home search menu
di Donatella Stasio
Migranti e integrazione di “valori”: i giudici parlano solo con le sentenze? No, grazie
Migranti e integrazione di “valori”: i giudici parlano solo con le sentenze? No, grazie
Al di là dei profili giuridici, la sentenza sul sikh che girava con il coltello sacro di 18 cm esprime valutazioni politiche che, non rettificate dalla Cassazione, rischiano di cristallizzarsi nell’opinione pubblica come principi di diritto

Perché questa rubrica

27 aprile 2017

Inizia oggi, con il primo articolo della nuova rubrica Controcanto, la collaborazione di Questione Giustizia e di Magistratura democratica con Donatella Stasio, una delle voci più autorevoli del giornalismo italiano (cronista di politica giudiziaria per più di 30 anni a Il Sole24Ore) e più significative del dibattito politico-culturale sui temi della giustizia e della politica giudiziaria.

continua

Breve Rassegna stampa del 16 maggio 2017:

- «Migranti, sentenza sui doveri. Gli stranieri hanno l’obbligo di conformarsi ai nostri valori» (Corriere della sera);

- «La Cassazione sui migranti: si conformino ai nostri valori» (La Repubblica);

- «La Cassazione: chi viene si adegui ai nostri valori» (La Stampa);

- «Cassazione: i migranti rispettino i nostri valori» (Il Sole 24 ore);

- «I migranti seguano i nostri valori» (Il Messaggero);

- «La Cassazione: i migranti si adattino ai nostri valori» (Il Giornale);

- «Immigrato, vuoi stare qui? Fai l’italiano» (Libero);

- «Per i migranti i nostri valori» (Avvenire);

- «I migranti devono conformarsi ai nostri valori: quelli che rubano sono sulla buona strada» (La cattiveria del Fatto quotidiano).

Chissà che cosa avranno pensato i cultori del brocardo I giudici parlano solo con le sentenze, paladini di una giustizia credibile soltanto se comunica «con i propri atti», e guai a pronunciare una parola fuori da quel recinto (per spiegare, precisare, rendere conto) perché si finisce dritti alla sbarra con l’accusa di protagonismo, di essere poco riservati, se non, addirittura, di ledere il prestigio dell’ordine giudiziario.

Che cosa avranno pensato, costoro, leggendo l’ormai famosa sentenza 24.084 del 15 maggio 2017 - sul sikh che se ne andava in giro con il suo pugnale sacro da 18,5 cm - e, prima ancora, scorrendo i titoli in prima pagina di tutti i quotidiani del 16 maggio?

Titoli inequivocabili, più sul senso politico di quella pronuncia che sui motivi giuridici della decisione.

Dal Palazzaccio nessun commento o precisazione. D’altra parte, se «i giudici parlano solo con le sentenze», come si fa ad aggiungere altro? E poi: una rettifica o addirittura una smentita (sebbene necessaria) rischia di ritorcersi contro la credibilità del collegio e della Cassazione tutta... .

Ironia a parte, la gravità del problema non è sfuggita a molti ermellini, consapevoli e preoccupati che il messaggio distorto “scolpito” in quella decisione – e non certo imputabile ai soliti fraintendimenti della stampa – rischiava di cristallizzarsi nell’opinione pubblica come “il verbo” della Cassazione, assumendo una precisa valenza politica. Di qui il dubbio di un intervento chiarificatore; che poi, però, è stato escluso.

E così, nell’opinione pubblica si è effettivamente consolidata l’informazione che, secondo la giustizia italiana al suo livello più alto, l’integrazione dei migranti passa per «l’obbligo di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale», altrimenti scatta il Codice penale. Poco importa se, dal giorno dopo, qua e là si è levata qualche voce critica sulla sentenza, per la sua “incontinenza motivazionale”, o se al Palazzaccio stanno studiando futuri rimedi… .

È la comunicazione, bellezza! Quella della giustizia. Che purtroppo continua a muoversi in una dimensione atemporale in cui, spesso, responsabilità, chiarezza, trasparenza verso i cittadini sono vissuti più come intralcio che come dovere istituzionale.

E con un equivoco/alibi di fondo: che, cioè, il prestigio dell’ordine giudiziario si tuteli con il silenzio, con il segreto, con l’oscurità del linguaggio invece che con una comunicazione responsabile.  Dimenticando, fra l’altro, che secondo la Corte costituzionale (sentenza n. 100 del 1981) il prestigio dell’ordine giudiziario va inteso come «fiducia dei cittadini verso la funzione giudiziaria e nella credibilità di essa».

La giustizia comunica in mille modi e in mille occasioni. Ovviamente “anche” con le sentenze e, in generale, con i suoi atti. Che si rispettano ma, contrariamente a quanto si dice davanti ai microfoni, si commentano, eccome, visto che (almeno) la motivazione consente di esercitare un controllo sociale. Segnalo, a questo proposito, un prezioso libro pubblicato da Melampo l’anno scorso, scritto da Ileana Alesso e Gianni Clocchiatti, con la prefazione di Gherardo Colombo, dal titolo Con parole semplici, seguito dal sottotitolo: leggi, etica e cittadinanza, la comunicazione responsabile. Gli autori fanno un esperimento molto interessante: pubblicano sentenze di diversi organi giurisdizionali con, a fronte, il testo riscritto “con parole semplici”. E così dimostrano che l’abbandono del giuridichese spinto (dietro il quale c’è spesso la pigrizia di cimentarsi con l’italiano semplice) rende la comunicazione giurisdizionale più “accogliente” senza nuocere all’autorevolezza della decisione e di chi l’ha scritta.

La sentenza sul sikh, però, confonde la doverosa esigenza di chiarezza e di semplicità con quella (del tutto personale) di dare alla motivazione un significato politico ultroneo, oltre che assai discutibile, rispetto alla decisione del caso concreto. E così incorre in vari errori, anche di comunicazione, con conseguenze gravi.

A differenza di una dichiarazione, di una conferenza stampa o di un’intervista, dove si può (e si deve) distinguere la motivazione della decisione da opinioni di carattere assolutamente personali, la sentenza non offre questa flessibilità perché deve contenere esclusivamente le ragioni di diritto (nel caso della Cassazione) che portano ad accogliere o respingere un ricorso. Dunque, è più pericolosa se il giudice e il Collegio introducono valutazioni di natura diverse da quelle giuridiche necessarie a decidere il caso concreto. Con l’ulteriore grave conseguenza che quelle valutazioni “faranno giurisprudenza”, se non fra i giudici, politicamente e nell’immaginario collettivo.

Nella fattispecie, è evidente che la motivazione addotta per respingere il ricorso dell’indiano è andata ultra petita, avventurandosi su sentieri che allontanavano dalla mèta invece di raggiungerla in modo diretto e chiaro.

In gergo giornalistico si direbbe che “la notizia” è stata inserita soltanto alla fine della sentenza, cioè nella quinta delle sei cartelle della motivazione, là dove finalmente si capisce che il sikh ha violato la legge sul porto d’armi, «senza un giustificato motivo» poiché in base a una sentenza della Consulta (n. 63/2016) «nessun credo religioso può legittimare il porto in luogo pubblico di armi o di oggetti atti ad offendere».

Bastavano, insomma, tre righe di motivazione, come peraltro la Cassazione aveva fatto in precedenza per casi analoghi (n. 24.739 e 25.163 del 2016, solo per citare le più recenti).

Il Collegio, invece, è andato ben oltre innescando un pericoloso corto circuito informativo.

Perciò sarebbe stato forse opportuno un intervento chiarificatore dell’informazione distorta. Come, peraltro, è accaduto in passato. Per esempio il 20 aprile del 2015: allora la Cassazione indirizzò una dura reprimenda al giudice Amedeo Franco, relatore ed estensore della sentenza Mediaset/diritti Tv, firmata dall’intero Collegio, che nel 2013 confermò la condanna di Silvio Berlusconi per frode fiscale. Un anno e mezzo dopo, Franco scrisse un’altra sentenza in tema di frode fiscale, contenente affermazioni che sembravano sconfessare il precedente del 2013. A quel punto la suprema Corte decise di intervenire con un comunicato stampa, escludendo che ci fosse realmente un contrasto tra le due pronunce «pur in presenza – ammise – di alcune espressioni palesemente superflue rispetto al tema della decisione». Un chiarimento doveroso, per rispetto dell’opinione pubblica e della credibilità della giustizia.

Donatella Stasio

19 maggio 2017
Responsabilità civile del magistrato per inosservanza di orientamento giurisprudenziale consolidato?
Responsabilità civile del magistrato per inosservanza di orientamento giurisprudenziale consolidato?
di Enrico Scoditti
È stata rimessa alle Sez. unite della Cassazione la questione della responsabilità civile del magistrato per inosservanza di orientamento giurisprudenziale consolidato. Nello scritto si propone di interpretare «violazione manifesta della legge» in termini di travisamento linguistico della disposizione o di fatto accertato ma rimasto privo di effetti giuridici nonostante l’esistenza di previsione legislativa
10 dicembre 2018
Il trattenimento amministrativo dello straniero nei Centri per i rimpatri non può avere finalità di prevenzione e di ordine pubblico, pena la sua radicale illegittimità
Cassazione, i principi fondamentali di disciplina dell’assegno di divorzio: libertà, autoresponsabilità e pari dignità *
di Marzia Di Bari
L’interpretazione dell’assegno divorzile, accolta dalle Sezioni Unite (sent. n. 18287/2018), alla luce dei principi costituzionali di libertà, autoresponsabilità e pari dignità, quale strumento di tutela dell’affidamento dei coniugi nel momento dello scioglimento del vincolo, autorizza la lettura del principio europeo di responsabilità in termini di reciprocità e determina il superamento delle criticità insite nell’orientamento inaugurato dalle Sezioni semplici della suprema Corte
4 dicembre 2018
Contro il malessere democratico, l’Italia ha bisogno del rugby. Il sogno di Giuseppe D’Avanzo
Contro il malessere democratico, l’Italia ha bisogno del rugby. Il sogno di Giuseppe D’Avanzo
di Donatella Stasio
In gran parte del mondo la democrazia non gode di buona salute e l’Italia non sembra da meno. I sintomi del malessere democratico risalgono ad almeno un decennio e D’Avanzo li aveva individuati. Come il rimedio per curarli
3 dicembre 2018
Nella “fedeltà” del lavoratore subordinato il rimosso di un rapporto giuridico
Prescrizione & processo: solo l’etica ci salverà
Prescrizione & processo: solo l’etica ci salverà
di Donatella Stasio
Avvocati e Anm, divisi sulle proposte di riforma del processo penale e della prescrizione, concordano invece (ed è una novità) sulla pregiudizialità della prima rispetto alla seconda. Ma la diversa “visione” del processo rende la riforma impossibile. Oltre che inutile senza un cambio di passo dell’etica di tutti gli attori del processo
15 novembre 2018
Un interessante caso di nullità del decreto penale di condanna al centro di un contrasto giurisprudenziale
Un interessante caso di nullità del decreto penale di condanna al centro di un contrasto giurisprudenziale
di Federico Piccichè
Nota a Cass. Pen., Sez. 3, Sent. 21 marzo 2018 (dep. 7 maggio 2018), n. 19689, Pres. Di Nicola, Rel. Di Stasi
19 ottobre 2018
Le Sezioni unite intervengono sul tema della configurabilità della continuazione tra reati puniti con pene eterogenee e sul calcolo della pena
Le Sezioni unite intervengono sul tema della configurabilità della continuazione tra reati puniti con pene eterogenee e sul calcolo della pena
di Elena Nadile
Commento a Cass., Sez. unite, sentenza 21 giugno 2018, n. 40983: un vero vademecum per il calcolo della pena
16 ottobre 2018
L’etica costituzionale come antidoto al conflitto tra legge e giustizia e alla disgregazione sociale
L’etica costituzionale come antidoto al conflitto tra legge e giustizia e alla disgregazione sociale
di Donatella Stasio
Piero Calamandrei spiegava che nei “grandi trapassi storici” il dissidio tra legge e giustizia si scarica sulla seconda e sulla motivazione dei suoi provvedimenti, con effetti negativi sulla fiducia dei cittadini. Anche oggi si profila un’analoga “crisi della giustizia” ma, come osserva Elvio Fassone, è l’etica costituzionale, ed il suo riconoscimento, che consente di ricomporre legge e giustizia
9 ottobre 2018
Il dialogo fra le Corti e le sorti (sembra non magnifiche, né progressive) dell’integrazione europea
Il dialogo fra le Corti e le sorti (sembra non magnifiche, né progressive) dell’integrazione europea
di Antonello Cosentino
Il giudice comune nazionale ha sempre avuto con la Cgue relazioni più fluide rispetto a quelle intrattenute con la Cedu. A partire dalla sentenza 14 dicembre 2017 n. 269 della Corte costituzionale, però, lo schema dell’applicazione diretta del diritto euro-unitario da parte del giudice nazionale sembra essere stato rimesso in discussione. La Corte costituzionale ha rivendicato la propria centralità nella dialettica tra giudice comune, giudice costituzionale e Cgue. Dagli equilibri che si raggiungeranno in tale dialettica dipenderà grande parte del ruolo che il giudice nazionale giocherà nel futuro dell’integrazione europea
1 ottobre 2018

Perché questa rubrica

27 aprile 2017

Inizia oggi, con il primo articolo della nuova rubrica Controcanto, la collaborazione di Questione Giustizia e di Magistratura democratica con Donatella Stasio, una delle voci più autorevoli del giornalismo italiano (cronista di politica giudiziaria per più di 30 anni a Il Sole24Ore) e più significative del dibattito politico-culturale sui temi della giustizia e della politica giudiziaria.

Con questa collaborazione Magistratura democratica e Questione Giustizia hanno scelto di aprire, sui siti on-line, una finestra sull’esterno dalla quale scorgere con più attenzione e consapevolezza cosa accade fuori dalla magistratura e dalla quale essere visti, osservati, criticati anche radicalmente.

In linea con le indicazioni venute dal congresso di Bologna del novembre 2016, abbiamo scelto, da un lato, di rivitalizzare un metodo di confronto ed elaborazione e, dall’altro, di arricchire il dibattito interno alla magistratura, tenendo viva l’attenzione verso le più complesse dinamiche della società in cui si inserisce l’intervento giudiziario. Siamo infatti consapevoli che solo questa attenzione può contrastare dinamiche di chiusura e di autoreferenzialità della magistratura, da ultimo riemerse anche nel confronto associativo.

 

continua

 

Contro il malessere democratico, l’Italia ha bisogno del rugby. Il sogno di Giuseppe D’Avanzo
Contro il malessere democratico, l’Italia ha bisogno del rugby. Il sogno di Giuseppe D’Avanzo
di Donatella Stasio
In gran parte del mondo la democrazia non gode di buona salute e l’Italia non sembra da meno. I sintomi del malessere democratico risalgono ad almeno un decennio e D’Avanzo li aveva individuati. Come il rimedio per curarli
3 dicembre 2018
Prescrizione & processo: solo l’etica ci salverà
Prescrizione & processo: solo l’etica ci salverà
di Donatella Stasio
Avvocati e Anm, divisi sulle proposte di riforma del processo penale e della prescrizione, concordano invece (ed è una novità) sulla pregiudizialità della prima rispetto alla seconda. Ma la diversa “visione” del processo rende la riforma impossibile. Oltre che inutile senza un cambio di passo dell’etica di tutti gli attori del processo
15 novembre 2018
La lezione di Dworkin: anche nella partita sulla sicurezza, la «briscola» è la tutela dei diritti fondamentali
La lezione di Dworkin: anche nella partita sulla sicurezza, la «briscola» è la tutela dei diritti fondamentali
di Donatella Stasio
Reati in calo, processi lenti, carceri affollate: un quadro che ci riporta indietro di dieci anni e riapre prospettive securitarie. Secondo il filosofo americano, il rispetto dei diritti umani non è un impiccio di cui liberarsi per placare la paura e riscuotere consensi
30 ottobre 2018
L’etica costituzionale come antidoto al conflitto tra legge e giustizia e alla disgregazione sociale
L’etica costituzionale come antidoto al conflitto tra legge e giustizia e alla disgregazione sociale
di Donatella Stasio
Piero Calamandrei spiegava che nei “grandi trapassi storici” il dissidio tra legge e giustizia si scarica sulla seconda e sulla motivazione dei suoi provvedimenti, con effetti negativi sulla fiducia dei cittadini. Anche oggi si profila un’analoga “crisi della giustizia” ma, come osserva Elvio Fassone, è l’etica costituzionale, ed il suo riconoscimento, che consente di ricomporre legge e giustizia
9 ottobre 2018
Lo sguardo che manca alla giustizia
Lo sguardo che manca alla giustizia
di Donatella Stasio
Il film «Sulla mia pelle», che racconta la vicenda di Stefano Cucchi, sollecita molte riflessioni tra cui quella sull’impersonalità (brutale) delle istituzioni, compresa la giustizia, e sulle sue ricadute negative nel rapporto di fiducia con i cittadini. Un problema antico ma ricorrente e cruciale nella vita delle istituzioni, di cui i magistrati devono farsi carico con i loro comportamenti. Secondo Piero Calamandrei, bisogna che «anche nel processo circoli questo senso di fiducia, di solidarietà e di umanità, che è in tutti i campi lo spirito animatore della democrazia»
18 settembre 2018
L’utopia di Riace, città invisibile dove si respira la cittadinanza costituzionale
L’utopia di Riace, città invisibile dove si respira la cittadinanza costituzionale
di Donatella Stasio
Modello esemplare di accoglienza, riconosciuto e studiato in tutto il mondo, il piccolo borgo della Locride è una comunità multietnica dove attualmente convivono 1700 riacesi con 400 migranti, e dove si respira un vero sentimento di appartenenza e di condivisione ai valori della solidarietà, dell’uguaglianza e del rispetto della dignità umana. Un esempio tangibile di “cittadinanza costituzionale”. Eppure, dalla fine del 2016 il Ministero dell’interno e la Prefettura di Reggio Calabria hanno bloccato i fondi per i rifugiati sulla base di presunte “criticità” rilevate da alcune ispezioni (al contrario di altre di segno positivo), che hanno comportato l’apertura di un’indagine penale, ma che sembrerebbero parzialmente superate dalla riattivazione, proprio nei giorni scorsi, dei finanziamenti relativi agli ultimi tre mesi del 2016. Intanto, ad agosto è partita una raccolta di fondi (aperta fino a dicembre) che in meno di un mese era già arrivata a 215mila euro
3 settembre 2018