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Ricordi e disaccordi [1]
Magistratura e società
Ricordi e disaccordi [1]
di Dario Ippolito
Professore associato di filosofia del diritto, Università Roma Tre
Luigi Ferrajoli e Juan Ruiz Manero, "Due modelli di costituzionalismo. Un dialogo sul diritto e sui diritti", Editoriale Scientifica, Napoli 2016

Anteporre una prefazione a una premessa non è il modo migliore per conquistare un lettore. Perciò tradisco il mandato che mi è stato assegnato, optando per un altro genere letterario: il programma di sala. Genere senza canoni, salvo quelli - dimensionali - imposti dalla brochure su cui viene stampato (utilissima d’estate). Genere senza pretese, poiché chi lo coltiva sa che il pubblico, nella migliore delle ipotesi, scorre il testo distrattamente, in attesa dell’apertura del sipario. Genere - a me pare - perfettamente adeguato a favorire l’accesso a questa conversazione filosofica, che ha il ritmo e i passaggi scenici di una pièce avvincente.

Mettetevi comodi, dunque, e godetevi lo spettacolo. È in tre atti, ma non sentirete il bisogno di alcun intervallo. A comparire per primo sul palco - barba brizzolata e sorriso accogliente - è Juan Ruiz Manero. Catedrático di filosofia del diritto all’Università di Alicante, si presenta nei panni del deuteragonista (ma la modestia - in ambiente accademico - è la virtù dei grandi). Nell’era della compulsione autobiografica, della celebrazione digitale del proprio ego, della monumentalizzazione di se stessi attraverso Wikipedia, stenterete a trovare notizie, nel web, sul conto di questo celebre giurista spagnolo. Potrete conoscere le sue opere, certo, ma ben poco scoprirete dei suoi giorni. Eppure la sua vita non si esaurisce nella dimensione esistenziale dello studioso; del docente appassionato e capace di appassionare; del prolifico autore di saggi che hanno lasciato il segno. È anche la vita di chi, da giovane, ha vissuto sotto una dittatura e ha scelto di combatterla: con la militanza politica clandestina, nell’orizzonte ideale della rivoluzione socialista, in opposizione a un un «regime criminale, miserabile e ridicolo»2. Non tanto ridicolo, però, da non reprimere i contestatori con il carcere e la violenza poliziesca. La disobbedienza attiva - nella Spagna di Franco - esigeva coraggio: comportava dei rischi.

Di questo tempo passato, tuttavia, nulla apprenderemo nel corso del dialogo che ci apprestiamo ad ascoltare. Ruiz Manero non intende raccontarci il suo ’68 nel Frente de Liberación Popular; non è qui per parlarci della meglio gioventù del suo Paese. Vuole conoscere e farci conoscere un’altra storia di pensiero e azione; un’altra vicenda biografica e un altro percorso intellettuale. Ed ecco che l’interlocutore da lui prescelto si accomoda di fronte a noi. È a suo agio. È avvezzo alle grandi platee. Ama dibattere, spiegare e convincere, analizzando e argomentando. Il riflesso degli occhiali smorza le faville dello sguardo. Ma la sua voglia di confrontarsi accende subito la conversazione. Anche lui è un filosofo del diritto di fama internazionale. E anche lui non è soltanto questo. È Luigi Ferrajoli (lo conoscete tutti).

Il primo atto è breve. Scivola lungo il filo dei ricordi e dei giudizi che ricompongono l’itinerario del protagonista, tra magistratura e università, tra maestri e compagni, tra riflessione teorica e impegno civile. È un gioco di specchi, in cui il profilo di Ferrajoli si delinea attraverso la sovrapposizione delle immagini: suggestioni e narrazioni; comparazioni e distinzioni; nomi ed eventi. Subito si allunga l’ombra di Marx. Ed è tempo di bilanci per chi, negli anni giovanili - in cui i grandi libri si imprimono nel tessuto dei pensieri e modellano la forma mentis -, ha sentito il fascino potente di quella straordinaria lezione di pensiero critico.

Lezione da troppi mandata a memoria. Cosicché la luminosa intelligenza della realtà lampeggiante dal corpus marxiano si è smarrita nel credo dei proseliti, è degenerata nell’«infausto abbecedario della scolastica terzinternazionalista»3, si è spenta nei gargarismi ideologici della dogmatica comunista. Marx e il marxismo: la dicotomia è comoda, ma Ferrajoli non vi si adagia. Al marxismo, non meno che a Marx, tributa il riconoscimento di aver «rifondato la politica moderna, aprendole una prospettiva nuova di progresso e ridefinendone gli orizzonti e i contenuti» (p. 4). Ma a Marx, non meno che al marxismo, è ascrivibile la responsabilità di aver accreditato l’illusione (funesta) che il potere diventa buono quando al potere arrivano i buoni, e di aver disprezzato il diritto, ignorandone il valore garantista e il potenziale vigore emancipatorio.

Scorrono altre figure, si evocano altre vicende, si ponderano altre esperienze. Ruiz Manero schizza i bozzetti, prepara i modelli. Ferrajoli ritaglia, compone, dettaglia e rifinisce. C’è il magistero di Norberto Bobbio, nell’accademia e nell’agorà: quanto ha orientato l’allievo? Dove passano i clivages? In cosa è riconoscibile la prossimità? C’è la sostanziosa eredità di Hans Kelsen (e la tentazione permanente del parricidio). C’è la stagione in pretura: la scoperta del diritto vivente e la denuncia dell’ineffettività della Costituzione. C’è la lotta per i diritti e le garanzie tra gli iconoclasti di Magistratura democratica. Non ci sono sfasature tra teoria e prassi. Produzione saggistica, lavoro giurisdizionale e iniziativa politica si influenzano e si alimentano reciprocamente.

Sollecitato dal punto di vista esterno di Ruiz Manero, Ferrajoli fornisce contributi alla critica di se stesso e materiali per future biografie. Ma stia attento chi aspira a farsene autore. Quei materiali sono un prodotto della memoria. E la memoria è un terreno insidioso, pieno di trappole. Nella memoria, la vita vissuta si amalgama alla vita vivente e la coscienza attuale irretisce il passato. Le trasfigurazioni sono inevitabili, fisiologiche. Tanto più quando nella memoria cerchiamo noi stessi, quel che pensammo e volemmo, quel che credemmo e quel che scegliemmo. Non stupiamoci, allora, se il ritratto del giurista da giovane ha pressoché le stesse fattezze di chi lo sta dipingendo. Tocca a noi disgiungere le immagini, se vogliamo metterle a fuoco.

Fin da subito siamo avvertiti: il passaggio al secondo atto avviene «senza soluzione di continuità» (p. XIII). Eppure il cambiamento è netto, nell’oggetto e nell’aspetto della rappresentazione. Il dialogo si fa serrato, denso, concatenato; ci costringe ad acuire il livello dell’attenzione. I ricordi lasciano il campo ai ragionamenti: o li seguiamo o ci perdiamo. Abbandonato il trespolo dell’intervistatore, Ruiz Manero si siede di fronte a Ferrajoli. Ora non si rivolgono più alla platea. Si guardano in faccia e intavolano una discussione a tutto campo sul diritto e la teoria del diritto. Più precisamente: sull’ordinamento giuridico dello Stato costituzionale e sulle categorie attraverso cui i filosofi del diritto lo analizzano, lo concepiscono, lo illustrano.

Sono ancora adeguate quelle forgiate da Kelsen? Cosa è vivo e cosa è morto della sua Reine Rechtslehre? Una puntigliosa vertenza ermeneutica, condotta a suon di citazioni testuali, prepara il terreno dello scontro tra due diversi paradigmi teorico-giuridici: il neocostituzionalismo e il garantismo; o - per usare la terminologia adottata dai nostri contendenti - il costituzionalismo principialista, al cui sviluppo Ruiz Manero ha conferito un apporto notevolissimo4, e il costituzionalismo garantista, elaborato da Ferrajoli a partire dagli anni ’805, sistematizzato in Principia iuris6e ulteriormente raffinato nelle sue opere più recenti7.

Accordi e disaccordi: sceverando da par suo tra apparenza e sostanza, Ferrajoli si sforza di raggiungere i primi (intorno alle proprie tesi, il più delle volte). Meno restio a prendere atto dei secondi, a determinarne i contorni e a soppesarli, appare Ruiz Manero: «se tu ed io fossimo dei politici […] - osserva - faremmo forse bene, constatando che le nostre convergenze sono assai più importanti delle nostre divergenze, a lasciare queste da parte […]. Nelle discussioni teoriche, invece, l’obiettivo è a mio parere diverso: qui, ciò che interessa […] è chiarire nella maggiore misura possibile le rispettive posizioni» (p. 77). E le rispettive posizioni - talora antitetiche, talora soltanto non coincidenti - emergono terse dal confronto polemico sul linguaggio dei testi costituzionali, sull’oggettività dei valori morali, sulla apofanticità delle proposizioni normative riferite al diritto positivo, sulla distinzione tra principi e regole, sui rapporti tra costituzionalismo e democrazia, sullo statuto dei diritti sociali e sulla definizione dei diritti fondamentali.

È condivisibile un’etica senza verità? È inevitabile che il cognitivismo dei valori conduca all’intolleranza? Qual è la relazione tra diritto e morale nella fisionomia dello Stato costituzionale? Che tipo di norme sono i diritti sanciti nelle costituzioni rigide? In cosa consiste e in che misura è ammissibile la ponderazione giurisdizionale dei principi costituzionali? A questi e ad altri interrogativi si impegnano ad articolare le loro divergenti risposte Ferrajoli e Ruiz Manero, consentendoci di apprezzare appieno le virtù euristiche, maieutiche e didascaliche del dialogo filosofico: efficacissimo incubatore di idee chiare e distinte.

Sciolti, l’un dopo l’altro, i nodi del discorso teorico e metateorico, si apre il terzo atto: totus politicus. Sul fondale campeggia un planisfero. Lungo le quinte scorrono i titoli della Carta delle Nazioni Unite. Ruiz Manero torna a indossare la maschera iniziale, lasciando a Ferrajoli il centro della scena. Lo interroga sulla sua visione dell’ordine internazionale, sulla plausibilità di un costituzionalismo globale. Discutono di guerra e pace; di istituzioni di governo e istituzioni di garanzia. La comune sensibilità politica non si traduce in diagnosi e prognosi condivise. Il radicalismo pacifista di Ferrajoli - che, a differenza di Kelsen e Bobbio, rifiuta ogni concessione alla dottrina della guerra giusta - incontra lo scetticismo di Ruiz Manero.

L’ultima svolta dialogica porta dalla civitas maxima alla Repubblica italiana. Chi ha letto Poteri selvaggi8conosce già le tesi di Ferrajoli sulla crisi della nostra democrazia. Chi non lo ha ancora letto, accetti un consiglio: alla chiusura del sipario, passi in libreria.

___________________ 

1 È la prefazione a Luigi Ferrajoli e Juan Ruiz Manero, Due modelli di costituzionalismo. Un dialogo sul diritto e sui diritti, Editoriale Scientifica, Napoli 2016

2 J. Ruiz Manero, Cuarenta años después de la muerte de Enrique. Una conversación reanudada, in Enrique Ruano. Memoria viva de la impunidad del franquismo, a cura di A. Domínguez Rama, Editorial complutense, Madrid, 2001,pp. 295-299.

3 L. Ferrajoli, L’infausto abbecedario della scolastica terzinternazionalista, in «Il Manifesto», 24 luglio 1979, p. 3.

4 Cfr. M. Atienza, J. Ruiz Manero, Las piezas del Derecho, Ariel, Barcelona, 1996; J. Ruiz Manero, Principios, objetivos y derechos. Otra vuelta de tuerca, in «Doxa», 2005, 28, pp. 341-365; Id., Una tipología de las normas constitucionales, in J. Aguiló, M. Atienza e J. Ruiz Manero, Fragmentos para una teoría de la Constitución, Iustel, Madrid, 2007; Id., El legado del positivismo jurídico, Palestra-Temis, Lima-Bogotá, 2014. 

5 Cfr., innanzitutto, L. Ferrajoli, Diritto e ragione. Teoria del garantismo penale, Laterza, Roma-Bari, 1989, parte V “Per una teoria generale del garantismo”, pp. 891-1003.

6 Id., Principia iuris. Teoria del diritto e della democrazia, Laterza, Roma-Bari, 2007, 3 voll.

7 Cfr. Id., Costituzionalismo principialista e costituzionalismo garantista, in «Giurisprudenza costituzionale», 2010, 3, pp. 2771-2816; Id., El constitucionalismo garantista entre paleojuspositivismo y neojusnaturalismo, in «Doxa», 2011, 34, pp. 311-361; Id., La democrazia attraverso i diritti. Il costituzionalismo garantista come modello teorico e come progetto politico, Laterza, Roma-Bari, 2013; Id., Diritti fondamentali e democrazia. Due obiezioni a Robert Alexy, in «Rivista italiana di Filosofia del diritto», 2015, 1, pp. 37-52.

8 L. Ferrajoli, Poteri selvaggi. La crisi della democrazia italiana, Laterza, Roma-Bari, 2011.

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