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di Donatella Stasio
Carcere, quel basso profilo scelto dai magistrati che tradisce la storia dell'Anm
Carcere, quel basso profilo scelto dai magistrati che tradisce la storia dell'Anm
L’Anm rinuncia a una netta presa di posizione in favore della riforma Orlando. Correnti spaccate. Nel dibattito emergono posizioni burocratiche e demagogiche della giustizia e dell’esecuzione penale

Perché questa rubrica

27 aprile 2017

Inizia oggi, con il primo articolo della nuova rubrica Controcanto, la collaborazione di Questione Giustizia e di Magistratura democratica con Donatella Stasio, una delle voci più autorevoli del giornalismo italiano (cronista di politica giudiziaria per più di 30 anni a Il Sole24Ore) e più significative del dibattito politico-culturale sui temi della giustizia e della politica giudiziaria.

continua

«C’è sulla piazza un impiccato, condannato a morte dal giudice. La sentenza è stata eseguita; ma la sentenza era ingiusta: l’impiccato era innocente.

Chi è responsabile per aver assassinato quell’innocente? Il legislatore che nella sua legge ha stabilito in astratto la pena di morte o il giudice che l’ha applicata in concreto?

Ma il legislatore e il giudice, l’uno e l’altro, trovano il mezzo per salvarsi l’anima col pretesto del sillogismo.

Il legislatore dice: - Io non ho colpa di quella morte, io posso dormire tranquillo: la sentenza è un sillogismo, del quale io ho costruito soltanto la premessa maggiore, una innocua formula ipotetica, generale ed astratta, che minacciava tutti, ma non colpiva nessuno. Chi l’ha assassinato è stato il giudice, perché è lui che dalle premesse innocue ha tratto la conclusione micidiale, la lex specialis che ha ordinato l’uccisione di quell’innocente. -

Ma il giudice dice a sua volta: - Io non ho colpa di quella morte, io posso dormire tranquillo: la sentenza è un sillogismo, del quale io non ho fatto altro che estrarre la conclusione dalla premessa imposta dal legislatore. Chi l’ha assassinato è stato il legislatore con la sua legge, la quale era già una sententia generalis, in cui anche la condanna di quell’innocente era racchiusa. –

Lex specialis, sententia generalis: così legislatore e giudice si rimandano la responsabilità; e possono dormire, l’uno e l’altro, sonni tranquilli, mentre l’innocente dondola dalla forca.

Ma questa non può essere la giustizia di una democrazia; questo non può essere il giudice degno della Città degli uomini liberi».

Questo brano di Piero Calamandrei, tratto dalle sue Opere giuridiche, mi è venuto in mente dopo il dibattito del Comitato direttivo centrale dell’Anm sul parere alla riforma dell’ordinamento penitenziario (rinviata dal Governo a un passo dal traguardo definitivo). Non ho partecipato alla riunione del Cdc né ne ho letto sui giornali. Ma grazie a Radio radicale ho potuto vedere e ascoltare i magistrati intervenuti al dibattito, sfociato in una mozione di Unicost (corrente centrista dell’Anm) approvata soltanto con i voti dei suoi 13 esponenti, contrari i 7 rappresentanti delle correnti di destra, Mi e A&I, astenuti gli 8 “progressisti” di Area.

La mozione è un capolavoro di fariseismo, in cui c’è tutto e il contrario di tutto e, dunque, è perfetta per una magistratura divisa e in campagna elettorale (per il rinnovo del Csm). Quel che colpisce, in questa vicenda, è la rinuncia dell’Anm a un pezzo della sua storia, e cioè all’assunzione di responsabilità politica in un passaggio determinante per la civiltà e la cultura giuridica oltre che per la politica penitenziaria di questo Paese. Non cogliere questo snodo, fingere di non coglierlo o, peggio ancora, ignorarlo per interessi “di bottega”, rivendicando un’apoliticità degna di miglior causa, è, a mio giudizio, la negazione della storia dell’Anm.

Ma se l’epilogo lascia l’amaro in bocca, ancora più amaro è il sapore degli interventi contrari all’approvazione immediata del parere favorevole che era stato messo a punto, e proposto, dalla Commissione-carceri (formata da numerosi magistrati di sorveglianza) dopo tre mesi di lavoro. Proprio quegli interventi mi hanno ricordato le parole di Calamandrei sul pericolo dell’indifferenza burocratica del magistrato e sul metodo del sillogismo, che sembra fatto apposta per “togliere al giudice il senso della sua terribile responsabilità e per aiutarlo a dormire sonni tranquilli”.

Con le ovvie distinzioni, il ragionamento funziona anche rispetto alle preclusioni e agli automatismi eliminati dalla riforma penitenziaria per restituire al magistrato di sorveglianza il potere di decidere misure alternative e benefici, valutando l’effettivo percorso “rieducativo” del condannato. Si tratta di una delle più importanti novità della riforma e va letta anche in termini di maggiore sicurezza collettiva se è vero, com’è vero, che la valutazione di un giudice dà maggiori garanzie di un automatismo. Certo, è una modifica che responsabilizza ancora di più il magistrato di sorveglianza perché lo costringe a occuparsi del percorso del condannato non in termini burocratici, affidandosi cioè a meri automatismi. Ma questo, del resto, è il cuore della sua funzione.

Negli ultimi anni, la discrezionalità dei giudici è stata oggetto di una progressiva erosione da parte della politica. Che, anche per questa via, ha cercato di ridurre il potere della magistratura. Nel penale come nel civile e in particolare nella materia del lavoro, il legislatore ha posto una serie di paletti alla discrezionalità del giudice (salvo esaltarne l’importanza se si tratta di far valere le cosiddette compatibilità economiche). Anche in materia penitenziaria è andata così, sia con la creazione di una serie di preclusioni alla personalizzazione della pena sia con la trasformazione della personalizzazione in una somma di automatismi. Il magistrato di sorveglianza ha finito così (salvo eccezioni, ovviamente e fortunatamente) per trasformarsi in una sorta di ragioniere: una posizione frustrante rispetto al senso della funzione da esercitare, ma rassicurante perché deresponsabilizzante sia rispetto alla presunta certezza della pena sia rispetto ad eventuali “errori”.

Questa tendenziale burocratizzazione del ruolo del magistrato di sorveglianza è una delle ragioni di fuga dalla relativa funzione. Perciò la “restituzione” del potere di valutare e di decidere – come conseguenza dell’eliminazione di preclusioni e automatismi – dovrebbe essere vissuta positivamente dalla magistratura, a cominciare da quella associata. Ed è davvero paradossale che qualcuno, invece, colleghi a questa modifica il rischio o la percezione di una maggiore insicurezza collettiva o addirittura la prospettiva di un “liberi tutti”. Fra l’altro, sono argomenti-boomerang, perché alimentano la sfiducia nella giustizia e danno la sensazione di una magistratura che preferisce un ruolo burocratico e deresponsabilizzante.

Ecco perché, al di là della mozione finale, a colpire sono soprattutto gli argomenti utilizzati per non prendere posizione in senso positivo sulla riforma, chiamandosi fuori dalla mobilitazione di tanti giuristi. 

Ho sentito parlare dell’«inopportunità» di esprimere un’opinione «a una settimana dal voto, su uno strumento politico», e poco importa – è stato addirittura sottolineato  se «la riforma sia la migliore del mondo».

Ho sentito confermare questa valutazione di inopportunità perché «il Governo ha fatto della riforma un cavallo di battaglia (sic, ndr) per cui un parere dell’Anm diventerebbe, in questo momento storico, un supporto o un ostacolo al Governo» (ma «se proprio si deve dare, il nostro parere è assolutamente negativo», è stata la conclusione).

Poi però ho sentito dire che il Governo non è compatto, che c’è uno scontro tra il ministro della giustizia Orlando e il ministro dell’interno Minniti e che l’Anm non si deve inserire in questa «spaccatura».

Ho sentito dire che «molti magistrati di sorveglianza non condividono neanche una parola della riforma», (e qui, giù applausi della platea).

Ho sentito obiettare che la rieducazione del condannato non è l’unica finalità della pena perché ci sono anche le finalità «special preventive». «I cittadini – quindi – devono sapere che la pena c’è e che la pena è certa».

Più volte ho sentito evocare la «certezza della pena» e le esigenze di sicurezza della collettività, quasi che la riforma sia una sorta di «liberi tutti» per «svuotare le carceri».

Ho sentito dire che il superamento delle preclusioni e degli automatismi è cosa buona e giusta ma «non in toto».

Qualcuno ha persino definito «autoreferenziale» il plauso per la restituzione al magistrato di sorveglianza del potere di decidere e ha invitato a considerare le riforme come «espressione di un modo di vedere la vita». E poiché questa riforma «incide sulla vita dei cittadini, non si può pensare che il parere dell’Anm non venga valutato anche nel dibattito politico, che vede in contrasto Minniti e Orlando».

In sostanza, la riforma non può essere valutata né politicamente né giuridicamente dall’Anm, «perché incide sulla vita dei cittadini e anche delle vittime dei reati».

Ho sentito protestare contro chi (Area) richiamava l’attenzione sul «dovere» dell’Anm di esprimere un parere subito perché c’è una scadenza imminente e di esprimere un parere positivo perché la riforma va verso la personalizzazione della pena e restituisce al magistrato il potere di decidere che gli era stato tolto con automatismi e preclusioni.

Ho sentito sostenere che si debbano ancora approfondire alcuni «spunti critici», tra cui l’apertura ai recidivi («Possibile – si è chiesto qualcuno  che l’irrigidimento del legislatore nel processo penale contro i recidivi venga cancellato con un tratto di penna nella riforma dell’ordinamento penitenziario?»). E ho sentito lamentarsi del poco tempo che c’è stato per approfondire e riflettere sui decreti delegati (tre mesi…).

Si potrebbero ricordare i numerosi casi in cui l’Anm – almeno da una trentina d’anni – ha doverosamente e tempestivamente detto la sua su riforme importanti, delicate e anche divisive. Si potrebbe ricordare che l’Anm, anni fa organizzò un grande convegno su carcere e misure alternative, che andava nella stessa direzione della riforma (su cui oggi non è «opportuno» pronunciarsi). Si dovrebbe anche ricordare, però, il profilo bassissimo tenuto, a conclusione degli «Stati generali sull’esecuzione penale», dall’Anm di Piercamillo Davigo, che guidava una compagine “unitaria”… .

Quanto basta per chiedersi se la magistratura non abbia cambiato pelle in questi ultimissimi anni e se l’unitarietà sia davvero un valore “che fa la forza” oppure soltanto una pericolosa zavorra culturale. E allora vale la pena, un’altra volta, rileggersi Calamandrei: «Il pericolo maggiore che in una democrazia minaccia i giudici e in generale tutti i pubblici funzionari è il pericolo dell’assuefazione, dell’indifferenza burocratica, dell’irresponsabilità anonima. Per il burocrate gli uomini cessano di essere persone vive e diventano numeri, cartellini, fascicoli: una pratica, come si dice nel linguaggio degli uffici, cioè un incartamento sotto copertina, che racchiude molti fogli protocollati, e in mezzo ad essi un uomo disseccato. Per il burocrate gli affanni dell’uomo vivo che sta in attesa non contano più: vede quell’incartamento ingombrante sul suo tavolino e solo si cura di trovare un espediente per farlo passare sul tavolino di un altro burocrate, suo vicino di stanza, e scaricare su di lui il fastidio di quella rogna. Guai se questa indifferenza burocratica entra nei giudici; guai se si assuefanno al richiamo pungente della loro responsabilità».

Guai, appunto.

Donatella Stasio
27 febbraio 2018
Taglio dei Tribunalini, la voglia di tornare al passato e i silenzi dell’Anm
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di Donatella Stasio
Nel «contratto per il Governo del cambiamento» si dice che «occorre rivisitare la geografia giudiziaria, modificando la riforma del 2012». Ma dal 2014 ad oggi quella riforma ha fatto risparmiare 70 milioni di euro all’anno e ha contribuito a ridurre la durata delle cause civili da 478 giorni a 375, compresi i procedimenti per decreto ingiuntivo, senza i quali, invece, secondo il ministero della Giustizia si è comunque passati da 1044 giorni a 914. Perché l’Anm tace e non difende quella epocale riforma?
18 giugno 2018
Carcere e recidiva, l'offensiva controle statistiche per fermareil cambiamento (vero)*
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le statistiche per fermare
il cambiamento (vero)*
di Donatella Stasio
La campagna contro il cambiamento maturato negli ultimi dieci anni sul carcere parte dalla recidiva, con il tentativo maldestro di delegittimare gli studi statistici, cioè uno degli argomenti più forti per una politica penitenziaria onesta, impostata su misure alternative e carcere aperto
28 maggio 2018
Monza e la Brianza scommettono sull’articolo 27 della Costituzione 
e investono sulla risocializzazione dei detenuti per migliorare la sicurezza
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di Donatella Stasio
Contro la demagogia che ha portato alla paralisi della riforma penitenziaria, il 14 maggio, nel Tribunale di Monza, verrà firmato un Protocollo d’intenti tra giudici, pm, carcere, imprese, avvocati, commercialisti, Comune, Provincia, Prefettura, ufficio dei minorenni, per la creazione di una Rete che favorisca, attraverso formazione, lavoro, cultura, il reinserimento sociale di detenuti ed ex detenuti, anche minorenni.
11 maggio 2018
Gorgona e altre isole-carcere. Soprattutto una lettura di Salvati con nome
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di Fabio Gianfilippi
Il libro, tessuto con sensibilità da Silvia Buzzelli e Marco Verdone, è una narrazione a molte voci. Vi si racconta la specialità del progetto rieducativo che si è a lungo condotto nell'isola del Mar Ligure e che, anche se l’attualità sembra segnare tristi arretramenti, merita invece di essere proseguito e replicato altrove. Se il reato è nel suo fondo cecità all’altro e ai suoi bisogni, la pena deve avere l’obiettivo primario di condurre la persona condannata a scoprire il valore del diverso da sé.
28 aprile 2018
“Autonomia e indipendenza sotto attacco”? Toghe contro toghe in un gioco (quasi) al massacro
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di Donatella Stasio
La narrazione della magistratura e del suo autogoverno affidata a libri, talk-show e media è di tale gravità e violenza da configurare un’emergenza democratica. Ma è davvero così? O è solo il frutto del clima elettorale e di vicende personali drammatizzate? Il rischio, però, è la perdita di credibilità della giurisdizione. Che è un bene comune e non dei soli magistrati.
26 aprile 2018
Capovolgere la giustizia?
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di Francesco Cascini
La Costituzione, l’ordinamento penitenziario, le regole penitenziarie europee, perfino le condanne della Cedu non hanno scalfito le fondamenta di una concezione retributiva della giustizia penale erette sul codice Rocco. Nel corso degli anni nel sistema si è strutturato un paradosso per cui convivono un eccesso di carcere ed un eccesso di impunità. Per eliminare questi eccessi va dato corpo allo scopo del diritto penale aprendo a soluzioni sanzionatorie alternative finalizzate alla riparazione del danno prodotto dal reato ed al reinserimento. Solo rendendo efficaci e veloci questi strumenti si potrà fare strada una diversa cultura della repressione penale e del carcere.
23 aprile 2018
Solo un incubo. Forse
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di Glauco Giostra
La Commissione speciale della Camera non esaminerà il testo della Riforma penitenziaria, che andrà in Commissione giustizia dopo la sua costituzione. Forse il colpo di grazia a una riforma che il dibattito pubblico, anche tra magistrati, ha travisato e trasformato. I toni di quel dibattito e del clima in cui è maturato sono evocati in questo racconto allegorico.
11 aprile 2018
Carcere e intercettazioni: la magistratura sia protagonista del cambiamento
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di Donatella Stasio
Le due riforme sono in bilico e solo nei prossimi giorni se ne conoscerà la sorte. A rischio soprattutto le nuove norme sugli ascolti, anche per il largo fronte contrario, che va da Lega e 5 Stelle a magistrati, avvocati e stampa
6 aprile 2018
Il “ruolo sociale” del giurista impone una comunicazione più inclusiva*
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23 marzo 2018
Parole che smuovono le pietre
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di Caterina Bubba
A tre anni dalla sua uscita, Fine pena: ora di Elvio Fassone − il libro che racconta il carteggio ultredecennale tra un ergastolano e il suo giudice − è diventato uno spettacolo teatrale. Le sue pagine continuano ad agitare le nostre coscienze, emozionandoci e ponendo questo quesito: «Come conciliare la domanda di sicurezza sociale e la detenzione a vita con il dettato costituzionale del valore riabilitativo della pena, senza dimenticare l’attenzione al percorso umano di qualsiasi condannato»? Un interrogativo che coinvolge il nostro Paese in un momento storico in cui la riforma penitenziaria è stata finalmente approvata dal Consiglio dei ministri il 16 marzo 2018, anche se il suo iter non si è ancora concluso.
17 marzo 2018

Perché questa rubrica

27 aprile 2017

Inizia oggi, con il primo articolo della nuova rubrica Controcanto, la collaborazione di Questione Giustizia e di Magistratura democratica con Donatella Stasio, una delle voci più autorevoli del giornalismo italiano (cronista di politica giudiziaria per più di 30 anni a Il Sole24Ore) e più significative del dibattito politico-culturale sui temi della giustizia e della politica giudiziaria.

Con questa collaborazione Magistratura democratica e Questione Giustizia hanno scelto di aprire, sui siti on-line, una finestra sull’esterno dalla quale scorgere con più attenzione e consapevolezza cosa accade fuori dalla magistratura e dalla quale essere visti, osservati, criticati anche radicalmente.

In linea con le indicazioni venute dal congresso di Bologna del novembre 2016, abbiamo scelto, da un lato, di rivitalizzare un metodo di confronto ed elaborazione e, dall’altro, di arricchire il dibattito interno alla magistratura, tenendo viva l’attenzione verso le più complesse dinamiche della società in cui si inserisce l’intervento giudiziario. Siamo infatti consapevoli che solo questa attenzione può contrastare dinamiche di chiusura e di autoreferenzialità della magistratura, da ultimo riemerse anche nel confronto associativo.

 

continua

 

Taglio dei Tribunalini, la voglia di tornare al passato e i silenzi dell’Anm
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di Donatella Stasio
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e investono sulla risocializzazione dei detenuti per migliorare la sicurezza
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