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Solo un incubo. Forse
Questione carcere
Solo un incubo. Forse
di Glauco Giostra
ordinario di procedura penale, Università di Roma, La Sapienza
È stato Coordinatore Comitato scientifico per gli Stati Generali dell’Esecuzione Penale
La Commissione speciale della Camera non esaminerà il testo della Riforma penitenziaria, che andrà in Commissione giustizia dopo la sua costituzione. Forse il colpo di grazia a una riforma che il dibattito pubblico, anche tra magistrati, ha travisato e trasformato. I toni di quel dibattito e del clima in cui è maturato sono evocati in questo racconto allegorico.

C’è una calca incredibile per cercare di entrare in una porticina posteriore del grande palazzo. Chi urla, chi spinge, chi inveisce, chi strattona, chi si arrampica. Un passante chiede cosa stia succedendo. Grida per farsi sentire. Nessuno lo ascolta. Finalmente uno gli strilla che quella porticina dà direttamente sul palcoscenico del Teatro del Consenso.

In più parti, nel frattempo, la ressa sta degenerando in rissa. Accasciato a terra, dopo una perdente colluttazione con l’Indicativo sta il Condizionale; poco più in là l’Interrogativo viene medicato, esangue, per i tagli infertigli dall’acuminato Esclamativo.

Le Maiuscole sgomitano guadagnando posizioni; le Minuscole intimorite si fanno da parte, mute. Sul marciapiede giace il Discorso, frantumato in tanti tweet. Alcune Parole salgono sulle spalle di altre Parole, altre con un megafono preannunciano tragedie imminenti e riescono a farsi un po’ di spazio. Arriva un’autoambulanza per soccorrere una coppia. Porta via l’Esitazione e il Dubbio: lei è gravissima, per lui – dicono – probabilmente non c’è più nulla da fare. In terra, calpestati come i coriandoli dopo il Carnevale, ci sono migliaia di pagine di libri e di documenti: nessuno, giustamente, perde tempo a raccoglierli e tanto meno a leggerli. Tutti pensano soltanto a spingere (non vorrebbero, dicono, ma se non lo facessero resterebbero indietro) e ad urlare (non vorrebbero – dicono – ma sono costretti per farsi ascoltare).

Chiedo, come cronista, di entrare in Teatro. Mi fanno passare, purché rimanga in silenzio dietro le quinte. Entro. Si sono appena esibiti quelli del marketing. Ora tocca ai meteorologi. Preannunciano un’allarmante perturbazione, Nerone; tra sei mesi dovrebbe imperversare una siccità da record, effetto dell’anticiclone Caligola; poi Attila – una corrente glaciale proveniente da nord – dovrebbe mettere in ginocchio raccolti e trasporti.  La platea ascolta attonita e un po’ preoccupata.

Preceduta da una sirena, invade il proscenio la cronaca nera: scene raccapriccianti di delitti efferati, morti straziati, violenze inenarrabili, familiari disperati. La platea è commossa e angosciata. Qualcuno grida: «La pena di morte, ci vuole!».  

Ma è ora di dare spazio alla politica. Parlano di riforme. Si apre un dibattito su una complicata legge riguardante l’informazione sui processi penali. Un giornalista dice: «È il bavaglio alla stampa»; un avvocato ribatte: «È la gogna mediatica»; un magistrato ammonisce: «È la fine delle indagini». Fine del dibattito. Una Signora demodé dalla barcaccia dà segni di irritata impazienza.

Si cambia argomento. Qualcuno mette in guardia: «La riforma carceraria farà uscire i mafiosi!». La Signora della barcaccia si lascia scappare, indignata, «Non è assolutamente vero!» e si sporge con dei documenti in mano. Le gridano: «Stia zitta, incosciente!!»; «Per gli irresponsabili come lei siamo ridotti così»; «Perché è una signora, altrimenti le diremmo cosa dovrebbe farne di quei fogli!!!». Un parapiglia. Per fortuna lo spettacolo può riprendere grazie all’intervento di un signore che fa transitare la discussione su un altro argomento. «Ci mancava anche la riforma carceraria, come non bastasse l’immigrazione!», urla. Un altro accanto a lui, con un imprudente calo di decibel, conviene: «L’immigrazione, in effetti, è un problema serio». Gli altri lo guardano con compatimento, chiedendosi come abbia fatto ad entrare in scena. Poi sbottano, in un crescendo: «Altro che problema serio, è un dramma!», «Non è un dramma, è una tragedia!!», «Non è una tragedia è un’invasione: la nostra razza è in pericolo!!!».

Preceduto da alcuni rumori da dietro le quinte, irrompe sul proscenio un uomo vestito di nero, o forse di rosso: le luci dei teatri, si sa, possono ingannare. Ha toni perentori. È uno che dice di preoccuparsi dei suoi compatrioti e di voler mettere fine alle loro comprensibili paure. Pronuncia parole palestrate. Ha soluzioni nette, semplici, risolutive. La platea tira un sospiro di sollievo. Qualche scettico viene zittito. La barcaccia è vuota.

Finalmente rassicurati, gli spettatori sciamano verso il foyer. Vi incontrano, e la vista li rassicura, un nutrito servizio d’ordine. Nella disattenzione generale, due guardie stanno portando via la Signora della barcaccia.  

All’uscita gli spettatori si accalcano. Vi sono controlli. Stanno dicendo loro che, per motivi di sicurezza, non possono uscire se non scortati sino a casa e che è comunque proibito fermarsi pericolosamente a parlare, in strada, con altre persone.

11 aprile 2018
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Fascicolo 2/2018
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