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Quando Machiavelli cantò il <i>Magnificat</i> ai magistrati<a title="" href="#_notatitolo1" id="_notatitoloref1">*</a>
Magistratura e società
Quando Machiavelli cantò il Magnificat ai magistrati*
di Tommaso Greco
ordinario di filosofia del diritto, Università di Pisa
Il diritto e la giustizia affondano le loro radici nella sofferenza degli ultimi e nella possibilità di un loro riscatto. Ce lo ricorda, forse inaspettatamente, Niccolò Machiavelli in un suo discorso pressoché dimenticato, nel quale egli, rivolgendosi ai magistrati, riprende spunti classici e religiosi
1. Le radici del diritto
 
C’è un luogo dell’umano nel quale il diritto affonda le sue radici: e questo luogo è il dolore. Il dolore che si prova sulla propria pelle e nella propria carne, quello che si prova di fronte alla violenza che si subisce, quello che si sente quando si viene privati di ciò che ci spetta, a cominciare dal riconoscimento di quello che siamo, del riconoscimento che siamo, esistiamo, viviamo. La lotta per il diritto, ci ha spiegato Rudolf von Jhering, nasce da questo sentimento del diritto offeso. Senza questo sentimento, niente lotta per il diritto; senza lotta per il diritto, niente diritto.
 
Il dolore che l’uomo avverte quando viene violato il suo diritto, contiene l’autoconfessione istintiva, estorta con la violenza, di ciò che per lui è il diritto: innanzi tutto, di ciò che è per lui, per il singolo, ma poi, anche, di ciò che esso è per la società umana. Il significato vero e l’essenza vera del diritto emergono più in questo unico momento, nella forma dell’affetto, del sentimento immediato, anziché in molti anni di godimento indisturbato. Chi non abbia sperimentato in sé o in un altro questo dolore non sa cosa sia il diritto, persino qualora abbia in testa tutto il corpus juris [1].
 
Il dolore perciò chiama la giustizia, è all’origine della giustizia. Di questo ci ha parlato anche un (purtroppo dimenticato) filosofo del diritto, Alessandro Levi, nelle sue Riflessioni sulla giustizia del 1943, quando, in un periodo drammatico della storia italiana e mondiale, scriveva che la giustizia designa «una rivolta contro il dolore o quanto meno l’aspirazione al superamento di questo» [2]. «Solo il dolore individualmente patito, nella propria carne e nelle proprie ossa — continuava Levi — può, sperimentando la pazienza del sofferente, aprire il suo animo alla meditazione del problema più alto, e più degno di affaticare l’intelletto umano, quello della giustizia» [3].
 
2. Un testo “anomalo”
 
È in questa cornice, disegnata dal rapporto immediato tra il dolore e la giustizia, che si può inquadrare un testo “anomalo”: anomalo se non altro per l’autore che lo ha prodotto. Un autore, sommo quant’altri mai, che abbiamo sempre immaginato lontano dalla Giustizia e dalle domande che questa implica, perché abbiamo sempre visto in lui piuttosto uno che parla preferibilmente al Potere, che discorre del Potere, che è ossessionato esclusivamente dal problema del Potere e delle sue dinamiche, considerate le uniche che contano veramente per la tenuta dell’ordine politico e civile. Anche quando, nelle opere di questo autore, individuiamo tematiche giuridiche le mettiamo comunque in connessione con il tema del Potere e della sua effettività. E invece no, a quanto pare: Niccolò Machiavelli − è di lui che stiamo parlando − ha nascosto nella sua opera una perla che conviene riportare alla luce: un discorso che si potrebbe definire “alto” sulla giustizia e su ciò che essa rappresenta (o addirittura su ciò che essa dovrebbe rappresentare: e già questo appare come un inedito, il fatto cioè che il tono machiavelliano si faccia qui prescrittivo, nel momento in cui descrive un modello “ideale”).
 
Parliamo della Allocuzione fatta ad un magistrato: uno scritto certamente minore, pochissime volte ricordato dagli interpreti, e di cui è persino difficile ricostruire le vicende, l’occasione per la quale fu scritto, la data della sua produzione. Uno scritto pressoché dimenticato, quindi, che però merita qualche attenzione. È chiaro che nel prendere in considerazione questa operetta, che gli interpreti più attenti fanno risalire al 1519-20 [4], non possiamo essere d’accordo con gli anonimi curatori dell’edizione delle Opere del 1799, i quali affermavano in una nota che si tratta «di un discorso di formalità, cui non si attaccava veruna importanza», ed esprimevano «l’opinione» che si trattasse di un «breve e superficiale discorso» [5]. Che si tratti di un discorso breve è indubbio: appena poche paginette (tre nella recentissima riedizione Bompiani del volume curato da Martelli); meno sicuro sarei del fatto che si tratti di un discorso superficiale, come cercherò di dimostrare, e come non potrebbe assolutamente essere avendo a che fare con un autore come Machiavelli.
 
3. La giustizia tra la terra e il cielo
 
La rilevanza di questo scritto è stata riconosciuta, anche se forse non sottolineata a sufficienza, da uno dei più importanti storici della modernità, Adriano Prosperi, nella sua storia della Giustizia bendata. Per Prosperi, il discorso machiavelliano è da leggere come un episodio nella storia dell’affermazione di uno dei simboli della giustizia, quello della benda, posto a garanzia della imparzialità dei giudici in un’epoca in cui si stanno affermando l’assolutezza del potere statale e la centralità della figura del principe. E in effetti, le parole di Machiavelli sono estremamente chiare in tale direzione, e aggiungono la sua voce a quella di alcuni grandi personaggi − Erasmo ed Alciato, ad esempio − i quali coglievano «il potenziale positivo di un diritto che sottraeva il giudice alle relazioni sociali dei luoghi e alla corruzione che ne conseguiva» [6]
 
Dovendo pronunciare un discorso di rito per l’istituzione di un nuovo magistrato, Machiavelli dunque scrive le seguenti parole: 
 
«Dovete pertanto, prestantissimi cittadini, et voi altri che sete preposti ad giudicare, chiudervi gl’ochi, turarvi gl’orechi, legarvi le mani, quando voi habbiate ad vedere nel iudicio o amici o parenti, o a sentire preghi o persuasioni non ragionevoli, o ad ricevere cosa alcuna, che vi corrompa l’animo, et vi devii da le pie et giuste operationi» [7].
 
Annullare i sensi, affinché la Giustizia possa affermarsi tra gli uomini: se i magistrati si atterranno a questo codice, allora la Giustizia «tornerà ad habitare in questa città», qualora essa non ci sia; e se invece fosse già presente, allora «ci starà volentieri, né le verrà vogla di tornarsene in cielo»; «et così — conclude il Segretario — insieme con lei, farete questa città et questo stato glorioso et perpetuo».
 
Pur sapendo di dover fare «cosa piuttosto superflua che necessaria», dovendo «parlare della justitia davanti ad uomini giustissimi», Machiavelli era partito da lontano, raccontando una storia “mitica” che potesse giustificare il suo discorso.
 
Non sarà del tutto fuori luogo, in un congresso di diritto e letteratura, notare come il suo primo richiamo fosse a quegli «antichi poeti, i quali furono quelli che, secondo i Gentili, cominciorno a dare le leggi al mondo» e che raccontavano di come inizialmente gli dei fossero venuti a vivere tra gli uomini richiamati dalla loro bontà, ma fossero poi, «mancando le virtù et surgendo i vitii», tornati in cielo, lasciando che l’ultima a tornarsene fosse la Giustizia. Il che dimostra, secondo Machiavelli, non solo che la Giustizia è necessaria agli uomini (che hanno bisogno «di vivere sotto le leggi di quella»), ma anche (e soprattutto) che di essa può essere conservato in una certa misura il rispetto persino quando «gli huomini fussino diventati ripieni di tucti i vitii et col puzo di quegli avessino cacciato gl’altri Idei». Una situazione tuttavia precaria e passeggera, evidentemente, perché entro poco mancò «anchora la Giustizia», e Niccolò purtroppo non ci dice il come e il perché di quest’ultima caduta. Possiamo solo arguirne che è ardua cosa per la Giustizia rimanere a combattere da sola, unica virtù in un mondo in cui «tucti i vitii» prosperano e crescono.
 
Machiavelli si limita a sottolineare che questa “crisi” finale provocò la fine della pace, «donde ne nacquono le ruine de’ regni et delle republiche», con la conseguenza che la Giustizia, «andatasene in cielo, non è mai tornata ad habitare universalmente in tra gli huomini, ma sì bene particularmente in qualche città, la quale, mentre ve è stata ricevuta, la ha facta grande et potente» [8].
 
La parte più importante del discorso, sulla quale vorrei attirare l’attenzione del lettore, è tuttavia quella centrale, là dove il Segretario fiorentino si dedica a una descrizione di quale sia la “sostanza” della Giustizia. Cosa che egli fa utilizzando — anche qui, seguendo la consuetudine — riferimenti classici: oltre a quelli già citati, relativi alla scomparsa della Giustizia dalla terra, che rinviano a poeti come Esiodo, Ovidio e Virgilio, particolare importanza assume nel discorso la citazione (a memoria) dei versi danteschi relativi al colloquio di Traiano con la vedova, e dalla quale risulta il legame diretto tra il dolore e la giustizia di cui parlavo all’inizio di questo intervento: «i’ dico di Traiano imperadore;/e una vedovella li era al freno,/di lagrime atteggiata e di dolore» (Purg. X, 76-78). Al grido di dolore della vedova − «“Segnor, fammi vendetta/di mio figliuol ch’è morto, ond’io m’accoro”» (83-84) − nei versi del Poeta, Traiano risponde, prima titubante poi più decisamente, mostrandosi potente ma capace di attenzione: «“Or ti conforta; ch’ei convene/ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova:/giustizia vuole e pietà mi ritene”» (91-93).
 
Il fatto che Machiavelli citi questi versi, considerandoli «veramente degni di essere scripti in Oro», è ovviamente di estrema importanza ai fini del nostro discorso. Perché denotano l’idea di una Giustizia che ha il suo luogo di elezione nel terreno in cui albergano le sofferenze degli uomini, e in particolare quelle sofferenze che derivano dalle ingiustizie prodotte da altri uomini.
 
4. Il Magnificat cantato ai magistrati
 
E qui giungiamo, finalmente, al cuore della nostra rilettura della Allocuzione. Il riferimento esteso ai versi di Dante era stato preceduto infatti da un brano nel quale Machiavelli presentava in maniera diretta ed esplicita quello che lui evidentemente riteneva essere il nucleo essenziale della Giustizia. Non prima di aver ricordato, oltretutto, che «questa genera nelli stati et ne’ regni unione; la unione, potenza et mantenimento di quelli»: un passaggio significativo, quest’ultimo, perché introduce nel discorso machiavelliano sul mantenimento degli Stati una specificazione importante; come a dire che nel rapporto tra “buone leggi” e “buone armi” sarà bene tener conto della giustizia, posta a garanzia ultima dell’unità dello Stato [9]. Ancora più importanti, però, sono le parole che seguono, e che costituiscono il cuore teorico del discorso di Machiavelli: la Giustizia, dice il nostro Segretario:
 
«defende i poveri et gli impotenti, reprime i richi et i potenti, humilia i superbi et gli audaci, frena i rapaci et gli avari, gastiga gli insolenti, et i violenti disperge; questa genera negli stati quella equalità, che, ad volerli mantenere, è in uno stato desiderabile».
 
Sono, senza alcun dubbio, le parole più importanti di tutta questa Allocuzione. Parole sulle quali occorre richiamare l’attenzione, notando innanzi tutto che è vero soltanto in parte quanto scrive Prosperi, là dove dice che Machiavelli «interpretò a modo suo le regole fissate dagli statuti fiorentini per la rituale “protestatio de iustitia”, [e] sostituì alle tradizionali citazioni dalle Sacre Scritture la lettura dei versi di Dante su Traiano» [10]. Quel che Prosperi non nota, infatti, è che Machiavelli fece un ben altro riferimento alle Sacre Scritture, ricalcando nel suo discorso un passo celeberrimo del Nuovo Testamento. Mi riferisco al testo noto nella tradizione cristiana come Magnificat, riportato nel Vangelo di Luca (I, 46-55). In particolare, avanzo l’ipotesi che le parole di Machiavelli siano una riformulazione dei versetti 51-53 del testo evangelico nel quale si riporta il canto di Maria davanti alla cugina Elisabetta: se qui è Dio che, spiegando la potenza del suo braccio, «ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote», nel testo di Machiavelli è la Giustizia che «defende i poveri et gli impotenti, reprime i richi et i potenti, humilia i superbi et gli audaci, frena i rapaci et gli avari, gastiga gli insolenti, et i violenti disperge». Per quanto non ci sia un perfetto parallelismo, a me pare che le parole del Fiorentino riprendano quelle del Vangelo, soffermandosi significativamente su quella parte del Magnificat nella quale Maria passa dal testimoniare il suo sentimento intimo e il suo rapporto con Dio, a un discorso “corale”, nel quale si indicano le azioni che Dio compie nella storia schierandosi dalla parte degli ultimi [11]. Né è da dimenticare, peraltro, che si tratta di un tema appartenente anche al Vecchio Testamento. Nel Primo libro di Samuele, ad esempio, troviamo il Cantico di Anna, dal quale spesso il Magnificat viene fatto derivare e nel quale si trovano le seguenti parole: «L'arco dei forti s'è spezzato, ma i deboli si sono rivestiti di vigore […] Il Signore rende povero e arricchisce, abbassa ed esalta» (1 Sam 2, 4.7).
 
Un medesimo doppio movimento è reso visibile da questi testi: quello dell’abbassamento di chi sta in alto e del corrispondente innalzamento di chi sta in basso. Un movimento che appare necessario nella sua duplicità: nel senso che non è possibile innalzare gli umili e difendere i poveri senza al contempo “reprimere” i ricchi e i superbi. Un elemento da non dimenticare, perché sta in questo la sostanza della Giustizia per Machiavelli: nella sua capacità di generare «negli stati quella equalità, che, ad volerli mantenere, è in uno stato desiderabile» e che è perseguibile solamente abbassando i potenti e innalzando gli umili. Non dunque per fare opera di carità e di misericordia, ma per fare opera di giustizia, perché è nella “equalità” che essa consiste. Una opera di giustizia che Machiavelli è sicuro sia gradita anche a Dio, come dimostrano i versi di Dante, «per i quali si vede − appunto − quanto Idio ama et la iustitia et la pietà».
 
5. Una religione del bene comune?
 
Se l’accostamento qui proposto è da prendere sul serio, ci sono due domande alle quali occorre rispondere. La prima: è plausibile un riferimento così apertamente religioso in un testo di Machiavelli? La seconda: è il “vero” Machiavelli quello che nella Allocuzione assume il punto di vista degli ultimi, facendo quasi dimenticare il realista che vede solo il forte prevalere sul debole?
 
Alla prima questione si può rispondere agevolmente rinviando agli studi di Maurizio Viroli. Il quale, soprattutto in un suo lavoro del 2005 [12], non solo ha dimostrato quanta confidenza avesse Machiavelli con molti testi della tradizione religiosa, ma ha ricostruito minuziosamente, criticando molte delle interpretazioni passate e correnti, quelle che egli chiama le «convinzioni religiose di un uomo come Machiavelli» [13]. Viroli presenta l’autore del Principe come uno che vedeva nella religione una grande risorsa per poter vivere da uomini liberi, e mostrandone la vicinanza alle posizioni del cristianesimo repubblicano [14]. Una tesi storiografica originale, che valorizza alcuni spunti offerti da studi precedenti, e che qui è utile richiamare non per discutere nuovamente la questione del posto che Machiavelli assegna alla religione nella sua visione della politica, bensì al solo fine di trovare conferma circa la “confidenza” che Machiavelli aveva − come dimostrano anche altri scritti e discorsi [15] − con i testi della tradizione religiosa. Si aggiunga − ed è un altro degli spunti offerti da Viroli − che Machiavelli si comporta spesso più da retore che da scienziato: certo, «usava i fatti ed era (quasi sempre) rigoroso nei ragionamenti; ma scriveva da oratore e da profeta per spingere all’azione, per muovere le passioni e l’immaginazione e per aiutare la nascita di un nuovo mondo morale e politico» [16].
Altrettanto agevole può essere la risposta al secondo quesito. Non sembra infatti che riportare l’attenzione su un testo come l’Allocuzione faccia venir meno, o metta in crisi, il nucleo teorico di un pensiero che legge nel mondo il terreno di un conflitto continuo delle forze [17]. Anzi, si potrebbe interpretare l’Allocuzione come un’ulteriore conferma di questa visione, nel momento in cui pone la Giustizia dalla parte dei più deboli, chiamandola ad abbassare i superbi e a contrastare la prepotenza degli arroganti e lo strapotere degli uomini ricchi. In un mondo segnato da un conflitto perpetuo (e, per Machiavelli, salutare), la Giustizia serve proprio per dare forza a chi non ha forza; è questo il suo ruolo nel mondo, sembra dirci il Segretario fiorentino. Il che significa farne uno strumento di una società − di un ordine [18] − che tenda il più possibile ad eliminare l’oppressione e la servitù, alla ricerca di quella “equalità” che è il fondamento più sicuro per la felicità e la sicurezza pubblica. 
 
Nulla di più “utile” perciò che appoggiarsi implicitamente al Magnificat, canto dell’«umanità povera e sofferente» [19], testo «che riflette la spiritualità dei circoli poveri del Signore, di quegli anawîm a cui apparteneva anche Maria» [20]. Un testo di quegli “ultimi” ai quali Machiavelli sicuramente si sentiva vicino, e a partire dai quali un pensatore come lui, alieno dall’ “ideologia” del bene comune, poteva pensare al modo in cui «si ordina una vera, unita et sancta republica» [21], le cui istituzioni debbano volgersi al bene di tutti. Come del resto Machiavelli stesso scrive nei Discorsi:
 
«Questo bene comune non è osservato se non nelle republiche; perché tutto quello che fa a proposito suo, si esequisce; e quantunque e’ torni in danno di questo o di quello privato, e’ sono tanti quegli per chi detto bene fa, che lo possono tirare innanzi contro alla disposizione di quegli pochi che ne fussono oppressi»  [22].
 
Non si tratta quindi di rinviare a un “bene comune” che nasconde retoricamente, come avveniva spesso nella tradizione, le disuguaglianze e le ingiustizie; ma piuttosto di costruire un ordine giusto che tenda alla riduzione delle differenze e che si fondi sull’interesse “dei più” anziché su quello dei pochi.
 
Perciò, se «il Magnificat è un “discorso” su Dio come protagonista della storia di salvezza» [23], l’Allocuzione è un discorso sulla Giustizia come fondamento e motore della storia degli uomini.


[*] Testo dell’intervento all’VIII Congresso della Società Italiana di Diritto e Letteratura, dedicato a Le radici dell’esperienza giuridica (Catanzaro, 28-29 giugno 2018)

[1] R. Von Jhering, La lotta per il diritto e altri saggi, a cura di R. Racinaro, Giuffrè, Milano 1989, p. 120.

[2] A. Levi, Riflessioni sul problema della giustizia (1943), Liviana Editrice, Padova 1972, p. 45.

[3] Ivi, p. 44. Per una più ampia trattazione, rinvio a T. Greco, Dal dolore alla giustizia. Strategie di risposta tra carità e diritto, in Diritto in trasformazione. Questioni di filosofia giuridica, a cura di V. Omaggio, Editoriale Scientifica, Napoli 2005, pp. 407-440.

[4] Cfr. in particolare: J. Marchand, Una Protestatio de iustitia del Machiavelli: l’Allocuzione ad un magistrato, in «Bibliofilia», 1974, n. 3, p. 209-221.

[5] Opere di Niccolò Machiavelli cittadino e Segretario fiorentino, 1799, tomo VIII, p. 83.

[6] A. Prosperi, Giustizia bendata. Percorsi storici di un’immagine, Einaudi, Torino, 2008, p. 42.

[7] Allocuzione fatta ad un magistrato, in Tutte le opere, a cura di M. Martelli, Bompiani, Milano, 2018, p. 187.

[8] Allocuzione, cit., p. 186.

[9] «e’ non può essere buone legge dove non sono buone arme, e dove sono buone arme conviene sieno buone legge» (Principe, XII).

[10] A. Prosperi, Giustizia bendata, cit., p. 44.

[11] Benedetto XVI, Udienza generale, 15 febbraio 2006: http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2006/documents/hf_ben-xvi_aud_20060215.html.

[12] M. Viroli, Il Dio di Machiavelli e il problema morale dell’Italia, Laterza, Roma-Bari, 2005.

 
[13] Ivi, p. IX.
 
[14] Cfr. anche M. Viroli, Come se Dio ci fosse. Religione e libertà nella storia d’Italia, Einaudi, Torino 2009, pp. 73 ss.
 
[15] Basti pensare alla Exortazione alla penitenza, in Tutte le opere, cit., pp. 2383 ss.
 
[16] M. Viroli, Il Dio di Machiavelli e il problema morale dell’Italia, cit., p. XIV. Questo tratto emerge anche dalla fortunata biografia che Viroli ha dedicato a Machiavelli: Il sorriso di Niccolò, Laterza, Roma-Bari 1998.
 
[17] Cfr., anche per l’ampiezza della letteratura discussa, gli studi di F. Del Lucchese, Conflict, Power and Multitude in Machiavelli and Spinoza. Tumults and Indignation, Continuum, London 2009, e Id., The Political Philosophy of Niccolò Machiavelli, Edinburgh University Press, Edinburgh 2015.
 
[18] È stato notato giustamente che, «nonostante Machiavelli non solo non censurasse le “dissensioni” civili, ma anzi ‘scandalosamente’ le valorizzasse e tutelasse, restava comunque necessario, nella sua prospettiva, ordinarle in una ‘unità politica’, fosse il principato (nelle fasi di fondazione o rifondazione) o la repubblica» (G.M. Barbuto, Tensione utopica e “verità effettuale” nel pensiero di Machiavelli, in G.M. Labriola – F. Romeo [a cura di], Niccolò Machiavelli e la tradizione giuridica europea, Editoriale Scientifica, Napoli 2016, p. 139).
 
[19] C.M. Martini, Le virtù del cristiano, Mondadori, Milano 1993, p. 120.
 
[20] E. Bianchi, Maria, terra del cielo. Saggio introduttivo a Maria. Testi teologici e spirituali dal I al XX secolo, a cura della Comunità di Bose, Mondadori, Milano 2000, p. XLVI.
 
[21] Minuta di provvisione per la Riforma dello Stato di Firenze l’anno 1522, in Tutte le opere, cit. p. 20; nuova ed. Bompiani, p. 148.
 
[22] Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, II.2, in Tutte le opere, cit., p. 466.
 
[23] E. Bianchi, Maria, terra del cielo, cit., p. XLVII. 
 
3 luglio 2018
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