home search menu
Il sasso nello stagno
a cura di Antonio Lamorgese, consigliere Corte di cassazione
La decisione del Tribunale di Messina sulla responsabilità civile del pubblico ministero per omessa perquisizione. Un punto di vista di parte
La decisione del Tribunale di Messina sulla responsabilità civile del pubblico ministero per omessa perquisizione. Un punto di vista di parte
di Giuseppe Cascini* e Paolo Ielo**
*sostituto procuratore della Repubblica, Tribunale di Roma
**procuratore aggiunto della Repubblica, Tribunale di Roma
La decisione del Tribunale di Messina, che ha riconosciuto la responsabilità civile del pubblico ministero per la mancata adozione di iniziative idonee ad impedire l'omicidio di una donna da parte dell'ex-compagno, ha suscitato ampia discussione, all'interno e all'esterno della magistratura. L'articolo che pubblichiamo, scritto da due pubblici ministeri di lungo corso, analizza criticamente la decisione dall'angolo visuale del pubblico ministero ed esprime le preoccupazioni di molti magistrati per i rischi derivanti da un eccessivo ampliamento del giudizio di responsabilità civile dei magistrati

Perché questa rubrica

22 dicembre 2015

Nessuno meglio di Gianni Rodari ha descritto gli effetti di un sasso nello stagno: Un sasso gettato in uno stagno suscita onde concentriche che si allargano sulla sua superficie, coinvolgendo nel loro moto, a distanze diverse, con diversi effetti, la ninfea e la canna, la barchetta di carta e il galleggiante del pescatore.

continua

La sentenza del Tribunale di Messina con la quale è stata riconosciuta la responsabilità dello Stato con riferimento all’omicidio di una donna da parte dell’ex-compagno, sulla base di un giudizio di inescusabile negligenza da parte dei pubblici ministeri destinatari di una serie di denunce presentate dalla donna nei mesi precedenti l’evento omicidiario, merita, a nostro avviso, un supplemento di riflessione dal punto di vista di chi svolge le funzioni di pubblico ministero, in quanto ci sembra che alcune astrattezze (o astrazioni) della decisione muovano da alcuni errori, prevalentemente di natura prospettica,  ma non solo, in merito alla funzione del pubblico ministero e ai suoi doveri.

Trattandosi di una ipotesi di responsabilità colposa per omissione, la valutazione della sussistenza di un nesso causale tra l’omissione e l’evento, impone (rectius avrebbe imposto), in via preliminare, un accertamento in merito ai presupposti di seguito indicati:

a) la prevedibilità ed evitabilità, quantomeno in chiave probabilistica, dell’evento sulla base di un giudizio ex ante;

b) la doverosità della condotta omessa e la sua funzionalità in chiave di impedimento dell’evento;

c) la idoneità della condotta ad impedire l’evento.

Secondo il Tribunale di Messina, le denunce presentate dalla donna per fatti accaduti nel mese di giugno del 2007 avrebbero imposto una iniziativa da parte della Procura, segnatamente una perquisizione, finalizzata a rinvenire e sequestrare il coltello indicato in alcune di esse. Il che avrebbe impedito, con valutazione probabilistica, l’omicidio consumato nell’ottobre 2007 con un coltello che, secondo il tribunale, è razionalmente sostenibile fosse lo stesso indicato nelle denunce.

Tale conclusione non sembra, però, sia stata preceduta da una sufficiente analisi dei presupposti giuridici e fattuali cui si è fatto cenno sopra.

In punto di prevedibilità dell’evento, con valutazione ex ante, presupposto indefettibile per inferire l’efficienza causale di una condotta omissiva[1], il tribunale nulla dice.

Manca poi ogni riferimento alla prevedibilità in concreto, avuto riguardo all'agente modello eiusdem generis et condicionis, presupposto indefettibile per ogni giudizio di colpa, con il concreto rischio di trasformare un giudizio di colpa grave in un giudizio di responsabilità oggettiva.

A leggere la motivazione sembra difficile trarre dal contenuto delle denunce presentate dalla vittima nel mese di giugno – solo ad esse si riferisce la sentenza – una situazione che consentisse di ritenere prevedibile, sulla base della normale diligenza, una aggressione fisica in danno della donna, addirittura con esito mortale. In nessuna delle denunce del periodo in questione, infatti, si riferisce di condotte di violenza o di minaccia con armi. Solo nelle denunce di un anno prima era stato segnalato un episodio di violenza fisica, in ordine al quale era stata applicata la misura cautelare del divieto di avvicinamento. In quelle del giugno 2007, invece, la donna riferisce due episodi in occasione dei quali si recava presso l’abitazione dell’ex-compagno a prendere i figli, questi aveva estratto un coltello a serramanico, con una lama lunga circa 10 centimetri, con il quale aveva ostentatamente iniziato a pulirsi le unghie. Si tratta evidentemente di un gesto provocatorio – sulla cui rilevanza sul piano penale ci si soffermerà più avanti – ma si può razionalmente affermare che un tale gesto consentisse di ritenere prevedibile, in termini di probabilità, o anche solo di possibilità, l’omicidio commesso il successivo ottobre 2007?

Sempre in punto di analisi della prevedibilità della condotta e avuto riguardo alle condizioni concrete del fatto, la sentenza del tribunale non tiene conto del fatto che, per i fatti denunciati nel mese di luglio 2007, dunque immediatamente successivi a quelli di cui si discute, vi era stata iscrizione, per i delitti di violenza privata (610 cp) e di mancata osservanza dei provvedimenti del giudice in materia di affidamento dei figli (388 cp) (il procedimento si è poi definito con successivo esercizio dell’azione penale e patteggiamento).

Nessuna considerazione di tali circostanze concrete, ai fini della valutazione della prevedibilità in concreto dell’evento omicidiario.

Quanto alla valutazione in ordine alla doverosità della condotta omessa, il tribunale si limita ad affermare che i pubblici ministeri avrebbero dovuto procedere ad una perquisizione finalizzata a sequestrare il coltello, il che avrebbe impedito la commissione dell’omicidio.

Sul punto appaiono necessarie alcune precisazioni in materia di diritto penale, processuale e sostanziale.

La perquisizione è un atto di indagine, un mezzo di ricerca della prova, la cui esclusiva finalità è quella di ricercare il corpo del reato o le cose pertinenti al reato necessarie per l’accertamento del fatto. Per giurisprudenza costante l’aggettivo «necessarie», al femminile plurale, si riferisce ad entrambi i termini dell’alternativa, per cui anche il corpo del reato può essere sottoposto a sequestro probatorio solo se necessario all’accertamento del fatto.

La perquisizione, e il sequestro probatorio conseguente, non hanno, e non possono avere, alcuna finalità preventiva.

Non possono essere utilizzati per impedire la commissione di reati. E dunque la loro omissione non può in alcun modo considerarsi come omissione di una condotta che i pubblici ministeri avevano il dovere di compiere al fine di impedire la commissione di ulteriori reati.

Sarebbe stato invero possibile, e quindi sarebbe errore veniale quello nel quale incorre il tribunale, disporre un sequestro preventivo del coltello finalizzato ad impedire la commissione di ulteriori reati con armi.

Ma per quanto il diritto penale possa considerarsi meno nobile del diritto civile, esso è pur sempre diritto e la sua applicazione deve necessariamente rispondere al criterio di legalità.

Ora, un sequestro preventivo di un coltello può essere disposto solo se sussista un quadro indiziario (cd. fumus boni iuris) relativo ad un delitto commesso con quel coltello. Secondo il tribunale, sulla base delle denunce del giugno 2007 sarebbe stato ipotizzabile il reato di minaccia aggravata, ciò che avrebbe dovuto determinare un provvedimento di perquisizione e sequestro probatorio (rectius: richiesta di sequestro  preventivo) da parte del pm, con il conseguente rinvenimento presso l’abitazione e sequestro del coltello a molla, in relazione ai possibili reati di porto abusivo di mezzi atti ad offendere fuori dalla propria abitazione senza giustificato motivo (art. 4 l. 110/75) ovvero quello di cui all’art. 699 comma 2, porto abusivo di armi, arma bianca propria, di cui, per giurisprudenza prevalente sarebbe vietato in modo assoluto il porto.

Si fa, dunque, largo uso di arnesi penalistici nel postulare la doverosità della condotta, nessuno dei quali, tuttavia, pare essere utilizzato in modo corretto.

A tacer della segnalata confusione tra lo strumento del sequestro preventivo con quello probatorio, uno dei cardini del sistema in materia di misure cautelari reali, nelle denunce presentate dalla vittima nel giugno 2007 vengono descritte condotte che non possono in alcun modo qualificarsi come minaccia commessa con armi. Il gesto di pulirsi le unghie con un coltello a serramanico, con una lama lunga circa 10 centimetri, per quanto effettuato con aria di minaccia e di sfida, non integra in nessun modo il fumus boni iuris del delitto di minaccia e quindi non sarebbe stato possibile disporre, con riferimento a quell’episodio, il sequestro preventivo di quel coltello. Né sarebbe stato possibile disporre un sequestro dell'arma per i reati di porto di arma fuori dalla propria abitazione – tale è il tratto comune delle due norme incriminatrici richiamate dal tribunale –, poiché in entrambi gli episodi denunciati il soggetto si trovava nella sua abitazione.

In sostanza il tribunale non considera che la omessa iscrizione di notizia di reato a seguito delle denunce di giugno e la mancata adozione di iniziative al riguardo possano essere derivati da una valutazione, negativa, da parte dei magistrati procedenti in ordine alla sussistenza di una notitia criminis e alla necessità di effettuare atti di investigazione al riguardo.

Quanto, poi, al tema della idoneità della condotta asseritamente omessa ad impedire l’evento omicidiario, il tribunale si limita ad affermare che il sequestro di quel coltello avrebbe impedito, con valutazione probabilistica, l’evento.

Per giungere a siffatta conclusione sono, però, necessari alcuni, non secondari, salti logici.

In primo luogo, l’affermazione secondo la quale il coltello, mostrato con aria di sfida alla donna nel giugno 2007, sarebbe lo stesso utilizzato per commettere il delitto di omicidio dell’ottobre 2007, viene dal tribunale definita razionalmente sostenibile, senza però indicare alcun elemento di fatto, se non le dimensioni (10 cm) e il tipo (a scatto o a serramanico, differenza non secondaria), sul quale si fonderebbe razionalmente tale affermazione. Eppure non sarebbe così irrazionale ipotizzare che l’omicida possedesse più di un coltello.

In secondo luogo, l’affermazione secondo la quale il sequestro di quel coltello avrebbe certamente impedito l’omicidio, almeno quell’omicidio commesso con quelle modalità, si fonda ancora una volta su presunzioni inammissibili. Quella che vorrebbe che il coltello utilizzato per uccidere fosse lo stesso mostrato nel giugno 2007. Quella che vorrebbe che il coltello utilizzato per commettere l’omicidio fosse l’unico coltello posseduto dal colpevole. Quella che pretende di escludere che un soggetto al quale venisse sequestrato un coltello nel giugno 2007 non avrebbe potuto procurarsene un altro identico per commettere l’omicidio nell’ottobre 2007.

In altri termini manca nella decisione del tribunale, una valutazione in concreto in merito alla inescusabilità della omissione. Eppure si tratta di questione decisiva, in quanto i tempi dell'intervento giudiziario dipendono, spesso, da molti fattori, non tutti ascrivibili al magistrato. E per qualificare come negligenza inescusabile la omissione di iniziative su denunce di giugno rispetto ad un evento verificatosi tre mesi dopo sarebbe stata necessaria una analisi ponderata del numero degli affari trattati dai magistrati in quel periodo, della rilevanza e gravità degli stessi, del peso degli altri impegni di ufficio e la loro, eventuale, indifferibilità.

Consentiteci, in ultimo, una notazione, che forse rischia di apparire autoreferenziale, o di sapore vagamente corporativo, ma che in realtà è frutto di una seria preoccupazione per i rischi di riduzione degli spazi di autonomia e di indipendenza dei magistrati, e dei pubblici ministeri in particolare, che derivano dalle sempre più pressanti richieste della politica di ampliamento delle ipotesi di responsabilità civile.

Il nostro è un mestiere assai complicato, che ti pone spesso davanti a delle scelte difficili e a rischio di conseguenze drammatiche, sia per l’azione che per l'omissione.

Ogni forzatura della sua valutazione che passi attraverso regole estranee al mestiere del penalista rischia di produrre da un lato paralisi, dall’altro burocrazia inutile.

Esattamente ciò che non serve a una buona amministrazione della giustizia, rispettosa dei diritti degli indagati e di quelli delle persone offese.

 


[1] Sulla nozione di prevedibilità ai fini della valutazione del nesso causale si veda ex plurimis: Sez. 3, Sentenza n. 11609 del 31 maggio 2005: «Un evento dannoso è da considerare causato sotto il profilo materiale da un altro se, ferme restando le altre condizioni, il primo non si sarebbe verificato in assenza del secondo (cosiddetta teoria della “conditio sine qua non”): ma nel contempo non è sufficiente tale relazione causale per determinare una causalità giuridicamente rilevante, dovendosi, all'interno delle serie causali così determinate, dare rilievo a quelle soltanto che, nel momento in cui si produce l'evento causante, non appaiano del tutto inverosimili (cosiddetta teoria della causalità adeguata o della regolarità causale, la quale in realtà, oltre che una teoria causale, è anche una teoria dell'imputazione del danno). In tal senso viene in rilievo una nozione di prevedibilità che è diversa da quella delle conseguenze dannose, cui allude l'art. 1225 cod. civ., ed anche dalla prevedibilità posta a base del giudizio di colpa, poiché essa prescinde da ogni riferimento alla diligenza dell'uomo medio, ossia all'elemento soggettivo dell'illecito, e concerne, invece, le regole statistiche e probabilistiche necessarie per stabilire il collegamento di un certo evento ad un fatto. Nell'ambito di detta nozione di prevedibilità in tema di responsabilità aquiliana sono risarcibili anche i danni indiretti e mediati, purché appunto siano un effetto normale secondo il suddetto principio della causalità adeguata. Tuttavia, in riferimento all'illecito aquiliano per omissione colposa, detta nozione di prevedibilità statistica dev’essere adattata alla circostanza che in esso il giudizio causale assume come termine iniziale la condotta in quanto colposa (in senso proprio od improprio) e non la mera causalità materiale, di modo che per l'imputazione della responsabilità occorre che il danno sia una concretizzazione del rischio che la norma di condotta violata tendeva a prevenire, verificandosi un intreccio fra la causalità e la colpa, giacché la causalità nell'omissione non può essere meramente materiale, in quanto “ex nihilo nihil fit” ed il suo accertamento postula un giudizio ipotetico sulla idoneità dell'azione prescritta e colpevolmente omessa ad impedire l'evento, pur restando, comunque, distinguibili il piano della causalità e quello della colpevolezza. Anche in relazione alla causalità nell'omissione in ordine all'illecito aquiliano resta applicabile il principio per cui, non avendo l'art. 2056 cod. civ. richiamato l'art. 1225 cod. civ., sono risarcibili sia i danni prevedibili che imprevedibili, atteso che le dette particolarità rilevano sul piano della causalità giuridica di cui all'art. 1223 cod. civ. e non su quello della causalità materiale di cui agli artt. 40 e 41 cod. pen.».

5 luglio 2017
La nuova circolare del Csm sulle procure
La nuova circolare del Csm sulle procure
di Antonello Ardituro
Pubblichiamo la circolare approvata oggi, all'unanimità, dal Csm sulle procure accompagnata da una nota illustrativa di Antonello Ardituro, componente del Csm. Auspichiamo ulteriori interventi volti ad approfondire i temi che la circolare affronta. Questione Giustizia ha già programmato per il n. 1 del 2018 della Rivista trimestrale un obiettivo sul pubblico ministero
15 novembre 2017
Incarichi di collaborazione: non tutto ciò che è legittimo è opportuno
Incarichi di collaborazione: non tutto ciò che è legittimo è opportuno
di Andrea Natale
È legittimo che il dirigente di un ufficio giudiziario attribuisca ad un consigliere giudiziario incarichi di collaborazione rispetto a specifiche attività presidenziali. Ma è anche opportuno? Un recente caso all’esame del Csm è l’occasione per svolgere qualche riflessione sul tema, nonché, pur superficialmente, sulla questione del carrierismo in magistratura. Che si sconfigge con le regole, ma anche con i comportamenti dei singoli
6 novembre 2017
Funzioni del pubblico ministero delegabili in udienza al vice procuratore onorario in base alla nuova disciplina
Funzioni del pubblico ministero delegabili in udienza al vice procuratore onorario in base alla nuova disciplina
di Paola Bellone* e Enrica Marinelli**
Le autrici interpretano l’art. 17 del d.lgs n. 116/2017 (che completa l’attuazione della legge delega 57/2016, di riforma della magistratura onoraria). L’articolo disciplina «le attività delegabili ai vice procuratori onorari». La formulazione, in particolare, del comma 4, in base a un’interpretazione letterale, solleva dubbi circa l’introduzione di nuovi limiti − rispetto alla disciplina precedente − alla delegabilità, in udienza, delle determinazioni ex art. 444 cpp. I dubbi sono superati attraverso una lettura logica, sistematica e conforme a Costituzione e la dimostrazione che l’interpretazione letterale dell’intero articolo renderebbe inapplicabili diverse disposizioni della norma
3 novembre 2017
Accesso e formazione. I magistrati di domani
Accesso e formazione. I magistrati di domani
di Marta Agostini
Intervento tenuto al 33° Congresso dell'Associazione nazionale magistrati (Siena, 20-22 ottobre 2017)
26 ottobre 2017
«No a iscrizioni frettolose». Pignatone sfata la leggenda dell’”atto dovuto”
«No a iscrizioni frettolose». Pignatone sfata la leggenda dell’”atto dovuto”
di Donatella Stasio
Il procuratore della Repubblica di Roma invia una circolare sulla gestione delle iscrizioni delle notizie di reato dopo la riforma penale entrata in vigore ad agosto, segnalando rischi e costi delle prassi basate sull’automatismo. Come per le intercettazioni, è la prima circolare sulla materia
17 ottobre 2017
Il richiamo di Mattarella contro l’individualismo dei giudici
Il richiamo di Mattarella contro l’individualismo dei giudici
di Donatella Stasio
Nel suo ultimo discorso ai giovani magistrati, il Capo dello Stato propone un modello dinamico di giurisdizione in antitesi a quello solipsistico coltivato in larghi strati della magistratura, e che rischia di attecchire anche tra le nuove leve
13 ottobre 2017
Ricostruire la giustizia penale nel dopoguerra. I nuovi valori costituzionali e l’indipendenza del giudice
Linee guida per l’applicazione del d.lgs n. 116 del 2017, “Riforma organica della magistratura onoraria”. Regolamentazione dell'attività dei Vice Procuratori Onorari
Csm e nuovo carrierismo: una sfida sul “filo del rasoio”
Csm e nuovo carrierismo: una sfida sul “filo del rasoio”
di Donatella Stasio
Contro la deriva carrieristica o la cattiva gestione dei posti direttivi, il Csm deve recuperare il senso profondo del binomio discrezionalità-responsabilità, evitando pericolosi ritorni al passato. Ne va della sopravvivenza e della credibilità dell’Autogoverno nonché del pluralismo e dell’indipendenza della magistratura. Perciò protagonisti di questa sfida devono essere i gruppi e l’Anm
19 settembre 2017
Il Consiglio superiore della magistratura, la discrezionalità ed il criterio attitudinale della specializzazione nelle funzioni per la selezione dei dirigenti degli uffici minorili
Il Consiglio superiore della magistratura, la discrezionalità ed il criterio attitudinale della specializzazione nelle funzioni per la selezione dei dirigenti degli uffici minorili
di Ezia Maccora
Il potere di scelta dei dirigenti degli uffici giudiziari appartiene alla discrezionalità del Consiglio superiore della magistratura che la attua attraverso una motivata comparazione tra le esperienze professionali dei magistrati–candidati nel rispetto della normativa secondaria. Per gli uffici specializzati la scelta non può essere in danno al corretto peso da attribuire alla valenza attitudinale costituita dalla pregressa esperienza nel settore specifico dell’ufficio da conferire
11 settembre 2017

Perché questa rubrica

22 dicembre 2015

Nessuno meglio di Gianni Rodari ha descritto gli effetti di un sasso nello stagno: Un sasso gettato in uno stagno suscita onde concentriche che si allargano sulla sua superficie, coinvolgendo nel loro moto, a distanze diverse, con diversi effetti, la ninfea e la canna, la barchetta di carta e il galleggiante del pescatore. Oggetti che se ne stavano ciascuno per conto proprio, nella sua pace o nel suo sonno, sono come richiamati in vita, obbligati a reagire, a entrare in rapporto tra loro... Innumerevoli eventi, o microeventi, si succedono in un tempo brevissimo. Forse nemmeno ad aver tempo e voglia si potrebbero registrare tutti, senza omissioni.

Sono le parole con le quali l’Autore, nel 1973, introduceva il primo capitolo della sua Grammatica della Fantasia e con le quali vogliamo inaugurare questa nuova rubrica, che da quella celebre pagina trae spunti e suggestioni.

Un titolo che svela subito le intenzioni: lanciare argomenti di discussione e di provocazione; provare a scavare dietro la superficie di alcune interpretazioni sedimentate, granitiche o sinora indiscusse, per verificarne la persistente attualità o svelarne l’obsolescenza, anche in termini di distanza dai valori costituzionali; analizzare e criticare la fenomenologia dei provvedimenti giudiziari e delle decisioni dell’autogoverno; proporre ermeneutiche alternative che allarghino il campo dei diritti.

 

continua

La responsabilità civile del pubblico ministero per omessa perquisizione: la sottile linea fra percezione e valutazione
La responsabilità civile del pubblico ministero per omessa perquisizione: la sottile linea fra percezione e valutazione
di Enrico Scoditti
La responsabilità civile del magistrato riguarda non l’interpretazione della legge o la valutazione del fatto, le quali connotano la funzione giudiziaria, ma l’errore percettivo sulla disposizione legislativa quale enunciato linguistico o sugli elementi del fatto. La sentenza del Tribunale di Messina, che ha riconosciuto la responsabilità civile del pubblico ministero per omessa perquisizione, rappresenta un caso paradigmatico anche per i riferimenti al problema del nesso di causalità ed alle peculiarità della figura del pubblico ministero
26 giugno 2017
L’eccesso di potere giurisdizionale e il diritto eurounitario
L’evoluzione del sistema della responsabilità civile ed i danni punitivi
I mutevoli orientamenti della giurisprudenza di legittimità in materia bancaria
L’assegno divorzile e il dogma della conservazione del tenore di vita matrimoniale
Il “nuovo” V comma T.U. n. 309/1990: dal reato di quantità al reato di condotta?
Il “nuovo” V comma T.U. n. 309/1990: dal reato di quantità al reato di condotta?
di Lorenzo Miazzi
Una riflessione sulla portata della modifica legislativa su cui, forse, si è poco riflettuto
18 gennaio 2016