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L'imbroglio della semplificazione: perché siamo noi le vittime della guerra alla burocrazia
Magistratura e società
L'imbroglio della semplificazione: perché siamo noi le vittime della guerra alla burocrazia
di Giulia Locati* e Rita Sanlorenzo**
*Giudice del lavoro del Tribunale di Milano
**Sostituto Procuratore generale presso la Corte di cassazione
Recensione al libro di Andrea Carapellucci (ed. Castelvecchi)
L'imbroglio della semplificazione: perché siamo noi le vittime della guerra alla burocrazia
La copertina del libro

Il libro di Andrea Carapellucci, "L’Imbroglio della semplificazione. Perché siamo noi le vittime della guerra alla burocrazia", è un libro disvelatore: attraverso aneddoti divertenti, racconti di vita quotidiana, analisi di leggi e ragionamenti a partire dai dati, ci conduce in un viaggio attraverso l’eterna riforma della Pubblica Amministrazione, attuata di volta in volta per il tramite di istituti quali la Dia, la Scia, il Silenzio Assenso e l’Autocertificazione, per dimostrare che la narrazione che vuole dipingere questo percorso come tutto e solo al servizio del cittadino, non ha fatto altro che danneggiarlo

La tesi dell’Autore è semplice e parte dalla constatazione che - a fronte di una Pubblica Amministrazione lenta nel dare risposte perché sottodimensionata - la risposta non è stata quella di aumentare gli organici e di incrementare le risorse, ma di scaricare sul cittadino parte dei costi, riducendo il livello dei servizi.

Perseguendo il mito fallace di una riforma a costo zero, si è così deciso di affidare ai privati tutta una serie di compiti che prima venivano svolti dalla P.A., creando però in questo modo molte incertezze che complicano di fatto la vita del cittadino (almeno di quello onesto).

Carapellucci propone una serie di esempi, alcuni dei quali chiarificatori: una volta per ristrutturare un’abitazione era necessario chiedere l’autorizzazione ed aspettarla per iniziare i lavori; tutte le valutazioni (architettoniche, ingegneristiche e giuridiche) circa la correttezza dell’intervento erano di pertinenza della P.A. e - una volta ottenute - l’interessato era tranquillo nel procedere con i lavori richiesti. Adesso, sotto il “dominio del silenzio assenso” (di cui la Scia e la Dia costituiscono una sotto categoria) il cittadino comunica che vuole iniziare un’opera e certifica - sotto la propria personale responsabilità - di stare rispettando le leggi vigenti in materia, le regole edilizie e quelle urbanistiche. E naturalmente, visto che non tutti siamo al contempo avvocati, ingegneri e architetti, il cittadino a proprie spese dovrà remunerare la prestazione dei vari professionisti che forniranno le relative consulenze, con l’incognita però di non sapere se e quando la PA eserciterà il proprio potere di agire in autotutela. Con danno non solo della persona coinvolta direttamente, ma anche della collettività, che avrebbe diritto ad un generale rispetto delle regole poste a presidio della tutela del territorio.

E così se per aprire un locale prima era necessario attendere l’autorizzazione, adesso si deve autodichiarare di essere in regola: con il rischio di dover successivamente chiudere il locale in caso di irregolarità, e con buona pace dei cittadini che avrebbero diritto a veder aperti locali solo se in regola. Si è così creato un sistema che scarica i costi - e i possibili errori - sui cittadini, che si muovono in un sistema che non garantisce alcuna certezza.

Naturalmente, questo è un sistema che lascia perplessi i cittadini onesti che vorrebbero “fare le cose in regola”, perché quelli disonesti, che costruiscono là dove non possono, preferiscono di gran lunga iniziare i lavori con una semplice segnalazione, sperando che il controllo, che è solo eventuale, non arrivi mai. E il fatto che ciò avvenga in un paese in cui il tasso di abusivismo edilizio è così elevato è solo una delle tante contraddizioni del sistema messe in luce dall’Autore.

Le proposte di Carapellucci sono semplici ma attuabili: dividere nettamente gli interventi distinguendo quelli più semplici, che non dovrebbero necessitare di alcuna segnalazione o autorizzazione, da quelli più complessi, per i quali dovrebbe invece essere necessaria una preventiva istruttoria a carico della PA a cui dovrebbe seguire un’autorizzazione ovvero un diniego espressi.

Un capitolo a sé merita la semplificazione legislativa, a cui si è messo mano credendo forse che il problema fosse il numero delle leggi, quanto invece il loro rapido succedersi per una sorta di nevrosi legislativa che impedisce il consolidamento delle relative prassi applicative. Particolarmente lucida la descrizione del (finto) procedimento di semplificazione legislativa, attuato con l’adozione del provvedimento cd. “taglia leggi”, che prevedendo l’abolizione delle norme entrate in vigore prima del 1 gennaio 1970 ha creato – inconsapevolmente - vuoti legislativi immensi (si pensi che il codice civile è del 1942 e il codice penale del 1930), e ha poi costretto il legislatore ad intervenire nuovamente per introdurre deroghe, eccezioni e limitazioni che non hanno certo aiutato a semplificare il panorama legislativo ma che hanno anzi creato ancora più confusione a danno degli interpreti.

Ma quello che più si deve apprezzare in questo bel testo è che a partire dall’uso delle parole, mira a rivelarne gli inganni retrostanti.

“Semplificare” si è tradotto nei fatti in un processo continuo di attenuazione, erosione, scavalcamento di quello che è il ruolo della P.A. nell’assetto dato alla Repubblica dalla nostra Costituzione. 

Un ruolo fondamentale per la realizzazione del disegno di uno Stato sociale, secondo il progetto dell’art. 3 della Costituzione, anche in relazione all’art. 41 e la concezione ivi espressa della libertà di impresa, che però non deve mai svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza alla libertà alla dignità umana. La semplificazione va nel solco di quella incessante richiesta dell’eliminazione di regole e controlli, di quei “lacci e lacciuoli”, che starebbero lì a soffocare lo sprigionarsi dell’energia del privato contro il gigantismo e la lentezza della cosa pubblica.

Le premesse sono le stesse già richiamate per procedere allo smantellamento di quella che è stata la legislazione protettiva in materia di lavoro, e che ha portato impoverimento, precarizzazione, abbassamento dei livelli di dignità della persona del lavoratore.

E allora non si può fare a meno, in conclusione, di chiedersi “a chi giova?”: altro merito impagabile di questo libro è quello di saper guardare fino in fondo al percorso, e di svelare dati e fatti alla mano, che la strada della semplificazione non ha un significato neutro, ma risponde a vere e concrete opzioni di valore.

Non si semplifica in favore della generalità dei cittadini e delle imprese, ma per privilegiare alcune categorie a scapito di altre. La semplificazione non mostra nulla di più originale che la ben radicata insofferenza per i controlli pubblici, in particolare per quelli preventivi: torna a galla con prepotenza il mai negletto invito al laissez faire laissez passer.

La semplificazione accede così ad un chiaro progetto politico: meno Pubblica Amministrazione vuol dire meno welfare state, meno economia sociale di mercato, meno protezione pubblica di diritti ed interessi. Questo è il nodo intorno a cui ruotano i falsi slogan e i reali processi, ed è fondamentale svelarlo. Non a caso, alla semplificazione si è sempre associata la politica del taglio alla spesa pubblica, perché l’obbiettivo è l’arretramento della presenza dello Stato nella vita e nell’attività dei privati. Questa è la vera partita che è in corso, e che sembra muoversi in un’unica direzione.

4 luglio 2016
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