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Un Fiore nel carcere minorile
Magistratura e società / cinema e letteratura
Un Fiore nel carcere minorile
di Ennio Tomaselli
Magistrato in pensione, già Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Torino
Riflessioni sul recente film di Claudio Giovannesi e non solo

Tanti hanno già recensito Fiore, il film di Claudio Giovannesi applauditissimo a Cannes 2016 ed in circolazione nelle sale italiane da subito dopo. Le valutazioni del pubblico e dei critici sono, in genere, favorevoli: una storia d’amore fra adolescenti difficili in un contesto difficile, quello di un carcere minorile, descritta realisticamente ed interpretata magnificamente dai due ragazzi, entrambi alla loro prima prova. Con un’intensità tutta particolare da lei, Daphne Scoccia; nel film, appunto, Daphne, una diciassettenne senza madre e con un padre appena uscito dal carcere e non ancora rientrato nella vita della figlia.

Alcuni critici segnalano, peraltro, che il film si regge, oltre che sui protagonisti, sulla forza delle immagini e la qualità della fotografia, mentre la trama appare esile e la narrazione scarna.

Guardo il film in una grande sala cinematografica dove però, in contrasto con i clamori festivalieri, ci sono, oltre a me, non più di sei persone, silenti e concentrate. Mi viene da pensare che siano anche loro del “giro” minorile, giudiziario o penitenziario; ma, almeno per quanto consente la luce in sala prima e post proiezione, non riconosco nessuno. Meglio così, mi dico istintivamente. Forse c’è un inconscio imbarazzo, come se dovessi confessarmi bisognoso di un film come questo per capire qualcosa di più di una realtà che pure, come ex magistrato minorile di lungo corso, dovrei conoscere bene. Questa realtà, invero, la conosco solo fin ad un certo punto. Della vita del carcere ed in carcere so, per lo più, solo indirettamente: dalle relazioni, dai rapporti, dalle pubblicazioni, dalla partecipazione a qualche momento particolare al quale si viene invitati come “autorità” o “illustre ospite”. Quindi ha ragione, in sostanza, chi, “dei nostri”, dice che questo è un film che un magistrato minorile non può non vedere

Le immagini scorrono e la storia, in sé, è semplice. O, meglio, simile a tante altre vere. Lei, con la non famiglia e le compagnie che si ritrova, finisce quasi inevitabilmente in carcere, alla seconda rapina. La prima, compiuta assieme ad un’altra ragazza, era andata fin troppo bene. Daphne, scaricata anche dall’amica, compie la seconda da sola e la vittima, in quanto adolescente maschio e figlio di un poliziotto, non ci sta a farsi fregare il cellulare da una ragazzotta che fa la faccia feroce, con un coltello, nei corridoi della metro, ma poi, appena fuori da lì, deve scappare senza speranza. Troppo sola.

E sola Daphne è anche in galera, perché, con quell’espressione perennemente piena di rabbia, non lega con nessuno. Questa perenne arrabbiatura mi sembra realistica. In udienza ne vedevamo o intuivamo solo qualche momento, però si capiva che dentro doveva essere proprio duro per ragazze così. Come per la compagna di cella o la stessa agente di polizia penitenziaria.

Il ragazzo, Josh, si presenta anch’egli con tratti di grande realismo. Appare più positivo, più “normale”, di lei, però è come Daphne nel mischiare presente e futuro come un tutt’uno. Un miscuglio di cose che possono restare così, come nell’emblematica staticità del carcere, per un tempo che è tutto diverso da quello del calendario di chi sta fuori. Per poi, magari, cambiare di colpo perché arriva, come dall’ignoto, la notizia che c’è un posto in una comunità, con lavoro annesso. Per poi, magari, tornare al punto di partenza. Già: ma dov’è l’arrivo? Dove, e per dove, si parte nella vita, in questo che sembra un mondo dove tu sei solo una pedina spostata da qualcuno di qua e di là?

Lui, comunque, esce. Lei, con quel padre che le vuole bene, però antepone troppe cose (se stesso, la compagna romena, il figlio di questa…), resta dentro. È un momento cruciale, pienamente credibile, nella storia. Daphne è più che mai sola, in un mondo dentro dove si creano legami che una volta si sarebbero detti perversi, mentre appaiono naturali in questo universo dove le regole non assumono mai sembianze umane, di persone in carne ed ossa (in tutto il film non si vede mai un giudice, un avvocato, un’udienza).

Due compagne di cella filano tra loro, ma devono separarsi perché la più grande deve essere trasferita in un carcere per adulti. Ha compiuto gli anni… La torta di compleanno è, quindi, come se contenesse veleno; la lima per evadere c’è solo nei film, e diversi da questo. Le due devono lasciarsi e Daphne non può non compartecipare ˗ a modo suo, con la sua solitudine e la sua disperazione ˗ a questi ulteriori riti di passaggio: la perdita dell’età under, quella che ancora, in qualche modo, ti tutela, visto che a farlo non ci pensano genitori ed altri adulti assortiti; la perdita dell’amore, che sia quello per Josh o qualcos’altro.

Ecco che di colpo, per questo fiore rinserrato e quasi avvizzito precocemente, si schiude qualcosa. Non un petalo, ma un breve permesso per passare con il padre un momento di festa. Di altri, perché a festeggiare è essenzialmente l’invisa compagna romena di papà Ascanio, il cui figlio deve fare, nella comunità romena, la prima comunione. È un momento rituale, nell’ambito di un cerimonia con rito ortodosso. Padre e figlia sembrano complici, più che altro, nel ridere di quei canti e di quell’atmosfera. Ma i rituali religiosi, quali che siano, sembrano proprio dire poco a Daphne, neppure essi fanno scaturire in lei fremiti di una qualche speranza. Era così anche per le messe in carcere: il film ne mostra qualche immagine, fa sentire qualche passaggio di quanto dice il celebrante, ma sia per Daphne che per gli altri si tratta solo di un’occasione sociale, la possibilità di vedersi, fra ragazzi e ragazze, più da vicino, senza sbarre frapposte. Fin troppo da vicino, tanto che in un caso scoppia una violenta rissa nel bel mezzo della messa.

Daphne, dopo aver provato vanamente a provocare il padre, a metterlo alla prova (la scena nel bar dove lui la recupera, preoccupatissimo ˗ e lo dice ripetutamente ˗ che un controllo possa beccarlo fuori casa a tarda ora, lui che, dopo otto anni di galera, ha ancora gli obblighi), decide che è troppo e scappa. Verso quell’unico amore, nonostante tutto, normale della sua vita, quello sbocciato nel contesto più anomalo, in carcere.

Lo raggiunge in Lombardia, dove lui, in comunità, lavora durante il giorno come pizzaiolo. E così scappano in due, vanamente ˗ almeno per il momento ˗ inseguiti da qualche poliziotto. L’ultima scena ce li mostra seduti, da soli, su un treno qualsiasi, che sta andando chissà dove. Come se non avesse una meta, proprio come loro. Che forse non hanno nemmeno speranze (del resto si sono appena giocati, tutti e due, i benefici) ed a cui non resta, quindi, che stare insieme così, chiusi nel loro amore come due fiori che, vicini vicini, sembrano cercare di ripararsi reciprocamente dal vento, dalla morte, dalla durezza e crudeltà della natura e della vita.

Scorrono i titoli di coda. Gli altri, pochissimi, spettatori scivolano via, come me, senza che nessuno si guardi in faccia. Sembriamo complici, forse accomunati da un senso, oltre che di pena, di vergogna. Possibile che a ragazzi come questi la vita non offra altro che questo?

A casa leggo o rileggo qualche commento. Quelli dei critici cinematografici (come avranno giudicato il film e magari, indirettamente, noi?) e quelli di qualcuno del nostro mondo minorile. Se per gli spettatori normali il messaggio è quello di una dura realtà adolescenziale che forse essi ignorano o rimuovono, per noi addetti ai lavori il discorso è più complesso e ci richiede una presa di posizione. Che, per me, espongo come segue.

A fronte di un film, od altra opera d’arte, di questo genere, ci devono essere due ordini di giudizi: uno sull’opera d’arte, l’altro sulla realtà da essa chiamata in causa (che, come appena detto, chiama, poi, in causa anche personalmente). Penso che un film che parla di una storia d’amore fortemente segnata dalle vicende giudiziarie e carcerarie di due ragazzi debba fornire una rappresentazione credibile di tale contesto. Non per inesistenti esigenze di “realismo” (non trattandosi di un documentario) né, meno che mai, per “opportuna correttezza” del regista nei confronti dell’apparato istituzionale proteso al “trattamento” dei minori; ma perché quel contesto è un ulteriore protagonista della vicenda, con Daphne e Josh. Per valutare se il film è totalmente riuscito devo valutare anche questa credibilità “a trois”. L’artista, soggettivamente, risponde solo a sé stesso, ma obiettivamente vi è un problema di coerenza interna all’opera d’arte e di credibilità di essa. Per Fiore come, per dire, Fronte del porto; comunque ove il contesto sia parte integrante, tanto più se esso è drammatico.

Sotto questo profilo emerge quello che, per me, è un limite di Fiore. Lo dico male: i due ragazzi si amano come se fossero nel deserto. Attorno a loro un reticolo fatto di sbarre e di regolamenti di cui si fanno occhiute interpreti “vigilatrici” descritte come inaridite e inacidite custodi di un ordine fine a se stesso. Manca completamente quella che, in un carcere come in ogni contesto minorile, dovrebbe essere la cosa fondamentale, cioè la proiezione verso un futuro diverso: il progetto, la ricerca ˗ seria e individualizzata ˗ di alternative, in questo caso alla restrizione carceraria, alla galera. Nella realtà ed in concreto ciò può avvenire più o meno bene, ma si tratta, comunque, di qualcosa di strutturale, che connota il carcere minorile.

Secondo qualcuno, nel film c’è anche questo, cioè la tensione progettuale degli operatori;progetti spesso vanificati (e così sarà anche per Daphne e Josh) dall’irrazionalità di alcune spinte e scelte, dalla forza delleproblematiche irrisolte. Ma questa tensione, che certamente c’è in noi “del giro” e spinge, anche comprensibilmente, ad esprimersi così, nel film ˗ personalmente ˗ non la ritrovo.

Gli eventi si susseguono secondo automatismi, come se qualcuno muovesse dall’alto delle pedine. Vai dentro, potresti andare fuori, magari ci vai…; ma tutto questo sembra governato dal fato più che da un lavoro almeno un minimo appassionato, incarnato da figure adulte che sappiano rapportarsi con dei ragazzi e con i loro genitori o almeno ci provino credibilmente. Invece papà Ascanio viene invitato con qualche parola cortese, quasi di maniera, nel contesto meno indicato (un’affollata sala colloqui, con plurimi contatti quasi gomito a gomito), a vedere un po’ se, magari, può prendersi la figlia o qualcosa del genere… Altro che progetti “strutturati”! In questo film, del resto, gli adulti o non ci sono o sono delle comparse sgradevoli o goffe. Come quei poliziotti, discretamente imbranati, che o “catturano” Daphne con uno spropositato impiego della forza, quasi che si trattasse di un’operazione nei confronti di una terrorista, o si fanno gabbare e distanziare dai ragazzi, che fanno quasi il vuoto alle loro spalle…

Penso che, se questo contesto adulto fosse stato rappresentato almeno più credibilmente, la forza drammatica del film non sarebbe scemata ed, anzi, avrebbe potuto nutrirsi anche dell’incontro/scontro fra ragazzi veri come Daphne e Josh e adulti anche loro veri, con le varianti della vita: magistrati oscillanti fra rigidità ed elasticità, giudici onorari allineati con i magistrati o comunque protesi, ancorché vanamente, al recupero a tutti i costi, educatori “tosti” o, al contrario, burocratizzati dalla routine, personale di custodia che “ci crede” davvero o fa solo finta di crederci…

Il regista Giovannesi, che prima di girare il film ha frequentato per diversi mesi un carcere minorile e valuta tale struttura un luogo paradossale, un carcere come gli altri, qualcosa che non serve a nulla e non dovrebbe esistere, ha probabilmente inteso trasmettere un senso di vacuità, in contrasto con la pienezza di un sentimento d’amore, ancorché acerbo, quale quello fra i due protagonisti. Il critico cinematografico Goffredo Fofi conferma che in questo film manca tutta la parte relativa ai “rieducatori”, ma segnala, sulla basi di illustri precedenti, che ciò è quasi inevitabile in film su queste problematiche, dove tendono ad avere risalto assoluto i giovani protagonisti. Altri critici, però, e come già accennato, segnalano che è comunque un punto debole l’esilità della trama, il fatto che il film sia centrato tutto sulla soggettività dei protagonisti…

Per concludere su questo punto da parte nostra, che non siamo critici cinematografici: non si tratta di volere a tutti i costi film strutturati all’insegna dell’impegno civile come quelli degli anni ’70. Certi contenuti possono scaturire, oggi, anche da film che, come Fiore, puntino soprattutto sulla capacità di coinvolgimento emotivo di due ragazzi come Daphne e Josh. Ma se un certo contesto è quello che dà sostanza alla storia e non è solo un fondale intercambiabile, dovrebbe essere rappresentato esso pure in termini emotivamente coinvolgenti. E nulla serve di più, a tal fine, della forza della verità. Tutta, in tutte le sue componenti essenziali.

Spostiamoci adesso al piano degli addetti ai lavori giudiziari/carcerari e del giudizio sulla realtà. Esistono davvero strutture carcerarie in cui ragazzi così giovani sono lasciati così soli? E se sì, in quale misura e perché? Ha ragione il regista a sostenere (non da solo) che il carcere minorile è un paradosso e non dovrebbe esistere? Le risposte non stanno, ovviamente, né nelle recensioni né nelle astrazioni, ma nell’impegno concreto e quotidiano di ciascuno perché, comunque, i ragazzi, anche quelli dentro, vengano supportati il più possibile, non certo come nel film.

Andiamoli, dunque, a vedere film belli e interessanti come questo: è uno dei pochi modi per confrontare i nostri punti di vista con quelli di chi è estraneo al giro, dall’artista allo spettatore comune, che magari ha una sua immagine dei problemi e delle carceri minorili. Entrambi possono dare proprio a noi addetti ai lavori suggestioni e messaggi utili per indurci a riflettere una volta di più su quanto diamo, magari, per scontato. Però cerchiamo anche di farcelo noi, una volta di più, “il film”, sulla base di una migliore e sempre più approfondita percezione diretta della realtà, prima ancora di quella rappresentata dall’artista.

Il mondo della cd. devianza minorile e delle carceri richiede un’attenzione costante e specialissima. Non sarà mai abbastanza ciò che pensiamo di fare e di aver fatto. Insomma, quando esce il prossimo film non facciamoci trovare “scoperti”: pronti ad andare a vederlo anche per sistemare qualcosa rispetto a cui ci sentiamo in debito.

 

 

24 luglio 2016
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