home search menu
di Donatella Stasio
<div style=’text-align:justify’>Carcere e recidiva, l'offensiva contro le statistiche per fermare il cambiamento (vero)*</div>
Carcere e recidiva, l'offensiva contro
le statistiche per fermare
il cambiamento (vero)*
La campagna contro il cambiamento maturato negli ultimi dieci anni sul carcere parte dalla recidiva, con il tentativo maldestro di delegittimare gli studi statistici, cioè uno degli argomenti più forti per una politica penitenziaria onesta, impostata su misure alternative e carcere aperto

Perché questa rubrica

27 aprile 2017

Inizia oggi, con il primo articolo della nuova rubrica Controcanto, la collaborazione di Questione Giustizia e di Magistratura democratica con Donatella Stasio, una delle voci più autorevoli del giornalismo italiano (cronista di politica giudiziaria per più di 30 anni a Il Sole24Ore) e più significative del dibattito politico-culturale sui temi della giustizia e della politica giudiziaria.

continua

Dieci anni. Tanto c’era voluto per incrinare la cultura carcero-centrica, per rimettere il diritto penitenziario sui binari della Costituzione e per scardinare una serie di luoghi comuni sul carcere, tanto cari agli imprenditori della paura. Dieci anni per riportare l’attenzione sulla funzione rieducativa delle “pene” e per far notare – anche ai paladini a giorni alterni della Costituzione – che l’articolo 27 non usa il singolare, come se il “castigo” fosse sempre e solo uno (il carcere), ma il plurale, rimandando a una pluralità di “castighi”, molti dei quali alternativi al carcere. Dieci anni ci sono voluti per tentare di riconciliare questo Paese con la sua migliore tradizione democratica e il suo più fecondo riformismo degli anni ’70, ancorché rimasto sulla carta, per riavvicinarlo agli standard di civiltà giuridica europei, per riscattare l’infamia di una condanna per «trattamenti inumani e degradanti», per ridurre lo scarto esistente tra il cosiddetto sentire comune e il patrimonio di valori costituzionali che, quello sì, dovrebbe essere “comune” ma purtroppo non lo è. Dieci lunghi anni durante i quali tanti esponenti della società civile hanno contribuito, con tenacia e pazienza, a realizzare un modello di esecuzione penale efficace, efficiente, legale. Un tempo lunghissimo, eppure necessario per (ri)costruire, mattone su mattone, una politica penitenziaria diversa, che affondi le sue radici in una genuina cultura costituzionale, capace di resistere all’onda d’urto del populismo – politico, giudiziario, mediatico – e alle sue strumentalizzazioni – miopi, oscurantiste, bugiarde – foriere di odio e paura. Dieci anni per smascherare slogan ingannevoli, come «più carcere: più sicurezza collettiva», e per dimostrare – anche grazie a studi statistici effettuati in tutto il mondo – quel che, peraltro, era già era chiaro nel 1904 alle menti più illuminate dell’Italia, come Filippo Turati. E cioè che le carceri sono «fabbriche di delinquenti o scuole di perfezionamento del crimine». E che “buttare la chiave” (a tacer d’altro) non conviene ma semmai nuoce gravemente alla sicurezza collettiva, perché produce recidiva. Tutto il resto è solo chiacchiere e propaganda.

Ma il lavoro di questi dieci anni rischia di andare in fumo. La riforma penitenziaria targata Centrosinistra, giunta a un passo dal traguardo, è praticamente defunta, complici i tentennamenti dei suoi stessi “padri” e l’opposizione della nuova maggioranza politico-parlamentare. Nel «Contratto per il cambiamento» firmato da Lega e M5S in vista del mai nato governo giallo-verde, emergeva una linea diametralmente opposta, contraria a misure alternative e a carcere “aperto”. La “nuova” politica penitenziaria espressa dalle due forze politiche di maggioranza punta su “più carcere per tutti”, inteso sia come quantità di galera da far scontare a chi commette reati sia come quantità di prigioni da costruire per ospitare una popolazione di detenuti destinata ad aumentare per la preannunciata eliminazione di misure alternative e di benefici di ogni genere. Carcere chiuso, insomma, anzi chiusissimo. Per garantire “più sicurezza per tutti”.

Quanto tutto questo possa definirsi “cambiamento”, è discutibile. Sembra piuttosto un grosso passo indietro. Con il rischio che il vento di segregazione tornato a soffiare, anche sui media, spazzi via quel tanto, o poco, che si stava costruendo, anche sul piano culturale.

L’operazione distruttiva, però, non è semplice come potrebbe sembrare. Uno dei segnali della difficoltà in cui si muovono i nostalgici del “carcere cimitero dei vivi” (bandito dai padri costituenti che ne erano stati le prime vittime) si è avuto nelle scorse settimane, quando, a sostegno della “nuova politica penitenziaria”, è partita (un po’ maldestramente) una campagna mediatica contro le statistiche che dimostrano una diminuzione della recidiva se la pena è stata espiata in misura alternativa oppure in carceri “aperte”, rispettose cioè dei diritti fondamentali dei detenuti e organizzate in modo da consentire l’accesso alle “alternative” e poi alla libertà.

Queste statistiche rappresentano un formidabile argomento – culturale e politico, oltre che scientifico – contro la propaganda del “più carcere: più sicurezza”, contro la politica della paura, contro la vulgata secondo cui il carcere – declinato come carcere duro, carcere fino all’ultimo giorno della condanna, carcere chiuso e via dicendo – sarebbe il rimedio più efficace per garantire la sicurezza collettiva, in quanto unico deterrente contro la recidiva. Ma proprio per questo fanno paura. E perciò, ecco partire il tentativo di delegittimazione, relegandole a ricerche «non attendibili scientificamente», che «non dimostrano in modo certo» quanto affermano, vale a dire che il carcere “chiuso” triplica la recidiva rispetto alle misure alternative e al carcere “aperto”.

Ora, a parte il non trascurabile dettaglio che uno Stato costituzionale di diritto dovrebbe avere nel suo Dna il rispetto dei diritti fondamentali nei confronti di tutti, anche di chi è stato privato della libertà personale, e che tanto dovrebbe bastare a imporre una politica penitenziaria rispettosa di quei diritti e dei principi sanciti dalla Costituzione, a cominciare dalla funzione rieducativa della pena, non v’è dubbio che, anche grazie ai risultati statistici, quasi tutto il mondo occidentale ha abbandonato la “religione” del carcere per convertirsi a politiche più aperte sull’esecuzione penale, imboccando sempre di più la strada della de-carcerizzazione. Strada che l’Italia aveva invece smarrito da anni, pur avendo uno dei tassi di recidiva più alti d’Europa (si calcola che il 75% dei detenuti siano recidivi), e che soltanto di recente ha ricominciato a percorrere, tanto più in vista della riforma penitenziaria, che ha tra i suoi punti più qualificanti proprio un più ampio ricorso alle misure alternative.

Ecco perché si sta tentando di togliere l’argomento più forte al cambiamento culturale che da dieci anni è in corso nel nostro Paese.

Ma è un tentativo tanto ardito quanto maldestro. Gli studi statistici esistono, poggiano su solide basi scientifiche, sono affidabili e conducono a risultati certi. Sono studi portati avanti in tutto il mondo dagli economisti, come Daniele Terlizzese (dirigente di Banca d’Italia e direttore dell’Istituto Einaudi per l’Economia e la Finanzia, Eief) e Giovanni Mastrobuoni (Università di Essex), i quali, dal 2012 al 2014 (ma la ricerca sta proseguendo) hanno misurato gli effetti sulla recidiva di un carcere “aperto” – Bollate a Milano – dove il rapporto tra il dentro e il fuori è continuo e dove le attività di studio, lavoro, formazione preparano i detenuti alle misure alternative e poi alla libertà. Controcanto ha già parlato diffusamente di questa ricerca il 12 giugno 2017 su Questione Giustizia on-line [1], pubblicando il testo integrale del paper dei due economisti, che peraltro è agli atti ufficiali degli Stati generali sull’esecuzione penale e nel 2014 è stato mandato anche all’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

I risultati della ricerca sono infatti estremamente significativi, e incontestabili, sul fronte della recidiva: «La sostituzione di un anno in un carcere “chiuso e duro” con un anno in un carcere “aperto e umano” riduce la recidiva di 6-10 punti percentuali (tra il 15 e il 25% della recidiva media dei detenuti sfollati a Bollate)» spiega Terlizzese, aggiungendo che «l’effetto è maggiore per i detenuti con più bassi livelli di istruzione e per detenuti alla loro prima esperienza carceraria». Particolarmente interessante è il maggior effetto sui detenuti sfollati, i quali, non essendo passati per il processo di “selezione” con cui vengono invece scelti gli ospiti di Bollate, sono molto più simili al detenuto medio delle carceri italiane. Il che rafforza la “validità esterna” di questa ricerca. Più in generale, lo studio dimostra quanto sia determinante – ai fini della recidiva – scontare la pena in condizioni che non umilino i detenuti ma li responsabilizzino, lasciando loro spazi di autodeterminazione.

Altro che celle chiuse, come qualcuno oggi torna a vagheggiare!

Ma vale la pena allungare lo sguardo anche ad altre ricerche statistiche.

Distratti e smemorati vi troveranno molte utili indicazioni per intraprendere un’onesta politica penitenziaria, senza ingannare i cittadini sulla loro sicurezza. Numerosi studi scientifici internazionali convergono infatti sul fatto che il carcere produce recidiva ben più delle misure alternative. Si tratta di ricerche che utilizzano le migliori tecniche di indagine quantitativa e che smentiscono ogni allarmismo.

Vi si legge, ad esempio, che il sovraffollamento, con il suo carico di promiscuità, invivibilità, insalubrità e morti, è un moltiplicatore della recidiva. Ed è quanto meno illusorio pensare di evitare questi rischi costruendo nuove carceri, non foss’altro per i tempi biblici necessari alla costruzione di un parco-carceri veramente degno di un Paese civile. Gli economisti sottolineano invece i “benefici” derivanti dalle misure alternative alla detenzione, spesso scorrettamente equiparate a “premi” o a “libertà”.

Nel 2014, scrissi sul Il Sole 24 Ore un articolo a quattro mani con l’economista Roberto Galbiati nel quale venivano citate numerose ricerche statistiche, italiane e internazionali, sulla recidiva. Tra queste, una condotta dallo stesso Galbiati insieme a Francesco Drago e Pietro Vertova, pubblicata su American Law and Economics Review 2011, focalizzata su un campione di circa 20mila ex detenuti italiani. Gli autori analizzano l’impatto del numero di morti in carcere avvenute durante la detenzione, depurando l’effetto delle morti da altre caratteristiche inosservate dell’ambiente carcerario, che potrebbero rendere le correlazioni spurie: l’analisi mostra che maggior sovraffollamento e morti in carcere sono fattori associati a una maggiore propensione a recidivare.

«Si potrebbe obiettare – si leggeva nell’articolo sul Il Sole 24 Ore – che, se il problema della recidiva sono sovraffollamento e condizioni che producono morti, basta costruire nuovi penitenziari o ristrutturare quelli dismessi. Ma, a parte i costi, quest’operazione risolverebbe davvero i problemi? Forse renderebbe le condizioni detentive meno insopportabili, ma non intaccherebbe uno dei fattori alla radice dell’aumento della recidiva a causa del carcere. Questo fattore è quello che gli scienziati sociali chiamano “effetto dei pari”. Che equivale al proverbio “stando con lo zoppo si impara a zoppicare”: “dentro” si rafforzano i legami con altri detenuti e si allentano quelli con il mondo esterno; una volta “fuori”, gli ex-detenuti diventano reciprocamente un punto di riferimento, influenzandosi a vicenda».

L’evidenza empirica di queste affermazioni si trova in molti altri studi. Francesco Drago e Roberto Galbiati (American Economic Journal: Applied Economics, 2012), utilizzando un campione di circa 20mila detenuti italiani, mostrano come la propensione individuale a tornare a delinquere dipenda dal comportamento degli altri detenuti con cui si è condiviso il carcere. Lo stesso risultato lo ritrovano Patrick Bayer e altri (Quarterly Journal of Economics) utilizzando un campione di detenuti americani, e Aurelie Ouss (Harvard University, 2013) con riferimento a detenuti francesi.

La conclusione, univoca, è che il carcere è una scuola criminale che non produce sicurezza ma moltiplica la recidiva, a differenza delle misure alternative. Dopo dieci anni, questo è e resta un punto fermo.

Donatella Stasio

*In copertina, un fotogramma tratto da Cesare deve morire, un film dei fratelli Taviani, Orso d'oro al Festival di Berlino (2012)



[1] D. Stasio, Il carcere e quell’assenza di empatia con la Costituzione, in questa Rivista on-line, 12 giugno 2017, http://www.questionegiustizia.it/articolo/il-carcere-e-quell-assenza-di-empatia-con-la-costituzione_12-06-2017.php.

28 maggio 2018
Quale futuro per il garantismo? Riflessioni su processo penale e prescrizione
Quale futuro per il garantismo? Riflessioni su processo penale e prescrizione
di Mariarosaria Guglielmi* e Riccardo De Vito**
Ad oggi il dibattito politico ha lasciato sul campo la prospettiva di una riforma certa della prescrizione in cambio di una riforma incerta che dovrebbe garantire il processo “breve”. Se non incanalata in un contesto normativo unico, dove agli interventi sulla causa di estinzione del reato si possano contemporaneamente saldare quelli sulla prescrizione delle singoli fasi processuali, l’intervento appare lesivo dei diritti dell’imputato ad un equo processo e dei principi costituzionali in materia di presunzione di non colpevolezza e finalismo rieducativo della pena. Magistratura, avvocatura ed accademia dovrebbero aprire un confronto su un nuovo processo penale, che permetta di dibattere anche sulle soluzioni proposte di recente dalla magistratura associata (estensione dell’art. 190-bis cpp e abolizione del divieto di reformatio in peius). Il contesto politico induce a scelte di diritto penale espressivo-simbolico e a torsioni regressive. Non è il momento di compromessi
20 novembre 2018
Il caso Cappato alla Corte costituzionale: un’ordinanza ad incostituzionalità differita
Il caso Cappato alla Corte costituzionale: un’ordinanza ad incostituzionalità differita
di Marco Bignami
È illegittimo punire chi agevola il suicidio del malato che, in piena libertà e consapevolezza, decide di rifiutare terapie mediche che gli infliggono sofferenze fisiche o morali, e che reputa contrarie al suo senso di dignità. Tuttavia, urge un intervento del legislatore per definire modi e condizioni di esercizio del diritto a ricevere un trattamento di fine vita. Con l’ordinanza che si commenta, la Corte costituzionale riconosce l’illegittimità dell’art. 580 cod. pen., ma differisce a data futura la relativa declaratoria, assegnando termine al legislatore per emendare il vizio. Nasce così una nuova tecnica decisoria, di cui sono esaminati i tratti essenziali
19 novembre 2018
Prescrizione & processo: solo l’etica ci salverà
Prescrizione & processo: solo l’etica ci salverà
di Donatella Stasio
Avvocati e Anm, divisi sulle proposte di riforma del processo penale e della prescrizione, concordano invece (ed è una novità) sulla pregiudizialità della prima rispetto alla seconda. Ma la diversa “visione” del processo rende la riforma impossibile. Oltre che inutile senza un cambio di passo dell’etica di tutti gli attori del processo
15 novembre 2018
Luci ed ombre di una riforma a metà: i decreti legislativi 123 e 124 del 2 ottobre 2018
Luci ed ombre di una riforma a metà: i decreti legislativi 123 e 124 del 2 ottobre 2018
di Marcello Bortolato
Il 10 novembre 2018, entra in vigore la riforma dell’Ordinamento penitenziario. Anticipiamo dal numero 3/2018 di Questione Giustizia Rivista trimestrale questo analitico commento dei decreti legislativi che hanno coagulato il vasto programma di riforma avviato dall’esperienza degli Stati generali dell’esecuzione penale. Punti di forza (pochi) e punti di debolezza (tanti) di un testo legislativo con cui gli interpreti (magistrati, avvocati, operatori del penitenziario) dovranno confrontarsi
9 novembre 2018
Costituzione e “trattamenti” penitenziari differenziati *
di Davide Galliani
Una riflessione originale e radicale sul 41-bis, sui trattamenti differenziati, sui loro presupposti e sui “decisori” effettivi, con la Costituzione antropocentrica a fare da bussola
7 novembre 2018
Ddl “Anticorruzione” e riforma della prescrizione: l’importanza di un confronto a difesa delle garanzie e di tutti i principi costituzionali del giusto processo
Ddl “Anticorruzione” e riforma della prescrizione: l’importanza di un confronto a difesa delle garanzie e di tutti i principi costituzionali del giusto processo
di Eriberto Rosso
Le riforme proposte per il contrasto alla corruzione e per l’arresto della prescrizione dopo la sentenza di primo grado ripropongono una visione giustizialista del processo penale, incentrata sull’inasprimento delle pene e realizzata con l’abbattimento delle garanzie. L’Avvocatura, impegnata nella difesa e nella promozione dei valori del diritto penale liberale e del giusto processo, chiama al confronto tutta la comunità degli operatori del diritto per impedire che finisca all’angolo la cultura dei diritti e delle garanzie
4 novembre 2018
La lezione di Dworkin: anche nella partita sulla sicurezza, la «briscola» è la tutela dei diritti fondamentali
La lezione di Dworkin: anche nella partita sulla sicurezza, la «briscola» è la tutela dei diritti fondamentali
di Donatella Stasio
Reati in calo, processi lenti, carceri affollate: un quadro che ci riporta indietro di dieci anni e riapre prospettive securitarie. Secondo il filosofo americano, il rispetto dei diritti umani non è un impiccio di cui liberarsi per placare la paura e riscuotere consensi
30 ottobre 2018
Provenzano c. Italia, la Corte Edu condanna l’Italia per violazione dell’articolo 3 Cedu
Provenzano c. Italia, la Corte Edu condanna l’Italia per violazione dell’articolo 3 Cedu
Anticipiamo una sintesi del contenuto della decisione cui seguiranno i necessari commenti e approfondimenti. Nella motivazione del provvedimento che ha esteso il 41-bis non si è fatto un accertamento approfondito del deterioramento delle capacità cognitive del detenuto
25 ottobre 2018
Un interessante caso di nullità del decreto penale di condanna al centro di un contrasto giurisprudenziale
Un interessante caso di nullità del decreto penale di condanna al centro di un contrasto giurisprudenziale
di Federico Piccichè
Nota a Cass. Pen., Sez. 3, Sent. 21 marzo 2018 (dep. 7 maggio 2018), n. 19689, Pres. Di Nicola, Rel. Di Stasi
19 ottobre 2018
Le Sezioni unite intervengono sul tema della configurabilità della continuazione tra reati puniti con pene eterogenee e sul calcolo della pena
Le Sezioni unite intervengono sul tema della configurabilità della continuazione tra reati puniti con pene eterogenee e sul calcolo della pena
di Elena Nadile
Commento a Cass., Sez. unite, sentenza 21 giugno 2018, n. 40983: un vero vademecum per il calcolo della pena
16 ottobre 2018

Perché questa rubrica

27 aprile 2017

Inizia oggi, con il primo articolo della nuova rubrica Controcanto, la collaborazione di Questione Giustizia e di Magistratura democratica con Donatella Stasio, una delle voci più autorevoli del giornalismo italiano (cronista di politica giudiziaria per più di 30 anni a Il Sole24Ore) e più significative del dibattito politico-culturale sui temi della giustizia e della politica giudiziaria.

Con questa collaborazione Magistratura democratica e Questione Giustizia hanno scelto di aprire, sui siti on-line, una finestra sull’esterno dalla quale scorgere con più attenzione e consapevolezza cosa accade fuori dalla magistratura e dalla quale essere visti, osservati, criticati anche radicalmente.

In linea con le indicazioni venute dal congresso di Bologna del novembre 2016, abbiamo scelto, da un lato, di rivitalizzare un metodo di confronto ed elaborazione e, dall’altro, di arricchire il dibattito interno alla magistratura, tenendo viva l’attenzione verso le più complesse dinamiche della società in cui si inserisce l’intervento giudiziario. Siamo infatti consapevoli che solo questa attenzione può contrastare dinamiche di chiusura e di autoreferenzialità della magistratura, da ultimo riemerse anche nel confronto associativo.

 

continua

 

Prescrizione & processo: solo l’etica ci salverà
Prescrizione & processo: solo l’etica ci salverà
di Donatella Stasio
Avvocati e Anm, divisi sulle proposte di riforma del processo penale e della prescrizione, concordano invece (ed è una novità) sulla pregiudizialità della prima rispetto alla seconda. Ma la diversa “visione” del processo rende la riforma impossibile. Oltre che inutile senza un cambio di passo dell’etica di tutti gli attori del processo
15 novembre 2018
La lezione di Dworkin: anche nella partita sulla sicurezza, la «briscola» è la tutela dei diritti fondamentali
La lezione di Dworkin: anche nella partita sulla sicurezza, la «briscola» è la tutela dei diritti fondamentali
di Donatella Stasio
Reati in calo, processi lenti, carceri affollate: un quadro che ci riporta indietro di dieci anni e riapre prospettive securitarie. Secondo il filosofo americano, il rispetto dei diritti umani non è un impiccio di cui liberarsi per placare la paura e riscuotere consensi
30 ottobre 2018
L’etica costituzionale come antidoto al conflitto tra legge e giustizia e alla disgregazione sociale
L’etica costituzionale come antidoto al conflitto tra legge e giustizia e alla disgregazione sociale
di Donatella Stasio
Piero Calamandrei spiegava che nei “grandi trapassi storici” il dissidio tra legge e giustizia si scarica sulla seconda e sulla motivazione dei suoi provvedimenti, con effetti negativi sulla fiducia dei cittadini. Anche oggi si profila un’analoga “crisi della giustizia” ma, come osserva Elvio Fassone, è l’etica costituzionale, ed il suo riconoscimento, che consente di ricomporre legge e giustizia
9 ottobre 2018
Lo sguardo che manca alla giustizia
Lo sguardo che manca alla giustizia
di Donatella Stasio
Il film «Sulla mia pelle», che racconta la vicenda di Stefano Cucchi, sollecita molte riflessioni tra cui quella sull’impersonalità (brutale) delle istituzioni, compresa la giustizia, e sulle sue ricadute negative nel rapporto di fiducia con i cittadini. Un problema antico ma ricorrente e cruciale nella vita delle istituzioni, di cui i magistrati devono farsi carico con i loro comportamenti. Secondo Piero Calamandrei, bisogna che «anche nel processo circoli questo senso di fiducia, di solidarietà e di umanità, che è in tutti i campi lo spirito animatore della democrazia»
18 settembre 2018
L’utopia di Riace, città invisibile dove si respira la cittadinanza costituzionale
L’utopia di Riace, città invisibile dove si respira la cittadinanza costituzionale
di Donatella Stasio
Modello esemplare di accoglienza, riconosciuto e studiato in tutto il mondo, il piccolo borgo della Locride è una comunità multietnica dove attualmente convivono 1700 riacesi con 400 migranti, e dove si respira un vero sentimento di appartenenza e di condivisione ai valori della solidarietà, dell’uguaglianza e del rispetto della dignità umana. Un esempio tangibile di “cittadinanza costituzionale”. Eppure, dalla fine del 2016 il Ministero dell’interno e la Prefettura di Reggio Calabria hanno bloccato i fondi per i rifugiati sulla base di presunte “criticità” rilevate da alcune ispezioni (al contrario di altre di segno positivo), che hanno comportato l’apertura di un’indagine penale, ma che sembrerebbero parzialmente superate dalla riattivazione, proprio nei giorni scorsi, dei finanziamenti relativi agli ultimi tre mesi del 2016. Intanto, ad agosto è partita una raccolta di fondi (aperta fino a dicembre) che in meno di un mese era già arrivata a 215mila euro
3 settembre 2018
“Lunga vita alle correnti!”. La lezione di Gabriella Luccioli
“Lunga vita alle correnti!”. La lezione di Gabriella Luccioli
di Donatella Stasio
L’autrice di Diario di una giudice – vincitrice del premio Ripdico 2018-Scrittori per la giustizia – sfida l’impopolarità e rivendica il valore delle correnti come luoghi di elaborazione di principi e di visioni. Auspica un ritorno al «clima di Gardone», quando la magistratura cambiò passo e respiro sul proprio ruolo e sull’importanza del pluralismo interno, ma avverte una pericolosa distanza della magistratura, e delle donne magistrate, da quel patrimonio
19 luglio 2018