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Atlante delle stragi, debito tedesco e crediti italiani
Magistratura e società
Atlante delle stragi, debito tedesco e crediti italiani
di Luca Baiada
Magistrato della Corte d'appello militare di Roma
Alcune riflessioni sull'iniziativa, approvata da vari e sostenuta finanziariamente dalla Germania, per catalogare le uccisioni commesse durante l'occupazione dei tedeschi, con o senza l’aiuto di fascisti italiani

Dal 14 al 16 settembre, a Milano, un convegno internazionale ha presentato l’Atlante delle stragi, iniziativa approvata da vari enti e sostenuta finanziariamente dalla Germania. Questa operazione memoriale cataloga le uccisioni commesse durante l’occupazione dai tedeschi, con o senza l’aiuto di fascisti italiani, rendendole localizzabili e identificabili mediante diverse modalità di ricerca e classificazione. L’incontro milanese segue ad altre conferenze e presentazioni parziali in corso d’opera, anche a Roma e in altre città.

Spesso il tema dei risarcimenti dovuti dalla Germania alle famiglie delle vittime è stato trascurato, o relegandolo nel silenzio, oppure lasciando intendere, con varie sfumature, che il finanziamento tedesco delle iniziative memoriali costituirebbe una forma di risarcimento – o come si è detto, di riparazione – al posto del denaro. Certamente l’Atlante, consistente di un sito fitto di dati e di un copioso materiale documentario (si prevede anche un libro), ha visto l’impegno di noti studiosi e andrà a costituire un serbatoio che i ricercatori dovranno tener presente, se non altro per la mole del lavoro sottostante.

Tuttavia – a parte il retrogusto che per contare i morti italiani, dopo settant’anni di distrazione a Roma, ci sia voluto un po’ di denaro da Berlino – l’idea più o meno velata secondo cui opere come questa potrebbero sostituire il risarcimento economico alle famiglie delle vittime è giuridicamente senza fondamento. Va detto con chiarezza, per dissipare subito equivoci o impressioni che rischierebbero di consolidarsi e che risponderebbero agli interessi dei tedeschi ma non degli italiani.

Si tratta degli italiani assassinati, in grandi massacri, in eccidi più ridotti o in singoli omicidi al limite della cronaca nera, ma sempre in relazione con l’occupazione bellica. Non si tratta né dei militari o partigiani caduti in combattimento, né dei militari o civili deportati e poi uccisi oppure tornati e presto stroncati dalle sofferenze. I morti di cui si parla – li hanno  chiamati civili, oppure inermi, parole sempre opinabili – sono oltre ventitremila. I processi, specialmente quelli basati sulle indagini illegalmente nascoste nell’armadio della vergogna e celebrati dopo il 1994, hanno giudicato solo una piccola parte di questi crimini, ma il credito esiste per tutte le famiglie degli uccisi. Nei casi in cui si è giunti alle condanne (l’ultimo processo si è chiuso nel 2015), nessun cittadino tedesco obbligato al risarcimento ha pagato. E le provvisionali erano persino piuttosto contenute.

A partire dal 2006 la giustizia penale militare aveva cominciato a condannare anche lo Stato tedesco, come responsabile civile (Trib. mil. La Spezia 10 ottobre 2006, imputato Milde), e la Cassazione aveva avallato questo orientamento, peraltro già sostenuto in sede civile (Cass. sezioni unite civili, 6 novembre 2003, dep. 11 marzo 2004, n. 5044; poi Cass. sezioni unite civili, 6 maggio 2008, dep. 29 maggio 2008, n. 14199; ancora Cass. prima sezione penale, 21 ottobre 2008, dep. 13 gennaio 2009, n. 1072). A quel punto la Germania si è rivolta alla Corte internazionale di giustizia, all’Aia, che nel 2012 ha dato torto all’Italia con una sentenza inaccettabile: il suo punto più basso è nell’affermazione – inquietante anche per gli attuali avvenimenti nel mondo – secondo cui neppure i grandi crimini contro l’umanità renderebbero civilmente responsabile lo Stato che li ha commessi.

Ma in seguito, a ottobre 2014, la Corte costituzionale ha reso inoperante in Italia quel principio scandaloso e ha dichiarato illegittime le norme italiane che impedivano la realizzazione dei diritti dei danneggiati (Corte cost. 22 ottobre 2014 n. 238). Lo scatto di indipendenza della Corte nei confronti del Governo, del potere legislativo e dello Stato estero più potente dell’eurozona va apprezzato, e fa capire quanto sia importante il bilanciamento dei poteri; è un baluardo da difendere, adesso che una modifica costituzionale vuole andare in altre direzioni. C’è da chiedersi che sarebbe stato di questi crediti, se i giudici della Consulta fossero stati nominati in un quadro istituzionale addomesticato. Proprio nella sentenza del 2014 si ribadisce che l’art. 139 della Costituzione non contiene solo un divieto di monarchia: «I principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale e i diritti inalienabili della persona [rappresentano] gli elementi identificativi e irrinunciabili dell’ordinamento costituzionale, per ciò stesso sottratti anche alla revisione costituzionale».

Adesso prende corpo un’operazione culturale che ha avuto un lungo percorso. Le prime ipotesi accademiche su un Atlante sono datate, ma l’idea di un’iniziativa istituzionale è coltivata specialmente fra il 2009 e il 2012, e la prima uscita pubblica è nel 2013. Cioè, l’iniziativa ufficiale è successiva alle sentenze di Cassazione del 2008, si sviluppa quasi contemporaneamente al processo dell’Aia, durato da dicembre 2008 a febbraio 2012, ed è avviata prima della sentenza della Corte costituzionale. I crediti al risarcimento sembravano irrealizzabili, in quel periodo, specialmente dopo la pronuncia della Corte internazionale (e chissà che allora non ci sia stata troppa fretta, in Italia, a darsi per vinti). Comunque, ora iniziative così rischiano di passare per sistemazione definitiva della questione, con slittamento sul terreno memoriale di diritti economici che invece sono vivi e validi, in capo ai superstiti e ai familiari dei caduti.

Oltretutto questo equivoco, memoria invece di risarcimento, va persino contro quella stessa sentenza dell’Aia che la Germania, non accettando la giurisdizione italiana, continua a invocare. Infatti la decisione del 2012, pur dando torto all’Italia, al par. 104 ha preso atto dell’esito ingiusto della controversia: «In coming to this conclusion, the Court is not unaware that the immunity from jurisdiction of Germany in accordance with international law may preclude judicial redress for the Italian nationals concerned»; perciò la Corte ha auspicato trattative fra i due Stati, e così ha dato atto della sussistenza di legittime aspettative economiche, ulteriori rispetto alle esigenze commemorative.

Naturalmente nei confronti dei cittadini italiani creditori non può produrre effetto alcun accordo su iniziative memoriali, neppure vaste come l’Atlante delle stragi; del resto, come ha deciso la Consulta nel 2014, questi crediti non possono essere lesi neanche con atti aventi forza di legge: «Il diritto al giudice e a una tutela giurisdizionale effettiva dei diritti inviolabili è sicuramente tra i grandi principi di civiltà giuridica in ogni sistema democratico del nostro tempo. […] Il diritto al giudice sancito dalla Costituzione italiana, come in tutti gli ordinamenti democratici, richiede una tutela effettiva dei diritti dei singoli».

Qualunque sia il segno dei sensi o dei sottintesi delle iniziative memoriali, eventuali nuovi passi legislativi andrebbero contro il chiaro dettato della Corte costituzionale; e figurarsi quale sarebbe il grado di illegalità di altri atti non aventi forza di legge che tentassero di scalfire i diritti dei danneggiati. Le recenti sentenze del Tribunale di Firenze sono un solido monito: una, particolarmente importante, lo scorso 22 febbraio ha condannato la Germania a pagare 650.000 euro, più gli interessi, per un solo caduto a Falzano di Cortona.

Successivamente a questa decisione fiorentina la Cassazione ha ancora ribadito la giurisdizione nei confronti della Germania: «Cancellato dall’ordinamento l’art. 3 della legge n. 5 del 2013; venuto meno l’obbligo del giudice italiano di adeguarsi alla pronuncia della Corte internazionale di giustizia del 3 febbraio 2012, non resta che affermare la giurisdizione del giudice italiano a conoscere delle domande risarcitorie» (Cass. sezioni unite civili, 3 maggio 2016, dep. 29 luglio 2016, n. 15812). Si trattava di risarcimenti per deportazione, ma gli stessi argomenti valgono per le stragi.

Fra l’altro, quest’ultima sentenza ha dichiarato irricevibile una lettera rivolta dall’ambasciata tedesca all’autorità giudiziaria, evidentemente uno scritto analogo a quelli che la Germania ha inviato al Tribunale di Firenze: è una prassi di cui l’anno scorso e quest’anno è stata notata la scorrettezza procedurale (Il Tribunale di Firenze e i risarcimenti per crimini di guerra: questo processo non s’ha da fare, in «Questionegiustizia.it» 22 luglio 2015, e Tribunale di Firenze e crimini di guerra: i semi evolutivi mettono radici, in «Questionegiustizia.it» 6 aprile 2016). La Cassazione ha ribadito che l’interlocuzione delle parti con il giudice deve avvenire «nelle forme e attraverso gli atti previsti dalla legge», e ha concluso: «L’assoluta irritualità della menzionata missiva – neppure idonea a essere qualificata in termini di atto processuale – preclude in radice la possibilità che essa venga presa in considerazione dal collegio». È davvero un bene, che anche uno Stato estero sia richiamato al rispetto della procedura, senza arrendevolezze. Insomma, una maggiore fermezza è possibile, e la partita della realizzazione economica dei risarcimenti non va considerata chiusa, neppure se è stata fatta un’ampia iniziativa memoriale con partecipazione di studiosi.

Resta ancora da chiarire il rapporto aritmetico fra il debito tedesco per la morte di tanti italiani e la spesa tedesca per la memoria, per esempio per l’Atlante delle stragi: la proporzione esatta è oscura, ma certo immensamente vantaggiosa per la Germania. Bisognerebbe approfondire, perché su questo i dati sono inspiegabilmente rarefatti.

Malgrado il corruccio della Germania nei confronti dei giudici italiani, malgrado le missive illegali e i congressi, dal 2014 l’esecuzione sui beni tedeschi in Italia è di nuovo praticabile e la giurisdizione italiana è certa. Altra cosa è il fatto che la strada sia in salita, per la difficoltà del tema, spinoso e poco frequentato, per l’indifferenza o la timidezza di una parte del mondo istituzionale, e per quel senso di rassegnazione e di fatalismo che a volte in Italia fa della memoria un demerito, a meno che sia confusa, monumentale, piagnucolosa, perdente.

Per un caso, contemporaneamente alla presentazione milanese dell’Atlante, a Bologna si è svolto un dibattito sulla modifica della Costituzione, con Matteo Renzi.

Il presidente del Consiglio ha fatto riferimento proprio alla memoria: «Questo governo è orgoglioso di aver messo più soldi di qualsiasi altro governo degli ultimi trent’anni per la tutela e la difesa della nostra memoria. […] Nel mio cuore c’è il settantesimo, vissuto a Marzabotto, con Ferruccio e gli altri eredi di quella battaglia, perché voglio garantire che…».

Con un finanziamento italiano – e si trattava di poco – si poteva fare a meno di regalare una bella figura alla Germania per averci fatto semplicemente contare i concittadini assassinati. E poi: Marzabotto, la più grave strage nazifascista in Europa occidentale, una strage di vittime inermi, nelle parole del presidente del Consiglio sembra una battaglia. Se una strage fosse una battaglia, allora i siti, i convegni e i libri sarebbero risarcimenti.

 

28 ottobre 2016
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