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di Donatella Stasio
Prescrizione & processo: solo l’etica ci salverà
Prescrizione & processo: solo l’etica ci salverà
Avvocati e Anm, divisi sulle proposte di riforma del processo penale e della prescrizione, concordano invece (ed è una novità) sulla pregiudizialità della prima rispetto alla seconda. Ma la diversa “visione” del processo rende la riforma impossibile. Oltre che inutile senza un cambio di passo dell’etica di tutti gli attori del processo

Perché questa rubrica

27 aprile 2017

Inizia oggi, con il primo articolo della nuova rubrica Controcanto, la collaborazione di Questione Giustizia e di Magistratura democratica con Donatella Stasio, una delle voci più autorevoli del giornalismo italiano (cronista di politica giudiziaria per più di 30 anni a Il Sole24Ore) e più significative del dibattito politico-culturale sui temi della giustizia e della politica giudiziaria.

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«Quale rieducazione è di fatto realizzabile se i tempi di accertamento dei reati e quelli dell’esecuzione della pena sono così lunghi e distanti dalla condotta illecita?», chiede Bruno, detenuto nel carcere di Marassi a Genova. E poi chiosa: «La rapidità del processo non garantisce soltanto l’innocente ma anche il colpevole, per il quale è una necessità espiare velocemente la pena per saldare il conto con la giustizia. Che ne pensa?».

La domanda ricorre puntualmente durante il Viaggio nelle carceri della Corte costituzionale, partito il 4 ottobre da Rebibbia. Quasi un refrain, quello dell’eccessiva durata dei processi. Tema che proprio in queste settimane è tornato anche alla ribalta politico-parlamentare, sia pure per controbilanciare (se non per vanificare) la proposta di una riforma strutturale (e radicale) della prescrizione (stop dopo la sentenza di primo grado). Nelle domande dei detenuti e delle detenute, però, questo «collegamento» tra tempi del processo e prescrizione non c’è proprio. Anzi, la parola prescrizione non viene mai pronunciata. E forse se ne capisce la ragione, visto che a parlare sono persone che della prescrizione, evidentemente, non hanno beneficiato, altrimenti non sarebbero in carcere. Dunque, la loro testimonianza sui tempi lunghi vale “a prescindere”: sta lì a significare che, anche quando la condanna arriva nei tempi “regolamentari”, spesso arriva così lontano dalla commissione del fatto che il condannato è già “altro” rispetto al reato commesso, per cui la pena (soprattutto se trattasi di carcere) ha per lui un’afflittività ancora maggiore e la rieducazione suona come una beffa.

Peraltro, sui tempi dei processi ricordo sempre una famosa metafora del pm Paolo Ielo, quando ancora lavorava alla Procura di Milano (2009). «Il Palazzo di giustizia di Milano rappresenta alla perfezione le diverse velocità del processo penale, che viaggia su un doppio binario a seconda dei reati: al piano terra si trattano gli arresti in flagranza, i “reati di strada”, droga, rapine, violazione della Bossi-Fini. Il processo è rapido e ogni giorno vengono comminati svariati anni di galera. La prescrizione, in questo piano, non esiste. Una delle principali ragioni della rapidità è la condizione di povertà degli imputati, che non possono permettersi un avvocato di fiducia e spesso ricorrono al gratuito patrocinio e alla difesa d’ufficio. Al terzo piano, la giustizia ha tempi diversi. È il piano dei reati di aggiotaggio, corruzione, falso in bilancio, per i quali non è previsto l’arresto in flagranza. Gli imputati non sono “i meno abbienti” del piano terra. Gli anni di galera che vengono comminati ogni giorno sono di gran lunga inferiori. Il processo è più garantito, molti reati vanno in prescrizione anche perché la legge ex Cirielli ne ha ulteriormente diminuito i tempi». Ielo concludeva: «La differenza tra i piani del Tribunale rispecchia una diversa giustizia e si riflette nel carcere. È ovvio che con questo sistema, in galera ci va la carne da cannone». (Diritti e castighi: storie di umanità cancellata in carcere, di Lucia Castellano e Donatella Stasio, Milano, Il Saggiatore, 2009).

Certo, dal 2009 qualcosa è cambiato, ma il problema della lunghezza del processo e quello della prescrizione sono sempre lì, di fatto irrisolti. A volte le loro strade procedono parallelamente, altre volte si intrecciano, com’è avvenuto con l’ultima, recente, riforma del processo penale, targata Renzi-Orlando, entrata in vigore poco più di un anno fa e nata da una proposta del Governo (ispirata ai lavori di una Commissione ministeriale di autorevoli giuristi), senza le modifiche alla prescrizione; modifiche imbarcate strada facendo, da un provvedimento di iniziativa parlamentare che marciava in Parlamento per conto proprio. Il risultato finale è stato una riforma definita un «pannicello caldo» dall’Anm e contestata a suon di scioperi dagli avvocati penalisti. Opposte le ragioni del malcontento. Magistrati e avvocati, per chi ha un po’ di memoria storica, hanno sempre avuto idee contrastanti sul processo e sulla prescrizione, anche quando si sono seduti allo stesso tavolo per discutere. Come accadde nel 2012, con la Commissione Fiorella voluta dall’allora ministro della Giustizia Paola Severino per definire una proposta di riforma (solo) sulla prescrizione: il risultato fu un testo di compromesso (sospensione di due anni dopo la condanna di primo grado e di un anno in Cassazione) al quale si è poi ispirata la riforma Orlando (18 mesi di sospensione in Appello e 18 in Cassazione). Non con grande successo visti i giudizi critici di magistrati e avvocati.

Del resto, anche sul processo penale ci sono sempre state “visioni” differenti. E una conferma – se proprio ce ne fosse bisogno – emerge dalle audizioni, dalle proposte e dalle polemiche di questi giorni. Anm e avvocati sono d’accordo, oggi, soltanto su una cosa, e cioè che prima di mettere mano alla prescrizione si debba riformare, accelerandolo, il processo penale. Non è poco. Anzi, per certi versi, questa pregiudiziale comune è una novità. Peccato, però, che le “visioni” del processo siano così distanti da rendere “diabolica” quella pregiudiziale, ovvero impossibile l’approvazione di una riforma condivisa.

Quanto alla politica, ha idee confuse, e non da oggi. Per stare all’attualità, subito dopo l’accordo giallo-verde la ministra leghista Giulia Bongiorno ha fatto sapere che bisogna tagliare i tempi delle indagini perché è lì che si consuma il 70% delle prescrizioni; ancora non si sa come la pensi al riguardo il ministro pentastellato Alfonso Bonafede, anche se i grillini in passato hanno sempre contestato quest’impostazione, ovviamente condivisa dai penalisti e criticata dai magistrati, che denunciano, anzi, tempi di indagine strozzati rispetto alle risorse e ai fascicoli esistenti e imputano il dato sulla prescrizione durante le indagini all’ingolfamento dei Tribunali, che perciò non riescono a fissare le udienze per indagini già concluse… .

La ricostruzione è sicuramente sommaria ma è sufficiente a spiegare un dato importantissimo, purtroppo sottovalutato: il disorientamento dei cittadini di fronte al trascinarsi di una situazione che, per come viene di volta in volta rappresentata, affrontata, discussa, spiegata, finisce per delegittimare tutti gli attori, istituzionali, politici, professionali… . E questo è un prezzo altissimo per una democrazia, che sulla fiducia nelle istituzioni, e in particolare nella giustizia, poggia le sue basi.

Intanto il processo è lì, con la sua inefficienza e inefficacia che mettono a rischio quotidianamente diritti e garanzie di tutti: imputati, vittime, collettività. La rassegnazione è inaccettabile, anche se forse è funzionale all’immobilismo politico, corporativo e professionale. Né si può – soprattutto nella perdurante transizione politica italiana – “delegare” a nuove norme la ripresa democratica del processo.

Mai come nei momenti di disorientamento e confusione giova la lettura di Piero Calamandrei. «Per il buon funzionamento del processo (ma qualcosa di simile si potrebbe ripetere per tutte le istituzioni pubbliche, specialmente negli ordinamenti democratici), conta, assai più della perfezione tecnica delle astratte norme che lo regolano, il costume di coloro che sono chiamati a metterle in pratica». La chiave è questa. Ed apre più porte di quante, realisticamente, ne possano aprire nuove norme, peraltro del tutto eventuali e dal contenuto incerto.

Il “costume” rimanda non solo alla professionalità, ma anche all’etica della responsabilità, non esercitata abbastanza dagli attori del processo, più inclini a puntare il dito contro le norme vigenti, a reclamarne di nuove, a ostacolare quelle possibili… .

«Ciò che plasma il processo, ciò che gli dà una sua fisionomia tipica non è la legge processuale ma è il costume di chi la mette in pratica», scrive Calamandrei. «Il processo non è che un aspetto della vita di un Paese e le leggi processuali non sono altro che una fragile rete dalle cui maglie preme e talvolta trabocca la realtà sociale», aggiunge, insistendo sul concetto che il processo non è quello previsto in astratto dal legislatore ma che gli uomini – «giudici e giudicabili» – fanno vivere e che «rappresentano», ciascuno con il proprio costume «che può essere, purtroppo, anche un malcostume». E questo, secondo Calamandrei, è un altro elemento di somiglianza con il procedimento parlamentare.

Dunque, un richiamo fortissimo all’etica, che va rilanciato e ascoltato. È l’unica strada per “salvarci” dall’immobilismo. «La verità, che poi è il segreto per la salvezza dei regimi democratici, è un’altra – spiega Calamandrei –: per far vivere una democrazia non basta la ragione codificata nelle norme di una Costituzione democratica ma occorre, dietro di esse, la vigile e operosa presenza del costume democratico che voglia e sappia tradurla, giorno per giorno, in concreta, ragionata e ragionevole realtà. La démocratie est un comportement, un engagement. Faute de cet engagement, la technique constitutionnelle est morte. E questo – conclude – è anche il segreto della tecnica processuale».

Donatella Stasio

15 novembre 2018
Contro il malessere democratico, l’Italia ha bisogno del rugby. Il sogno di Giuseppe D’Avanzo
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In gran parte del mondo la democrazia non gode di buona salute e l’Italia non sembra da meno. I sintomi del malessere democratico risalgono ad almeno un decennio e D’Avanzo li aveva individuati. Come il rimedio per curarli
3 dicembre 2018
Questione penale e politiche penitenziarie, i documenti dell’Associazione italiana dei professori di diritto penale
Quale futuro per il garantismo? Riflessioni su processo penale e prescrizione
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di Mariarosaria Guglielmi* e Riccardo De Vito**
Ad oggi il dibattito politico ha lasciato sul campo la prospettiva di una riforma certa della prescrizione in cambio di una riforma incerta che dovrebbe garantire il processo “breve”. Se non incanalata in un contesto normativo unico, dove agli interventi sulla causa di estinzione del reato si possano contemporaneamente saldare quelli sulla prescrizione delle singoli fasi processuali, l’intervento appare lesivo dei diritti dell’imputato ad un equo processo e dei principi costituzionali in materia di presunzione di non colpevolezza e finalismo rieducativo della pena. Magistratura, avvocatura ed accademia dovrebbero aprire un confronto su un nuovo processo penale, che permetta di dibattere anche sulle soluzioni proposte di recente dalla magistratura associata (estensione dell’art. 190-bis cpp e abolizione del divieto di reformatio in peius). Il contesto politico induce a scelte di diritto penale espressivo-simbolico e a torsioni regressive. Non è il momento di compromessi
20 novembre 2018
Il caso Cappato alla Corte costituzionale: un’ordinanza ad incostituzionalità differita
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di Marco Bignami
È illegittimo punire chi agevola il suicidio del malato che, in piena libertà e consapevolezza, decide di rifiutare terapie mediche che gli infliggono sofferenze fisiche o morali, e che reputa contrarie al suo senso di dignità. Tuttavia, urge un intervento del legislatore per definire modi e condizioni di esercizio del diritto a ricevere un trattamento di fine vita. Con l’ordinanza che si commenta, la Corte costituzionale riconosce l’illegittimità dell’art. 580 cod. pen., ma differisce a data futura la relativa declaratoria, assegnando termine al legislatore per emendare il vizio. Nasce così una nuova tecnica decisoria, di cui sono esaminati i tratti essenziali
19 novembre 2018
Luci ed ombre di una riforma a metà: i decreti legislativi 123 e 124 del 2 ottobre 2018
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di Marcello Bortolato
Il 10 novembre 2018, entra in vigore la riforma dell’Ordinamento penitenziario. Anticipiamo dal numero 3/2018 di Questione Giustizia Rivista trimestrale questo analitico commento dei decreti legislativi che hanno coagulato il vasto programma di riforma avviato dall’esperienza degli Stati generali dell’esecuzione penale. Punti di forza (pochi) e punti di debolezza (tanti) di un testo legislativo con cui gli interpreti (magistrati, avvocati, operatori del penitenziario) dovranno confrontarsi
9 novembre 2018
Costituzione e “trattamenti” penitenziari differenziati *
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Una riflessione originale e radicale sul 41-bis, sui trattamenti differenziati, sui loro presupposti e sui “decisori” effettivi, con la Costituzione antropocentrica a fare da bussola
7 novembre 2018
Ddl “Anticorruzione” e riforma della prescrizione: l’importanza di un confronto a difesa delle garanzie e di tutti i principi costituzionali del giusto processo
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di Eriberto Rosso
Le riforme proposte per il contrasto alla corruzione e per l’arresto della prescrizione dopo la sentenza di primo grado ripropongono una visione giustizialista del processo penale, incentrata sull’inasprimento delle pene e realizzata con l’abbattimento delle garanzie. L’Avvocatura, impegnata nella difesa e nella promozione dei valori del diritto penale liberale e del giusto processo, chiama al confronto tutta la comunità degli operatori del diritto per impedire che finisca all’angolo la cultura dei diritti e delle garanzie
4 novembre 2018
La lezione di Dworkin: anche nella partita sulla sicurezza, la «briscola» è la tutela dei diritti fondamentali
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Reati in calo, processi lenti, carceri affollate: un quadro che ci riporta indietro di dieci anni e riapre prospettive securitarie. Secondo il filosofo americano, il rispetto dei diritti umani non è un impiccio di cui liberarsi per placare la paura e riscuotere consensi
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Anticipiamo una sintesi del contenuto della decisione cui seguiranno i necessari commenti e approfondimenti. Nella motivazione del provvedimento che ha esteso il 41-bis non si è fatto un accertamento approfondito del deterioramento delle capacità cognitive del detenuto
25 ottobre 2018
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di Valerio Savio
Una proposta in grado di distruggere il ruolo rappresentativo ed istituzionale del Csm. Una pubblica umiliazione/delegittimazione per la magistratura e i singoli magistrati. Una riforma cui l’Anm deve opporsi con forza, unitariamente
24 ottobre 2018

Perché questa rubrica

27 aprile 2017

Inizia oggi, con il primo articolo della nuova rubrica Controcanto, la collaborazione di Questione Giustizia e di Magistratura democratica con Donatella Stasio, una delle voci più autorevoli del giornalismo italiano (cronista di politica giudiziaria per più di 30 anni a Il Sole24Ore) e più significative del dibattito politico-culturale sui temi della giustizia e della politica giudiziaria.

Con questa collaborazione Magistratura democratica e Questione Giustizia hanno scelto di aprire, sui siti on-line, una finestra sull’esterno dalla quale scorgere con più attenzione e consapevolezza cosa accade fuori dalla magistratura e dalla quale essere visti, osservati, criticati anche radicalmente.

In linea con le indicazioni venute dal congresso di Bologna del novembre 2016, abbiamo scelto, da un lato, di rivitalizzare un metodo di confronto ed elaborazione e, dall’altro, di arricchire il dibattito interno alla magistratura, tenendo viva l’attenzione verso le più complesse dinamiche della società in cui si inserisce l’intervento giudiziario. Siamo infatti consapevoli che solo questa attenzione può contrastare dinamiche di chiusura e di autoreferenzialità della magistratura, da ultimo riemerse anche nel confronto associativo.

 

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30 ottobre 2018
L’etica costituzionale come antidoto al conflitto tra legge e giustizia e alla disgregazione sociale
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Piero Calamandrei spiegava che nei “grandi trapassi storici” il dissidio tra legge e giustizia si scarica sulla seconda e sulla motivazione dei suoi provvedimenti, con effetti negativi sulla fiducia dei cittadini. Anche oggi si profila un’analoga “crisi della giustizia” ma, come osserva Elvio Fassone, è l’etica costituzionale, ed il suo riconoscimento, che consente di ricomporre legge e giustizia
9 ottobre 2018
Lo sguardo che manca alla giustizia
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Il film «Sulla mia pelle», che racconta la vicenda di Stefano Cucchi, sollecita molte riflessioni tra cui quella sull’impersonalità (brutale) delle istituzioni, compresa la giustizia, e sulle sue ricadute negative nel rapporto di fiducia con i cittadini. Un problema antico ma ricorrente e cruciale nella vita delle istituzioni, di cui i magistrati devono farsi carico con i loro comportamenti. Secondo Piero Calamandrei, bisogna che «anche nel processo circoli questo senso di fiducia, di solidarietà e di umanità, che è in tutti i campi lo spirito animatore della democrazia»
18 settembre 2018
L’utopia di Riace, città invisibile dove si respira la cittadinanza costituzionale
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Modello esemplare di accoglienza, riconosciuto e studiato in tutto il mondo, il piccolo borgo della Locride è una comunità multietnica dove attualmente convivono 1700 riacesi con 400 migranti, e dove si respira un vero sentimento di appartenenza e di condivisione ai valori della solidarietà, dell’uguaglianza e del rispetto della dignità umana. Un esempio tangibile di “cittadinanza costituzionale”. Eppure, dalla fine del 2016 il Ministero dell’interno e la Prefettura di Reggio Calabria hanno bloccato i fondi per i rifugiati sulla base di presunte “criticità” rilevate da alcune ispezioni (al contrario di altre di segno positivo), che hanno comportato l’apertura di un’indagine penale, ma che sembrerebbero parzialmente superate dalla riattivazione, proprio nei giorni scorsi, dei finanziamenti relativi agli ultimi tre mesi del 2016. Intanto, ad agosto è partita una raccolta di fondi (aperta fino a dicembre) che in meno di un mese era già arrivata a 215mila euro
3 settembre 2018
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19 luglio 2018