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Organizzazione giudiziaria e autonomia della giurisdizione: il ruolo del Consiglio superiore della magistratura ed il rapporto con il Ministero della giustizia
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Organizzazione giudiziaria e autonomia della giurisdizione: il ruolo del Consiglio superiore della magistratura ed il rapporto con il Ministero della giustizia
di Antonello Ardituro
componente del Consiglio superiore della magistratura
L'articolo è tratto dall’intervento tenuto al seminario “Le risorse per l’organizzazione e l’organizzazione delle risorse” organizzato dal coordinamento nazionale di AreaDG il 23 febbraio 2018 a Roma (Sala della biblioteca della Procura generale presso la Corte d’appello)

L’esperienza dell’ultima consiliatura in materia di organizzazione degli uffici e delle risorse consente di formulare alcune considerazioni sul ruolo del Consiglio superiore della magistratura e sul rapporto, in questa materia, con il Ministero della giustizia. Considerazioni che posso svolgere da una posizione per certi versi privilegiata innanzitutto per aver ricoperto il ruolo di presidente della settima Commissione del primo anno, con il compito di dare un la, un avvio, alla consiliatura sui temi dell’organizzazione, iniziando un lavoro che è stato portato avanti e completato negli anni successivi.

Ed è importante sottolineare che oggi, che siamo al quarto anno, quindi alla quarta settima Commissione, con quattro presidenti di commissione che provengono da esperienze culturali e gruppi diversi, possiamo constatare oggettivamente una sostanziale continuità nell’azione del Consiglio sul tema dell’organizzazione. Con alcune sensibilità diverse, maggiore o minore attenzione ad alcuni o ad altri temi, ma certamente un impegno altissimo e in continuità nel tempo, condiviso fra le diverse componenti togate. Si tratta di un dato, forse nuovo, molto importante, che può già consegnarsi alla prossima consiliatura: da qui non si torna indietro, perché alcuni temi, e quello dell’organizzazione in particolare, ormai non sono più fortemente divisivi in Consiglio, ma terreno di fortissima collaborazione. È il frutto buono di quel profilo, che invece giustamente sottolineiamo come un limite − su cui però avremmo bisogno di maturare un pensiero più complesso, che passa dalle affermazioni generali ed un po’ approssimative a valutazioni più approfondite − e cioè quello della scoloritura delle differenze fra i gruppi all’interno del Consiglio. 

Ho avuto poi la possibilità e la fortuna di essere il coordinatore del Comitato paritetico e quindi di avere la visione complessiva di questo quadriennio di lavoro e del rapporto di confronto e di collaborazione col Ministero, per cui formulo alcune considerazioni, con la volontà di consegnare una sorta di testimone proprio per quello che può accadere in futuro: indico quello che, a mio giudizio, si è fatto di buono e quello su cui bisogna stare attenti.

Sono convinto, e questa è stata l’azione che noi abbiamo messo in campo, che il tema dell’organizzazione sia oggi il cuore dell’azione del Consiglio ed il motore dell’azione giudiziaria: in questo campo occorre investire energie, risorse e competenze.

Naturalmente in un’accezione nuova, in un’accezione molto più spinta, molto più ampia, delle competenze consiliari e del rapporto col Ministero della giustizia; cosa che noi abbiamo provato a fare ma che ci deve interrogare su quello che può accadere in futuro.

Dico questo perché quando noi ci interroghiamo sul ruolo del Consiglio, sul ruolo di un Consiglio che deve recuperare la sua funzione politica e istituzionale e ci proiettiamo verso il futuro, poi dobbiamo provare a riempire di contenuto questa affermazione, partendo evidentemente dalla necessità di evitare di immaginare o di tornare ad immaginare quello che per molti anni, ma ormai da tempo non è più così, il Consiglio è stato, cioè un Consiglio che si occupi solo, sotto diversi profili, di gestione del personale: è chiaro che così non è da molto tempo, ancor meno lo è stato in questa consiliatura e sicuramente non sarà mai più così. Anche su questo campo, però, alcune affermazioni che facciamo in questa fase di inizio di campagna elettorale per il rinnovo della componente togata, devono trovare un più alto grado di approfondimento, di analisi e di individuazione delle soluzioni.

Una più attenta analisi al contributo fornito da questo Consiglio in materia di pareri resi al Ministro, per esempio, consentirebbe di riconoscere il contributo fornito, con risultati positivi, al miglioramento di alcune importanti riforme come quelle in materia di immigrazione e protezione internazionale, normativa antiterrorismo, contrasto patrimoniale antimafia, magistratura onoraria, ordinamento giudiziario (norma transitoria per il termine di legittimazione per i trasferimenti, abrogazione del divieto di funzioni penali monocratiche per i Mot, pareri sulle questioni poste dalle commissioni Vietti e Scotti); di identificare la coraggiosa utilizzazione del potere di proposta, come nel caso della richiesta di una stringente e chiara normativa sulla partecipazione dei magistrati alle competizioni elettorali politiche, sul conferimento di incarichi di amministrazione e sul rientro in ruolo; di riscontrare il recupero di un ruolo di controllo e di propulsione nel settore ordinamentale degli uffici requirenti con puntuali interventi, risoluzioni di largo respiro e con la circolare sull’organizzazione delle Procure; di apprezzare una costante presenza sui territori ed una continua interlocuzione istituzionale con i dirigenti degli uffici; di evidenziare il ripristino di un proficuo lavoro di collaborazione con la Scuola superiore ed il recupero di un parallelo spazio formativo sia con iniziative congiunte che con una attività convegnistica e seminariale che, soprattutto nel campo dell’ordinamento giudiziario e dell’organizzazione giudiziaria, ha fatto riscoprire una vocazione autonoma, rispettosa della scelta normativa, comunque più volte difesa dalle tentazioni revisioniste, in questo strategico settore.

Occorre ripartire da questi risultati per guardare al prossimo Consiglio come soggetto capace di migliorare ulteriormente, in un rinnovato e originale quadro istituzionale, la sua vocazione a manifestarsi quale alto ed autorevole interlocutore istituzionale sulle grandi questioni della giustizia; ma, ne sono profondamente convinto, è un Consiglio che potrà avere centralità e forza politica ed istituzionale soprattutto se avrà la capacità di essere protagonista nella materia dell’organizzazione, nel rapporto di collaborazione, dialogo e confronto a volte anche aspro con il Ministero della giustizia, riaffermando la sua funzione di «vertice organizzativo della magistratura ordinaria», così brillantemente descritta dalla commissione Paladin.

In un rapporto dialettico forte, nella consapevolezza che l’esperienza di questa consiliatura ha seriamente rafforzato la capacità di intervento consiliare, rinnovandola e reinterpretandola, ed imponendo un ripensamento delle tradizionali distinzioni e degli steccati a cui siamo abituati a pensare, in una logica che deve tener conto dell’evolvere del sistema giustizia e dell’impatto della tecnologia. I confini fra organizzazione e giurisdizione, fra interventi regolatori dell’attività degli uffici e autonomia del giudice nell’esercizio della giurisdizione sono un baluardo da preservare, ma nella consapevolezza della labilità degli stessi e della ineliminabile interconnessione fra queste due sfere di azione; occorre esserne consapevoli ed intervenire a regolare l’organizzazione con capacità e coraggio per ottimizzare il servizio e migliorare risultati e qualità della giustizia, nell’ottica di rendere omogenee le prestazioni sul territorio nazionale (i cittadini hanno diritto ad uguale giustizia, pur nelle diversità territoriali, in tutto il Paese), prevedibili le soluzioni, razionali la distribuzione delle risorse e le perfomance degli uffici.

Circolari, risoluzioni e direttive ma, soprattutto, nell’accezione che si è imposta come carattere distintivo e qualificante della attuale consiliatura, promozione di buone prassi e linee guida su alcuni temi di impatto strategico nel sistema giudiziario e della tutela dei diritti (si pensi, specularmente, alle linee guida in materia di intercettazioni ed a quelle in materia di esecuzioni immobiliari), significa regolare la giurisdizione, occupandosi di organizzazione. Da fare con attenzione, con prudenza e mai in un’ottica impositiva, ma di offerta autorevole di orientamenti e soluzioni elaborate in tutta autonomia da alcuni uffici e promossi per i risultati positivi ottenuti. 

Il tema, però, chiama in causa il fatto che di organizzazione si occupa il Consiglio ma anche il Ministero, anzi, il Ministero si muove in una chiara competenza costituzionale di partenza in questo ambito; con la conseguenza che se organizzazione, nell’era della tecnologia, è giurisdizione, allora occorre essere consapevoli che il Ministero si occupa di fatto di giurisdizione, e se il Ministero si occupa di fatto di giurisdizione, il Consiglio deve essere un soggetto molto forte per poter parlare, discutere, confrontarsi e collaborare con il Ministero, e per porre un argine ad eventuali sconfinamenti di fatto dalla funzione propria.

È il tema, davvero centrale, strategico e non più rinviabile quanto a definizione di nuove e corrette regole di ingaggio, del governo dei processi di organizzazione e di innovazione. 

Questo è il punto a cui noi siamo arrivati e con il quale ci dobbiamo confrontare. Che, poi, significa provare a rileggere e reinterpretare il rapporto che intercorre tra l’art. 105 e l’art. 110 della Costituzione: queste competenze che erano state immaginate come separate e che ogni tanto si incontravano per darsi la mano, oggi diventano un miscuglio da reinterpretare.

Occorre ripensare e attuare nuove regole di ingaggio.

Questo è secondo me il nuovo modo, il nuovo campo di riflessione su cui Area si deve impegnare, perché esaurito quell’originario filone di pensiero caratterizzante − l’organizzazione come grimaldello per attuare la giurisdizione in un’ottica di servizio, convinzione e pensiero oggi patrimonio di tutta la magistratura, risultato di cui essere orgogliosi e da ricordare nel pantheon delle idee e dei valori di Area − esso va attualizzato con l’obiettivo di identificare le modalità di corretta attuazione dei principi costituzionali citati, nell’era della tecnologia e dell’avanzare delle esigenze di massima organizzazione degli uffici e di razionale gestione delle risorse, fino ai limiti dell’autonomia della giurisdizione; si tratta, in poche parole, di discutere di autonomia ed indipendenza della magistratura da un angolo di visuale del tutto peculiare, per certi versi molto insidioso, ma imprescindibile e che non consente opzioni pregiudiziali di chiusura e anacronistiche contrapposizioni.

Dunque sia il Consiglio che il Ministero, occupandosi di organizzazione, incidono profondamente sulla giurisdizione, si occupano di giurisdizione e giungono fino all’uscio della autonomia e della indipendenza del magistrato. È quell’uscio che deve restare invalicabile, e che va con forza presidiato e difeso. Ma uno dei modi per farlo è anche discutere del ruolo del Consiglio e della sua capacità di essere protagonista di questi processi, innanzitutto nella dialettica con il Ministero.

È un Consiglio che tutti i giorni si confronta con queste tematiche, non senza perplessità, prudenza, coraggio, a volte preoccupazione, sicuramente con grande impegno e convinzione.

Veniamo da un’esperienza di un Ministero forte, che ha esercitato le sue prerogative in materia di organizzazione, innovazione e gestione delle risorse, con autorevolezza e capacità, perché i magistrati addetti erano e sono competenti, una struttura ben funzionante e ben organizzata, che aveva soprattutto un deciso input politico di poter fare delle cose, una copertura politica proveniente dal Ministro e trasmessa al capo di gabinetto ed ai direttori dipartimentali e generali che l’hanno attuato. Autorevolezza fra l’altro rafforzata nell’ambiente giudiziario dal fatto di aver invertito la rotta in materia di investimenti e di reperimento di risorse umane e materiali. Hanno dunque operato sul sistema in maniera sicuramente positiva, in tema di risorse, piante organiche, personale di magistratura e amministrativo e innovazione tecnologica, con il ruolo centrale e strategico svolto dal Dog (Dipartimento organizzazione giudiziaria) e dalla Dgsia (Direzione generale di statistica e analisi organizzativa).

Naturalmente l’autorevolezza e la forza di un Ministero è una cosa buona, ma è anche una cosa pericolosa: perché le persone fanno la differenza, perché l’input politico fa la differenza, e quindi noi se per un verso dobbiamo auspicare che il prossimo Ministero continui in questa direzione con la stessa forza ed autorevolezza, per l’altro dobbiamo presidiare e rafforzare l’altra metà del campo, e l’altra metà del campo è il Consiglio superiore della magistratura, e non può che essere il Consiglio superiore della magistratura, e questo deve essere il nostro impegno programmatico prioritario.

Alcuni passi avanti ed alcune iniziative positive sono state realizzate in questa consiliatura, come ci è stato riconosciuto in diverse sedi e da parte degli stessi uffici ministeriali; abbiamo collaborato costruttivamente a tutti i progetti e le attività sul tema delle risorse e dell’innovazione poste in essere dal Ministero; abbiamo sollecitato molti interventi ed in particolare quelli sull’assunzione del personale amministrativo e sui concorsi per i magistrati; siamo stati presenti e vigili nel campo dell’innovazione, perché ci è stato immediatamente chiaro che in un tempo in cui il processo civile è telematico, ed in un tempo in cui sono in atto incisivi processi di innovazione, seri investimenti e importanti procedure di gara in vista di un processo penale telematico, e quando il Ministero, grazie al suo Datawarehouse, inizia ad elaborare rilevazioni statistiche sempre più sofisticate, fino a prospettare classifiche di rendimento e delle performance degli uffici giudiziari, è di tutta evidenza che in questo modo il Ministero della giustizia, esercitando i suoi compiti e nell’ambito delle sue competenze costituzionali, sta però mettendo, ha messo e metterà pesantemente le mani sulla giurisdizione entrando in quell’ambito che tradizionalmente abbiamo sempre ritenuto “affare interno” al sistema giudiziario ed all’autogoverno.

Mette le mani sul processo, perché costruisce un nuovo processo − il processo civile telematico è una cosa diversa dal processo civile che era prima, è un nuovo e diverso processo; il processo penale telematico sarà una cosa diversa dal processo penale di oggi − e quando inizia a fare le rilevazioni sulle performance degli uffici giudiziari, inizia a dire: «L’ufficio che funziona ... l’ufficio che non funziona», fornisce numeri, stabilisce criteri di valutazione, chiede che se ne tenga conto nella valutazione dei magistrati e dei dirigenti. Ne consegue che c’è bisogno di interloquire con questo Ministero e con quello che verrà; perché se c’è da fare il processo penale telematico io voglio partecipare da subito a questo processo, evitando di ripetere l’errore del processo civile telematico, e non posso attendere che una norma, o un decreto o addirittura solo un applicativo imporrà, chessò, come iscrivere la notizia di reato o quale modello di decreto penale di condanna, o quanti campi per un capo di imputazione o quanto spazio per la motivazione della sentenza; voglio e devo interloquire e l’unico soggetto che può e deve farlo è il Consiglio, il vertice organizzativo dell’ordine giudiziario, ordine costituito in un potere diffuso che deve poter affidare all’organo di governo autonomo la sua rappresentanza sulle questioni dell’organizzazione.

Si tratta a pieno titolo di attuare anche in questo campo un preciso indirizzo politico del Consiglio.

E se dobbiamo tenere sotto controllo questa complessità, allora dobbiamo avere la forza di pensare un nuovo Consiglio superiore della magistratura, che in maniera strutturata e con le giuste risorse, possa affrontare, presto e bene, questa grande sfida, con modalità più organiche e strutturate di quelle che noi abbiamo potuto mettere in campo per far fronte ad una situazione che ci è apparsa in tutta la sua perentoria capacità eversiva se non accuratamente governata.

C’è bisogno di risorse e di adeguate professionalità.

Ma è soprattutto un dato culturale e politico quello su cui bisogna lavorare e riflettere; anche per poter sostenere iniziative di autorganizzazione dell’organo di governo autonomo; perché non è possibile occuparsi di queste cose, come ce ne siamo occupati noi, solo a guardare qual è il calendario dei lavori: cioè un Consiglio che lavora ancora esclusivamente sulla linea, lavoro di Commissione-plenum o sulla linea Comitato di presidenza-plenum, è un Consiglio perdente in questa materia, proprio perché pensato ed organizzato per fare altre cose. Si tratta di affrontare la discussione anche dal punto di vista di come intendere la collegialità del Consiglio, di cui tanto parliamo e che senz’altro è un valore fondamentale che va salvaguardato, ma il punto è quale collegialità e con quali modalità, per avere un Consiglio efficiente e capace di seguire con prontezza ed efficacia le questioni di cui stiamo discutendo.

Ecco, anche in conseguenza del lavoro che abbiamo fatto, io immagino che non può essere lontano il giorno in cui nel Consiglio esista un Dipartimento dell’organizzazione giudiziaria, che non può essere la settima Commissione come è oggi pensata. La Commissione può essere il vertice politico del Dipartimento dell’organizzazione giudiziaria, ma le scelte sull’ organizzazione che il Consiglio deve seguire, solo a volere discutere costantemente con il Dog (Dipartimento organizzazione giudiziaria), con la Dgstat (Direzione generale di statistica e analisi organizzativa), con la Dgsia (Direzione generale per i sistemi informativi automatizzati), di quale processo penale telematico vogliamo pensare insieme, di quali sono i rapporti corretti con gli uffici giudiziari dal punto di vista della gestione dei servizi informativi, su quali sono i corretti equilibri e rapporti nella gestione dei dati informativi, oppure su quale lavoro sul tema della gestione del personale e delle risorse, queste devono essere affidate ad una struttura forte e capace, che richiede anche un ripensamento ed un adeguamento della Sto (Struttura tecnica per l'organizzazione) che oggi non ha la possibilità, con magistrati solo part-time, di seguire adeguatamente queste complesse vicende. Occorrono magistrati a tempo pieno, qualche cosa che assomigli molto all’ufficio studi, un ufficio dell’organizzazione.

Qualcosa, non poco, lo abbiamo già fatto.

Per affrontare le questioni sull’innovazione è stata rafforzata e valorizzata la rete dei Rid (Referenti informatica distrettuale) e dei Magrif (Magistrati di riferimento per l'informatica), creando apposite strutture, garantendo mezzi e soprattutto valorizzandone la dignità del ruolo; una rete che abbiamo trovato piuttosto abbandonata a sé stessa, ma che oggi è qualche cosa di più definito che abbiamo messo in un circuito costante con la Dgsia. È stato rafforzato l’ufficio statistico del Consiglio, posto nell’ambito della settima commissione e sottratto al controllo diretto della segreteria generale, ed è pronto a partire il Dwh (Datawarehouse) consiliare che consentirà di avere dati, informazioni ed elaborazioni idonee ad assumere le scelte più importanti. Sono state poste le basi regolamentari per una rivisitazione della Struttura tecnica per l’organizzazione, attraverso la norma che prevede la possibilità dell’esonero totale dal lavoro almeno per una parte dei suoi componenti. Le nuove procedure informatiche del sistema “Cosmapp” a regime consentiranno di aumentare la conoscenza immediata del sistema giudiziario, stabilire un nuovo rapporto con gli uffici ed i magistrati e garantire massima trasparenza ai processi decisionali. Nel complesso, direi, una piccola rivoluzione silenziosa, che potrà consentire, se ben sostenuta al cambio di consiliatura, di reggere il passo con la sfida che ci si pone davanti.

E la stessa settima Commissione non dovrebbe essere una commissione che partecipa del tourbillon dei cambiamenti annuali delle commissioni, perché non c’è un progetto di lavoro sull’organizzazione che può durare un anno e, pur con tutta quella assoluta consonanza di intenti a cui ho fatto riferimento all’inizio, io credo che almeno un lavoro biennale, una commissione biennale con un presidente che lavora per due anni o con due presidenti che si scambiano il posto ma lavorando nella stessa Commissione, possono dare una stabilità più adeguata alla serietà dei progetti da fare.

Una diversa collegialità, dicevo, in questo settore.

Penso ad un progetto di lavoro con delle direttive da portare a inizio consiliatura in plenum, da lasciare poi ad una fase esecutiva che sfugge, deve per forza di cose sfuggire al plenum, perché non è possibile che ogni decisione minimale su questi temi, che invece richiedono una prontezza, una velocità di decisione, debba passare per la massima collegialità consiliare: è un’organizzazione che non regge, che arriva tardi, che è faticosa e che non può confrontarsi con un’organizzazione diversa, quella del Ministero, che invece ha una struttura logicamente verticistica, con processi decisionali chiari e tempestivi. Rafforzare il ruolo e la rappresentanza consiliare nel comitato paritetico e pensare ad una nuova e diversa collegialità del Consiglio in queste materie è fondamentale.

Noi siamo riusciti a non essere troppo formalisti in questa consiliatura, ma ciò è stato possibile per la particolare situazione, per quella condivisione di fondo, su questi temi, a cui ho fatto cenno, fra tutte le componenti, togate e laiche, e con un comitato di Presidenza molto attento a sostenere anche le iniziative più coraggiose in questo settore.

Dunque la prospettiva verso la quale noi muoviamo è questa:

1) avere consapevolezza che l’azione del Ministero di oggi non è quella di anche solo di dieci anni fa, soprattutto per l’avvento delle tecnologie, e che oggi fare organizzazione dal lato Ministero significa “mettere le mani” sulla giurisdizione; allo stesso tempo avere consapevolezza che il Consiglio quando fa organizzazione oggi, con tutta la prudenza e l’attenzione del caso, esso stesso in modo molto incidente “mette le mani” sulla giurisdizione, quando elabora ed aggiorna la normativa secondaria ma, soprattutto, quando monitora, raccoglie e promuove buone prassi ed quando elabora linee guida in ambiti giudiziari sensibili;

2) fare in modo che questi due soggetti, in questo nuovo modo di operare, sappiano restare fermi sull’uscio dell’autonomia decisionale del magistrato che esercita la giurisdizione; che siano in un rapporto di collaborazione istituzionale vera, forte e che abbiano la capacità di discutere e confrontarsi costantemente;

3) di conseguenza ripensare che cos’è il Consiglio superiore della magistratura, come è organizzato al suo interno, di quali risorse umane e professionali dispone ed ha bisogno. 

Insomma tutto conduce alla necessità di fare una riflessione molto delicata, seria, di cui io, in questa occasione, ho solo potuto tratteggiare i contorni più essenziali.

Con la consapevolezza ulteriore che siamo in un momento storico in cui forse abbiamo contribuito a creato un isolamento istituzionale, perché i colleghi che sono stati impegnati al Ministero si sono sentiti isolati dal resto del mondo della magistratura, situazione a cui anche noi di Area abbiamo contribuito per seguire alcune demagogiche e poco lungimiranti pulsioni; dobbiamo aprire una nuova riflessione, più attenta, più complessa sul tema dei fuori ruolo, sono il primo a fare autocritica sul punto; c’è da non far sentire nell’angolo o comunque escluso chi fa un lavoro, da qualsiasi parte provenga, perché poi la differenza la fa la qualità delle persone, e la capacità di rendere un servizio al sistema giudiziario da diverse postazioni istituzionali; allo stesso tempo i magistrati impegnati in questi importanti compiti non devono fuggire dal momento della partecipazione al dibattito interno alla magistratura ed anzi fare in modo che le distanze si colmino attraverso il dialogo costante e la condivisone delle questioni, dei problemi e delle possibili soluzioni, per evitare le rispettive autoreferenzialità. Ciascuno nelle differenze del proprio ruolo del momento, ma in un dibattito aperto e costruttivo, anche e soprattutto nelle sedi associative.

Abbiamo poi contestualmente da considerare l’effetto nuovo della sostanziale assenza dei magistrati in Parlamento, il ché, al netto delle specifiche e soggettive valutazioni su questo nuovo scenario, certamente contribuisce ulteriormente ad un certo isolamento culturale della magistratura, per cui ancora una volta la risposta non può che essere che tale isolamento può essere colmato solo attraverso l’ulteriore rafforzamento della presenza istituzionale del Consiglio superiore della magistratura.

Chiudo, e per brevità non posso dilungarmi sul punto, facendo cenno alla terza gamba del sistema, costituita dagli uffici giudiziari e dai dirigenti degli uffici. Mi preme sottolineare che la consuetudine del Ministero di aprire le porte ai dirigenti, di utilizzare un metodo di ascolto e di partecipazione, con l’organizzazione di tavoli tecnici e di lavoro, ha sicuramente dato ottimi frutti e va salutata con favore, perché consente di acquisire informazioni e proposte dai soggetti direttamente interessati e che hanno la responsabilità della conduzione degli uffici; si tratta di un metodo di inclusione che ha fatto da pendant a quello utilizzato dal Consiglio (si veda per tutte la metodologia che ha preceduto l’emissione della circolare sulle procure). Ma è bene mantenere acceso un faro su un corretto uso del rapporto Ministero-uffici giudiziari, da limitarsi alle strette competenze ministeriali e, soprattutto, da gestire con cura da parte dei dirigenti che debbono rifuggire dalla tentazione del rapporto diretto e privilegiato con le strutture ministeriali, fuori dai contesti trasparenti e istituzionali, attraverso il peso e la forza dell’ufficio che si dirige, con la conseguenza di relegare su alcune grandi questioni il Consiglio a soggetto sussidiario, da attivare solo allorquando la relazione diretta col Ministero non abbia avuto gli esiti sperati. Condotte che, nel contesto che ho provato a tratteggiare, indeboliscono l’organo di governo autonomo che, invece, dal suo canto, deve avere la forza di fare da collettore delle esigenze degli uffici e farsi interlocutore autorevole ed istituzionalmente rappresentativo.

In conclusione abbiamo tutti bisogno di un Consiglio più forte, nuovamente pensato, meglio organizzato, meglio supportato dai magistrati che ne devono comprendere la nuova missione che, se non interpretata nel giusto modo, ci lascia molto più deboli e frammentati in balia di chi, partendo dalla competenza che gli affida la Costituzione, può fortemente influenzare la giurisdizione e per essa l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, in quanto parte del potere esecutivo, e che può muoversi secondo linee e direttrici illuminate e rispettose della separazione dei poteri, ovvero procedere pericolosamente e in maniera strisciante verso una eterogestione delle scelte organizzative che va ben oltre la distribuzione delle risorse.

Noi possiamo rispondere a questo rischio solo investendo in un interlocutore istituzionale forte, autorevole e rappresentativo che non può che essere il Consiglio superiore della magistratura.

17 aprile 2018
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Fascicolo 4/2017
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Principio di effettività e diritto del lavoro
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Il principio di effettività, elaborato dalla Corte di giustizia per assicurare piena attuazione agli strumenti normativi dell’Ue privi di efficacia diretta, stenta a trovare applicazione nell’ambito del diritto del lavoro, nonostante una importante corrente di pensiero ne abbia da tempo sottolineato il radicamento nei valori costituzionali. Consapevole della crisi attraversata dal diritto del lavoro e dai suoi formanti, dottrinale e giurisprudenziale, il saggio tenta di verificare, attraverso tre esercizi applicativi su tematiche di attualità (contratti a termine, poteri officiosi del giudice e licenziamenti illeciti), se il principio di effettività possa far riacquistare al diritto del lavoro la sua tradizionale capacità di lettura della realtà sociale e di interpretazione dei cambiamenti. Il tentativo è condotto suggerendo che tale rivalutazione possa avvenire inducendo il diritto del lavoro a reimparare dal diritto civile un uso più rigoroso delle categorie e ponendole, opportunamente innervate dai principi del diritto dell’Ue, a servizio di quei valori personali che del diritto del lavoro costituiscono da sempre la cifra identificativa.
24 aprile 2018
Ilva e il diritto alla salute. La Corte costituzionale ci ripensa?
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di Gianfranco Amendola
Il contributo che pubblichiamo ragiona sulla recente decisione n. 58 del 2018, con cui la Consulta torna ad occuparsi del tema della tutela della salute e sicurezza dei lavoratori negli stabilimenti dell’Ilva di Taranto. L’autore registra qualche non irrilevante mutamento di rotta nella giurisprudenza costituzionale rispetto alla precedente sentenza n. 85 del 2013 e rimarca con forza come il diritto alla salute non può soggiacere, se non a prezzo di qualche forzatura del dettato costituzionale, a bilanciamenti con altri interessi pur costituzionalmente rilevanti (essendo il diritto alla salute l’unico diritto che, non a caso, è definito fondamentale dalla nostra Costituzione).
10 aprile 2018
La salute, il lavoro, i giudici
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di Riccardo De Vito
Un breve commento alla sentenza (n. 58/2018) con la quale la Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del cd. decreto Ilva. Vi si leggono parole chiare sul rapporto tra i diritti fondamentali della persona e iniziativa economica
24 marzo 2018
La Corte costituzionale, nel silenzio del legislatore delegato e nel contrasto tra i giudici di legittimità, apre a più ampi limiti alla sospensione dell’esecuzione della pena detentiva
La Corte costituzionale, nel silenzio del legislatore delegato e nel contrasto tra i giudici di legittimità, apre a più ampi limiti alla sospensione dell’esecuzione della pena detentiva
di Antonio Gialanella
Osservazioni in merito agli effetti sugli ordini di carcerazione emessi nei confronti di condannati a pena detentiva superiore a 3 anni e non superiore a 4 anni a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 41, depositata in data 2.3.2018, che ha dichiarato incostituzionale il quinto comma dell’articolo 656 del codice di procedura penale, «nella parte in cui si prevede che il pubblico ministero sospende l’esecuzione della pena detentiva, anche se costituente residuo di maggiore pena, non superiore a tre anni anziché a quattro anni»
19 marzo 2018
Una pena clemente. Qualche riflessione in materia di umanità penitenziaria*
Una pena clemente. Qualche riflessione in materia di umanità penitenziaria*
di Davide Galliani
Una pena che distrugge e annienta una persona non è pensabile. E ciò che non è pensabile non è nemmeno giuridico. A questo serve la clemenza: a togliere di mezzo dal mondo del diritto l’inimmaginabile, il non pensabile, che ancora accade nei nostri penitenziari.
8 marzo 2018
Appello al governo per la riforma penitenziaria
Appello al governo per la riforma penitenziaria
Pubblichiamo il testo di un appello sottoscritto da diverse associazioni in rappresentanza dei mondi dell’università, dell’avvocatura, della magistratura e del volontariato, nonché da autorevoli giuristi e da personalità della società civile. L’appello, indirizzato al Governo, auspica l’approvazione definitiva della riforma penitenziaria, in attuazione della delega conferita con la l. n. 103/2017. La riforma, giunta a un passo dal varo definitivo con l’approvazione dello schema di decreto legislativo, rischia ora una definitiva battuta d’arresto per via della fine della legislatura.
6 marzo 2018