponendogli forme non eludibili soprattutto a salvaguardia del contraddittorio. Il sommario-semplificato non gliele lega abbastanza.

È forse, questo, un aspetto che merita di essere ripensato.

Consideriamo ciò su cui si concentrano, non senza ragione, le maggiori perplessità contro l’attuale modello ordinario: l’assegnazione dei tre termini del comma 6 dell’art. 183, per quella che viene comunemente denominata «appendice di trattazione scritta», utile – va riconosciuto – in una sparuta minoranza di casi ma che, in verità, costituisce la regola fissa nella prassi applicativa del rito civile.

L’orientamento dominante, non soltanto in giurisprudenza, ritiene sufficiente una richiesta di parte perché il giudice debba assegnare quei termini: anche se, alla luce degli atti introduttivi e dell’andamento della prima udienza, stimi quell’appendice del tutto inutile.[6] Non potendo liberamente determinarne l’andamento, il giudice risulta spogliato dei suoi poteri di direzione del procedimento (con buona pace dell’art. 175 c.p.c. col suo ottativo riferimento al «più sollecito e leale svolgimento»), essendo una parte, magari in contrasto con l’altra, a stabilire discrezionalmente se la trattazione scritta debba farsi, oppur no.

Si tratta (si trattava) di una soluzione obbligata?

È vero che il comma 6 dell’art. 183 utilizza la formula: «se richiesto, il giudice concede» e non «può concedere» (come senz’altro sarebbe stato preferibile). Suscettibile però di essere interpretata nel senso che il giudice non potrebbe d’ufficio imporre la trattazione scritta, restando tuttavia libero di valutarne l’utilità a fronte di un’istanza di parte. Del resto, gli artt. 187 e 80-bis disp. att. stanno a dimostrare che la rimessione in decisione, e quindi la fissazione dell’udienza di conclusioni (sempre secondo prassi), è uno dei possibili esiti della prima udienza[7], prescindendo da richieste di parte.

Eppure, se in occasione di una qualsiasi prima udienza vi troverete a chiedere la fissazione dell’udienza di conclusioni, e la vostra controparte l’assegnazione dei termini, nella maggioranza degli uffici giudiziari – fatta forse eccezione per qualche sezione del Tribunale di Milano – vi troverete davanti un giudice che assegnerà i termini, perché “costretto” dall’istanza di parte (che magari vuole soltanto perder tempo e affastellare nelle tre memorie una serie di fantasiose digressioni che confliggono con l’effettiva trattazione della causa, e che saranno pedissequamente riproposte negli scritti conclusionali).

Abbiamo fatto un esempio; e molti altri si potrebbero fare, specie in relazione a quei concetti indeterminati – precisazione, modificazione, integrazione, specificazione, parcellizzazione etc. – piuttosto difficili da governare e che, ciononostante, costituiscono la trama portante della “trattazione d’appendice”.

Ho voglia di riferire (per corroborare la parte polemica di questo scrittarello) un’esperienza professionale recente: viene citato in giudizio un quotidiano nazionale per aver diffamato un alto magistrato. Subito dopo la notifica della citazione, quel quotidiano acutizza la campagna diffamatoria, riportando col virgolettato, in vari successivi articoli, stralci della citazione che vengono “giornalisticamente” contestati (nel tentativo di celebrare il processo sul quotidiano, prima e invece che in tribunale). Alla fine, il giudice dirà che possibile oggetto del giudizio risarcitorio è il solo articolo attaccato con la citazione introduttiva, perché gli altri erano “fattispecie autonome” possibile oggetto, semmai, di separati giudizi. Domande nuove, in quanto tali inammissibili: e non sviluppi, comunque qualificabili, di quella originaria. Per il principio di concentrazione, a ogni successivo articolo diffamatorio doveva corrispondere una causa separata. E, per ogni causa della serie, l’immancabile appendice di trattazione scritta nella quale ci si interrogherà, tra le altre inevitabili cose, dei problematici rapporti tra una causa e l’altra – dalla prima all’ultima.

Tutto ciò ha una base razionale? È una base che si rinviene nelle norme processuali?

Sembra lecito pensare: tutta la fiducia che abbiamo ottimisticamente riposta nella “legge” (la legge processuale) quale garanzia del processo “giusto” ex art. 111, comma 1, Cost. rischia di rivelarsi mal riposta, ogni qualvolta quella stessa legge risulti suscettibile di interpretazioni irragionevoli, però compatibili con la sua lettera (ex art. 12, comma 1, Preleggi) perché aperta a interpretazioni plurime, o perché si introducono concetti indeterminati che la giurisprudenza fatica a inquadrare in modo univoco[8]. Tanto varrebbe, allora, ridurre il processo civile a quanto avviene nell’arbitrato rituale: dove non esistono preclusioni e non si ravvisano “inammissibilità”, purché sia salva la fondamentale garanzia del contraddittorio.

È un’affermazione provocatoria? Lo è certamente, ma ha forse il pregio di mettere in luce tutti i limiti di quelle “garanzie da legge processuale” che troppo spesso si risolvono nella negazione dei valori del processo “giusto”, tale soprattutto perché di durata non irragionevole. Ed è certamente irragionevole far soggiacere tutti i processi civili al rito concepito per cause particolarmente complesse, che necessitano di una trattazione scritta estremamente articolata.[9] Più ragionevole sarebbe far convivere il rito delle cause complesse (l’attuale ordinario) con quello delle cause semplici (l’attuale sommario); ma giacché non si accetta l’idea che sarà poi il giudice (e chi altri?) a operare quella delicata scelta, indirizzando ogni causa verso il rito per ciascuna più congeniale, si continua a seguire la soluzione della “divisa eguale per tutti” cucita per tutti ex lege: finora quella stucchevole e infiocchettata dell’inutile trattazione d’appendice, ora quella “minimalista” – da pudenda in bella mostra, per non sortir di metafora – del sommario-semplificato.

Ma c’è anche dell’altro. Viene di prepotenza in rilievo un diverso problema, che ha radici storico-letterarie[10] e a un tempo organizzative: fintanto che il giudice civile avrà ruoli da oltre mille cause, è semplicemente inesigibile che egli possa accedere a interpretazioni della legge processuale effettivamente conformi ai canoni dell’art. 111 Cost. Se l’alternativa è tra «mangiare un processo» – “maturo”, come afferma l’art. 187, comma 1, per essere «introitato» quale «vorace ingestione del fascicolo»[11] – o «esserne mangiati»[12], è inevitabile che finiscano per entrare in ballo elementari esigenze di mera sopravvivenza. Quando il giudice civile affronta la prima udienza sapendo che almeno una parte – non necessariamente quella interessata alla più esaustiva trattazione – chiederà l’assegnazione dei termini ex art. 183, comma 6, la preoccupazione di non fare indigestione del fascicolo (o quantomeno un’ingestione incontrollata) prevarrà su qualsiasi elegante considerazione in diritto. E quello stesso giudice sarà invogliato a non studiarsi gli atti introduttivi, sapendo che alla prima udienza seguirà, immancabile, quell’appendice di trattazione scritta che sembra la sola idonea a far “maturare” convenientemente il processo, sventando gli appetiti (e i rischi) di un consumo frettoloso e immediato. La stagionatura ha le sue regole, occorre non avere troppa fretta.

È in questo disastrato contesto che va inquadrata l’iniziativa ministeriale, che prima o poi troverà il veicolo – magari la Legge di Stabilità – idoneo a realizzare il disgraziato disegno che cancella, relegandolo nel cimitero degli elefanti, il rito su cui il legislatore s’è intestardito, con risultati indubbiamente alterni, dal 1990 in poi. Rammentiamo (forse ai più giovani) che, in quegli anni ormai lontani, l’obiettivo fu anche di allontanare un disegno riformatore altrettanto rozzo dell’attuale, eppure da molti perseguito con insistenza: quello di generalizzare l’applicazione del rito lavoro, che peraltro già in quegli anni manifestava accenni di cedimento. E il rito lavoro, va riconosciuto, con tutti i suoi limiti (soprattutto derivanti dall’applicazione rigorosa del principio di eventualità, che non può essere generalizzato) costituisce pur sempre un rito, a differenza di quanto può dirsi per il sommario-semplificato.

Forse l’idea ministeriale è nel senso che, quante meno regole processuali vi siano da applicare, tanto più il giudice potrà realizzare l’aspirazione – che è di tutti – a un processo “giusto”, soprattutto perché celere; e le molte singolari applicazioni del rito ordinario, di cui sopra abbiamo dato saggi più o meno significativi (ma tanti altri potremmo offrirne), sembrerebbero coerenti con quell’idea: il problema è nella legge, o in chi è chiamato ad applicarla? In più, la proposta ministeriale ha un fascino invidiabile: è, ancora una volta, una riformetta a costo zero, altra carta su carta (davvero memorabile il trasloco del sommario dal Libro IV al Libro II, con annessa ridenominazione!), un qualcosa che si fa per poi poter dire – in tutta onestà – che si è fatto qualcosa, o almeno si è seriamente tentato. Poco importa se la prospettiva dell’art. 111, comma 1, Cost. ne riesca esattamente ribaltata.

Ma la Costituzione – mi avvio rapido alla chiusura – non prevede soltanto norme sulla giurisdizione: ce ne sono anche sull’ordinamento giurisdizionale. E se distogliessimo per un attimo l’attenzione dall’art. 111 Cost., che tanto fascino ha esercitato su noi tutti per la prelibatezza dei concetti evocati, ci avvedremmo facilmente che l’art. 110 onera il Ministro della Giustizia dell’organizzazione e del funzionamento dei relativi servizi. Forse il problema è soltanto lì, e nessuno si sforza di vederlo o, il che è lo stesso, ci si sforza invece di occultarlo: il continuo balletto sui “riti” – e siamo ormai al capolinea, posto che il semplificato è un vero non-rito – è nulla più che una pudica quinta calata su quelle gravi carenze di strutture e mezzi, che sono la vera causa dell’ingolfamento della giustizia civile.

Ragion per cui sarebbe davvero auspicabile che tra le voci che l’amico Giuliano Scarselli invoca, nel suo preoccupato appello contro l’abolizione del processo civile, si levasse in primo luogo quella dei magistrati, i giudici civili da sempre senza voce: a dire che, quale che sia il rito, o non-rito, che siano chiamati ad applicare, non potranno farlo nelle condizioni date, con l’ennesima riforma a costo zero. Se qualcosa deve cambiare, l’ultima in ordine di importanza è proprio il rito: perché i prosciutti, quando son troppi e maturano tutti insieme, non possono che risultare, per chiunque, piuttosto indigesti.  

 


[1] V. il nostro Il giudizio ordinario di primo grado nel d.d.l. n. 2953-A della Camera dei Deputati, dal 23 marzo 2016; e poi G. Scarselli, Abolizione del processo civile?, dal 18 luglio 2016.

[2] Cfr. l’ormai classico S. Zan, Fascicoli e tribunali. Il processo civile in una prospettiva organizzativa, Bologna, 2003.

[3] Cfr. G. Finocchiaro, Il principio di sinteticità nel processo civile, in Riv. dir. proc., 2013, p. 853 ss., e poi il nostro Sulla “ragionevole brevità” degli atti processuali civili, in Riv. trim. dir. proc. civ., 2014, p. 1075 ss.

[4] V., ad es., A. Proto Pisani, Contro l’inutile sommarizzazione del processo civile, in Foro it., 2007, V, c. 44 ss.

[5] V., per riferimenti e inquadramenti, B. Capponi e R. Tiscini, Introduzione al diritto processuale civile, Torino, 2014, p. 25 ss.

[6] V., anche per le citazioni, R. Muroni, Commento all’art. 183 c.p.c., in Codice di procedura civile, diretto da C. Consolo, I, Artt. 1 – 286, Va ed., Milano, 2013, p. 2224 ss.

[7] R. Muroni, op. cit., p. 2276 ss.

[8] Cfr. Cass., SS.UU., sent. 15 giugno 2015, n. 12310.

[9] Rinvio, per più ampio discorso, a Salviamo la giustizia civile. Cosa dobbiamo dare, cosa possiamo chiedere ai nostri giudici, Milano, 2015.

[10] B. Cavallone, Il processo come prosciutto, in La borsa di Miss Flite, Milano, 2016, p. 86 ss.

[11] B. Cavallone, op. cit., p. 89.

[12] B. Cavallone, op. cit., p. 90.

20 ottobre 2016
Se ti piace questo articolo e trovi interessante la nostra rivista, iscriviti alla newsletter per ricevere gli aggiornamenti sulle nuove pubblicazioni.
Quale sanzione per il licenziamento tardivo?
Commento alla sentenza della Cassazione n. 30985/2017 (Sez. Unite)
Quale sanzione per il licenziamento tardivo? Commento alla sentenza della Cassazione n. 30985/2017 (Sez. Unite)
di Anna Terzi
Attraverso l’esercizio del potere disciplinare il datore di lavoro può imporre l’esatto adempimento della prestazione, colpendo con la sanzione la condotta non conforme. Il trascorrere del tempo senza contestazioni è invece significativo di una valutazione datoriale di fiducia sull’esatto adempimento della prestazione per il futuro, senza necessità di un intervento sanzionatorio. Il licenziamento per giusta causa o giustificato motivo soggettivo, massima sanzione disciplinare, presuppone un inadempimento talmente grave da far venire meno l’elemento fiduciario. Non vi può essere compatibilità tra l’assenza di contestazioni protratta per lungo tempo in ordine alla condotta pienamente conosciuta che si assume inadempiente e l’interesse del datore di lavoro a sanzionarla, e tanto meno tra l’assenza di contestazioni e l’elisione dell’elemento fiduciario del rapporto.
21 maggio 2018
La protezione umanitaria per motivi di integrazione sociale. Prime riflessioni a margine della sentenza della Corte di cassazione n. 4455/2018
La protezione umanitaria per motivi di integrazione sociale. Prime riflessioni a margine della sentenza della Corte di cassazione n. 4455/2018
di Chiara Favilli
La Cassazione eleva l’integrazione sociale a motivo rilevante per la determinazione della vulnerabilità individuale e di riconoscimento della protezione umanitaria. Motivo autonomo, ma non indipendente dalla condizione di origine del richiedente, che implica l’accertamento del fatto che egli nel suo Paese corra il rischio di veder sacrificati i propri diritti fondamentali anche per ragioni diverse da quelle per cui opera la protezione internazionale con lo status di rifugiato e con la protezione sussidiaria. Ma al giudice del merito spetta il compito di verificare se tale rischio di pregiudizio sia attuale. E tale gravosa funzione si può e si deve giovare dell’obbligo di cooperazione istruttoria e del beneficio del dubbio.
14 marzo 2018
Il seguito in Cassazione della pronuncia della Corte costituzionale n. 269 del 2017: prove pratiche di applicazione
Il seguito in Cassazione della pronuncia della Corte costituzionale n. 269 del 2017: prove pratiche di applicazione
di Diletta Tega
Di fronte al problema di doppia pregiudizialità rappresentato dalla violazione tanto della Costituzione (e di fonti internazionali, come la Cedu, che operano attraverso la mediazione dell’art. 117, primo comma, Cost.), quanto della Cdfue, l’ordinanza in commento della Corte di cassazione, seguendo l’impostazione della sentenza costituzionale n. 269/17, solleva una articolata questione di legittimità costituzionale, nella quale operano come parametri (interposti) anche le norme della Cdfue, pure quando esse, secondo la Suprema corte, avrebbero efficacia diretta. È espressamente lasciata alla Corte costituzionale la valutazione se rivolgersi con un rinvio pregiudiziale di interpretazione alla Corte di giustizia: alle prese con dubbi di compatibilità della normativa italiana con la Cdfue, la Cassazione avrebbe voluto – e dovuto, in base all’art. 267 Tfue – far rinvio pregiudiziale alla Corte di Lussemburgo; ma consapevole di quanto affermato dalla Corte costituzionale, ha deciso di rivolgersi, in prima battuta, a Palazzo della Consulta.
12 marzo 2018
Riforma Orlando: primo caso di applicazione retroattiva del nuovo art. 442, secondo comma, cpp
Riforma Orlando: primo caso di applicazione retroattiva del nuovo art. 442, secondo comma, cpp
di Federico Piccichè
Nota a Cass. Pen., Sez. 4, Sent. 15 dicembre 2017 (dep. 11 gennaio 2018), n. 832, Pres. Di Salvo, Rel. Picardi
20 febbraio 2018
Violenza di genere e protezione internazionale. Note a margine di un recente orientamento della Corte di cassazione
Violenza di genere e protezione internazionale. Note a margine di un recente orientamento della Corte di cassazione
di Diana Genovese
Già nel 2002 l’Unhcr (Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati) aveva evidenziato come storicamente la definizione di “rifugiato” fosse legata ad un quadro di esperienze tipicamente maschili, trascurando la particolare condizione in cui si trovano le donne in alcune zone di provenienza.
5 febbraio 2018
La tentazione riduzionista dell'accesso alla Cassazione e il vizio di motivazione
La tentazione riduzionista dell'accesso alla Cassazione e il vizio di motivazione
di Raffaello Magi
Una riflessione sulle proposte “riduzionistiche” del ricorso alla suprema Corte in materia penale
17 gennaio 2018
Le Sezioni unite si pronunciano sul luogo di deposito della richiesta di riesame di misure cautelari reali
Le Sezioni unite si pronunciano sul luogo di deposito della richiesta di riesame di misure cautelari reali
di Federico Piccichè
Nota a Cass. Pen., Sez. unite, Sent. 22 giugno 2017 (dep. 13 ottobre 2017), n. 47374, Pres. Canzio, Rel. Bonito
19 dicembre 2017
Il denaro e il tempo. Brevi note sulla sentenza delle Sezioni unite (n. 24675 del 18 luglio 2017) in materia di “usurarietà sopravvenuta”
Il denaro e il tempo. Brevi note sulla sentenza delle Sezioni unite (n. 24675 del 18 luglio 2017) in materia di “usurarietà sopravvenuta”
di Guido Federico
Le Sezioni unite della Cassazione escludono la nullità sopravvenuta della clausola contrattuale di determinazione degli interessi, che, originariamente infra-soglia, abbia superato in corso di rapporto il tasso soglia dell’usura. Affermano inoltre che la pretesa del mutuante di riscuotere gli interessi secondo il tasso validamente concordato non costituisce comportamento contrario a buona fede. In queste brevi note viene indagata la possibilità di applicare al fenomeno della cd. “usurarietà sopravvenuta” la disposizione dell’art. 1339 cc, quale strumento idoneo ad incidere sul contenuto del contratto, non solo in chiave statica ma anche e soprattutto dinamica, in relazione al mutato contesto normativo, mediante inserzione di disposizioni aventi carattere imperativo, indipendentemente dalla nullità delle clausole contrattuali sostituite.
24 novembre 2017
Lesioni colpose stradali grave o gravissime: figura autonoma di reato o circostanza aggravante ad effetto speciale?
Lesioni colpose stradali grave o gravissime: figura autonoma di reato o circostanza aggravante ad effetto speciale?
di Federico Piccichè
Nota a Cass., Pen., Sez. IV, Sent. 16 maggio 2017 (dep. 15 settembre 2017), n. 42346, Pres. Bianchi, Rel. Ranaldi
15 novembre 2017
L'editoriale del n. 3/2017
L'editoriale del n. 3/2017
di Renato Rordorf
Due gli obiettivi al centro di questo numero: “A cosa serve la Corte di cassazione?”, “Le banche, poteri forti e diritti deboli”
13 novembre 2017
Newsletter


Fascicolo 1/2018
Il pubblico ministero nella giurisdizione
La responsabilità civile fra il giudice e la legge
Leggi e istituzioni
Protezione internazionale, il diritto di impugnazione e le sezioni specializzate*
Protezione internazionale, il diritto di impugnazione e le sezioni specializzate*
di Silvia Albano
L’autrice evidenzia i lati problematici della normativa introdotta con la legge 46/2017, che modifica il rito applicabile alle controversie per il riconoscimento della protezione internazionale, alla luce della sua prima applicazione. In particolare, i problemi posti dalla previsione solo eventuale dell’udienza e della compatibilità di tale disposizione con le norme costituzionali di cui agli artt. 24 e 111.
16 maggio 2018
Modificata la disciplina del regime di procedibilità per taluni reati contro la persona e il patrimonio
Modificata la disciplina del regime di procedibilità per taluni reati contro la persona e il patrimonio
di Federico Piccichè
Prima nota al recente decreto legislativo del 10 aprile 2018, n. 36, in vigore dal 9 maggio
7 maggio 2018
Se telefonando...
Se telefonando...
di Giuseppe Cascini, Elisabetta Cesqui, Valerio Spigarelli
Dialogo a più voci sulla riforma delle intercettazioni
7 maggio 2018
La Corte costituzionale ed il regime delle spese di giudizio nel processo del lavoro
La Corte costituzionale ed il regime delle spese di giudizio nel processo del lavoro
di Rita Sanlorenzo
Con la sentenza n. 77 del 2018, la Corte costituzionale cancella la riforma del 2014 che limitava fortemente la possibilità di compensazione fra le parti all'esito del giudizio civile e affida al giudice, ed in particolare a quello del lavoro, uno strumento efficace di adeguamento del regolamento delle spese alle peculiarità del caso concreto.
1 maggio 2018
Principio di effettività e diritto del lavoro
Principio di effettività e diritto del lavoro
di Giovanni Armone
Il principio di effettività, elaborato dalla Corte di giustizia per assicurare piena attuazione agli strumenti normativi dell’Ue privi di efficacia diretta, stenta a trovare applicazione nell’ambito del diritto del lavoro, nonostante una importante corrente di pensiero ne abbia da tempo sottolineato il radicamento nei valori costituzionali. Consapevole della crisi attraversata dal diritto del lavoro e dai suoi formanti, dottrinale e giurisprudenziale, il saggio tenta di verificare, attraverso tre esercizi applicativi su tematiche di attualità (contratti a termine, poteri officiosi del giudice e licenziamenti illeciti), se il principio di effettività possa far riacquistare al diritto del lavoro la sua tradizionale capacità di lettura della realtà sociale e di interpretazione dei cambiamenti. Il tentativo è condotto suggerendo che tale rivalutazione possa avvenire inducendo il diritto del lavoro a reimparare dal diritto civile un uso più rigoroso delle categorie e ponendole, opportunamente innervate dai principi del diritto dell’Ue, a servizio di quei valori personali che del diritto del lavoro costituiscono da sempre la cifra identificativa.
24 aprile 2018
Organizzazione giudiziaria e autonomia della giurisdizione: il ruolo del Consiglio superiore della magistratura ed il rapporto con il Ministero della giustizia
Organizzazione giudiziaria e autonomia della giurisdizione: il ruolo del Consiglio superiore della magistratura ed il rapporto con il Ministero della giustizia
di Antonello Ardituro
L'articolo è tratto dall’intervento tenuto al seminario “Le risorse per l’organizzazione e l’organizzazione delle risorse” organizzato dal coordinamento nazionale di AreaDG il 23 febbraio 2018 a Roma (Sala della biblioteca della Procura generale presso la Corte d’appello)
17 aprile 2018