Rivista trimestrale
Fascicolo 4/2019
Editoriale

Giudici di oggi (e di ieri) di fronte al lavoro.
E alle sue trasformazioni

di Nello Rossi

1. Non sembri un amarcord

Nel presentare un numero della Rivista dedicato ai temi del lavoro – tutto centrato sull’analisi del presente, sulle attuali condizioni dei lavoratori e sulle nuove frontiere del conflitto sociale e giuridico – scegliamo di partire – solo di partire, naturalmente – dalla memoria.

Alle origini della lunga avventura della magistratura di orientamento democratico sta infatti il nodo del lavoro, finalmente posto al centro di una lettura che andava oltre lo schema formale del contratto di lavoro come scambio tra eguali e mirava a cogliere tutte le implicazioni di un rapporto nel quale era coinvolta la persona del lavoratore.

A partire dalla metà degli anni sessanta, molti giudici del lavoro scelsero di “vedere” ciò che era stato ignorato sebbene fosse sotto gli occhi di tutti: le arbitrarie limitazioni della libertà personale nei luoghi di lavoro, le tante diseguaglianze, i mancati riconoscimenti di professionalità, le inadeguatezze e le sperequazioni delle retribuzioni, i licenziamenti immotivati, discriminatori e intimidatori, la mancata adozione delle cautele necessarie a salvaguardare l’incolumità personale e la salute dei lavoratori. 

All’inizio lavorarono con il codice civile alla mano, questi magistrati, trovando soluzioni spesso tecnicamente assai sofisticate e, insieme, socialmente e giuridicamente lungimiranti.

Poi, quando fu approvato lo Statuto dei lavoratori e venne varato il nuovo processo del lavoro, furono ancora questi giudici a vivificarne le norme e a farne la base di una disciplina del lavoro più equilibrata di quella consegnata al Paese dalle vicende del secondo dopoguerra. E ciò mentre i pretori penali, dal canto loro, mettevano in campo iniziative dirette a incidere sul tasso degli infortuni sul lavoro e sulla salubrità degli ambienti di lavoro.

Oggi è storia. Allora fu una battaglia. Che si sapeva limitata – perché, almeno in parte, circoscritta all’area del lavoro dipendente delle medie e grandi imprese –, ma che valeva la pena di dare. Perché i suoi effetti erano di emancipazione di settori trainanti delle classi lavoratrici e si propagavano, sia pure in misura più ridotta, all’intero mondo del lavoro. E perché – pur tra aspetti problematici nascenti dall’applicazione, a volte troppo meccanica e perciò anche strumentalizzabile, di soluzioni giurisprudenziali valide per gli operai del settore privato anche ai dirigenti di impresa o ad aree del pubblico impiego – vi fu una positiva valorizzazione del lavoro e della sua dignità.

Ne scaturì un incontro, non facile né lineare eppure forte e significativo. Tra grandi masse di lavoratori e le loro organizzazioni, e un segmento delle istituzioni, cui i lavoratori impararono a guardare con un grado di fiducia prima mai provato. Un fatto di portata storica nella storia di un Paese nel quale la diffidenza era stata la cifra del rapporto tra le masse popolari e la giustizia.

È il passato, certo. Su cui non si può indugiare troppo, visto che presente e futuro premono e invitano a cimentarsi con nuovi problemi la cui urgenza non lascia spazio alla nostalgia.

Ma è quel passato – scandito dai pensieri e dagli esempi di grandi giudici del lavoro che non sono più tra noi, Marco Ramat, Pino Borrè, Salvatore Senese, e di maestri come Virgilio Andrioli, il padre del processo del lavoro – che ha ispirato il permanente interesse, questo sì attualissimo, del giuslavorismo democratico verso le trasformazioni del lavoro e la ricerca di forme di tutela dei diritti adeguate ai nuovi contesti economici e produttivi.

C’è, dunque, una continuità di cui essere orgogliosi, che testimonia come possa essere smentita la narrazione di un contrasto fatale e irriducibile tra cittadini ed élite tecniche, tra popolo e palazzi (in questo caso di giustizia).

2. Il lavoro che si trasforma

Le trasformazioni del lavoro, dicevamo.

Imponenti, pervasive, rapidissime. Sorprendenti e stressanti per i lavoratori dei settori coinvolti, ma anche per gli utenti e i consumatori, ormai alle prese – anche i più preparati tra loro! – con l’inquietante sensazione di essere divenuti, in alcuni ambiti di vita, dei veri e propri analfabeti.

Parliamo di ciò che può constatare, sulla base della sua esperienza di vita, ogni cittadino.

C’è, innanzitutto, il lungo elenco dei lavori semplicemente scomparsi o in via di sparizione.

Alcuni di essi non sono affatto da rimpiangere perché erano lavori che facevano ammalare, che uccidevano, o che, seguendo pedissequamente il modello dell’organizzazione fordista, riducevano l’attività umana a un gesto “macchinoso”, elementare, ripetitivo, estenuante.

Ma sono scomparsi anche molti lavori “gentili”, di prossimità e di contatto umano, di supporto dei deboli e dei disorientati nell’accesso ai servizi e ai consumi.

Ci sono, poi, i lavori in crisi. Oggi non c’è impresa (del settore industriale e commerciale, ma anche bancario, assicurativo, finanziario) che non colleghi la prospettiva di maggiori profitti o di risanamento a drastiche riduzioni della forza lavoro. Ed è solo la punta di un iceberg di enormi dimensioni che cela, sotto la superficie, le riduzioni di personale di vasti settori dei servizi e la progressiva falcidie di piccoli esercizi commerciali o artigiani, insidiati e surclassati prima dalla grande distribuzione e ora dai colossi delle vendite telematiche e delle consegne a domicilio.

Parallelamente cresce la quota di lavoro riservata agli utenti e ai consumatori. A volte si tratta di un’attività del tutto passiva e inavvertita, se è vero che ogni consumatore ha un valore di mercato per il solo fatto di guardare una certa pubblicità; a volte il compito richiesto alle persone può essere difficile e faticoso, come quando all’utente si chiede di seguire percorsi complessi per accedere a un servizio pubblico o al consumatore di cooperare, spesso anche materialmente, alle attività di prelievo e di messa in funzione dei beni acquistati.

Con l’aggravante che, nel nostro Paese, molti servizi pubblici sono stati capaci di sommare le tradizionali oscurità del gergo burocratico alle difficoltà di una digitalizzazione che di regola è molto meno amichevole, comprensibile e accessibile di quella dei grandi operatori privati. Ed è forse per questo che, quando qualche politico annuncia con soddisfazione la digitalizzazione di un settore dell’amministrazione pubblica, la reazione del cittadino medio è di malcelata apprensione.

Nel frattempo si amplia l’area della gig economy e si diffondono lavori che è asettico e ingannevole definire solo “precari”. Lavori nei quali la messa a disposizione di energie lavorative da parte del lavoratore deve essere pronta e totale, mentre il datore di lavoro dispone unilateralmente dei tempi e dei modi del suo impiego e dei livelli dei compensi.

Una forma di utilizzo della forza lavoro – meglio: di sfruttamento – che solo ora comincia a essere ricondotta al quadro legale della subordinazione e per la quale è stato coniato il termine di “paraschiavismo”.

A ingrossare le fila di questo esercito di paraschiavi concorrono lavoratori italiani, in gran parte giovani, ed extracomunitari, dai riders ai migranti impegnati soprattutto in agricoltura, in un coacervo di posizioni lavorative e di figure profondamente differenti tra di loro, tutte accomunate però dalla relazione assolutamente squilibrata tra chi presta e chi riceve l’attività lavorativa e dall’assenza delle più elementari tutele sul piano previdenziale e antinfortunistico. Con l’effetto di realizzare arricchimenti privati ai danni della collettività, chiamata poi a supplire, attraverso la fiscalità generale, alle carenze di tutela di questi tipi di lavoro.

Ai lavoratori immigrati e, in particolare, ai cd. “irregolari” – cresciuti di numero nella stagione dei due populismi al governo – è poi spesso riservato un regime doppiamente odioso: di sfruttamento e di avversione, di utilizzo e di ripulsa, di impiego nella produzione e di emarginazione in una società e in uno Stato che non fanno quasi nulla per insegnare la nostra lingua e dar loro un’istruzione professionale, mentre nelle orecchie dei cittadini rimbombano, fino a stordirli, i falsi e vuoti proclami di espulsione pronunciati dai demagoghi al governo o all’opposizione.

Certamente, a questo versante scuro e problematico del mondo del lavoro si contrappone un’altra realtà, più rassicurante e promettente, che ci invita a guardare al futuro con maggiore ottimismo.

Parliamo della crescita dei lavori legati alla conoscenza scientifica e tecnologica, alle funzioni indispensabili in società tecnologicamente avanzate, alle scienze umane, alla cultura, all’insegnamento, al lifelong learning, ma anche alle molteplici e crescenti attività dell’assistenza e dei servizi alle persone, destinati a divenire sempre più sofisticati e raffinati.

Ma qui vengono in campo abilità e competenze che non si improvvisano. Il che richiede crescenti investimenti nei sistemi dell’istruzione e della formazione permanente, decisivi per il lavoro futuro se sono affidabili – tra le molte altre analoghe – le previsioni formulate dalla Banca mondiale nel suo rapporto del 2019 sui «Cambiamenti nel mondo del lavoro» e sui bisogni di competenze e professionalità posti dagli impieghi, assolutamente inediti, che attendono i ragazzi che oggi iniziano il loro ciclo scolastico.

3. E i giudici?

È in questo mosaico complesso, fatto di lavori del futuro, di lavori scomparsi, di attività in crisi, di forme di nuovo e brutale sfruttamento, che si collocano le alternative che stanno di fronte alla nostra come ad altre società.

Si può – si deve? – ripensare il lavoro, nelle sue forme e nel suo peso nell’esistenza degli individui, cercando vie di uscita dal rigido dualismo di un lavoro che ti mangia la vita e di un pensionamento che relega all’irrilevanza sociale (anche quando si traduce in aiuti preziosi all’interno delle famiglie)?

Le tecnologie labour saving possono servire a liberare una parte via via crescente della vita (come avvenne in passato nelle mura domestiche) oppure, nel contesto di una economia di mercato, sono fatalmente destinate a essere impiegate solo per massimizzare i profitti?

E ancora, reddito o lavoro? E in che combinazione tra di loro? Lavoro redistribuito su di una più ampia platea o una garanzia di reddito minimo per gli esclusi, che risponde all’esigenza di civiltà di assicurare un sostegno vitale ma anche al bisogno dell’economia di mercato di non vedere assottigliarsi troppo le fila dei consumatori, falcidiate dalle sistematiche riduzioni di personale.

E infine, come interpretare oggi il requisito fondamentale della dignità del lavoro, di ogni lavoro, che reclama livelli di retribuzione adeguati ed eguali a parità di lavoro svolto e un corredo di diritti e libertà per ogni lavoratore?

In un ambiente così variegato e così intensamente condizionato da fattori che sovrastano tutte le economie nazionali, la politica e l’economia del nostro Paese dovranno ricercare risposte, anche parziali e progressive, alternando la “tecnologia a spizzico” di singoli interventi con una più ampia visione che colleghi l’Italia e la sua economia all’Unione europea e al contesto internazionale.

In questa inevitabile navigazione a vista, c’è però una bussola da non smarrire che può essere fornita, giorno per giorno, dalla scienza giuridica e dalla quotidiana esperienza del diritto, dal “diritto dei testi” e dal “diritto in azione”, a cominciare dalla soluzione dei tanti casi difficili che la vita giudiziaria continuamente propone.

Occorrerà che i giudici sappiano continuamente alzare lo sguardo alla dimensione “generale” dei problemi del lavoro per poi rivolgerlo di nuovo al “particolare” delle singole vicende sottoposte alla loro attenzione, offrendo – grazie alla loro funzione di decisori di conflitti e di risolutori di problemi – apporti preziosi di conoscenza e di praticabile saggezza tanto alla generalità dei cittadini quanto agli altri decisori; rinnovando l’impegno a tutelare e valorizzare il lavoro lungo la linea tracciata dalle norme della Costituzione e interpretando in quest’ottica leggi del passato e del presente, attraverso un’elaborazione giurisprudenziale nella quale si fondano – come avvenuto in passato e come si può leggere in Costituzione – rigore giuridico ed empatia sociale verso la figura del lavoratore.

L’obiettivo puntato “sul lavoro” da parte di una rivista di magistrati avrà senso se – anche grazie ai contributi di studiosi di valore – concorrerà a promuovere questo esercizio di duplice attenzione: alle norme e alla realtà, all’economia e alle persone dei lavoratori, alla foresta e a tutti i singoli alberi che la rendono rigogliosa.

Febbraio 2020

Fascicolo 4/2019
Obiettivo
Il valore del lavoro
di Rita Sanlorenzo e Giovanni Armone
Parte I
La riscoperta dei valori del lavoro
di Luisa Corazza

Il saggio si propone di verificare se sia rinvenibile, nel più recente diritto del lavoro, una inversione di tendenza orientata a una riscoperta dei “valori”. La riflessione viene condotta, con attenzione ai cambiamenti intervenuti nella legislazione e nel dibattito dottrinale degli ultimi decenni, prendendo come punti di partenza i valori/principi sui quali la Costituzione ha incardinato il discorso sul lavoro negli articoli 1, 2, 3, 4 della Carta.

di Carla Ponterio

Il ruolo del sindacato quale autorità salariale e l’utilizzo giurisprudenziale dei contratti collettivi come parametro di una retribuzione proporzionata e sufficiente hanno rappresentato, per molto tempo, una solida garanzia perché il lavoro fosse dignitoso. I sempre più ampi margini di sfruttamento del lavoro e il fenomeno dei lavoratori poveri segnano un punto di crisi, che rende non più differibile l’intervento del legislatore.

di Margherita Leone

Una riflessione comune su collaborazioni eterorganizzate, lavoro su piattaforme digitali e «lavoro agile» evidenzia come il legislatore degli ultimi anni abbia cercato di regolamentare nuove realtà del mondo del lavoro non facilmente riferibili alle categorie classiche di autonomia e subordinazione. Le differenze segnalate e le commistioni tra elementi delle due categorie trovano un punto comune, una convergenza, che segna comunque ogni prestazione di lavoro e richiede regole adeguate.

di Anna Terzi e Giulia Locati

La funzione del giudice del lavoro sbiadisce tra un diritto processuale che consentirebbe un ruolo attivo e la destrutturazione delle tutele del lavoro e dei lavoratori, che ne riduce la capacità di incidere efficacemente su rapporti di lavoro in corso di esecuzione. Una funzione che è vissuta sempre più passivamente dai magistrati, nell’assenza di stimoli forti e significativi da parte delle organizzazioni sindacali.

Parte II
Reddito e lavoro nell’epoca del cittadino/consumatore/lavoratore
di Maurizio Ferraris

L’isteresi è la sopravvivenza degli effetti alle cause che li hanno prodotti. È una caratteristica che contraddistingue tutte le società, ma ha avuto un enorme impatto con lo sviluppo delle tecnologie, che hanno sollevato nuovi interrogativi su lavoro e welfare.

di Giuseppe Bronzini

Con le legge sul reddito di cittadinanza milioni di persone sono state sostenute nei loro bisogni vitali con una misura redistributiva ed egualitaria che l’Unione europea ci chiedeva dal 1993. Ciò nonostante, alla legge si imputa, in chiave distruttiva, di non avere per tutti creato occasioni di lavoro; sebbene sia innegabile qualche ritardo nelle previste politiche attive, è evidente che i posti di lavoro non possono magicamente essere creati dal nulla. Piuttosto, essa costituisce un primo passo verso una generale libertà di autodeterminazione in un’epoca di transizione tecnologica nella quale la ricchezza sociale è sempre più il prodotto dell’intelligenza collettiva.

di Silvia Borelli e Giovanni Orlandini

Nel presente contributo si prendono in esame due recenti interventi del legislatore europeo in materia di mercato interno: la direttiva sul distacco transnazionale e la direttiva sulla trasparenza delle condizioni di lavoro. Gli Autori riflettono sulle novità apportate dai due testi normativi, adottati nel quadro del «Pilastro europeo dei diritti sociali», riflettendo sull’impatto che possono avere nel nostro ordinamento.

Parte III
Il lavoro pubblico
di Roberta Calvano

Le bozze di intesa predisposte dalle tre Regioni che si sono avviate per prime sulla strada del regionalismo differenziato sollevano il problema della possibile regionalizzazione di importanti competenze in materia di istruzione. Ripercorso l’assetto del riparto costituzionale di competenza in materia di istruzione, l’Autrice riflette sui limiti costituzionali e sulle possibili ricadute di un eventuale trasferimento massiccio di competenze in tale ambito.

Parte IV
Lavoro e migrazione
di Laura Calafà

Dopo una breve introduzione dedicata al legame tra mercato del lavoro dei cittadini extra-Ue e sistema regolativo nazionale e unionale, il contributo analizza i principali istituti che operano nel concreto funzionamento di questo speciale mercato, in cui le questioni di status tendono a prevalere su quelle del contratto di lavoro. Nelle conclusioni, ci si sofferma su un fenomeno emergente nel contesto dei flussi migratori per ragioni di lavoro: il distacco dei lavoratori extra-Ue.

di Valeria Torre

Il moltiplicarsi di delitti contro la personalità individuale, dalla tipicità poco definita e posti a tutela di beni giuridici non sempre afferrabili, pone notevoli problemi applicativi: in particolare, i concetti di “sfruttamento lavorativo” e “approfittamento dello stato di bisogno” sono elementi alquanto vaghi, che costringono l’interprete a un ruolo di supplenza giudiziaria che travalica i limiti garantistici entro i quali deve iscriversi qualsiasi intervento repressivo.

Parte V
La tutela penale del lavoro
di Beniamino Deidda

A fronte delle incertezze che oggi gravano sulla tutela penale della salute dei lavoratori (come dimostrano le statistiche annuali sull’aumento delle morti in occasione di lavoro) e del vuoto di consapevolezza – presente nell’opinione pubblica come nelle istituzioni – del suo valore quale principio di civiltà di un Paese, la stessa magistratura non ha ancora trovato modo di assicurare una tutela tempestiva ed efficace. Solo la giurisprudenza di legittimità, negli ultimi lustri, ha dato vita a un fecondo dibattito, capace di sottolineare l’importanza della tutela penale dei fondamentali diritti dei lavoratori alla vita e alla salute.

di Stefano Celli

Il tema dell’organizzazione ha assunto, negli ultimi anni, sempre maggiore rilevanza anche per l’ordine giudiziario. Una corretta declinazione può avere importanti ricadute positive sulle indagini in materia di infortuni sul lavoro e prevenzione degli stessi e sul dibattimento penale, sia rendendo più spedito il lavoro degli inquirenti, sia assicurando una maggiore qualità del risultato delle indagini e, quindi, della loro "tenuta" dibattimentale, con maggiore e più incisiva tutela dei diritti dei lavoratori.

di Carlo Brusco

Lo scritto pone il problema dei limiti del sindacato di legittimità sulle valutazioni proposte dai giudici di merito rispetto alla validità delle leggi e delle prove scientifiche relative alle conseguenze patologiche dell’esposizione all’inalazione di fibre di amianto. In particolare, si ritiene che la sentenza Cozzini del 2010 abbia individuato un ruolo della Corte di cassazione estraneo ai suoi compiti, in quanto la validità scientifica di tali leggi e prove compete al giudice di merito. Così come non compete alla Corte di cassazione ritenere accettabile o non accettabile, “nel suo complesso”, un orientamento giurisprudenziale di merito.

ARCHIVIO
Fascicolo 3/2019
Magistrati oltre la crisi?
Le cliniche legali
Fascicolo 2/2019
Famiglie e Individui. Il singolo nel nucleo
Il codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza: idee e istituti
Fascicolo 1/2019
Populismo e diritto
Fascicolo 4/2018
Una giustizia (im)prevedibile?
Il dovere della comunicazione
Fascicolo 3/2018
Giustizia e disabilità
La riforma spezzata.
Come cambia l’ordinamento penitenziario
Fascicolo 2/2018
L’ospite straniero.
La protezione internazionale nel sistema multilivello di tutela dei diritti fondamentali
Fascicolo 1/2018
Il pubblico ministero nella giurisdizione
La responsabilità civile fra il giudice e la legge
Fascicolo 4/2017
L’orgoglio dell’autogoverno
una sfida possibile per i 60 anni del Csm
Fascicolo 3/2017
A cosa serve la Corte di cassazione?
Le banche, poteri forti e diritti deboli
Fascicolo 2/2017
Le nuove disuguaglianze
Beni comuni

Dedicato a Stefano Rodotà
Fascicolo 1/2017
Il diritto di Crono
Il multiculturalismo e le Corti
Fascicolo 4/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Il giudice e la legge
Fascicolo 3/2016
La giustizia tributaria
La riforma della magistratura onoraria
Fascicolo 2/2016
VERSO IL REFERENDUM COSTITUZIONALE
Forme di governo,
modelli di democrazia
IL CORPO
Anatomia dei diritti
Fascicolo 1/2016
NUMERO MONOGRAFICO
Formazione giudiziaria:
bilancio e prospettive
Fascicolo 4/2015
Il valore del dissenso
Il punto sul processo civile
Associazionismo giudiziario
Fascicolo 3/2015
Il diritto del lavoro alla prova del Jobs Act
Unitarietà della giurisdizione
Riforma della responsabilità civile
Fascicolo 2/2015
NUMERO MONOGRAFICO
Al centesimo catenaccio
40 anni di ordinamento penitenziario
Fascicolo 1/2015
Dialoghi sui diritti umani
I diritti fondamentali tra obblighi internazionali e Costituzione
La risoluzione amichevole dei conflitti
Schede di ordinamento giudiziario aggiornate al gennaio 2015
Il volume costituisce un'utile panoramica dei metodi di contrasto alla criminalità mafiosa e degli strumenti di prevenzione
Numero speciale di Questione Giustizia in formato digitale con atti, relazioni e dati sul sistema delle misure cautelari personali