Rivista trimestrale
Fascicolo 4/2019
Parte II. Reddito e lavoro nell’epoca del cittadino/consumatore/lavoratore

Don Chisciotte e il web

di Maurizio Ferraris

L’isteresi è la sopravvivenza degli effetti alle cause che li hanno prodotti. È una caratteristica che contraddistingue tutte le società, ma ha avuto un enorme impatto con lo sviluppo delle tecnologie, che hanno sollevato nuovi interrogativi su lavoro e welfare.

1. Isteresi antropologica

L’isteresi, ossia la sopravvivenza degli effetti anche quando le cause sono venute meno, è una tendenza generale della società, della tecnica e della natura. Continuiamo a far scorta di grassi come se vivessimo nella savana e i supermercati non esistessero; gli hard disk dei computer conservano le tracce di ciò che hanno registrato, e su questo automatismo tecnico si basa il mondo contemporaneo; l’universo è il risultato dell’espandersi di una memoria che ha dato luogo alla materia. Non stupisce, dunque, che gli umani abbiano la tendenza a essere conservatori; ciò che invece stupisce è che questa tendenza condizioni anche quelli che, tra loro, si vogliono rivoluzionari.

È stato Marx a farci notare che Don Chisciotte si basa sugli effetti stranianti che derivano dalla sopravvivenza di modi di vita e di ideali feudali in un mondo in cui il feudalesimo è scomparso. Rispetto al mondo industriale, l’umanità si trova in buona parte nella stessa situazione di Don Chisciotte. Crediamo di vivere in un mondo che non è molto diverso da quello analizzato da Marx, e dunque ci immaginiamo gli stessi problemi (l’alienazione sul lavoro, lo sfruttamento e la mancanza di risorse) e le stesse soluzioni che si sarebbero potute trovare cent’anni fa. Non stupisce che le soluzioni non risolvano (perciò la sinistra è in crisi e il populismo ha successo) e che si creino conflitti fra valori, in particolare fra tutela del lavoro e tutela dell’ambiente.

Queste circostanze, ben lungi dal suggerire un cambio di rotta, non fanno che accrescere l’isteresi, ossia nella fattispecie l’attaccamento irragionevole al passato, sia esso fatto di Dio - patria - famiglia (come vogliono le destre) o di lavoro, pane e alienazione (come vogliono le sinistre). Con l’ironia supplementare che, mentre le destre fanno il loro lavoro – giacché sono conservatrici –, le sinistre causano la loro rovina. Far notare alle destre che la creazione di una internazionale sovranista non è diversa, dal punto di vista concettuale, dalla creazione di una internazionale solipsista, è sparare un colpo a vuoto, perché i sovranisti sanno benissimo di cavalcare un’onda di protesta e di paura del tutto disinteressata alla conoscenza dello stato di cose reale. Far notare alle sinistre che non si può, contemporaneamente, combattere la crisi ecologica e rivendicare un futuro di lavoro industriale, significa indicare la ragione di uno scacco. Questa è la cattiva notizia. La buona è che non viviamo più nel mondo industriale e che, una volta che l’avremo capito, smetteremo di comportarci come Don Chisciotte.

2. Isteresi tecnologica

Mentre l’isteresi sociale continua a pensare un mondo non molto diverso da quello degli ultimi due secoli, l’uso tecnologico della isteresi lo ha cambiato completamente. L’esplosione della isteresi, ossia la circostanza per cui ogni evento naturale o sociale, ogni comportamento anche minimo può essere registrato automaticamente e a costi bassissimi, ha completamente cambiato il mondo in cui viviamo, rivoluzionando la natura stessa della produzione che caratterizzava il mondo industriale. In quel mondo gli esseri umani, in collaborazione con le macchine, producevano e distribuivano beni e servizi.

Nel nostro mondo, però, i beni sono prodotti sempre più dalle macchine senza che occorra un concorso umano, e i servizi sono crescentemente automatizzati (fissiamoci nella memoria i “riders” che girano per le nostre città: presto saranno sostituiti da droni) o demandati ai consumatori, visto che siamo noi stessi, grazie al web, i nostri sportelli bancari e le nostre agenzie di viaggi. In una parola, non abbiamo bisogno di produttori, e il lavoro in fabbrica o nei call center si avvia a diventare un arcaismo, senza generare alcun rimpianto sincero, ma producendo un effetto di isteresi supplementare, l’“arto fantasma” della produzione di cui sentiamo la mancanza, ma di cui non godremmo veramente la presenza.

Ma cosa ha reso possibile questa automazione tanto perfetta? L’isteresi, come dicevo. I sistemi di traduzione automatica sono oggi così efficienti perché possono contare sulla registrazione di un corpus di testi senza precedenti: buona parte delle traduzioni che l’umanità ha fatto nella sua storia, e tutte le traduzioni che miglioriamo quotidianamente quando, servendoci della macchina di traduzione, ne correggiamo i risultati. Proprio per questo ci vengono offerti continuamente dei servizi gratuiti, perché servendocene aumenteremo l’efficienza del servizio, e dunque l’automazione.

3. Una crescita felice

Osserviamo un punto. A rigore, quello che stiamo descrivendo è un processo di crescita felice. Ci vengono offerti dei servizi efficienti e gratuiti, che migliorano continuamente quanto più ce ne serviamo. I dati raccolti da questi servizi possono essere adoperati per migliorare altri servizi, per accrescere la capacità di autoapprendimento delle macchine, e dunque per migliorare la produzione, ridurre gli sprechi, rendere più efficiente la distribuzione e, di conseguenza, abbassare i prezzi dei prodotti – il che, sommandosi alla gratuità dei servizi, comporta che per ottenere servizi di qualità oggi sono necessari molti meno soldi di quanti ne occorressero nel secolo scorso.

 Per inciso, le condizioni dell’umanità nel secolo scorso erano comunque preferibili a quelle del secolo precedente, il che sembra suggerire che la storia dell’umanità racconta un processo di crescita felice interrotto da momenti di decrescita infelice. Fermare la crescita non sembra né possibile né auspicabile, per lo stesso motivo per cui non pare auspicabile tornare alle code nelle biglietterie delle stazioni e alle enciclopedie che pesano quintali. Ciò che è necessario, invece, è massimizzare i vantaggi della isteresi tecnologica, che ha reso possibile questa crescente automazione, e minimizzare gli svantaggi della isteresi antropologica, che ci rende insinceramente nostalgici di campi, officine e padri padroni.

Il passo decisivo da farsi sulla via della massimizzazione dei vantaggi della isteresi tecnologica consiste in una più equa distribuzione degli utili che genera. Perché è vero che l’automazione offre servizi gratuiti e beni a basso prezzo, ma è anche vero che questo non vale per tutti i beni (affittare una casa costa di più oggi che qualche decennio fa) e che lo scambio tra le piattaforme e gli utenti è profondamente svantaggioso per questi ultimi, dal momento che le piattaforme sono in grado di comparare, calcolare e commercializzare i dati di moltissimi utenti, cosa impossibile per questi ultimi. I passi da farsi per una più equa ridistribuzione e per l’attuazione di un welfare digitale sono due. Il primo riguarda la conoscenza, il secondo l’azione politica.

4. Mobilitazione

Per quanto riguarda la conoscenza, l’identificazione tra lavoro e produzione, che fissa gli esseri umani a una storia tecnologica ormai superata, ci impedisce riconoscere l’essenza del lavoro come intervento umano nel mondo. Lo si vede molto bene nelle rappresentazioni tradizionali che vedono l’assenza di lavoro come pura inoperosità; così come nelle preoccupazioni di economisti e sociologi che, nel secolo scorso, si chiedevano come avrebbero fatto gli umani a riempire il crescente tempo libero garantito loro dall’automazione.

Ciò che è avvenuto negli ultimi decenni dimostra che queste preoccupazioni erano infondate, perché gli esseri umani sanno benissimo come occupare il loro tempo libero, purché dispongano di uno strumento tecnico, il web, che permetta loro di farlo. La mobilitazione totale generata dal web è di particolare interesse antropologico perché dimostra che nella scelta tra azione e inazione gli umani, se l’ambiente è propizio, scelgono l’azione; il che non è affatto ovvio, eppure si spiega facilmente con l’isteresi. Anche il più inerte degli umani si porrà, come qualunque organismo, il problema del proprio sostentamento, che è ciò che fa la differenza tra un organismo e un meccanismo: il primo, se non alimentato, muore; il secondo no.

Questa circostanza ricorda un aspetto che spesso si è portati a trascurare, e cioè che l’intero apparato economico, sociale e tecnologico trova il suo fine ultimo nel soddisfacimento dei bisogni degli umani quanto organismi, e non avrebbe alcun senso in loro assenza. Come risultato, la funzione dell’umano in quanto consumatore è infinitamente più importante di quella dell’umano come produttore, anche se, per l’isteresi che ci lega a forme di vita precedenti, siamo portati a credere che la produzione sia un privilegio e un merito relativamente raro e che il consumo sia una ovvietà e, probabilmente, anche un demerito, un difetto morale.

Ora, ovviamente non è così. La produzione, come dicevo, è sempre più una prerogativa dei meccanismi, mentre il consumo rimane una prerogativa insurrogabile degli organismi, e diviene economicamente e socialmente significativo presso gli organismi umani. A questa struttura generale va aggiunta la circostanza peculiare del nostro tempo per cui la tecnologia, registrando il consumo, riesce a riconvertirlo in produzione, questa volta di dati, a loro volta utili per incrementare l’automazione e la distribuzione.

5. Ridistribuzione

Date queste premesse non è difficile individuare le vie di ridistribuzione degli utili prodotti dal consumo. È facile profezia quella che vede nella automazione totale dei processi l’avvenire tecnologico che ci attende. Che la profezia sia facile si spiega col fatto che ognuno di noi ha visto sparire dei lavori, e che ognuno di noi ha paura di perdere il lavoro che ha, sempre che l’abbia ancora o lo abbia mai avuto. È evidente che ci sono lavori, come il cuoco, il calciatore, il presidente del Consiglio, che non potranno mai essere automatizzati perché, per essenza, chiedono di essere svolti da un agente umano.

Il problema, però, è che questi lavori sono pochi. Cosa fare con gli altri? È sulla mancata risposta a questo interrogativo che si fonda il disagio di un’epoca che ha molte meno ragioni delle precedenti di essere scontenta. Ed è ragionevole pensare che una risposta praticabile ridurrebbe lo scontento immaginario, senza ovviamente eliminare quello scontento naturale che fa parte della condizione umana.

Il detto evangelico rilanciato dal marxismo vuole che da ognuno si riceva secondo le sue capacità e che a ognuno si dia secondo i suoi bisogni. Ciò è apparso sinora utopico, ma adesso le cose sono cambiate. Ognuno fornisce secondo le sue capacità e c’è una capacità che non manca a nessuno, purché sia vivo: quella di consumare. Il consumo, registrato, correlato e calcolato dalle piattaforme, genera valore e questo valore viene tassato per acquisire risorse da devolversi in welfare, ambiente e formazione.

In welfare, perché è necessario che coloro che, per i più diversi motivi, non sono in grado di svolgere lavori non automatizzabili di tipo creativo devono essere retribuiti per il lavoro che svolgono, che non è automatizzabile ed è molto più fondamentale di ogni lavoro creativo, ossia devono essere retribuiti per il loro consumo.

Ovviamente sorge la domanda su come si stabilisca la retribuzione del consumo, ma il problema non è così grande come lo si dipinge. Se esistono sistemi di profilazione usati dalle banche per individuare i cattivi pagatori, nulla vieta che questi stessi sistemi siano adoperati dallo Stato per sostenere quei cattivi pagatori evitando di far cadere l’onere e il rischio sulle spalle dei risparmiatori (come avviene quando si accendono mutui che non potranno essere pagati) o dei contribuenti (come avviene quando uno Stato dissestato senza strumenti per riconoscere i furbetti si impegna nel garantire un reddito di cittadinanza).

Le uniche a pagare, qui, sarebbero le piattaforme, ma il pagamento sarebbe più che giustificato dal fatto che i dati non sono affatto il nuovo petrolio, ossia una risorsa presente in natura, ma sono il risultato della mobilitazione e del consumo umano, oltre che dalla imprescindibile necessità, per l’intero apparato produttivo, di disporre di consumatori.

Oltre a ridurre la rabbia sociale, il welfare sarebbe in grado di prendersi cura dell’ambiente, perché per tutelare l’ambiente sono necessari investimenti che nessuna decrescita, felice o infelice che sia, potrà mai assicurare.

Soprattutto, il welfare dovrà avere a cuore la formazione delle persone, e questo per un motivo banale, ma decisivo. Fino a che gli esseri umani non hanno potuto esprimere le loro opinioni al di fuori della sfera immediata della loro comunità, la qualità di queste opinioni non era molto rilevante. Nel momento in cui possono esprimerle in una rete ampia come il mondo, diviene cruciale che queste opinioni siano accompagnate da responsabilità e da cultura.

Fascicolo 4/2019
Obiettivo
Il valore del lavoro
di Rita Sanlorenzo e Giovanni Armone
Parte I
La riscoperta dei valori del lavoro
di Luisa Corazza

Il saggio si propone di verificare se sia rinvenibile, nel più recente diritto del lavoro, una inversione di tendenza orientata a una riscoperta dei “valori”. La riflessione viene condotta, con attenzione ai cambiamenti intervenuti nella legislazione e nel dibattito dottrinale degli ultimi decenni, prendendo come punti di partenza i valori/principi sui quali la Costituzione ha incardinato il discorso sul lavoro negli articoli 1, 2, 3, 4 della Carta.

di Carla Ponterio

Il ruolo del sindacato quale autorità salariale e l’utilizzo giurisprudenziale dei contratti collettivi come parametro di una retribuzione proporzionata e sufficiente hanno rappresentato, per molto tempo, una solida garanzia perché il lavoro fosse dignitoso. I sempre più ampi margini di sfruttamento del lavoro e il fenomeno dei lavoratori poveri segnano un punto di crisi, che rende non più differibile l’intervento del legislatore.

di Margherita Leone

Una riflessione comune su collaborazioni eterorganizzate, lavoro su piattaforme digitali e «lavoro agile» evidenzia come il legislatore degli ultimi anni abbia cercato di regolamentare nuove realtà del mondo del lavoro non facilmente riferibili alle categorie classiche di autonomia e subordinazione. Le differenze segnalate e le commistioni tra elementi delle due categorie trovano un punto comune, una convergenza, che segna comunque ogni prestazione di lavoro e richiede regole adeguate.

di Anna Terzi e Giulia Locati

La funzione del giudice del lavoro sbiadisce tra un diritto processuale che consentirebbe un ruolo attivo e la destrutturazione delle tutele del lavoro e dei lavoratori, che ne riduce la capacità di incidere efficacemente su rapporti di lavoro in corso di esecuzione. Una funzione che è vissuta sempre più passivamente dai magistrati, nell’assenza di stimoli forti e significativi da parte delle organizzazioni sindacali.

Parte II
Reddito e lavoro nell’epoca del cittadino/consumatore/lavoratore
di Maurizio Ferraris

L’isteresi è la sopravvivenza degli effetti alle cause che li hanno prodotti. È una caratteristica che contraddistingue tutte le società, ma ha avuto un enorme impatto con lo sviluppo delle tecnologie, che hanno sollevato nuovi interrogativi su lavoro e welfare.

di Giuseppe Bronzini

Con le legge sul reddito di cittadinanza milioni di persone sono state sostenute nei loro bisogni vitali con una misura redistributiva ed egualitaria che l’Unione europea ci chiedeva dal 1993. Ciò nonostante, alla legge si imputa, in chiave distruttiva, di non avere per tutti creato occasioni di lavoro; sebbene sia innegabile qualche ritardo nelle previste politiche attive, è evidente che i posti di lavoro non possono magicamente essere creati dal nulla. Piuttosto, essa costituisce un primo passo verso una generale libertà di autodeterminazione in un’epoca di transizione tecnologica nella quale la ricchezza sociale è sempre più il prodotto dell’intelligenza collettiva.

di Silvia Borelli e Giovanni Orlandini

Nel presente contributo si prendono in esame due recenti interventi del legislatore europeo in materia di mercato interno: la direttiva sul distacco transnazionale e la direttiva sulla trasparenza delle condizioni di lavoro. Gli Autori riflettono sulle novità apportate dai due testi normativi, adottati nel quadro del «Pilastro europeo dei diritti sociali», riflettendo sull’impatto che possono avere nel nostro ordinamento.

Parte III
Il lavoro pubblico
di Roberta Calvano

Le bozze di intesa predisposte dalle tre Regioni che si sono avviate per prime sulla strada del regionalismo differenziato sollevano il problema della possibile regionalizzazione di importanti competenze in materia di istruzione. Ripercorso l’assetto del riparto costituzionale di competenza in materia di istruzione, l’Autrice riflette sui limiti costituzionali e sulle possibili ricadute di un eventuale trasferimento massiccio di competenze in tale ambito.

Parte IV
Lavoro e migrazione
di Laura Calafà

Dopo una breve introduzione dedicata al legame tra mercato del lavoro dei cittadini extra-Ue e sistema regolativo nazionale e unionale, il contributo analizza i principali istituti che operano nel concreto funzionamento di questo speciale mercato, in cui le questioni di status tendono a prevalere su quelle del contratto di lavoro. Nelle conclusioni, ci si sofferma su un fenomeno emergente nel contesto dei flussi migratori per ragioni di lavoro: il distacco dei lavoratori extra-Ue.

di Valeria Torre

Il moltiplicarsi di delitti contro la personalità individuale, dalla tipicità poco definita e posti a tutela di beni giuridici non sempre afferrabili, pone notevoli problemi applicativi: in particolare, i concetti di “sfruttamento lavorativo” e “approfittamento dello stato di bisogno” sono elementi alquanto vaghi, che costringono l’interprete a un ruolo di supplenza giudiziaria che travalica i limiti garantistici entro i quali deve iscriversi qualsiasi intervento repressivo.

Parte V
La tutela penale del lavoro
di Beniamino Deidda

A fronte delle incertezze che oggi gravano sulla tutela penale della salute dei lavoratori (come dimostrano le statistiche annuali sull’aumento delle morti in occasione di lavoro) e del vuoto di consapevolezza – presente nell’opinione pubblica come nelle istituzioni – del suo valore quale principio di civiltà di un Paese, la stessa magistratura non ha ancora trovato modo di assicurare una tutela tempestiva ed efficace. Solo la giurisprudenza di legittimità, negli ultimi lustri, ha dato vita a un fecondo dibattito, capace di sottolineare l’importanza della tutela penale dei fondamentali diritti dei lavoratori alla vita e alla salute.

di Stefano Celli

Il tema dell’organizzazione ha assunto, negli ultimi anni, sempre maggiore rilevanza anche per l’ordine giudiziario. Una corretta declinazione può avere importanti ricadute positive sulle indagini in materia di infortuni sul lavoro e prevenzione degli stessi e sul dibattimento penale, sia rendendo più spedito il lavoro degli inquirenti, sia assicurando una maggiore qualità del risultato delle indagini e, quindi, della loro "tenuta" dibattimentale, con maggiore e più incisiva tutela dei diritti dei lavoratori.

di Carlo Brusco

Lo scritto pone il problema dei limiti del sindacato di legittimità sulle valutazioni proposte dai giudici di merito rispetto alla validità delle leggi e delle prove scientifiche relative alle conseguenze patologiche dell’esposizione all’inalazione di fibre di amianto. In particolare, si ritiene che la sentenza Cozzini del 2010 abbia individuato un ruolo della Corte di cassazione estraneo ai suoi compiti, in quanto la validità scientifica di tali leggi e prove compete al giudice di merito. Così come non compete alla Corte di cassazione ritenere accettabile o non accettabile, “nel suo complesso”, un orientamento giurisprudenziale di merito.

ARCHIVIO
Fascicolo 3/2019
Magistrati oltre la crisi?
Le cliniche legali
Fascicolo 2/2019
Famiglie e Individui. Il singolo nel nucleo
Il codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza: idee e istituti
Fascicolo 1/2019
Populismo e diritto
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Una giustizia (im)prevedibile?
Il dovere della comunicazione
Fascicolo 3/2018
Giustizia e disabilità
La riforma spezzata.
Come cambia l’ordinamento penitenziario
Fascicolo 2/2018
L’ospite straniero.
La protezione internazionale nel sistema multilivello di tutela dei diritti fondamentali
Fascicolo 1/2018
Il pubblico ministero nella giurisdizione
La responsabilità civile fra il giudice e la legge
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L’orgoglio dell’autogoverno
una sfida possibile per i 60 anni del Csm
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A cosa serve la Corte di cassazione?
Le banche, poteri forti e diritti deboli
Fascicolo 2/2017
Le nuove disuguaglianze
Beni comuni

Dedicato a Stefano Rodotà
Fascicolo 1/2017
Il diritto di Crono
Il multiculturalismo e le Corti
Fascicolo 4/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Il giudice e la legge
Fascicolo 3/2016
La giustizia tributaria
La riforma della magistratura onoraria
Fascicolo 2/2016
VERSO IL REFERENDUM COSTITUZIONALE
Forme di governo,
modelli di democrazia
IL CORPO
Anatomia dei diritti
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NUMERO MONOGRAFICO
Formazione giudiziaria:
bilancio e prospettive
Fascicolo 4/2015
Il valore del dissenso
Il punto sul processo civile
Associazionismo giudiziario
Fascicolo 3/2015
Il diritto del lavoro alla prova del Jobs Act
Unitarietà della giurisdizione
Riforma della responsabilità civile
Fascicolo 2/2015
NUMERO MONOGRAFICO
Al centesimo catenaccio
40 anni di ordinamento penitenziario
Fascicolo 1/2015
Dialoghi sui diritti umani
I diritti fondamentali tra obblighi internazionali e Costituzione
La risoluzione amichevole dei conflitti
Schede di ordinamento giudiziario aggiornate al gennaio 2015
Il volume costituisce un'utile panoramica dei metodi di contrasto alla criminalità mafiosa e degli strumenti di prevenzione
Numero speciale di Questione Giustizia in formato digitale con atti, relazioni e dati sul sistema delle misure cautelari personali